Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
PROCESSO BREVE E LUNGO RINVIATI A SETTEMBRE, MA SILVIO CI RIPROVA CON IL BAVAGLIO
Non ci sono più le leggi ad personam di una volta. 
Quelle dove il Parlamento intero rispondeva compatto al volere del Cavaliere di salvarsi dai processi.
Adesso c’è una Lega divisa e molto meno complice ed è diventato davvero più complicato — sondaggi alla mano- far digerire all’elettorato del “partito degli onesti” nuovi strappi sul fronte dell’impunità di Berlusconi.
Per non parlare del capo dello Stato, che ha fatto chiaramente intendere di non aver alcuna intenzione di firmare qualcosa che possa riaprire il conflitto tra politica e magistratura.
Con un’unica eccezione, forse; la nuova legge sulle intercettazioni, che andrà in aula giovedì prossimo alla Camera.
A meno che, anche lì, non si fermino prima.
Pessimo panorama per il Cavaliere. Il processo breve è ancora impantanato in commissione Giustizia del Senato, con il presidente Filippo Berselli che non riesce da settimane a dare il via alla presentazione degli ultimi emendamenti; prima di ottobre non se ne parla di arrivare a un voto.
E dopo c’è il processo lungo, che andrà in aula mercoledì in Senato, ma orbato della norma “salva Ruby” (depennata dalla commissione Giustizia già tre settimane fa) e comunque modificato rispetto al testo uscito dalla Camera, dunque dovrà tornare a Montecitorio e sarà già novembre.
E chissà per l’epoca quale sarà il quadro politico, anche se l’allarme resta alto.
L’approvazione definitiva dell’articolato sarebbe una mano santa per garantire in modo assoluto la prescrizione dei processi Mills, Mediaset e Mediatrade, con ripercussioni micidiali; la sola possibilità di poter chiamare un numero illimitato di testimoni manderebbe in tilt l’intera macchina della giustizia.
Gli interrogativi su cosa potrebbe avvenire sono angosciosi: “Che cosa vuol dire il “processo lungo — si chiede Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione vittime della strage di via dei Georgofili, a Firenze — che se il processo Tagliavia non fosse finito, chiuso il dibattimento, la difesa della mafia con questa eventuale nuova norma, avrebbe potuto dilatare il processo chiamando a testimoniare nuovamente tutti quanti sono stati già sentiti nel processo di Firenze per le stragi del 1993? Saremmo arrivati al grottesco, a un “colpo di Stato” verso le vittime di torti inauditi come quelli perpetrati dalla mafia”.
È un grottesco che è giusto dietro l’angolo.
Mercoledì comincerà il dibattito fino all’approvazione prevista per i primi giorni d’agosto .
Poi di nuovo alla Camera. “È davvero da irresponsabili — ha tuonato Di Pietro — questi non hanno ancora capito che 27 milioni di italiani hanno detto che è ora di smetterla, che è l’ora di andare a casa. Ma contro questo modo recidivo di usare il Parlamento per leggi ad personam, credo che sia venuto il momento di chiamare una manifestazione di piazza per disarcionare per sempre Berlusconi e il suo governo”.
La piazza, dunque.
E all’ultimo punto all’ordine del giorno della Camera di giovedì 28 c’è la legge sulle intercettazioni. “È necessario inasprirla ulteriormente sul fronte della pubblicazione degli atti non direttamente legati al processo — sostiene un avvocatone del premier come Maurizio Paniz del Pdl — ma se non sarà possibile, allora tanto varrà approvarla così com’è tornata dal Senato; meglio quella che nulla”.
Anche alla Camera, però, il Carroccio ha fatto sapere che sul fronte intercettazioni potrebbe tenersi le mani libere.
Ecco perchè, si diceva ieri in tarda serata a Montecitorio, in caso di incertezza sui numeri, il Pdl potrebbe anche decidere di rinviare tutto a settembre.
Quando per Berlusconi potrebbe essere già troppo tardi.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
COME SI ENTRA GRATIS ALLO STADIO E A TEATRO, COME NON SI PAGANO LE MULTE PER ECCESSO DI VELOCITA’…COME SI INCASSA IL GETTONE DI PRESENZA ANCHE RESTANDO A CASA: BASTA DIRE CHE SI ERA A UN CONVEGNO
Carlo Monai è il nostro Virgilio, che ha accettato di guidare l'”Espresso” nella selva di privilegi e benefit di cui gode la Casta.
Il suo viaggio riparte dai vantaggi economici per gestione dell’auto privata del deputato. «Abbiamo un pass per andare ovunque, e se prendiamo una multa per divieto di sosta o eccesso di velocità c’è l’ufficio “Centro servizi” dove possiamo chiedere agli addetti di fare ricorso al prefetto: se ci sono ‘giustificate esigenze di servizio’, la multa va a farsi benedire».
A Fiumicino un mese al parking silos “E” costa agli italiani 293 euro, ai parlamentari 50. «Anche in Friuli pagavo, grazie al tesserino da consigliere, poco più di 40 euro: se hai la tessera “Fly Very Good” la vita è davvero più facile», aggiunge ironico l’avvocato.
Un privilegio, quello del parcheggio gratis o quasi, che riguarda quasi tutti i consiglieri comunali d’Italia: a Milano, per esempio, i neoeletti beneficiano di alcuni posti gratuiti nel parcheggio di Linate, senza dimenticare la convenzione con il posteggio di piazza Meda, dietro Palazzo Marino.
Inoltre l’Atm ai consiglieri fa uno sconto del 50 per cento sui mezzi pubblici, e dà un pass per mettersi gratis sulle strisce, blu o gialle che siano.
Se i parking a sbafo fanno aggrottare la fronte, è il capitolo “auto blu” quello che fa scandalizzare le masse.
In Italia se ne contano 86 mila, secondo i dati del ministro Renato Brunetta, per un costo (tra autisti e parco macchine) superiore ai 3 miliardi di euro l’anno.
Assessori, consiglieri, ministri, sottosegretari, funzionari di ogni livello sono i beneficiari principali.
In Parlamento sarebbero appannaggio esclusivo dei presidenti dei gruppi, in tutto una ventina.
Ma a queste vetture vanno aggiunte quelle dei servizi di scorta: in tutto sono 90, tra parlamentari e uomini di governo, più 21 tra sindaci e governatori regionali.
«Alcuni colleghi» racconta Monai «finiscono per avere l’auto blu dopo alcune minacce o presunte tali, arrivate in seguito a decisioni politiche discutibili: penso a Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, ex dell’Idv che sono passati con la maggioranza».
La casta non può fare a meno nemmeno dei voli blu, quelli effettuati con aerei di Stato: nell’ultima legislatura, rispetto a quella del governo Prodi, le ore di volo di ministri e sottosegretari sono cresciute del 154 per cento.
«Mi hanno raccontato pure che i deputati chiedono un passaggio a qualche imprenditore che possiede un aereo privato», dice il deputato: «Questa è una delle cose più deprecabili, perchè non bisogna mai essere ricattabili».
Ma tant’è, la vita della casta è una vita a scrocco. Ci si fa l’abitudine.
Il nostro Virgilio ci mostra la tessera del Coni, che dà accesso a quasi tutte le manifestazioni sportive. «Quando ero consigliere in Friuli, se volevi assistere ai match dell’Udinese o della Triestina bastava segnalare i desiderata alla società , che hanno interesse a mantenere buoni i rapporti con la politica. Il posto è assicurato».
In tribuna vip, naturalmente.
I parlamentari possono usufruire anche di uno sconto per il Teatro dell’Opera di Roma e in alcuni musei, mentre a Trieste il nostro peone aveva sempre a disposizione un palchetto al Teatro Verdi.
I vantaggi non sono un’esclusiva romana.
A Milano i consiglieri comunali possono chiedere il rimborso di pranzi di lavoro (e se mangiano in Consiglio, una cena gli costa 1,81 euro), hanno diritto a biglietti gratis per San Siro (partite o concerti), e due palchi riservati alla Scala per gli appassionati di lirica.
Mentre i consiglieri regionali del Piemonte godono ancora dell’autocertificazione per fantomatici impegni durante sabati, domeniche e festivi: si può intascare il gettone di presenza (122,5 euro) anche in quei giorni di riposo, a patto che dicano (senza pezze d’appoggio) di aver partecipato a convegni ed eventi.
In Sicilia e Campania la lista dei privilegi comprende di tutto.
All’Ars dell’isola le missioni all’estero sono la norma, non l’eccezione (un deputato regionale, Giuseppe Gennuso, nel 2009 ha trascorso quasi tre giorni su quattro fuori dell’Assemblea), mentre fino a pochi mesi fa anche coloro che avevano finito il mandato continuavano a prendere un “aggiornamento professionale” di 6.400 euro annui.
E se un deputato regionale morisse avrebbe diritto a un sussidio di 5 mila euro per le esequie.
Anche nella indebitatissima Campania s’è sfiorato il ridicolo.
Lo scorso novembre una delibera è stata revocata prima che creasse una rivolta popolare: prevedeva che ogni consigliere potesse avere in ufficio televisione, tre poltrone in pelle, telepass e a scelta un computer fisso, un portatile o l’iPad.
Il frigobar era invece appannaggio solo di presidenti, vice e capogruppo.
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
TRA I SINGOLI PARTITI PD AL 28%, PDL AL 27,5%, LEGA AL 9%, SEL E UDC AL 6,5%, IDV AL 5,5%, FLI AL 3,5%
Appena sfornato di fresco, ecco il nuovo sondaggio realizzato da Ipr per il Tg3 che vede un
minimo recupero del centrodestra nel suo complesso (+0,5%) rispetto alla coalizione di centrosinistra (-0,5%), ma che non incide molto nel distacco tra le due forze politiche.
Il centrodestra vede un Pdl al 27,5% che recupera uno 0,5% a scapito però della Lega che scende al 9%.
Le altre forze di centrodestra incassano un 2,5% per un totale di coalizione del 39%.
Il centrosinistra vede calare dello 0,5% il Pd che si attesta al 28%, salire della stessa percentuale l’Idv che raggiunge il 5,5%, rimane invariato Sel al 6,5%.
Tra Verdi, Radicali e Psi la coalizione raccoglie un altro 3% e complessivamente raggiunge quota 43%, mantenendo 4 punti di vantaggio sul centrodestra.
Veniamo al Terzo Polo: Fli è stabile al 3,5%, l’Udc perde lo 0,5% e arriva al 6,5%, l’Api è l’Mpa raggiungono insieme il 2%.
Il totale del Terzo Polo è pertanto del 12%, in leggero calo.
Rimangono fuori da queste coalizioni la Federazione della sinistra con l’1,5%, il Movimento Cinque Stelle con il 2,5% e altri con il 2%.
Piccoli spostamenti che però non incidono nella tendenza definita da qualche tempo e che vede in calo le forze di centrodestra.
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
RIALZI PER 14 MILIONI DI CONTRIBUENTI, LA MAPPA DEGLI AUMENTI CITTA’ PER CITTA’….LE TASSE LOCALI, IMPOSTE SULLE PERSONE FISICHE, IL RECORD DI VENEZIA…FEDERALISMO UGUALE A PIU’ TASSE
La riforma del fisco che ridurrà a tre le aliquote (20%, 30% e 40%) è affidata ai tempi lunghi del disegno di legge delega (tre anni dall’approvazione del ddl) mentre tasse e imposte stanno aumentando e aumenteranno nei prossimi anni per effetto della manovra (il taglio del 5% delle agevolazioni dal 2013 e del 20% dal 2014) e del federalismo.
Proprio ieri la giunta Pisapia ha deciso di introdurre a Milano, che finora non l’aveva, l’addizionale Irpef: si pagherà lo 0,2% già da quest’anno ma con l’esenzione fino a 26 mila euro di reddito.
Tra Patto per la salute, attuazione dei decreti del federalismo fiscale, senza contare i ticket sanitari aggiuntivi, quest’anno, per circa 14 milioni di contribuenti, cioè uno su tre, ci sarà un rialzo consistente del prelievo, con forti differenze sul territorio.
Il fisco a macchia di leopardo penalizza infatti sopratutto gli abitanti delle cinque Regioni dove è scattato l’aumento dell’Irpef a causa dell’extradeficit sanitario, che sono Lazio, Molise, Campania, Puglia e Calabria.
Ma anche quelli dei 179 Comuni che hanno deliberato l’incremento dell’addizionale Irpef.
Già da quest’anno, infatti, sono possibili aumenti delle aliquote comunali se queste sono sotto lo 0,4%, mentre a partire dal 2013 i ritocchi sono liberi fino al tetto dello 0,8%.
Allo stesso tempo le addizionali regionali Irpef potranno salire fino al 2% nel 2014 e al 3% dal 2015.
Ma questi limiti potranno essere superati di 0,3 punti nelle Regioni col buco nei conti della sanità , come già accade ora.
Sono 62 i Comuni che hanno messo per la prima volta quest’anno il balzello Irpef, tra cui Venezia (0,19% fino a 55mila euro, 0,2% sopra), Brescia (0,2%) e appunto Milano, mentre i restanti 117 hanno aumentato l’imposta per problemi di bilancio, con il massimo raggiunto a Roma, dove l’addizionale è passata dallo 0,5% del 2010 allo 0,9% del 2011.
Un vero salasso per ogni contribuente della Capitale che dovrà versare in media 119 euro in più nelle casse del Campidoglio, ai quali si aggiungono 71 euro in più di Irpef regionale, per un totale di 190 euro aggiuntivi a testa rispetto al 2010.
Oggi sono in tutto 6.199 i municipi che applicano l’addizionale Irpef, per un gettito di oltre 2,9 miliardi (94 euro per ciascun contribuente), il 5,3% in più rispetto all’anno scorso.
Colpiti pure i cittadini delle 36 Province che hanno deciso di maggiorare l’imposta sull’assicurazione Rc auto, anche questa una facoltà prevista dal federalismo.
L’aliquota sul servizio sanitario applicata al premio assicurativo, finora fissata al 12,5%, può infatti salire di 3 punti e mezzo, fino al 16%, sempre in base a uno dei decreti del federalismo fiscale.
Trentuno Province hanno già sfruttato questa possibilità interamente.
Tra le 36 che hanno comunque aumentato l’aliquota, che con incassi pari a 1,8 miliardi rappresenta il 41% delle entrate proprie, anche 7 capoluoghi: Milano (16%), Venezia (16%), Bologna (16%), Ancona (15,5%), Perugia (16%), L’Aquila (15,5%) e Catanzaro (15%), per rincari medi di circa 45 euro ad assicurato.
Questi dati, commenta Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil che dirige l’osservatorio del sindacato che sforna periodicamente un monitoraggio del fisco locale completo e preciso, «sono solo l’antipasto di quanto potrà succedere quando il federalismo fiscale entrerà a regime, in particolare dal 2013, quando tra l’altro si faranno sentire i tagli a Regioni e Province previsti dalla recente manovra», che prevede anche la riduzione del 20% delle detrazioni e deduzioni fiscali, con un appesantimento del prelievo che non risparmierà neppure la prima casa.
Senza contare, infine, i continui aumenti delle tariffe dell’acqua e dei rifiuti che, come ha calcolato la Cgia di Mestre elaborando i dati Istat, sono quelle che negli ultimi dieci anni sono aumentate di più: +55,3% l’acqua potabile, più 54% la Tarsu o Tia.
Alla fine, calcola ancora l’osservatorio Uil, se tutti i Comuni e le Regioni utilizzeranno la leva fiscale fino al massimo consentito dai decreti attuativi del federalismo, un lavoratore con un reddito imponibile di 30 mila euro annui (uno stipendio di circa 1.600 euro), si ritroverà a pagare in media nel 2015, 647 euro in più rispetto a quanto ha pagato per queste due voci nel 2010: 1.158 euro contro 511, il 126,6% di aumento.
In particolare, l’addizionale Irpef regionale, passerà da 364 euro medi nel 2010 a 917 nel 2015 (con un rincaro di 553 euro) mentre quella comunale da 147 a 241 (94 euro in più).
Il rincaro è già cominciato quest’anno, con le due addizionali considerate insieme che passano da 511 euro in media a 532 euro.
Ma l’accelerazione ci sarà dal 2013 con l’entrata a regime dei decreti, che porterà il prelievo addizionale Irpef (comunale e regionale) sui redditi da 30 mila euro a 678 euro e poi a 858 euro nel 2014 e a 1158 euro appunto nel 2015.
Ogni Regione e Comune segue le sue regole per le addizionali.
Si va da situazioni dove il fisco usa la mano leggera, come a Milano dove fino a ieri non c’era l’addizionale comunale, e quella regionale va dallo 0,9% all’1,4% secondo gli scaglioni di reddito, a situazioni dove il prelievo è molto pesante: oltre a Roma, Napoli, Campobasso e Catanzaro, dove l’aliquota regionale dell’1,7% colpisce tutti i redditi.
Di conseguenza anche gli aumenti medi nel quinquennio saranno diversi. Sempre prendendo i 30 mila euro di reddito, si pagheranno per le addizionali 480 euro in più a Campobasso, passando dai 750 euro del 2010 ai 1.230 del 2015, fino a 870 euro in più a Venezia, rispetto ai 270 euro versati nel 2010.
Il fisco locale, sottolinea Loy, colpirà maggiormente lavoratori e dipendenti nelle Regioni e nei Comuni dove non sono previste deduzioni, detrazioni e fasce d’esenzione.
Enrico Marro
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
COINVOLTO BINASCO, ACCUSATO NEL 1993 DI AVER PAGATO GREGANTI…IL FINANZIAMENTO ILLECITO AVREBBE PRESO LA FORMA DI UNA CAPARRA CHE NON SAREBBE MAI STATA RESTITUITA
Dal Pci al Pd, da Greganti a Penati, dalle lire agli euro. 
In mezzo, quasi 20 anni trascorsi da Mani pulite.
Bruno Binasco, l’imprenditore arrestato nel 1993 per aver finanziato illecitamente il Pci tramite «il compagno G» Primo Greganti con 150 milioni di lire di mancata restituzione di interessi su una caparra immobiliare, è ora indagato dalla Procura di Monza per aver finanziato illecitamente con 2 milioni di euro nel 2010 il leader del Pd lombardo Filippo Penati, di nuovo con un meccanismo ruotante attorno a una caparra.
Anche in questa vicenda, come già per i 4 miliardi di lire in contanti che il costruttore e consigliere comunale di centrodestra Giuseppe Pasini dice di aver dato all’estero nel 2001 a due fiduciari dell’allora sindaco ds di Sesto San Giovanni (il futuro capo di gabinetto Giordano Vimercati e l’imprenditore del trasporto urbano Piero Di Caterina), il percorso dei soldi ipotizzato dai pm Walter Mapelli e Franca Macchia non è rettilineo, ma triangolato.
Un finanziamento illecito perfezionato a fine 2010 (quando Penati era capo della segreteria di Bersani) benchè ideato nel 2008 (quand’era presidente della Provincia di Milano), secondo lo schema di una simulata trattativa d’acquisto da parte di Binasco di un immobile dell’imprenditore Di Caterina, quello che ha rivelato ai pm di aver finanziato il partito di Penati nella seconda metà anni 90, a volte anche con 100 milioni di lire al mese.
Il finanziamento illecito, alla fine, avrebbe assunto appunto la forma di una caparra immobiliare versata dal 66enne Binasco, più volte arrestato in Mani pulite ma quasi sempre sgusciato tra prescrizioni e assoluzioni.
Storico braccio destro dello scomparso nel 2009 Marcellino Gavio, e amministratore delegato della cassaforte del gruppo (che gestisce 1.200 km di autostrade, è primo azionista di Impregilo e macina 6 miliardi di euro di fatturato), Binasco firma nel 2008 un contratto preliminare per l’acquisto di un immobile di Di Caterina, valutato in partenza a un prezzo molto alto.
Ma, nel farlo, Binasco verga a mano una clausola che prevede che Di Caterina incameri una caparra generosissima, di ben 2 milioni di euro, nel caso in cui Binasco non eserciti l’opzione d’acquisto entro il 2010.
E’ esattamente quello che accadrà , ma che per gli inquirenti «doveva» accadere sin dall’inizio: Binasco nel 2010 lascia decadere l’opzione, e così effettua quello che l’accusa qualifica finanziamento illecito di 2 milioni al pd Penati, perchè in questo modo estingue nel 2010 un «debito» che Penati nel 2008 si era visto reclamare dal finanziatore Di Caterina.
Nelle mani degli inquirenti, infatti, è caduta una missiva molto aspra indirizzata nel 2008 da Di Caterina non solo all’ex sindaco ds di Sesto San Giovanni ma anche a Binasco, sequestratagli nel portafoglio dai finanzieri della polizia giudiziaria milanese nel luglio 2009: «Nel corso degli anni, a partire dal 1999, ho versato a vario titolo, attraverso dazioni di denaro a Filippo Penati, notevoli somme» di cui «il sottoscritto ha cercato di tornare in possesso, ma, salvo marginali versamenti, senza successo.
Penati ha promesso di restituire, dopo estenuanti mie pressioni, proponendo nel tempo varie opzioni che si sono rivelate inconcludenti fino a quando ha proposto l’intervento del gruppo Gavio».
Ma «ad oggi non è stato effettuato nessun ulteriore versamento, e ciò mi ha costretto a ricominciare nuovamente ad effettuare pressanti azioni di sollecito».
Di Caterina prende atto che «Binasco ha di fatto tentato di chiamarsi fuori», e peraltro «avrebbe potuto tranquillamente non entrarci»: segno che il pagamento a Di Caterina non è qualcosa che riguardi Binasco, ma qualcosa che a Binasco viene chiesto di adempiere per conto altrui.
«Vi sollecito a rispettare gli impegni assunti nelle modalità », avverte Di Caterina nella lettera a Penati e Binasco, perchè gli «accordi raggiunti» sono «vitali anche per il proseguimento delle attività lavorative».
Perciò «vi invito a trovare conclusioni ai contenziosi che ci vedono interessati, per me di enorme gravità ».
Sono calunnie o millanterie o un’altra di quelle «parziali, contraddittorie e unilaterali ricostruzioni» che ieri in una dichiarazione Penati lamenta e ai quali si ribadisce «totalmente estraneo»?
Fatto sta che nel novembre 2008 la trattativa immobiliare produce il suo scopo: liquidare a Di Caterina 2 milioni dietro lo schermo della caparra di Binasco e con il contributo tecnico di un professionista di Binasco ritenuto vicino a Penati, Renato Sarno (tra gli otto perquisiti mercoledì).
E alla fine del 2010, puntuale, arriva la rinuncia di Binasco a esercitare l’opzione d’acquisto: Di Caterina si tiene l’immobile e incamera i 2 milioni di euro di caparra.
Nella sua lettera del 2008, Di Caterina si congedava da Penati e Binasco non proprio leggiadramente, «diffidandovi dall’assumere atteggiamenti minacciosi e offensivi» e «ricordandovi che non si può giocare cinicamente con la vita degli altri. Tutto ha un limite».
Luigi Ferrarella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile
RISOTTO CON ROMBO A 3,34 EURO, CARPACCIO DI FILETTO A 2,76 EURO, DOLCE A 1,74 EURO: I PRIVILEGI DELLA CASTA….PER NON PARLARE DI MUTUI SUPERAGEVOLATI, TERME E MASSAGGI A SPESE DEL CONTRIBUENTE
Carlo Monai, il deputato dell’Idv che ha deciso di raccontare tutti i privilegi della Casta, continua a stupirci.
Racconta che a Montecitorio e Palazzo Madama arrivano ogni giorno inviti per mostre, happening vari, sfilate di moda.
Il cibo si paga? «Dipende. Il bar della bouvette è in linea con i prezzi di mercato. Il ristorante, invece, no. Ci costa in media 15 euro, ma la tavola è apparecchiata come un tre stelle Michelin, i camerieri sono in livrea, lo chef è bravo e prepara piatti di grande qualità . Io cerco di non appesantirmi, e ci vado raramente. L’unico appunto», chiosa sorridendo, «riguarda la cantina: ci sono ottimi vini, ma nessuna bottiglia friulana».
Al Senato si può mangiare uno spaghetto alle alici a 1,60 euro, un carpaccio di filetto a 2,76 euro, un pescespada alla griglia a 3,55 euro.
Prezzi ridicoli. «Anche in consiglio regionale c’era un buon self service. Primo, secondo, caffè e frutta a 10 euro».
Pure uno shampoo costa poco: la nostra guida è un frequentatore della mitica barberia della Camera, dove un taglio costa 18 euro (al Senato, invece, è gratis).
«In questo caso, credo che sia un servizio da conservare: consente al parlamentare di avere sempre un aspetto dignitoso, anche quando arriva il martedì con i capelli spettinati».
Ma i servizi dedicati ai politici non finiscono qui.
Dentro Montecitorio c’è uno sportello del Banco di Napoli, diventato famoso perchè il consigliere Marco Milanese ha movimentato, su un conto dell’agenzia Montecitorio, qualcosa come 1,8 milioni di euro in pochi anni.
Non è il solo ad aver aperto un conto lì, visto che gli onorevoli possono approfittare di tassi agevolati per mutui e prestiti.
Precisa Monai: «Molti usano la diaria non per affittare la casa a Roma, ma per comprarla. L’importante è essere rieletti. Per un mutuo di 150 mila euro a cinque anni il tasso fisso è appena del 2,99 per cento, uno o due punti sotto quello di mercato. Idem per un prestito: possiamo avere un tasso agevolato al 2-3 per cento».
Anche le prestazioni sanitarie sono rimborsate: Monai dopo un incidente in cui ha distrutto una Mercedes ha ottenuto il rimborso di 580 euro di massaggi, e ammette che il Parlamento gli paga cinque giorni di cure termali l’anno.
I radicali hanno scoperto altri benefit: occhiali gratis, psicoterapia pagata, massaggi shiatsu, balneoterapia.
Tutti servizi destinati a oltre 5.500 persone, tra deputati e familiari.
Alla Camera, poi, non si chiama mai il 118: ci sono anche alcuni infermieri nascosti tra gli scranni dell’Aula adibiti a “rianimare” il deputato nel caso si sentisse male. Costano al contribuente 650 mila euro l’anno.
Dopo una vita da nababbo, l’ex parlamentare o il consigliere non viene abbandonato dalla casta.
L’assegno di fine mandato non si nega a nessuno, e il vitalizio scatta per tutti.
Per prendere una pensione bastano cinque anni di mandato alla Camera o al Senato, (in media 6 mila euro a testa al mese), per una spesa che nel 2013 toccherà i 143,2 milioni di euro l’anno.
Tra le Regioni solo l’Emilia-Romagna ha abolito il vitalizio, tutte le altre non ci pensano nemmeno: così nel Lazio può accadere che gli ex e i trombati si prendano 4 mila euro al mese ad appena 55 anni.
Non male, in tempo di crisi.
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso“)
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Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile
SARANNO RIDOTTI I BONUS SU RISTRUTTURAZIONI E RISPARMIO ENERGETICO… DAI MUTUI, AI LAVORI E ALLE PROVVIGIONI DEGLI INTERMEDIARI: TUTTI GLI AUMENTI DI TASSE DAL 2013-2014
Non c’è solo il ritorno dell’Irpef sulla prima casa. 
Quella che si profila sul fronte immobiliare somiglia a una vera e propria stangata fiscale, che taglierà tutte le agevolazioni e aumenterà dal 21 al 25,2% la cedolare secca appena introdotta sugli affitti.
Oltre 10 miliardi di euro di sconti fiscali per la casa saranno “alleggeriti” dalla manovra economica.
I tagli arriveranno in due tranches: nel 2013 il 5% in meno, circa 500 milioni di euro; l’anno dopo il 20%: 2 miliardi.
Ce ne sarà per tutti: per chi possiede la casa in cui abita, per chi dà in affitto il proprio immobile, per chi fa lavori di ristrutturazione, e infine per gli stessi inquilini.
Ma procediamo con ordine.
I proprietari di prime case.
Oltre al ritorno dell’Irpef sulla prima casa a partire dai redditi 2013 e 2014, i proprietari subiranno tagli alle agevolazioni, a cominciare da quelle fiscali per l’acquisto della prima casa. Ma sarà ridotta anche la detrazione Irpef per gli interessi passivi sui mutui prima casa (19% su un tetto massimo di spesa di 4 mila euro annui).
Limitata infine la detrazione Irpef per le provvigioni pagate ai mediatori immobiliari per l’acquisto dell’abitazione principale (19% su un importo massimo di mille euro annui).
I proprietari che affittano l’immobile.
Qui è a rischio la novità fiscale del 2011, ovvero la cedolare secca sugli affitti che, da quest’anno, prevede un’imposta unica del 21% sugli affitti relativi a contratti di locazione di immobili ad uso abitativo (19% per i contratti agevolati che prevedono un affitto inferiore a quello di mercato).
Ebbene, con il taglio alle agevolazioni, la cedolare salirà a regime dal 21 al 25,2 per cento. Immediata la richiesta di chiarimenti di Confedilizia, secondo cui a questo punto rischiano di cambiare di nuovo le convenienze fiscali dei proprietari.
A rischio anche la deduzione forfetaria del 15% sui redditi da locazione che viene riconosciuta ai proprietari a fronte dei costi sostenuti per l’immobile (manutenzione, imposte, ecc.) e l’ulteriore deduzione del 30% ai proprietari che affittano con canone concordato.
I proprietari che fanno lavori in casa.
Qui entra in gioco il ricorso agli sconti Irpef sulle ristrutturazioni e sui lavori di risparmio energetico.
Due misure particolarmente amate dagli italiane e che vengono di solito rinnovate di anno in anno.
Ebbene, il bonus del 36% sui lavori di recupero edilizio si ridurrà al 28,8, mentre quello del 55% su interventi mirati al risparmio energetico calerà al 44 per cento.
Gli inquilini.
Anche le detrazioni fiscali previste per gli inquilini a sostegno del costo dell’affitto di casa saranno investite dal taglio del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014.
Si va dalla detrazione di 300 e 150 euro per l’affitto dell’abitazione principale, alla detrazione triennale di 991,60 euro per i giovani inquilini tra i 20 e i 30 anni, per passare, poi, ai 495,80 euro e ai 247,90 euro per i contribuenti intestatari di contratti con affitto concordato.
A rischio anche le detrazioni per i lavoratori dipendenti che abbiano trasferito la residenza nel comune di lavoro (991,60 e 495,80 euro per i primi tre anni).
Rosa Serrano
(da “La Repubblica“)
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Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile
“NAPOLITANO NON AVALLERA’ MAI RIBALTONI”…IMPASSE SUL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA: PER LA SUCCESSIONE DI ALFANO SALE DONATO BRUNO
Il Cavaliere ha letto l’intervista di Gianfranco Fini a Repubblica, quella disponibilità del Terzo polo a votare un governo guidato da Roberto Maroni, e ha tirato un sospiro di sollievo. “Berlusconi ritiene che Fini – spiega un dirigente del Pdl in contatto con villa Certosa – abbia fatto uscire Maroni allo scoperto. L’ha costretto a smentire brutalmente ogni velleità di ribaltone e così ci ha fatto un favore”.
La relativa sicurezza con cui il premier guarda ai prossimi appuntamenti parlamentari, al di là delle parole di Fini su Maroni, poggia inoltre sulla convinzione che il Quirinale, in questa fase, sia un guardiano molto attento alla stabilità dell’esecutivo.
“Napolitano – ha riferito Berlusconi la scorsa settimana, dopo l’ultimo colloquio con il capo dello Stato – non avallerà mai manovre di palazzo che possano mettere a rischio l’Italia e la collocazione dei titoli di Stato. Se le agenzie di rating fiutano il sangue per noi è finita e questo sul Colle lo sanno bene”.
Sperando che non si verifichi l’annunciata ondata di richieste di arresto alle Camere, il premier conta quindi di traghettarsi almeno alla fine dell’anno.
Proprio per evitare incomprensioni con Napolitano, alla vigilia della sua partenza per le vacanze, il Cavaliere sta calibrando altre due mosse per andargli incontro.
La prima riguarda il “processo lungo”, alias ddl Lussana, in dirittura d’arrivo al Senato, la seconda la difficile scelta del Guardasigilli.
Se fino a venerdì sera sembrava del tutto certo che proprio nel “processo lungo” sarebbe stata inserita anche la norma battezzata blocca-Ruby, quella che obbliga il giudice a sospendere il processo in presenza di un conflitto di attribuzione pendente, da ieri l’indicazione è esattamente opposta.
In Sardegna ne ha riparlato con Berlusconi il consigliere giuridico e suo avvocato Niccolò Ghedini per farlo riflettere e spingere sul freno.
Il ragionamento dell’avvocato del premier sarebbe stato questo: ormai siamo troppo avanti, tempo qualche mese e si saprà cosa decide la Corte, rischiamo uno scontro politico, senza risultati significativi dal punto di vista giudiziario.
E poi proprio il Quirinale non vedrebbe di buon occhio la norma che limita l’autonomia del giudice nel decidere se fermare oppure no il processo.
Non bastasse questo, anche dal fronte leghista sarebbero arrivato un nuovo invito alla prudenza. Del tipo: non possiamo mandare in carcere Papa e poi votare una norma che viene letta in chiave pro-Cavaliere.
Ma non c’è solo la frenata sulla blocca-Ruby a riempire i conversari tra Berlusconi e Ghedini. C’è anche l’ormai inevitabile stretta sul nome del Guardasigilli.
Che ufficialmente dovrebbe essere scelto domani, in un incontro del vertice pidiellino a via del Plebiscito.
Anche su questo il presidente del Consiglio sta cercando di non contrariare il Colle, ben sapendo quanto tenga al pedigree di chi occupa la poltrona di via Arenula.
Per certo vuole evitare diatribe tipo quelle avute in passato su Brancher o su Romano.
In queste ore si starebbe ragionando su due nomi, il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta e il sottosegretario all’Interno Francesco Nitto Palma.
Ma entrambi hanno una controindicazione.
Il primo è già nell’esecutivo e Napolitano ha detto proprio allo stesso Berlusconi che non è questo il tempo per complicati giri di valzer.
Il secondo, nel ’99 quando era applicato a Reggio Calabria dalla procura nazionale antimafia, è stato testimone di nozze dell’attuale presidente dell’Anm Luca Palamara.
Per carità , un caso, ma che può pesare in questa delicata fase dei rapporti tra politica e giustizia. Alla fine potrebbe risultare vincente Donato Bruno, attuale presidente della commissione Affari costituzionali della Camera.
Intanto, sempre sul terreno della giustizia, dopo il colpo portato da Roberto Maroni su Alfonso Papa, il prossimo a smarcarsi potrebbe essere Gianni Alemanno.
Il sindaco di Roma avrebbe infatti scelto, dopo la polemica contro la Lega, proprio la questione morale come il terreno più adatto per ritrovare una centralità nel dibattito politico e far dimenticare le vicende di parentopoli.
Ieri, nel lungo incontro a porte chiuse della Fondazione Nuova Italia, Alemanno ha iniziato a impostare la nuova strategia, chiedendo ai suoi di sostenere Alfano a patto che il segretario del Pdl porti davvero avanti “la rivoluzione” annunciata, a partire dal “partito degli onesti”.
Quanto al ministro dell’Interno, dopo l’offensiva dei giorni scorsi adesso ha deciso di fermarsi per un po’.
“Prima di fare altre mosse – spiega uno dei suoi – vuole prendere il controllo del partito attraverso i congressi della Lega in Veneto e in Lombardia
Francesco Bei e Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Luglio 25th, 2011 Riccardo Fucile
TRASFERTA PADANA CON RETENZIONE DELLE VIE URINARIE…ALLA PRESENZA DEL CAPOCOMICO, TRAVESTITO DA ROCKY ROBERTS, CHE SI FA ATTENDERE DUE ORE COME LE ROCKSTAR, INAUGURATI TRE PICCOLI UFFICI SENZA CESSI
Sarà pure la “realizzazione di un sogno”, come l’ha definita Roberto Calderoli,
ma l’inaugurazione degli uffici di quattro ministeri a Monza, è stata una “pagliacciata”, per usare la definizione più gettonata della giornata di ieri.
La cerimonia è cominciata con due ore di ritardo ed è durata due minuti.
Dopo la ferrea selezione all’ingresso, superata solo da camicie e fazzoletti verdi, nonostante “siano ministeri della Repubblica” come ha gridato un consigliere comunale del Pd a cui è stato vietato l’ingresso, circa duecento persone hanno aspettato sotto il sole.
Almeno cinquanta tra poliziotti e carabinieri, una sessantina di invitati, persino gli esponenti locali del Carroccio.
Tutti in attesa del ritardatario senatùr. Che arriva solo alle 13.30.
Fuori dai cancelli è accolto dal coro “buffone vai a lavorare” di un centinaio di manifestanti, e dal grido di un fotografo che, vedendo i nuovi occhiali scuri sfoggiati dal senatùr a seguito di un’operazione alla cataratta, gli urla “Rocky Roberts!” per farlo girare.
Superato l’ingresso trova il suo più rassicurante popolo verde.
Umberto Bossi scende dall’auto con Giulio Tremonti e viene accompagnato davanti al microfono dalla fedelissima Rosy Mauro, tra i “finalmente” sussurrati da molti.
C’è chi non l’aspetta.
Come il coordinatore lombardo Giancarlo Giorgetti. “Vado da mia figlia”, dice.
E Giorgetti non si perde un gran discorso.
“Corrieraccio”, esordisce Bossi prendendosela con il cronista del quotidiano di via Solferino che, secondo lui, “ha preso una piega sbagliata, verso sinistra. Ci rompete le balle”, ha insistito al microfono , “non ci vedo bene ora ma il pugno funziona sempre”.
Poi ha estratto dalla tasca una mazzetta di banconote: “Allo Stato non costa niente questa sede, le scrivanie le abbiamo pagate noi”.
Infine, nel siparietto ministeriale, Bossi ha coinvolto anche l’austero, per l’occasione in pantaloni verdi, Tremonti: “Quando si tratta dei suoi soldi – ha detto riferendosi al titolare di via XX Settembre – è sempre una tragedia; una volta siamo riusciti a fargli pagare una cena e lui ha fotografato il momento”.
E gli uffici di Monza? “Sono una cosa buona, si è aggregata anche la rossa”.
La rossa è Michela Vittoria Brambilla, cioè il ministro del Turismo, che si è presentata a Villa Reale per prima , alle undici del mattino, e ha scoperto di essere stata dimenticata: in bella vista ci sono soltanto le targhe dei dicasteri di Calderoli (Semplificazione), Tremonti (Economia) e Bossi (Riforme).
Del suo neanche l’ombra. Così si attacca al telefono.
Ma riesce a farsela portare soltanto poco prima delle 16, quando ormai fotografi e telecamere sono andati.
Brambilla è ancora al telefono quando Calderoli, in una visita guidata nei cento metri di uffici, spiega che “manca ancora la scrivania e il computer della rossa”.
È il ministro per la Semplificazione che finalmente spiega a cosa servono questi decentramenti: “Un pensatoio”, risponde serioso.
Poi aggiunge: “Dal primo settembre saremo operativi, realizzeremo uno sportello del cittadino dove qualunque cittadino abbia un problema con Roma può venire a cercare di risolverlo qui senza che debba fare dei viaggi della speranza”.
Come se arrivare qui fosse semplice.
L’asse Monza-Milano è uno dei più trafficati del capoluogo lombardo.
Gli uffici sono in un’ala di Palazzo Reale distante da ogni servizio pubblico.
Mancano persino i bagni. “Li faremo”, garantisce Calderoli.
“È un sogno”, dice lui.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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