Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
IL PRIMO CITTADINO AVREBBE “SFORATO” IL TETTO DI SPESA PER LA CAMPAGNA ELETTORALE DEL 2020 E RICEVUTO FINANZIAMENTI OPACHI DA AZIENDE A LUI RICONDUCIBILI
Falso in atto pubblico e finanziamento illecito per la campagna elettorale del 2020. Sono
queste le accuse che la procura di Venezia muove nei confronti del sindaco Luigi Brugnaro a cui nei giorni scorsi è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini.
Secondo i pm Roberto Terzo, Federica Baccaglini e Laura Villa, il primo cittadino non solo avrebbe “sforato” il tetto di spesa elettorale e pertanto violato i limiti stabiliti dalla legge, ma avrebbe anche ricevuto finanziamenti opachi da aziende a lui riconducibili
Un fatto che Domani aveva già svelato, passando in rassegna le somme ricevute indirettamente dal fondatore di Coraggio Italia cinque anni fa.
Domani aveva ricostruito che diversi fondi erano stati erogati da due società riconducibili al candidato sindaco, Umana spa e Consorzio di sviluppo Nord Est, verso due associazioni riguardanti proprio l’attività politica di Brugnaro, cioè Associazione Venezia 20-25 e Un’impresa in comune.
Tradotto: gli analisti antiriciclaggio non avevano escluso che Umana Spa e il consorzio avessero finanziato indirettamente la campagna elettorale di Brugnaro, osservando che questa circostanza «non risulterebbe del tutto coerente con la finalità di rendere autonoma la gestione delle citate aziende rispetto agli interessi del medesimo Brugnaro, apparentemente perseguita mediante il trasferimento della proprietà delle stesse a un blind
trust».
Il sospetto era dunque che quelle erogazioni fossero state fatte nell’interesse di Brugnaro, nonostante i rappresentanti legali delle associazioni «si fossero rifiutati di identificare come titolare effettivo anche Brugnaro».
Così la procura di Venezia contesta a Brugnaro l’utilizzo di contributi per 513mila euro, mentre al Collegio regionale di garanzia presso la Corte d’appello sarebbe stata dichiarata una spesa di 251.202 euro con entrate per 251.548 euro.
Di queste, circa 20.072 euro sarebbero arrivate dall’associazione Un’impresa Comune, costituita dalle elezioni del 2015. Per la Guardia di finanza, il finanziamento ammonterebbe invece a 900mila euro, in un periodo che va dal dicembre 2019 al dicembre 2020.
L’avviso di conclusione delle indagini, oltre al sindaco, l’hanno ricevuto anche il direttore generale del Comune, Morris Ceron, e Walter Bianchi del Consorzio produzione e sviluppo Nordest, per il reato di finanziamento illecito, nonché il mandatario delle spese elettorali, Adriano Giugie, accusato di falso.
Per le difese, al contrario, il denaro sotto la lente dei pm di Venezia sarebbe proveniente dallo stesso Brugnaro, attraverso due sue società che avrebbero registrato a bilancio versamenti a favore dei comitati elettorali in maniera corretta. Un “guaio” giudiziario che si aggiunge all’inchiesta per corruzione sulla trattativa relativa alla vendita dell’area dei Pili a Venezia.
questo caso l’udienza preliminare è fissata al prossimo 11 dicembre.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
NELLE ULTIME SETTIMANE I FORZISTI, SU INPUT DELLA FAMIGLIA BERLUSCONI, HANNO PRESSATO IL VICEMINISTRO MELONIANO ALL’ECONOMIA, MAURIZIO LEO, PER RISPARMIARE LE HOLDING DALL’AUMENTO DELLE TASSE
Dietro il “tesoretto” da 200 milioni che il governo punta a ricavare aumentando ancora le tasse sulle grandi banche c’è anche un’altra ragione. È quella che ha spinto Antonio Tajani a dire sì all’incremento del balzello, a valle comunque delle rassicurazioni del Mef su un intervento che escluderà i piccoli
istituti di credito.
Ecco la motivazione che ha portato a dare l’assenso all’ipotesi in costruzione a via XX settembre: il gettito della misura servirà a cancellare l’aumento delle imposte per le holding industriali inserito nella legge di bilancio.
Tra i tanti beneficiari c’è anche Fininvest. È la casa madre che custodisce le partecipazioni di controllo di Mfe (46%) e Mondadori (53%), oltre a quelle di Mediolanum (30%). Anche alla società guidata da Marina Berlusconi non sarà quindi applicato l’incremento del 2% dell’Irap.
§Per i grandi istituti e le compagnie assicurative maggiori (il 75% della platea), le tasse verranno incrementate di 2,5 punti percentuali all’anno, dal 2026 al 2028. Al contrario, invece, nulla cambierà per le holding non finanziarie rispetto ad oggi: le imposte da versare non aumenteranno nel prossimo triennio.
Forza Italia arriva a risultato dopo una mediazione sotto traccia che negli scorsi giorni ha portato il leader degli azzurri a consultarsi più volte con la famiglia Berlusconi. È durante le interlocuzioni con i diretti interessati che è stato costruito il messaggio da veicolare ai parlamentari forzisti. Una richiesta senza fronzoli: battagliare incessantemente per arrivare alla cancellazione dell’aumento delle tasse per le holding.
Da qui il pressing sul viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, il “regista” dei lavori del Mef sulle coperture di natura fiscale. È lui che nelle scorse ore ha ricevuto decine di telefonate e una
sfilza di messaggi dai forzisti. Tutti con la stessa raccomandazione: la ricerca di uno schema in grado di garantire la promessa fatta a Marina
Un’altra proposta di Forza Italia nasce dai colloqui con i Berlusconi. È la detrazione per i libri di scuola. La richiesta è finita nel fascicolo degli emendamenti dei senatori azzurri, ma è stata messa fuori gioco dalla tagliola dell’ammissibilità.
Poco male: il partito di Tajani può contare su un emendamento-fotocopia di Noi Moderati. «Basta quello», spiegano fonti di FI. La misura è pronta: l’agevolazione fiscale allevierà la spesa delle famiglie. A beneficiarne sarà soprattutto Mondadori, la prima casa editrice di testi scolastici in Italia, di cui Marina è presidente
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
IL DOPPIO GIOCO DELLA “GIORGIA DEI DUE MONDI” HA SUPERATO IL PUNTO DI NON RITORNO CON LE SUE DICHIARAZIONI A MARGINE DEL G20 IN SUDAFRICA, AUTO-RELEGANDOSI COSÌ AL RUOLO DI “ORBAN IN GONNELLA”, CAVALLO DI TROIA DEL DISGREGATORE TRUMP IN EUROPA
Tempi cupi per la Ducetta. All’accumularsi dei problemi interni (la batturta d’arresto
rimediata da FdI alle regionali, la riottosità di Forza Italia e Lega sulla nuova legge elettorale, il rilancio in Parlamento del premierato, il referendum sulla riforma della giustizia, il risiko Mps-Mediobanca-Generali maciullato dall’inchiesta milanese), ora si aggiungono le complesse questioni di politica internazionale in cui “il” presidente del Consiglio italiano si trova impelagato fino alla cima dei biondi
boccoli.
Essì: il grande bluff di Giorgia Meloni è stato scoperto. La Ducetta-Camaleonte, che riusciva con le sue faccette, accompagnate da supercazzole, a interpretare due parti in commedia, una volta come trumpiana e quella dopo come turbo-filoucraina, alla fine, daje e ridaje, si è dimostrata per quella che è: inaffidabile sia agli occhi degli alleati europei, sia al presidente degli Stati Uniti.
Una para-guru che in passato ha dato mostra di essere abilissima a destabilizzare ogni iniziativa di aperta critica oppure di esplicito contrasto da parte dei cosiddetti “Volenterosi”, l’asse formato dai leader Starmer-Macron-Merz, alle demenze stop-and-go di Trump.
Il punto di non ritorno la “Giorgia dei Due Mondi” l’ha superato domenica scorsa quando, a margine del G20 in Sudafrica, si è arrampicata sugli specchi sulla “controproposta Ue” all’insostenibile piano di pace americano-russo in 28 punti (di sutura) per l’Ucraina. “Il tema non è lavorare su una totale controproposta”, ha pastrocchiato in diretta al punto-stampa, ”ci sono molti punti condivisibili, ha senso lavorare sulla proposta che c’è”.
Il Camaleonte di Colle Oppio ha quindi aggiunto il solito bla-bla da “terzista” tra Usa e Ue: “Ci sono nel piano americano alcuni punti che devono essere oggetto di discussione, come quelli sui territori, sul finanziamento della ricostruzione o sull’esercito
ucraino”. Un colpo al cerchio Ue e una alla botte Trump che alla fine è naufragato davanti alla realtà dei fatti.
A una domanda sul “Purl”, il meccanismo di acquisto di armamenti americani da girare a Kiev, la premier è stata costretta a rispondere: “Sul Purl non abbiamo una deadline, lavoriamo per priorità. Adesso stiamo lavorando per un nuovo pacchetto di aiuti. Ad ora non stiamo aderendo, poi vedremo ma non ci siamo dati una deadline”.
Dichiarazioni queste sul Purl, pronunciate per non rimanere scoperta a destra dalla propaganda putiniana di Matteo Salvini, ma che non possono non scontentare Trump, che punta sui soldi europei per affrancare gli Stati Uniti dal supporto a Kiev. Ma nello stesso tempo hanno avuto un effetto boomerang, perché per l’ennesima volta hanno dimostrato ai leader europei l’inaffidabilità della Giorgia de’ noantri.
E così, il presidente francese, Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e il premier britannico, Keir Starmer, hanno finalmente capito il gioco della Ducetta e l’hanno esclusa dall’incontro dei “Volenterosi” (format a cui la Meloni aveva aderito in ritardo e a metà, e con scarsissimo entusiasmo e senza promettere l’invio di soldati).
L’isolamento della Melona si inserisce in un contesto di caos assoluto intorno alla questione ucraina: dal presunto piano di pace in 28 punti, mediato dall’inviato d’affari di Trump, Steve Witkoff, scritta sotto dettatura del suo omologo, il russo Kirill
Dmitriev, che poi l’ha fatta trapelare ad “Axios” spacciandola come versione “definitiva”, fino all’ennesimo e prevedibile rinculo del Trumpone.§
Da qui l’imbarazzo delle ore e dei giorni successivi: Giorgia Meloni ha sentito telefonicamente l’Idiota in chief della Casa Bianca, ma solo a rimorchio del presidente finlandese, l’azzimato Alexander Stubb, grande amico di Trump (di cui è compagno di mazze… da golf).
Telefonando da sola al suo amico “Nerone” (anzi, Cerone) degli Stati Uniti, rischiava di brutto di essere costretta a schierarsi con il sbrigativo Trump, quindi sarebbe stata una prova ulteriore, agli occhi delle cancellerie europee, del suo doppio gioco.
L’ex sfortunata compagna di Andrea Giambruno cova una pesante delusione soprattutto nei confronti dello spilungone crucco Merz: la Poverina era convinta di aver trovato intanto un alleato per affiancarsi a Partito Popolare Europeo, affrancandosi dai sovranisti del gruppo Ecr.
Ma, nello stesso tempo, far diventare realtà il sogno di isolare il detestato galletto transalpino Macron, sulla base della comune convinzione di spostare a destra l’asse politico europeo, ma l’asse Parigi-Berlino si è dimostrato inscalfibile.
Come sempre, la direzione delle scelte dell’Europa la danno Francia e Germania, mentre l’Italia, al massimo, va a traino o fa da comparsa.
Anche perché Roma non conta una mazza. Sui rifornimenti di
armi all’Ucraina, il Belpaese è tra le ultime della classe: dal 2022: ha inviato aiuti per 2-3 miliardi di euro, (lo 0,1% del Pil) contro i 20 di Germania, i 18 di Regno Unito e i 7 di Parigi.
Con il rifiuto del governo italiano alla rimozione del voto all’unanimità in Consiglio europeo (per non parlare della mancata ratifica del MES salva-banche, unico paese della Ue), la Statista della Sgarbatella si è auto-relegata al ruolo di “Orban in gonnella”, un cavallo di troia del disgregatore Trump in Europa.
Essì, per l’ex attivista del Fronte della Gioventù è finito il bluff di barcamenarsi tra l’adulazione a Trump e il ruolo di capo del Governo di un Paese fondatore dell’Unione europea, che da Trump viene sbertucciata un giorno sì e l’altro pure,
Dai bacetti sul capino di Biden alla “special relantionship” fatta di occhioni svenuti e spolliciate con Trump, dagli abbracci con Zelensky in camottiera mimetica all’accondiscendenza coatta con il suo vicepremier putiniano, Matteo Salvini, la Thatcher della Garbatella ci ha messo tre anni, ma alla fine i nodi sono arrivati al pettine.
È stato poco saggio mandare Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico di Giorgia Meloni, in rappresentanza dell’Italia al vertice di Ginevra dei giorni scorsi, guidato da Marco Rubio e con ospiti Andriy Yermak e il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan.
§In assenza di un consigliere per la sicurezza nazionale (sic!), la Ducetta avrebbe dovuto inviare Alfredo Mantovano, sottosegretario a Palazzo Chigi e Autorità delegata per la sicurezza nazionale, anziché il suo consigliere diplomatic
(da Dagoreport)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
“SCONSIGLIO VIVAMENTE DI IMMAGINARE LE PRIMARIE PERCHÉ PENSARE DI COMPENSARE LE FRAGILITÀ CON LA COMPETIZIONE È UN ERRORE GRAVE” …LA BORDATA A CONTE CHE SUL PROGRAMMA FRENA: “CAPISCO CHE PER ALCUNI PARTITI C’È IL PROBLEMA DI PORTARSI DIETRO I PROPRI MILITANTI, MA DEVONO CONSIDERARE CHE AL VASTO MONDO DEGLI ELETTORI LA VOCE DEI SOLISTI NON ARRIVA. PUÒ ARRIVARE LA VOCE DEL CORO”
Pier Luigi Bersani pensa che per prima cosa, il progetto per l’alternativa debba trovare un nome meno agreste di campo largo. Che Schlein abbia fatto bene a mettere condizioni sull’invito ad Atreju. E che il problema della leadership nel centrosinistra si risolverà per forza, che si facciano o no le primarie, a patto di mettere davanti a tutto la prima qualità necessaria in politica: la generosità.
Schlein ha detto che andrebbe ad Atreju solo per un confronto con Meloni. Meloni ha invitato anche Conte. Il confronto è saltato. Che ne pensa?
«Che sarebbe meglio se la premier lasciasse perdere i giochetti e le furbizie».
Non pensa che mentre il partito di maggioranza relativa attacca icapo dello Stato, rilancia il premierato e si prepara a una battaglia campale per difendere la separazione delle carriere dei giudici, andare ad Atreju rischi di legittimarne l’operato?
«L’unico motivo per cui andare sarebbe dire ciò che va detto. E cioè che dati alla mano, noi nel 2022 eravamo ai primi posti per la crescita dell’eurozona e l’anno prossimo saremo all’ultimo; che abbiamo i salari reali a meno 8 per cento rispetto al 22; che tre anni fa rinunciava a curarsi il 7 per cento degli italiani, adesso sono il 9,9; che i reati sono aumentati, che sull’immigrazione non hanno né integrato né espulso, che l’industria nazionale è andata giù a rotta di collo».
L’ultima tornata delle Regionali, Veneto a parte, non è andata bene per la destra. E anche in Veneto, Fratelli d’Italia ha perso la competizione interna con la Lega targata Zaia.
«Questo voto ha dimostrato che il potenziale per competere e batterli c’è, ma c’è sempre anche il rischio che lo buttiamo via».
Come si fa a non buttarlo via?
«Serve un gesto politico, da fare tutti insieme, che dichiari la nascita del progetto per l’alternativa. Poi, un programma essenziale che giri per il Paese. Infine, un’insegna, un nome, un po’ meno campestre di campo largo. In fondo, o durante, questo processo si può sbrogliare il tema della famosa leadership, che può avvenire attraverso un’intesa o con le primarie. Ma io sconsiglio vivamente di immaginare le primarie di una cosa che si chiamasse ancora campo largo, perché pensare di compensare
le fragilità con la competizione è un errore grave».
Ha un nome da proporre?
«Non spetta a me battezzare niente. Certo, meglio alludere all’obiettivo che al perimetro. Io ne incontro di gente normale. A migliaia. Per la nostra gente il problema di chi è il leader viene dopo la questione del patto e del progetto. Non è un elettorato che invoca il capo».
Dopo le scommesse vinte a queste regionali in Puglia, ma soprattutto in Campania, e i tentativi a vuoto di delegittimarla dall’interno, Schlein è rafforzata?
«Non c’è dubbio. E mi sembra un pochino stucchevole questo confronto tra i cosiddetti riformisti e i cosiddetti radicali. Mettiamoci d’accordo su una cosa: il riformismo non è un moto dell’anima, è un elenco di riforme. Noi siamo tutti moderati perché quel che proponiamo al Paese è che una famiglia possa arrivar alla fine del mese, che i giovani possano andare a lavorare per tempo e in modo stabile, che ci sia un fisco più decente, che chi ha bisogno seriamente possa curarsi. Sono cose moderatissime per fare le quali ci vogliono riforme piuttosto radicali».
Parla ai caminetti Pd che nel weekend si riuniranno a Montepulciano e a Prato?
«Mi piacerebbe che da lì venissero fuori non posizionamenti, ma proposte».
Sul programma Conte frena, prima il Movimento deve votare il suo.
«Io penso che si dovesse cominciare già mesi fa. Capisco che per alcuni partiti c’è il problema di portarsi dietro i propri militanti, ma devono considerare che al vasto mondo degli elettori la voce dei solisti non arriva. Può arrivare la voce del coro».
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
DAL 2022 SI È PASSATI DA 393MILA AI 350MILA DI AGOSTO 2025 : SE RESISTE L’ASSEGNO UNICO, È STATA CANCELLATA L’IVA AGEVOLATA SU PANNOLINI, LATTE IN POLVERE, SEGGIOLINI
Il saldo è negativo, profondo come una voragine. Culle vuote, anzi deserte. Come se la
voglia di futuro dei più giovani si fosse arenata in una secca, naufragata contro gli scogli della precarietà, della mancanza di case, di lavoro, di asili nido, di welfare. E nulla è cambiato a tre anni dall’insediamento del governo Meloni, esecutivo nato sotto il vessillo della famiglia tradizionale e sostenuto dai movimenti prolife, partito nell’ottobre del 2022 promettendo aiuti che avrebbero dovuto risollevare, finalmente, il numero di nascite del nostro Paese.
Tre anni dopo, il bilancio è impietoso. Le culle sono crollate dell’11%: dai 393mila nati nel 2022, anno della vittoria delle destre, siamo arrivati ai 350mila di agosto 2025, con un calo, così ha anticipato il presidente dell’Istat Francesco Chelli durante gli “Stati generali della natalità”, del 5,4% nei primi nove mesi di quest’anno.
Il governo Meloni ha destinato alle famiglie solo l’8% delle risorse stanziate nelle sue quattro manovre: circa 8 miliardi su quasi 100. destinato la maggioranza dei bonus alle famiglie numerose, i nuclei cioè con tre o più figli, certamente bisognosi di sostegni, ma di fatto un segmento davvero marginale.
«Per fortuna questo governo non ha toccato l’unica vera misura di welfare istituita in modo permanente e universalistico in questo paese e cioè l’assegno unico, finanziato per legge con 20 miliardi l’anno», aggiunge Dalla Zuanna. «Una misura che Meloni ha ereditato dai governi precedenti e ha leggermente incrementato. Ma quello che manca, ed è un dato drammatico, è una politica per le giovani coppie. Non c’è alcun sostegno sugli affitti, sulla casa, vera emergenza che impedisce a molti giovani di fare un progetto familiare.
Un dato poco noto è che in Italia diminuisce di anno in anno il numero dei giovani che escono di casa per andare a vivere insieme: guadagnano troppo poco per potersi permettere anche un monolocale. Come potrebbero mai sperare di mettere al mondo un figlio? ».
Lo “shock” fiscale promesso a più riprese da questo governo si è così trasformato in un fiume disarmonico di aiuti spot. Un paradosso per una premier che a inizio legislatura scandiva: «La stagione dei bonus è finita». E invece: da subito il suo governo ha cancellato l’Iva agevolata su pannolini, assorbenti, latte in polvere, seggiolini, tutti aiuti nevralgici per una famiglia con bimbi piccoli. Puntando invece su una lunga lista di micro-bonus. Quello definito “nuovi nati” da mille euro, il bonus nido, il bonus mamme. E ancora, gli ultimi arrivati: bonus centri estivi, bonus genitori separati, bonus part-time (che andrebbe scoraggiato perché penalizza le donne, ma invece viene premiato con gli sgravi).
È stato allungato il congedo parentale per i neo papà, misura meritoria, nonostante i maschi continuino a usarlo poco. La riforma sugli asili nido con i finanziamenti del Pnrr è invece diventata sempre più piccola, fino a finire fuori dai radar.
(da Repubblica)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
DIVERSA LA SITUAZIONE PER LE AZIENDE CHE, PAGANDO POCO I DIPENDENTI ED EVITANDO IL PIÙ POSSIBILE DI PAGARE LE TASSE, SONO OTTIMISTE (VISTO CHE LA DOMANDA ESTERA È AUMENTATA DEL 3,4%)
Una situazione in chiaroscuro. La fotografia scattata dall’Istat con la rilevazione di novembre mostra un’Italia che avanza con passo irregolare. Le imprese guardano ai prossimi mesi con una sicurezza tornata sui livelli più alti da aprile, mentre i consumatori scivolano verso un pessimismo che tocca il minimo dall’aprile scorso.
Una frattura che pesa sulle prospettive di un’economia ancora esposta a inflazione, conflitti e tensioni commerciali, ma sostenuta da un tessuto produttivo che continua a mostrare
segnali di tenuta. L’indice delle aziende sale grazie alle attese di una stagione commerciale più forte, alimentata dal recupero di industria e servizi.
Dopo il calo di agosto, condizionato dalle tariffe doganali americane e dal blocco delle esportazioni, il fatturato industriale è rimbalzato a settembre con un +2,1% sul mese e un +3,4% sull’anno. Una crescita trainata dal ritorno degli ordini esteri, ma sostenuta anche dalla domanda nazionale, salita dell’1,3%.
Nei servizi l’avanzata è ancora più marcata: +1,8% su base mensile e +4,3% annua, numeri che rinforzano il clima nelle imprese del terziario e delineano un finale d’anno più stabile rispetto alle attese di fine estate.
Molto diversa la percezione delle famiglie, che vedono peggiorare sia la situazione corrente sia quella futura. Il clima economico scende da 99,3 a 96,5, quello personale arretra da 97,0 a 94,5 e quello corrente si ferma a 98,6. Il calo più netto riguarda le attese generali, crollate a 90,2. Per le associazioni dei consumatori è un segnale che può frenare la spesa in una fase decisiva per negozi e servizi. Una prudenza che riflette il timore di un futuro meno stabile e che rischia di rallentare la ripresa dei consumi. Il risultato complessivo è un Paese che procede con due velocità: imprese più fiduciose e famiglie più caute, una combinazione che potrebbe condizionare la traiettoria dell’economia nei prossimi mesi.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
DAL REFERENDUM DEL 2016 A OGGI, GLI INVESTIMENTI OLTREMANICA SONO DIMINUITI TRA IL 12% E IL 18%, L’OCCUPAZIONE TRA IL 3% E IL 4% … ALTRO CHE I “350 MILIONI DI STERLINE IN PIÙ ALLA SETTIMANA” PER LA SANITÀ PUBBLICA BRITANNICA CHE PROMETTEVA L’EX PREMIER BORIS JOHNSON
Altro che i “350 milioni di sterline in più alla settimana” per la sanità pubblica
britannica grazie alla Brexit, come assicurava l’ex primo ministro britannico Boris Johnson ai sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.
Il Regno Unito sta perdendo 250 milioni di sterline al giorno in entrate fiscali (circa 290 milioni di euro) a causa dell’impatto economico della Brexit, secondo un’analisi della House of Commons Library del Parlamento commissionata dal partito Liberal-democratico britannico. Stando allo studio, “la Brexit ha aperto un buco nero di 90 miliardi di sterline l’anno (poco più di 100 miliardi di euro) nei conti pubblici”.
Un recente studio (adottato anche dall’università americana di Stanford) del National Bureau of Economic Research, un importante think tank statunitense, ha rilevato come i danni economici causati dall’accordo sulla Brexit dai governi post-referendum del 2016 abbiano rimpicciolito l’economia britannica tra il 6% e l’8% rispetto a quanto avrebbe potuto essere se il Regno Unito fosse rimasto in Ue.
L’analisi da parte della House of Commons Library suggerisce che, se il Pil non fosse stato colpito così pesantemente, il Tesoro britannico avrebbe potuto beneficiare ogni anno di 90 miliardi di sterline in più di entrate fiscali nel 2024/25, assumendo che il danno economico della Brexit ammonti alla stima più alta
dell’8% del Pil del Regno. Anche con la stima più bassa del 6%, il calo annuale delle entrate fiscali sarebbe di circa 65 miliardi di sterline
Utilizzando quasi un decennio di dati successivi al referendum Brexit del 2016, le analisi del National Bureau of Economic Research stimano inoltre che gli investimenti oltremanica siano diminuiti tra il 12% e il 18%, l’occupazione tra il 3% e il 4% e la produttività tra il 3% e il 4%
“Questi notevoli effetti negativi riflettono una combinazione di incertezza elevata, calo della domanda e una allocazione peggiore delle risorse, tutte conseguenze di un processo della Brexit lungo e complesso”, si legge nel rapporto. “Il confronto con le previsioni formulate all’epoca (quelle relative al 4% dell’Obr, ndr) mostra che tali stime si sono rivelate accurate su un orizzonte di cinque anni, ma hanno sottovalutato l’impatto complessivo nell’arco di un decennio”.
L’analisi stima inoltre che il cittadino britannico medio sia più povero di diverse migliaia di sterline a causa della Brexit e dell’accordo di recesso che raggiunse l’allora primo ministro Johnson con l’Ue, a fine 2020. Il calo del Pil pro capite nel Regno Unito dovuto alla Brexit sarebbe compreso tra 2700 e 3700 sterline.
Il leader lib-dem, Ed Davey, ha dichiarato: “La campagna più disonesta della nostra storia diceva che ci avrebbe fatto risparmiare 350 milioni di sterline a settimana, ma la Brexit in
realtà ci è costata 250 milioni di sterline al giorno nel 2025. Ecco perché abbiamo le tasse più alte di sempre, ecco perché abbiamo bollette alle stelle, ecco perché abbiamo una crisi del costo della vita. La cosa peggiore è che il Labour conosce il costo della Brexit ma si rifiuta di fare qualcosa. Invece, dobbiamo riavvinarci all’Europa”.
I Lib-Dem, il partito più europeista di quelli principali, sostengono che il Regno Unito debba rientrare perlomeno nell’unione doganale europea, e per questo hanno presentato un’apposita legge in Parlamento a Westminster, che sarà messa ai voti ai Comuni il prossimo 9 dicembre.
Dopo l’elezione del governo laburista nel luglio 2024, Regno Unito e Unione Europea hanno avviato un processo di rilancio delle relazioni bilaterali, il cosiddetto “reset”, come lo chiama il primo ministro britannico laburista Sir Keir Starmer. Il primo vertice tra i due blocchi dopo la Brexit, lo scorso maggio a Londra, ha innescato un nuovo partenariato strategico, con l’impegno di entrambe le parti a una cooperazione più approfondita.
È stato concordato un nuovo accordo su sicurezza e difesa i cui dettagli però devono essere ancora approvati dai due blocchi (scadenza il 30 novembre di questo mese), mentre sono in corso negoziati su un programma per la mobilità giovanile (Youth Mobility) e un accordo sanitario e fitosanitario per facilitare gli scambi commerciali, soprattutto di carni e animali
(da Repubblica)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
CROSETTO FA CAPIRE CHE TRA LE MINACCE RUSSE E QUELLE CINESI, “L’ITALIA NON E’ PRONTA AD AFFRONTARE DA SOLA LE MINACCE GLOBALI” … DODICI PAESI IN EUROPA HANNO MANTENUTO O REINTRODOTTO LA COSCRIZIONE OBBLIGATORIA E UN’ALTRA MEZZA DOZZINA HA DECISO DI RIPRISTINARE UN SERVIZIO VOLONTARIO
Il ministro della Difesa Guido Crosetto riapre il controverso dossier della leva, proponendo la creazione di un nuovo servizio militare su base volontaria, un modello che guarda alla Francia, dove ieri Emmanuel Macron ha annunciato il suo nuovo “service national volontaire”. «Il modello francese è totalmente volontario, quello tedesco ha un automatismo che scatta», ha osservato Crosetto durante la visita a Parigi, dove ha incontrato la ministra delle Forze Armate, Catherine Vautrin.
Secondo il ministro, l’Italia «non è pronta ad affrontare da sola le crescenti minacce globali» ricordando come nei decenni scorsi molti Paesi hanno costruito sistemi che riducevano il numero dei militari.
«Oggi tutte le nazioni europee mettono in discussione quei modelli e pensano ad aumentare le Forze armate» ha aggiunto Crosetto. Dodici Paesi in Europa hanno mantenuto o reintrodotto la coscrizione obbligatoria e un’altra mezza dozzina ha deciso di ripristinare un servizio volontario. «Anche noi dobbiamo riflettere sulle scelte fatte e aumentare questo strumento militare».
L’intenzione del ministro è portare il dibattito in Parlamento. «Le regole della Difesa devono essere il più condivise possibile», afferma Crosetto. «Più che un decreto legge, proporrò una traccia che il Parlamento potrà discutere, aumentare e integrare». La visita a Parigi è stata anche l’occasione per fare il punto sulla cooperazione militare con l’omologa Vautrin, in particolare sugli aiuti militari per l’Ucraina, e per rivedere il premier Sébastien
Lecornu, con cui Crosetto ha lavorato per tre anni alla Difesa. «Nonostante venissimo da governi di maggioranze opposte, abbiamo imparato a mettere in primo piano gli interessi degli Stati», ha spiegato a proposito di una relazione che ha definito come «unica». Solo uniti potremo competere con Cina, Russia e Stati Uniti», ha affermato Crosetto, che continua a svolgere un ruolo di ponte nella relazione bilaterale.
(da agenzie)
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Novembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
L’ANALISI OCSE: CHI INIZIA A LAVORARE OGGI ANDRA’ IN PENSIONE AD ALMENO 70 ANNI, LA PRECENTUALE DI OVER 65 AUMENTERA’ DI MOLTO MENTRE CROLLERA’ LA POPOLAZIONE IN ETA’ LAVORATIVA
Chi inizia a lavorare oggi, in Italia, dovrà attendere di avere almeno 70 anni per andare
in pensione. Lo ha riportato la nuova analisi dell’Ocse “Pensions at a glance 2025”, che fa il punto della situazione nei 38 Stati membri dell’organizzazione. In Italia, peraltro, l’invecchiamento si farà sentire anche in altri modi: sempre più over 65, con sempre meno lavoratori attivi, e di conseguenza una maggiore difficoltà a trovare i soldi per
pagare le pensioni.
L’età di pensionamento media nei Paesi Ocse l’anno scorso era di 64,7 anni per gli uomini e 63,9 anni per le donne. Per chi invece ha iniziato a lavorare nel 2024, la prospettiva è peggiore: in media, 66,4 anni per gli uomini e 65,9 anni per le donne. Oltre la metà degli Stati dell’Ocse alzeranno la loro età pensionabile, e l’Italia sarà nel ristretto gruppo di quelli che prevedono di superare i settant’anni: insieme a lei solo Svezia e Paesi Bassi, con l’Estonia che arriverà a 71 anni e la Danimarca addirittura a 74 (anche se ci si aspetta che il Parlamento intervenga e, superata la soglia dei settant’anni, rallento l’aumento). Per contrasto, in Colombia, Slovenia e Lussemburgo l’età di pensionamento non cambierà, stando alle leggi attuali, e resterà fissa a 62 anni.
Non è un mistero che l’Italia, con il suo sistema collegato all’aspettativa di vita (diffuso in molti altri Paesi, ma non tutti) arriverà a superare i 70 anni. Stando alle previsioni ufficiali della Ragioneria generale dello Stato, basate sulle stime di Istat, l’anno in cui scatterà la soglia dei 70 anni per la pensione sarà il 2067.
I primi a sperimentarla, quindi, saranno i nati nel 1997. La soglia continuerà poi ad alzarsi gradualmente. Ad esempio, chi inizia a lavorare oggi e ha 22 anni arriverà alla pensione nel 2073, con un requisito di età di 70 anni e quattro mesi. O, se avrà avuto una carriera molto continua, senza grossi periodi di disoccupazione, potrà puntare sulla pensione anticipata con 46 anni e un mese di
contributi nel 2071, quando avrà ‘solo’ 68 anni di età. Al netto, come sempre, di riforme pensionistiche nei prossimi anni.
Il problema è che fare riforme per agevolare il pensionamento è difficile, quando la popolazione invecchia così in fretta. Da qui al 2050, secondo l’Ocse, la proporzione tra la popolazione over 65 e i 20-64enni aumenterà di oltre il 25%. Cioè, se oggi ci sono 39 persone oltre i 65 anni per ogni cento persone in età attiva, questo numero diventerà più di 64 ogni cento.
Allo stesso tempo, mentre aumentano gli anziani, calerà la popolazione in età da lavoro. La discesa media prevista è del 13%, ma anche in questo l’Italia si distingue in negativo. Il calo previsto è di oltre il 35%: è il dato peggiore insieme a Corea, Lettonia, Lituania e Polonia.
Complicato, quindi, facilitare le pensioni se non ci sono abbastanza lavoratori e lavoratrici per pagarle. Già oggi, sempre secondo le stime Ocse, la spesa pubblica per le pensioni vale circa il 16% del Pil in Italia. Al secondo posto in assoluto, dietro solo alla Grecia. E almeno un quarto di quel costo non è coperto dai contributi versati da chi lavora. Sono, insomma, soldi che lo Stato deve trovare altrove. E quel costo non farà che aumentare, se ci sono sempre più anziani e sempre meno persone che producono e pagano contributi.
(da Fanpage)
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