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BERLUSCONI: QUATTRO BUGIE PER SOTTRARSI AI GIUDICI

Gennaio 29th, 2011 Riccardo Fucile

NEL SOLITO MESSAGGIO REGISTRATO ALLA BIN LADEN, IL PREMIER SI INVENTA DI AVER PARLATO DI RUBY CON MUBARAK CHE “NON SI RICORDAVA DI AVERE UNA NIPOTE IN ITALIA”…UNICO TESTIMONE L’INTERPRETE ITALO-ARABO A CONTRATTO ALLA FARNESINA….NESSUN IMBARAZZO AD AVER OSPITATO E PAGATO MINORENNI E PROSTITUTE PER ALLIETARE LE SUE SERATE

Al Gran Bugiardo, che ieri ha afflitto il Paese con un terzo videomessaggio, si deve ricordare che la verità  è una condizione necessaria in una democrazia. Nutre la fiducia del cittadino nello Stato e ha un presupposto nella convinzione che lo Stato   –   e chi momentaneamente lo rappresenta   –   non ingannerà  il cittadino.
La verità  è anche il presupposto indispensabile per il cittadino di esercitare la sua libertà  perchè se falsifichi la realtà , manipoli gli eventi, allevi imbrogli e confusione, alteri il bianco nel nero, pregiudichi il possibile esercizio della libertà .
È un forte argomento anti-tiranny – ricorda Michele Taruffo (La semplice verità ) – che le azioni illegittime compiute da chi esercita il potere debbano poter essere rivelate e afferrate, ma “ciò implica che informazioni veritiere siano disponibili per le potenziali vittime del tiranno”.
Solo in questo modo, il cittadino potrà  controllare le modalità  con cui il potere viene esercitato.
Con il tempo abbiamo compreso che la politica di Silvio Berlusconi è soprattutto arma psicologica e l’unico antidoto all’illusionismo del Gran Bugiardo è un’adeguata sintassi.
Consente quanto meno di distinguere i discorsi verificabili dal nonsense. Permette di proteggersi dai media che ci addestrano a non pensare. Le parole, i falsi argomenti, i finti discorsi, le finte idee, i gerghi sgrammaticati dell’uomo che ci governa vanno mostrati nella loro inattendibilità  per ripristinare quella verità  che è premessa della nostra libertà .
Se si lasciano in un canto le favole sui successi di un governo, al contrario, paralizzato dagli interessi personali del premier, si contano altre quattro bugie in questo nuovo videomessaggio.
1. Berlusconi dice: “È stato violato il mio domicilio”.
È falso. Nessuna residenza del capo del governo è stata oltraggiata.
Vediamo come stanno le cose. Si indaga per prostituzione perchè in un giorno di luglio Ruby, una minorenne protetta da Lele Mora e “scoperta” sedicenne da Emilio Fede a Messina, è stata condotta nella villa del presidente del Consiglio.
Dove, dice, ha assistito a spettacoli e “scene hard” – anche se non vi ha partecipato, giura – alla presenza del “presidente” che tutte le ospiti (venticinque) chiamano “papi”.
Lo sfruttamento della prostituzione minorile è un reato gravissimo.
A Milano si mettono al lavoro. Prioritario accertare l’attendibilità  della testimone e parte lesa: è stata davvero ad Arcore, come dice. C’è stata con Mora, Fede, Nicole Minetti? È vero che, in quelle occasioni, c’erano A. B. C.? C’è un metodo per venirne a capo.
Si verifica a quale “cella” fosse connesso, in quel giorno, il telefono cellulare dei protagonisti. Si scopre che Ruby ha detto il vero. Il 14 febbraio 2010 era ad Arcore e c’erano anche A. B. C. e Fede.
Quest’operazione viola il domicilio del capo del governo? No. Accerta la validità  delle dichiarazioni di Ruby e non c’è altro modo per farlo.
Quando salta fuori che tra molte inesattezze la minorenne ha raccontato anche il vero, sono stati chiesti i tabulati delle sue telefonate dal gennaio 2010 e delle ragazze – alcune prostitute – che l’hanno accompagnata e periodicamente vengono condotte da Mora, Fede e Minetti nella dimora del Sultano.
Berlusconi dovrebbe avvertire l’imbarazzo di aver ospitato e pagato minorenni e prostitute per allietare le sue serate (è documentato e ci sono le prove di quei pagamenti). Dovrebbe provare vergogna per avere indecorosamente condotto la sua responsabilità  pubblica condividendo addirittura una donna (Marysthell Polanco) con un narcotrafficante dominicano.

2. Berlusconi dice: “Non è un Paese libero quello in cui quando si alza il telefono non si è sicuri della inviolabilità  delle proprie conversazioni. Non è un Paese libero quello in cui il cittadino può trovare sui giornali delle proprie conversazioni che fanno parte del proprio privato e che non hanno nessun   contenuto penalmente rilevante”.
Berlusconi inocula fobie nel proprio esclusivo interesse. L’indagine che lo vede indagato per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile non fa leva, come strepitano gli sgherri libellisti del suo serraglio, sulle intercettazioni telefoniche.
È un’inchiesta condotta con testimonianze dirette e documenti.
La concussione è dimostrata per tabulas senza alcun documento acustico.
I funzionari della questura ammettono di aver ricevuto la sua telefonata. Confermano che il premier ha parlato di Ruby come della “nipote di Hosni Mubarak”. I materiali del pubblico ministero dei minori e le relazioni di servizio dei poliziotti confermano le procedure abusive che hanno portato all’affidamento di Ruby a Nicole Minetti che subito abbandona la minorenne a una putain brasiliana, amica del presidente.
Dove sono qui le intercettazioni? È il reato più grave e non se ne vede l’ombra. Berlusconi mente. Qualche numero delle intercettazioni di quest’inchiesta, allora.
Dal 29 luglio a questo gennaio e non per tutto il periodo, ma quando le indagini lo rendono necessario, quindi anche a volta due soli giorni, sono state intercettate cinquanta persone per una spesa di quasi 27mila euro.
Con il bestiario che circonda il presidente (si valuta che nelle ville e palazzi dell’uomo che ci governa circolino in un anno dalle 300 alle 500 falene) non sono grandi numeri.
Le intercettazioni sono servite a dimostrare quale fosse il mestiere delle signore. Si indaga per prostituzione e alcune sono effettivamente delle prostitute che il premier ha retribuito e gli amici del presidente sono coloro che inducono alla prostituzione.
È falso che siano state diffuse conversazioni private di nessun interesse giudiziario o pubblico. È di assoluto interesse pubblico (la verità  è presupposto essenziale della democrazia e della libertà  del cittadino) sapere che una decina di ragazze ricattano il premier o pretendono dal premier incarichi e responsabilità  pubbliche.
Possono dirsi “privati” questi dialoghi?

3. Berlusconi dice: “Non ho alcun timore di farmi giudicare. Davanti ai magistrati non sono mai fuggito: i mille magistrati che si sono occupati ossessivamente di me e della mia vita non hanno trovato uno straccio di prova che abbia retto all’esame dei tribunali”.
È una menzogna stupefacente che non sia mai fuggito dai magistrati. Il Gran Bugiardo non ha fatto altro che scappare dalle responsabilità  di un’avventura umana e imprenditoriale che ha avuto nell’illegalità  il suo canone.
Nonostante le leggi che si è affatturato per eliminare i reati, cancellare le prove, ridurre i tempi dei processi, allontanare i giudici che non gli piacevano, è stato assolto nei sedici processi che lo hanno visto imputato soltanto in tre occasioni. Altro che nessuno straccio di prova.

4. Berlusconi dice: “Io ho diritto di presentarmi di fronte al mio giudice naturale, che non è la procura di Milano, ma il giudice assegnatomi dalla Costituzione cioè il Tribunale dei ministri. Mi presenterò appena sarà  stata ristabilita una situazione di correttezza giudiziaria”.
Il Gran Bugiardo sa di mentire anche in questo caso. Sostiene che sempre, in ogni caso, un uomo come lui “unto dal Signore” e al governo del Paese debba essere giudicato dal tribunale dei ministri, qualsiasi cosa faccia.
Non è così.
L’art. 96 della Costituzione comprende nella categoria dei “reati ministeriali quelli commessi “nell’esercizio delle funzioni”.
La Carta non prevede singole fattispecie. Individua una circostanza: la connessione tra il reato e le funzioni esercitate dal ministro. Ora la concussione è un abuso.
È di “potere” se chi lo pratica fa leva sulle “potestà  funzionali per uno scopo diverso da quello per il quale sia stato investito”.
Per capire, sarebbe stata una concussione di potere se a telefonare in questura a Milano “consigliando” la liberazione di Ruby fosse stato il ministro dell’Interno.
Ma l’abuso può essere anche di “qualità “. In questo caso “postula una condotta che, indipendentemente dalla competenze del soggetto (il concussore), si manifesta come una strumentalizzazione della posizione di preminenza ricoperta”. È il caso di Berlusconi.
Abuso di potere o abuso di qualità  presuppongono due competenze diverse. L’abuso di potere di un ministro impone la competenza del tribunale dei ministri.
L’abuso di qualità  prescrive la competenza del territorio dove è stato commesso il reato.
Finalmente, dopo molti passi falsi, questa differenza l’ha compresa anche Berlusconi. Che per evitare il suo giudice naturale, è in queste ore alle prese con un’altra manipolazione delle prove dopo aver già  condizionato le testimonianze delle sue ospiti raccolte durante le indagini difensive, dopo aver (per quanto dice Ruby) promesso cinque milioni di euro per farle tenere la bocca chiusa ed evitargli guai assai seri.

Per sostenere che è intervenuto sul capo di gabinetto della questura di Milano non nella sua “qualità ” di capo del governo, ma nelle sue “funzioni” di presidente del Consiglio, deve suggerire che quella notte del 27 maggio non aveva altra preoccupazione che evitare una crisi diplomatica con Hosni Mubarak convinto che Ruby ne fosse la nipote.
Per la bisogna, il Gran Bugiardo s’inventa allora che qualche giorno prima ne aveva addirittura parlato con Mubarak (peccato, che lo ricordi soltanto ora). “Per 15 minuti, gli ho chiesto di Ruby, ma Hosni non ricordava di avere una nipote in Italia” dice Pinocchio e annuncia che ci sono anche i testimoni. Il testimone è uno.
È R. A, l’interprete italo-arabo a contratto alla Farnesina. Sul capo di quel poverino chi lo sa che cosa si sarà  scatenato in queste ore.

Giuseppe D’Avanzo
(da “la Repubblica“)

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IL LEGHISTA BRIGANDI’, CONSIGLIERE DEL CSM, HA PRELEVATO IL DOSSIER SULLA BOCCASSINI E LO HA PASSATO AL “GIORNALE”

Gennaio 29th, 2011 Riccardo Fucile

AL CSM INFURIA LA POLEMICA: BRIGANDI’ POTEVA SOLO PRENDERE VISIONE DEL FASCICOLO, NON TRASFERIRLO A TERZI: ORA RISCHIA UNA DENUNCIA PENALE… PERSONAGGIO CON DUE CONDANNE CHE POTREBBERO A BREVE DIVENTARE DEFINITIVE, E’ L’UOMO “QUALIFICATO” CHE LA LEGA HA DESIGNATO PER FARSI RAPPRESENTARE NEL CSM

Ha un nome e un cognome il consigliere del Csm che una settimana fa ha preteso gli fosse consegnato, per documentarsi, il vecchio fascicolo della disciplinare su Ilda Boccassini.
Chiariamo subito: si tratta di carte riservate, perchè al tempo della discussione le sedute non erano pubbliche come oggi, ma segrete.
Quel componente del Csm è Matteo Brigandì, notissimo esponente leghista nato a Messina ma radicalizzato in Piemonte, firmatario di una proposta di legge sul legittimo impedimento e pure di una per inasprire le norme sulla responsabilità  civile dei magistrati.
Entra a palazzo dei Marescialli a fine luglio nella pattuglia dei cinque laici.
E dopo un altolà  a Bossi. Il quale, fino a 12 ore prima del voto, aveva indicato per quel posto Mariella Ventura Sarno.
Brigandì lo contesta, fa circolare la voce che si tratta solo di una vicina di casa del Senatur, minaccia di nuovo le dimissioni. Entra al Csm.
Anche se su di lui pendono due condanne che potrebbero diventare definitive a breve, una per diffamazione, l’altra per non aver pagato gli alimenti alla figlia.
E per legge decadrà .
Ma Brigandì, stavolta, si appunta sul petto una medaglia non da poco.
Lui prende il fascicolo della Boccassini. Il contenuto finisce sul Giornale. Con tanto di virgolette e particolari.
Il pezzo esce e il Csm vive una delle sue giornate di maggiore tensione.
A seminare il panico è una furibonda telefonata del procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati al vice presidente Michele Vietti.
I due si conoscono da tempo. Hanno fiorettato per tre anni sulla riforma dell’ordinamento giudiziario quando il magistrato era presidente dell’Anm e Vietti sottosegretario alla Giustizia. Si stimano.
Adesso Bruti Liberati vuole capire da dove sono uscite quelle carte riservate. E vuole scoprirlo anche Vietti.
Per ricostruire come sono andati i fatti, alla fin fine, non ci vuole granchè.
Il caso Ruby scoppia il 14 gennaio. Il giorno dopo è sui giornali. Passa il fine settimana.
All’inizio di quella nuova, tra il 18 e il 20 gennaio, Brigandì si rivolge ai funzionari che gestiscono la sezione disciplinare, quella che fa i “processi” alle toghe.
Chiede il vecchio fascicolo della Boccassini.
Può farlo, il regolamento gli consente di acquisire l’antica documentazione. Ma ovviamente non gli permette di divulgarla. Il resto è noto.
Anna Maria Greco pubblica il suo pezzo sul Giornale.
Adesso, al Csm, sono furibondi.
Per tutta la giornata fervono i conciliaboli. Da una stanza all’altra.
I 16 togati non hanno dubbi su come sia andata la storia e sono intenzionati a chiedere una «punizione esemplare» per Brigandì.
Vittorio Borraccetti, toga storica di Magistratura democratica ed ex procuratore di Venezia, usa parola assai pesanti: «È stata commessa una scorrettezza enorme. Tra di noi c’è un guastatore istituzionale che lavora per danneggiare e screditare le istituzioni».
Voce pacata come sempre. Ma inderogabile durezza.
«Si può venire al Csm e dire che non si devono più votare le pratiche a tutela, ma non si può lavorare di soppiatto contro la magistratura. Questo non è consentito».
Sul tavolo di Vietti non è ancora arrivata la formale richiesta dei togati di chiarire come si sia prodotta la fuga di notizie. Ma è solo questione di ore.
Nel frattempo, alla spicciolata, i magistrati hanno protestato e chiesto accertamenti e una ricostruzione nitida di che cosa è avvenuto.
Poi il vice presidente dovrà  discutere della faccenda nel comitato di presidenza, con il presidente della Cassazione Ernesto Lupo e il procuratore generale Vitaliano Esposito.
Vietti sta valutando se il primo passo non debba essere proprio quello di affrontare la “grana” con Napolitano, visto che, come alcuni togati sostengono, dietro il comportamento di Brigandì ci sarebbe anche una responsabilità  penale.
Come avvenne per Cosimo Maria Ferri, oggi segretario di Magistratura indipendente, ieri al Csm, quando finì nelle intercettazioni tra Innocenzi (Agcom) e Berlusconi, ne potrebbe nascere un pubblico dibattito in cui mettere i paletti per una corretta etica di un componente del Consiglio.
Ma c’è chi, di fronte a un fatto così grave, chiede che Brigandì faccia pubblica ammenda e se ne vada.

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GLI ACQUISTI DI SILVIO: SAVERIO ROMANO, UN QUASI MINISTRO INDAGATO PER MAFIA

Gennaio 29th, 2011 Riccardo Fucile

IL “RESPONSABILE” È GIà€ PRONTO A PRENDERE IL POSTO DEL FINIANO RONCHI ALLE POLITICHE COMUNITARIE… GIA’ INDAGATO PER CONCORSO ESTERNO MAFIOSO, VICINO A CUFFARO, RACCOGLITORE DI VOTI IN SICILIA

Quando Saverio Romano rivelò che Casini gli aveva proposto di fare il ministro, come in ogni divorzio, l’ufficio stampa dell’Udc fu crudemente lapidario: “Nessuna persona ragionevole e di buonsenso avrebbe potuto immaginare di proporlo come ministro in un esecutivo, di destra o di sinistra che fosse”.
Oggi che Romano si dice “pronto a coprire ruoli di governo”, torna alla mente il suo commento di quattro mesi fa, quando i giornali lo inserirono in una lista di nuovi sottosegretari a sostegno di un governo in difficoltà : “Non so se piangere o ridere”, disse, precisando: “Voglio sentire cosa ha da dire Berlusconi, non sono interessato a ciò che ha da dare”.
Ora che il leader degli scissionisti dell’Udc, da due anni all’opposizione del governo Lombardo in Sicilia, è ministro in pectore delle Politiche comunitarie (in attesa della nomina al posto del finiano Andrea Ronchi) quelle parole suonano la conferma più evidente della sua citazione preferita: “Sono un democristiano della prima ora, nel cuore e nella mente”.
Avvocato penalista, 46 anni appena compiuti, Romano porta in dote con se a Palazzo Chigi i consensi residui del cuffarismo orfano di Cuffaro insieme con il destino che accompagna buona parte dei dirigenti siciliani dell’Udc, tra condannati e assolti: il sospetto di mafiosità .
Indagato per concorso esterno alla mafia da oltre otto anni dalla procura di Palermo, la sua posizione fu archiviata una prima volta nel 2003, per il caso Guttadauro-Cuffaro, ma tre anni dopo tornò sotto inchiesta, dopo le rivelazioni del pentito Francesco Campanella che raccontò di presunti summit con mafiosi.
Sospetti che non hanno mai scalfito, nè indebolito, la sua leadership siciliana nel partito forse soltanto oggi insidiata dallo scissionista interno Calogero Mannino, che non ha aderito al gruppo dei “responsabili” e per Romano ha avuto parole di fuoco: “Ha perso la bussola — ha detto Mannino — e ha mostrato scarsa capacità  politica”.
In questo caso il giovane leader ha incassato replicando con fair play e convinto nel proseguire la sua marcia di avvicinamento verso le stanze di Palazzo Chigi.
Ben più dura era stata la polemica, appena un anno fa, con Beppe Lumia, sostenitore del governo Lombardo, che ne aveva tracciato un impietoso profilo: “Romano e Dell’Utri sono due facce della stessa medaglia — disse Lumia — Saverio Romano ormai è nel panico. La sua crisi sta superando i livelli d’astinenza tipici della dipendenza più avanzata. Senza il governo regionale il suo sistema di potere va a fondo e le sue relazioni mafiose rischiano di ritorcersi contro”.
Aggiungendo: “È chiaro che la sfida delle riforme lo atterrisce perchè rischia di infliggere ferite mortali all’apparato di clientele e corruttele che ha costruito e di cui ogni giorno si svelano le caratteristiche assistenziali, sprecone e spesso affaristico-mafiose”.
Nato a Belmonte Mezzagno, comune al centro di una faida mafiosa tra le più violente, e candidato a Bagheria, il paese degli affari politico-mafiosi che hanno condotto in carcere Cuffaro, Saverio Romano ha dovuto spesso fare i conti con le accuse di mafia rivolte al suo partito: l’ultima poche settimane fa, in occasione della scoperta dell’assunzione, senza concorso, della figlia del boss Giovanni Bontate e del marito nella società  regionale Sicilia e-servizi, definita dal deputato regionale Pd Davide Faraone “protesi clientelare dell’Udc di Cuffaro e Romano”.
“Faraone è un mascalzone”, ha replicato secco Romano.
Che navigando in questa zona di confine tra mafia e politica ha subito a volte da vicino la rappresaglia delle cosche: due anni fa, a Belmonte Mezzagno, venne incendiato il portone di casa dei suoi genitori, qualche giorno fa alcuni sconosciuti sono entrati nella sua casa di villeggiatura ad Altavilla Milicia mettendo a soqquadro le stanze.
Segnali che in Sicilia non vengono mai sottovalutati, spie sul territorio di una convivenza elettorale difficile, come quella segnalata nel 2002 dal Sisde che lo indicò, insieme a sei colleghi penalisti (Enzo Fragalà , Enrico La Loggia, Nino Mormino, Antonio Battaglia, Giuseppe Bongiorno, Renato Schifani) come possibile obbiettivo della rappresaglia delle cosche mafiose perchè accusati dai boss di non aver favorito l’auspicata (dai mafiosi) revisione della normativa antimafia.
Di fronte alla quale continua a professarsi rigorosamente garantista, anche nei confronti del suo odiato nemico Lombardo, ridicolizzato nel suo blog ma comunque “assolto” dall’accusa mossa dalla procura di Catania: “Raffaele Lombardo ha fatto tanto danno alla Sicilia, ma la collusione con la mafia sinceramente la escluderei”.

Giuseppe Lo Bianco
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA PROCURA DI ROMA: “IRRILEVANTI GLI ATTI DI ST. LUCIA” E CONFERMA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE

Gennaio 28th, 2011 Riccardo Fucile

I DOCUMENTI TAROCCO DEL FATTORINO FRATTINI E DEL MANOVALE LAVISOLA SI RITORCONO CONTRO IL MANDANTE DEL BUNGA BUNGA… ORA ANCHE BOSSI FRENA SULLE DIMISSIONI DI FINI: “BISOGNA FARE MENO CASINO E ABBASSARE I TONI”… HANNO FATTO LA FINE DEI PIFFERAI DI MONTAGNA: PARTITI PER SUONARE, SONO TORNATI SUONATI

Il contenuto degli atti inviati dal governo di Santa Lucia circa la titolarità  delle società  off-shore che si sono succedute nella proprietà  dell’immobile di Montercarlo ereditato da An nel 1999 “appare del tutto irrilevante circa il ‘thema decidendum'”.
E’ quanto sostiene la procura di Roma nelle deduzioni che hanno accompagnato la trasmissione degli atti al gip che dovrà  pronunciarsi sull’opposizione alla richiesta di archiviazione delle posizioni di Gianfranco Fini e di Vincenzo Pontone.
E intanto, il leader della Lega Bossi frena sulla vicenda Fini: “Io penso che bisogna fare meno casino e abbassare i toni”, risponde ai giornalisti, all’indomani della tempesta di ieri alla Camera.
La richiesta di dimissioni era arrivata dopo che il ministro degli Esteri Frattini si è presentato in Senato a rispondere sul caso dell’appartamento del cognato di Fini, ma senza rivelare il contenuto dei documenti dello Stato caraibico.
Contenuti in pratica inesistenti, visto che nei fatti riciclano quelli precedenti, senza alcun appoggio probatorio.
Il solito tentativo di gettare fango sugli avversari per far dimenticare gli scandali che stanno sommergendo il partito degli accattoni.
Le opposizioni avevano ieri abbandonato l’aula per protesta, mentre il Fli aveva attaccato il premier “suo il dossieraggio” e il ministro degli Esteri “inadeguato, ha infangato la diplomazia”.

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ANCHE IL SOTTOSEGRETARIO LEGHISTA BELSITO TRA I CONTATTI DI RUBY: FORSE LA MAROCCHINA GLI CHIEDEVA CONSIGLIO SU COME LAUREARSI?

Gennaio 28th, 2011 Riccardo Fucile

NEL MATERIALE SEQUESTRATO PRESSO L’ABITAZIONE GENOVESE DI RUBY   IL BIGLIETTO DA VISITA PERSONALE DI FRANCESCO BELSITO, SEGRETARIO AMMINISTRATIVO DELLA LEGA….ORA POTREBBE ESSERE CHIAMATO A SPIEGARE IL SUO RAPPORTO CON LA RAGAZZA… BELSITO E’ NOTO PER LA SUA LAUREA FANTASMA

Scrive Massimo Martinelli sul “Messaggero” che tra il materiale trovato dagli inquirenti presso l’abitazione genovese di Ruby ci sono anche “i biglietti da visita di personaggi istituzionali, che potrebbero essere chiamati a spiegare i loro rapporti con la ragazza”.
“Uno è intestato al sottosegretario ‘dott. Francesco B. — Presidenza del Consiglio dei Ministri’ e un altro ‘Silvio C. . Ufficio di Polizia Giudiziaria’”.
Chi è Francesco B sottosegretario a Palazzo Chigi?
L’unico compatibile, tra quelli che figurano nell’organigramma governativo, è Francesco Belsito, genovese, sottosegretario alla presidenza del Consiglio per la Semplificazione Normativa, nominato il 22 febbraio 2010 al posto dello scomparso Maurizio Balocchi.
Belsito è esponente di spicco della Lega Nord: segretario amministrativo del partito, ovvero tesoriere, appartiene al cosiddetto “cerchio magico” che tutela il Senatur Bossi da quando si è ripreso dopo la malattia.
Come scriveva Tonia Mastrobuoni sul “Riformista” del 21 luglio 2010, “il ‘cerchio’ può contare su alcuni uomini chiave nella galassia leghista, a partire dal neo-tesoriere Francesco Belsito”.
Il “cerchio” è composto dalla pasionaria Rosy Mauro, i capigruppo Bricolo e Reguzzoni, il governatore piemontese Cota, e secondo le voci di palazzo rende conto solo alla moglie di Bossi.
Belsito è noto più che altro per aver fatto da autista ad Alfredo Biondi, quando era iscritto a Forza Italia, e per aver fatto da buttafuori in discoteca a Genova.
Passato con la Lega era diventato collaboratore dell’ex segretario amministrativo, Maurizio Balocchi, per poi prenderne il posto.
Belsito è noto alle cronache genovesi, oltre che per posteggiare la sua Porsche Cayenne negli spazi riservati alla Questura di Genova, suscitando le proteste degli agenti, per essersi definito laureato nel profilo della pagina del Governo.
In realtà , più volte sollecitato dalla stampa locale a mostrare la laurea, non l’ha mai esibita, anche perchè, per farla vedere, bisognerebbe averla conseguita.
Studi interrotti al’Università  di Genova, Belsito prima sostenne di essersi laureato a Malta, poi in Inghilterra, in una università  mai però indicata.
Ne ha parlato persino l’Espresso di questa vicenda, non solo noi più volte.
Il fatto che Ruby avesse il suo biglietto da visita non ci stupisce: conoscendolo, è evidente che Ruby voleva da lui consigli su come laurearsi velocemente senza che nessuno se ne accorgesse.
Sul genere delle lezioni non entriamo nel merito.

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LA MINETTI, L’AUTO PRESTATA E QUEL CONSIGLIO DEL PREMIER SULLA FALSA DENUNCIA DI FURTO DELL’AUTO

Gennaio 28th, 2011 Riccardo Fucile

NELLE TELEFONATE EMERGE ANCHE CHE IL CASO RUBY ERA OGGETTO DI PREOCCUPAZIONE PER IL PREMIER ANCOR PRIMA CHE NE PARLASSERO I GIORNALI… LA CORSIA PREFERENZIALE IN QUESTURA E IL DIFFICILE RAPPORTO TRA BERLUSCONI E IL RISPETTO DELLE REGOLE ISTITUZIONALI

Non solo la telefonata alla Questura di Milano con «la balla» (parola del questore) su Ruby «nipote di Mubarak».
Dai nuovi atti inviati dai pm alla Camera, emergono altri episodi (alcuni piccoli, altri di maggior spessore) di un difficoltoso rapporto del premier con le regole dei rapporti istituzionali.
Il primo si percepisce nelle telefonate successive all’arresto il 3 agosto 2010 del dominicano Carlos Ramirez de la Rosa, cioè del fidanzato di Marystelle Garcia Polanco (una delle ragazze delle feste), trovato in possesso di 12 chili di cocaina (costatigli proprio ieri in primo grado 8 anni di carcere con il rito abbreviato).
Erano i giorni in cui l’uomo guidava una Mini Cooper verde affidatagli dalla Polanco, che a sua volta l’aveva avuta in prestito dall’ignara Minetti.
Nicole, che il 3 agosto era in vacanza alle Seychelles, racconta alla Polanco chi l’aveva avvisata dell’arresto e cosa (apparentemente un «falso») le sarebbe stato indirettamente raccomandato dal premier per allontanare da lei i sospetti.
«A un certo punto – dice Minetti – ero a cena, mi chiama la Barbara Faggioli (altra ragazza delle sere ad Arcore, ndr) e mi dice che lui (Berlusconi, ndr) l’ha chiamata e gli ha detto “chiama subito la Nicole e digli che deve denunciare la scomparsa della macchina”».
Significherebbe dire il falso, perchè Minetti non era stata derubata dell’auto, l’aveva invece incautamente prestata alla stessa Polanco che a sua volta l’aveva data al proprio fidanzato.
Minetti prosegue il racconto alla Polanco: «Allora io ho provato a richiamarlo e lui (il premier, ndr) non mi rispondeva, non mi rispondeva, l’ho richiamato e mi ha detto questa cosa, era già  incazzato nero».
Quale cosa? Che cosa dice alla Minetti?
«Lui mi chiama e mi dice: “Guarda che mi ha chiamato un giornalista e mi ha detto che è successo questo e questo e questo, che hanno fermato un individuo sulla tua macchina con degli stupefacenti e che non è la prima volta. Subito fai questo, subito…”».
Cioè la denuncia della scomparsa dell’auto, che invece la Minetti non farà , certa di poter dimostrare (come avvenuto) di essere estranea all’uso della sua auto prestata due volte.
Il secondo episodio riguarda invece la raccomandazione del premier di cui Polanco si giova quando il 4 dicembre 2010 cerca e trova, presso il prefetto di Milano, una corsia preziosa (due colloqui diretti con Gianvalerio Lombardi) per ottenere la cittadinanza italiana, senza però raggiungere il risultato voluto perchè il prefetto correttamente poi le spiega che non ci sono i presupposti (10 anni di permanenza in Italia).
Alle tre del pomeriggio una voce da Palazzo Grazioli (una delle residenze del premier) chiama la Polanco: «Buonasera, le dovrei dare il numero di telefono del prefetto Lombardi».
Polanco chiama il giorno dopo e a risponderle è la segretaria del prefetto, che inizialmente frappone il filtro ovvio per ogni cittadino comune.
Fin quando però la segretaria – di fronte alla ragazza che insiste per «parlare personalmente con il prefetto, mi hanno dato questo numero…» – le chiede quasi una parola d’ordine evidentemente attesa perchè preannunciata.
«Sì, ma da parte di chi le hanno dato questo riferimento? Qualcuno che lei mi può essere d’aiuto, mi scusi, come riferimento?».
La ragazza allora si apre: «Io la chiamo da parte del presidente Berlusconi, non lo so se era giusto dirlo a lei».
Ma certo che era giusto, «signora – le spiega la segretaria del prefetto – me lo deve dire perchè ovviamente io ho avuto questo input ma… se lei non mi diceva questo… lei è la signora Garcia?».
In un attimo la telefonata passa al prefetto, che fissa un appuntamento alla ragazza, per poi congedarsi con un «grazie, mi saluti pure il presidente».
Ma la cortesia del prefetto non andrà  oltre: il 17 dicembre le comunica che «io ho fatto fare le verifiche e purtroppo non ci sono i 10 anni di continuità ». Nonostante ciò, la ragazza tornerà  a insistere e otterrà  un secondo appuntamento dal prefetto, la cui segretaria il 13 gennaio le farà  una cortesia logistica: «Lei lo sa che può entrare in macchina, non perda tempo a cercare parcheggio, può entrare in Prefettura con la sua auto».
Si moltiplicano, intanto, gli episodi che segnalano un tramestio di iniziative variamente difensive in epoca antecedente all’emergere dell’inchiesta su Il Fatto il 26 ottobre o a ridosso di sue tappe rilevanti.
Già  erano emersi l’interrogatorio fantasma di Ruby la notte del 6 ottobre, la convocazione ad Arcore che il 15 gennaio Berlusconi (tramite Barbara Faggioli) fa delle ragazze perquisite il giorno prima, il mistero del verbale di indagini difensive reso ai legali del premier Ghedini e Longo da Barbara Guerra ma trovato a casa della Polanco e per giunta senza le firme nè della ragazza nè degli avvocati indicati nell’atto come coloro che avevano posto le domande.
E ancora le telefonate dal 7 al 12 gennaio tra Ruby e il suo ex avvocato Luca Giuliante nelle quali la ragazza chiede un aiuto economico che asserisce in passato già  intermediato da «un avvocato» e accenna a «una grossa somma»,   gli appunti sequestrati il 14 gennaio a Ruby insieme a 20mila euro in contanti, con le note su «70.000 euro conservati da Dinoia», «170.000 euro conservati da Spinelli» (tesoriere di Berlusconi, ndr) e «4 milioni e mezzo da Silvio Berlusconi ke ricevo tra 2 mesi».
Adesso le intercettazioni colgono altri due passaggi.
Il primo segnala che già  nella festa ad Arcore del 18 ottobre 2010 (una settimana prima che il caso diventasse pubblico) Nicole Minetti e le altre ragazze sapevano di un grosso problema creato dalle dichiarazioni di Ruby. Minetti il giorno prima spiega infatti alla Polanco che «lui me lo ha detto… è per questa cosa qua… perchè è successo un po’ un casino… perchè ‘sta stronza della Ruby… Ma comunque guarda che io oggi vado da quello che la segue… praticamente mi dice tutto quello che lei ha detto alla sua amica».
E la notte dopo, finita la festa, alcune ragazze in auto si abbandonano a lazzi e frizzi insultanti nei confronti proprio «della Ruby faccia di m…».
Sempre quel 17 ottobre, alle ore 18.18, Minetti telefona al direttore del Tg4, Emilio Fede, informandolo che «io sono qua in questo preciso momento da Luca Giuliante che ti saluta» (in quel momento Giuliante, legale di Lele Mora in altri procedimenti, assiste anche Ruby).
Fede sa di cosa si parla: «Ah sì, eh, per quella vicenda lì, eh… La sto seguendo anch’io su un altro fronte».
Minetti: «Eh immagino… c’è da mettersi le mani nei capelli».
Fede concorda: «Sì, c’è da mettersi le mani nei capelli… Eh io parlo… ti dico subito… ci sono… nell’entourage tre telefoni sotto controllo da parte…». Minetti: «Ah sì?».
Fede: «Sì, sì, poi ti dico. Io non ho avuto notizie, ma lui stasera mi aveva accennato che ci vedevamo stasera (…) No, gli devo parlare assolutamente… per fortuna ho trovato delle strade…».

Luigi Ferrarella
Giuseppe Guastella
(da “Il Corriere della Sera“)

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TANTI BUCHI NERI NELLE CARTE ESTERE SULLA CASA DI MONTECARLO

Gennaio 28th, 2011 Riccardo Fucile

LE CARTE SOLLECITATE DA FRATTINI NON SCIOLGONO I DUBBI SULL’EFFETTIVA PROPRIETA’ DELL’APPARTAMENTO EX-AN, ANCHE PERCHE’ NON AGGIUNGONO NULLA DI NUOVO… SEMMAI PONGONO INTERROGATIVI SULL’INSOLITA PROCEDURA SEGUITA DA FRATTINI

Sarà  pure «ininfluente», per dirla con la Procura di Roma che ha girato il carteggio del ministro degli Esteri Franco Frattini al gip, che il 2 febbraio dovrà  decidere sull’archiviazione di Gianfranco Fini e Francesco Pontone. Forse inutile dal punto di vista giudiziario, di certo con tanti buchi neri che non sciolgono i dubbi sull’effettiva proprietà  dell’appartamento di Montecarlo di Giancarlo Tulliani, genero del presidente della Camera.
Alla fine, la «prova regina» sussurrata in questi giorni da esponenti di governo, in realtà  si è rivelata essere soltanto un grande atto di fede, di fiducia in Stephenson King, il primo ministro di Santa Lucia, lo statarello dei Mar dei Caraibi che sui segreti delle società  off shore ha fatto la sua fortuna. Che, in una lettera inviata al ministro degli Esteri Frattini, sostiene che le società  coinvolte nella proprietà  e gestione dell’appartamento di Montecarlo sono riconducibili a Giancarlo Tulliani.
Inspiegabilmente, Santa Lucia si è spinta a giurare che l’«utilizzatore beneficiario» delle società  in questione è il genero di Gianfranco Fini.
«Caro ministro Frattini, facendo seguito alla sua richiesta riguardante la questione delle indagini relative alle compagnie Printemps ltd, Timara ltd e Jaman Diretctors…».
Già  l’incipit della lettera del primo ministro di Santa Lucia – datata 10 dicembre è arrivata alla Farnesina il 20 e tenuta fino a ieri da Frattini in cassaforte – è destinato a sollevare perplessità .
Sono stati utilizzati i canali diplomatici?
E’ stata attivata una rogatoria internazionale, i ministri di Giustizia sono stati coinvolti?
E perchè Frattini sollecita il premier di Santa Lucia sulla questione Montecarlo?
E per quale motivo il carteggio non passa attraverso la posta diplomatica?
Nella lettera di Stephenson King si riporta e allega quell’appunto riservato del 16 settembre scorso del procuratore generale e ministro di Giustizia Rudolph Francis «recuperato» da un personaggio ambiguo che si chiama Valter Lavitola, e che è direttore di un giornale che si chiama «L’Avanti».
E che già  allora affermava il coinvolgimento di Giancarlo Tulliani nelle società  «legate all’acquisto di un appartamento che era di proprietà  di un partito politico italiano, che si trova a Monaco».
Il Guardasigilli di Santa Lucia riassumeva la polemica sul prezzo incongruo dell’appartamento.
A distanza di quattro mesi, il premier dello Stato caraibico non aggiunge nulla di nuovo rispetto alla lettera di settembre del suo ministro di Giustizia: «Lo scopo delle nostre indagini era accertare che le compagnie e i loro agenti fossero in regola con le nostre leggi. E dunque è venuta meno la nostra intenzione di occuparci ulteriormente della vicenda».

Guido Ruotolo
(da “La Stampa“)

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“BERLUSCONI AFFETTO DA NARCISISMO PATOLOGICO, NON E’ PADRONE DEI SUOI COMPORTAMENTI”

Gennaio 28th, 2011 Riccardo Fucile

SECONDO LUIGI CANCRINI, PRESIDENTE DEL CENTRO STUDI DI TERAPIA FAMILIARE E DI RELAZIONE “IL PREMIER PERDE IL CONTROLLO SE NON DISPONE DELLA SOSTANZA DA CUI DIPENDE. E’ COME UN TOSSICOMANE”

Luigi Cancrini, psichiatra e presidente del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, ha tracciato il profilo psicologico del Presidente del Consiglio, affetto da un profondo narcisismo patologico che reca danni a se stesso e alla collettività .
“Un uomo adulto che per mesi ospita una minorenne assistito da un codazzo di persone non ha padronanza dei suoi comportamenti”, spiega Cancrini.
“In psichiatria succede in una situazione di ‘disturbo di personalità ‘ in cui gli individui perdono il controllo se non dispongono della sostanza da cui dipendono. Come un tossicomane”.
E cosa accade?
La persona non è più in grado di agire nel proprio interesse, nè tanto meno in quello collettivo. Nel caso di Berlusconi questo si ripercuote sul suo ruolo istituzionale. Mi pare ci siano elementi di preoccupazione psichiatrica, sta veramente male. E l’aspetto sessuale è soltanto una parte del problema. Date le evidenze, dovrebbe essere sottoposto a un controllo.
Eppure c’è chi continua a difendere il suo atteggiamento spregiudicato. Anzi, il ruolo di tombeur de femmes suscita ancora molte invidie.
Berlusconi ha tutte le caratteristiche cliniche del ‘disturbo narcisistico di personalità ‘ dalla smisurata richiesta di ammirazione alle fantasie di potere e successo illimitati. Oltre a questo ha evidenziato in più occasioni tratti antisociali che emergono nell’attitudine alla menzogna spudorata e nel comportamento con le minorenni. Nutre per sè una tolleranza straordinaria e sviluppa paranoie di complottismo, ad esempio contro i magistrati. Tutto questo lo porta a manipolare la realtà .
Crede che la sua situazione clinica potrebbe degenerare?
Più di così credo sia difficile. Non capisco come riesca a vivere: sa di essere in una condizione di costante sorveglianza, eppure si mette nei pasticci chiamando al cellulare escort e ragazze. Potrebbe arrivare fino alla confusione mentale e alla totale perdita di controllo di sè, ma finchè la sua corte gli consente di rimanere nel suo mondo immaginario manterrà  un certo equilibrio.
Viste le condizioni psichiche in cui versa perchè il suo entourage non se ne preoccupa?
Ho l’impressione che sia composto di persone legate a lui a doppio filo che non intendono metterlo in discussione.
Per la ex moglie Veronica Lario aveva bisogno di cure.
Infatti. Lei ci ha provato e lui l’ha eliminata, non è in grado di reggere una critica così aperta. E rifiuterebbe qualsiasi tipo di verifica medica, come chi è affetto da patologie psichiatriche gravi.
Lei ha studiato anche i disturbi della personalità  che affliggevano i grandi dittatori della storia. C’è un tratto in comune che li lega anche a Berlusconi?
Oltre alle paranoie e al narcisismo, quelle dei despoti sono patologie legate a un esercizio del potere in cui sono stati smarriti i limiti del buonsenso. Ma un tratto comune a tutti c’è: nessuno di loro ha avuto a fianco una sola donna, ma tante o nessuna. Non c’è una compagna che sia rimasta con pienezza di diritti accanto a loro. Il sintomo è l’incapacità  di vedere il rapporto con l’altro sesso in maniera paritaria che lascia spazio all’idea della donna oggetto. Il ‘culo di Ruby’, del resto, appartiene a fantasie primitive e immature.
Quali sono le conseguenze istituzionali nel caso del premier?
E’ un uomo ricattabile, non libero, e non riesce ad avere una visione realistica del mondo. Manifesta una ostinata negazione dell’esistenza della crisi, non capisce. E ciò che pare legato al tentativo di mistificare è, più semplicemente, la difficoltà  a percepire la realtà .
Questo tipo di patologia ha anche generato una spirale ricattatoria nei suoi confronti, dalle escort fino a Lele Mora ed Emilio Fede. La patologia fa abbassare la soglia di attenzione nei confronti di chi ne diventa complice?
Si perchè prende corpo una distorsione cognitiva nella percezione della realtà . Chi ne è affetto è magnanimo con chi lo adora e tremendo con chi gli si oppone, non ha capacità  di valutare oggettivamente il significato dei comportamenti degli altri e diventa facile vittima di piaggeria.
Il premier ha dichiarato di avere una fidanzata. Perchè ha scelto di scagionarsi così da tutte le accuse?
Probabilmente è un consiglio che ha ricevuto. Il messaggio era ad usum della televisione e colpisce la fantasia, come se vendesse un prodotto. Ma credo che sia stato un autogol, l’escamotage della compagna fissa non ha nessuna credibilità .

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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DENARO IN CAMBIO DEL SILENZIO: IL SULTANO PRIGIONIERO DEI RICATTI

Gennaio 28th, 2011 Riccardo Fucile

PARLANO LE RAGAZZE CHE PARTECIPAVANO AI FESTINI DI BERLUSCONI: “VOGLIAMO SOLDI, CASE, INCARICHI”….SCAMBIO TRA SESSO E SEGGI PUBBLICI…”SE PENSO CHE STASERA DEVO ANDARE AD ARCORE MI VIENE DA VOMITARE”

Denaro per ottenere il silenzio di chi minaccia di parlare troppo.
Accade a Ruby. Cosmesi dei fatti, testimonianze e ricordi falsificati per eclissare i reati.
Accade alle ospiti fisse del “relax” del presidente del Consiglio acquartierate nella Dimora Olgettina, Milano Due.
Reati per proteggere le riprovevoli ossessioni di Berlusconi, le assai discusse “scene hard” del presidente, gli “strusciamenti”, i toccamenti che decidono chi dovrà  restare per la notte e per quanto sarà  ricompensata.
Sono assilli, tormenti, manie da kamasutra chimico, che ad Arcore diventano la legge per tutte le partecipanti.
È il codice che accetta anche N. T.. Ha appena 21 anni e nemmeno il becco di un quattrino.
Va ad Arcore perchè Aris, l’amica di un tempo, le ha detto che può tirar su “cinquemila euro in una notte se fa sesso con il presidente”.
N. entra a Villa san Martino pronta a tutto, ma si smarrisce per timidezza, quando viene travolta dal triste spettacolo del “bunga bunga” (“Non sai che cos’è? Ma da dove vieni, tu?”) e ritrova se stessa per dignità  quando guarda da vicino quel “vecchio”.
N. è un’eccezione, la mosca bianca perchè tutti, tutti, le ragazze certo, ma non solo loro, vogliono arraffare quel che si può: denaro, gioielli, magari una casa, un “prestito infruttifero” o incarichi politici o un seggio in Parlamento, qualcuna con il sorriso e una deliberata sottomissione, qualcun’altra con il piagnisteo, tutte pronte al ricatto.
Con il ricatto, soprattutto.
Lo covano freddamente, con lucidità .
Sono giovani e “Papi è vecchio”, dicono, “e se il governo cade e se gli succede qualcosa? Che cosa mi ritrovo io che in qualche mese non ho nemmeno i soldi per fare il pieno di benzina?”.
Le carte che il Paese sta leggendo lasciano “il re nudo”.
Lo spettacolo inquieta.
Berlusconi è come sorpreso in piena luce nella sua sbalorditiva vulnerabilità , dimentica di ogni responsabilità  pubblica; colto in una sexual compulsivity che nessuno dei suoi prossimi o complici ha nè la voglia nè la convenienza di contenere.
Si scorge il capo del governo muoversi come prigioniero di una coazione all’illegalità .
Frequenta e fa sesso con una prostituta minorenne; manipola le indagini quando scopre che Ruby ha parlato con i pubblici ministeri di Milano; corrompe i testimoni, trucca le testimonianze; si ingegna per liberare una sua amica (Maristella Polanco) da un affare di droga e, spensierato, la consegna poi al prefetto di Milano per farle ottenere la cittadinanza italiana, come se quella giovane donna (30 anni) non avesse per compagno un trafficante di cocaina (ora in galera).
Il giorno dopo le perquisizioni (14 gennaio) convoca tutte le ragazze, le accoglie ad Arcore con i suoi avvocati.
Nelle loro case si troveranno poi alcuni verbali d’indagini difensive che non sono stati presentati.
Quasi fossero delle bozze che le ragazze dovevano mandare a memoria. Tutte le ragazze sanno che Ruby ha parlato.
Nei loro conciliaboli “quella stronza” ritorna ossessivamente e, incaute, confermano dettagli delle sue rivelazioni: “Lo sai che ha parlato anche di Aida (Yespica)?”.
Berlusconi sa dai primi giorni di ottobre che Ruby se l’è cantata con i pubblici ministeri in un paio d’interrogatori tra luglio e agosto.
Nicole Minetti ne parla con Emilio Fede e il direttore del Tg4 sembra saperla lunga: “C’è da mettersi le mani nei capelli… tre telefoni dell’entourage sono sotto controllo, ma meno male che ho trovato io una strada… “.
Lo stato delle cose dovrebbe consigliare al capo del governo prudenza, misura, oculatezza.
Se non per custodire il decoro e l’onore del suo incarico, per proteggere se stesso, per tenersi lontano dal gorgo che lo annienterà . Non se ne cura.
Gli accadimenti, che – raccontano le carte – vive con apprensione, non lo dissuadono da una esaltazione oppressiva.
Corre sempre la stessa corsa, come il criceto sulla sua ruota.
Una telefonata dell’11 gennaio di quest’anno sarebbe sconcertante, se il premier avesse amici attenti al suo destino e non solo yes man e saprofiti. Accade questo.
Lo “scandalo Ruby” è esploso da due mesi, il premier è in affanno, i cortigiani gli stanno inventando una fidanzata per rendere credibile la fiction apparecchiata da Alfonso Signorini, e lui che cosa fa?
L’uomo che governa il Paese è “presissimo da una nuova”.
Chi è la new entry? Non si deve immaginare una maschera presentabile. Niente di questo.
È un’altra “scappata di casa”, proprio come Ruby-Karima: è una replica della pericolosa minorenne “esfiltrata” dalla questura con la concussione dei funzionari di polizia, con la “balla” della “nipote di Mubarak”.
“È presissimo”. Sono parole di Nicole Minetti, indagata con il premier per induzione alla prostituzione.
Dice Nicole alla sua assistente, Clotilde: “Lui è presissimo da quella, è una montenegrina. Sì vabbè, ma è una scappata di casa, io l’ho vista è una zingara, cioè hai presente una zingara?”.
Clotilde: “Eh appunto, è il suo tipo no? Non è il suo tipo?”.
Nicole: “Sì, sì ma infatti, più è disperata meglio è, per lui”.
Clotilde: “Finchè non lo metterà  nei casini, questa sarà  il suo tipo”.
Lasciamo perdere i toni razzisti, la rivelazione di Nicole ci dice quanto Silvio Berlusconi menta senza pudore.
Le sue parole palesano quanto egli sia ormai un uomo che ha perso il controllo di se stesso.
Lo ricordate quando affronta le tv con piglio padronale?
“Su quanto avviene a casa mia non devo chiarire niente perchè da me entrano solo persone che si comportano bene”.
Viene da chiedersi: quale gorgo psichico o incivile spudoratezza nasconde quella sua frase?
Ascoltiamo l’ultima testimone, N. T.: “Quella sera eravamo una ventina di ragazze a cena, molte straniere, e c’era il presidente, c’era Emilio Fede e c’era il cantante napoletano Apicella…. Dopo la cena il presidente ha detto “Ora andiamo tutti a ballare in discoteca”, ha usato anche il termine Bunga Bunga, ma io non so cosa significhi. (…) Mentre noi ballavamo, il presidente e Emilio Fede erano seduti e guardavano (…) alcune delle ragazze che facevano lo spogliarello e che erano poi nude si avvicinavano al presidente, che gli toccava il seno o le parti intime o il sedere (…) Io non ho avuto il coraggio di fare una cosa del genere perchè sono timida e quindi non mi sono spogliata, nè mi sono fatta toccare dal presidente. Avevo saputo da Aris che alle ragazze venivano date dal presidente delle buste contenenti denaro. Aris mi ha confidato di avere ricevuto molte volte delle buste contenenti denaro dal presidente, perchè Aris mi aveva detto di essere andata a letto col presidente in più occasioni… mi diceva però che andare a letto col presidente era stressante. Stressante, sì, perchè mi diceva che durava un bel po’ perchè il presidente aveva rapporti sessuali non solo con Aris, ma contestualmente anche con altre donne. Io sapevo che cosa mi sarebbe potuto capitare, cioè di fare sesso col Cavaliere anche in presenza di altre donne, ero preparata psicologicamente, ma quando sono arrivata lì è prevalsa la mia timidezza. E poi, vedendolo di persona sinceramente, nonostante il denaro che avrei potuto ricevere, io sinceramente non me la sono sentita”.
Quando accade tutto questo?
Il 6 gennaio di quest’anno, la notte della Befana, la notte che chiude il Natale, una delle notti in cui gli avvocati trattano con Ruby la sua buonuscita miliardaria.
Sempre negata, ma confermata dalle carte.
Da un appunto a casa di Ruby.
Che ha già  ha intascato centinaia di migliaia di euro e si attende “nei prossimi mesi, quattro milioni e mezzo”.
Le carte mostrano Ruby che pretende dall’avvocato di Lele Mora (Luca Giuliante) e dall’avvocato che le è stato assegnato (Massimo Dinoia) che si muovano, in fretta, e le facciano avere quel che lei si aspetta.
Tutti in questa storia si attendono qualche cosa e non soltanto “le buste”.
Gli appartamenti della Dimora Olgettina sono gonfi di buste, ce ne sono dappertutto.
Le ragazze non si prendono neanche la briga di aprirle.
Il contenuto è segnato sopra con un numero: 5 (cinquemila), 10 (diecimila), tutte banconote viola da 500.
Barbara Faggioli nasconde il suo “tesoretto” dentro la fodera del cuscino, chi lo sa perchè. Le buste sono l’ordinarietà .
Quel che pretendono dal Drago al quale si sono concesse è ben altro.
È la straordinarietà  di un finanziamento a fondo perduto per una speculazione immobiliare; un attico in centro; un ingaggio in Mediaset; un lavoro per il papà .
E poi, chi ha tenuto un libro in mano pensa di aver diritto ad ottenere da “papi” un incarico pubblico, una responsabilità  nel Pdl, un seggio parlamentare.
Perchè no, un ministero.
In fondo, discutono tra loro Barbara Faggioli e Nicole Minetti, “non è stato così anche per Mara (Carfagna)?”.
Parlano sul serio, non per burla.
Ammesso che ci fosse ancora bisogno di una conferma dello scambio tra sesso e incarico pubblico, queste carte ce la mostrano in tutto il suo realismo. Le ragazze lo ritengono un atto dovuto, il seggio in Parlamento.
Berlusconi non le smentisce, lascia che coltivino quest’ambizione e d’altronde, dice Nicole, non sono già  consigliere regionale?
In questo groviglio, che fa della vita privata un affare pubblico e degli obblighi pubblici una convenienza privata, la dignità  della responsabilità  dell’uomo di governo è sfidata ad ogni passo.
Non è storia passata o dimenticata, è cronaca di queste settimane l’arrivo a Villa San Martino di decine di ragazze, “moltissime straniere” (ma da dove vengono? chi le ingaggia? a chi davvero rendono conto?), che allietano il Sultano.
Senza che ci sia chi sappia davvero chi sono.
Addirittura, quale sia il loro nome.
Possono scendere di sotto, nel sotterraneo del “bunga bunga”, ma anche rimanere per la notte, per più notti, testimoni senza volto e nome del tragico decadimento dell’uomo che governa il Paese.
Quasi arrogante nel pretendere che le sue dimore siano residenze di Stato, Berlusconi ha in odio il rigore che un edificio con la bandiera tricolore solitamente osserva.
Uno dei responsabili dei tre turni della sua sicurezza – è un dirigente dei servizi segreti – dice: “Oggi l’ingresso compete al servizio di vigilanza privato e non alla sicurezza del presidente… Non c’è controllo di documenti, ma una lista di invitati che viene comunicata dalla segreteria”.
È un tableau che sarà  difficile da rimuovere.
L’uomo che governa il Paese è nudo.
Come nella favola di Hans Christian Andersen, tutti i “sudditi” possono vedere, se responsabilmente lo vogliono, quanti azzardi e emergenze ci siano in questa “nudità “.
Berlusconi non è ricattabile: Berlusconi è già  ricattato.
È sotto ricatto anche in queste ore, da parte di Ruby, cui ha promesso milioni di euro.
È schiacciato dalla pressione coercitiva di decine di “falene”, che temono, con il declino del Sultano, il disastro di una giovinezza venduta inutilmente a una servitù volontaria (“stressante”).
Quel tempo perduto lo trasformano in ira, in risentimento, in alcuni giorni in odio assoluto: “Quel vecchio ci ha rovinato la vita”; “Se penso che stasera devo andare ad Arcore mi viene da vomitare”.
Tutto è cominciato con una telefonata in questura, che annuncia un primo reato (concussione), dimostrato per tabulas.
Un reato necessario per nasconderne un altro (l’abuso di una minorenne che si prostituisce) e per impedire il disvelamento di condotte che svergognano il Paese e l’uomo che lo governa.
Sarà  difficile rivestire il re e le sue vergogne.

Piero Colaprico e Giuseppe D’Avanzo
(da “La Repubblica”)

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