Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
IL CENTRO DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE DI ROMA AL CENTRO DI UNA VISITA DEI PARLAMENTARI DI OPPOSIZIONE…DA TEMPO IL REGIME BOSSI-MARONI AVEVA VIETATO L’INGRESSO AI GIORNALISTI COME IN SUDAMERICA… DETENUTI PER 18 MESI SENZA AVER COMMESSO ALCUN REATO
Una ragione grave ha indotto un gruppo di senatori e deputati (tutti di opposizione) ad andare a Ponte Galeria, il cosiddetto Centro di Identificazione e di espulsione di Roma, ovvero la prigione di immigrati e profughi catturati a caso, rinchiusi a caso, detenuti senza spiegazioni, senza ragioni e senza capire.
Lo stesso giorno, il 25 luglio, altri deputati e altri senator si sono presentati ai Cie in tutta Italia.
È accaduto che il governo Bossi-Maroni (al momento ancora formalmente presieduto da Berlusconi) abbia appena stabilito, in modo del tutto arbitrario e mentre tutto accade, nel mondo e in Italia, tranne che un’emergenza immigrati, che la detenzione cieca, che era di sei mesi, sia adesso improvvisamente diventata una detenzione cieca di un anno e mezzo.
Ho scritto “cieca” perchè niente è chiaro o spiegato o documentato in questa brutta storia.
Per essere sicuro che resti cieca, il governo Bossi-Maroni ha deciso, contro la Costituzione, di vietare l’ingresso ai giornalisti, impedendo dunque qualunque informazione per i cittadini e per l’opinione pubblica internazionale.
Il 25 luglio a Roma c’erano il presidente dell’Ordine dei giornalisti, C’era il segretario della Federazione della stampa. C’erano televisioni e decine di colleghi giornalisti. Dal tetto di uno degli edifici-prigione alcuni detenuti ribelli chiedevano di incontrare i giornalisti e di parlare.
Per la stampa non è entrato nessuno.
E purtroppo nessun giornale o Tv (breve eccezione, il Tg3) ha condiviso la protesta o almeno dato spazio a questa notizia non insignificante.
Siamo entrati noi, i deputati e senatori, e abbiamo incontrato gente disperata in un carcere costruito con mura altissime, sbarre da massima sicurezza, impianti da grave e pericolosa emergenza.
Intorno, con la funzione umiliante dei carcerieri, soldati italiani in divisa da guerra, con l’identificazione tricolore sul braccio, qualcosa che i prigionieri, che sono tutti giovani e prima o poi ritorneranno nel mondo, non dimenticheranno.
Dentro funzionari e agenti di polizia, prigionieri a loro volta di una folle invenzione, a cui è stato imposto, nonostante la ben diversa professionalità di fare i sorveglianti, di qua dalle sbarre altissime, che tengono a bada prigionieri che non hanno commesso alcun reato.
Tutto è folle qui, dalla violazione dei più elementari diritti garantiti dai trattati che l’Italia ha firmato, allo sfregio della nostra Costituzione.
Tutto, tranne il dolore e il senso di assurdo che viene dal non sapere il perchè (l’arresto) e quando (la liberazione).
Le mani si protendevano dietro le sbarre e noi le abbiamo strette facendo promesse che, da minoranza nelle Camere, non potremo mantenere.
Due cose però accadranno.
I giornalisti non smetteranno di rivendicare il loro diritto (e avranno tutto il nostro sostegno e il sostegno di molti cittadini).
E costituiremo, sul modello proposto dai Radicali, un gruppo di giuristi e avvocati per affrontare questo grave problema legale e morale che infetta e degrada la vita italiana.
Furio Colombo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
QUEL CHE BERSANI NON HA SCRITTO
Il Pd ha questo di buono: della sua questione morale per lo meno ne parla. 
Bersani ha affrontato il problema con la lettera pubblicata dal Corriere della Sera . Che contiene due elementi apprezzabili.
Il primo è l’ammissione che la «diversità genetica» non esiste più.
Gli iscritti al Pd non sono vaccinati dalla loro storia o dai loro ideali contro la tentazione di rubare.
Bersani dice che il Pd aspira piuttosto a una «diversità politica».
Ed elenca molte misure certamente utili per ridurre il rischio che i politici – i suoi e gli altri – rubino.
Tra queste una legge, del resto prevista in Costituzione, che regolamenti la vita dei partiti condizionando i generosi finanziamenti dello Stato al rispetto di regole interne di trasparenza.
Bisognerebbe anzi prevedere, come nel calcio, la responsabilità oggettiva: chi sgarra perde i soldi pubblici.
Detto questo, Bersani si ferma ben al di qua di ciò che servirebbe per restituire al Pd l’onore politico compromesso dai casi Penati, Pronzato e Tedesco.
Nella sua lettera manca infatti ogni accenno autocritico.
Che ci vuole ad ammettere, per esempio, che un dirigente del Pd nel consiglio di amministrazione dell’Enac non doveva proprio starci?
Non è così che si separa «la politica dalla gestione», come il Pd spesso auspica?
Se si dà a un politico il potere di assegnare una tratta aerea gli si regala anche un potere discrezionale che sarà fatalmente tentato di sfruttare.
E non sono forse migliaia gli enti e le aziende pubbliche i cui cda esistono al solo scopo di assicurare poltrone e affari ai partiti?
Secondo punto. Non si può criticare il Pd perchè alcuni suoi senatori si sono rifiutati di avallare il teorema per cui Tedesco, che non fu arrestato quando era un «semplice» assessore di Vendola, meriti ora la privazione della libertà perchè da parlamentare può delinquere più facilmente (tesi sostenuta dai magistrati).
Ma il Pd ha la colpa di aver portato in parlamento Tedesco proprio perchè era inquisito, con la «furbata» di eleggere a Strasburgo chi lo precedeva in lista, promuovendolo così da primo dei non eletti a eletto dotato di «scudo».
Infine il caso Penati, il più scabroso per Bersani, poichè ne era il braccio destro.
Si capisce che il segretario del Pd non voglia entrare nel merito delle accuse penali. Ma la pietra dello scandalo è la spericolata operazione con cui la Provincia di Milano guidata da Penati comprò azioni di una società autostradale, peraltro già a maggioranza di capitale pubblico.
Bersani potrebbe almeno dire che quell’affare fu un errore, frutto dell’ipertrofia, se non peggio, di una politica che invece di privatizzare acquista fette di aziende, gioca a Monopoli e fa scambi impropri con le imprese usando il denaro dei contribuenti?
Moralizzare davvero vuol dire espellere la politica dalla gestione degli affari e dell’economia.
Fare del moralismo è invece lisciare il pelo ai pasdaran dell’antipolitica, come il Pd ha fin qui spesso fatto nella speranza – ha scritto Marco Follini – di «esserne risparmiato in ragione di un minor vizio: soluzione ingenua senza essere del tutto innocente».
Il trucchetto, come si vede in questi giorni, non funziona più.
Non resta che fare sul serio.
Antonio Polito
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 28th, 2011 Riccardo Fucile
VERSATI 2,4 MILIONI DI EURO PER CONSULENZE FITTIZIE…PER I PM ERA UNA FORMA DI FINANZIAMENTO AI DS
Il “sisitema Sesto” è un po’ come il vaso di Pandora: ovunque ti giri, spuntano tangenti.
Non tutte chiare, non tutte destinate all’ex sindaco di Sesto San Giovanni Filippo Penati e soprattutto non tutte servite per finanziare le attività politiche dei Ds tra la provincia e Milano.
L’ultima traccia scoperta dagli inquirenti porta infatti ben oltre i confini della Lombardia anche se si dissolve tra i Lidi di Ravenna e le campagne di Modena.
E’ qui infatti che, inspiegabilmente, finiscono 2 milioni e 400 mila euro versati dall’imprenditore edile ed esponente del centrodestra Giuseppe Pasini a due società indicate dalle cooperative rosse di Bologna: la Fingest di Modena e la Aesse di Ravenna.
Secondo il materiale raccolto dagli inquirenti monzesi, i pm Walter Mapelli e Franca Macchia, il passaggio di denaro, avvenuto nel 2002 in almeno 4 tranches da 619 mila euro ciascuna, non ha infatti una spiegazione plausibile, visto che le fatture emesse a fronte dei pagamenti di Pasini parlano di contratti per lavori inesistenti.
Generiche consulenze per l’estero che poco sarebbero servite in quel periodo a Pasini, in lotta per ottenere dal comune di Sesto San Giovanni una deroga al Prg che gli consentisse di avere un aumento volumetrico sulle costruzioni da realizzare nell’area ex Falk.
Secondo le accuse, ad indicare a Pasini le due società , i cui titolari, Francesco Aniello (avvocato siciliano) e Giampaolo Salami (professionista ravennate) erano legati al Consorzio Cooperative Costruzioni, sarebbe stato Omer Degli Espositi, il 63enne vicepresidente della Ccc ora indagato (insieme ai due consulenti) per concorso in concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti.
Pasini ai pm avrebbe spiegato che dopo aver acquistato l’area Falk per 380 miliardi di lire arrivò a un accordo con Penati per non subire intralci burocratici che prevedeva il versamento di una tangente complessiva di 20 miliardi di lire, in pratica il 5 per cento sul valore dell’area.
Una cifra che l’imprenditore, ora consigliere comunale del centrodestra, si sarebbe impegnato a versare in diverse modalità : 4 miliardi di lire subito (si parla del 2002) aprendo un conto in Lussemburgo che servì in gran parte per rifondere una parte dei finanziamenti a Penati ricevuti dall’imprenditore dei trasporti e Grande Accusatore, Piero Di Caterina.
In pratica con quei soldi, Pasini consentì all’allora sindaco di Sesto di iniziare a far fronte ai suoi debiti con Di Caterina, tenendo per sè, o meglio per le spese della sua struttura politica, “solo” 500 milioni di lire, che vennero prelevati in Svizzera dal suo braccio destro Giordano Vimercati.
Esistono le contabili bancarie e i numeri di conto corrente forniti dagli stessi imprenditori che non lasciano spazio a molti dubbi.
Un’altra parte dell’accordo tra Pasini e Penati, almeno secondo l’imprenditore, avrebbe previsto invece l’intervento della Ccc di Bologna per l’appalto di alcuni lavori nell’area.
Infine, il versamento di quei famosi 2 milioni e 400 mila euro alle due piccole società di consulenza di Modena e Ravenna.
Che fine hanno fatto quei soldi? A chi erano destinati veramente?
Il sospetto degli investigatori, anche in questo caso, è che si sia trattato di un pagamento per i vertici nazionali del partito di Penati dell’epoca, ovvero i Ds.
Ieri intanto i magistrati di Monza hanno interrogato un altro indagato, Antonio Princiotta, segretario generale prima del comune di Sesto e poi della Provincia sempre con Penati.
Accompagnato dal suo legale, l’avvocato Luca Giuliante (lo stesso di Lele Mora, nonchè tesoriere del Pdl lombardo), Princiotta è stato ascoltato per un paio d’ore. Secondo Di Caterina, il burocrate vicino a Penati avrebbe ricevuto la promessa e il versamento di 100 mila euro (in tranche da 2000 euro ciascuna, l’ultima nel 2008) per stendere la delibera della Provincia, firmata da Penati il 9 gennaio del 2009, che risolvesse il contenzioso dell’imprenditore con l’Atm di Elio Catania, obbligando l’azienda dei trasporti milanesi a versare alla Caronte 12 milioni di euro dovuti dagli introiti dei biglietti.
Crediti tutt’ora vantati da Di Caterina, visto che l’esecutività della delibera è stata poi bloccata dalla nuova giunta di Podestà .
Princiotta ha negato le accuse, sostenendo in pratica che Di Caterina sarebbe impazzito.
Ma come si sa, talvolta la verità è patrimonio dei folli.
E qui il manicomio è appena cominciato.
Paolo Colonnello
(da “La Stampa“)
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Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
I NOBILI PRECEDENTI DELL’APOLOGETA IN CAMICIA VERDE DEL RAZZISMO E DELLA PEDOFILIA…CHISSA’ COME MAI LA LEGA NON PUO’ PERMETTERSI DI ESPELLERLO COME FAREBBE QUALSIASI PARTITO CIVILE
La Stampa, 22.02.1979
In carcere per bancarotta un assessore di Cuorgnè, Giovanni Jaria, e due avvocati
Truffe e strane operazioni finanziarie che hanno per sfondo la fantomatica cooperativa «Aurora» di Borgaro continuano a interessare la magistratura che sta indagando su fatti e misfatti di questa società in cui parecchia gente in buona fede ci ha rimesso i risparmi credendo di poter un giorno diventare proprietaria di un alloggio.
Ieri il giudice istruttore Accordon ha emesso sei mandati; di cattura eseguiti dai carabinieri del reparto operativo.
Sono stati arrestati due avvocati. Veniero Frullano di 50 anni e Mario Borghezio, 32 anni, un assessore di Cuorgnè, Giovanni Jaria, impresario e personaggio pubblico piuttosto «chiacchierato» tanto da essere espulso dal partito socialista in cui militava attivamente. (…)
(…) Esaminando i libri contabili della fallita cooperativa «Aurora» sarebbe emerso che un «buco» di 90 milioni avrebbe avuto la copertura fasulla di fatture emesse dallo Jaria, o meglio dall’impresa «Ice» di cui Jaria era amministratore.
Perchè? L’ Ammassari, factotum della «Aurora», con quelle fatture fittizie avrebbe dimostrato ai soci che la contabilità societaria era perfetta e che i lavori sarebbero cominciati presto.
Tanto è vero che sarebbe riuscito grazie a quelle «credenziali» a far versare altre somme ai soci, soldi finiti poi non si sa bene dove. L’«operazione fatture» sarebbe un’iniziativa dell’Ammassari, conclusa con l’aiuto degli avvocati Borghezio e Frullano che gli avrebbero presentato Giovanni Jaria.
La Stampa, 23.02.1979
Dietro i raggiri della falsa cooperativa l’ombra del delitto di Vauda Canavese?
Tra i cocci della cooperativa «Aurora» di Borgaro. dichiarata fallita nell’autunno scorso, c’è di tutto: truffa, falsi in contabilità , raggiri, «buchi» per decine di milioni, bilanci fasulli, un’estorsione e, domani, forse, la spiegazione di un delitto che pareva destinato alla polvere degli archivi.
Vediamo di riassumere gli ultimi sviluppi della complessa vicenda.
Tra ieri e martedì notte il giudice istruttore Accordon ha interrogato le persone arrestate; gli avvocati civilisti Venicro Frullano e Mario Borghezio; l’impresario ed assessore di Cuorgnè Giovanni Iaria; il suo socio Luigi De Stefano e un commerciante di Vimodrone (Milano), Giovanni Tornaghi, 47 anni.
Costui, in concorso con Alfredo Luca, 50 anni, radiotecnico di Milano, avrebbe tentato un’estorsione a due non meglio specificati soci della «Aurora».
Come? Cercando di farsi consegnare un paio di brillanti del valore di 10 milioni e offrendo in cambio il silenzio sull’imbroglio che Gian Maria Massari farmacista di Borgaro e factotum della cooperativa, ed i suoi più stretti collaboratori, andavano tessendo alle spalle dei «soci». (…)
E c’è di più: da questa fitta ragnatela dovrebbero venire fuori i nomi e le ragioni di un delitto commesso presso Vauda Canavese il 30 agosto scorso.
Quella sera, due contadini scorsero nelle vicinanze di un loro vigneto affiorare dal terreno il braccio di un cadavere sepolto da poco.
La fossa, scavata qualche ora prima, conteneva il corpo di Loris Silvestri, ex cuoco, «giustiziato» con due colpi di pistola alla testa.
C’è il sospetto che il Silvestri avesse ficcato il naso troppo a fondo proprio nelle attività delle società fantasma che pullulavano nella zona, minacciando forse di parlare.
Da qui l’ordine di farlo tacere per sempre.
Esistono collegaimenti tra le indagini che sta svolgendo il magistrato sulla cooperativa di Borgaro. e varie «affiliate», e il delitto di Vauda (la pratica è pure nelle mani del giudice Accordon?)
Lo si saprà forse tra pochi giorni.
La Stampa, 03.05.1980
La cooperativa-truffa a Borgaro Rinviate a giudizio 11 persone
La truffa ai danni di persone che sono alla ricerca di una casa sta diventando sempre più frequente.
Un esempio viene dalla cooperativa fantasma «Aurora», di Borgaro. costituitasi nel marzo del ’77 e dichiarata fallita nel gennaio del ’79.
I soci avevano nel frattempo versato oltre alle 50 mila lire di capitale sociale e alle 250 mila, a titolo di fondo spese, quote pari al 10 per cento del valore degli alloggi vale a dire, dai 2 al 2 milioni e mezzo di lire ciascuno.
Al centro della vicenda, nata da una denuncia dell’ottobre ’78, e i successivi esposti dei soci che avevano ormai intuito la truffa ordita ai loro danni, un gruppo di spregiudicati professionisti, in questi giorni il giudice istruttore Acordon ha chiuso l’inchiesta, chiedendo il rinvio a giudizio davanti al tribunale per undici persone.
Tutte devono rispondere di associazione per delinquere e concorso nella truffa.
Sono: Giuseppe De Vita, 37 anni, ex postino e vicesindaco di Borgaro, socialista come Gian Maria Ammassari, 35 anni, che abbandonò la gestione della farmacia nel paese per darsi alla politica (era segretario del psi della locale sezione) e agli affari; (…) Maria Luisa Aime, 25 anni, di Leinì, impiegata, socia e consigliere d’amministrazione, grazie alla sua amicizia con il farmacista; (…) l’imprenditore edile Giovanni Iaria, 33 anni, che secondo l’accusa forni fatture «di comodo» per un importo di 91 milioni, a titolo di spese per materiale edilizio mai consegnato; gli avvocati Veniero Frullano e Mario Borghezio, che dovevano assistere come legali gli amministratori e parteciparono invece agli utili dell’impresa truffaldina; (…)
Il via alla cooperativa-truffa risale all’inizio del ’77.
Il progetto è allettante: 150 alloggi da tre a cinque vani, prezzi vantaggiosi. L’iniziativa viene sponsorizzata dalla locale sezione socialista (segretario Ammassari, il farmacista) e dal vicesindaco De Vita, intraprendente e conosciuto. I guai cominciano quando i soci, che nel frattempo hanno versato il 10 per cento del valore degli alloggi, chiedono informazioni più precise sull’ubicazione del terreno e sulla concessione da. parte del Comune dell’autorizzazione a costruire.
La verità viene a galla in consiglio comunale quando il sindaco Sola, rispondendo all’interrogazione di un esponente della Democrazia Cristiana, in minoranza nel Comune, rivela che il terreno dell’«Aurora» non esiste. Poi va dal pretore di Ciriè Di Palma che fa partire l’inchiesta.
La Stampa, 18.12.1993
«On. Borghezio, lasci l’Antimafia»
Il caso della cooperativa socialista «Aurora» di Borgaro coinvolge nuovamente Mario Borghezio, oggi deputato e capogruppo della Lega Nord nella Commissione parlamentare antimafia.
Il senatore e il deputato dei Verdi Emilio Molinari e Massimo Scalia e il senatore della Rete Carmine Mancuso, in una lettera, hanno domandato al presidente della commisione Luciano Violante, pidiessino, se il comportamento di Borghezio nella bancarotta della Cooperativa Aurora (e nell’ammanco di 90 milioni) sia compatibile con il suo attuale incarico di commissario dell’Antimafia.
Tanto più che il tribunale condannò assieme a lui (e ad un’altra dozzina di persone) «tal Giovanni Iaria, indagato per legami con la mafia calabrese». (…)
In altre parole i due senatori Verdi e il deputato della Rete sollecitano il presidente dell’Antimafia ad invitare Borghezio a dimettersi.
Ma il deputato della Lega risponde picche: «E’ curioso che questa faccenda ritorni a galla alla vigilia dello scioglimento delle Camere».
Contrattacca: «Siamo di fronte a una chiara manovra anti-Lega, orchestrata per far riemergere quella vecchia storia».
Una storia di ammanchi (dalla cooperativa sparirono 90 milioni) e una «bancarotta fraudolenta» che parevano dimenticati.
Anche perchè, dopo la condanna (due anni) pronunciata dal tribunale nell’84 e confermata in corte d’appello nell’86, la Suprema Corte annullò le sentenze per vizio di forma: i due dibattimenti, a giudizio della Cassazione, si erano tenuti nonostante che il fallimento della cooperativa fosse stato impugnato, quindi non esecutivo.
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Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA CITA LA COSTITUZIONE, ROMA CAPITALE E RICORDA L’ART 5 DELLA CARTA…BERLUSCONI PER NON RISCHIARE LA GALERA E’ COMPLICE DI CHI USA IL TRICOLORE COME CARTA IGIENICA
“Napolitano vuol far saltare la tregua siglata con la Lega”.
Il Cavaliere è nero.
L’iniziativa istituzionale del presidente della Repubblica gli ha fatto saltare i nervi, rendendogli ancora più buia una giornata già funestata dal pagamento di 564 milioni alla Cir. e dalla nuova debacle della maggioranza alla Camera.
“Attenzione e rispetto”, secondo Paolo Bonaiuti, sarebbero state le reazioni di palazzo Chigi alla lettera di Napolitano.
“Quello dei ministeri al Nord è un problema superabile”, assicura un altro stretto collaboratore del premier dopo il vertice serale a casa del Cavaliere.
In realtà il capo dello Stato è andato a toccare il punto più sensibile del governo, il difficile equilibrio raggiunto nei giorni scorsi da Berlusconi con il Carroccio dopo il trauma e lo strappo dell’arresto di Alfonso Papa.
È questo la ragione per cui il Cavaliere adesso è preoccupato.
Da una parte la Lega, attraverso Maroni, gli ha già fatto sapere che non accetterà di fare marcia indietro sui ministeri a villa Reale.
Dall’altra il Quirinale si aspetta già oggi una risposta “scritta” ai rilievi giuridici, istituzionali e politici sollevati da Napolitano nella sua lettera.
E Berlusconi dovrà fare i salti mortali per non scontentare nessuno, per dire che i ministeri al Nord sono solo una targa appesa a una porta, senza tuttavia far scattare la rabbia della Lega.
Ma il capo dello Stato si aspetta una risposta seria, all’altezza delle questioni sollevate. Per iscritto nella lettera e a voce con Gianni Letta.
Perchè Napolitano lo ha detto chiaramente a palazzo Chigi, quella mossa di aprire “sedi distaccate di rappresentanza operativa” al Nord (ma anche al Sud, come hanno già annunciato di voler fare ministri e persino sottosegretari) è un non-senso giuridico, va contro la Costituzione e contro le leggi esistenti, a partire da quella su Roma capitale.
E dire che, prima di arrivare alla decisione di spedire la sua missiva, Napolitano le aveva tentate tutte per bloccare l’iniziativa.
In privato, con Umberto Bossi. E anche in pubblico. A metà giugno, per chi avesse voluto intendere, a Verona c’era stato quel richiamo forte all’articolo 5 della Costituzione, quello sull’Italia “una e indivisibile”.
Ancora più esplicitamente, qualche settimana prima di Pontida, si era schierato contro il decentramento del governo perchè “ci sono delle funzioni che non possono essere frammentate”.
E invece niente, Bossi ha insistito e Berlusconi si è piegato.
Oltretutto dando vita a un pasticcio giuridico.
Con alcuni ministri che si sono autostabiliti per decreto il nuovo ufficio, altri che l’hanno aperto senza nemmeno quella pezza d’appoggio.
Un sotterfugio insomma, una decisione presa aggirando la legge.
Insomma, in attesa dei chiarimenti, fra il Quirinale e palazzo Chigi è sceso il gelo.
E a farne le spese è stato Francesco Nitto Palma, il Guardasigilli in pectore, che dovrà adesso attendere ancora prima di poter essere “presentato” ufficialmente al capo dello Stato.
Anzi, nel Pdl c’è già chi affaccia l’ipotesi di cambiare cavallo, ipotizzando una freddezza di Napolitano sull’ex pm amico di Cesare Previti.
Ma, almeno su questo, Berlusconi è deciso a tirare dritto.
“Non possiamo farci commissariare dal capo dello Stato”, ha ripetuto a chi sollevava questa obiezione.
La questione di Nitto Palma s’intreccia con la possibile nomina di un altro ministro, quello delle Politiche comunitarie.
Il premier ha promesso quella poltrona ad Anna Maria Bernini, ma ancora esita, ha paura di sottoporre anche questa richiesta a Napolitano.
“Non vorrei – è il timore espresso dal Cavaliere durante la riunione a via del Plebiscito – che pretendesse un’altra verifica, come quella che ci ha fatto fare in Parlamento dopo l’ingresso di Saverio Romano al governo”.
In ogni caso la scelta ormai è fatta, anche se dentro la componente forzista la Bernini incontra molta ostilità .
Quel posto infatti fa gola a molti sottosegretari.
Così, per non scontentare nessuno, il premier ha chiesto a Ignazio La Russa di andare a dire in giro che la Bernini è in quota An (dunque sarebbe stato La Russa a spingere per lei) e servirebbe a riequilibrare la nomina al governo di un forzista come Nitto Palma.
Sono questi i mille rovelli del Cavaliere, la ragione per cui Lino Banfi l’ha trovato “abbattuto”.
“Sai – ha confidato sconsolato ieri a un amico – quando hanno visto che ero liquido, che potevo pagare De Benedetti, anche i dipendenti del personale di servizio ad Arcore mi hanno tutti chiesto l’aumento”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
CRESCE IL MALUMORE NEL PARTITO DEL PREMIER, MA ANCHE NELLA LEGA EMERGONO DUBBI SULLA SCELTA…LA BERNINI VERSO LE POLITICHE COMUNITARIE
Musi lunghissimi nel Pdl. 
Tra i tanti che, in questi tre anni di legislatura, si sono occupati tutti i giorni di giustizia.
Sorpresa, meraviglia, sconcerto, e alla fine, soprattutto per alcuni, anche fastidio. All’insegna di un “… ma Nitto Palma chi?”.
Le impressioni non cambiano se si passa tra i banchi della Lega.
Dove più di un deputato racconta – non per averlo sentito dire, ma per testimonianza diretta – delle liti, praticamente quotidiane, tra lo spigoloso e altezzoso Francesco Nitto Palma e il ministro dell’Interno Bobo Maroni.
Il Carroccio, dicono gli uomini più vicini al Cavaliere, sarebbe “indifferente” a questa nomina. La verità è che di un Nitto Palma Guardasigilli, dopo che fino al giorno prima è stato sottosegretario al Viminale, avrebbero fatto volentieri a meno.
È un fatto.
Dopo un mese di tam tam sui possibili candidati-aspiranti allo scranno che fu di Palmiro Togliatti adesso si può cogliere, passeggiando in Transatlantico, un senso di delusione.
Tra chi avrebbe potuto avere quel posto prevale, ufficialmente, il savoir faire e l’undestatement. Nessuna dichiarazione. Molti mugugni.
In tubino di sangallo bianco fatale tace Anna Maria Bernini, candidata ormai alle Politiche comunitarie, tant’è che un collega ci scherza e le dice “ma lo sai che in Europa il bianco non va?”.
È silente Donato Bruno, il presidente della commissione Affari costituzionali, che è stato a un passo dall’aggiudicarsi la poltrona di Alfano.
Parlano gli altri, molti deputati basiti da questa scelta.
Che in coro dicono: “Ma è vero? È proprio lui? Uno che per tre anni è stato del tutto assente dal dibattito sulla giustizia? Uno che non ha difeso una sola delle leggi per Berlusconi? Uno che s’è preso il posto di sottosegretario e poi è sparito?”.
Eh già . Ma proprio questo è, adesso, uno dei “meriti” portanti di Nitto Palma.
Ecco come ne descrive le doti, dal suo punto di vista ovviamente, uno degli uomini più vicini a Berlusconi che ha lavorato per questa soluzione: “Innanzitutto non è un ministro. E questo non può che far piacere al Quirinale che nell’ultimo incontro con il presidente del Consiglio aveva chiesto di evitare un giro di valzer che somigliasse troppo a un rimpasto. È un parlamentare. E anche questo aveva chiesto il Colle tracciando un possibile identikit. Ha un buon rapporto con Ghedini. Che lo stima. E col quale potrà discutere serenamente. In questi anni non ha fatto o detto nulla che ha poi generato tensioni e scontri. È un magistrato, ma di quelli con le idee che piacciono a Berlusconi. Si batterà per la separazione delle carriere e del Csm, e sarà importante che a farlo non sia un avvocato o un politico, ma uno che per mestiere porta la toga”. Di Nitto Palma si vuol fare il grimaldello per scatenare contraddizioni tra i magistrati. I quali potrebbero d’ora in avanti avere incertezze prima di pensare a uno sciopero.
I dubbi e la delusione di tanti parlamentari del Pdl che adesso si sentono scavalcati?
A via del Plebiscito lasciano intendere che, alla fin fine, questo potrebbe anche essere un “ministero breve”, inteso di breve durata, e che molti altri non sarebbero stati disponibili per questo incarico.
Nitto Palma, invece, non ha nulla da perdere.
E guadagnerà un ritratto ad olio nel corridoio del secondo piano del ministero, giusto davanti al suo prossimo ufficio.
Man mano che il pomeriggio corre, si fa avanti un’altra notazione tra i berlusconiani di casa a palazzo Grazioli.
Questa: “Avete visto? Stiamo mettendo in imbarazzo il Pd e tutta l’opposizione. Di fronte al nome di Nitto Palma non parla nessuno. Loro, di solito così pronti all’aggressione, questa volta se ne stanno zitti. Incastrati. Contro di lui non c’è una sola dichiarazione contraria. Semplice, ha un curriculum impeccabile. Non ha macchie. Solo boatos. Non sarà facile aggredirlo e lavorare contro questo Guardasigilli”.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
CONSIDERATO COME “L’AMICO DI PREVITI” PER AVER CERCATO DI FAR PASSARE UN EMENDAMENTO PER CONGELARE I PROCESSI DEI PARLAMENTARI…CHIESE L’ARCHIVIAZIONE PER L’INCHIESTA SU GLADIO E SI PRODIGO’ PER LA LEGGE CIRIELLI…ULTIMAMENTE SI ERA BATTUTO CONTRO LA RIDUZIONE DEGLI STIPENDI AI PARLAMENTARI
Se un merito ce l’ha, Francesco Nitto Palma, agli occhi di Berlusconi, è di essere un candidato doc, di provenienza certificata.
Tutti nel Pdl se lo ricordano infatti così: «Ah, sì… l’amico di Previti!».
E in effetti alla battaglia per salvare Previti dalla galera Nitto Palma si dedicò strenuamente in passato, cercando di far approvare un emendamento che avrebbe congelato i processi di tutti i parlamentari fino alla fine del mandato.
Un super Lodo Alfano ante litteram.
Del resto questo ex pm folgorato da Berlusconi ha sempre coltivato l’hobby di intralciare il lavoro della magistratura inquirente, s’intende solo quando le inchieste andavano a toccare i politici del centrodestra.
Nel ’94, primo governo Berlusconi, era Nitto Palma il vice capo di gabinetto di Biondi, il ministro del decreto “salva-ladri”.
A via Arenula s’innamora e sposa (poi si separeranno) Elvira Dinacci, la figlia del potente capo degli ispettori che andavano a rivoltare le scrivanie dei pm di Mani Pulite.
Anche in passato, da sostituto procuratore, più che per i risultati delle sue inchieste sul terrorismo (condotte insieme a Franco Ionta, anch’egli passato al ministero come direttore delle carceri), Nitto Palma viene ricordato per aver stoppato dei colleghi.
Nei primi anni Novanta due giovani e coraggiosi pm di Padova, Dini e Roberti, indagano sull’organizzazione clandestina anti-comunista Gladio.
Riempiono migliaia di pagine di istruttoria, che poi verrà loro sottratta e spedita a Roma, nel porto delle nebbie.
Il colmo è che Roberti si troverà persino indagato per rivelazione di notizie segrete da due pm della Capitale.
Chi erano? Proprio Nitto Palma e Ionta, gli stessi che chiederanno l’archiviazione dell’inchiesta Gladio ritenendo la struttura segreta del tutto «legittima».
Nitto Palma, ormai parlamentare di lungo corso, si prodigò anche per l’approvazione della legge-Cirielli (ribattezzata Salva-Previti).
Ma l’ultima battaglia che si ricorda di lui in Senato fu quella del 2007 contro la riduzione dello stipendio degli onorevoli: «È un grave errore – tuonò – andare incontro alla demagogia dell’antipolitica».
Chissà se oggi lo direbbe ancora.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
HA UNA FURIA SOCIALE E POLITICA… CERCA SEMPRE DI FAR CADERE I SUOI CRITICI NELLA TRAPPOLA DELLA STATURA FISICA
Pubblichiamo un brano della prefazione di Francesco Merlo al suo libro, “Brunetta, il
Fantuttone” in uscita in questi giorni per Aliberti (pag.135 – €.11)
Basta un accenno, diretto o indiretto, alla sua statura, basta pronunziare le parole “basso” o “piccolo” o soltanto dire che il progresso umano è dovuto allo sforzo dei piccoli proprio perchè insofferenti del poco spazio che occupano, e Brunetta tira fuori l’argomento che gli sta più a cuore: “Razzista” urla al telefono, “quello è razzista” racconta in tv e nei libri che scrive.
E qualche volta lo fa con ironia: “Dica la verità , lei mi trova ancora più piccolo che in televisione ?”.
Più spesso ricorre al tono stizzoso e bisbetico che lo ha reso famoso, “Come reagirebbe lei, se avesse un figlio al quale dicessero continuamente ‘nano, sei un nano’?”
Ma sempre si avverte, neppure tanto fuori scena, il compiacimento per il disagio sopportato, per le presunte umiliazioni subìte, per la grandine di dileggi e di sciagurate persecuzioni che si sarebbero abbattute sulla sua vita di piccolo ma ingombrante genio.
È la prova di una grande fragilità , prima ancora di un’ossessione?
È vero che la sua insistenza facilmente può far venire in mente l’idea — il luogo comune direi — che ci sia una voglia di risarcimento, anche fisico, oltre che psicologico e sociale, alla base delle sue sparate: “Avrei preso il Nobel per l’Economia se non avessi scelto di servire il mio Paese con la politica”.
E sono sicuramente materia di psicanalisi i mille insulti pronunziati non al bar ma nei convegni pomposi, nelle sedi istituzionali, da cattedre solenni e prestigiose: fannulloni, ignoranti, siete la peggiore Italia, vi prenderei a calci, la sinistra di merda…
Quel ridere che subito degenera in sghignazzata, il carattere rancoroso, il malanimo che si percepisce nei suoi sfoghi sempre violenti, esprimono davvero l’animoso bisogno di un risarcimento, la rabbia che cerca riscatto.
Sicuramente c’è qualcosa di andato a male.
Ma si tratta evidentemente di una furia sociale, culturale e politica. Quella della statura fisica è invece una trappola nella quale Brunetta cerca sempre di far cadere i suoi critici(…)
Quando ancora non era diventato ministro e la sua antropologia di agitatissimo fantuttone non si era così bene espressa, mi piacque molto il racconto che Brunetta faceva delle sue origini, la storia del padre che vendeva oggetti vari su una bancarella a Venezia, e di come lui, da ragazzo, lo aiutasse.
Insomma, i difficili inizi e la fame patita.
Vedevo nel socialmente basso che diventa socialmente alto una rottura, un ingorgo di impulsi, un eccesso di sollecitazioni, il punto debole trasformato in forza, l’elemento strategico di una personalità che ha dato scacco al destino.
Il modello vincente è Vittorio Gassman che entra al liceo timidissimo e addirittura balbuziente perchè ingolfato di pensieri e ne esce poeta e attore, tecnico della fonè: da tartagliatore a fine dicitore.
Ebbene ancora più sociale ed edificante è il salto dalla bancarella al governo del Paese. C’è infatti la prova che la democrazia funziona, e che anzi è proprio questo il bello della democrazia: l’ascensore sociale, la possibilità di farcela, la scalata dal bisogno al merito. Ma Brunetta ha sporcato tutto con l’astio, con il desiderio di “fargliela pagare”.
Non sogna che tutti i venditori ambulanti diventino ministri, ma che tutti i non ministri diventino venditori ambulanti.
Francesco Merlo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 27th, 2011 Riccardo Fucile
LA POLVERINI SPENDE 15 MILIONI DI EURO DI PUBBLICITA’ ATTRAVERSO AEREI ED ELICOTTERI ADDOBBATI CON LE ICONE DELLA REGIONE, MENTRE L’OSPEDALE SANTA LUCIA RISCHIA DI CHIUDERE…ANCHE FINI IERI IN VISITA ALLA STRUTTURA
Chissà cosa penseranno i pazienti, piccoli e grandi, ricoverati al Santa Lucia quando vedranno sfrecciare nei cieli della Capitale roboanti aerei o elicotteri addobbati con le icone della Regione Lazio.
I bimbi (quelli che saranno nelle condizioni di farlo) forse saluteranno con la manina.
Non sapranno che, per pubblicizzare il Colosseo o l`Agro Pontino, la presidente Polverini spende 15 milioni di curo in tre anni, cinque dei quali in soli tre mesi del 2011.
Eppure, quando uno dei migliori istituti in Italia per la riabilitazione neuromotoria (accreditato presso la Regione) chiuderà , forse anche quei pazienti si interrogheranno sulle scelte incomprensibili della politica laziale.
Lo farà sicuramente il giornalista Lamberto Sposini, ricoverato lì da qualche giorno dopo l`emorragia cerebrale che lo ha colpito a fine aprile pochi minuti prima di andare in onda.
Per volere della famiglia, l`istituto non diffonde bollettini medici, ma da quando è stato trasferito le sue condizioni sembrano migliorare.
La Fondazione Santa Lucia (che è anche un Ircss, Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) ha maturato un credito nei confronti della Regione Lazio di oltre 90 milioni di curo. Non solo colpa della Polverini, per carità , visto che tutto è cominciato con l`ex presidente Marrazzo.
Ma proprio lei, che in campagna elettorale si era spesa con tanto di maglietta per sostenere l`istituto, non solo non ha la minima intenzione di onorare quel debito, ma continua a tenere 2500 pazienti (la media annua dei ricoverati), 750 dipendenti e 450 studenti appesi alle commesse mensili.
La Regione eroga (“ma finora siamo stai pagati solo su protesta”, sottolinea il direttore generale, Luigi Amadio) tre milioni e 200 mila curo ogni mese, soldi che dovrebbero servire apagare i dipendenti, i fornitori e a garantire gli standard elevati di qualità (anche attraverso la ricerca scientifica) e che invece bastano a malapena per gli stipendi.
“Il livello delle prestazioni non è sceso e ci siamo impegnati a corrispondere con puntualità i salari – prosegue Amadio -, ma accumuliamo debiti con i fornitori. Per cui ogni mese quel credito di 90 milioni aumenta”.
E questo nonostante una quarantina di ricorsi al Tar e due decreti ingiuntivi del Tribunale di Roma (per sei milioni di curo).
Quando finalmente un giudice riuscirà a imporre il pagamento, il danno erariale per la Regione sarà tale che forse anche la Corte dei conti avrà qualcosa da ridire.
La governatrice, nel giugno scorso, ha annunciato al mondo di aver elargito al Santa Lucia 48 milioni di curo.
Se fosse vero, mancherebbero giusto i 15 spesi per la pubblicità a garantire al Santa Lucia la sopravvivenza annua.
Ma invece, secondo la Fondazione, non sono arrivati neanche quei 48: “La Regione ha corrisposto i tre milioni e 200 mila curo al mese in sette tranche, per un totale che supera di poco i 22 milioni”, fanno sapere dalla direzione.
Forse allora la presidente ha fatto una gran confusione, o non è stata bene informata: per il 2010 la Regione aveva proposto alla Fondazione un contratto di remunerazione di 51 milioni, a fronte dei 65 richiesti.
Un contratto che non è mai stato firmato dall`amministrazione.
Eppure per l`istituto si sono spesi anche tanti politici.
Oggi sarà la volta del presidente della Camera, Gianfranco Fini, che visiterà l`ospedale, ma in passato si sono interessati del-la sorte del centro il Campidoglio, la commissione Affari sociali di Montecitorio, quella parlamentare presieduta dal senatore Pd, Ignazio Marino, le opposizioni in consiglio regionale.
Rispondendo a un`interpellanza urgente della deputata udc Anna Teresa Formisano, il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, ha confermato di aver incontrato quattro volte la direzione del Santa Lucia e ha annunciato di individuato una soluzione condivisa.
Notizia confermata dal dottor Amadio che, pur non volendo entrare nel dettaglio, ha spiegato che si tenterà un convenzionamento extra budget regionale con l`Inail e con il ministero della Difesa.
Ma è chiaro che, fino a quando non si metterà tutto nero su bianco, tra i 325 posti letto dell`ospedale regna lo sconforto.
Chi vive a Roma dalle parti della sede della Regione Lazio ormai ci è abituato: una volta al mese incorre nelle proteste di pazienti in carrozzina, personale e amministrazione del Santa Lucia. Vanno a bussare alla porta della Polverini e della commissione Sanità .
Ma si vede che sbagliano giorno.
Forse la prossima volta, alzando gli occhi al cielo, potranno salutare la governatrice impegnata in qualche giro d`onore.
Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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