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A BELLUNO NON PIACE LA PADANIA: E LA PROVINCIA CHIEDE LA SECESSIONE

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

BELLUNO CHIEDE L’ANNESSIONE AL TRENTINO: UN DURO COLPO PER LA LEGA E IL FEDERALISMO…DOPO AVER PREDICATO TANTO LA SECESSIONE, ORA I LEGHISTI SE LA TROVANO IN CASA… E CALDEROLI ADESSO NON VUOLE IL REFERENDUM

Oltre 17mila firme costringono la giunta della provincia a pronunciarsi a favore del referendum.
Un duro colpo per la Lega e per il federalismo fiscale
Purchè secessione sia.
Un’intera provincia, quella di Belluno, tra le più leghiste d’Italia col 35 per cento di consensi per il Carroccio, chiede di traslocare dal Veneto al Trentino Alto Adige.
Oltre 17.000 firme hanno costretto la giunta provinciale a pronunciarsi a favore del referendum, creando una pericolosa frattura all’interno della Lega nord che, al momento di votare, si è spaccata.
In barba al capo, Umberto Bossi, quello del federalismo o morte, i leghisti del profondo nord chiedono la secessione, e questa volta dal nord.
Una corsa ai denari di cui possono godere province e regioni autonome?
Ovvio che sì.
Se la Lega crede nel federalismo fiscale, i leghisti dimostrano di trovarlo uno spauracchio.
E puntano a quelle autonomie che i soldi li hanno già  garantiti.
La richiesta, unica, di una provincia intera che chiede il trasferimento, è motivata anche da una specificità  molto più simile a quella del Trentino Alto Adige che al Veneto, uniti da quel patrimonio che sono le Dolomiti.
Ma alla base resta la voglia di autodeterminarsi, lontani da Venezia e dal Veneto, e di non sopportare più i tagli, le poche risorse al turismo, il meno 25 per cento alla sanità  in montagna, la chiusura dell’università  di Feltre.
Così, insieme ad altri 500 comuni di confine, quasi tutti a maggioranza leghista, Belluno e la sua provincia dicono addio alla linea di Bossi, fino a oggi mai contraddetto, neppure sulle piccole questioni, pena l’espulsione, come avvenne qualche anno fa per Donato Manfroi e Paolo Bampo, parlamentari leghisti della prima ora, solo per citare le più eclatanti.
E non è che il senatur non si fosse pronunciato sull’argomento.
Alla cena degli ossi, incalzato dai cronisti del Corriere delle Alpi, aveva detto: “L’autonomia è difficile, ma stiamo cercando di darvi un po’ di soldi in più, di aiutarvi, perchè lo sappiamo cosa succede quanto si fa fatica e si vedono vicini che stanno bene come le province di Trento e Bolzano. Però dobbiamo portare a casa il federalismo fiscale, questa è la linea della Lega. E vedrete che le cose cambieranno”.
Più o meno la risposta data da Luca Zaia, il presidente della Regione Veneto, in un primo quasi ironico nei confronti degli autonomisti, ma che ieri è stato costretto ad abbassare i toni: “Pensiamo al federalismo, quella è la nostra strada”.
Più esplicito ancora era stato il ministro Roberto Calderoli: ”Il referendum? Cos’è ‘sta roba? Non se ne parla nemmeno. Con la riforma federalista, tutte le Province e le Regioni diventeranno speciali, autonome, quindi non c’è alcun bisogno di questa fuga in avanti. Sarà  in questo modo che risponderemo alle attese dei bellunesi”.
Ma da oggi la Lega dovrà  fare i conti con la linea secessionista di uno dei suoi territori più cari e che forse aveva sottovalutato: con ventuno voti favorevoli (di cui uno “tecnico” del leghista Cesare Rizzi) e due contrari (Renza Buzzo Piazzetta e Gino Mondin, Lega) il Consiglio provinciale di Belluno ha approvato la richiesta di dare avvio all’iter per il referendum.
Un referendum che dovrebbe portare, nelle intenzioni del Comitato e delle 17.500 persone che hanno firmato, al distacco della Provincia dalla Regione Veneto e alla aggregazione al Trentino Alto Adige.
Nelle tre ore di discussione, seguite in diretta dalle tv locali, i consiglieri provinciali hanno parlato dei problemi del Bellunese: dallo spopolamento al disagio di vivere in montagna, alle disparità  economiche che ci sono sono con i vicini del Trentino Alto Adige.
Ma cosa accadrà  adesso dal punto di vista formale?
Quello referendario è uno slogan o una possibilità  concreta?
Intanto la Provincia di Belluno dovrà  avviare l’iter, inviando il pronunciamento dell’assemblea al ministero dell’Interno con la richiesta di indizione del referendum, in teoria entro sei mesi.
Un referendum che, anche se previsto dall’articolo 132 della Costituzione, non si è mai svolto in questi termini.
Il ministro poi dovrebbe trasferire il plico alla Cassazione, che verificherebbe l’ammissibilità  del quesito e, se la risposta fosse positiva, un decreto del presidente della Repubblica indirrebbe il referendum nel giorno ritenuto più opportuno.
Ma è ma molto probabile che le eccezioni vengano fatte sul nascere e che il referendum resterà  solo una dimostrazione. Forte, ma pur sempre una dimostrazione politica che non avrebbe esito concreto.
Una grana, soprattutto per la Lega.
Già , perchè a Belluno vanno aggiunti gli altri 500 e passa Comuni, riuniti sotto la sigla dell’Asscomiconf, l’associazione dei Comuni di confine, che vogliono cambiare casa: chi sta in Veneto chiede l’Alto Adige, il Trentino o il Friuli Venezia Giulia, chi è in Piemonte in Lombardia vuole la Valle d’Aosta. E così via.
Una secessione nelle roccaforti del partito che un’altra secessione, quella dal sud del Paese, l’ha predicata fin troppo.
Fino a trovarsela, oggi, come un problema interno.

Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA CONSULTA VERSO L’INCOSTITUZIONALITA’: GIUDICI DIVISI, 8 A 7 PER LA BOCCIATURA

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

OGGI LA CORTE DECIDE SUL LEGITTIMO IMPEDIMENTO: LE TOGHE DISCUTONO SE ABROGARE LA LEGGE O “TAGLIARE” TUTTE LE PROTEZIONI AL PREMIER… POTREBBE FINIRE 8-7 OPPURE 9-6, IL COMUNICATO A META’ POMERIGGIO

È oggi il gran giorno. Nelle mani della Consulta l’ennesimo scudo per evitare che il Cavaliere si sobbarchi allo stillicidio delle udienze dei casi Mills, Mediaset, Mediatrade.
Su cui un primo segnale negativo è già  arrivato. La Corte ha ammesso il referendum abrogativo proposto da Antonio Di Pietro. Che esulta: “La resa dei conti per Silvio Berlusconi si avvicina inevitabilmente e inesorabilmente. Così dev’essere, perchè siamo tutti uguali davanti alla legge”.
Il costituzionalista Alessandro Pace, che ha sostenuto le ragioni dell’Idv in camera di consiglio per sottoporre la legge al giudizio popolare, non ha dubbi: “Va cancellata perchè va contro la Carta. Il legittimo impedimento ordinario è più che sufficiente”.
Questo è il quesito per i giudici.
I 15 entrano in camera di consiglio alle 9 e 30.
Palazzo off limits per la stampa in tutti e cinque i piani. In strada i supporter del no raccolti nel Popolo viola. Attesa per il verdetto che, dicono i bene informati, potrebbe uscire a metà  pomeriggio.
Reso pubblico a tutti con un comunicato, come avvenne per i lodi Schifani e Alfano.
Rinvii? Ieri sera erano esclusi. Conclusione? Una dèbacle per la legge.
Una pronuncia di piena incostituzionalità . Norma nel cestino.
Processi che riprendono a Milano dal giorno dopo. Decisione di stretta misura. Otto a sette. Al massimo nove a sei, proprio come finì per lo scudo Alfano.
In alternativa, una soluzione definita “altrettanto severa” nei confronti della legge. Una tagliola che dichiarerebbe incostituzionali, e quindi da espungere, tutti i passaggi che riguardano la “protezione” degli impegni del premier, “le attività  preparatorie e consequenziali, nonchè co-essenziali alle funzioni di governo”.
Via anche il carattere “continuativo” degli appuntamenti istituzionali, che tornerebbero a essere quello che sono per i normali cittadini, singoli incontri e meeting. Via anche il certificato della presidenza del Consiglio.
Neppure presa in considerazione una sentenza interpretativa di rigetto, cioè la bocciatura dei ricorsi di Milano con il “contentino” di salvare la legge, interpretarla, e dire che il giudice non deve rinunciare al suo potere di sindacato sull’inderogabilità  degli impegni presentati.
“Non esiste e non è mai esistita” dicono fonti qualificate della Corte.
Anche se da più parti è stata sollecitata come una possibile mediazione.
Dopo la spaccatura per l’elezione del presidente Ugo De Siervo (un mese fa e finita otto a sette), giudici di sinistra contro giudici di destra, oggi si torna a far la conta sul legittimo impedimento.
Dice la medesima fonte: “È un fatto, siamo divisi, la decisione sarà  comunque presa a maggioranza, e qualcuno ci resterà  male o si sentirà  frustrato, ma questo non ci preoccupa, l’importante è che essa sia chiara, comprensibile, e non lasci adito a dubbi”.
Ancora ieri sera i colloqui tra le alte toghe erano in pieno svolgimento: tra chi ritiene la legge del tutto o in grossa parte incostituzionale (lo stesso De Siervo, il relatore Cassese, Criscuolo, Gallo, Lattanzi, Silvestri, Tesauro, Maddalena), e chi vorrebbe a tutti i costi salvarla. Per certo Mazzella e Napolitano, i due giudici della cena con Berlusconi, Alfano e Letta. E poi Frigo, Saulle, Quaranta, con cui potrebbero alla fine schierarsi anche Finocchiaro e Grossi.
La Corte si divide tra chi, nel primo gruppo, chiede una pronuncia squisitamente giuridica e mette in secondo piano gli inevitabili effetti politici, addirittura il rischio di elezioni.
E chi, all’opposto, enfatizza le possibili conseguenze, quasi che la Consulta dovesse farsi carico degli equilibri della legislatura. Se prevarrà  l’incostituzionalità  piena, allora avranno vinto i puristi dell’interpretazione legislativa che non piega l’irreprensibilità  delle norme alle esigenze sovrane della politica.
Se prevarrà  quella parziale sarà  scritto nelle righe del comunicato il peso del compromesso.

Liana Milella
(da “la Repubblica“)

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ANCHE IN GERMANIA, IN VISITA UFFICIALE, SILVIO PARLA A VANVERA SU MAGISTRATI E POLITICA ITALIANA

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

IL LEGITTIMO IMPEDIMENTO? NON L’HA CHIESTO LUI, MA I GRUPPI PARLAMENTARI… LA SENTENZA DELLA CORTE? PER LUI E’ NOTORIAMENTE INDIFFERENTE… UNA GRANDE COALIZIONE? DA SCARTARE PERCHE’ NELL’OPPOSIZIONE NON C’E’ NESSUNO SERIO…LA MERKEL HA POTUTO COSI’ CAPIRE CHE IN ITALIA SONO TUTTI COGLIONI, SALVO LUI

Forse ci sarà  anche “un giudice a Berlino”, ma quelli che preoccupano di più il premier sono certamente quelli italiani.
In visita ufficiale in Germania, durante la conferenza stampa congiunta con Angela Merkel, il premier è riuscito, come al solito, a parlare di fatti che ai tedeschi possono interessare meno che zero, ovvero le sue vicende giudiziarie e la sua terza gamba zoppa.
Durante il vertice italo-tedesco, Berlusconi non ha perso occasione per attaccare i giudici (“In tv spiegherò che sono la patologia italiana”), parlare del legittimo impedimento (“nessun pericolo per il governo dalla decisione della Consulta”) e chiosare sul governo (“In Italia impossibile una grande coalizione”)
“Non credo che in Italia ci sia la possibilità  di una grande coalizione. Purtroppo non possiamo contare su una opposizione socialdemocratica – ha sottolineato Berlusconi -. È un’opposizione divisa, senza idee, senza progetti, senza leader. Non vediamo dentro questa coalizione nessuna persona che possa essere presa sul serio e con cui sia possibile parlare in modo serio”.
Come al solito sono tutti coglioni, salvo lui, modestia a parte.
Legittimo impedimento: ”non c’è nessun pericolo per la stabilità  di Governo qualunque sia l’esito della decisione della Corte Costituzionale”, ha assicurato il presidente del Consiglio alla vigilia della sentenza della Consulta.
Berlusconi si supera quando dice ”io non l’ho mai richiesta; è un’iniziativa portata avanti dai gruppi parlamentari” (probabilmente a sua insaputa).
Ma come la sentenza gli sia indifferente lo si capisce subito dopo quando   afferma: “spiegherò agli italiani di cosa si tratta, della patologia di un organismo giudiziario che, come ho detto anche alla cancelliera Merkel, si è trasformato in potere giudiziario esorbitando dal suo alveo costituzionale”.
Bene facciamoci conoscere anche all’estero…
”Sono totalmente indifferente al fatto che ci possa essere un fermo o meno dei processi, che considero ridicoli, su fatti per i quali ho avuto modo di garantire ( come il confetto Falqui, basta la parola ndr) che sono inesistenti, giurando sui miei figli e sui miei nipoti”, ha continuato Silvio Berlusconi.
Se sono ridicoli, basta fare come fanno tutti gli altri cittadini italiani: andare in tribunale e difendersi, dimostrando la propria innocenza ( a destra si fa così).
Italia e Germania sono convinte che per la stabilizzazione della zona Euro occorra un “grande coordinamento politico”.
Un coordinamento che “va rafforzato e portato avanti”, ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel al termine del vertice “ci deve essere sempre un bilanciamento delle energie: ci deve essere solidarietà  e controllo della stabilità  e della crescita in Europa”.
Poveretta, la Merkel non ha neanche parlato dei “fatti suoi” tedeschi, forse ha sbagliato vertice e conferenza stampa.
La sprovveduta ha continuato a parlare di problemi europei…

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L’ULTIMO BLUFF DEL FEDERALISMO FISCALE IN COMMISSIONE: SOTTO IL VESTITO SOLO PIU’ TASSE

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

PER BOSSI IL PARERE (NON VINCOLANTE) DELLA BICAMERALE È DECISIVO, MA LA RIFORMA RESTA UNA SCATOLA VUOTA…COSTI STANDARD, QUALCUNO HA BARATO: NON SI CONSIDERANO PIU’ COME PARAMETRO DI RIFERIMENTO LE REGIONI PIU’ EFFICIENTI, MA SOLO CINQUE REGIONI, DI CUI DUE CON BILANCI IN DISSESTO…TRA TANTE MODIFICHE, ALLA FINE IL PARAMETRO RESTA IL COSTO STORICO E IL FEDERALISMO PORTERA’ SOLO MAGGIORI TASSE

Per la Lega è il momento della verità , l’occasione per decidere se il governo deve vivere o morire.
Ma il passaggio del federalismo fiscale nella commissione bicamerale (cioè composta sia da deputati che da senatori) ha un valore solo politico: quindici membri della maggioranza, quindici dell’opposizione, il presidente (finiano) Mario Baldassarri in bilico.
Ieri è cominciato l’iter, c’è tempo fino al 28 gennaio per approvare gli ultimi decreti attuativi del federalismo fiscale.
Funziona così: nel 2009 il Parlamento approva la legge delega sul federalismo fiscale, poi tocca al Consiglio dei ministri emanare i decreti legislativi (che danno sostanza alla delega) su cui la bicamerale dà  un parere consultivo.
Poi si esprimono le commmissioni competenti di Camera e Senato e infine i decreti devono essere convertiti in legge dal Parlamento.
Il senso dei 17 giorni per approvare gli ultimi cinque decreti attuativi è dunque tutto politico, una prova di fedeltà  alla Lega.
Nel concreto cambierà  davvero poco perchè il federalismo fiscale era e resta soprattutto una scatola vuota.
Il punto di cui si discute ora è il fisco comunale.
L’idea originale, condivisa un po’ da tutti, era di assegnare ai Comuni la gestione di alcuni tributi, così da renderli responsabili delle spese.
Risultato: nel 2011 i Comuni riceveranno da Roma esattamente gli stessi soldi del 2010, circa 13 miliardi di euro, ma da un “fondo di riequilibrio” invece che come normale trasferimento dal centro alla periferia.
Gli enti locali protestano, poi, perchè il calcolo dei trasferimenti si fa sul 2010, cioè include i tagli della manovra di luglio, quindi le riduzioni rispetto al 2009 diventano strutturali. E dal 2012…?
È un mistero perfino se questo “fondo di riequilibrio” avrà  sempre la stessa dotazione o verrà  finanziato a seconda delle disponibilità  dello Stato.
Le entrate   che dovrebbero contribuire a questo fondo restano molto incerte. Dal 2014 il federalismo municipale dovrebbe andare infatti a regime, tutto centrato sulla tassazione delle abitazioni e sull’Imu, l’imposta municipale unica.
L’Imu, lo ha ribadito ieri il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, rimarrà  quella prevista nella versione dei decreti sottoposta alla bicamerale: riguarderà  soltanto le seconde e terze case.
Tradotto: i Comuni in zone turistiche e le grandi città  dove in molti hanno più di un immobile avranno più risorse a disposizione, o almeno più autonomia, soltanto perchè il governo non può rimangiarsi l’abolizione dell’Ici sulla prima casa (iniziata dall’esecutivo di Romano Prodi).
Quasi tutta la tassazione immobiliare finisce dunque sulle seconde e terze case.
L’altra novità  immobiliare del federalismo fiscale è la cedolare secca sugli affitti.
Il reddito che genera l’affitto, cioè, non dovrebbe più essere conteggiato nell’Irpef (dove ci sono aliquote progressive) ma tassato con un’aliquota unica del 20 per cento.
Lo scopo è far emergere dal sommerso molti affitti che vengono pagati in nero, secondo il principio che se l’imposizione è più bassa si è meno inclini a evadere.
I benefici sono tutti da dimostrare, i costi più evidenti.
Perfino Mario Baldassarri, da sempre grande sponsor della cedolare secca, ha alzato un sopracciglio quando il governo ha ridotto le stime di costo da 3 miliardi a uno.
Perchè almeno all’inizio, nell’attesa che i proprietari si decidano a far emergere dal nero gli affitti, il gettito cala sicuramente.
L’opposizione ha chiesto che sia il governo a pagare la differenza, nel caso il buco si concretizzi nei 3 miliardi temuti.
Calderoli però sa che ottenere una simile garanzia dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, è praticamente impossibile. Perchè le risorse sono troppo poche per avere un’incognita di due miliardi all’anno…
Per questo Calderoli ieri ha spiegato che il decreto sul fisco municipale cambierà  ancora, prevedendo una compartecipazione dei Comuni all’Irpef. Piccolo problema: il rischio così è che, a riforma approvata, le addizionali comunali e regionali dell’Irpef siano superiori a quelle di oggi.
Cioè più tasse per tutti.
Tutto questo si salda con il mai risolto problema dell’Ici sulle prime case, abolito come imposta, ma che ha generato un trasferimento sostitutivo dallo Stato di 3,4 miliardi che devve essere prorogato.
Come con gli altri decreti, quindi, i compromessi che si stratificano nei vari passaggi parlamentari rendono sempre più difficile da applicare il principio leghista all’apparenza lineare secondo cui i soldi devono restare sui territori che li hanno generati.
Lo si è visto anche con il punto che doveva essere più rivoluzionario, il passaggio dalla spesa storica (le risorse a cui hai diritto si calcolano in base a quanto spendevi in passato) ai costi standard (risorse proporzionali a quanto dovresti spendere, in base ai servizi erogati).
A dicembre ha avuto il via libera dalla Conferenza Stato-Regioni un bizantino meccanismo di calcolo in cui il calcolo dei trasferimenti non considera le Regioni più efficienti come parametro di confronto, ma un pacchetto di cinque Regioni di cui due con i bilanci in dissesto.
Poi si considera la media della spesa storica corretta per le variabili demografiche, tipo l’età  media degli abitanti o la dispersione.
E si perde ogni contenuto rivoluzionario, visto che alla fine il parametro resta il costo storico.
Sulle sanzioni per chi non riesce comunque a rispettare i parametri (inclusa l’ineleggibilità  per gli amministratori) c’è poi grande incertezza su come si tradurranno dalla teoria alla pratica.
Ma alla Lega serve un successo immediato, quale il parere positivo della bicamerale, mentre per risolvere (o rimandare ancora) questi problemi c’è tempo fino a maggio, quando scadrà  la delega che autorizza il governo a emanare i decreti attuativi in materia di federalismo fiscale…

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“IL FIGLIO DEL MINISTRO DECOLLA CONTROMANO”: COM’E’ DIFFICILE IN ALITALIA ESSERE FIGLIO DI MATTEOLI

Gennaio 13th, 2011 Riccardo Fucile

ASSUNTO IN MODO ANOMALO PER UN APPARENTE DISGUIDO POSTALE, FEDERICO MATTEOLI PARE AVVIATO A BRUCIARE LE TAPPE DI UNA BRILLANTE CARRIERA…DOPO SOLI NOVE ANNI POTREBBE DIVENTARE COMANDANTE: E LE VOCI MALIGNE NON MANCANO

Vita dura fare il pilota Alitalia se tuo padre è ministro dei Trasporti.
Ti senti addosso gli sguardi dei colleghi, devi respingere accuse che ti piovono da ogni parte.
Ma stavolta Federico Matteoli, figlio di Altero, ha deciso di ricorrere al Tribunale di Roma e di chiedere centomila euro di danni.
Certo l’accusa era grossa.
Basta leggere i blog frequentati dai piloti Alitalia per rendersene conto: “Provate a farvi un giretto sulle frequenze Acc (controllo del traffico aereo), le trovate sul web. E soprattutto: al Kennedy (principale aeroporto di New York) andate contromano in rullaggio (dal parcheggio alla pista di decollo), decollate senza autorizzazione (del controllore di volo), dirottate senza concordarlo con il controllore del traffico aereo e vedete poi se la Faa (Federal Aviation Administration) americana chiuderà  un occhio anche se siete figli di un ministro”, scrive un anonimo blogger.
Non ci vuole un grande sforzo per capire a chi si riferisca: Federico Matteoli…
Sembra la manovra di uno stuntman piut tosto che di un pilota di Boeing 777, un colosso di settanta metri da 300 passeggeri.
Così Matteoli alla fine si è rivolto ai suoi legali. Ma ormai il giallo era sulla bocca dei piloti…
Il Fatto Quotidiano ha cercato inutilmente prove dell’episodio: all’Enac (l’Ente Nazionale Aviazione Civile) non risulta nulla, dalla Faa (Federal Aviation Authority) non arrivano conferme.
Federico Matteoli, più volte contattato, era “impegnato”.
Possibile che si tratti di una leggenda aeronautica…?
Di prove, finora, nemmeno l’ombra.
Chissà , forse è tutta colpa di quella parentela ingombrante e del curriculum di Matteoli. Era il 2002 quando l’Alitalia assunse Federico.
Niente da dire sulle sue qualità , “un’ottima persona e un pilota capace”, dicono i colleghi.
Ma dopo l’11 settembre 2001, Alitalia aveva adottato la procedura della legge 223 su mobilità  e blocco delle assunzioni…
Una misura drastica, tanto che, raccontano in Alitalia, “alcuni piloti che erano in lista d’attesa furono messi sotto contratto come steward”.
Con una sola eccezione: il 19 marzo 2002 nell’azienda in crisi entra Federico Matteoli, classe 1973, pilota di Md 80.
All’epoca dei fatti i colleghi di Matteoli jr la spiegarono così: “Federico e un suo collega erano dipendenti di Eurofly. Alitalia decise di assumerli a tempo determinato per fare fronte a necessità  temporanee. Alla scadenza del contratto, come è previsto, il collega ha ricevuto una lettera da Alitalia che non rinnovava il rapporto”.
E Matteoli…? “Per un disguido, a quanto pare, la lettera è arrivata in ritardo. Così, come previsto dal contratto, il pilota è stato assunto a tempo indeterminato”.
È solo la prima tappa.
Quando Alitalia viene privatizzata i piloti puntano gli occhi su Matteoli junior. “Avendo come base Milano riuscì a evitare la cassa integrazione”, raccontano oggi sindacalisti Alitalia.
Niente di illecito, ma abbastanza per alimentare le chiacchiere. Basta…? No. Federico abbandona gli Md80 e approda al Boeing 777, il gigante dei cieli, sogno di tutti i piloti.
Tutto regolare: adesso Alitalia è privata e il contratto Cai prevede una clausola che consente di scegliere il 25% del personale al di fuori di graduatorie e liste di anzianità  (Federico, uno degli ultimi assunti, era in coda nelle liste dei piloti).
“È un criterio senza senso perchè non premia il merito, ma si presta a lasciare spazio a personaggi, anche sindacalisti, che non avrebbero magari potuto occupare quei posti”, sostiene Carlo Galiotto, ex comandante Alitalia. L’ultimo capitolo è di questi giorni: Matteoli starebbe per tornare all’Airbus A320, un aereo più piccolo.
Una bocciatura…? “No, è la strada per diventare comandante.
Dopo appena nove anni di servizio, mentre c’è gente che aspetta decenni”, sibilano i critici.
Chissà , forse Matteoli maledirà  le sue origini.
Meglio avere un papà  meno ingombrante. O forse no…?

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LETTERA DI UNA TERREMOTATA DELL’AQUILA AL LEGHISTA BORGHEZIO

Gennaio 12th, 2011 Riccardo Fucile

L’EUROPARLAMENTARE AVEVA INVITATO I TERREMOTATI AD ARRANGIARSI DA SOLI, INVECE CHE GRAVARE SULLO STATO ED ESSERE “UN PESO MORTO”

Non so se non riesco a perdonare lei o me stessa, perchè sto sprecando tempo a scriverle.
In molti qui si chiedono se lei sia mai stato a L’Aquila e la invitano a visitarci.
Io, invece, la prego, non venga, mai.
Non riuscirebbe a capire come noi, pesi morti, riusciamo a far vivere una città  che non c’è, come noi riusciamo persino a pagare le tasse, quelle stesse che le permettono di avere uno stipendio.
Non venga Borghezio, è meglio.
Potrebbe scoprire che quei pochi che non hanno perduto il lavoro, lavorano il triplo, oppure dedicano il loro tempo a scrivere una legge che li tuteli, o ancora fanno Masterplan e, pensi un po’, anche la raccolta differenziata.
Non venga, Borghezio, a sentire i nostri adolescenti che parlano e creano, le potrebbe far male, e non oso immaginare come la sua mente potrebbe essere sconvolta dal vedere che riusciamo persino a riunirci in assemblea, oppure a divertirci, pensi un po’.
Non venga Borghezio, non perchè siamo menti labili che potrebbero commettere qualche azione violenta, non venga, non capirebbe mai.
La mia intelligenza mi permette di capire molte cose, ma se anche un centesimo delle mie tasse va nel suo stipendio no, questo non lo capisco.
Le auguro di rimanere nella sua ignoranza, capire potrebbe esserle fatale!

Giusi Pitari

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ADESSO TOCCA A “CRUDELIA”: LA SANTANCHE’ ACCUSATA DI VOLER FARE LE SCARPE A BERLUSCONI

Gennaio 12th, 2011 Riccardo Fucile

SE LE VOGLIA FARE ORIZZONTALE O PRONA NON E’ ANCORA DATO SAPERE, MA NELLA GUERRA DEI KILLER TRA FELTRI E SALLUSTRI, ORA MEL MIRINO FINISCE ANCHE L’EX PASIONARIA…”DOPO SILVIO UNA DONNA PREMIER”: MA LA “MODESTA” DANIELA NON PENSA CERTO A SE STESSA

“No, ma quale attacco? Va tutto bene, Feltri è un mio grande amico”.
Se fosse stato un nemico allora, oltre a definirla “voltagabbana” e accusarla di “voler fare le scarpe” a Berlusconi, che cosa avrebbe potuto pubblicare, sul sul “suo” Libero, contro Daniela Santanchè?
Perchè lei, che si finge inconsapevole, è invece una delle cause scatenanti della fuga di Feltri dal Giornale. E della rottura dei rapporti con Alessandro Sallusti.
Tutto è cominciato quando la signora Garnero da Cuneo è rientrata nelle grazie di Silvio Berlusconi.
Dopo aver indossato senza successo la casacca storaciana ( e aver preso per i fondelli migliaia di persone n.d.r.) è tornata a casa da figliol-prodiga, e per lei sono state spalancate tutte le porte: quelle economiche prima, quelle del governo poi.
Infatti la Santanchè è entrata a pieno titolo, con la sua concessionaria di pubblicità  “Visibilia”, sia al Giornale che a Libero.
Ma dal secondo ha divorziato dopo una serie di problemi con gli Angelucci, proprietari della testata e soci a metà  della stessa concessionaria pubblicitaria.
Accusata di trascuratezza nei confronti della creatura di Belpietro, la sottosegretaria si è dedicata completamente al Giornale e al suo direttore, a cui sarebbe legata anche sentimentalmente.
“Sono una coppia non un’accoppiata” ha dichiarato ieri Feltri in un’intervista, ricordando che Berlusconi (col quale lui non ha rapporti quotidiani) gli aveva detto “il Giornale è roba tua”.
Totale fiducia dal premier, quindi, e mani libere.
Ma poi è arrivata Daniela. La sua pubblicità  e il suo rapporto con Sallusti (che dichiara di avere colloqui continui con Berlusconi) ha rotto l’incantesimo decennale che legava i due giornalisti.
E l’impossibilità  di agire liberamente ha portato Feltri lontano dal quotidiano di famiglia.
Il giorno dell’annuncio dell’ennesimo passaggio verso Libero, testata che lui ha fondato, Feltri parafrasò una famosa battuta cinematografica per confessarsi col sorriso: “sono andato via cinque minuti fa dal Giornale e già  mi sta sui coglioni”.
Detto, fatto: Sallusti lo accusa di essere un traditore e di aver voltato le spalle a Berlusconi. Feltri fa lo stesso con la Santanchè: “Perfino lei cambia bandiera” ha scritto ieri Libero, “e non è la prima volta. L’ultima occasione le aveva fruttato addirittura un posto di sottosegretario al ministero per l’Attuazione del programma di governo. E, a forza di dietrofront, potrebbe ritrovarsi piroettata sulla poltrona di Palazzo Chigi”.
Il chiaro riferimento è alla dichiarazione della Santanchè “l’erede non lo sceglierà  Berlusconi e sarà  una donna”.
Lei ha incassato il colpo con eleganza: “Feltri è un grande amico, nessun problema. Io ho detto che fra 30 anni mi piacerebbe un presidente donna” . Quindi non subito?
“Macchè, lunga vita a Berlusconi”.
E dopo di lui?
“Dopo di lui mi auspico ci sia una donna”.
E quella donna potrebbe essere lei?
“Ma la mia non era un’autocandidatura, non ho mai preso in considerazione me stessa. Tanto che ho detto che la sinistra ha perso un’occasione non portando al Quirinale Anna Finocchiaro. Poi io fra 30 anni spero di fare la nonna e occuparmi dei nipoti”.
E nel frattempo?

Caterina Perniconi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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STILISTI, IMPRENDITORI, ATTRICI: ECCO CHI AVEVA I SOLDI IN SVIZZERA

Gennaio 12th, 2011 Riccardo Fucile

I NUOVI NOMI DELLA LISTA FALCIANI: DA VALENTINO ALLA SANDRELLI, DALLA GREGORACCI A TELESPAZIO, DA BALESTRA A BULGARI….SONO 6.963 LE “POSIZIONI FINANZIARIE” ITALIANE SOTTO IL MIRINO DEGLI INQUIRENTI, PER UN IMPORTO DI OLTRE 6 MILIARDI DI DOLLARI

Ci sono stilisti e imprenditori, attrici e gioiellieri, commercianti e dirigenti d’azienda, ma anche illustri sconosciuti che hanno evidentemente deciso di tenere all’estero i propri risparmi.
Oltre settecento persone che adesso sono sotto inchiesta a Roma per omessa o incompleta dichiarazione fiscale.
Tutte finite nell’ormai famosa «lista Falciani» che prende il nome da Hervè Falciani, il dipendente infedele della sede di Ginevra dalla banca inglese Hsbc scappato con l’elenco dei clienti di mezzo mondo che poi ha ceduto alle autorità  francesi.
Per l’Italia ci sono 6.963 «posizioni finanziarie» per un totale di depositi che supera i sei miliardi e nove milioni di dollari relativi al biennio 2005-2007.
I documenti contabili ottenuti dalla procura di Torino e dalla Guardia di Finanza sono stati trasmessi per competenza alle varie Procure e nella capitale sono stati avviati gli accertamenti.
Gli interessati dovranno infatti essere interrogati dal procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani e dal suo sostituto Paolo Ielo, soprattutto per verificare se abbiano usufruito dello scudo fiscale e abbiano così sanato eventuali irregolarità .
Aveva trasferito parte dei suoi risparmi in Svizzera l’attrice Stefania Sandrelli, che poi ha deciso di usufruire dello scudo e dunque dovrebbe evitare possibili
conseguenze penali.
Nella lista c’è anche sua figlia Amanda e adesso si dovrà  stabilire se sia beneficiaria del deposito della madre o se abbia invece una posizione autonoma.
Nulla si sa ancora sull’entità  degli importi accreditati sui vari conti correnti: saranno le Fiamme Gialle a dover ricostruire la movimentazione fino a stabilire la cifra portata all’estero.
Nella lista consegnata alla Procura c’è poi Elisabetta Gregoraci, la soubrette diventata famosa anche per essere diventata la moglie di Flavio Briatore.
Il regista Sergio Leone risulta nell’elenco, ma è scomparso nel 1989 e dunque dovranno essere i suoi eredi a dover fornire chiarimenti ai magistrati.
Tra stilisti e gioiellieri il più noto è certamente Valentino Garavani, seguito a
ruota da Renato Balestra.
Entrambi, secondo le carte acquisite a Parigi e poi inviate nel nostro Paese, avrebbero depositato capitali presso la banca inglese.
Nell’elenco c’è anche Pino Lancetti, il famoso sarto umbro morto nel 2007, che viene inserito insieme alla sorella Edda.
E poi le due società  che fanno capo a Gianni Bulgari, maestro di gioielleria con la sua “Gianni Bulgari srl” e la “Bulgari International”.
Gli inquirenti ritengono che anche Pietro Hausmann sia uno dei componenti della famosa gioielleria di Roma.
Il Bolaffi che spicca nella lista dovrebbe appartenere alla dinastia nota per la numismatica mentre Sandro Ferrone è certamente lo stilista noto per i negozi sparsi in tutta la città  che hanno come testimonial l’attrice Manuela Arcuri.
Telespazio è la società  di Finmeccanica che si occupa di sistemi satellitari e i magistrati vogliono scoprire per quale motivo avesse un conto presso la Hsbc.
Sarà  soltanto una coincidenza, ma nella stessa lista compare Camilla Crociani, moglie di Carlo di Borbone e figlia di Camillo, che del colosso specializzato in armamenti e sistemi di difesa è stato presidente per diciotto anni prima di essere coinvolto nello scandalo Lockheed.
Nella lista c’è anche il presidente della Confcommercio Roma Cesare Pambianchi, insieme a Carlo Mazzieri, commercialista che risulta socio nella sua attività  professionale privata.
Nel settembre scorso lo studio è stato perquisito nell’ambito di un’altra inchiesta della magistratura romana che riguarda il trasferimento all’estero, in particolare in Bulgaria e in Gran Bretagna, di società  in stato prefallimentare al fine di evitare i procedimenti di bancarotta fraudolenta.
Nome noto è pure quello di Mario Salabè, l’ingegnere coinvolto negli anni 90 nelle indagini sui finanziamenti al Pci-Pds con la sua società  “Sapri Broker”, fratello dell’architetto Adolfo Salabè che invece fu accusato di peculato nell’inchiesta sui «fondi neri» del Sisde quando al Viminale c’era Oscar Luigi Scalfaro del quale Salabè era amico attraverso la figlia Marianna.
Risulta invece essere un professore universitario Francesco D’Ovidio Lefevre.
I ricchi ma non famosi sono la maggior parte.
Molte casalinghe, svariati professionisti, titolari di negozi del centro della città  con un considerevole fatturato.
Si va da Cinzia Campanile a Michele Della Valle, da Carmelo Molinari a Giovanni Pugliese da Mario Chessa a Roberto D’Antona.
E ancora nell’elenco: Gabriella e Giorgio Greco; Gianfranco Graziadei; Adriano Biagiotti; Cinzia Santori; Marina Valdoni; Piero Dall’Oglio; Andrea Rosati; Eleonora Sermoneta; Stefania Vento; Giordana Zarfati; Eliane Rostagni; Fabrizia Aragona Pignatelli.
La scorsa estate la Guardia di Finanza aveva avviato accertamenti su 25 persone che avevano esportato in Svizzera un totale di 8 milioni e 299 mila dollari, scelte in base ai «canoni di pericolosità  fiscale» perchè risulta che non hanno presentato denuncia dei redditi, oppure perchè la loro dichiarazione è stata ritenuta «incongrua» rispetto alle somme movimentate.
Tra loro, l’ambasciatore Giuseppe Maria Borga, la pittrice Donatella Marchini, il marchese Hermann Targiani.

Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera“)

argomento: Costume, denuncia, economia, emergenza, Giustizia, Politica, radici e valori | Commenta »

ECCO PERCHE’ NON SI VOTA: CENTROSINISTRA IN VANTAGGIO. NEI SONDAGGI DEL PREMIER

Gennaio 12th, 2011 Riccardo Fucile

CENTROSINISTRA AL 39,5%, CENTRODESTRA AL 39%, TERZO POLO AL 17% NEI SONDAGGI RISERVATI DEL PREMIER…IN CALO I PARTITI MAGGIORI, SALGONO FUTURO E LIBERTA’, SINISTRA E LIBERTA’ E IDV…E IL CALENDARIO DEI LAVORI SPOSTA LE “GRANE” A FEBBRAIO PER PRENDERE TEMPO E NON RISCHIARE IN AULA

Tutto di traverso. Anche se il prossimo calendario della Camera sembra
studiato apposta per non dargli guai immediati, ieri il Cavaliere tormentava
tra le mani un sondaggio allarmante, da lui commissionato: in caso di
elezioni vincerebbe la sinistra.
Un’impietosa tabella divisa per regioni gli ha svelato che i partiti maggiori sono tutti in calo, mentre salgono Fli, Sinistra e liberta’ di Vendola e l’Italia dei valori.
Il dato nuovo è che un’ipotetica coalizione di centrodestra (composta da Pdl, Lega, Destra e altri partiti d’area come Udeur, Adc, Noi Sud) totalizzerebbe il 39%.
Mezzo punto sotto un centrosinistra composto da Pd, Idv, Sel, Radicali, Socialisti e Verdi: i loro voti, sommati, arrivano a 39,5%.
Senza contare la Federazione della sinistra (Rifondazione e Pdci al 2,3%) e
il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo (2,4%).
Un vero disastro per il Cavaliere.
Ecco perchè ¨ il calendario della Camera ha mandato il più lontano possibile le “grane”.
La sfiducia a Bondi? A fine gennaio. Forse.
La questione spinosa del biotestamento? A febbraio, ma chissà  .
E poi la mozione sulla Rai di Fli che slitta anche oltre la fine di febbraio e la mozione della Lega contro Fini che finisce nel cestino.
La conferenza dei capigruppo, ieri mattina alla Camera, si è disegnata un calendario dei lavori parlamentari tale da tenere a debita distanza le questioni che possono diventare scivolose per la maggioranza, mettendo a rischio il governo.
Consapevoli tutti dei lavori in corso di allargamento della maggioranza da parte del Cavaliere, del tentativo della Lega di trovare la quadra sui decreti del Federalismo e del Terzo Polo che punta a strutturarsi stabilmente, si è ¨ deciso di prendere tempo.
A ben guardare, fatto salvo il decreto Milleproroghe, il primo vero appuntamento importante per il governo è la mozione su Bondi.
Se ne parla l’ultima settimana di gennaio.
Perchè nel Terzo Polo ancora non sanno che pesci prendere. Rutelli voterebbe la sfiducia, ma Rocco Buttiglione, cui Casini ha dato mandato di fare il punto sul caso, ci deve pensare su.
Il fronte, insomma , non è coeso.
Così come sulla mozione Udc per l’estradizione di Cesare Battisti (in aula il 18 gennaio, un giorno prima la relazione di Alfano sulla Giustizia) il panorama delle opposizioni non è così chiaro,quindi può darsi che venga anche rinviata. Finita nel dimenticatoio la mozione che la Lega aveva presentato prima delle vacanze contro Fini per indurlo alle dimissioni: ieri durante la conferenza dei capigruppo nessuno ha fatto un fiato.
Anche perchè Calderoli sta mediando ogni giorno per ottenere dal finiano Baldassarri, presidente della commissione Finanze, il via libera sul decreto comunale del federalismo e la famigerata “Imu: il Carroccio tiene dunque un profilo basso.
E che fine ha fatto la mozione di Fli sul pluralismo Rai? Rinviata “forse” a fine febbraio, ma poi anche lì si vedrà  .
Il vero “scontro”, semmai, comincerà  agli inizi di febbraio quando andrà    in aula il biotestamento.
Lo hanno voluto inserire in discussione Pdl e Udc. Una apparente vittoria per la maggioranza, che così conterebbe di spaccare il Terzo polo. L’utilizzo della discussione legislativa a fini di parte è stato attaccato anche da Famiglia Cristiana: “Si sta facendo un uso strumentale dell’etica”.
Casini ha dovuto sottolineare che l’Udc su questo fronte lascerà    libertà    di coscienza”.
Berlusconi, però, non ci crede:”Non mi fido di lui, ha detto.

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: Berlusconi, Bossi, Casini, Costume, elezioni, Fini, governo, Parlamento, PdL, Politica | Commenta »

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