Luglio 30th, 2011 Riccardo Fucile
STRAORDINARI NON PAGATI AGLI AUTISTI E CHI E’ ESPOSTO RISCHIA DI RIMANERE SENZA PROTEZIONE
Un “unicum” nel panorama delle Procure antimafia italiane.
Mentre a Napoli si accelera nelle inchieste su corruzione (in politica) e crimine organizzato (dentro e fuori le istituzioni) i pubblici ministeri del pool anticamorra di Napoli denunciano di essere rimasti “senza tutela”. In due parole: a piedi.
Dalle 18 in poi, ormai di fatto è “vietato” restare a lavorare.
Il motivo?
Non vi sono autisti disponibili ad accompagnarli nelle auto blindate, cosiddette di tutela.
Il caso, confermato dal procuratore Giandomenico Lepore con una punta di amarezza, finisce ora nero su bianco all’attenzione del prefetto Andrea De Martino.
E a scrivere, sono proprio i pm.
Al centro della vicenda, il braccio di ferro in corso tra gli autisti addetti alla guida delle blindate assegnate alla Distrettuale antimafia ed il Ministero della giustizia.
Il quale deve a questi lavoratori un anno intero di arretrati (il 2010) più alcuni mesi del 2011.
“Non ci pagano lo straordinario, e dalle 18 basta servizio”, è stato il legittimo annuncio.
Lasciando pm e procuratori “a piedi”: paradossale visto che per almeno 15 di loro è alta la soglia di rischio.
Lepore aveva già detto: “Speriamo che il ministro Tremonti firmi presto questo provvedimento”.
Dopo l’sos di alcuni magistrati, come Antonello Ardituro, ieri è il pm Cesare Sirignano a mettere nero su bianco l’allarme.
Non è un caso.
Sirignano è autore di catture di capiclan e vari blitz, dai killer del clan Setola ai rapporti economico-mafiosi con le articolazioni mafiose di Totò Riina: ma soprattutto, insieme con il pm Alessandro Milita, è uno dei magistrati già minacciati dai clan, vedi le parole di morte del detenuto Giovanni Venosa, estorsore e nipote del boss (omonimo) dei casalesi (nonchè attore – non per caso – nel film Gomorra).
Scrive Sirignano: “Gli autisti di questo ufficio si astengono dalle prestazioni straordinarie, adducendo ragioni connesse al mancato pagamento degli emolumenti. I magistrati dell’ufficio (…) hanno fino ad oggi mostrato ampia comprensione”.
Ma la situazione comincia a diventare pesante.
Spiega il pm: “Incide sulla funzionalità , e determina di fatto una pericolosa interruzione del dispositivo di protezione previsto per i magistrati esposti a pericolo. In mancanza di risposte immediate del Ministero e in previsione del protrarsi dello stato di agitazione per la carenza di fondi – sottolinea ancora il sostituto – appare urgente procedere all’adozione dei necessari provvedimenti”.
Appare peraltro “incomprensibile” che quando i magistrati sono in ufficio al lavoro e dunque non è necessaria l’auto, “venga assicurata la funzionalità del servizio di accompagnamento; e che, viceversa, “quando il magistrato lascia l’edificio in cui presta la propria attività per l’intera giornata, sia privato sia dell’accompagnamento sia, soprattutto, della tutela”.
Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)
argomento: Giustizia, governo, Politica, radici e valori | Commenta »
Luglio 30th, 2011 Riccardo Fucile
IL LEADER DEL PD NON DOVREBBE CONFONDERSI CON I POLITICI CHE RISPONDONO SDEGNATI AI SOSPETTI
I politici inglesi di un certo peso tengono con accuratezza un’agenda dei loro incontri
e contatti, corredata di date e motivi del colloquio.
Spesso la citano per scagionarsi da accuse.
Non deve essere questo lo stile di lavoro di Pier Luigi Bersani, il quale, per giustificarsi di aver introdotto nel 2004 l’imprenditore Gavio al compagno di partito Penati, allora presidente della Provincia di Milano, ha detto: «Il ministro delle attività produttive conosce tutti i principali imprenditori italiani. Li conosce, non li sceglie».
La risposta sarebbe corretta se l’avesse data Antonio Marzano.
Perchè – come è noto – era lui il ministro delle attività produttive nel 2004, quando il centrodestra stava al governo e Bersani all’europarlamento.
Non per essere pignoli.
Ma siccome da quel contatto scaturì poi una lunga storia finita con Penati che pagò 238 milioni di euro le azioni di Gavio dell’autostrada Serravalle, e con Gavio che contribuì alla cordata Unipol, Bersani capirà che ogni imprecisione danneggia gravemente la sua linea di difesa.
La verità è che con Gavio ci parlò da esponente dei Ds che si faceva intermediario presso un altro esponente dei Ds.
Un affare di partito, insomma. E Bersani non deve, per la sua storia e per la sua responsabilità , confondersi con tutti quei politici che rispondono sdegnati ai sospetti lasciando cadere qua e là qualche data o qualche cifra inesatta, sperando che nessuno se ne accorga.
D’altronde c’è un’aggravante.
Perchè se Bersani avesse ammesso, come sul Corriere gli abbiamo chiesto, che l’affare Serravalle fu politicamente improprio e sbagliato, allora gli si potrebbe perdonare il lapsus.
Ma siccome non l’ha fatto, viene il dubbio che non sia un lapsus.
C’è una seconda questione di date che mi turba.
Fonti vicine al segretario del Pd hanno detto ieri ai giornali che Tedesco fu candidato al Senato quando il leader era Veltroni: dunque altra gestione. Vero.
Ma Tedesco non fu eletto.
Fu poi nel 2009 che gli si regalò il laticlavio con un’operazione politica di cui sapeva benissimo Bersani, non foss’altro perchè i giornali la raccontarono nei dettagli.
A sorpresa il Pd decise di non candidare più al Parlamento europeo Umberto Ranieri, che vi era talmente predestinato da essere stato nominato da tempo responsabile del partito per il programma elettorale, e candidò invece De Castro, all’epoca felicemente senatore.
Fece così posto a Palazzo Madama per Tedesco, dimessosi da assessore della Sanità pugliese proprio perchè indagato, che era il primo dei non eletti.
Anche qui un’aggravante.
Il Pd lo fece non solo per proteggere Tedesco, ma anche per sfruttarne il consistente pacchetto di voti: perchè l’uomo aveva minacciato di ritirare il suo appoggio ad Emiliano, candidato sindaco a Bari nelle contemporanee elezioni comunali, se non fosse stato promosso al Senato.
Ma i pm, che sanno essere più furbi del Pd e che finchè era assessore e dunque senza scudi non lo arrestarono, ne chiesero l’arresto una volta eletto.
A riprova che l’ipocrisia in politica prima o poi si paga.
Sarebbe preferibile un Bersani che a testa alta avesse difeso il diritto di qualche suo senatore di negare un arresto ormai inutile, a un Bersani che finge di dimenticare come e perchè Tedesco fu mandato in parlamento.
In altre parole: è nel 2004 e nel 2009 che Bersani fece o avallò scelte politiche sbagliate.
Se vuole essere credibile nel 2011 sulla questione morale deve cominciare con il riconoscerlo.
Antonio Polito
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: Bersani, Giustizia, PD | Commenta »