L’INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER DELLA COALIZIONE, PREVISTA NELLA NUOVA LEGGE ELETTORALE, PER LA DUCETTA È UN’ARMA PER SPACCARE PD E M5S
DE ANGELIS: “A REGOLE VIGENTI, IL CAMPO LARGO PUÒ DIRE ‘A PALAZZO CHIGI VA IL LEADER DEL PARTITO CHE ARRIVA PRIMO’. DIRLO SUBITO IMPONE UN CHIARIMENTO DI FONDO DA PARTE DI UNA COALIZIONE CHE FINORA È TALE SOLO ‘CONTRO’ MA NON ‘PER’ COME ASSETTO, PROGRAMMA E LEADERSHIP…. È COSÌ SICURO CHE, SE LE PRIMARIE LE VINCE ELLY SCHLEIN, I CINQUE STELLE ALLE POLITICHE LA VOTERANNO COMPATTI E VICEVERSA?”
Come prevedibile, le opposizioni hanno declinato l’offerta di Giorgia Meloni – molto “tattica” – a discutere di legge elettorale. Di fatto, siamo già all’inizio di una lunga campagna elettorale (lo si è visto anche nel premier-time) e invece di sfidare nel merito anche per migliorare la proposta – in fondo la governabilità che eviti nuovi accrocchi post voto potrebbe convenire a tutti – le varie opposizioni preferiscono un calcolo attorno al consenso.
Ma perché Giorgia Meloni ha tanta fretta, al punto da esporsi all’intero repertorio di accuse e pure alla cabala, non avendo mai portato tanta fortuna mettere mano alle regole a fine legislatura?
La ragione è duplice e ha a che fare sia con la meta sia con la strada che ad essa conduce. La meta è tornare a palazzo Chigi, che verrebbe preclusa dal famoso
pareggio non impossibile con le norme attuali. E di lì giocare la partita del post-Mattarella, la vera posta in gioco della prossima legislatura.
La strada riguarda la competizione con la sinistra, in relazione a un tema nient’affatto banale: la leadership. L’indicazione del premier – ovunque venga prevista nella nuova legge, magari non sulla scheda ma sul programma – è comunque un’arma in grado di far impazzire il centrosinistra. A regole vigenti, il campo largo può dire «a palazzo Chigi va il leader del partito che arriva primo».
Dirlo subito impone un chiarimento di fondo da parte di una coalizione che finora è tale solo “contro” ma non “per” come assetto, programma leadership. Il trailer di ciò che accadrà è stato proiettato già dopo il referendum: il dibattito sulle primarie, lanciato e poi archiviato, la sempreverde successione del Papa straniero, il salomonico “prima il programma”…
Ecco, è una discussione destinata a ritornare, in caso di approvazione della riforma. E per una coalizione siffatta è già complicato trovare un meccanismo di selezione condiviso, poi non è scontato che esso funzioni.
Detta in altri termini: è così sicuro che, se le primarie le vince Elly Schlein, i Cinque stelle alle secondarie (cioè alle politiche) la voteranno compatti e viceversa, cioè che i rispettivi elettorati si mobilitino non solo sul proprio leader, ma su quello che lo ha sconfitto nella competizione intra-moenia?
Insomma, è chiaro che nell’attuale fase di difficoltà post-referendum, Giorgia Meloni, venuti meno parecchi elementi del suo racconto punta a enfatizzare quello della leadership: qui si sa chi comanda, e lì? Di esso fa parte anche quella narrazione bipolare contro gli “inciuci”, che solletica le corde del popolo di centrodestra dai tempi della discesa in campo di Silvio Berlusconi nel lontano ’94: la chiamata alle armi di tutto ciò che non è sinistra.
Matteo Salvini rinunciando ai collegi, dimezzerebbe i parlamentari in Piemonte, Veneto, Lombardia – i suoi cinque ministri sono tutti Lombardi – e infatti si registra una inquietudine dei parlamentari del Nord ma col pareggio addio governo e addio sogno del Viminale.
Ma anche dentro Forza Italia la questione è assai più complessa di come viene raccontata, in relazione alla convenienza di smarcarsi, puntare al pareggio e giocare su più forni. L’eventualità piace a Gianni Letta ma Marina di cognome fa Berlusconi, il cognome non è associabile alla parola “inciucio” e ancor meno a esporre le aziende allo scontro col governo.
Perché i Berlusconi sono, innanzitutto, degli imprenditori. E un conto è il riequilibrio, una postura meno accondiscendente verso la premier e la sfida dentro il campo, altro è la rottura del campo fondato dal Cavaliere, esponendosi all’accusa di intelligenza col nemico.
E infatti già si comincia a dire che anche con la nuova legge, se scatta il premio, non diminuisce il numero dei parlamentari. Attenzione a proiettare su quel mondo la propria logica e i propri auspici.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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