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ANNA FINOCCHIARO: INDAGINE A CATANIA SULL’APPALTO AL MARITO

Gennaio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

MELCHIORRE FIDELBO AVEVA OTTENUTO L’INFORMATIZZAZIONE DELL’OSPEDALE DI GIARRE SENZA GARA PUBBLICA…. LA REGIONE ORA REVOCA I FINANZIAMENTI, IMBARAZZO NEL PD SICILIANO PER LA   PROCEDURA DICHIARATA “ILLEGGITTIMA”

Lo scorso 15 novembre la senatrice capogruppo PD Anna Finocchiaro è presente all’inaugurazione del presidio territoriale di assistenza di Giarre. L’appalto, del valore di 1,7milioni di euro (finanziamenti pubblici) è stato affidato senza gara alla Solsamb Srl, amministrata da suo marito, Melchiorre Fidelbo.
Ora però la Guardia di Finanza ha sequestrato gli atti, la Procura di Catania ha aperto un fascicolo e gli ispettori regionali, con una relazione, hanno concluso che tutta la procedura “è illegittima”.
Facciamo un passo indietro: nel luglio 2007 vengono pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale le linee guida ministeriali per i progetti del Piano Sanitario Nazionale benedetto dall’allora ministro Livia Turco.
Un mese dopo, il consorzio Sanità  Digitale presenta il progetto per la Casa della Salute di Giarre, dal costo di 1,2 milioni di euro..
Al suo interno ci sono, con quote del 5%, il dipartimento di Anatomia dell’Università  di Catania guidato dal Prof. Salvatore Sciacca, l’Azienda Sanitaria 3 di Catania guidata ai tempi dal manager Mpa Antonio Scavone; la Tnet Srl con il 40% e la Solsamb Srl amministrata dal marito di Anna Finocchiaro che detiene il 50%.
Caduto il governatore siciliano Totò Cuffaro, però, scatta la rivoluzione sanitaria del suo successore Raffaele Lombardo.
In Sicilia non servono “Case della Salute” ma “Presidi Territoriali di Assistenza”.
Carte alla mano è necessaria una rimodulazione.
E i costi lievitano: 20mila euro per lo studio del territorio, 420mila per il “project management”, 50mila per l’assistenza al progetto hardware ed 1,2 milioni per i “software diversi”.
Il totale lordo sale a 1.690.000 euro, esclusi i costi gestionali non previsti, “con un incremento — scrivono adesso gli ispettori della Regione — del 17% rispetto al progetto del 2007”.
La lievitazione dei costi si accompagna con un passaggio di consegne: il consiglio di amministrazione del consorzio Sanità  Digitale stabilisce che tutti i proventi saranno attribuiti alla Solsamb Srl del marito di Anna Finocchiaro. Piccolo particolare: in tre anni nessuna gara pubblica è stata bandita.
Il 30 luglio 2010 l’Azienda sanitaria 3 guidata dal manager Giuseppe Calaciura, militante dell’Mpa di Raffaele Lombardo, sigla la convenzione con la Solsamb.
Poco tempo dopo il Pd entra in giunta con Lombardo forte del sostegno della senatrice democratica.
E così si arriva al paradosso: il 15 novembre, per inaugurare il presidio sanitario, si ritrovano insieme due mondi storicamente distanti, anche solo ricordando che nel 2008 Anna Finocchiaro si era candidata alla presidenza della Regione siciliana contro Lombardo (e il centrodestra).

Nella foto a lato è immortalato il taglio del nastro della “Casa della Salute” di Giarre, Comune roccaforte dell’Mpa.
Il primo a sinistra con i baffi e la cravatta è Melchiorre Fidelbo, marito della senatrice democratica, amministratore della Solsamb Srl, accanto a lui c’è il manager autonomista Giuseppe Calaciura che ha siglato la convenzione, segue Teresa Sodano, sindaco di Giarre pupillo di Raffaele Lombardo, quindi Massimo Russo, magistrato assessore regionale alla Sanità , e poi al centro ci sono Anna Finocchiaro e l’ex ministro Livia Turco, ideatrice delle Case della Salute.
Sotto i flash dei fotografi scattano le proteste dei cittadini di Giarre perchè da poche settimane è stato chiuso l’ospedale principale.
“Anna Finocchiaro…Vergogna!”, gridano, il filmato è rimbalzato sul web, all’improvviso la senatrice si avvicina ai manifestanti e chiede: “Vergogna di che?”.
Accanto a lei c’è il marito amministratore dell’azienda che ha vinto l’appalto senza gara.
Gli ispettori regionali inviati dall’assessore Massimo Russo hanno stilato una relazione di dieci pagine, adesso finita in commissione Sanità .
L’appalto della Solsamb sarebbe stato affidato in violazione del D.lgs 163/2006 e “dei principi di libera concorrenza — scrivono gli ispettori — parità  di trattamento, non discriminazione, trasparenza, proporzionalità , nonchè quello di pubblicità ”.
Secondo gli ispettori, l’affare avrebbe “violato il Codice degli appalti” trattandosi di importi di rilevanza comunitaria “e non rientra nei casi di esclusione”.
Gli ispettori intervengono anche sul passaggio di consegne tra il Consorzio Sanità  Digitale partecipato dalla Solsamb e la stessa Solsamb: “in ordine a ciò — si legge nella relazione — occorre rilevare che tale attribuzione caratterizza la fornitura quale “esternalizzazione” che, come è noto è espressamente vietata dall’art.21 della legge regionale 14 aprile 2009 n.5 che dispone che “è fatto divieto alle aziende del servizio sanitario regionale o agli enti pubblici del settore di affidare mediante appalto di servizi o con consulenze esterne, l’espletamento di funzioni il cui esercizio rientra nelle competenze di uffici o di unità  operative aziendali”.
“Sulla base della documentazione acquisita — conclude la relazione — e delle analisi svolte, con riguardo anche agli atti assessoriali propedeutici al procedimento autorizzativo, si ritiene che il provvedimento di affidamento a privati dell’organizzazione ed informatizzazione del PTA, da parte dell’Asp di Catania, evidenzi i profili di illegittimità , come sopra esposti”.
Su questi presupposti è stata annunciata da Massimo Russo la revoca imminente dell’appalto.
L’amministratore unico della Solsamb srl, Melchiorre Fidelbo, ha chiesto un’audizione alla Commissione Sanità  dell’Ars dicendosi “a disposizione per avere l’opportunità  di descrivere e far comprendere il rilievo scientifico che il progetto sperimentale di “Casa della salute” rappresenta per la sanità  Siciliana”.
Contemporanemte Fidelbo ha annunciato ricorso al Tar sostenendo che la gara d’appalto non era necessaria perchè si trattava di “opere dell’ingegno” e che non esisterebbe alcuna connessione tra la vicenda e il ruolo politico della moglie presente all’inaugurazione.
Ha anche osservato che “il clima che si e’ voluto instaurare di strumentalizzazione politica non consente uno sviluppo compiuto e sereno del progetto a 3 o 5 anni”, minacciando querele agli organi d’informazione siciliani.

Giuseppe Lo Bianco
(da “il Fatto Quotidiano“)

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QUANDO LA RUSSA STAMPAVA MAGLIETTE PRO DI PIETRO E DE CORATO SI INCATENAVA: I CONVERTITI SULLA VIA DI ARCORE

Gennaio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

VI ERA UN TEMPO IN CUI IL MSI POTEVA VANTARE IL PRIMATO MORALE IN TEMA DI LEGALITA’, ESTRANEO A TANGENTI E GIOCHI DI PALAZZO.. IL TEMPO IN CUI FINI E LA MUSSOLINI RAGGIUNSERO IL 48% ALLE COMUNALI DI ROMA E NAPOLI… POI A QUALCUNO E’ APPARSA LA MADONNA CHE PROMISE LORO POSTI AL SOLE E SI CONVERTIRONO A DIFENDERE COSENTINO

C’è stato un tempo in cui La Russa tifava per Di Pietro.
Un tempo in cui la legalità  era un argomento di vitale importanza per la destra italiana.
Un tempo in cui l’Msi poteva vantare un primato morale in questo campo mentre Psi e Dc venivano spazzati via da tangentopoli.
Un primato che porterà  Gianfranco Fini a sfiorare la vittoria a sindaco di Roma nel 1993, quando Forza Italia era solamente poco più di un’idea che frullava nella testa di Marcello Dell’Utri.
In quel tempo Riccardo De Corato, candidato sindaco del Msi, si incatenava al portone di via Foppa e mostrava un cartello: “Craxi in libertà , manette all’onestà “.
C’erano infatti anche i missini a tirare le monetine a Craxi davanti all’hotel Rafael.
Il coro “Bettino vuoi pure queste?”, cantato sventolando in aria le mille lire, era il più gettonato.
C’era una destra che appendeva manifesti insieme a sinistra e Lega Nord con scritte come “Vergognatevi, non avete dignità ” o “Ridateci i nostri soldi”.
Il primo aprile 1993 un centinaio di ragazzi protetti da una pattuglia di parlamentari missini (Buontempo, Nania, Maceratini, Rositani, Martinazzo, Pasetto, Matteoli, Poli Bortone e Gasparri) bloccavano per 50 minuti l’ingresso di Montecitorio.
Ricorda Filippo Facci che «quei ragazzi indossavano magliette con la scritta “Arrendetevi, siete circondati” mentre quei deputati che osarono sfidare il blocco vennero insultati e spintonati al grido di “ladri, mafiosi, figli di puttana”; è tutto verbalizzato da una nota del Ministero dell’Interno.
Contro il palazzo vennero tirate monetine con delle fionde sicchè una porta di vetro andò in frantumi.
Gli slogan chiedevano lo scioglimento delle Camere.
Pochi giorni prima un parlamentare di An si era presentato con la maglietta
“Fuori il bottino, dentro Bettino” e alcuni suoi colleghi avevano roteato delle spugnette indossando dei guanti bianchi, ciò mentre un altro deputato di An ciondolava un paio di manette e ancora un altro deputato leghista srotolava un celebre cappio».
Erano i tempi in cui il Msi avrebbe potuto dire elettoralmente la sua se avesse saputo dimostrare coerenza e lungimiranza, con Fini e la Mussolini al 48% a Roma e Napoli.
Ora La Russa e i caporali di giornata certi personaggi non li attaccano più, li difendono, indagati per mafia compresi.
“Poi videro la Madonna che gli promise posti al sole, l’uscita dal ghetto, assegni e incarichi per i parenti”.
Dalle battaglie di tangentopoli all’uscio del partito degli accattoni.

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FARSA PADANA DI CAPODANNO: GLI ACCUSATI DEL “GRAVE ATTENTATO” DI GEMONIO ORA SI SCOPRE CHE SONO FIGLI DI MILITANTI LEGHISTI

Gennaio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

LO HA AMMESSO LO STESSO BOSSI: “VENGONO DA FAMIGLIE LEGHISTE, I MIEI FIGLI LI CONOSCONO”…ORA IL SENATUR SI ARRAMPICA SUGLI SPECCHI: “MAGARI HANNO VOLUTO CHIUDERE IL CASO”: FORSE DIMENTICA CHE IL MINISTRO DEGLI INTERNI E’ IL SUO AMICO MARONI… MA NON ERANO ANTAGONISTI? ORA SONO PADANI? E CHI LI AVREBBE MANDATI ALLORA A SPARARE DUE PETARDI DI CAPODANNO PER POI MONTARE IL “GRAVE ATTENTATO”?

Gli uomini sospettati di essere i responsabili dell’attentato contro la sede leghista di Gemonio sono figli di militanti padani.
Lo ha ammesso Umberto Bossi, parlando con i giornalisti a Ponte di Legno.
Il leader leghista si è mostrato scettico sul fermo e la denuncia.
“Mia moglie pensa che abbiano voluto chiudere subito il caso”, ha spiegato. “Gli uomini coinvolti – ha aggiunto – “vengono da famiglie leghiste: i miei figli li conoscono”.
“La cosa non era tanto grave – ha concluso – quanto il messaggio inaccettabile”.
Il senatùr mostra quindi molte perplessità  sul fatto che le persone fermate e denunciate siano effettivamente gli autori dell’attacco alla sede del Carroccio a Gemonio.
Gli elementi a carico dei due sono i materiali ritrovati nelle loro abitazioni. Materiali adatti a fabbricare esplosivi, armi da taglio e una pistola elettrica.
E’ comunque ancora da chiarire se siano effettivamente loro gli esecutori materiali dell’attentato e se vi siano altre persone coinvolte.
Elementi utili potrebbero emergere dalle analisi delle impronte digitali sui resti dei petardi artigianali, dai filmati delle telecamere di videosorveglianza in paese e dalle analisi del materiale esplosivo sequestrato durante la notte.
Ma a questo punto le cose non appaiono affatto chiare.
Bossi insinua che le forze dell’ordine abbiano voluto chiudere il caso in questo modo?
Ma se il ministro degli Interni è il suo amico Maroni, suvvia, siamo seri.
E   quanto avrebbe dovuta durare la farsa del “grave attentato” alla sede della Lega, consistente in due petardi e nella semplice rottura di un vetro?
Bossi dovrebbe sapere che un attentato serio a una sede politica spesso la fa saltare per aria, altro che petardi di capodanno.
Seconda osservazione: i due fermati avevano in casa materiali adatti a fabbricare esplosivi, se sono figli di militanti leghisti, i genitori padani ne sapevano nulla?
Terza osservazione: o questi due ragazzi sono antagonisti, come hanno voluto farci credere fin dall’inizio, o sono padani, figli di militanti padani.
A questo punto chi li avrebbe mandati a   sparare due petardi contro una sede leghista per poi guadagnare le prime pagine dei media, neanche avessero fatto saltare un ponte strategico in tempo di guerra?

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CASO BATTISTI: UN SIMBOLO DELLA NOSTRA DEBOLEZZA

Gennaio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

UN PAESE SENZA UNA STORIA CONDIVISA NEL PROFONDO, GOVERNI CHE OSCILLANO TRA RETORICA E OPPORTUNISMO…UNA POLITICA DEBOLE CHE NON RIESCE A SPIEGARE LE CIVILI RAGIONI DEL NOSTRO PAESE E SUBISCE PRIMA LA DOTTRINA MITTERAND, POI QUELLA SARKOZY E ORA PURE QUELLA DI LULA

La mancata estradizione di Cesare Battisti dal Brasile non è soltanto una sconfitta diplomatica per l’Italia, ma il certificato simbolico della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.
Un paese abituato a cavarsela con la furbizia, a strappare arrangiamenti, a rendersi concavo con gli interlocutori convessi e convesso con i concavi, ma che quando si arriva al dunque non sa comunicare agli altri le ragioni del suo essere nazione perchè non ha una storia condivisa nel profondo, ma in oscillazione perenne tra la retorica e l’opportunismo.
E tutto ciò, sia chiaro, vale per la destra oggi al governo e per la sinistra che pure al governo c’è stata.
Il riconoscimento dello status di rifugiato politico a Battisti è uno schiaffo a tutto il paese.
La battaglia diplomatica per riavere l’ex terrorista (un criminale comune transitato alla sovversione politica, assassino riconosciuto in ogni grado di processo) trent’anni dopo la sua fuga dall’Italia era difficile, probabilmente impossibile.
Ma in ogni partita, oltre al risultato, conta come si gioca e la consapevolezza della posta in gioco, in questo caso la legittimità  del nostro sistema giudiziario che nei riguardi del terrorismo è parte stessa della nostra storia.
Insomma, c’era in gioco l’interesse nazionale.
Ed è proprio quel che non si è visto affermato da noi, nè riconosciuto dagli altri.
Inutili le gesticolazioni dell’ultima ora: quando il presidente del Brasile Inacio Lula è venuto in visita in Italia abbiamo assistito allo spot del presidente del Consiglio Berlusconi che esibiva i giocatori brasiliani del suo Milan e abbiamo saputo che l’argomento Battisti non era nemmeno stato affrontato nei colloqui.
Ma d’altra parte nemmeno Massimo D’Alema (era stato lui stesso a confermarlo) aveva affrontato la questione nel suo incontro conl’ex leader della sinistra sindacale brasiliana divenuto presidente.
E così Lula, con la sua decisione di non estradare Battisti, non ha fatto altro che dar seguito a un sentimento comune, affermatosi a Parigi, trasmesso in Brasile e riverberato tale e quale da media e opinione pubblica sudamericana.
Dagli aneddotici caffè della Rive gauche all’esotica spiaggia di Copacabana è passato il messaggio di un criminale più forte di quello di un paese che doveva invece esigere il rispetto di un sentenza nel nome della sua storia e dei suoi cittadini.
Ma nessun leader italiano ha affrontato a viso aperto la questione.
Inutile — quando perdente e se c’è davvero stato — il lavorìo diplomatico. Melodrammatico e velleitario appare ora l’appello del ministro La Russa al boicottaggio dei prodotti brasiliani.
Il Brasile è un grande paese in piena espansione economica, destinato a guidare il sud del mondo con Cina e India in un futuro prossimo. E Lula di questo paese è stato un leader pragmatico, per nulla incline a sentimentalismi o a nostalgie pseudo rivoluzionarie.
Il fatto che sia proprio lui ora ad accordare lo statuto di rifugiato politico a Battisti che in Italia rischierebbe l’incolumità  è una lezione inaccettabile e paradossale considerato lo stato delle carceri brasiliane.
D’altra parte l’equivoco ha radici lontane, almeno dalla metà  degli anni Ottanta quando Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, concordò con il presidente socialista francese Franà§ois Mitterrand un accomodamento della situazione dei rifugiati italiani: Parigi avrebbe restituito solo i colpevoli dei “crimini di sangue” e tollerato gli altri purchè deponessero armi, propositi rivoluzionari e vivessero alla luce del sole.
In realtà , come ci raccontò anni dopo Gilles Martinet, allora ambasciatore francese a Roma, Craxi voleva evitare l’imbarazzo di gestire il rientro di ingombranti personaggi, a cominciare da Toni Negri.
Il “florentin” Mitterrand cavalcò la faccenda con cinismo e ipocrisia.
Nacque la “dottrina” intestata a suo nome che consisteva nel respingere ogni richiesta di estradizione, anche quelle per “crimini di sangue”.
Si installò allora tra gli intellettuali e l’opinione pubblica francese il mito dei sovversivi italiani rifugiati nella patria dei diritti civili e braccati da uno stato corrotto, mafioso e sostanzialmente rimasto fascista nel profondo.
Nessuno ha mai spiegato ai francesi che cosa erano stati gli anni di piombo in Italia e come se ne era usciti, in un concorso di solidarietà  nazionale che aveva unito il paese.
Cesare Battisti è divenuto il prototipo perfetto del clichè: sottoproletario, criminale comune politicizzato, sovversivo dichiarato, evaso dalle carceri “speciali” e infine scrittore di “polar”, il genere più sociale e, naturalmente, “maledetto”.
Arrivato a Parigi nell’89 e subito arrestato non fu estradato per un vizio di forma. Ma allora il governo italiano non insistette più di tanto. Fino al 2002, quando fu un gardasigilli impolitico come il leghista Castelli a concordare con il collega Perben, per la prima volta dopo tanti anni la lista dei rifugiati da estradare: colpo di spugna sugli altri, ma rientro per una dozzina di assassini condannati.
Tra loro Battisti.
Il suo arresto, nel 2004, ha sollevato il caso che si è probabilmente chiuso per sempre.
Una mobilitazione di intellettuali e politici, un dibattito falso e ridicolo,nessuno che sapesse niente dell’Italia e di cosa era stato il terrorismo, un giornale come l’Humanitè arrivò a scrivere che Battisti era stato condannato da un tribunale militare senza diritto alla difesa.
E pensare che la Francia ha annientato fisicamente i propri, scarsi, terroristi condannati essi sì da un tribunale speciale sull’accusa di una procura speciale.
Anche in questo caso la Rèpublique ha dato lezioni di cinismo e ipocrisia: Battisti è stato dichiarato estradabile dai giudici ma quando il governo stava per emettere il decreto di rinvio all’Italia, l’ex terrorista è stato graziosamente aiutato a fuggire.
Gli uomini dei servizi — è stato lui stesso a raccontarlo — gli hanno fornito due passaporti e consigliato il Brasile.
Da Mitterrand, a Lula, passando per Sarkozy che per opportunismo ha preferito evitare uno scontro frontale con gli amici della sua bella moglie così sensibile all’esprit dei rifugiati.
Le buone e civili ragioni dell’Italia non gliele ha spiegate nessuno.

Cesare Martinetti
(da “La Stampa“)

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CASO BATTISTI: UN SIMBOLO DELLA NOSTRA DEBOLEZZA

Gennaio 1st, 2011 Riccardo Fucile

UN PAESE SENZA UNA STORIA CONDIVISA NEL PROFONDO, GOVERNI CHE OSCILLANO TRA RETORICA E OPPORTUNISMO…UNA POLITICA DEBOLE CHE NON RIESCE A SPIEGARE LE CIVILI RAGIONI DEL NOSTRO PAESE E SUBISCE PRIMA LA DOTTRINA MITTERAND, POI QUELLA SARKOZY E ORA PURE QUELLA DI LULA

La mancata estradizione di Cesare Battisti dal Brasile non è soltanto una sconfitta diplomatica per l’Italia, ma il certificato simbolico della debolezza costituzionale di un paese che non crede in se stesso, nella sua storia e nei suoi valori.
Un paese abituato a cavarsela con la furbizia, a strappare arrangiamenti, a rendersi concavo con gli interlocutori convessi e convesso con i concavi, ma che quando si arriva al dunque non sa comunicare agli altri le ragioni del suo essere nazione perchè non ha una storia condivisa nel profondo, ma in oscillazione perenne tra la retorica e l’opportunismo.
E tutto ciò, sia chiaro, vale per la destra oggi al governo e per la sinistra che pure al governo c’è stata.
Il riconoscimento dello status di rifugiato politico a Battisti è uno schiaffo a tutto il paese.
La battaglia diplomatica per riavere l’ex terrorista (un criminale comune transitato alla sovversione politica, assassino riconosciuto in ogni grado di processo) trent’anni dopo la sua fuga dall’Italia era difficile, probabilmente impossibile.
Ma in ogni partita, oltre al risultato, conta come si gioca e la consapevolezza della posta in gioco, in questo caso la legittimità  del nostro sistema giudiziario che nei riguardi del terrorismo è parte stessa della nostra storia.
Insomma, c’era in gioco l’interesse nazionale.
Ed è proprio quel che non si è visto affermato da noi, nè riconosciuto dagli altri.
Inutili le gesticolazioni dell’ultima ora: quando il presidente del Brasile Inacio Lula è venuto in visita in Italia abbiamo assistito allo spot del presidente del Consiglio Berlusconi che esibiva i giocatori brasiliani del suo Milan e abbiamo saputo che l’argomento Battisti non era nemmeno stato affrontato nei colloqui.
Ma d’altra parte nemmeno Massimo D’Alema (era stato lui stesso a confermarlo) aveva affrontato la questione nel suo incontro conl’ex leader della sinistra sindacale brasiliana divenuto presidente.
E così Lula, con la sua decisione di non estradare Battisti, non ha fatto altro che dar seguito a un sentimento comune, affermatosi a Parigi, trasmesso in Brasile e riverberato tale e quale da media e opinione pubblica sudamericana.
Dagli aneddotici caffè della Rive gauche all’esotica spiaggia di Copacabana è passato il messaggio di un criminale più forte di quello di un paese che doveva invece esigere il rispetto di un sentenza nel nome della sua storia e dei suoi cittadini.
Ma nessun leader italiano ha affrontato a viso aperto la questione.
Inutile — quando perdente e se c’è davvero stato — il lavorìo diplomatico. Melodrammatico e velleitario appare ora l’appello del ministro La Russa al boicottaggio dei prodotti brasiliani.
Il Brasile è un grande paese in piena espansione economica, destinato a guidare il sud del mondo con Cina e India in un futuro prossimo. E Lula di questo paese è stato un leader pragmatico, per nulla incline a sentimentalismi o a nostalgie pseudo rivoluzionarie.
Il fatto che sia proprio lui ora ad accordare lo statuto di rifugiato politico a Battisti che in Italia rischierebbe l’incolumità  è una lezione inaccettabile e paradossale considerato lo stato delle carceri brasiliane.
D’altra parte l’equivoco ha radici lontane, almeno dalla metà  degli anni Ottanta quando Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio, concordò con il presidente socialista francese Franà§ois Mitterrand un accomodamento della situazione dei rifugiati italiani: Parigi avrebbe restituito solo i colpevoli dei “crimini di sangue” e tollerato gli altri purchè deponessero armi, propositi rivoluzionari e vivessero alla luce del sole.
In realtà , come ci raccontò anni dopo Gilles Martinet, allora ambasciatore francese a Roma, Craxi voleva evitare l’imbarazzo di gestire il rientro di ingombranti personaggi, a cominciare da Toni Negri.
Il “florentin” Mitterrand cavalcò la faccenda con cinismo e ipocrisia.
Nacque la “dottrina” intestata a suo nome che consisteva nel respingere ogni richiesta di estradizione, anche quelle per “crimini di sangue”.
Si installò allora tra gli intellettuali e l’opinione pubblica francese il mito dei sovversivi italiani rifugiati nella patria dei diritti civili e braccati da uno stato corrotto, mafioso e sostanzialmente rimasto fascista nel profondo.
Nessuno ha mai spiegato ai francesi che cosa erano stati gli anni di piombo in Italia e come se ne era usciti, in un concorso di solidarietà  nazionale che aveva unito il paese.
Cesare Battisti è divenuto il prototipo perfetto del clichè: sottoproletario, criminale comune politicizzato, sovversivo dichiarato, evaso dalle carceri “speciali” e infine scrittore di “polar”, il genere più sociale e, naturalmente, “maledetto”.
Arrivato a Parigi nell’89 e subito arrestato non fu estradato per un vizio di forma. Ma allora il governo italiano non insistette più di tanto. Fino al 2002, quando fu un gardasigilli impolitico come il leghista Castelli a concordare con il collega Perben, per la prima volta dopo tanti anni la lista dei rifugiati da estradare: colpo di spugna sugli altri, ma rientro per una dozzina di assassini condannati.
Tra loro Battisti.
Il suo arresto, nel 2004, ha sollevato il caso che si è probabilmente chiuso per sempre.
Una mobilitazione di intellettuali e politici, un dibattito falso e ridicolo,nessuno che sapesse niente dell’Italia e di cosa era stato il terrorismo, un giornale come l’Humanitè arrivò a scrivere che Battisti era stato condannato da un tribunale militare senza diritto alla difesa.
E pensare che la Francia ha annientato fisicamente i propri, scarsi, terroristi condannati essi sì da un tribunale speciale sull’accusa di una procura speciale.
Anche in questo caso la Rèpublique ha dato lezioni di cinismo e ipocrisia: Battisti è stato dichiarato estradabile dai giudici ma quando il governo stava per emettere il decreto di rinvio all’Italia, l’ex terrorista è stato graziosamente aiutato a fuggire.
Gli uomini dei servizi — è stato lui stesso a raccontarlo — gli hanno fornito due passaporti e consigliato il Brasile.
Da Mitterrand, a Lula, passando per Sarkozy che per opportunismo ha preferito evitare uno scontro frontale con gli amici della sua bella moglie così sensibile all’esprit dei rifugiati.
Le buone e civili ragioni dell’Italia non gliele ha spiegate nessuno.

Cesare Martinetti
(da “La Stampa“)

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IL DISCORSO DI NAPOLITANO: “DEMOCRAZIA IN SCACCO SENZA UN FUTURO PER I GIOVANI”

Gennaio 1st, 2011 Riccardo Fucile

IL TESTO INTEGRALE DEL DISCORSO DI FINE ANNO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Buona sera e Buon Anno a voi tutti, italiane e italiani di ogni generazione. Non vi stupirete, credo, se dedico questo messaggio soprattutto ai più giovani tra noi, che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano un’occupazione, cercano una strada.
Dedico loro questo messaggio, perchè i problemi che essi sentono e si pongono per il futuro sono gli stessi che si pongono per il futuro dell’Italia.
Incontrando di recente, per gli auguri natalizi, i rappresentanti del Parlamento e del governo, delle istituzioni e dei corpi dello Stato, ho espresso la mia preoccupazione per il malessere diffuso tra i giovani e per un distacco ormai allarmante tra la politica, tra le stesse istituzioni democratiche e la società , le forze sociali, in modo particolare le giovani generazioni.
Ma non intendo tornare questa sera su tutti i temi di quell’incontro. Ribadisco solo l’esigenza di uno spirito di condivisione – da parte delle forze politiche e sociali – delle sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare; e l’esigenza di un salto di qualità  della politica, essendone in giuoco la dignità , la moralità , la capacità  di offrire un riferimento e una guida.
Ma a questo riguardo voi che mi ascoltate non siete semplici spettatori, perchè la politica siete anche voi, in quanto potete animarla e rinnovarla con le vostre sollecitazioni e i vostri comportamenti, partendo dalle situazioni che concretamente vivete, dai problemi che vi premono.
Siamo stati anche nel corso di quest’anno 2010 dominati dalle condizioni di persistente crisi e incertezza dell’economia e del tessuto sociale, e ormai da qualche tempo si è diffusa l’ansia del non poterci più aspettare – nella parte del mondo in cui viviamo – un ulteriore avanzamento e progresso di generazione in generazione come nel passato.
Ma non possiamo farci paralizzare da quest’ansia : non potete farvene paralizzare voi giovani.
Dobbiamo saper guardare in positivo al mondo com’è cambiato, e all’impegno, allo sforzo che ci richiede.
Che esso richiede specificamente e in modo più pressante a noi italiani, ma non solo a noi: all’Europa, agli Stati Uniti.
Se il sogno di un continuo progredire nel benessere, ai ritmi e nei modi del passato, è per noi occidentali non più perseguibile, ciò non significa che si debba rinunciare al desiderio e alla speranza di nuovi e più degni traguardi da raggiungere nel mondo segnato dalla globalizzazione.
E innanzitutto è conquista anche nostra, è conquista della nostra comune umanità  il rinascere di antiche civiltà , il travolgente sviluppo di economie emergenti, in Asia, in America Latina, in altre regioni – anche in Africa ci si è messi in cammino – rimaste a lungo ai margini della modernizzazione.
E’ conquista della nostra comune umanità  il sollevarsi dall’arretratezza, dalla povertà , dalla fame di centinaia di milioni di uomini e donne nel primo decennio di questo nuovo millennio.
Paesi e popoli con i quali condividere lo slancio verso un mondo globale più giusto, più comprensivo dell’apporto di tutti, più riconciliato nella pace e in uno sviluppo davvero sostenibile.
E’ in effetti possibile un impegno comune senza precedenti per fronteggiare le sfide e cogliere le opportunità  di questo grande tornante storico.
Siamo tutti chiamati a far fronte ancora alla sfida della pace, sempre messa a dura prova da persistenti e ricorrenti conflitti e da cieche trame terroristiche : della pace e della sicurezza collettiva, che esigono tra l’altro una nuova assunzione di responsabilità  nella Comunità  Internazionale da parte delle grandi potenze emergenti.
Siamo chiamati a cogliere le opportunità  di un processo di globalizzazione tuttora ambiguo nelle sue ricadute sul terreno dei diritti democratici e delle diversità  culturali, ed estremamente impegnativo per continenti e paesi – l’Europa, l’Italia – che tendono a perdere terreno nell’intensità  e qualità  dello sviluppo.
Ecco, da questo scenario non possono prescindere i giovani nel porsi domande sul futuro.
Non possono porsele senza associare strettamente il discorso sull’Italia e quello sull’Europa, senza ragionare da italiani e da europei. Molto dipenderà  infatti per noi dalla capacità  dell’Europa di agire davvero come Unione: Unione di Stati e di popoli, ricca della sua pluralità , e forte di istituzioni che sempre meglio le consentano di agire all’unisono, di integrarsi più decisamente.
Solo così si potrà  non solo superare l’attacco all’Euro e una insidiosa crisi finanziaria nell’Eurozona, ma aprire una nuova prospettiva di sviluppo dell’economia e dell’occupazione nel nostro continente, ed evitare il rischio della sua irrilevanza o marginalità  in un mondo globale che cresca lontano da noi.
Sono convinto che questa sia una verità  destinata a farsi strada anche in quei paesi europei in cui può serpeggiare l’illusione del fare da soli, l’illusione dell’autosufficienza.
Pensare con positivo realismo in termini europei equivale a non illuderci, in Italia, di poter sfuggire agli imperativi sia della sostenibilità  della finanza pubblica sia della produttività  e competitività  dell’economia e più in generale del sistema-paese.
D’altronde, sono convinto che quando i giovani denunciano un vuoto e sollecitano risposte sanno bene di non poter chiedere un futuro di certezze, magari garantite dallo Stato, ma di aver piuttosto diritto a un futuro di possibilità  reali, di opportunità  cui accedere nell’eguaglianza dei punti di partenza secondo lo spirito della nostra Costituzione.
Nelle condizioni dell’Europa e del mondo di oggi e di domani, non si danno certezze e nemmeno prospettive tranquillizzanti per le nuove generazioni se vacilla la nostra capacità  individuale e collettiva di superare le prove che già  ci incalzano.
Tanto meno, ho detto, si può aspirare a certezze che siano garantite dallo Stato a prezzo del trascinarsi o dell’aggravarsi di un abnorme debito pubblico. Quel peso non possiamo lasciarlo sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale.
Trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni ; e quindi sottoporre alla più severa rassegna i capitoli della spesa pubblica corrente, rendere operante per tutti il dovere del pagamento delle imposte, a qualunque livello le si voglia assestare.
Questo dovrebbe essere l’oggetto di un confronto serio, costruttivo, responsabile, tra le forze politiche e sociali, fuori dall’abituale frastuono e da ogni calcolo tattico.
Ma affrontare il problema della riduzione del debito pubblico e della spesa corrente, così come mettere mano a una profonda riforma fiscale, vuol dire compiere scelte significative anche se difficili.
Si debbono o no, ad esempio, fare salve risorse adeguate, a partire dai prossimi anni, per la cultura, per la ricerca e la formazione, per l’Università ? Che questa scelta sia da fare, lo ha detto il Senato accogliendo espliciti ordini del giorno in tal senso prima di approvare la legge di riforma universitaria. Una legge il cui processo attuativo – colgo l’occasione per dirlo a coloro che l’hanno contestata – consentirà  ulteriori confronti in vista di più condivise soluzioni specifiche, e potrà  essere integrato da nuove decisioni come quelle auspicate dallo stesso Senato.
Occorre in generale individuare priorità  che siano riferibili a quella strategia di più sostenuta crescita economico-sociale che per l’Italia è divenuta – dopo un decennio di crescita bassa e squilibrata – condizione tassativa per combattere il rischio del declino anche all’interno dell’Unione Europea. Continua »

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I BERLUSCONIANI ORA TAROCCANO ANCHE I PROPRI SONDAGGI: BONDI DEVE DIMETTERSI? PRIMA IL 57,1% DI SI’, POI IL 75,5% DI NO

Gennaio 1st, 2011 Riccardo Fucile

IL SITO DEI CLUB DELLA LIBERTA’ LANCIA LA DOMANDA, DOPO 24 ORE IL 57,1% VUOLE CHE BONDI LASCI L’INCARICO…. A QUEL PUNTO UNA MANINA AMICA INTERVIENE E IMPROVVISAMENTE IL RISULTATO SI RIBALTA: PREVALE UN 75,5% CHE NON VUOLE CHE BONDI SI DIMETTA…E IL SONDAGGIO VIENE IMMEDIATAMENTE CHIUSO

Sandro Bondi e lo strano caso del sondaggio: il ministro deve dimettersi per la mozione di sfiducia che sarà  votata il mese prossimo?
A testare gli umori del Popolo della libertà  ci ha pensato l’onorevole Mario Valducci, già  tra i soci fondatori di Forza Italia. Che sul sito dei Club della libertà  di cui è responsabile ha chiesto agli utenti: “Cosa faresti se fossi il ministro della Cultura Bondi, di fronte al voto di sfiducia?”.
Due le opzioni: “rimettere il mandato nelle mani di Berlusconi” oppure “resistere al governo e attendere il voto del Parlamento”.
Il 28 dicembre, a sole 24 ore dal lancio, il 57,1% aveva invitato il coordinatore del Pdl a dimettersi, mentre il 42,9% gli chiedeva di attendere il parere del Parlamento.
Numeri che già  non promettevano bene e per questo lo ‘stop al voto’, previsto per l’1 gennaio, è stato anticipato.
Il risultato? Inspiegabilmente ribaltato: il contest si è infatti chiuso con un sorprendente 75,5% che chiede al ministro di resistere, contro il 24,5% che auspica le dimissioni.
Il cambio di rotta dei clic è reso ancora più sospetto dai commenti dei navigatori: sono 20, tutti encomiastici e di incoraggiamento, a eccezione di tre.
Che suggeriscono a Bondi di farsi da parte per favorire il ricambio generazionale e, magari, lo stesso Valducci (“A casa Bondi, spazio ai giovani come Gelmini, Alfano, Meloni” in aggiunta a un team di “esperti ma puliti come Frattini, Valducci e Galan”, scrive un utente che si firma ‘A casa Bondi’).
Qualcun altro rimarca l’onestà  politica e intellettuale del ministro e ricorda che il Pdl ha l’obbligo di stringersi intorno a lui nonostante “non è che abbia fatto granchè” da quando si è fidanzato.
Nonostante il silenzio ufficiale di Valducci, i gestori del sito tamponano anche il flop di quel 24,5% che ha votato contro Bondi: chi si è espresso così, scrivono, lo ha fatto solo perchè “reputa opportuno non rischiare sul voto di sfiducia per paura che il partito di Gianfranco Fini faccia l’annunciato sgambetto”.
Intanto il ministro, a sondaggio chiuso, ha dichiarato ai microfoni di SkyTg24: “Non sarò io a mettere a rischio la tenuta del governo. Posso mettere a disposizione il mio incarico per rafforzare l’esecutivo e ampliare la maggioranza”. Insomma, anche se disposto a farsi da parte, si dice “con la coscienza a posto” perchè la mozione rientra nei piani dell’opposizione per ostacolare il governo. Trattasi dunque di ordinaria amministrazione, che quindi non avrebbe nulla a che fare con i crolli di Pompei o il giro di vite ai finanziamenti alla cultura.
Bondi dimentica però le assunzioni sospette del figlio e dell’ex marito della compagna e collega del Pdl Manuela Repetti, oltre alla premiazione al Festival del Cinema di Michelle Bonev, attrice sconosciuta e amica del premier.
Ma il sondaggio dei suoi, almeno in apparenza, lo ha salvato.
Ora per il Club della libertà  è meglio dirigersi verso il nemico Gianfranco Fini che sulla pagina finidimettiti.it, collegata al sito, appare con lo sfondo de L’Urlo di Munch.
Nel nuovo sondaggio, subentrato dopo la chiusura anticipata di quello su Bondi, ai visitatori non si chiede se il leader di Fli debba o meno dimettersi, questo è scontato.
Si passa direttamente alle ragioni e le opzioni sono: “ha fondato un partito da presidente di Montecitorio” (35.3% delle preferenze questo pomeriggio), “ha tradito il patto con gli italiani che lo hanno votato alle elezioni” (41.2%) e “non garantisce più imparzialità  avendo sostenuto la sfiducia al governo Berlusconi” (23,5).
Insomma, che Fini debba andarsene non è nemmeno in discussione e, questa volta, i risultati non richiederanno nessun ribaltamento improvviso.
Ora che hanno di nuovo il giocattolino sotto controllo tutto per loro, possono divertirsi a pigiare in libertà  (vigilata).

argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, frana, governo, la casta, PdL, Politica, radici e valori | Commenta »

PARLANDO DI “DESTRA”, VISTO DA SINISTRA

Gennaio 1st, 2011 Riccardo Fucile

BERLUSCONI E IL BERLUSCONISMO NON HANNO NULLA A CHE FARE CON QUELLA CATEGORIA POLITICA, MA MOLTO HANNO A CHE SPARTIRE CON IL “PUTINISMO”… DI DARE SENSO ALLA PAROLA, CON RITARDO, SI INCARICHERA’ FINI… L’ANALISI DI PAOLO FLORES D’ARCAIS

Per abitudine e forza d’inerzia parliamo di “destra” anche in Italia, benchè una tale forza politica, nel senso europeo del termine, da noi non esista proprio. “Destra” ha voluto dire, dalla fine della guerra ad oggi, Churchill e De Gaulle, Thatcher e Chirac, e in Germania una tradizione che va da Adenauer a Kohl e infine ad Angela Merkel (il “centro” non esiste).
C’è qualche traccia dei valori e dei comportamenti di queste personalità  che si possa individuare in Silvio Berlusconi e nei suoi quasi vent’anni di attività  politica?
Neppure col microscopio a scansione elettronica.
“Destra” in Europa ha significato e significa partiti di orientamento liberal-conservatore che insistono fin quasi all’ossessione sul senso dello Stato e delle istituzioni, sull’unità  della Nazione (sempre maiuscola), sulla riaffermazione intransigente e addirittura punitiva della legalità  (che cosa c’è di più giustizia-lista della politica che sbandiera “law and order”?).
In campo economico le posizioni sono più variegate, dal liberismo “duro e puro” della signora Thatcher ai corposi innesti di solidarismo della Cdu, fino al vero e proprio cotè sociale e spesso statali-sta del gollismo, ma comune è l’ostilità  di principio ai monopoli privati (abc ovvio e intrattabile di ogni liberismo).
È perciò evidente che Berlusconi e il berlusconismo nulla hanno a che fare con la destra nel senso europeo del termine.
Il progetto di Berlusconi è — fin dall’inizio — quello di un regime che cancelli la divisione dei poteri, che umili l’autonomia dei magistrati nell’obbedienza al potere politico, che instauri un rapporto di dipendenza plebiscitaria tra “il popolo” e il leader, che riduca a mero simulacro la libertà  di informazione, che consenta al capo e alle sue cricche di “fare” senza più controlli e contrappesi di alcun genere. Per questo, da anni, sosteniamo che la sostanza del berlusconismo è il putinismo.
Per chiunque avesse “orecchie da intendere” era impossibile non accorgersene, fin dal giorno della nefasta “discesa in campo”.
Chi blatera di una scommessa/promessa di “rivoluzione liberale” da parte di Berlusconi, che sarebbe poi fallita o dimenticata/tradita (specialisti sommi di questo genere letterario i Galli della Loggia e gli Ostellino), semplicemente non ha voluto vedere quello che Berlusconi con i suoi comportamenti, e con infinite “voci dal sen fuggite”, squadernava fin dalle origini della sua avventura: una insopprimibile vocazione al regime padronale delle istituzioni, della cosa pubblica, della politica.
Su Berlusconi “liberale” era impossibile sbagliarsi, tanto erano sfacciate ed esibite le sue intenzioni anti-costituzionali.
Ipotizzando buonafede in chi ha voluto per anni spacciare una ridicola leggenda, si scadrebbe in quanto di più offensivo: rimproverare a corifei e cheerleader un’inguaribile cecità , una ciclopica stupidità .
Il Gianfranco Fini che ora definitivamente rompe con Berlusconi rappresenta esattamente il progetto di dar vita in Italia a una destra conservatrice di stampo europeo.
La sua decisione è maturata in lunghi anni. Troppi, certamente.
Ma Fini e il pugno di dirigenti che lo hanno seguito venivano dal fascismo, è bene non dimenticarlo, e una conversione autentica dagli “eia eia alalà ” alla democrazia liberale non avviene con la rapidità  di una caduta da cavallo sulla via di Damasco.
Del resto, proprio qui sta la spiegazione dei (troppi) anni nei quali Fini ha fatto da spalla guardiaspalla e protesi alla costruzione del regime putiniano di Berlusconi. Fini deve a Berlusconi un rapidissimo “sdoganamento” (il Pci per ottenerlo parzialmente, e benchè fosse co-fondatore a pieno titolo della Repubblica italiana, ha dovuto penare per una quarantina d’anni, dopo la destalinizzazione), la sua legittimazione è stata perciò (troppo) a lungo sotto sequestro (volontario) nella cassaforte di Arcore.
Fini può ora farcela?
La destra di conio europeo che ha in mente può avere successo?
Con Berlusconi ogni conflitto è a somma zero, anche questo lo ripetiamo inutilmente da anni.
I compromessi non sono possibili, o lo si manda a casa (il posto adeguato in effetti sarebbe la galera) o si viene schiacciati.
La condizione “sine qua non” per una destra europea è perciò lo smantellamento integrale del berlusconismo, cioè la liberazione dell’Italia delle macerie morali, culturali, sociali e istituzionali nelle quali Berlusconi e le sue cricche l’hanno ridotta.
Berlusconi, contro Fini, ha dalla sua non solo una potenza di fuoco corruttiva gigantesca ma anche quasi l’intero passato della storia d’Italia.
La mancanza di una società  civile autonoma: una imprenditoria “parassitaria”, una borghesia che “adegua il merito all’intrigo” e manifesta una “psicologia primitiva, da corsari e da speculatori schiavisti” che produce “un’epoca di corruzione e di decadenza nei costumi”, come stigmatizzava il liberale Piero Gobetti, che non a caso la “rivoluzione liberale” (quella vera) l’affidava all’alleanza con i consigli operai sostenuti da Gramsci.
Tanto più difficile costruirla oggi, una destra liberale in Italia, quando le tradizionali destre europee sembrano sempre meno immunizzate dalle sirene autoritario-populiste e dai compromessi con un kombinat di affarismo speculativo, di finanza drogata (e inquinata dal riciclaggio), di razzismo soft (e talvolta hard), di ostilità  per il libero giornalismo e di “non olet” verso le mafie. Dalla sua Fini ha però il collasso nel quale Berlusconi sta precipitando il paese, i livelli da terzo mondo del tasso corruttivo, della disinformazione, dell’incultura di massa, che già  hanno innescato la decadenza economica.
Peccato che in questo scontro manchi ancora la sinistra.

Paolo Flores D’Arcais
(da “Il Fatto Quotidiano“)

argomento: Berlusconi, destra, Fini, Futuro e Libertà, Giustizia, governo, Lavoro, Parlamento, PdL, Politica, radici e valori | 1 Commento »

AUMENTANO LE TARIFFE, AUTOSTRADE + 10,8%, GAS + 8,9%, FERROVIE +8,7%, POSTE +7,3%: LE MANI NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI

Gennaio 1st, 2011 Riccardo Fucile

A CRESCERE DI PIU’ IN DUE ANNI LE VOCI DI COMPETENZA DEGLI ENTI LOCALI… PARTICOLARMENTE COLPITE LE PICCOLE IMPRESE E I LAVORATORI AUTONOMI

La crisi economica non frena la corsa agli aumenti, soprattutto per le tariffe pubbliche che, dal 2008   a novembre 2010, hanno registrato un vero e proprio boom.
In vetta agli aumenti i pedaggi autostradali (+10,8%), il gas (+8,9%), i trasporti ferroviari (+8,7%) e i servizi postali (+7,3%).
A rilevarlo la Cgia di Mestre, secondo cui i rincari maggiori si sono registrati sulle tariffe di competenza delle regioni e degli enti locali.
Tutto questo, prosegue la Cgia, malgrado l’inflazione, nel periodo tra il 2008 e il novembre di quest’anno, sia stata solo del 2,2%.
A registrare variazioni negative invece l’energia elettrica (-0,4%) e l’acqua potabile (-1,2%).
Le tariffe di competenza delle regioni e degli enti locali hanno registrato un aumento del 7,4%, mentre quelle controllate dal governo centrale hanno segnato un +6,3%.
“A dimostrazione – attacca l’associazione degli artigiani – che sia gli uni, sia gli altri, a fronte della grave situazione economica, hanno fatto cassa a spese dei cittadini e delle piccolissime imprese”.
Particolarmente vessate, queste ultime, poichè “i lavoratori autonomi, vale a dire gli artigiani e i piccoli commercianti” pagano le tariffe “due volte.
Una come cittadini, in riferimento alle utenze relative alla propria abitazione, la seconda come gestori di piccoli negozi o botteghe artigiane”.
Ma qualcuno non sosteneva che “non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”?

argomento: carovita, denuncia, economia | Commenta »

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