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ADDIO AL TEMPO PIENO NELLE SCUOLE: ALLE MEDIE RESISTE UNA CLASSE SU CINQUE

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

CROLLO DOPO I TAGLI DELLA GELMINI: IN DUE ANNI LA SCUOLA MEDIA HA PERSO 14.000 CATTEDRE, MA CI SONO 33.000 ALUNNI IN PIU’….I GENITORI PROTESTANO: LAZIO, MARCHE ED EMILIA LE REGIONI PIU’ COLPITE

Crolla il tempo prolungato alla scuola media.
In meno di cinque anni, le classi che offrono mensa e lezioni pomeridiane ai ragazzini della secondaria di primo grado sono diminuite drasticamente.
E addirittura quelle che offrono 37/40 ore settimanali si sono più che dimezzate. Del resto, il calo del tempo-scuola alla media era nell’aria.
E adesso i dati lo confermano.
“Il ministro Gelmini non ha abolito ufficialmente il tempo prolungato – spiega Angela Nava, del Coordinamento genitori – ma con una serie di provvedimenti l’ha reso nei fatti sempre più faticoso. Dal 2008, non è possibile ampliare il numero totale delle classi a tempo prolungato e per attivarlo occorre formare un corso completo: prima, seconda e terza. La scuola, inoltre, deve essere in possesso di tutte le strutture adeguate: come la mensa. Quest’ultima condizione, con le pecche degli edifici scolastici italiani è quella più condizionante”.
E le famiglie?
“Le famiglie continuano a chiedere il servizio scolastico pomeridiano che le scuole spesso possono offrire soltanto a pagamento. Negli ultimi anni si è registrato un fiorire di cooperative che all’interno delle stesse mura scolastiche offrono servizi scolastici pomeridiani a pagamento per le famiglie”.
Bastava leggere attentamente il regolamento di riforma della scuola media per intuire come sarebbero andate le cose.
“Le classi a tempo prolungato – recita infatti il decreto – sono autorizzate nei limiti della dotazione organica assegnata a ciascuna provincia per un orario settimanale di 36 ore. In via eccezionale, può essere autorizzato un orario settimanale fino a 40 ore solo in presenza di una richiesta maggioritaria delle famiglie”.
E qualche passo dopo, precisa: “Le classi funzionanti a tempo prolungato sono ricondotte all’orario normale in mancanza di servizi e strutture idonei a consentire lo svolgimento obbligatorio di attività  in fasce orarie pomeridiane e nella impossibilità  di garantire il funzionamenti di un corso intero a tempo prolungato”.
Un mix di vincoli quasi insormontabile per i presidi.
Anche perchè, in appena due anni scolastici (dal 2008/2009 al 2010/2011), nonostante il numero di alunni si sia incrementato di 33 mila unità , la scuola media è stata colpita da un taglio di quasi 14 mila cattedre.
Operazione possibile soltanto alleggerendo i curricula e la permanenza a scuola degli studenti.
Nel 2006/2007, quando a viale Trastevere sedeva Giuseppe Fioroni, le classi con orario pomeridiano sfioravano il 29 per cento.
Ma già  due anni dopo, con in sella Mariastella Gelmini, la percentuale scendeva di tre punti abbondanti per attestarsi ad un 21 per cento scarso quest’anno.
A fare il pieno, tre regioni meridionali: Basilicata, Sardegna e Calabria (le più colpite sono invece Lazio, Marche ed Emilia).
Ma in appena due bienni, la consistenza del Tempo prolungato si è contratta di 8 punti percentuali e 6.227 classi: oltre un quarto del totale.
A chiarire come andavano le cose qualche anno fa alla media ci pensa una pubblicazione del ministero.
Nel 2006/2007, oltre metà  delle classi (il 51 e mezzo per cento) rimaneva a scuola per un numero di ore variabile tra 31 e 33.
Il 13 per cento delle classi fruiva di 34/36 ore di lezione a settimana e 6 classi su 100 rimanevano a scuola da 37 a 40 ore settimanali.
Senza troppe ristrettezze agli organici, l’autonomia scolastica consentiva infatti alle scuole di declinare il tempo-scuola in relazione alle esigenze di studenti e famiglie.
Nell’era Gelmini non è possibile spaziare troppo: due soli moduli-orario di 30 o 36 ore settimanali. E solo eccezionalmente 40.

Salvo Intravaia
(da “La Repubblica“)

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LA UE BOCCIA L’ITALIA, NO AL REATO DI CLANDESTINITA’: MARONI ALLO SBANDO

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

MARONI-MOURINHO SE LA PRENDE CON L’ARBITRO INVECE CHE FARSI UN ESAME DI COSCIENZA: SAREBBE BASTATO SEGUIRE LE DIRETTIVE COMUNITARIE NEI TEMPI PREVISTI…NON E’ VERO CHE L’EUROPA SE LA PRENDE SOLO CON L’ITALIA: GLI ALTRI VENTI STATI CHE NON AVEVANO APPLICATO LA DIRETTIVA HANNO RISPOSTO, NON HANNO FATTO FINTA DI NULLA

Ennesima tegola europea sulla politica d’immigrazione dell’Italia, che non regge proprio l’esame dell’Ue.
Con procedura d’urgenza, la Corte di Giustizia europea boccia la norma che prevede il reato di clandestinità  e lo punisce con il carcere, perchè contrasta con la direttiva dell’Ue sui rimpatri.
La norma non aveva già  convinto del tutto la Corte costituzionale, che ne aveva trovato alcuni aspetti discriminatori.
La Commissione europea “accoglie con favore” la sentenza “veloce e chiara” ed è convinta che essa contribuirà  a “ridurre l’incertezza giuridica causata in Italia dalla mancata attuazione nei termini previsti della direttiva sui rimpatri”.
Il governo di Roma, invece, reagisce male: “L’Europa non ci dà  una mano neanche oggi e ci complica la vita”, dice il ministro dell’interno Roberto Maroni, quello del “meglio soli che male accompagnati”.
Maroni-Mourinho se la prende con l’arbitro, invece di farsi l’esame di coscienza. Chè, se l’Italia rispettasse le norme dell’Ue e applicasse le direttive nei tempi previsti, nessuno a Bruxelles le complicherebbe la vita.
Ma il ministro preferisce raccontare balle, invece che fare pulizia sull’uscio di casa, e si lamenta che l’Europa se la prenda solo con l’Italia.
Falso, perchè sono ben 20 su 27 gli Stati dell’Ue finiti sotto torchio per non avere applicato la direttiva sui rimpatri entro il 24 dicembre 2010, come previsto.
Solo che molti dei 20 hanno poi risposto alle richieste di chiarimenti, mentre l’Italia non l’ha mai fatto.
E, inoltre, la sentenza di ieri non è stata innescata dalla procedura d’infrazione avviata dalla Commissione, bensi’ dal ricorso di un giudice italiano, che ha chiesto alla Corte di Lussemburgo di vagliare se la norma italiana fosse compatibile con le comunitarie.
Il caso portato ai giudici europei è quello di Hassen El Dridi, un algerino condannato a fine 2010 a un anno di reclusione dal tribunale di Trento per non avere rispettato l’ordine di espulsione.
Secondo la Corte, “una sanzione penale come quella prevista dalla legislazione italiana può compromettere l’obiettivo di instaurare una politica d’allontanamento e di rimpatrio efficace, nel rispetto dei diritti fondamentali”.
La sentenza è destinata a fare giurisprudenza a livelloeuropeo: potrà  essere applicata pure negli altri 11 casi italiani analoghi pendenti a Lussemburgo e, se necessario, anche dai tribunali di altri Paesi Ue.
Gli Stati membri – si legge nella sentenza – “non possono introdurre, al fine di ovviare all’insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all’allontanamento coattivo, una pena detentiva, come quella prevista dalla normativa italiana in discussione, solo perchè un cittadino di un Paese terzo, dopo che gli è stato notificato l’ordine di lasciare il territorio nazionale e dopo che il termine stabilito è scaduto3, non se ne va e “permane in maniera irregolare”.
Il reato di clandestinità  per gli immigrati irregolari è stato introdotto nell’ordinamento italiano nel 2009, nell’ambito del cosiddetto ‘pacchetto sicurezza’.
D’ora in poi, dunque, i giudici italiani, responsabili del rispetto del diritto dell’Unione, “dovranno disapplicare ogni disposizione nazionale contraria alla direttiva – segnatamente, la disposizione che prevede la pena della reclusione da uno a quattro anni – e tenere conto del principio dell’applicazione retroattiva della pena più mite, che fa parte delle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri”.
Maroni-Mourinho, in realtà , non accetta il verdetto e già  pensa a complicarci la vita: “Mi riservo di valutare le conseguenze di questa sentenza e di vedere come porvi rimedio”; quando lui e il suo collega della Giustizia Angelino Alfano dovrebbero piuttosto preoccuparsi che sia rispettata.
Il ministro leghista teme un colpo di freno alle espulsioni, cui tiene molto: il giudizio europeo —afferma- “trasforma le espulsioni in una semplice intimidazione ad abbandonare l’Italia entro sette giorni e rende assolutamente inefficace il contrasto all’immigrazione clandestina”.
Invece, l’Italia “vuole continuare con le espulsioni, che, con la Tunisia, funzionano bene: sono già  oltre 600 i tunisini rimpatriati dal 5 aprile e questo fa anche da deterrente”.
Quel che Maroni non dice è che le espulsioni verso la Tunisia, stile ‘prendi e porta subito a casa”, sono un’altra cosa.
Ma i leghisti, alle mistificazioni sull’Europa, ci sono abituati: il governatore del Veneto Luca Zaia s’indigna perchè la sentenza cancella “una legge votata da un Parlamento sovrano” —come se le direttive europee non le avessero approvate Governi sovrani e l’Assemblea di Strasburgo-.
E non conta che il verdetto di Lussemburgo fosse dato per scontato dagli uomini di legge italiani e dalle organizzazioni internazionali che si occupano di rifugiati e immigrati.
Monsignor Marchetto, l’ex responsabile del Vaticano per i migranti, vuole il ritiro della legge.
E l’opposizione parla di sconfitta, dèbacle, Waterloo.
Mentre la stampa internazionale ancora s’interroga sulle conclusioni del vertice italo-francese di lunedi’ scorso, quando Berlusconi ha messo la sua firma accanto a quella di Sarkozy su una lettera alle istituzioni comunitarie che tutela solo gli interessi francesi.
Le Monde ci ha pensato su bene e poi ha concluso che “le speranza italiane sono andate deluse” e le “esigenze italiane sono state disattese”.

Giampiero Gramaglia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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L’OPPOSIZIONE CHE NON C’È AL MOMENTO GIUSTO

Maggio 1st, 2011 Riccardo Fucile

GIOVEDàŒ MAGGIORANZA SALVATA DA PD E IDV E SULLE MOZIONI PER I TORNADO È CAOS TOTALE…TRA ASSENZE STRANE E SMS SBAGLIATI UNA OPPOSIZIONE TROPPO SPESSO STAMPELLA

Allarme sottovalutato.
Il Pd, con il voto di giovedì sul Documento di economia e finanza, ha fatto come a Fukushima.
Ha mandato ai suoi deputati un sms di “livello 1” e così, per venti voti, si è persa l’occasione di mandare sotto il governo su una materia seria come i conti pubblici.
I messaggini che i parlamentari democratici ricevono alla vigilia di ogni voto sono tarati su una scala che va da 1 a 3.
Uno, “presenza obbligatoria”: se manchi non è una tragedia.
Due, “presenza obbligatoria senza eccezioni”: solo i leader possono mantenere gli impegni presi.
Tre, “presenza senza eccezione alcuna”: nemmeno Bersani, per intenderci, può sgarrare.
Quell’sms è l’evoluzione tecnologica di un avviso che un tempo finiva a pagina 2  de l’Unità .
Ma anche tra i partiti dell’opposizione che non hanno certificato l’allarme basso, le assenze sono state equamente distribuite.
Diciassette democratici su 206, nove Udc su 39, due Idv — compreso Di Pietro — su 22, cinque finiani — Bocchino incluso — su 29.
Benedetto Della Vedova, capogruppo di Fli, ammette senza troppe remore: “Fesso che sono, dovevo pensare che sono peggio di quanto uno pensi”.
Ce l’ha con quelli della maggioranza, “blindati su processo breve e testamento biologico” e assenti sull’economia .
Ma anche con se stesso, che ha “dato per scontato” che si sarebbero presentati “in modo tetragono” come il giorno prima.
E sì che al Parlamento — schiacciato sui decreti e sui temi cari al premier — non capita poi così spesso di poter lavorare.
“È vero — dice Della Vedova — Ma c’è la campagna elettorale, è un momento particolare”.
Lo sostiene anche il Pd, che tra gli assenti ha tre candidati (Fassino a Torino, Ceccuzzi a Livorno, Bobba a Vercelli) ma che, con l’sms di livello 1, ha sottovalutato il livello di guardia della maggioranza.
Colpa delle prossime amministrative anche secondo l’Udc: “Ma è stato un errore — ammette Roberto Rao — e non lo ripeteremo. Comunque anche Di Pietro non c’era e nessuno lo ha accusato di fare la stampella”.
Il leader dell’Italia dei Valori era assente al voto sul Def: “Era un voto come tanti altri, l’occasione sulla quale far cadere il governo è un’altra: sarà  mercoledì quando si dovrà  votare la mozione della pace proposta dall’Idv per la Libia”.
Chi non la appoggerà , ecco il riferimento dell’Udc, farà  “da stampella” al governo, da “ciambella di salvataggio” alla maggioranza.
Se la rottura tra Lega e Pdl dovesse consumarsi definitivamente martedì, infatti, sarebbero le mozioni di Pd e Terzo Polo a tenere in piedi la linea dei bombardamenti sostenuta anche dal governo.
“Noi facciamo da stampella al Paese in un momento di difficoltà ”, dice ancora il centrista Rao.
“Altro che stampella — gli fa eco il capogruppo Fli Della Vedova — il nostro è impegno serio”.
E ricorda che la stampella, se vogliono chiamarla così, l’opposizione l’ha già  fatta: in commissione, quando la Lega disertò, per poi far pace con il Pdl qualche giorno più tardi.
Anche stavolta, è convinto Della Vedova, “passato il fine settimana di campagna elettorale troveranno modo un po’ patetico di rimettersi insieme”. Eppure, due sere fa, è stato proprio il leghista Matteo Salvini a disegnare lo scenario descritto da Di Pietro: “Sarebbe paradossale che il partito democratico con un voto favorevole accorra in soccorso del governo”.
“Ma la stampella sono loro! – dice il veltroniano Walter Verini — Noi dovremmo avere la forza di spiegare la nostra posizione al Paese, che è quella dell’Onu, di Obama, di Napolitano. Qui si gioca l’immagine del partito: su questioni straordinariamente rilevanti come queste, il fatto che sia anche la posizione del governo, è solo un effetto collaterale”.
La scelta di chiedere un voto parlamentare sulla Libia, nel Pd, è arrivata dopo lunghi tentennamenti.
E ha creato malumori all’interno del partito.
Proprio oggi, in un’intervista al Foglio, l’ex segretario Walter Veltroni ha detto che dopo le amministrative sarebbe “opportuno aprire una discussione” sulla linea Bersani.
Molto meno polemici, ma comunque amareggiati, anche il gruppo di parlamentari pacifisti.
Vincenzo Vita ha chiesto “un chiarimento: non può certo essere il Pd a rischiare di sorreggere il governo”.
Anche Enrico Gasbarra dice che “dentro il Pd il tema della pace dovrebbe avere un po’ più di spazio”.
“Pagheremo un prezzo – osserva Andrea Sarubbi — anche perchè il nostro elettorato è contrario alla guerra”. Veltroni un po’ meno, direbbe Bersani.

Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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