Gennaio 9th, 2011 Riccardo Fucile
I MAGGIORI RIALZI IN LIGURIA, A NAPOLI RINCARI SULLA TANGENZIALE E SULL’AUTOSTRADA PER SALERNO… AUMENTO DEI PREZZI DEI PARCHEGGI A BOLOGNA, BIGLIETTI PIU’ CARI A PALERMO….”NON TOCCHEREMO LE TASCHE DEGLI ITALIANI”
La Finanziaria non è un’entità astratta: pesa sulla vita dei cittadini e sugli spostamenti
che ogni giorno devono affrontare per vivere, lavorare, divertirsi. Dalle tariffe per i parcheggi al costo dei biglietti dell’autobus e della metropolitana, dai pedaggi autostradali ai treni locali: sono queste le voci dei bilanci familiari sulle quali i Comuni decidono di intervenire quando – visto il taglio dei trasferimenti – si vedono costretti a fare cassa.
La manovra, quando passa dal “nazionale” al “locale”, fa sosta davanti ai pendolari.
Da Milano a Palermo sono loro i primi a risentire della stretta.
In molti casi, sono chiamati a sostenere veri e propri aumenti di prezzo. L’elenco è lungo.
Si comincia con il più 25 per cento in più sul biglietto dell’autobus che i cittadini di Genova saranno chiamati a versare dal primo febbraio: passerà da 1 euro a 1,50 euro, e diventerà il più caro d’Italia.
Ora la palma spetta a Palermo con 1,30 euro: al momento la capitale siciliana non toccherà il prezzo del singolo biglietto, ma ha già aggiornato quello del carnet da venti.
Anche Bari alza il tiro: da Capodanno per il bus si pagano 90 centesimi al posto dei “vecchi” 80.
A rincarare ci sta pensando anche il comune di Bologna che si prepara a applicare un balzello del 20 per cento sugli autobus e sui parcheggi in centro.
C’è chi non pratica aumenti, ma taglia le corse (come Firenze che ha deciso di ridurle del 10 per cento spingendo i sindacati verso uno sciopero in difesa dei posti di lavoro); e chi – viste le imminenti amministrative – pensa sì ai rincari, ma li mette in programma per l’estate.
E’ il caso di Torino, che in primavera voterà il nuovo sindaco e che già sta studiando aumenti da applicare a partire da luglio.
E se il caro benzina penalizza chi preferisce spostarsi con l’auto, la stangata non risparmia nemmeno chi viaggia in treno.
Trenitalia Le-Nord società coordinata dalla regione Lombardia, aumenterà i biglietti in due tranche per un totale del 20 per cento.
I treni della Liguria rincareranno del 25.
Napoli penalizza chi viaggia in auto (più 25 per cento oltre i 30 km per chi usa la A3 Napoli-Salerno; più 3,8 per la Tangenziale), ma anche i pendolari del servizio pubblico.
L’unica città che non programma aumenti – “a meno che la qualità del servizio non migliori ” ha detto il sindaco – è Roma.
Il caso Parentopoli invita a passare la mano.
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Gennaio 9th, 2011 Riccardo Fucile
UNA SORTA DI STRETTA CUSTODIA “PROTEGGE” IL SENATUR: LA GESTISCE LA MOGLIE CON UN GRUPPO DI FEDELISSIMI…DOPO UNA LITE, ANCHE LA BADANTE E’ STATA RIDIMENSIONATA: LA MANUELA VUOLE PIAZZARE IL TROTA COME SUCCESSORE, D’INTESA CON BRICOLO, REGUZZONI, CAPARINI E BELSITO… MARONI CERCA SPAZIO MA NEL PARTITO E’ GUERRA FREDDA
Le due vicende delle microspie e del botto alla sede della Lega di Gemonio nascono tutte vicino a Umberto Bossi che dopo il ritorno all’attività politica, all’indomani dell’ictus, di fatto è un uomo protetto, circondato ma soprattutto controllato.
Una sorta di custodia stretta attorno a cerchi concentrici composti da donne e uomini, parenti e fedelissimi, che formano un fitto cordone sanitario di protezione al leader leghista che – anche in questa edizione dell’immancabile trasferta invernale a Ponte di Legno – non ha fatto mancare le sue partite a braccio di ferro, parolacce e pernacchie ai microfoni e gli allegri cazzotti contro il palmo delle mani di quanti riescono a penetrare la cortina di ferro del primo livello di protezione: il fantomatico “cerchio magico” voluto e realizzato dalla moglie Manuela Marrone.
Tra i pochi fortunati ci sono il capogruppo a Palazzo Madama Federico Bricolo e quello alla Camera Marco Reguzzoni; si sono poi aggiunti Francesco Belsito, un ligure che a 37 anni gestisce la cassa del partito in qualità di segretario amministrativo e Bruno Caparini (padre dell’onorevole Davide), imprenditore bresciano della Alta Valcamonica, membro del consiglio di sorveglianza di A2A oltre che proprietario del castello in cui alloggia la corte dei miracoli di Bossi.
Già perchè questo inverno, più che negli anni passati, la Lega rappresenta la “gallina dalle uova d’oro” (parafrasando proprio un manifesto leghista) per il peso politico che è riuscita ad imporre soprattutto in nuovi ambiti di azione. Uno su tutti? La sanità .
Non è un mistero per nessuno che dopo la rimozione del precedente assessore in Lombardia Alessandro Cè (sostituito con l’attuale Luciano Bresciani, il medico di Bossi) nessun leghista si sia mai occupato del sistema sanitario lombardo (che più o meno rappresenta il 70% del bilancio regionale) e che come tutti sanno, nel corso degli anni, ha accentuato la sua natura di meccanismo che guarda con particolare attenzione agli accreditamenti a strutture private che spesso sottraggono risorse al pubblico.
Dunque il passaggio dal 2009 al 2010 ha segnato una svolta anche nella presenza leghista nell’orbita sanitaria con tanto di nomine “verdi” ai vertici delle direzioni generali.
Qualcuno dal Pirellone ha addirittura parlato di una “Lega sempre più vorace e ingorda che non si accontenta più”. Insomma il partito di Umberto Bossi, che al nord controlla tutto, è sempre più appetibile soprattutto per quanti tentano di creare antagonismi interni alimentando correnti che potrebbero sfociare in vere contese.
Ma sui festeggiamenti di fine anno del Senatùr, ha pesato anche un altro fatto importante: quello cioè dell’assenza di Rosi Mauro: ex leader del sindacato padano e attuale vicepresidente del Senato considerata fino a prima di Natale l’ombra di Bossi.
Anche lei era stata tra gli eletti del “cerchio magico” ma qualcosa sembra essersi incrinato.
I ben informati parlano di un litigio che si è consumato tra la signora Bossi e la Mauro che però, ufficialmente, pare caduta in disgrazia dopo la bagarre al Senato (21 dicembre) dopo l’approvazione di quattro emendamenti al ddl Gelmini presentati dall’opposizione.
La bruna leghista dopo aver perso il perso il controllo ha disposto votazioni a raffica senza attendere o ascoltare le richieste che provenivano dalle opposizioni.
Ma tutto ciò cosa c’entra con Bossi?
C’entra, perchè nel “cerchio magico” oltre ad accudire il capo viene gestita anche la macchina parlamentare della Lega che non è indenne dalle tensioni della successione del suo fondatore.
Per Manuela Marrone l’unico candidato dovrà essere un Bossi (Renzo detto il Trota) ma per la base, invece, il nome più credibile sarebbe quello di Roberto Maroni che da tempo sta lavorando alla costruzione di un suo profilo moderato-istituzionale grazie al quale riesce a piacere ad una parte dell’ opposizione tanto da entrare, con Tremonti, nell’ipotesi di caduta del governo Berlusconi, nella lista dei nomi capaci di ottenere il favore di buona parte delle forze politiche.
Elisabetta Reguitti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 8th, 2011 Riccardo Fucile
IL GEN. MINI: “INCONCEPIBILI DUE VERSIONI SU MIOTTO, NON HO MAI VISTO IN TV UN MINISTRO DELLA DIFESA MIMARE, COME UN ATTORE DI UN FILM DI ULTIMA CATEGORIA, LA RICOSTRUZIONE DI UN EPISIODIO FATALE CHE HA COINVOLTO L’ESERCITO DEL SUO PAESE”
Fabio Mini si definisce un generale in cosiddetta ‘ausiliaria’. 
Anche il capo di Stato maggiore della Difesa, il generale Vincenzo Camporini, tra due mesi andrà in pensione.
“Noi generali – dice Mini – in realtà non andiamo mai in pensione e continuiamo a interessarci del nostro Paese”.
Per questo gli chiediamo di dirci a quale versione della morte di Matteo Miotto crede: a quella del ministro La Russa, secondo il quale Miotto è stato ucciso durante una battaglia, o a quella del generale capo di Stato maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini, che sostiene che Miotto sia stato ucciso da un cecchino.
Generale, lei che ne pensa?
Camporini ha detto la verità : è stato il ministro La Russa a cambiare versione. Quando ha sostenuto che gli era stata data un’informazione edulcorata. Adesso il ministro la pillola la sta indorando, sostenendo che non voleva dire quello che ha detto, che non prova rabbia per i vertici dell’esercito, bensì stima. Sono boutade che possono avere conseguenze pesantissime sulla sicurezza dei nostri soldati. Non si può giocare sulla pelle dei militari morti e di conseguenza su quella dei vivi.
Generale, la pace è lontana anche tra le istituzioni. La situazione questa volta è “grave ma anche seria” ?
Le accuse che il ministro della Difesa ha rivolto al capo di Stato maggiore della Difesa hanno un effetto negativo anche sulla situazione interna: squalificano le istituzioni politiche e militari. Questo significa intaccare il tessuto connettivo del Paese. Dopodichè non resta più nulla.
Possibile che La Russa non si renda conto di fare un danno anche a se stesso? Questi politici sono travolti dal proprio narcisismo. O dalla propria incompetenza?
Anche. La cosa che mi ha lasciato stupefatto è la versione “romanzata”, divulgata urbi et orbi, dal ministro La Russa, con tanto di interpretazione mimica dell’accaduto. Si capiva molto bene che aveva cambiato la sua versione dei fatti perchè influenzato dai colloqui avuti con i soldati dopo essere andato in Afghanistan.
E quindi?
E quindi, a mio avviso, il ministro non dava una nuova versione perchè era emersa un’altra verità . Semplicemente gli è piaciuta di più quella dei soldati. Che è sempre meno “banale”, proprio perchè enfatizzata, vuoi per spirito di corpo, vuoi per darsi coraggio, vuoi per esorcizzare la morte.
Un ministro che non sa fare la tara tra l’enfasi con cui i soldati raccontano ciò che vivono e i rapporti ufficiali dei vertici delle Forze Armate, non è inadatto a ricoprire questa carica?
Un ministro deve saper fare la tara, soprattutto se è il ministro della Difesa. E deve anche saper distinguere tra i toni dei rapporti ufficiali e i toni da usare quando si deve comunicare con l’opinione pubblica. Un ministro della Difesa deve avere, sempre e comunque, come suoi primi interlocutori i vertici militari, che sono addestrati per interpretare ciò che è accaduto davvero ai soldati sul campo.
Lei è stato a lungo impegnato nei Balcani, ma anche in Cina, negli Stati Uniti, sia in veste di generale sul campo, sia come portavoce e responsabile della comunicazione dei vertici militari. Ha mai assistito a uno scambio di accuse così aspro e frontale tra il ministro della Difesa e il suo capo di Stato maggiore?
No. Non ho mai nemmeno visto in tv un ministro della Difesa mimare come un attore di un film di ultima categoria, la ricostruzione di un episodio fatale che ha coinvolto l’esercito del suo Paese.
Perchè, secondo lei?
Intanto perchè uno dei due si è sempre dimesso prima di arrivare a tal punto. Secondo perchè non si arriva a questo punto: l’insipienza non è prevista per certi ruoli. La malafede magari sì, ma l’incapacità no.
Senta generale, ma c’è ancora un punto in comune tra il vertice politico e quello militare?
Sì, purtroppo: nessuno dei due dice chiaramente che questa non è una missione di supporto e assistenza all’esercito e alla polizia afghana, altrimenti avremmo mandato sempre più ingegneri e infermieri, invece abbiamo aumentato le forze militari, passando da 9 mila a 140 mila soldati. Questa è una guerra e si va “alla guerra come alla guerra”.
Cioè?
I nostri soldati partecipano a battaglie vere e proprie, le nostre Forze Speciali (sabotatori e incursori), che ubbidiscono direttamente agli ordini della Nato, ogni notte si lanciano dagli elicotteri o marciano per decine di chilometri al buio per infiltrarsi nei territori non ancora controllati. E lo fanno a costo di eliminare tutti gli avversari che incontrano sul loro cammino. In guerra eliminare significa ammazzare .
Stiamo trasgredendo l’articolo 11 della Costituzione?
Far rispettare l’articolo 11 alla lettera (L’Italia ripudia la guerra, ndr) sarebbe ottimo, tuttavia il diritto internazionale, autorizzando l’intervento armato in casi particolari, di fatto permette di aggirare l’articolo 11. Dobbiamo quindi badare alla sostanza, che è quella di far riconoscere a tutti che siamo in guerra, in un teatro di guerra, contro avversari che ci fanno la guerra.
Roberta Zunini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 8th, 2011 Riccardo Fucile
LA SERA DI CAPODANNO IL PRESIDENTE DELLA REGIONE BECCATO A CENA IN UN RISTORANTE CINESE A PADOVA… LETTERE DI PROTESTA DAI LETTORI DEL QUOTIDIANO LOCALE: DOPO AVER PARLATO MALE DEI RISTORANTI STRANIERI E AVER FATTO UN CAVALLO DI BATTAGLIA ELETTORALE LA DIFESA DELLA CUCINA VENETA, CROLLA IL POLENTONE PADANO
Di giorno, armato di scodelle e forchette, si batte per la polenta con gli osèi e di sera gozzoviglia con gli jiaozei.
Al pomodoro di Pachino il prode Luca Zaia preferisce lo zhongguà³ cà i di Pechino.
Così il governatore del Veneto soddisfa la testa padana con il ventre cinese. Ma gli osti padovani lo hanno beccato, anche la sera di Capodanno, con il nian gao in bocca.
E hanno perciò scritto al “Mattino di Padova” una lettera di protesta etnica firmata dall’Appe, (Associazione provinciale pubblici esercizi) che è l’Istituzione del cappone, la Borsa dei tortellini, la Wall Street del coeghin col purè, il sancta sanctorum del Valpolicella.
Questi arrabbiati ristoratori, ormai debilitati dai bassi prezzi del desco sino-leghista, addirittura denunziano che, arrivando al Wok-sushi – 420 posti a sedere sulla statale del Santo a Cadoneghe – Zaia viene accolto con il doppio inchino di Nanchino.
E non gli dicono neppure ciao ma ni hà o. Persino lo chiamano familiarmente Tsa-ja invece che “signor Zaia dott. Luca”.
Certo, “è libero – continuano – di andare e comportarsi come crede”, ma “con quale soddisfazione il governatore si batte in difesa dei saporiti prodotti veneti?”.
Ovviamente noi solidarizziamo con lo Tsa-ja piuttosto che con lo Zaia e ci fa piacere notare che anche tra i fanatici padani l’ideologia mostra la sua natura imbonitoria.
E difatti, quando era ministro dell’Agricoltura, il Catone rurale spiegò a un allibito giornalista del “Guardian” che l’Italia autarchicamente voleva e doveva tornare alla tavola tutta italiana.
E gridava “viva lo spumante” e “abbasso lo champagne”.
Pure annunziò che nelle cucine leghiste era già stato preparato il kebab padano negli ingredienti e anche nel nome: muntun afetà .
E però il maggiore contribuente dell’opulenta Vicenza è un imprenditore cinese.
E anche il proprietario del Wok Sushi, il signor Marco Hu Lishuang, è un grande sostenitore politico di Zaia, al punto da dichiarare al “Mattino” “io sono leghista” anche se è lecito pensare che questo campione dell’integrazione sarebbe stato mafioso in Sicilia, camorrista a Napoli, papalino a Roma.
E’ probabile che il bravo cinese abbia interiorizzato il codice della globalizzazione all’italiana.
E’ insomma un genio di antropologia partecipata.
Si sentono invece traditi dal loro governatore e da quegli imbattibili dieci euro a pasto nel Wok Sushi, tutti i vivandieri patavini e perciò sugosamente dicono: “Crediamo abbia delle responsabilità e delle rappresentatività (!) ben precise”.
Dunque lo ammoniscono e si dolgono, non gli concedono l’ironia e gli ricordano “il dovere di rivolgere, con coerenza, le più accurate attenzioni all’oca, ai radicchi, al pollo, alle erbette, al prosecco…”.
Ha la lingua biforcuta lo Zaia che pure amarono e sfamarono.
E tuttavia ancora lo invitano a tornare “a frequentare i nostri locali. Assieme al calore familiare e a eleganti tavoli (non striminziti e non self service) troverà e degusterà vini e cibi con prodotti della nostra meravigliosa agricoltura, di quella terra che è anche la sua, con accattivanti ricette non di importazione”.
Non è forse lo stesso Zaia che, con il suo partito, propose nell’aprile scorso di abolire per legge le insegne alimentari in lingue extracomunitarie?
Volevano tradurle in italiano o, ancora meglio, nei vari dialetti locali, per farla finita con sashimi, kebab e fagottini vari, sostituiti con pesse cruo a Verona, piecoro fatto a felle a Napoli, sfinciuni a Palermo…
E gli osti sfiancati si erano illusi che almeno a Padova Zaia strozzasse davvero quelle concorrenziali cucine dei cinesi, dei tailandesi e dei musulmani.
E invece bisboccia da loro e a prezzo vile.
E però non è solo nell’economia gastronomica che la Lega agisce come il fariseo Nicodemo il quale, come racconta l’evangelista Giovanni, di notte ascoltava Gesù e di giorno si mostrava rigoroso osservante dei precetti ebraici.
Anche nell’industria e nell’agricoltura la Lega ricorre a quegli stranieri che disprezza, non può fare ameno di loro come Tsa-ja non può fare a meno della grappa di rose: “Al leghista non far sapere quanto è buona la meiguijiu con le pere”.
Ma forse la colpa di tutto ce l’ha, come sempre, il fotografo del “Mattino”, il paparazzo insomma che, al Wok Sushi, senza chiedergli come mai lo ha icasticamente fissato in un’immagine neoglobal da fine Quattrocento.
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Gennaio 8th, 2011 Riccardo Fucile
IL CALCOLO SULLA PERDITA DEL POTERE D’ACQUISTO TIENE CONTO DELLO STOP AL RINNOVO CONTRATTUALE E DEL MANCATO INCREMENTO IN BASE ALL’INDICE DI INFLAZIONE… STOP ALLA CONTRATTAZIONE INTEGRATIVA E BLOCCO ECONOMICO DELLA CARRIERA… TURN OVER: PER OGNI DIECI CHE ESCONO, POSSONO ENTRARNE SOLO DUE
Circa 1.600 euro di potere d’acquisto in meno. 
Tanto perderanno i lavoratori del pubblico impiego con il blocco degli stipendi pubblici fino al 2013 previsto dalla manovra economica.
La stima è della Cgil che sottolinea come circa 1.200 euro lordi si perdano per il triennio 2010-2012 di mancato rinnovo dei contratti, mentre altri 400 euro di aumenti complessivi mancheranno all’appello nel 2013 a causa del blocco ulteriore previsto dalla stessa manovra.
Nel triennio 2010-2012 “l’incremento degli stipendi sulla base dell’indice dell’inflazione Ipca previsto dall’accordo interconfederale del 2009 avrebbe dovuto essere complessivamente del 4,2%. Poichè ogni punto di inflazione vale circa 20 euro si tratta a regime di 90 euro lordi che mancheranno nello stipendio. Ipotizzando tre tranche annuali da trenta euro in più al mese (quindi 400 euro l’anno compresa la tredicesima) che non ci saranno, la perdita cumulata di potere d’acquisto sarà almeno di 1.200 euro lordi in media. Se ci aggiungiamo il blocco già previsto anche per il 2013 arriviamo almeno a 1.600 euro. I lavoratori pubblici torneranno a vedere aumenti in busta paga solo nel 2014”.
Al blocco della contrattazione nazionale per il triennio (i contratti per circa tre milioni e mezzo di lavoratori sono scaduti a fine 2009) si affianca lo stop alla contrattazione integrativa e il blocco economico della carriera.
In pratica nei prossimi anni si potrà fare carriera, ma l’avanzamento sarà riconosciuto solo giuridicamente senza nessun miglioramento dello stipendio.
La stretta nel pubblico impiego per i prossimi anni non si limiterà al blocco degli stipendi ma riguarderà anche il turn over.
La manovra economica prevede che fino al 2012 ci sia un limite del 20% delle entrate rispetto alle uscite.
In pratica su dieci dipendenti pubblici che escono (per pensione o dimissioni) ne potranno entrare solo due (e con il limite anche del 20% massimo della spesa quindi non sarà possibile che a fronte dell’uscita di due commessi entrino due dirigenti).
Facendo un calcolo medio di uscite di 100.000 persone l’anno (circa il 3% di tre milioni e mezzo di dipendenti) significa che tra il 2010 e il 2012 a fronte di 300.000 uscite sarà possibile fare al massimo 60.000 nuove assunzioni (poichè vincoli più stringenti ci sono nei comuni, le regioni e la sanità ).
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Gennaio 8th, 2011 Riccardo Fucile
L’AUMENTO PIU’ RILEVANTE SARA’ QUELLO DEI TRASPORTI PUBBLICI (+25-30%), MA INCIDERANNO ANCHE ALIMENTARI (+6%), ASSICURAZIONI (+12%), RIFIUTI (+8%), ACQUA (+6%)… PER IL TRASPORTO FERROVIARIO I PENDOLARI SPENDERANNO 120 EURO IN PIU’, PER LA BENZINA 131 EURO IN PIU’ L’ANNO
È in arrivo una stangata di oltre 1.000 euro sulle tasche delle famiglie italiane. Secondo i calcoli di Adusbef e Federconsumatori, tra rincari di alimentari, benzina, tariffe, assicurazioni e servizi bancari, il 2011 sarà «un anno infelice», con un impatto di 1.016 euro annui a famiglia.
La voce più consistente che peserà sulle famiglie sarà quella alimentare, con aumenti annui di 267 euro, ovvero del 6%.
A seguire i carburanti, per i quali, sulla scia dei previsti incrementi del petrolio (si dà ormai per scontato un rally fino a 100 dollari al barile) la spesa aumenterà di ben 131 euro l’anno.
Oltre 120 euro in più saranno spesi per il trasporto ferroviario, comprese le tratte dei pendolari, mentre i prezzi dell’rc auto cresceranno, secondo Adusbef e Federconsumatori, di 105 euro (+10-12%).
Aumenti sono previsti anche per le tariffe autostradali (+2%), per quelle del gas (+7-8%) e della luce (+4-5%), per quelle dei rifiuti (+7-8%) e per l’acqua (+5-6%).
L’aumento più consistente in termini percentuali è però quello del trasporto pubblico locale (+25-30%).
«Anche il 2011 – commentano Federconsumatori e Adusbef – si prospetta un anno infelice: sia per la crisi economica, che, se non adeguatamente affrontata, non permetterà di raggiungere nemmeno l’1% di crescita del Pil, sia per i rincari che contribuiranno a ridurre ulteriormente il potere di acquisto delle famiglie». Secondo le associazioni «ai soliti comportamenti speculativi in tema di prezzi e tariffe, si aggiungono infatti tensioni importanti sui costi dei prodotti energetici e delle materie prime. Tutti fattori, questi, che incideranno sulla determinazione dei prezzi sia relativamente ai beni durevoli che ai beni di largo consumo, a partire da quelli alimentari».
Per questo sono «sempre più necessarie politiche economiche completamente diverse da quelle sin qui attuate, che dovrebbero puntare ad un rilancio dell’economia sia attraverso investimenti in settori innovativi, sia con processi di detassazione esclusivamente a favore delle famiglie a reddito fisso, lavoratori e pensionati. In mancanza di ciò si consoliderà sempre di più il circolo vizioso tra contrazione dei consumi, cassa integrazione e licenziamenti, e produzione industriale, non potendo sperare nella ripresa della nostra economia solo attraverso le esportazioni».
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Gennaio 8th, 2011 Riccardo Fucile
A NOVEMBRE I SENZA LAVORO FERMI ALL’8,7%… SENSIBILE AUMENTO INVECE PER I GIOVANI: TOCCATO IL TETTO STORICO
Resta stabile all’8,7% sui massimi dall’inizio delle serie storiche nel 2004 il tasso di
disoccupazione italiano a novembre.
Lo comunica l’Istat, sulla base di stime provvisorie, segnalando che fuori dagli arrotondamenti il tasso dei senza lavoro risulta in lieve calo dall’8,729% all’8,678%.
Ad aumentare è invece la disoccupazione giovanile: il tasso si è attestato al 28,9%, con un aumento di 0,9 punti percentuali rispetto a ottobre e di 2,4 punti rispetto a novembre 2009.
Anche in questo caso si tratta di un livello record dall’inizio delle serie storiche a gennaio 2004.
Tornando al dato generale, in confronto a novembre 2009, il tasso di disoccupazione registra un aumento di 0,4 punti percentuali, fa sapere sempre l’Istat.
Più in particolare, il numero delle persone in cerca di occupazione risulta in diminuzione dello 0,4% (-9 mila unità ) rispetto a ottobre 2010 e in aumento del 5,3% rispetto a novembre 2009 (+110 mila unità ).
Inoltre la disoccupazione maschile risulta in diminuzione del 2,1% rispetto al mese precedente e in aumento del 5,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
Il numero di donne disoccupate aumenta dell’1,5% rispetto a ottobre e del 5% rispetto a novembre 2009.
Il tasso di disoccupazione maschile è pari al 7,8%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre e in aumento di 0,4 punti percentuali rispetto a novembre 2009.
Il tasso di disoccupazione femminile è pari al 10%, dunque a «doppia cifra», in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,3 punti percentuali su base annua.
Gli occupati a novembre risultano comunque in lieve crescita, per lo 0,2% (50 mila unità ) rispetto a ottobre e dello 0,1% (14 mila unità ) rispetto a novembre 2009.
La stima dell’Istat è stata effettuata in base a dati destagionalizzati e a stime provvisorie, sottolineando che l’aumento si deve alla componente femminile, per le regolarizzazioni di collaboratrici domestiche e assistenti familiari e il presumibile effetto del part-time.
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Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile
NEL SAGGIO DELLO STORICO MICHELE BONTEMPO, SI RIPERCORRE L’ISTITUZIONE DELLA SANITA’ PUBBLICA, DEGLI ENTI PREVIDENZIALI, DELLA TUTELA DEI LAVORATORI AD OPERA DEL FASCISMO…L’INAM, LA MATERNITA’ E INFANZIA, LA FISSAZIONE DELL’ORARIO DI LAVORO, LA TUTELA DELLE DONNE E DEI BAMBINI, IL DIVIETO DI OPERARE LICENZIAMENTO SENZA GIUSTA CAUSA… E ANCORA LE PENSIONI, LE ASSICURAZIONI DI INVALIDITA’, DI VECCHIAIA E DI DISOCCUPAZIONE, L’ASSISTENZA AI POVERI E AI DIVERSAMENTI ABILI, I CORSI PORFESSIONALI… INIZIATIVE ALLORA ALL’AVANGUARDIA NEL MONDO
Sanità pubblica, enti previdenziali, tutela del lavoro e Stato sociale hanno, nel nostro Paese, un’origine comune che troppo spesso viene volutamente dimenticata.
Un’origine che non è di sinistra ma che affonda proprio nel Ventennio fascista.
Ci vuole uno studioso della tempra e della bravura di Michele Giovanni Bontempo – giurista cattolico e funzionario del Ministero dell’Economia e delle Finanze – per riportare alla luce quel lungo processo che, nell’arco di ben quindici anni, ha portato il nostro Paese a fare impresa.
Dall’agro-alimentare al tessile, dal chimico al meccanico.
Lo Stato sociale nel Ventennio racconta la nascita di quel prestigioso marchio, noto a livello mondiale con il nome di made in Italy.
E’ così che, capitolo dopo capitolo, Bontempo ripercorre con sapienza la storia di quelle aziende (tuttora molto vitali) che sono il vanto della nostra produzione.
Dall’Istituto nazionale di assistenza malattie (Inam) all’Opera maternità e infanzia, dall’Assistenza ospedaliera per i poveri alle grandi opere pubbliche. “Chi ha promosso questo welfare italiano, in campo sociale, economico ed industriale, che ha reso grande l’Italia anche all’estero? – si chiede Bontempo – non la sinistra, ma il fascismo durante il Ventennio. Una legislazione sociale che ha ripreso il meglio del welfare giolittiano”.
Nel saggio pubblicato nella collana dei Libri del Borghese, Bontempo descrive con estrema precisione il cambiamento della società italiana negli anni che videro la nascita e l’affermazione del fascismo, soffermandosi soprattutto sulle leggi e sui provvedimenti che portarono il nostro Paese tra le nazioni con il Welfare più evoluto dell’epoca.
Da “Lo Stato sociale nel Ventennio” emerge, con gustosa chiarezza, la profonda maturazione della società italiana che vede rivoluzionarsi i rapporti alla base del lavoro.
Datori di lavoro e lavoratori hanno diritti ed obblighi reciproci.
Le fonti di Bontempo sono i testi storici e le Gazzette Ufficiali dell’epoca, rarità oggi sconosciute al grande pubblico.
Si inizia con un rapido esame della società e dell’economia appena emerse dalla Grande Guerra, allo sbando la prima, praticamente distrutta la seconda. Partendo da tale premessa, Bontempo analizza le politiche intraprese dal governo Mussolini per agevolare la tendenza a “fare impresa”.
Una tendenza che, stranamente, avrebbe poi salvato l’economia italiana sando vita al boom economica degli anni Cinquanta e Sessanta.
Tutto questo passando attraverso la promozione di una politica sociale senza precedenti.
Alla fissazione dell’orario di lavoro fa seguito l’ampia tutela per le donne (di questi anni il divieto di licenziamento per le gestanti) e i bambini.
Non solo.
Il saggio di Bontempo mostra molto chiaramente come il governo Mussolini abbia varato la prima normazione relativa all’igiene ed alla salubrità delle fabbriche.
Lo “Stato sociale nel Ventennio” riporta alla luce, con estremo coraggio, conquiste che non vengono insegnate a scuola.
E’ così che Bontempo ripercorre le radici del divieto di licenziamento senza giustificato motivo o senza giusta causa e degli istituti che garantiscono e regolano non solo la pensione ma anche le assicurazioni di invalidità , vecchiaia e disoccupazione.
Bontempo ricorda, poi, come sia proprio di questi anni l’introduzione degli assegni per gli operai con famiglia numerosa e l’istituzione di strutture il cui fine è quello di assistere i poveri e quelli che oggi chiameremmo “diversamente abili”.
Nel Ventennio, spiega Bontempo, la conservazione del posto di lavoro era garantita e favorita da continui corsi professionali che avevano lo scopo di aggiornare il lavoratori.
Sono solo alcuni (pochi) degli esempi che il giurista confeziona in un saggio istruttivo e prezioso per riscoprire le radici e i cardini del nostro Stato sociale
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Gennaio 7th, 2011 Riccardo Fucile
A REGGIO EMILIA LA PRIMA CERIMONIA DI UN ANNO DI EVENTI E DI INIZIATIVE PER RICORDARE L’ITALIA UNITA….IN QUESTA CITTA’, IL 7 GENNAIO 1797, IL TRICOLORE VENNE ADOTTATO PER LA PRIMA VOLTA COME VESSILLO DELLA REPUBBLICA CISPADANA
«Dato che nessun gruppo politico ha mai chiesto una revisione dei principi fondamentali
della Costituzione, è pacifico che c’è l’obbligo di rispettarli. E tra questi principi c’è il rispetto del tricolore».
Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, intervenendo a Reggio Emilia nella giornata di apertura delle celebrazioni ufficiali per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Il capo dello Stato ha sottolineato che non è un caso che nella carta costituzionale sia stato inserito uno specifico articolo, il numero 12, dedicato alla bandiera nazionale.
E con riferimento ad esso, ha evidenziato, «comportamenti dissonanti non corrispondono alla fisionomia e ai doveri di forze che abbiano ruoli di rappresentanza e di governo».
Napolitano ha rivolto «un vivo incitamento a tutti i gruppi politici, di maggioranza e di opposizione, a tutti coloro che svolgono compiti di responsabilità istituzionale, perchè nei prossimi mesi al Sud, al Centro come al Nord, si impegnino a fondo per le iniziative del centocinquantenario».
Il presidente ha poi invitato a non sminuire il valore di questo anniversario, cosa che «non giova a nessuno, non giova a rendere più persuasive, potendo invece solo indebolirle, le legittime istanze di riforma federalistica e di generale rinnovamento dello Stato democratico».
Napolitano ha riconosciuto che non tutto nel processo di riunificazione è andato come nelle intenzioni.
«La delusione e lo scontento che ben presto seguì il compimento dell’Unità ha finito per riprodursi fino ai giorni nostri – ha sottolineato – . La critica del Risorgimento ha conosciuto significative espressioni, ma quel che è giusto sollecitare è un approccio non sterilmente recriminatorio e sostanzialmente distruttivo, e un approccio che ponga in piena luce il decisivo avanzamento storico che l’unità ha consentito all’Italia, al di là di storture da non tacere».
«Non ripeterò le preoccupazioni per le difficoltà e le durezze delle prove che attendono e incalzano l’Italia», ma «la premessa per affrontarle positivamente, mettendo a frutto tutte le risorse su cui possiamo contare, sta in una rinnovata coscienza del doversi cimentare come nazione unita, come Stato Nazionale aperto a tutte le sfide, ma non incline a riserve e ambiguità sulla sua propria ragione d’essere e tanto meno a impulsi disgregativi che possono minare l’essenzialità delle sue funzioni dei suoi presidi e della sua coesione».
Non è un caso che le celebrazioni abbiano preso il via da Reggio Emilia: è in questa città , infatti, che il 7 gennaio 1797 il tricolore venne adottato per la prima volta ufficialmente come vessillo della Repubblica Cispadana.
Si tratta del primo appuntamento di un fitto calendario di eventi che si svolgeranno nel corso dell’intero anno in diverse città italiane.
La giornata è iniziata con l’alzabandiera in Piazza Prampolini, cui seguirà una visita alla Sala del Tricolore e nella Sala civica del Palazzo municipale, per la consegna della copia del primo Tricolore ai sindaci di Torino, Firenze e Roma, ovvero le città che negli anni sono state capitali della nazione.
Il Capo dello Stato inaugurerà quindi la mostra «La bandiera proibita. Il tricolore prima dell’Unità » allestita a Palazzo Casotti, e visita il museo a cielo aperto «Le strade della bandiera. Reggio Emilia città del Tricolore».
Poi la celebrazione ufficiale, al Teatro municipale «Valli», dove è previsto anche l’intervento del capo dello Stato a cui seguirà il concerto dell’Orchestra sinfonica nazionale della Rai.
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