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LEGITTIMO IMPEDIMENTO BOCCIATO IN PARTE: A DECIDERE DOVRANNO ESSERE I GIUDICI

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

SENTENZA SFAVOREVOLE A BERLUSCONI DA PARTE DELLA CONSULTA: NON SARA’ PIU’ AL RIPARO DAI PROCESSI CHE LO VEDONO IMPUTATO…CADONO LA CERTIFICAZIONE AUTOMATICA DI PALAZZO CHIGI E IL RINVIO DI SEI MESI DELL’UDIENZA: DOVRANNO VALUTARE SOLO I GIUDICI

Parziale, ma sostanziale bocciatura.
E’ questo il verdetto della Consulta al termine della lunga camera di consiglio per valutare la costituzionalità  della legge sul legittimi impedimento.
Stando a quanto riferisce l’Ansa, la decisione dell’Alta Corte ha preso una decisione che in parte boccia e in parte interpreta alcune norme sul ‘legittimo impedimento’, la Corte Costituzionale avrebbe posto diversi e pesanti paletti alla legge nata per mettere temporaneamente al riparo il premier Berlusconi dalla ripresa dei suoi tre processi (Mills, Mediaset e Mediatrade).
In particolare, la Consulta avrebbe bocciato la certificazione di Palazzo Chigi sull’impedimento e l’obbligo per il giudice di rinviare l’udienza fino a sei mesi, dichiarando illegittimo il comma 4 dell’art.1 della legge 51 del 2010.
E avrebbe bocciato in parte il comma 3, affidando al giudice la valutazione del ‘legittimo impedimento’.
La Consulta – apprende sempre l’Ansa – avrebbe inoltre fornito una interpretazione del comma 1, ritenendolo legittimo solo se, nell’ambito dell’elenco di attività  indicate come impedimento per premier e ministri, il giudice possa valutare l’indifferibilità  della concomitanza dell’impegno con l’udienza, nell’ottica di un ragionevole bilanciamento tra esigenze della giurisdizione, esercizio del diritto di difesa e tutela della funzione di governo, oltre che secondo un principio di leale collaborazione tra poteri.
Bocciato invece per “irragionevole sproporzione tra diritto di difesa ed esigenze della giurisdizione” (art. 3 della Costituzione) il comma 4 dell’art. 1 che prevede nello specifico quanto segue: “Ove la Presidenza del Consiglio dei ministri attesti che l’impedimento è continuativo e correlato allo svolgimento delle funzioni di cui alla presente legge, il giudice rinvia il processo a udienza successiva al periodo indicato, che non può essere superiore a sei mesi”.
Il comma 3, rispetto al quale la Corte sarebbe intervenuta con una pronuncia ‘additiva’ , prevede che “il giudice, su richiesta di parte, quando ricorrono le ipotesi di cui ai commi precedenti, rinvia il processo ad altra udienza”.
Il comma 1, di cui la Consulta ha invece dato una interpretazione conforme alla Costituzione, prevede che per premier e ministri, chiamati a comparire in udienza in veste di imputati, costituisce legittimo impedimento “il concomitante esercizio di una o più delle attribuzioni previste dalle leggi o dai regolamenti”.
A seguire, sempre il primo comma, elenca i riferimenti normativi riguardanti specifiche attività  tra le quali, ad esempio, il consiglio dei ministri, la conferenza Stato-Regioni, impegni internazionali etc.
Dopo questo elenco minuzioso, il comma 1 prevede che sono oggetto di legittimo impedimento le “relative attività  preparatorie e consequenziali, nonchè ogni attività  comunque coessenziale alla funzioni di governo”.

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FIAT, DA STASERA SI VOTA, A CONFRONTO LE RAGIONI DEL “SI” E QUELLE DEL “NO”: SCIOPERO, ORARI E PAUSE

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

VENTI MILIARDI DI INVESTIMENTI PROMESSI, RIDUZIONE DEI DIRITTI, AUMENTO DEI RITMI DI LAVORO: GLI OPERAI CHIAMATI A SCEGLIERE IL PROPRIO FUTURO IN UN CLIMA DI TENSIONE E DI RICATTO… CON L’ANOMALIA DI UN PREMIER CHE INVITA LA FIAT AD ANDARE ALL’ESTERO IN CASO DI SCONFITTA

Gli operai delle carrozzerie di Mirafiori, 5500, cominceranno a votare questa sera durante il turno che inizia alle 22.
Le votazioni si chiuderanno domani.
Molto probabile la vittoria dei “Sì” all’accordo, ma è molto rilevante quale sarà  la percentuale dei “No”.
Queste le ragioni per scegliere l’approvazione o la bocciatura dell’accordo che prevede investimenti in cambio di flessibilità  e minori tutele…

Limiti al diritto di sciopero
SàŒ:   Sanzionare chi sciopera contro l’accordo (fino al licenziamento) è l’unico modo che ha l’azienda per assicurarsi che sia rispettato, visto che neppure gli iscritti dei sindacati firmatari sono vincolati a farlo
NO: Il diritto di sciopero è garantito dalla Costituzione (articolo 40) ed è un diritto individuale, i sindacati non possono porvi limiti, non è nella loro disponibilità …

Aumentano Turni e straordinari
SàŒ: La flessibilità  è indispensabile per competere nel mercato dopo la crisi e approfittare dei picchi di domanda. Le retribuzioni mensili aumenteranno grazie al maggior ricorso al lavoro notturno e agli straordinari…
NO: La totale discrezionalità  dell’azienda nel decidere quando e come chiedere straordinari e turni aggiuntivi impedisce di organizzarsi la vita. E passare da 40 a 200 ore (120 su richiesta dell’azienda) di straordinario significa un aumento sensibile del carico di lavoro…

Pause più brevi e taglio di 10 minuti

SàŒ: La variazione è poco rilevante, i 10 minuti che si perdono vengono anche retribuiti (32 euro al mese).
NO: I lavori ripetitivi richiedono pause abbastanza lunghe da far riposare il corpo, altrimentisono inutili. Tre pause da dieci minuti non equivalgono a una di trenta…

Sanzioni per l’assenteismo
SàŒ:   Scattano solo in situazione di evidente anomalia, quando ci sono picchi, vicino ad altri riposi o ferie, che fanno sospettare un comportamento scorretto. I furbi penalizzano chi si comporta correttamente, quindi ben venga la linea dura.
NO:   Il problema di Mirafiori non è l’assenteismo, come non lo era a Pomigliano, ma che le fabbriche sono ferme perchè non c’è domanda di auto Fiat. Misure come queste servono solo a marcare il controllo aziendale sui dipendenti, impedendo di valutare caso per caso…

Fiom senza rappresentanza
SàŒ: Lo statuto dei lavoratori, nuova norma di riferimento visto che la nuova Mirafiori non sarà  in Confindustria e quindi non si applica l’accordo del 1993, prevede rappresentanze soltanto per chi firma l’accordo. La Fiom lo sapeva e ha scelto di non aderire. Visto che la Fiom non ne condivide i contenuti, è logico che siano gli altri sindacati a vigilare sulla sua applicazione.
NO: Il problema non è solo la Fiom. Non ci saranno più elezioni dei rappresentanti: ne vengono assegnati 15 a ogni sindacato firmatario a prescindere da quanto sia rappresentativo. I sindacati firmatari, come Cisl, Uil e Fismic, hanno poi diritto di veto sull’eventuale adesione della Fiom, che non potrà  più neppure usufruire dei normali strumenti sindacali, come le trattenute in busta paga e i permessi per i delegati…

Investimenti per 20 miliardi di euro
SàŒ:   In questo momento non si può contraddire Marchionne perchè altrimenti si rimette in discussione il piano industriale che prevede 20 miliardi di investimenti in Italia. È l’ultima chance di rendere il Paese rilevante nel settore, perchè solo sfruttando al massimo gli impianti (una volta adeguati) si può essere competitivi…
L’alternativa agli investimenti è lo spostamento della produzione all’estero e, in prospettiva, forse la chiusura.
NO: La Fiat non ha 20 miliardi cash da investire, forse spera di recuperarli dalla quotazione di Chrysler. Per ora ci sono soltanto 700 milioni a Pomigliano. In ogni caso non c’è alcuna garanzia che ci sia la domanda di auto Fiat per raddoppiare la produzione di qui al 2014, come prevede il piano industriale…

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FINI A TREMONTI: “PRIVATIZZAZIONI, TAGLIO DELLE PROVINCE E DEGLI ENTI INUTILI, LIBERALIZZAZIONI: A QUANDO I FATTI?”

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

DOPO LA LETTERA DI TREMONTI AL “CORRIERE DELLA SERA”, FINI RICORDA CHE “PRIVATIZZAZIONI E TAGLI DEGLI ENTI INUTILI SI POSSONO FARE SUBITO E A COSTO ZERO”…”IL GOVERNO PREDICA RIFORME LIBERALI, MA NON LE FA: OCCORRONO FATTI NON PAROLE”

«La discussione aperta prima da Piero Ostellino e poi da Giulio Tremonti sul Corriere della Sera, ha di certo il merito di puntare al cuore dei problemi e delle prospettive dell’Italia: a partire dalla capacità  competitiva, da difendere ma soprattutto da rilanciare, della nostra economia».
Gianfranco Fini risponde, con un editoriale sul Secolo, alla lettera del ministro dell’Economia pubblicata martedì sul nostro giornale.
«La mancata risposta su questi temi – osserva Fini – al netto del clamore della polemica, è una delle ragioni della presa di distanza di Futuro e libertà  dal governo e anche uno dei nodi da cui dipende il destino della legislatura in corso».
Il presidente della Camera pensa però «come Tremonti, che non sia tempo di cercare le colpe della situazione presente. È tempo di cambiarla».
Una riforma dell’art. 41 della Costituzione «è oggi assolutamente opportuna», concorda Fini con Tremonti, ma aggiungendo che «al di là  della “riforma liberale” che il Pdl ha predicato senza praticarla in questi lustri, il dibattito politico ha bisogno di un salto di qualità ».
«Sarei insincero – prosegue il leader di Fli – se non aggiungessi però che il miglior viatico per questa riforma apparentemente minima ma profonda, sarebbe quello di comportamenti corretti in primis da parte del governo e del legislatore. Si può fare molto anche a Costituzione invariata».
E allora Fini si chiede: «perchè non riprendere il processo interrotto delle privatizzazioni per ridurre il debito, punto dimenticato del programma elettorale del centrodestra? La riduzione del debito pubblico – ragiona la terza carica dello Stato – è la vera politica per i giovani: se non interveniamo drasticamente, i debiti di oggi saranno le tasse di domani».
«Perchè – chiede ancora Fini – non ridurre drasticamente il peso e il costo dello Stato e della politica, abolendo le province inutili, accorpando comuni ed enti strumentali e dismettendo le partecipazioni pubbliche nelle vecchie municipalizzate?».
Per il leader di Fli andrebbe anche valutata l’ipotesi di una privatizzazione della Rai, «non per svenderla» ma per evitarle un declino sul modello della «vecchia» Alitalia.
E sul piano delle proposte, l’inquilino di Montecitorio suggerisce ancora: «Il governo potrebbe finalmente presentare – già  con discreto ritardo, rispetto ai termini previsti – la legge annuale sulla concorrenza. Al fine di abbattere le barriere di accesso ai mercati e alle professioni».
«Sul piano locale, si dovrebbe dare concreta attuazione al decreto Ronchi sulla liberalizzazione della gestione dei servizi pubblici locali. Sono tutte riforme a costo zero. Che ne pensa il ministro Tremonti?».

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A BELLUNO NON PIACE LA PADANIA: E LA PROVINCIA CHIEDE LA SECESSIONE

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

BELLUNO CHIEDE L’ANNESSIONE AL TRENTINO: UN DURO COLPO PER LA LEGA E IL FEDERALISMO…DOPO AVER PREDICATO TANTO LA SECESSIONE, ORA I LEGHISTI SE LA TROVANO IN CASA… E CALDEROLI ADESSO NON VUOLE IL REFERENDUM

Oltre 17mila firme costringono la giunta della provincia a pronunciarsi a favore del referendum.
Un duro colpo per la Lega e per il federalismo fiscale
Purchè secessione sia.
Un’intera provincia, quella di Belluno, tra le più leghiste d’Italia col 35 per cento di consensi per il Carroccio, chiede di traslocare dal Veneto al Trentino Alto Adige.
Oltre 17.000 firme hanno costretto la giunta provinciale a pronunciarsi a favore del referendum, creando una pericolosa frattura all’interno della Lega nord che, al momento di votare, si è spaccata.
In barba al capo, Umberto Bossi, quello del federalismo o morte, i leghisti del profondo nord chiedono la secessione, e questa volta dal nord.
Una corsa ai denari di cui possono godere province e regioni autonome?
Ovvio che sì.
Se la Lega crede nel federalismo fiscale, i leghisti dimostrano di trovarlo uno spauracchio.
E puntano a quelle autonomie che i soldi li hanno già  garantiti.
La richiesta, unica, di una provincia intera che chiede il trasferimento, è motivata anche da una specificità  molto più simile a quella del Trentino Alto Adige che al Veneto, uniti da quel patrimonio che sono le Dolomiti.
Ma alla base resta la voglia di autodeterminarsi, lontani da Venezia e dal Veneto, e di non sopportare più i tagli, le poche risorse al turismo, il meno 25 per cento alla sanità  in montagna, la chiusura dell’università  di Feltre.
Così, insieme ad altri 500 comuni di confine, quasi tutti a maggioranza leghista, Belluno e la sua provincia dicono addio alla linea di Bossi, fino a oggi mai contraddetto, neppure sulle piccole questioni, pena l’espulsione, come avvenne qualche anno fa per Donato Manfroi e Paolo Bampo, parlamentari leghisti della prima ora, solo per citare le più eclatanti.
E non è che il senatur non si fosse pronunciato sull’argomento.
Alla cena degli ossi, incalzato dai cronisti del Corriere delle Alpi, aveva detto: “L’autonomia è difficile, ma stiamo cercando di darvi un po’ di soldi in più, di aiutarvi, perchè lo sappiamo cosa succede quanto si fa fatica e si vedono vicini che stanno bene come le province di Trento e Bolzano. Però dobbiamo portare a casa il federalismo fiscale, questa è la linea della Lega. E vedrete che le cose cambieranno”.
Più o meno la risposta data da Luca Zaia, il presidente della Regione Veneto, in un primo quasi ironico nei confronti degli autonomisti, ma che ieri è stato costretto ad abbassare i toni: “Pensiamo al federalismo, quella è la nostra strada”.
Più esplicito ancora era stato il ministro Roberto Calderoli: ”Il referendum? Cos’è ‘sta roba? Non se ne parla nemmeno. Con la riforma federalista, tutte le Province e le Regioni diventeranno speciali, autonome, quindi non c’è alcun bisogno di questa fuga in avanti. Sarà  in questo modo che risponderemo alle attese dei bellunesi”.
Ma da oggi la Lega dovrà  fare i conti con la linea secessionista di uno dei suoi territori più cari e che forse aveva sottovalutato: con ventuno voti favorevoli (di cui uno “tecnico” del leghista Cesare Rizzi) e due contrari (Renza Buzzo Piazzetta e Gino Mondin, Lega) il Consiglio provinciale di Belluno ha approvato la richiesta di dare avvio all’iter per il referendum.
Un referendum che dovrebbe portare, nelle intenzioni del Comitato e delle 17.500 persone che hanno firmato, al distacco della Provincia dalla Regione Veneto e alla aggregazione al Trentino Alto Adige.
Nelle tre ore di discussione, seguite in diretta dalle tv locali, i consiglieri provinciali hanno parlato dei problemi del Bellunese: dallo spopolamento al disagio di vivere in montagna, alle disparità  economiche che ci sono sono con i vicini del Trentino Alto Adige.
Ma cosa accadrà  adesso dal punto di vista formale?
Quello referendario è uno slogan o una possibilità  concreta?
Intanto la Provincia di Belluno dovrà  avviare l’iter, inviando il pronunciamento dell’assemblea al ministero dell’Interno con la richiesta di indizione del referendum, in teoria entro sei mesi.
Un referendum che, anche se previsto dall’articolo 132 della Costituzione, non si è mai svolto in questi termini.
Il ministro poi dovrebbe trasferire il plico alla Cassazione, che verificherebbe l’ammissibilità  del quesito e, se la risposta fosse positiva, un decreto del presidente della Repubblica indirrebbe il referendum nel giorno ritenuto più opportuno.
Ma è ma molto probabile che le eccezioni vengano fatte sul nascere e che il referendum resterà  solo una dimostrazione. Forte, ma pur sempre una dimostrazione politica che non avrebbe esito concreto.
Una grana, soprattutto per la Lega.
Già , perchè a Belluno vanno aggiunti gli altri 500 e passa Comuni, riuniti sotto la sigla dell’Asscomiconf, l’associazione dei Comuni di confine, che vogliono cambiare casa: chi sta in Veneto chiede l’Alto Adige, il Trentino o il Friuli Venezia Giulia, chi è in Piemonte in Lombardia vuole la Valle d’Aosta. E così via.
Una secessione nelle roccaforti del partito che un’altra secessione, quella dal sud del Paese, l’ha predicata fin troppo.
Fino a trovarsela, oggi, come un problema interno.

Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA CONSULTA VERSO L’INCOSTITUZIONALITA’: GIUDICI DIVISI, 8 A 7 PER LA BOCCIATURA

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

OGGI LA CORTE DECIDE SUL LEGITTIMO IMPEDIMENTO: LE TOGHE DISCUTONO SE ABROGARE LA LEGGE O “TAGLIARE” TUTTE LE PROTEZIONI AL PREMIER… POTREBBE FINIRE 8-7 OPPURE 9-6, IL COMUNICATO A META’ POMERIGGIO

È oggi il gran giorno. Nelle mani della Consulta l’ennesimo scudo per evitare che il Cavaliere si sobbarchi allo stillicidio delle udienze dei casi Mills, Mediaset, Mediatrade.
Su cui un primo segnale negativo è già  arrivato. La Corte ha ammesso il referendum abrogativo proposto da Antonio Di Pietro. Che esulta: “La resa dei conti per Silvio Berlusconi si avvicina inevitabilmente e inesorabilmente. Così dev’essere, perchè siamo tutti uguali davanti alla legge”.
Il costituzionalista Alessandro Pace, che ha sostenuto le ragioni dell’Idv in camera di consiglio per sottoporre la legge al giudizio popolare, non ha dubbi: “Va cancellata perchè va contro la Carta. Il legittimo impedimento ordinario è più che sufficiente”.
Questo è il quesito per i giudici.
I 15 entrano in camera di consiglio alle 9 e 30.
Palazzo off limits per la stampa in tutti e cinque i piani. In strada i supporter del no raccolti nel Popolo viola. Attesa per il verdetto che, dicono i bene informati, potrebbe uscire a metà  pomeriggio.
Reso pubblico a tutti con un comunicato, come avvenne per i lodi Schifani e Alfano.
Rinvii? Ieri sera erano esclusi. Conclusione? Una dèbacle per la legge.
Una pronuncia di piena incostituzionalità . Norma nel cestino.
Processi che riprendono a Milano dal giorno dopo. Decisione di stretta misura. Otto a sette. Al massimo nove a sei, proprio come finì per lo scudo Alfano.
In alternativa, una soluzione definita “altrettanto severa” nei confronti della legge. Una tagliola che dichiarerebbe incostituzionali, e quindi da espungere, tutti i passaggi che riguardano la “protezione” degli impegni del premier, “le attività  preparatorie e consequenziali, nonchè co-essenziali alle funzioni di governo”.
Via anche il carattere “continuativo” degli appuntamenti istituzionali, che tornerebbero a essere quello che sono per i normali cittadini, singoli incontri e meeting. Via anche il certificato della presidenza del Consiglio.
Neppure presa in considerazione una sentenza interpretativa di rigetto, cioè la bocciatura dei ricorsi di Milano con il “contentino” di salvare la legge, interpretarla, e dire che il giudice non deve rinunciare al suo potere di sindacato sull’inderogabilità  degli impegni presentati.
“Non esiste e non è mai esistita” dicono fonti qualificate della Corte.
Anche se da più parti è stata sollecitata come una possibile mediazione.
Dopo la spaccatura per l’elezione del presidente Ugo De Siervo (un mese fa e finita otto a sette), giudici di sinistra contro giudici di destra, oggi si torna a far la conta sul legittimo impedimento.
Dice la medesima fonte: “È un fatto, siamo divisi, la decisione sarà  comunque presa a maggioranza, e qualcuno ci resterà  male o si sentirà  frustrato, ma questo non ci preoccupa, l’importante è che essa sia chiara, comprensibile, e non lasci adito a dubbi”.
Ancora ieri sera i colloqui tra le alte toghe erano in pieno svolgimento: tra chi ritiene la legge del tutto o in grossa parte incostituzionale (lo stesso De Siervo, il relatore Cassese, Criscuolo, Gallo, Lattanzi, Silvestri, Tesauro, Maddalena), e chi vorrebbe a tutti i costi salvarla. Per certo Mazzella e Napolitano, i due giudici della cena con Berlusconi, Alfano e Letta. E poi Frigo, Saulle, Quaranta, con cui potrebbero alla fine schierarsi anche Finocchiaro e Grossi.
La Corte si divide tra chi, nel primo gruppo, chiede una pronuncia squisitamente giuridica e mette in secondo piano gli inevitabili effetti politici, addirittura il rischio di elezioni.
E chi, all’opposto, enfatizza le possibili conseguenze, quasi che la Consulta dovesse farsi carico degli equilibri della legislatura. Se prevarrà  l’incostituzionalità  piena, allora avranno vinto i puristi dell’interpretazione legislativa che non piega l’irreprensibilità  delle norme alle esigenze sovrane della politica.
Se prevarrà  quella parziale sarà  scritto nelle righe del comunicato il peso del compromesso.

Liana Milella
(da “la Repubblica“)

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ANCHE IN GERMANIA, IN VISITA UFFICIALE, SILVIO PARLA A VANVERA SU MAGISTRATI E POLITICA ITALIANA

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

IL LEGITTIMO IMPEDIMENTO? NON L’HA CHIESTO LUI, MA I GRUPPI PARLAMENTARI… LA SENTENZA DELLA CORTE? PER LUI E’ NOTORIAMENTE INDIFFERENTE… UNA GRANDE COALIZIONE? DA SCARTARE PERCHE’ NELL’OPPOSIZIONE NON C’E’ NESSUNO SERIO…LA MERKEL HA POTUTO COSI’ CAPIRE CHE IN ITALIA SONO TUTTI COGLIONI, SALVO LUI

Forse ci sarà  anche “un giudice a Berlino”, ma quelli che preoccupano di più il premier sono certamente quelli italiani.
In visita ufficiale in Germania, durante la conferenza stampa congiunta con Angela Merkel, il premier è riuscito, come al solito, a parlare di fatti che ai tedeschi possono interessare meno che zero, ovvero le sue vicende giudiziarie e la sua terza gamba zoppa.
Durante il vertice italo-tedesco, Berlusconi non ha perso occasione per attaccare i giudici (“In tv spiegherò che sono la patologia italiana”), parlare del legittimo impedimento (“nessun pericolo per il governo dalla decisione della Consulta”) e chiosare sul governo (“In Italia impossibile una grande coalizione”)
“Non credo che in Italia ci sia la possibilità  di una grande coalizione. Purtroppo non possiamo contare su una opposizione socialdemocratica – ha sottolineato Berlusconi -. È un’opposizione divisa, senza idee, senza progetti, senza leader. Non vediamo dentro questa coalizione nessuna persona che possa essere presa sul serio e con cui sia possibile parlare in modo serio”.
Come al solito sono tutti coglioni, salvo lui, modestia a parte.
Legittimo impedimento: ”non c’è nessun pericolo per la stabilità  di Governo qualunque sia l’esito della decisione della Corte Costituzionale”, ha assicurato il presidente del Consiglio alla vigilia della sentenza della Consulta.
Berlusconi si supera quando dice ”io non l’ho mai richiesta; è un’iniziativa portata avanti dai gruppi parlamentari” (probabilmente a sua insaputa).
Ma come la sentenza gli sia indifferente lo si capisce subito dopo quando   afferma: “spiegherò agli italiani di cosa si tratta, della patologia di un organismo giudiziario che, come ho detto anche alla cancelliera Merkel, si è trasformato in potere giudiziario esorbitando dal suo alveo costituzionale”.
Bene facciamoci conoscere anche all’estero…
”Sono totalmente indifferente al fatto che ci possa essere un fermo o meno dei processi, che considero ridicoli, su fatti per i quali ho avuto modo di garantire ( come il confetto Falqui, basta la parola ndr) che sono inesistenti, giurando sui miei figli e sui miei nipoti”, ha continuato Silvio Berlusconi.
Se sono ridicoli, basta fare come fanno tutti gli altri cittadini italiani: andare in tribunale e difendersi, dimostrando la propria innocenza ( a destra si fa così).
Italia e Germania sono convinte che per la stabilizzazione della zona Euro occorra un “grande coordinamento politico”.
Un coordinamento che “va rafforzato e portato avanti”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel al termine del vertice “ci deve essere sempre un bilanciamento delle energie: ci deve essere solidarietà  e controllo della stabilità  e della crescita in Europa”.
Poveretta, la Merkel non ha neanche parlato dei “fatti suoi” tedeschi, forse ha sbagliato vertice e conferenza stampa.
La sprovveduta ha continuato a parlare di problemi europei…

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L’ULTIMO BLUFF DEL FEDERALISMO FISCALE IN COMMISSIONE: SOTTO IL VESTITO SOLO PIU’ TASSE

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

PER BOSSI IL PARERE (NON VINCOLANTE) DELLA BICAMERALE È DECISIVO, MA LA RIFORMA RESTA UNA SCATOLA VUOTA…COSTI STANDARD, QUALCUNO HA BARATO: NON SI CONSIDERANO PIU’ COME PARAMETRO DI RIFERIMENTO LE REGIONI PIU’ EFFICIENTI, MA SOLO CINQUE REGIONI, DI CUI DUE CON BILANCI IN DISSESTO…TRA TANTE MODIFICHE, ALLA FINE IL PARAMETRO RESTA IL COSTO STORICO E IL FEDERALISMO PORTERA’ SOLO MAGGIORI TASSE

Per la Lega è il momento della verità , l’occasione per decidere se il governo deve vivere o morire.
Ma il passaggio del federalismo fiscale nella commissione bicamerale (cioè composta sia da deputati che da senatori) ha un valore solo politico: quindici membri della maggioranza, quindici dell’opposizione, il presidente (finiano) Mario Baldassarri in bilico.
Ieri è cominciato l’iter, c’è tempo fino al 28 gennaio per approvare gli ultimi decreti attuativi del federalismo fiscale.
Funziona così: nel 2009 il Parlamento approva la legge delega sul federalismo fiscale, poi tocca al Consiglio dei ministri emanare i decreti legislativi (che danno sostanza alla delega) su cui la bicamerale dà  un parere consultivo.
Poi si esprimono le commmissioni competenti di Camera e Senato e infine i decreti devono essere convertiti in legge dal Parlamento.
Il senso dei 17 giorni per approvare gli ultimi cinque decreti attuativi è dunque tutto politico, una prova di fedeltà  alla Lega.
Nel concreto cambierà  davvero poco perchè il federalismo fiscale era e resta soprattutto una scatola vuota.
Il punto di cui si discute ora è il fisco comunale.
L’idea originale, condivisa un po’ da tutti, era di assegnare ai Comuni la gestione di alcuni tributi, così da renderli responsabili delle spese.
Risultato: nel 2011 i Comuni riceveranno da Roma esattamente gli stessi soldi del 2010, circa 13 miliardi di euro, ma da un “fondo di riequilibrio” invece che come normale trasferimento dal centro alla periferia.
Gli enti locali protestano, poi, perchè il calcolo dei trasferimenti si fa sul 2010, cioè include i tagli della manovra di luglio, quindi le riduzioni rispetto al 2009 diventano strutturali. E dal 2012…?
È un mistero perfino se questo “fondo di riequilibrio” avrà  sempre la stessa dotazione o verrà  finanziato a seconda delle disponibilità  dello Stato.
Le entrate   che dovrebbero contribuire a questo fondo restano molto incerte. Dal 2014 il federalismo municipale dovrebbe andare infatti a regime, tutto centrato sulla tassazione delle abitazioni e sull’Imu, l’imposta municipale unica.
L’Imu, lo ha ribadito ieri il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, rimarrà  quella prevista nella versione dei decreti sottoposta alla bicamerale: riguarderà  soltanto le seconde e terze case.
Tradotto: i Comuni in zone turistiche e le grandi città  dove in molti hanno più di un immobile avranno più risorse a disposizione, o almeno più autonomia, soltanto perchè il governo non può rimangiarsi l’abolizione dell’Ici sulla prima casa (iniziata dall’esecutivo di Romano Prodi).
Quasi tutta la tassazione immobiliare finisce dunque sulle seconde e terze case.
L’altra novità  immobiliare del federalismo fiscale è la cedolare secca sugli affitti.
Il reddito che genera l’affitto, cioè, non dovrebbe più essere conteggiato nell’Irpef (dove ci sono aliquote progressive) ma tassato con un’aliquota unica del 20 per cento.
Lo scopo è far emergere dal sommerso molti affitti che vengono pagati in nero, secondo il principio che se l’imposizione è più bassa si è meno inclini a evadere.
I benefici sono tutti da dimostrare, i costi più evidenti.
Perfino Mario Baldassarri, da sempre grande sponsor della cedolare secca, ha alzato un sopracciglio quando il governo ha ridotto le stime di costo da 3 miliardi a uno.
Perchè almeno all’inizio, nell’attesa che i proprietari si decidano a far emergere dal nero gli affitti, il gettito cala sicuramente.
L’opposizione ha chiesto che sia il governo a pagare la differenza, nel caso il buco si concretizzi nei 3 miliardi temuti.
Calderoli però sa che ottenere una simile garanzia dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è praticamente impossibile. Perchè le risorse sono troppo poche per avere un’incognita di due miliardi all’anno…
Per questo Calderoli ieri ha spiegato che il decreto sul fisco municipale cambierà  ancora, prevedendo una compartecipazione dei Comuni all’Irpef. Piccolo problema: il rischio così è che, a riforma approvata, le addizionali comunali e regionali dell’Irpef siano superiori a quelle di oggi.
Cioè più tasse per tutti.
Tutto questo si salda con il mai risolto problema dell’Ici sulle prime case, abolito come imposta, ma che ha generato un trasferimento sostitutivo dallo Stato di 3,4 miliardi che devve essere prorogato.
Come con gli altri decreti, quindi, i compromessi che si stratificano nei vari passaggi parlamentari rendono sempre più difficile da applicare il principio leghista all’apparenza lineare secondo cui i soldi devono restare sui territori che li hanno generati.
Lo si è visto anche con il punto che doveva essere più rivoluzionario, il passaggio dalla spesa storica (le risorse a cui hai diritto si calcolano in base a quanto spendevi in passato) ai costi standard (risorse proporzionali a quanto dovresti spendere, in base ai servizi erogati).
A dicembre ha avuto il via libera dalla Conferenza Stato-Regioni un bizantino meccanismo di calcolo in cui il calcolo dei trasferimenti non considera le Regioni più efficienti come parametro di confronto, ma un pacchetto di cinque Regioni di cui due con i bilanci in dissesto.
Poi si considera la media della spesa storica corretta per le variabili demografiche, tipo l’età  media degli abitanti o la dispersione.
E si perde ogni contenuto rivoluzionario, visto che alla fine il parametro resta il costo storico.
Sulle sanzioni per chi non riesce comunque a rispettare i parametri (inclusa l’ineleggibilità  per gli amministratori) c’è poi grande incertezza su come si tradurranno dalla teoria alla pratica.
Ma alla Lega serve un successo immediato, quale il parere positivo della bicamerale, mentre per risolvere (o rimandare ancora) questi problemi c’è tempo fino a maggio, quando scadrà  la delega che autorizza il governo a emanare i decreti attuativi in materia di federalismo fiscale…

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“IL FIGLIO DEL MINISTRO DECOLLA CONTROMANO”: COM’E’ DIFFICILE IN ALITALIA ESSERE FIGLIO DI MATTEOLI

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

ASSUNTO IN MODO ANOMALO PER UN APPARENTE DISGUIDO POSTALE, FEDERICO MATTEOLI PARE AVVIATO A BRUCIARE LE TAPPE DI UNA BRILLANTE CARRIERA…DOPO SOLI NOVE ANNI POTREBBE DIVENTARE COMANDANTE: E LE VOCI MALIGNE NON MANCANO

Vita dura fare il pilota Alitalia se tuo padre è ministro dei Trasporti.
Ti senti addosso gli sguardi dei colleghi, devi respingere accuse che ti piovono da ogni parte.
Ma stavolta Federico Matteoli, figlio di Altero, ha deciso di ricorrere al Tribunale di Roma e di chiedere centomila euro di danni.
Certo l’accusa era grossa.
Basta leggere i blog frequentati dai piloti Alitalia per rendersene conto: “Provate a farvi un giretto sulle frequenze Acc (controllo del traffico aereo), le trovate sul web. E soprattutto: al Kennedy (principale aeroporto di New York) andate contromano in rullaggio (dal parcheggio alla pista di decollo), decollate senza autorizzazione (del controllore di volo), dirottate senza concordarlo con il controllore del traffico aereo e vedete poi se la Faa (Federal Aviation Administration) americana chiuderà  un occhio anche se siete figli di un ministro”, scrive un anonimo blogger.
Non ci vuole un grande sforzo per capire a chi si riferisca: Federico Matteoli…
Sembra la manovra di uno stuntman piut tosto che di un pilota di Boeing 777, un colosso di settanta metri da 300 passeggeri.
Così Matteoli alla fine si è rivolto ai suoi legali. Ma ormai il giallo era sulla bocca dei piloti…
Il Fatto Quotidiano ha cercato inutilmente prove dell’episodio: all’Enac (l’Ente Nazionale Aviazione Civile) non risulta nulla, dalla Faa (Federal Aviation Authority) non arrivano conferme.
Federico Matteoli, più volte contattato, era “impegnato”.
Possibile che si tratti di una leggenda aeronautica…?
Di prove, finora, nemmeno l’ombra.
Chissà , forse è tutta colpa di quella parentela ingombrante e del curriculum di Matteoli. Era il 2002 quando l’Alitalia assunse Federico.
Niente da dire sulle sue qualità , “un’ottima persona e un pilota capace”, dicono i colleghi.
Ma dopo l’11 settembre 2001, Alitalia aveva adottato la procedura della legge 223 su mobilità  e blocco delle assunzioni…
Una misura drastica, tanto che, raccontano in Alitalia, “alcuni piloti che erano in lista d’attesa furono messi sotto contratto come steward”.
Con una sola eccezione: il 19 marzo 2002 nell’azienda in crisi entra Federico Matteoli, classe 1973, pilota di Md 80.
All’epoca dei fatti i colleghi di Matteoli jr la spiegarono così: “Federico e un suo collega erano dipendenti di Eurofly. Alitalia decise di assumerli a tempo determinato per fare fronte a necessità  temporanee. Alla scadenza del contratto, come è previsto, il collega ha ricevuto una lettera da Alitalia che non rinnovava il rapporto”.
E Matteoli…? “Per un disguido, a quanto pare, la lettera è arrivata in ritardo. Così, come previsto dal contratto, il pilota è stato assunto a tempo indeterminato”.
È solo la prima tappa.
Quando Alitalia viene privatizzata i piloti puntano gli occhi su Matteoli junior. “Avendo come base Milano riuscì a evitare la cassa integrazione”, raccontano oggi sindacalisti Alitalia.
Niente di illecito, ma abbastanza per alimentare le chiacchiere. Basta…? No. Federico abbandona gli Md80 e approda al Boeing 777, il gigante dei cieli, sogno di tutti i piloti.
Tutto regolare: adesso Alitalia è privata e il contratto Cai prevede una clausola che consente di scegliere il 25% del personale al di fuori di graduatorie e liste di anzianità  (Federico, uno degli ultimi assunti, era in coda nelle liste dei piloti).
“È un criterio senza senso perchè non premia il merito, ma si presta a lasciare spazio a personaggi, anche sindacalisti, che non avrebbero magari potuto occupare quei posti”, sostiene Carlo Galiotto, ex comandante Alitalia. L’ultimo capitolo è di questi giorni: Matteoli starebbe per tornare all’Airbus A320, un aereo più piccolo.
Una bocciatura…? “No, è la strada per diventare comandante.
Dopo appena nove anni di servizio, mentre c’è gente che aspetta decenni”, sibilano i critici.
Chissà , forse Matteoli maledirà  le sue origini.
Meglio avere un papà  meno ingombrante. O forse no…?

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: Alitalia, Berlusconi, Costume, governo, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »

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