Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
PASINI A VERBALE: “CI FU IMPOSTO DI PAGARE I CONSULENTI DELLE COOP”….LA PROCURA AVREBBE TROVATO TRACCIA DOCUMENTALE DI DIVERSI MOVIMENTI DI DENARO
Che siano state mazzette, finanziamenti illeciti al partito non registrati, o contributi
“spontanei” degli imprenditori, lo stabiliranno le indagini.
Di certo, sul Pds prima, sui Ds poi, non solo di Sesto San Giovanni, è piovuto un fiume di denaro.
Tutto grazie alle amicizie dell’ex sindaco Filippo Penati.
Questo emerge nelle prime carte depositate dalla procura di Monza, nell’inchiesta che vede come principale indagato proprio Penati.
Accusato di corruzione, concussione e finanziamento illecito ai partiti.
Ecco che cosa raccontano le carte raccolte in sei mesi di indagine dai pm di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia.
La procura ha quantificato il denaro che l’immobiliarista Luigi Zunino avrebbe messo a disposizione della politica, tramite le società estere del “re delle bonifiche” milanesi Giuseppe Grossi.
Seguendo la strada del denaro lungo le società riconducibili all’imprenditore (finito in carcere e ora sotto processo proprio per la bonifica dell’area di Santa Giulia), i magistrati hanno individuato 700mila euro di fondi neri, necessari per oliare la pratica relativa al recupero delle ex acciaierie di Sesto San Giovanni.
La procura avrebbe trovato traccia documentale di diversi movimenti di denaro: attraverso due veicoli societari, l’immobiliare “Cascina Rubina” e la “Miramondo srl”. Con la prima che paga, la seconda che incassa ed emette le fatture, gira il denaro ad altre società all’estero, prima che i soldi vengano prelevati in contanti.
Per la procura, il sistema di fatture false e società offshore era finalizzato ai pagamenti corruttivi per l’incremento volumetrico sull’area delle ex acciaierie Falck.
Secondo Piero Di Caterina, le somme che riceveva dall’ex proprietario dell’area Falck, Giuseppe Pasini, per anni girate ai politici, non servivano solo a finanziare la federazione locale del partito.
Dal 1993, dal giorno della discesa in campo di Silvio Berlusconi, anche a sinistra il peso dei soldi in politica è diventato decisivo e il bisogno di finanziamenti è stata un’urgenza sempre più evidente: per questo i fondi per i quali il titolare della Caronte si fa intermediario, a suo dire, finiscono non solo nei rivoli del partito di Sesto, ma finanziano anche la federazione del partito milanese, le campagne elettorali e le spese delle sedi, fino alle manifestazioni pubbliche come feste e convegni.
Per gli investigatori, c’è sproporzione tra le necessità della piccola federazione della “Stalingrado” del Nord rispetto ai miliardi, oltre 16, che finiscono al partito.
Di Caterina dice ai pm di essere «sicuro» che le somme da lui anticipate finiscono a Penati: «Mi sarebbero state restituite in quanto era scontato che Pasini avrebbe pagato una tangente a Penati».
Racconta di «un conto estero in Lussemburgo, poi scudato, due versamenti» nel marzo 2011: il primo di un miliardo 425 milioni di lire e l’altro di un milione 85 mila marchi tedeschi, «il tutto per un milione 104 mila euro, importo corrispondente alla somma che Penati doveva restituirmi per dazioni di denaro fatte allo stesso fino al ’97».
L’imprenditore Giuseppe Pasini ha anche raccontato ai pm Mapelli e Macchia dei soldi versati per la riconversione del Palaghiaccio di Sesto San Giovanni in una struttura poliedrica, capace di ospitare le gare di hockey dei Diavoli Rossoneri di Milano, ma anche convegni e manifestazioni grazie a uno speciale pavimento mobile. Per quell’appalto, è indagato per concussione Giorgio Oldrini, sindaco dal 2002, proprio dopo Filippo Penati.
Ma ora i magistrati propendono a dare un ruolo marginale nella vicenda a Oldrini, mentre – ha dichiarato Pasini – la richiesta di “aiuto” sarebbe arrivata direttamente da Penati.
E che aiuto: Pasini si sarebbe fatto carico dei lavori gratuitamente, avrebbe garantito con una fideiussione il mutuo acceso con le banche, in più ne avrebbe pagato alcune rate.
Un esborso pari, dice Pasini, a tre miliardi.
Pasini ha inoltre rivelato che l’obbligo di pagare 2milioni 400mila euro in consulenze, affidate a due professionisti del Consorzio cooperative costruttori di Bologna, entrambi indagati, sarebbe arrivato direttamente dal vicepresidente del Consorzio Omer Degli Esposti.
In una email datata 22 aprile 2010, Di Caterina rivendica la restituzione del denaro che ha versato negli anni al partito di Penati a Sesto.
Si rivolge allo stesso Penati e al manager del gruppo Gavio, Bruno Binasco (lo stesso che venderà la quota in Serravalle nel 2005 alla Provincia guidata da Penati).
Di mezzo c’è la vendita di un’area con annessa cascina di cui Di Caterina si vuole disfare, dopo che le sue aziende vanno in sofferenza per i ritardi dei pagamenti di diverse municipalizzate.
Secondo il racconto narrato in una pagina e mezza di missiva, Penati avrebbe «delegato» il gruppo Gavio a restituire il denaro, attraverso l’acquisto dell’immobile. Binasco, però versa solo la caparra da due milioni.
Nel 2010, Di Caterina batte cassa, garantisce di aver incontrato il manager per ottenere la somma restante e di essere perfino stato minacciato nel caso avesse insistito per avere il saldo.
Sandro De Riccardis e Emilio Randacio
(da “La Repubblica“)
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Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
L’ART. 116 DEL CODICE CIVILE CHE REGOLAMENTA IL MATRIMONIO DI UNO STRANIERO CON UN CITTADINO ITALIANO E’ PARZIALMENTE INCOSTITUZIONALE NELLA PARTE IN CUI RICHIEDE UN REGOLARE DOCUMENTO DI SOGGIORNO IN QUANTO COMPRIME UN DIRITTO DEL CITTADINO ITALIANO…RICHIAMATA UNA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA DI STRASBURGO
La condizione di immigrato o immigrata irregolare non può essere di per sè un ostacolo alla celebrazione delle nozze con un cittadino o una cittadina italiana: lo ha stabilito la Corte Costituzionale che ha dichiarato la parziale illegittimità dell’articolo 116, primo comma, del codice civile, bocciando così una norma del pacchetto sicurezza che impone il possesso di un regolare permesso di soggiorno all’immigrato che vuole sposare un italiano.
Con la sentenza 245/2011, redatta dal presidente Alfonso Quaranta, la Consulta ha dichiarato “l’illegittimità costituzionale dell’articolo 116, primo comma, del codice civile, come modificato dall’articolo 1, comma 15, della legge 15 luglio 2009, numero 94 (disposizioni in materia di sicurezza pubblica) – modifica volta a limitare i matrimoni di comodo – limitatamente alle parole ‘nonchè un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano'”.
Ecco il testo completo dell’articolo: “Lo straniero che vuole contrarre matrimonio nella Repubblica deve presentare all’ufficiale dello stato civile una dichiarazione dell’autorità competente del proprio paese, dalla quale risulti che giusta le leggi a cui è sottoposto nulla osta al matrimonio nonchè un documento attestante la regolarità del soggiorno nel territorio italiano”.
Per i giudici delle leggi “la limitazione al diritto dello straniero a contrarre matrimonio nel nostro Paese si traduce anche in una compressione del corrispondente diritto del cittadino o della cittadina italiana che tale diritto intende esercitare. Ciò comporta che il bilanciamento tra i vari interessi di rilievo costituzionale coinvolti deve necessariamente tenere anche conto della posizione giuridica di chi intende, del tutto legittimamente, contrarre matrimonio con lo straniero”.
La Consulta ha richiamato una sentenza della Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo, secondo la quale “il margine di apprezzamento riservato agli stati non può estendersi fino al punto di introdurre una limitazione generale, automatica e indiscriminata, ad un diritto fondamentale” garantito dalla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo.
“Secondo i giudici di Strasburgo”, ricorda la sentenza, “la previsione di un divieto generale, senza che sia prevista alcuna indagine riguardo alla genuinità del matrimonio, è lesiva del diritto di cui all’articolo 12 della convenzione”.
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
PERQUISITA ANCHE L’ABITAZIONE DELL’ASSESSORE REGIONALE LOMBARDO… DOCUMENTI PER COLPIRE “NEMICI” DENTRO E FUORI IL CARROCCIO CHE POTEVANO OSTACOLARE L’ASCESA DEL “TROTA”
La casa e gli uffici dell’assessore regionale a Giovani e sport della Lombardia, la leghista
Monica Rizzi, sono stati perquisiti da agenti della polizia giudiziaria.
Le perquisizioni, ha spiegato il suo legale Alessandro Didd, sono state affettuate per “ricercare tracce di una attività di dossieraggio” su richiesta della Procura di Brescia.
Non è ancora noto l’episodio o gli episodi ai quali si riferisce l’inchiesta.
Nei mesi scorsi, comunque, un ex collaboratore dell’assessore, Marco Marsili, aveva presentato una denuncia nei confronti della Rizzi alla Procura di Brescia per trattamento illecito di dati personali.
Dossier, ha spiegato Marsili, che sarebbero serviti poi per colpire ‘nemici’ fuori e dentro la Lega Nord assicurando il miglior risultato elettorale possibile alle scorse regionali a Renzo Bossi detto ‘il Trota’, figlio del leader leghista Umberto.
In pratica chi si sarebbe opposto alla candidatura di Renzo Bossi sarebbe stato oggetto di dossier privati al fine di dissuaderlo dal tenere quella posizione.
“Io sono stato sentito dalla guardia di finanza – ha detto Marsili – Una con un minimo di decenza sarebbe andata a casa da un pezzo”.
“L’assessore Rizzi non si dimetterà – ha spiegato in una nota l’avvocato Didd – essendo consapevole di potere confidare nella serenità della magistratura, che certamente non si farà ingannare da queste manovre”.
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
NELLA VILLA REALE A MONZA NESSUNA INDICAZIONE SUI DICASTERI DI BOSSI, CALDEROLI, TREMONTI E BRAMBILLA…SPARITE ANCHE LE TARGHE IN OTTONE OSTENTATE SABATO DALLE FACCE DI BRONZO
Un bluff in salsa verde padana. Un’inaugurazione tarocca.
I quattro uffici di rappresentanza aperti in pompa magna sabato da Umberto Bossi, Roberto Calderoli, Giulio Tremonti e Michela Brambilla, sono chiusi.
Sbarrati.
Senza un custode o segretaria che dia uno straccio di informazione.
Senza neppure un cartello che indichi l’esistenza in vita delle sedi che hanno messo a soqquadro la maggioranza e fatto traballare il governo.
I ministeri nordisti sono un fantasma. Uno spettro che si aggira per Monza.
E pensare che sabato Calderoli aveva parlato «di sogno realizzato». Bossi aveva promesso «più posti di lavoro per la nostra gente».
E Roberto Cota, governatore piemontese accorso all’inaugurazione, con un filo di commozione che gli incrinava la voce aveva aggiunto: «Questo è un tassello di un processo che porterà lo Stato più vicino ai cittadini»
I leghisti l’avevano detto: «La sede sarà operativa da settembre».
Ma non hanno avuto la delicatezza (l’accortezza?) di lasciare indicazioni sulla palazzina di Villa Reale.
Un «ripassate a settembre». Almeno un «chiuso per ferie».
Tanto meno una bacheca con affisse le informazioni per il pubblico.
Orari, funzioni, servizi, giorni di apertura.
Anche in città , perfino sul viale che conduce alla nuova sede, non compare alcun cartello segnaletico che certifichi l’esistenza degli uffici voluti da Bossi.
Che dica: «Per i ministeri si va di là ».
«E’ stata una specie di caccia al tesoro», racconta l’esponente dell’Udc Luca Volontè: «Ero in Brianza per alcuni impegni familiari e ho deciso di fare una deviazione per scoprire quali servizi sono offerti dalle nuove sedi di rappresentanza ai cittadini e agli imprenditori. Nessuno ha saputo dirmi nulla. Alla fine, per fortuna, ho trovato alcuni operai che facevano lavori di manutenzione e sono stati loro a indicarmi la palazzina. Credevo di avercela fatta, invece nisba».
La porta ministeriale era sbarrata.
Delle targhe in ottone mostrate con orgoglio sabato da Calderoli, «Ministero delle riforme», «Ministero dell’Economia», «Ministero del Turismo», «Ministero della Semplificazione», nessuna traccia.
Volontè ha esplorato, metro dopo metro, i muri esterni di Villa Reale per scovare un’entrata secondaria. Ancora nulla. Ha cercato un campanello, un citofono. «Speravo che qualcuno mi potesse dire se, e quando, avrei potuto ottenere le informazioni che cercavo. Un altro buco nell’acqua».
Insomma, una specie di set di Cinecittà . In cartapesta. Finto e tarocco.
Neanche una segretaria. Neppure un citofono. Tanto meno un custode.
I tre locali arredati di tutto punto con scrivanie, poltrone in pelle, salottini, foto di Giorgio Napolitano, Bossi e l’arazzo dell’eroe padano Alberto da Giussano, chiusi con tre mandate di chiave.
Fatta la festa gabbato lo santo.
Eppure, in occasione dello show lumbà rd, non era stato risparmiato nulla ai giornalisti.
Con i suoi pantaloni verde padano, calice di spumante in pugno e nell’altra mano una manciata di patatine, Calderoli aveva mostrato dove avrebbe alloggiato Bossi: «Per lui un ufficio tutto suo. Io, Tremonti e Brambilla, invece staremo nella stessa stanza. Nella terza lavoreranno le segretarie».
Che fosse un bluff, però, non era poi così difficile capirlo.
«Per ora c’è un solo computer», aveva ammesso il Calderoli medesimo con un filo di imbarazzo. «Telefoni? Per adesso non ci sono ancora».
Ma Bossi, imperterrito: «In un Paese dove non si vuole cambiare niente, abbiamo dovuto partire da qualcosa. I cittadini verranno qui e avranno il loro sportello, senza dover fare tanti chilometri per niente».
I chilometri che ha percorso inutilmente Volontè. «Ho visto una desolazione assoluta, questa storia dei ministeri al Nord è una grottesca pantomina», dice il rappresentante centrista.
«Mi viene da suggerire ad Alemanno di concentrarsi su Roma. A Monza, stia tranquillo, non c’è proprio nulla».
E del nulla si ciba la polemica padana.
L’altra notte a Calderoli è scappata di nuovo la frizione: «Credo che i ministeri debbano stare vicino al territorio in ragione delle proprie competenze», ha detto arringando un drappello leghista.
«Ha senso il ministero dello Sviluppo economico a Roma? Per me avrebbe più senso che stesse a Brescia, perchè sarebbe come mettere il ministero del Lavoro a Napoli, dove non sanno di cosa si parla».
Stefano Caldoro, governatore del Pdl della Campania non l’ha presa bene: «Calderoli dice il falso e offende. Non solo i napoletani sanno bene cos’è il lavoro, ma il lavoro è voluto, cercato, preteso da chi non ce l’ha».
Un po’ come i ministeri a Villa Reale. Ci sono, ma non ci sono.
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
RESTA L’INCOGNITA DELL’ALTO PROFILO CHIESTO DA NAPOLITANO PER IL CANDIDATO A RIVESTIRE IL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA…DOMANI LA PROPOSTA AL COLLE
Stanno per scegliere, come Guardasigilli, il magistrato che era in via Arenula nel ’94, con
Alfredo Biondi ministro della Giustizia, quando si tentò di fermare Mani pulite col decreto “salva-ladri”.
Francesco Nitto Palma era allora il vice capo di gabinetto.
Toga super conservatrice di Magistratura indipendente, folgorato da Cesare Previti e dalla politica.
“Sceso in campo” nel 2001.
Ieri sera lo stretto entourage del segretario politico del Pdl Angelino Alfano lo dava “al 90%” come prossimo ministro.
Avrebbe bruciato le chance di Renato Brunetta, frenato dallo stop del Colle a giri di valzer nel governo.
Non ha preso quota la candidatura in extremis di Augusta Iannini, direttore dell’ufficio legislativo del ministero, dove ormai lavora da dieci anni.
A favore di Nitto Palma potrebbe giocare la fretta di chiudere prima delle ferie e soprattutto prima della partenza di Napolitano per le vacanze.
Soprattutto lo favorisce – se effettivamente oggi da palazzo Grazioli, dopo un faccia a faccia Berlusconi-Ghedini-Alfano, uscirà la sua definitiva investitura – proprio l’ansia di Alfano di lasciare il suo incarico nel governo per dedicarsi completamente al partito.
Il nuovo ministro della Giustizia (e Nitto Palma se alla fine passerà ) potrebbe giurare già domani nelle mani del presidente della Repubblica.
Napolitano, giusto nell’ultimo incontro con il Cavaliere, aveva respinto una lista di 12 nomi e aveva chiesto una candidatura di “alto profilo”.
È tutto da vedere se il curriculum di Nitto Palma, la cui vita professionale e politica non “buca” la storia, corrisponda all’identikit tracciato dal Colle.
Un’accelerazione, senza alcun dubbio, quella sul Guardasigilli.
Per rendere meno instabile il governo, ma soprattutto per mettere un uomo fidato in via Arenula proprio quando uomini del Pdl come Alfonso Papa e Marco Milanese vengono travolti dalle inchieste.
Lì, in quel palazzo, serve un uomo che possa svolgere il ruolo di pilota tra leggi ad personam – e Nitto Palma non ne ha mai disconosciuta una – ed eventuali provvedimenti disciplinari, magari per una banale fuga di notizie.
Uno che possa parlare, mentre oggi Alfano sostiene di essere “frenato” dal suo doppio incarico.
L’urgenza politica è quella di lasciargli le mani libere. Tant’è che Maurizio Gasparri, il capogruppo del Pdl al Senato, ieri diceva: “Ne ho parlato anche oggi con lui e spero in una soluzione rapida e immediata già questa settimana”.
E così sarà . Salvo possibili perplessità o stop dal Colle.
Una nomina destinata a chiudere la stagione estiva della giustizia.
Alla Camera non si muoverà passo sulla richiesta d’arresto per Milanese. Al Senato il “processo lungo” potrebbe arenarsi ed essere messo in lista d’attesa per via della forte irritazione leghista.
Era in calendario subito dopo il decreto sulle missioni, in discussione da domattina. Potrebbe finire nel limbo di un ulteriore rinvio a settembre.
La Lega non ci sta a far “sporcare” un suo contenitore con norme salva-Silvio.
Il ddl Lussana, presentato per bloccare l’accesso al rito abbreviato per chi ha reati da ergastolo, non può diventare un’altra leggina per stoppare i processi del premier. Questo hanno detto i leghisti per tutta la giornata.
Ponendo un aut aut: o il ddl torna quello che era o si ferma.
A loro non è bastata la marcia indietro sulla blocca-Ruby, la norma che impone a giudice di fermare il processo in presenza di un conflitto di attribuzione.
Berlusconi ci aveva già rinunciato. Ma i leghisti vogliono che sparisca anche il resto, l’articolo che consente agli avvocati di ottenere di necessità le liste dei testi e quello che inibisce l’uso in un nuovo processo delle sentenze definitive.
Norme scritte apposta per aiutare Berlusconi nei processi milanesi, Mills, Mediaset, Mediatrade, Ruby.
A fronte della voglia di Berlusconi di veder approvata la legge, se n’è mossa in queste ore una opposta: quella dei leghisti che invece, dopo Papa e in vista del sì anche all’arresto di Milanese, vogliono giocare appieno davanti al loro elettorato il ruolo del gruppo anti-casta.
Francesco Bei e Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
I COMUNI AUMENTANO DI NUOVO LA TARSU, IN TESTA ROMA E VENEZIA: + 30% IN 4 ANNI…ORA TOCCA A MILANO E PALERMO, NUOVA ONDATA DI AUMENTI
Ad Andria sono scesi in piazza anziani signori e mamme con bambini, a Macerata la protesta corre sul Web, malumori si levano dalla provincia di Massa Carrara fino ad Agrigento.
L’oggetto del malessere è la Tarsu, tassa sui rifiuti solidi urbani, il balzello sulla spazzatura.
Lo pagano tutti, nessuno ne parla nei sofisticati centri studi che preferiscono ragionare sulla pressione fiscale e sul prodotto interno lordo.
Qui invece non centrano Fmi e Ocse: la mazzata viene dalle giunte comunali, di destra o di sinistra, in una raffica di rincari bipartisan che sta investendo, in questi giorni, molti degli 8 mila municipi italiani.
Il motivo del disagio sta in una cifra tonda, elaborata da un puntuale e tempestivo rapporto della Uil-Politiche territoriali: in tre anni, dal 2008 e il 2010 il rincaro medio nelle venti città capoluogo di Regione è stato del 7,6 per cento.
Significa che una famiglia media, di quattro componenti, che vive in una appartamento medio di 80 metri quadrati e che ha un reddito imponibile Irpef di 36 mila euro, tre anni fa si vedeva recapitare una bolletta di 194 euro e oggi deve sborsare 209 euro, circa 15 euro in più.
Ma questa è solo la media, che tiene fuori la molteplicità dei microcomuni che spesso con la Tarsu non scherzano.
E anche tra capoluogo e capoluogo le differenze si fanno sentire: il caso clamoroso e imbarazzante è Napoli. In tre anni la Tarsu è cresciuta del 48 per cento e il cittadino medio, sommerso dai rifiuti e dalle rivolte, paga 336,80 euro all’anno, la cifra più alta tra i capoluoghi.
Roma e Venezia in quattro anni hanno messo a segno aumenti vicini al 30 per cento. “Sono colpiti principalmente lavoratori dipendenti e pensionati. Invece di aumentare le tasse bisognerebbe tagliare i costi della politica”, osserva Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil.
La raffica di rincari, scattati dal 2008, ha una ragione: in quell’anno il governo bloccò le addizionali comunali e gli incrementi dell’Ici ma lasciò le mani libere ai Municipi per la tassa sull’immondizia.
Così sono scattati gli aumenti a mitraglia.
Ma non è finita, stretti dai tagli di Tremonti, i Comuni stanno nuovamente mettendo mano alla famigerata Tarsu.
Città , sporche o pulite che siano, rispondono ad una sola parola d’ordine: aumentare. Così è pronta a farlo Milano, se ne discute a Palermo, mentre Roma ha già deliberato un aumento del 12 per cento rispetto al 2010 (in media si pagano già 317 euro), Venezia ha raggiunto i 325 euro medi (+ 23,6 per cento rispetto al 2010), Aosta ha già deliberato per il 2011, rispetto all’anno precedente, un aumento del 9,3 per cento, Trento del 9,3 per cento, Genova del 6,5 per cento ed anche Bologna non ha rinunciato a mettere nero su bianco un contestato rincaro del 5,1 per cento.
Chi spulcia nei bilanci sa, inoltre, che sulla Tarsu gravano altre tasse: il 10 per cento dei defunti Eca (enti comunali di assistenza) e un occulto prelievo provinciale.
La longa manus fiscale delle province, enti per molti destinati a sparire, fa gravare sull’importo della Tarsu una sovratassa che va dall’1 al 5 per cento e si chiama Tributo per l’esercizio della funzione ambientale (Tefa).
Ebbene la stragrande maggioranza delle province (86 amministrazioni su 106) applica l’aliquota più alta.
Per 5,8 milioni di contribuenti oltre al danno di pagare sempre di più anche la beffa di aver pagato indebitamente e di non essere stati ancora rimborsati.
Molti comuni, infatti, invece di far pagare la Tarsu, che è una tassa, impongono la Tia (o Tari) che è una tariffa e su questa fanno pagare l’Iva.
La Corte costituzionale, nel luglio scorso, ha stabilito che la Tia è semplicemente una tassa mascherata e dunque su di essa non può gravare l’Iva.
Il conto è di 933 milioni, 161 euro pro capite, che 1.193 Comuni del Centro Nord dovranno restituire.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
PROCESSO BREVE E LUNGO RINVIATI A SETTEMBRE, MA SILVIO CI RIPROVA CON IL BAVAGLIO
Non ci sono più le leggi ad personam di una volta. 
Quelle dove il Parlamento intero rispondeva compatto al volere del Cavaliere di salvarsi dai processi.
Adesso c’è una Lega divisa e molto meno complice ed è diventato davvero più complicato — sondaggi alla mano- far digerire all’elettorato del “partito degli onesti” nuovi strappi sul fronte dell’impunità di Berlusconi.
Per non parlare del capo dello Stato, che ha fatto chiaramente intendere di non aver alcuna intenzione di firmare qualcosa che possa riaprire il conflitto tra politica e magistratura.
Con un’unica eccezione, forse; la nuova legge sulle intercettazioni, che andrà in aula giovedì prossimo alla Camera.
A meno che, anche lì, non si fermino prima.
Pessimo panorama per il Cavaliere. Il processo breve è ancora impantanato in commissione Giustizia del Senato, con il presidente Filippo Berselli che non riesce da settimane a dare il via alla presentazione degli ultimi emendamenti; prima di ottobre non se ne parla di arrivare a un voto.
E dopo c’è il processo lungo, che andrà in aula mercoledì in Senato, ma orbato della norma “salva Ruby” (depennata dalla commissione Giustizia già tre settimane fa) e comunque modificato rispetto al testo uscito dalla Camera, dunque dovrà tornare a Montecitorio e sarà già novembre.
E chissà per l’epoca quale sarà il quadro politico, anche se l’allarme resta alto.
L’approvazione definitiva dell’articolato sarebbe una mano santa per garantire in modo assoluto la prescrizione dei processi Mills, Mediaset e Mediatrade, con ripercussioni micidiali; la sola possibilità di poter chiamare un numero illimitato di testimoni manderebbe in tilt l’intera macchina della giustizia.
Gli interrogativi su cosa potrebbe avvenire sono angosciosi: “Che cosa vuol dire il “processo lungo — si chiede Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione vittime della strage di via dei Georgofili, a Firenze — che se il processo Tagliavia non fosse finito, chiuso il dibattimento, la difesa della mafia con questa eventuale nuova norma, avrebbe potuto dilatare il processo chiamando a testimoniare nuovamente tutti quanti sono stati già sentiti nel processo di Firenze per le stragi del 1993? Saremmo arrivati al grottesco, a un “colpo di Stato” verso le vittime di torti inauditi come quelli perpetrati dalla mafia”.
È un grottesco che è giusto dietro l’angolo.
Mercoledì comincerà il dibattito fino all’approvazione prevista per i primi giorni d’agosto .
Poi di nuovo alla Camera. “È davvero da irresponsabili — ha tuonato Di Pietro — questi non hanno ancora capito che 27 milioni di italiani hanno detto che è ora di smetterla, che è l’ora di andare a casa. Ma contro questo modo recidivo di usare il Parlamento per leggi ad personam, credo che sia venuto il momento di chiamare una manifestazione di piazza per disarcionare per sempre Berlusconi e il suo governo”.
La piazza, dunque.
E all’ultimo punto all’ordine del giorno della Camera di giovedì 28 c’è la legge sulle intercettazioni. “È necessario inasprirla ulteriormente sul fronte della pubblicazione degli atti non direttamente legati al processo — sostiene un avvocatone del premier come Maurizio Paniz del Pdl — ma se non sarà possibile, allora tanto varrà approvarla così com’è tornata dal Senato; meglio quella che nulla”.
Anche alla Camera, però, il Carroccio ha fatto sapere che sul fronte intercettazioni potrebbe tenersi le mani libere.
Ecco perchè, si diceva ieri in tarda serata a Montecitorio, in caso di incertezza sui numeri, il Pdl potrebbe anche decidere di rinviare tutto a settembre.
Quando per Berlusconi potrebbe essere già troppo tardi.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
COME SI ENTRA GRATIS ALLO STADIO E A TEATRO, COME NON SI PAGANO LE MULTE PER ECCESSO DI VELOCITA’…COME SI INCASSA IL GETTONE DI PRESENZA ANCHE RESTANDO A CASA: BASTA DIRE CHE SI ERA A UN CONVEGNO
Carlo Monai è il nostro Virgilio, che ha accettato di guidare l'”Espresso” nella selva di privilegi e benefit di cui gode la Casta.
Il suo viaggio riparte dai vantaggi economici per gestione dell’auto privata del deputato. «Abbiamo un pass per andare ovunque, e se prendiamo una multa per divieto di sosta o eccesso di velocità c’è l’ufficio “Centro servizi” dove possiamo chiedere agli addetti di fare ricorso al prefetto: se ci sono ‘giustificate esigenze di servizio’, la multa va a farsi benedire».
A Fiumicino un mese al parking silos “E” costa agli italiani 293 euro, ai parlamentari 50. «Anche in Friuli pagavo, grazie al tesserino da consigliere, poco più di 40 euro: se hai la tessera “Fly Very Good” la vita è davvero più facile», aggiunge ironico l’avvocato.
Un privilegio, quello del parcheggio gratis o quasi, che riguarda quasi tutti i consiglieri comunali d’Italia: a Milano, per esempio, i neoeletti beneficiano di alcuni posti gratuiti nel parcheggio di Linate, senza dimenticare la convenzione con il posteggio di piazza Meda, dietro Palazzo Marino.
Inoltre l’Atm ai consiglieri fa uno sconto del 50 per cento sui mezzi pubblici, e dà un pass per mettersi gratis sulle strisce, blu o gialle che siano.
Se i parking a sbafo fanno aggrottare la fronte, è il capitolo “auto blu” quello che fa scandalizzare le masse.
In Italia se ne contano 86 mila, secondo i dati del ministro Renato Brunetta, per un costo (tra autisti e parco macchine) superiore ai 3 miliardi di euro l’anno.
Assessori, consiglieri, ministri, sottosegretari, funzionari di ogni livello sono i beneficiari principali.
In Parlamento sarebbero appannaggio esclusivo dei presidenti dei gruppi, in tutto una ventina.
Ma a queste vetture vanno aggiunte quelle dei servizi di scorta: in tutto sono 90, tra parlamentari e uomini di governo, più 21 tra sindaci e governatori regionali.
«Alcuni colleghi» racconta Monai «finiscono per avere l’auto blu dopo alcune minacce o presunte tali, arrivate in seguito a decisioni politiche discutibili: penso a Domenico Scilipoti e Antonio Razzi, ex dell’Idv che sono passati con la maggioranza».
La casta non può fare a meno nemmeno dei voli blu, quelli effettuati con aerei di Stato: nell’ultima legislatura, rispetto a quella del governo Prodi, le ore di volo di ministri e sottosegretari sono cresciute del 154 per cento.
«Mi hanno raccontato pure che i deputati chiedono un passaggio a qualche imprenditore che possiede un aereo privato», dice il deputato: «Questa è una delle cose più deprecabili, perchè non bisogna mai essere ricattabili».
Ma tant’è, la vita della casta è una vita a scrocco. Ci si fa l’abitudine.
Il nostro Virgilio ci mostra la tessera del Coni, che dà accesso a quasi tutte le manifestazioni sportive. «Quando ero consigliere in Friuli, se volevi assistere ai match dell’Udinese o della Triestina bastava segnalare i desiderata alla società , che hanno interesse a mantenere buoni i rapporti con la politica. Il posto è assicurato».
In tribuna vip, naturalmente.
I parlamentari possono usufruire anche di uno sconto per il Teatro dell’Opera di Roma e in alcuni musei, mentre a Trieste il nostro peone aveva sempre a disposizione un palchetto al Teatro Verdi.
I vantaggi non sono un’esclusiva romana.
A Milano i consiglieri comunali possono chiedere il rimborso di pranzi di lavoro (e se mangiano in Consiglio, una cena gli costa 1,81 euro), hanno diritto a biglietti gratis per San Siro (partite o concerti), e due palchi riservati alla Scala per gli appassionati di lirica.
Mentre i consiglieri regionali del Piemonte godono ancora dell’autocertificazione per fantomatici impegni durante sabati, domeniche e festivi: si può intascare il gettone di presenza (122,5 euro) anche in quei giorni di riposo, a patto che dicano (senza pezze d’appoggio) di aver partecipato a convegni ed eventi.
In Sicilia e Campania la lista dei privilegi comprende di tutto.
All’Ars dell’isola le missioni all’estero sono la norma, non l’eccezione (un deputato regionale, Giuseppe Gennuso, nel 2009 ha trascorso quasi tre giorni su quattro fuori dell’Assemblea), mentre fino a pochi mesi fa anche coloro che avevano finito il mandato continuavano a prendere un “aggiornamento professionale” di 6.400 euro annui.
E se un deputato regionale morisse avrebbe diritto a un sussidio di 5 mila euro per le esequie.
Anche nella indebitatissima Campania s’è sfiorato il ridicolo.
Lo scorso novembre una delibera è stata revocata prima che creasse una rivolta popolare: prevedeva che ogni consigliere potesse avere in ufficio televisione, tre poltrone in pelle, telepass e a scelta un computer fisso, un portatile o l’iPad.
Il frigobar era invece appannaggio solo di presidenti, vice e capogruppo.
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)
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Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile
TRA I SINGOLI PARTITI PD AL 28%, PDL AL 27,5%, LEGA AL 9%, SEL E UDC AL 6,5%, IDV AL 5,5%, FLI AL 3,5%
Appena sfornato di fresco, ecco il nuovo sondaggio realizzato da Ipr per il Tg3 che vede un
minimo recupero del centrodestra nel suo complesso (+0,5%) rispetto alla coalizione di centrosinistra (-0,5%), ma che non incide molto nel distacco tra le due forze politiche.
Il centrodestra vede un Pdl al 27,5% che recupera uno 0,5% a scapito però della Lega che scende al 9%.
Le altre forze di centrodestra incassano un 2,5% per un totale di coalizione del 39%.
Il centrosinistra vede calare dello 0,5% il Pd che si attesta al 28%, salire della stessa percentuale l’Idv che raggiunge il 5,5%, rimane invariato Sel al 6,5%.
Tra Verdi, Radicali e Psi la coalizione raccoglie un altro 3% e complessivamente raggiunge quota 43%, mantenendo 4 punti di vantaggio sul centrodestra.
Veniamo al Terzo Polo: Fli è stabile al 3,5%, l’Udc perde lo 0,5% e arriva al 6,5%, l’Api è l’Mpa raggiungono insieme il 2%.
Il totale del Terzo Polo è pertanto del 12%, in leggero calo.
Rimangono fuori da queste coalizioni la Federazione della sinistra con l’1,5%, il Movimento Cinque Stelle con il 2,5% e altri con il 2%.
Piccoli spostamenti che però non incidono nella tendenza definita da qualche tempo e che vede in calo le forze di centrodestra.
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