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IL VERO “ORRORE” E’ ISOLARE I MAGISTRATI

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

ROBERTO SAVIANO RISPONDE A MARINA BERLUSCONI DOPO IL DISCORSO DELLO SCRITTORE TENUTO ALL’UNIVERSITA’ DI GENOVA, IN OCCASIONE DEL CONFERIMENTO DELLA LAUREA HONORIS CAUSA IN GIURISPRUDENZA DA PARTE DELL’ATENEO

Ho ricevuto la laurea honoris causa in Giurisprudenza, mi è stata conferita dall’Università  di Genova; è stata una giornata per me indimenticabile.
Credevo fosse fondamentale impostare la lezione, che viene chiesta ad ogni laureato, partendo proprio dall’importanza che il racconto della realtà  ha nell’affermazione del diritto.
Soprattutto quando il racconto descrive i poteri criminali.
Senza racconto non esiste diritto.
Proprio per questo ho voluto dedicare la laurea honoris causa ai magistrati Boccassini, Forno e Sangermano del pool di Milano.
Marina Berlusconi dichiara che le fa orrore che parlando di diritto si difenda un magistrato. Così facendo avrei rinnegato ciò per cui ho sempre proclamato di battermi.
Così dice, ma forse Marina Berlusconi non conosce la storia della lotta alle mafie, perchè difendere magistrati che da anni espongono loro stessi nel contrasto all’imprenditoria criminale del narcotraffico non vuol dire affatto rinnegare.
Non c’è contraddizione nel dedicare una laurea in Giurisprudenza a chi attraverso il diritto cerca di trovare spiegazioni a ciò che sta accadendo nel nostro Paese.
Mi avrebbe fatto piacere ascoltare nelle parole di un editore l’espressione “orrore” non verso di me, per una dedica di una laurea in Legge fatta ai magistrati.
Mi avrebbe fatto piacere che la parola “orrore” fosse stata spesa per tutti quegli episodi di corruzione e di criminalità  che da anni avvengono in questo paese, dalla strage di Castelvolturno sino alla conquista della ‘ndrine di molti affari in Lombardia.
Ma verso questi episodi è stato scelto invece il silenzio.
Orrore mi fa chi sta colpevolmente e coscientemente cercando di delegittimare e isolare coloro che in questi anni hanno contrastato più di ogni altro le mafie.
Ilda Boccassini, coordinatrice della Dda di Milano, ha chiuso le inchieste più importanti di sempre sulle mafie al Nord.
Pietro Forno è un pm che ha affrontato la difficile inchiesta sulla P2 ed ha permesso un salto di qualità  nelle indagini sugli abusi sessuali, abusi su minori.
Antonio Sangermano, il più giovane, ha un’esperienza passata da magistrato a Messina, recentemente ha coordinato un’inchiesta, una delle prime in Italia, sulle “smart drugs”, le nuove droghe.
Accusarli, isolari, delegittimarli, minacciare punizioni significa inevitabilmente indebolire la forza della magistratura in Italia, vuol dire togliere terreno al diritto.
Favorire le mafie.
È difficilissimo in questa fase storica italiana parlare al grande pubblico di come la parola possa contrastare un potere fatto di grandi capitali, di eversione, di forza militare, di grandi investimenti internazionali.
Ogni volta che mi trovo a parlare nelle università  piuttosto che in tv, c’è sempre dell’incredulità : come è possibile che lobby così potenti possano avere paura della parola?
In realtà  forse la dinamica è un po’ più complessa.
Non è la parola in sè, scritta, pronunciata, dichiarata, ripresa, quella che fa paura.
È la parola ascoltata, sono le persone che ascoltano e che fanno di quella parola le proprie parole.
È questo che incute timore alle organizzazioni criminali.
Paura che non riguarda semplicemente la repressione, loro la mettono in conto, come mettono in conto il carcere.
Ma quasi mai mettono in conto l’attenzione nazionale e internazionale.
Che poi significa semplicemente una cosa: significa dire che queste storie non riguardano solo gli addetti ai lavori, i politici locali, i magistrati, i cronisti, ma riguardano anche noi.
Quelle storie sono le nostre storie, quel problema è il nostro problema, e va risolto perchè è come risolvere la nostra stessa esistenza.
Raccontare è parte necessaria e fondamentale del diritto.
Non raccontare è come mettere in discussione il diritto.
Può sembrare un pensiero astratto ma quando si entra in conflitto con le organizzazioni, il loro potere, il loro modo di fare, allora si inizia a capire.
E si capisce perchè, non solo in Italia, c’è chi investe energie e interviene non sul racconto delle cose, ma su chi le racconta.
Come se il narratore fosse responsabile dei fatti che sta narrando.
Si invita per esempio a non raccontare l’emergenza rifiuti a Napoli per non delegittimare la città : quindi non sono i rifiuti che delegittimano la città  ma chi li racconta.
Se un problema non lo racconti, e soprattutto se non lo racconti in televisione, quel problema non esiste.
È una sorta di teoria dell’immateriale, ma in realtà  fa capire quanto sia fondamentale la necessità  di raccontare.
Non è una particolarità  italiana, dicevo. In Messico per esempio negli ultimi sei mesi sono stati ammazzati 59 giornalisti: ragazzi che avevano aperto dei blog, che avevano fondato delle radio, giornalisti delle testate più importanti.
Caduti per mano del narcotraffico, che è oggi il più potente del mondo e che ha deciso di impedire la comunicazione di quello che sta succedendo in Messico con una scelta totalitaria, nell’eliminazione sistematica di chiunque tenti non solo di raccontare.
Qualsiasi persona che inizi a raccontare diventa immediatamente un nemico, un pericolo perchè accende la luce, anche piccola, ma che può interessare.
Ricordo una persona che ho molto stimato, e avevo conosciuto quando decise di esprimermi solidarietà  nei momenti più difficili della mia vita: Christian Poveda.
Aveva deciso di andare in Salvador a raccontare la Mara Salvatrucha, potentissime bande di strada che controllano lo spaccio della coca.
Poveda li riprende con il loro consenso e ne fa un documentario dal titolo La vida loca, meravigliosamente tragico, forte perchè anche lì c’è quel principio: queste storie diventano le storie di tutti.
Ebbene Poveda con questo documentario comincia ad accendere luci ovunque, anche sui rapporti tra le Maras e la politica. Iniziano ad arrivare i giornalisti.
E il 20 settembre del 2009 sparano in testa a Christian, che muore in totale silenzio, sia in Italia che in Europa, lasciando in qualche modo una sorta di ormai fisiologica accettazione: hai scritto di queste cose, o meglio hai ripreso questo cose, non puoi che essere condannato.
Spesso la morte non è neanche la cosa peggiore.
Chi prende questa posizione, chi usa la parola per raccontare, per trasformare, paga un prezzo altissimo, nella delegittimazione, nell’isolamento e in quello che devono pagare i loro cari.
La poetessa russa Anna Achmatova vive il periodo della rivoluzione bolscevica, il regime la considera una dissidente, una sorta di scarto della società  del passato da modificare.
Il suo ex marito che è un grandissimo poeta, viene fucilato, bisognava indebolirla in tutti i modi.
Lei era già  diventata una poetessa di fama soprattutto in Francia, quindi era difficile toccarla senza dare un’immagine repressiva della Russia sovietica.
La prima cosa che fanno è cercare di spezzarle la schiena poetica: le arrestano il figlio.
Lei è disposta a scambiare la vita del figlio con la sua.
Non serve a molto, lui resta in carcere e lei racconta una scena bellissima: ogni mattina migliaia di donne si mettevano in fila davanti alle carceri sovietiche portando dei pacchi, spesso vuoti, soltanto per vedere l’espressione del secondino.
Se il secondino accettava il pacco significava che la persona, marito, figlio, fratello, padre, era viva.
Se non lo accettavano era stata fucilata.
Quando lei si presenta il secondino la riconosce: “Ma lei è Anna Achmatova”. Lei fa cenno di sì, e la persona che sta dietro: “Ma lei è una poetessa, quindi può raccontare tutto questo”.
Lì c’è una poetessa, piccola magra, devastata dai suoi drammi, che diventa all’improvviso la speranza.
I versi diventano la speranza: può raccontare, può far esistere, cioè può trasformare.
Mi sono sempre chiesto come si fa a vivere così, come hanno fatto queste persone a sopportare decenni di delegittimazione, per aver scritto poesie o anche solo delle canzoni. Come è successo a Miriam Makeba, a cui il governo bianco sudafricano ha inflitto trent’anni di esilio per il disco “Pata pata”, una canzone che racconta di una ragazza che vuole solo danzare, divertirsi, che vuole essere felice.
Ma questo fa paura, voler vivere meglio fa paura, Miriam Makeba fa paura.
E più canta nei teatri di tutto il mondo, più l’Africa intera si riconosce in quella canzone, che non parla di indipendenza, di lotta ai bianchi, ma di voglia di vivere e felicità .
Fin quando non arriva il governo Mandela che la richiama in Sudafrica.
È anche questa l’incredibile potenza della parola.
Per questo sono convinto che il racconto sia parte del diritto, non può esistere il diritto senza racconto.
Ma oggi, e non è solo la mia opinione, in Italia chi racconta ha paura.
Certo, siamo in una democrazia, non abbiamo a che fare con un regime, con le carceri. Non siamo in Cina.
Ma non si può negare che chiunque oggi decida di prendere in Italia una posizione critica contro il potere, contro il governo, rischia la delegittimazione, rischia di essere travolto dalla macchina del fango.
Quando accende il computer per iniziare a scrivere sa già  cosa gli può succedere.
La formula è scientifica e collaudata: “Se tu racconti quello che dai magistrati è considerato un mio crimine, io racconto il tuo privato. Tutti hanno scheletri nell’armadio, quindi meglio che abbassiate lo sguardo e molliate la presa”.
Ma per gli intellettuali raccontare è una necessità , comunque la si pensi.
E in queste ore il loro compito è quello di dire che non siamo tutti uguali, non facciamo tutti le stesse cose.
Certo, tutti abbiamo debolezze e contraddizioni, ma diverso è l’errore dal crimine, diversa è la corruzione dalla debolezza.
Mentre si cerca di far passare il concetto che siamo tutti “storti” per coprire le storture di qualcuno.
Oggi si parla molto di gossip e il gossip è rischioso, perchè lo si usa per nascondere i fatti emersi dalle inchieste e per dimostrare che “fanno tutti schifo”.
E il compito, ancora una volta, delle persone che ascoltano, che scrivono e che poi parlano, è quello di discernere, di capire, ovunque esse siano, con i figli a tavola, nei bar, comunque la pensino.
C’è una bellissima preghiera di Tommaso Moro: Dio aiutami ad avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, di sopportare le cose che non posso cambiare ma soprattutto dammi l’intelligenza per capire la differenza.
Questo è il momento in cui in noi possiamo trovare la forza di cambiare e comprendere finalmente che non dobbiamo credere che tutto quello che accade sia inevitabile e quindi soltanto sopportare.
Infine, dedico questa laurea e questa giornata, che ovviamente non dimenticherò per tutta la vita, a tre magistrati: alla Boccassini, a Forno e a Sangermano, che stanno vivendo, credo, giornate complicate solo per aver fatto il loro mestiere di giustizia.

Roberto Saviano

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IL PDL NON VA IN PIAZZA PER IL PREMIER: A MILANO CRESCE LA RIVOLTA DELLA BASE DEL PDL CONTRO BERLUSCONI

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

LA RUSSA E GELMINI HANNO DOVUTO RINUNCIARE AI BANCHETTI E AL VOLANTINAGGIO A SOSTEGNO DEL PREMIER PER MANCANZA DI MILITANTI…LA BASE CHIEDE LE DIMISSIONI DELLA MINETTI, DELLA RONZULLI, DELLA ROSSI E DI PURICELLI…”LA MINETTI CI HA FATTO PERDERE 300.000   VOTI”: FORTE IMBARAZZO NEI CIELLINI

Ignazio La Russa e Mariastella Gelmini hanno dovuto ripiegare: niente banchetti nè volantinaggio in giro per Milano: i consiglieri di zona del Pdl si sono ribellati.
Più che una fronda interna si tratta della base lombarda del partito: Sara Giudice, figlia del socialista Vincenzo, il “noto estremista fascista” (come si definisce), Roberto Jonghi Lavarini e Fabrizio Henning, hanno lanciato una rivolta contro “i nani e le ballerine eletti nelle istituzioni”, raccogliendo oltre duemila adesioni e chiedendo le dimissioni dei consiglieri regionali lombardi Nicole Minetti e Giorgio Puricelli, della deputata Maria Rosaria Rossi e dell’europarlamentare Licia Ronzulli.
Tutti coinvolti nello scandalo dei festini ad Arcore e “con incarichi istituzionali e nomine”.
Giudice sintetizza la posizione degli oltre duemila firmatari. “Vogliamo essere i rottamatori del centrodestra, esigiamo pulizia nel partito; i vertici del Pdl accolgano la nostra richiesta e impongano a Minetti di dimettersi. Altrimenti dovremo recepire il messaggio: se i giovani che il partito vuole sono quelli come lei allora sono io che     non mi riconosco più nel partito”.
Giudice già  un anno fa aveva denunciato lo scandalo della candidatura di Minetti nel listino blindato di Roberto Formigoni.
“Se avevamo dei dubbi oggi quei dubbi sono divenuti certezze assolute”, spiega Jonghi Lavarini. “Le intercettazioni della Minetti non lasciano spazio a interpretazioni, è evidente il motivo per cui è stata messa in lista. Così come Ronzulli o a Roma sulla Rossi, tutti avevano perplessità  sulle candidature che uscivano dal cilindro di Berlusconi. Ronzulli addirittura una volta si presentò pretendendo di diventare coordinatore regionale del partito al posto della Gelmini, una vergogna”.
Dopo la pubblicazione delle intercettazioni risulta evidente quale sia il motivo dell’ascesa politica “di alcuni di loro”, prosegue Lavarini.
“Il problema è che se per la Minetti un pompino vale 300 euro, per noi la Minetti vale 300 mila voti in meno che regaliamo alla Lega”.
Ci sono, aggiunge, “posizioni indifendibili, se n’è accorto persino Lupi.
Lo ha riconosciuto anche Romano La Russa, in camera caritatis, così fan tutti; forse la Santanchè finge di non vedere la realtà , mentre Formigoni si è chiuso nel silenzio”.
Niente banchetti nè volantini a Milano, dunque: “Si deve fare pulizia, basta così”.

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BERLUSCONI NON SI FIDA PIU’ DEL PDL: “TANTI CINGUETTANO CON FINI”

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

IL   PREMIER TEME CHE I PM ABBIANO IN MANO ALTRE CARTE: MA SE AVESSE LA COSCIENZA A POSTO, PERCHE’ MAI DOVREBBE AVERE QUESTO TIMORE?… ATTACCA FINI PER LANCIARE UN MESSAGGIO AI SUOI: ATTENTI A NON TRADIRMI… MA SONO MOLTI I DEPUTATI IN ATTESA SULLA RIVA DEL FIUME

Un attacco a freddo, apparentemente incomprensibile, quello portato ieri dal premier a Gianfranco Fini.
Con l’effetto di accendere un faro sul presidente della Camera, di renderlo di nuovo “l’antagonista”, in qualche modo restituendogli anche quella visibilità  un po’ appannata dopo la sconfitta del 14 dicembre.
E allora perchè?
“Fini ormai è un nemico, mi vuole morto, ed è bene – è la spiegazione del Cavaliere, riferita da chi ci ha parlato – che se lo ricordino tutti quanti. Anche tra i nostri vedo qualcuno che già  cinguetta con Fli”.
Il sospetto infatti è che alcuni, dentro il Pdl, non si stiano stracciando troppo le vesti per i guai del presidente del Consiglio.
Non lo stiano difendendo allo stremo, non ci stiano “mettendo la faccia”.
Magari pensando già  al “dopo”, immaginando scenari in cui la legislatura prosegue con il rientro di Fli in maggioranza.
Ma senza Berlusconi a palazzo Chigi.
Un timore acuito dalla voce, che gli è stata prontamente spifferata, di colloqui intercorsi tra alcuni suoi ministri con i finiani Andrea Ronchi e Pasquale Viespoli. Senza contare il disagio di Gianni Letta per le prese di posizione del mondo cattolico sullo scandalo Ruby o i dubbi di Giulio Tremonti, emersi nell’ultimo Consiglio dei ministri, sulla possibilità  di proseguire la legislatura senza avere più il controllo della commissione Bilancio.
Insomma, c’è un 38esimo parallelo sopra il quale futuristi e berlusconiani
hanno ripreso a incontrarsi, parlando di quello che potrebbe accadere se il Cavaliere dovesse schiantarsi.
E ci sono “troppi candidati a succedermi”, si lamenta l’interessato.
Con l’uscita di ieri, il premier ha fatto capire a tutti che non è questo il momento della diplomazia.
Anche perchè la convinzione di molti, tra gli uomini più vicini al premier, è che i magistrati di Milano abbiano in serbo dell’altro.
“Ci deve essere per forza un coniglio nel cilindro – ipotizza un esponente di governo del Pdl – altrimenti i pm sarebbero dei pazzi ad andare a uno scontro con quattro fregnacce sulle escort. Uscirà  fuori dell’altro”.
È anche la certezza del premier, del resto.
Convinto che quella ingaggiata dai pm contro di lui sia “una guerra dove non si faranno prigionieri”, uno scontro nel quale non verrà  applicata la convenzione di Ginevra.
La paura che “l’attacco al governo” non sia esaurito e che debba presto a tardi aggiungersi un nuovo capitolo fa il paio con il sospetto di “giochi torbidi” in corso da parte di “qualche batteria dei servizi segreti”.
Una paranoia alimentata da episodi come le “strane visite” di ignoti a casa di Gianfranco Rotondi o Saverio Romano.
O i mesi in cui, “mentre chi doveva vigilare è sembrato non accorgersi di nulla”, i cancelli di Arcore sono stati tenuti sotto sorveglianza.
“Mi chiedo se sia normale che il presidente del Consiglio – ha affermato ieri lo stesso Berlusconi, alzando il velo sulle ipotesi che in queste ore si affastellano ai piani alti del Pdl – sia sottoposto ad intercettazioni e spionaggio”.
In ogni caso, in attesa che la polvere si depositi e si comprenda meglio quali carte abbia effettivamente in mano la procura, Berlusconi si prepara al peggio. Fissando a metà  maggio la data di un possibile redde rationem elettorale. L’operazione di allargamento della maggioranza è stata messa in stand-by. “Eravamo a buon punto – riferisce chi c’ha lavorato per settimane – ma all’ultimo ci siamo fermati. Erano pronte alla Camera tre persone in più di quelle che poi hanno dato vita al gruppo dei responsabili.
E, se non ci fosse stata Ruby, sarebbero presto salite a sette”.
Anche la nascita del gruppo di responsabilità  al Senato è stato congelata. Sarebbe servito a riequilibrare i numeri nelle commissioni bicamerali, per il momento non se ne farà  nulla.
La ragione è che, se davvero i pm riusciranno a mettere nell’angolo Berlusconi, il Cavaliere intende difendersi nell’unico modo che conosce: andando alle elezioni anticipate.
E allora non serviranno deputati e senatori in soccorso del governo, anzi potrebbero risultare d’impaccio.
Perchè cadrebbe l’alibi per spingere Napolitano a sciogliere le Camere.
Anche lo slittamento del voto sul federalismo viene letto in questo luce.
Sarebbe infatti la Lega a provocare lo strappo, adducendo come pretesto proprio l’impossibilità  di condurre in porto la sua riforma.
“Inoltre – spiega uno dei registi del mancato allargamento – , se proprio si deve andare a votare, che senso ha imbarcare gente che poi vorrà  essere candidata nelle nostre liste?”.

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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RUBY, TROVATE NUOVE PROVE: FOTO, BONIFICI E 30.000 EURO IN CONTANTI

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

LE PERQUISIZIONI ALL’OLGETTINA E IN CASA DELLA MINETTI… I SOLDI ERANO SOTTO IL CUSCINO DELL’EX VALLETTA BARBARA FAGGIOLI, ALCUNE FOTO SAREBBERO STATE SCATTATE DURANTE LE FESTE AD ARCORE… BARBARA GUERRA DICHIARA CHE E’ CAPITATO CHE VENISSE ACCOMPAGNATA A CASA DALLA SCORTA DEL PRESIDENTE…VERIFICHE SUL RACCONTO DELLA MACRI’ CHE NEL FRATTEMPO HA SUBITO UNO STRANO TENTATIVO DI FURTO

Trentamila euro in contanti. E una serie di foto.
Due nuove possibili prove sono spuntate durante le perquisizioni nel residence di via Olgettina, a Milano, dove ancora risiedono, sebbene sotto minaccia di sfratto, le ragazze della corte di Arcore.
I soldi erano sotto il cuscino dell’ex valletta Barbara Faggioli, che s’è giustificata dicendo che erano “i suoi risparmi”.
Le foto sono state scattate dalle ospiti delle serate di Berlusconi, e potrebbero rivelare nuovi particolari nell’inchiesta nella quale è indagato il premier. Fotografandosi a vicenda, le ragazze potrebbero aver catturato, magari senza volerlo, dettagli utili alla ricostruzione dei pm sulla giostra del sesso a pagamento che ruoterebbe intorno al presidente del consiglio.
A diverse di queste feste ha partecipato anche la modella Barbara Guerra. Ieri al Tg3 ha dichiarato che una volta da Arcore è stata riportata a casa “ dalla scorta del presidente”, usata come un taxi.
Una affermazione che sarà  oggetto di indagine, d’altronde gli inquirenti nei giorni scorsi hanno già  sentito tre uomini della scorta di Emilio Fede.
Anche Ruby   agli assistenti sociali di Milano ha sostenuto di essere andata a villa San Martino con tanto di auto blu e scorta.
I magistrati – impegnati ieri in un lungo vertice in procura – vanno avanti ma con cautela, con approfondimenti anche “in chiave difensiva” per Berlusconi. La testimonianza di Nadia Macrì, la escort modenese che venerdì ha raccontato al pm Antonio Sangermano e al procuratore aggiunto Pietro Forno di aver assistito ai rapporti tra Berlusconi e Ruby, e di avere ricevuto 5mila euro per una prestazione con il Cavaliere, è valutata per esempio con molta attenzione: i riscontri, ancora in corso, porterebbero a escludere la sua presenza sul posto nella notte da lei indicata.
Domani la ragazza tornerà  dai pm, per verificare se la “non linearità ” della sua testimonianza è solo un problema di confusione di date o se, invece, è pura invenzione (nel qual caso scatterebbe il reato di falsa testimonianza). Ieri, per difenderla contro le accuse del premier – per il quale la sua testimonianza ad Annozero sarebbe stata pagata – è intervenuto un suo amico, l’imprenditore del caffè Francesco Cagliari: “Smentisco che abbia mai preso soldi”.
Cagliari, che in questo periodo ospita la ragazza, ha anche detto di aver denunciato un tentativo di furto nel suo garage, ventilando che i ladri fossero alla ricerca dei gioielli e delle foto mostrate in tv da Macrì come “prova” della sua relazione con Berlusconi.
Nel preparare la richiesta di giudizio immediato, i pm selezionano le accuse, limitandosi ai fatti che con certezza possono provare i reati cardine, la prostituzione minorile e la concussione.
Stando agli atti, i modi in cui Berlusconi avrebbe “aiutato” le sue ragazze, sono tanti: dai bonifici bancari – undici, per un totale di 115mila euro, per l’ex meteorina Alessandra Sorcinelli, l’ultimo dei quali il 17 gennaio – alle raccomandazioni di cui parla Faggioli in un dialogo con la consigliera regionale Pdl Sara Minetti.

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IL MONDO CI RIDE DIETRO, BERLUSCONI STA SPUTTANANDO L’ITALIA

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

DALL’AUSTRALIA ALL’INDIA, DALLE AMERICHE A PARIGI, LE ESCORT DI SILVIO E I SUOI COMPORTAMENTI STANNO GETTANDO DISCREDITO SUL NOSTRO PAESE…UN QUOTIDIANO CONSERATORE USA GLI CONSIGLIA DI ISCRIVERSI NEL CLUB DEI PEDOFILI DI ROMAN POLANSKI

Gran Bretagna
I quotidiani e le riviste del Regno Unito dedicano ampio spazio al Ruby gate. Per The Independent “Nemmeno Silvio stavolta può cavarsela”.
Il quotidiano dà  il primo ministro italiano per prossimo alle dimissioni perchè “travolto da una valanga di prove schiaccianti”   su uno stile di vita “inconciliabile con la figura del primo ministro di un Paese occidentale”.
Il Times invita Berlusconi a dimettersi. “La sua presenza a Palazzo Chigi è ormai ritenuta un grave danno di immagine per l’Italia e a pensarla così   è anche la Chiesa cattolica”.
The Guardian si sofferma sarcasticamente   sui travestimenti che tanto piacevano a Silvio: “Ma poliziotti e infermiere cosa aspettano a scendere in piazza?”.
Francia
Le Monde è andato ieri in edicola con una inchiesta dal titolo che è tutto un programma: “Sesso, bugie e Silvio”.
Berlusconi ormai   “non è più in grado di opporsi alla valanga di dichiarazioni, allusioni, ricatti”.
Le Figaro punta il dito sul “degrado della vita pubblica italiana” e sullo squallore di “genitori che spingono le figlie nel letto di Berlusconi”
Spagna
El Paìs, oltre alla cronaca, ospita un articolo di Antonio Elorza: “Il ritorno di Sade”. Scrive Elorza: “Anche nel ’68 si sognava ‘l’amplesso universale’, l’amore di tutti con tutti.
Ma si trattava allora di un messaggio egualitario, non di un invito al libertinaggio… il ruolo della donna nella vita di Berlusconi fa invece pensare ad un ritorno di Sade. L’appetito sessuale è un aspetto del meccanismo di affermazione della potenza di Berlusconi e le giovani donne che si prostituiscono sono lo strumento di tale affermazione”.
El Mundo nel pezzo “Le 7 bugie di Silvio”, smonta la linea di difesa di Berlusconi.
Usa
Mentre il New York Times che nei giorni scorsi è stato tra gli organi di informazione più duri con Silvio, pubblica sottotitolato in inglese il video di “Elio e le Storie Tese” e il Washington Post dà  spazio alla posizione della Chiesa cattolica che “per vie diplomatiche e in modo molto cauto preme perchè si arrivi alle dimissioni del premier”, Newsweek parla di “Imperatore al tramonto”   e di “Paese del bunga bunga nel quale le donne vengono ferite, offese e mortificate”.
Time elenca alcune   affermazioni di Silvio: “Nemmeno una volta in vita mia ho pagato una prostituta”.
“Una sola mai; questo è vero”, commenta Time. “Sarei meglio di Superman se in una notte avessi fatto sesso con 24 donne”. “Ah, ma erano 24?”, risponde Time.
Il pezzo dedicato a Berlusconi sul   San Francisco Chronicle si conclude con un “niente paura dottore. Se per qualche ragione dovessero condannarla per aver fatto sesso con una prostituta minorenne può sempre chiedere consiglio al noto violentatore Roman Polanski, che potrebbe decidere di ammetterlo nel suo esclusivo club in Svizzera”.
Argentina
El Clarin di Buenos Aires commenta che l’Italia sembra da mesi appesa ad una parola: “Culo”.
Su La Nacion, Elisabetta Piquè scrive amara “mentre il premier balla il bunga bunga molti italiani non riescono ad arrivare alla fine del mese e molti giovani laureati sono senza lavoro”.
Australia
Il Daily Telegraph ospita le foto delle “donne di Berlusconi”   dedicando a ciascuna una dedica particolare. Ci sono tutte, moglie compresa.
Il Sydney Morning Herald è lapidario: “È ora di dire addio a Berlusconi”. E aggiunge: “Difficile sostenere che Berlusconi possa essere vittima di un complotto dei media perchè Berlusconi ‘è i media’”
Marocco
Libèration titola: “Il Cavaliere nuovamente nei guai per una faccenda di donne”.   L’articolo prosegue: “La giovane ‘mannequin’ marocchina della   ‘scuderia’ del famoso Lele Mora, agente di escort, ha accusato Berlusconi di aver abusato di lei per anni quando era ancora minorenne. Secondo alcune Ong marocchine che operano in Italia, Ruby avrebbe fornito particolari precisi sulla residenza di Berlusconi ad Arcore. Gli piacevano giovanissime tanto che persino la moglie quando aveva deciso di separarsi lo aveva accusato di pedofilia. Parlando con una operatrice umanitaria marocchina Ruby ha detto di aver ceduto ai desideri di Berlusconi perchè le aveva promesso una brillante carriera nel mondo dello spettacolo, ma dopo qualche anno aveva perso interesse perchè “ero diventata troppo vecchia per soddisfare le voglie di Silvio”.
Sud Africa
“Bunga bunga è diventato il refrain, la colonna sonora della politica italiana”, titolano The Mail e Guardian.
Nell’occhiello la sentenza: “Uno solo dei tanti scandali che hanno investito Berlusconi in questi anni sarebbe bastato in quasi tutti i Paesi del mondo a decretare la sua morte politica”.
Sul suo sito Al-Jazeera scrive: “Berlusconi nei guai a causa di una minorenne. Lui nega. Una cosa è certa: Berlusconi ha veramente telefonato alla polizia milanese per far rilasciare una minorenne arrestata per furto e ha veramente detto, mentendo, che si trattava della nipote di Mubarak”.
Libano
Il quotidiano L’Orient, Le Jour si dice sconcertato per il comportamento dei genitori che spingevano le loro giovani figlie “nel letto del premier”.
Arabia Saudita
Arab News dà  un certo risalto alla campagna “Basta” promossa da 2.000 donne indignate per il modo in cui Berlusconi tratta le donne.
Emirati Arabi
The Gulf Today, quotidiano degli Emirati, parla di “offesa al senso morale quando si viene a sapere che erano spesso i genitori che spingevano le giovani talvolta minorenni a ‘darsi’ a Berlusconi”.
India
I giornali indiani insistono molto sul Pm Ilda Boccassini. “Berlusconi di nuovo alle prese con ‘Ilda la Rossa’, ma questa volta le prove contro di lui sono schiaccianti”, titola The Times of India. Che prosegue: “Quello che Berlusconi aveva organizzato alle porte di Milano era un vero e proprio harem nel quale erano ospitate 14 belle ragazze sempre pronte a servirlo”.
Gli fa eco Hindustan Times: “Ilda la Rossa alla riscossa. Berlusconi ha sempre detto che gli piacciono le donne, tutte le donne, ma forse nel caso del Pm Ilda Boccassini è disposto a fare una eccezione”.
Cina
ll China Daily parla di “tramonto del carisma di Berlusconi tradito proprio da una delle sue passioni: le donne”.
Corea del Sud
The Korea Herald di Seul non risparmia la Minetti: “È scandaloso e inaccettabile che una donna politica si occupasse di trovare le prostitute al primo ministro Silvio Berlusconi”.

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FINI: “CHI HA VINTO LE ELEZIONI NON E’ AL DI SOPRA DELLA LEGGE”

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

A REGGIO CALABRIA FINI RISPONDE A BERLUSCONI: “LA PRESUNZIONE DI INNOCENZA NON PUO’ ESSERE CONFUSA CON LA PRESUNZIONE DI IMPUNITA'”… “LA LEGGE DEVE ESSERE UGUALE PER TUTTI E CHI SBAGLIA PAGA”…”LA NOSTRA IDEA DI DESTRA E’ DIVERSA DALLA CARICATURA CHE NE FA IL CENTRODESTRA AL GOVERNO: LA LEGALITA’ DEVE ESSERE UN ABITO MENTALE”

«Chi ha vinto le elezioni non può pensare di essere al di sopra della legge»: lo dice il presidente della Camera, Gianfranco Fini, al secondo convegno organizzato da Fli sul tema della legalità , a Reggio Calabria, aggiungendo :«Il giustizialismo è un male, ma non può esserci giustizialismo quando si ribadisce chiaramente che la presunzione di innocenza non possa essere confusa con la presunzione di impunità ».
In uno dei passaggi dell’intervento, è apparso evidente il riferimento alle ultime vicende del caso Ruby: «Quando si è oggetto di indagini complesse, che gettano una luce particolarmente negativa, dire “non mi muovo” o “non considero possibile essere sottoposto ai magistrati” è una richiesta evidente di impunità ».
Il presidente della Camera fa un veloce riferimento alla legge elettorale: «La preferenza non è di per sè lo strumento migliore per scegliere il proprio parlamentare. Molto meglio è il collegio uninominale, in cui ciascuno si presenta al proprio collegio e ci mette la faccia».
E poi ancora un affondo contro l’ex alleato. «Non voglio infierire, ma il buon nome dell’Italia da qualche tempo a questa parte viene sottoposto a dure critiche non solo per le inchieste ma per i comportamenti di chi l’Italia la rappresenta».
Il presidente della Camera coglie l’occasione per replicare a Silvio Berlusconi che nel pomeriggio lo aveva accusato di aver messo in atto un «disegno eversivo» contro il governo, prima boicottando i tentativi di riforma sulla giustizia e poi mettendo in atto la scissione di Futuro e libertà .
«Ho il dovere di ricordare al presidente del Consiglio», dice Gianfranco Fini, «che Fli è nata per l’impossibilità  nel Pdl di affrontare certe questioni, di dire scomode verità  e soprattutto perchè abbiamo pensato fosse un dovere morale dimostrare che a certi principi noi crediamo davvero. Perchè in certi momenti tacere diventa essere corresponsabile. Non ce la sentivamo di non dire, di tacere».
Il leader di Fli non fa allusioni: «Quando si arriva a dire che Vittorio Mangano è un eroe, o si ribadisce che non è vero oppure si diventa complici».
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, durante l’intervento telefonico al convegno dell’associazione Noi riformatori di Milano, aveva accusato senza mezzi termini il presidente della Camera di avere impedito la realizzazione della riforma della giustizia «non per mancanza di impegno ma per l’opposizione prima di Casini e poi di Fini».
Da Reggio Calabria Gianfranco Fini fa propria l’accusa e la ribalta: «Ringrazio Berlusconi che mi ha riconosciuto oggi dinanzi agli italiani il merito di aver bloccata una certa riforma della giustizia come il processo breve. Quella norma non poteva essere accettata da una forza politica che rispetti la Costituzione».
E poi puntualizza: «I precetti della Costituzione vanno rispettati e non declamati: la legge è uguale per tutti e chi sbaglia deve pagare».
Poi da Fini arriva una frase di solidarietà  verso magistrati e forze dell’ordine che suona, ancora una volta, come un attacco all’ex alleato Silvio Berlusconi: «L’idea di destra che abbiamo è diversa dalla caricatura di centrodestra che ora è intenzionato solo a evitare che italiani sappiano, che facciano chiarezza. La legalità  è un abito mentale, che presuppone che ai più giovani si debba ricordare che ci sono doveri cui bisogna adempiere. Per la legalità  devono essere impegnati tutti, politica e istituzioni in prima linea, devono essere sempre trasparenti».

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MOHAMMED, 21ENNE MAROCCHINO, APRE IN VENETO IL PRIMO CIRCOLO DI FUTURO E LIBERTA’

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

“SIAMO I NUOVI ITALIANI, MIO PADRE E’ IN ITALIA DA 22 ANNI, HA SEMPRE LAVORATO: HA CHIESTO IL PERMESSO DI SOGGIORNO NEL 2004 E GLIEL’HANNO DATO SOLO NEL 2009, VI SEMBRA GIUSTO?”… I FINIANI CRESCONO IN VENETO E I CIRCOLI SI MOLTIPLICANO

Mohammed è un ragazzo sveglio, ma l’impresa che sta tentando è da mission impossible: aprire un circolo di Generazione Italia, il pensatoio di Futuro e Libertà  , nel cuore della Lega a Treviso per dare voce ai diritti dei “giovani italiani”, gli stranieri di seconda generazione.
“Siamo i nuovi italiani, vogliamo sensibilizzare la gente e contiamo di arrivare presto a soluzioni concrete” parla già  come un politico consumato Mohamed Ramaid, 21 anni, nato in Marocco ma in Italia da quando ha due anni…
Il circolo trevigiano nato meno di un mese fa raccoglie una ventina di “nuovi italiani” tra i 20 e i 25 anni, tutti in Italia da quando hanno imparato a dire le prime parole.
I loro genitori li hanno portati con lunghi viaggi dal Marocco, Ucraina, Albania, Romania, Bangladesh.
Studiano in Italia, parlano quasi esclusivamente l’italiano e capiscono poco o niente la lingua di mamma e papà , mangiano spaghetti e cotolette. Insomma si sentono italians.
“Esattamente ci sentiamo degli italiani con il permesso di soggiorno”. Insomma italians ma senza la cittadinanza perchè studiano all’università , mentre per presentare la richiesta servono le buste paga.
Mohammed si è appena iscritto al primo anno di giurisprudenza a Padova. “Voglio dei figli italiani” avverte.
Per ora anche la fidanzata, o qualcosa che ci somiglia, è italiana. “Si è di Treviso ma… siamo ancora in trattative”.
Così Mohammed e gli altri decidono di aprire un circolo di Fli, unico del genere in Italia, proprio nella Marca leghista di Zaia e dell’alpino Gentilini, che da sindaco tolse agli stranieri le panchine per distoglierli dalla tentazione di sedersi.
“Mio padre è in Italia da 22 anni, ha lavorato dal primo giorno che è qui. Ha chiesto il permesso di soggiorno nel 2004 e lo ha ricevuto nel 2009. Ma vi sembra giusto…?”.
Forse non sarà  giusto, ma a voi “nuovi italiani” di Treviso è sfuggito che queste sono le regole stabilite dalla Bossi-Fini, l’ultima grande legge sull’immigrazione…?.
Un sospiro per raccogliere le idee. Risposta: “Si   lo sappiamo. Però la Bossi-Fini è superata come legge, lo ha detto Fini stesso. Ora certe cose, per esempio questa sul non dare la cittadinanza a quelli che sono in Italia da oltre 10 anni come me ma che studiano e non lavorano, va cambiata. Però l’impianto della normativa è buono”.
Tutto sommato è una buona legge…?. “Si. La Turco-Napolitano era molto peggio. Permetteva anche a mia nonna se veniva in Italia di avere la stessa pensione dell’anziana che mi abita al piano di sotto, che ha versato i contributi tutta la vita. E questo non è giusto”
Cosa non è giusto…?
“Partire da quell’idea che gli immigrati sono tutti buoni, e vanno tutti aiutati a prescindere. Le generalizzazioni non vanno mai bene, neanche per noi. Ci sono gli stranieri che lavorano e hanno voglia di integrarsi e ci sono quelli che delinquono ”.
Quindi Fli difende gli stranieri “buoni” che hanno voglia di integrarsi, non la sinistra?. “Il Pd non esiste nella lotta alla cittadinanza, in concreto non ha mai mosso un dito”.
Per ora i “nuovi italiani” sono in embrione, si scrivono su Face-book e non hanno ancora una sede definitiva (“Contiamo di averla da febbraio quando il Fli diventerà      un partito”) si riuniscono in qualche bar e stanno ancora mettendo a punto l’organizzazione.
Però giurano che in città  c’è molto entusiasmo, anche se a volte, dicono, i simpatizzanti non sanno a chi rivolgersi.
“A Treviso abbiamo un forte consenso, secondo i sondaggi a dicembre siamo cresciuti molto anche dopo la manovra della fiducia il 14. Se andassimo al voto avremmo un 5% di consenso, un’ottima base”.
Anche il coordinatore regionale di Fli, il senatore Maurizio Saia, conferma che dopo il 14 dicembre “lo zoccolo duro ha tenuto, e le iscrizioni sono continuate ad aumentare”.
Solo a Padova i circoli di GI sono 32 per circa 600 iscritti, mentre in Veneto “i sondaggi danno un numero di adesioni sopra la media nazionale”.
Chi sono…? “Quasi sempre gruppi di professionisti, a Conegliano è nato un circolo fatto da medici, a Padova uno di avvocati”.
Cosa ne pensa allora del circolo dei “nuovi italiani” a Treviso…? “Sono ben felice. In Veneto feci il primo circolo di extracomunitari aennini. Mandai una lettera a Fini per informarlo”.
Come la prese…? “Disse che si rischiava la riserva indiana”.
E ora…? “Ora è tutto cambiato”…

Erminia della Frattina
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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NUOVA DENUNCIA DEI RADICALI: “LA MINETTI ELETTA GRAZIE A FIRME FALSE, FORMIGONI COMPLICE”

Gennaio 23rd, 2011 Riccardo Fucile

BERLUSCONI IMPOSE ALL’ULTIMO MOMENTO SIA LA MINETTI CHE IL SUO FISIOTERAPISTA PURICELLI E SI DOVETTERO RACCOGLIERE DI CORSA DI NUOVO LE FIRME DI AUTENTICAZIONE DELLA LISTA FORMIGONI… COL RISULTATO CHE CIRCA 500 SAREBBERO STATE FALSIFICATE: SU QUESTE LA PROCURA STA INDAGANDO

Firme false per far entrare Nicole Minetti, l’ex igienista dentale preferita da Silvio Berlusconi, che fu imposta dal premier nel listino che sosteneva il governatore lombardo alle ultime elezioni regionali.
La nuova denuncia dei Radicali, che hanno consegnato altri documenti al procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo, che sta indagando per falso materiale e ideologico su circa cinquecento firme a sostegno della lista di Formigoni, irrompe nel pieno della vicenda Ruby e scuote il consiglio regionale della Lombardia.
Nicole Minetti, infatti, è indagata nelle inchieste sulle feste di Berlusconi ad Arcore per violazione della legge Merlin sulla prostituzione e per aver indotto a prostituirsi la giovane marocchina Ruby.
Furono, però, Silvio Berlusconi, Umberto Bossi e Roberto Formigoni a decidere di far correre la Minetti in un vertice che si tenne sempre a villa San Martino.
Il premier impose di mettere l’ex igienista dentale e il suo fisioterapista di fiducia, Giorgio Puricelli ai primi posti del listino per garantire a entrambi l’elezione.
I candidati della Lega scivolarono nei secondi otto e di fatti non furono eletti.
Ma soprattutto si dovettero raccogliere di nuovo e in tutta fretta, le firme a sostegno della lista Per la Lombardia.
Dato che il giorno dopo, sabato 28 febbraio, scadeva il termine per la consegna all’ufficio elettorale presso la Corte d’Appello di Milano.
La lista, infatti, fu prima esclusa e poi riammessa dal Tar.
«Anche le firme per la Minetti furono raccolte con modalità  illegali – denuncia il radicale Marco Cappato – Noi vogliamo che si indaghi non solo sugli autenticatori delle firme, ma anche sulla catena di comando che ha gestito la vicenda».
Il Pd lombardo chiede a gran voce le dimissioni della Minetti dal consiglio regionale.
Anche la Lega le consiglia di farsi da parte.
Lo scontro è stato durissimo durante l’ultima seduta. «Farebbe bene a fare un passo indietro evitando che questa delicata situazione tocchi anche un luogo delle istituzioni come il consiglio regionale della Lombardia – spiega, invece, il segretario regionale Maurizio Martina – . C’è una responsabilità  che precede e supera i percorsi giudiziari».
Il presidente del consiglio regionale Davide Boni, esponente leghista, lancia un messaggio: «È una decisione che spetta a lei. Io da uomo di partito toglierei dall’imbarazzo il mio partito».
Il leader dell’Udc Savino Pezzotta attacca anche Formigoni: «Ci sono momenti in cui anche in caso di innocenza in politica deve prevalere il buon senso che chiede di fare un passo indietro. Questo vale anche per Berlusconi. Formigoni non può far finta che questa vicenda stia capitando a un signore qualunque. È il presidente del Consiglio. Questo cambia i termini della questione».
Ma il Pdl lombardo per ora resiste.
Il coordinatore regionale Guido Podestà  si limita a precisare: «La data di accettazione delle candidature è il 19 febbraio. Il listino era da considerarsi già  chiuso e le indiscrezioni pubblicate dopo dai giornali sono destituite di fondamento».
Ma chi c’era quella notte nella sede del Pdl di viale Monza sa che non è andata così.

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