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GETTONI E STIPENDI A VUOTO: LE 500 SOCIETA’ FANTASMA GESTITE DA COMUNI E REGIONI

Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

BOOM DI SPA PUBBLICHE; 80.000 AMMINISTRATORI, COSTO DI 2,5 MILIARDI…LE PARTECIPATE SONO CRESCIUTE DELL’11%: SEDI LUSSUOSE, CDA DI PORTABORSE, TASSO ATTIVITA’ ZERO….ALL’ARSEA IN SICILIA IL DIRETTORE GUADAGNA 300.000 EURO PER NON FARE NULLA…A PAVULLO, NEL MODENESE, A FRONTE DI 17.000 ABITANTI CI SONO 12 SOCIETA’ PARTECIPATE

La sede è al quarto piano di un bel palazzo che si affaccia su via Etnea, la strada principale di Catania.
C’è un corridoio lungo il quale si aprono una, due, tre, quattro porte che nascondono uffici vuoti, scaffali privi di carte.
Dentro una delle stanze ronza un ventilatore preso in prestito.
Eccola qui, la tolda di comando dell’Arsea, l’agenzia regionale creata nel 2006 con un finanziamento di 35 milioni per agevolare l’erogazione di contributi agli agricoltori, ma che non ha mai esaminato una pratica.
Eppure, fino a qualche giorno fa, a sovrintendere a quelle scrivanie senza computer e a coordinare i tre impiegati a foglio paga c’era un direttore generale con uno stipendio di 170 mila euro l’anno.
Ugo Maltese, così si chiama il manager, vista «l’impossibilità  di operare» si è dimesso.
Ma gli arretrati, che non ha mai percepito, li vuole lo stesso.
Un caso isolato? Non proprio.
L’Agenzia che non esiste è solo uno degli spettri che si aggirano nel vasto mondo delle società  controllate o partecipate dagli enti locali italiani.
Sono spa, srl, consorzi e, secondo una ricerca sui costi della politica condotta dalla Uil, circa 500 non svolgono alcuna attività .
Sono, appunto, fantasmi che danno un tocco di brivido alla lunga teoria di enti le cui azioni sono in mano a Regioni, Province, Comuni.
I numeri sono da sopravvissuti del socialismo reale.
I ricercatori della Uil e dell’Unione province che si sono messi a contarle hanno scoperto che le società  controllate o partecipate dagli enti locali sono 7 mila.
E garantiscono la sopravvivenza di una casta meno appariscente, ma perfino più costosa di quella dei politici di prima fila
Ottantamila persone, in tutta Italia, prendono un gettone o un’indennità  per sedere nei cda, nei collegi sindacali, o per svolgere una consulenza a favore di questa miriade di aziende pubbliche.
E per finanziare questa casta minore se ne va un fiume di denaro: 2,5 miliardi l’anno è il costo di compensi e benefit che spettano agli amministratori delle spa pubbliche. Ma cosa è successo in questi anni nei Comuni e negli altri enti italiani pur falcidiati dai tagli ai trasferimenti?
Come è montata l’ansia degli amministratori di trasformarsi in spregiudicati businessmen che investono nei settori più disparati?
E quanto finisce nelle tasche dei “fedelissimi” chiamati a gestire queste imprese fondate coi soldi dei contribuenti?
L’armata del gettone
Gli anni del boom sono quelli che vanno dal 2006 al 2008.
In quel periodo, stima la Corte dei conti, le società  controllate o partecipate dagli enti locali sono cresciute dell’11 per cento.
L’ultimo conteggio si è fermato a quota settemila. Le poltrone, invece, sono molte di più.
A conti fatti i componenti dei consigli d’amministrazione sono 24.310.
E pesano su ciascun contribuente italiano 63 euro all’anno.
La tassa, in realtà , è molto più pesante: perchè alla pletora di membri dei cda vanno aggiunti i componenti dei collegi sindacali o dei comitati di sorveglianza (tre o cinque) e coloro che hanno consulenze o svolgono incarichi professionali per conto di queste spa in mano pubblica.
Quella cifra iniziale, insomma, secondo le stime più prudenti, va almeno triplicata. Così, alla fine, l’armata del gettone finisce per mettere insieme 80 mila soldati.
«Il dato sorprendente – dice Luigi Veltro uno degli autori della ricerca sui costi della politica fatta dalla Uil – è che per quanto riguarda il numero di poltrone gli enti locali del Sud sono più virtuosi di quelli del resto d’Italia. Il rapporto si inverte, però, quando si parla dei costi di gestione delle società . In questo caso le controllate da enti locali del Meridione determinano una spesa di tre o quattro volte superiore alle altre». Il motivo è presto detto: sui bilanci delle spa pubbliche da Roma in giù pesano soprattutto le assunzioni di personale, quasi sempre senza concorso e molto spesso riservate a portatori di voti e parenti eccellenti.
Parentopoli Spa
L’ultimo scandalo, all’ombra del Vesuvio, è esploso con il ritrovamento di un “pizzino” nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti per la raccolta di rifiuti.
In un foglio finito sotto la lente della Procura nomi di gente da assumere all’Asìa, la municipalizzata napoletana che si occupa dell’igiene ambientale, oppure nelle ditte subappaltatrici.
Accanto a ogni nome la potenziale “dote” di consensi elettorali che ciascuna persona segnalata sarebbe stata in grado di portare.
Il simbolo dell’inchiesta è diventata la “teste” Kaori, assunta per 1.300 euro al mese in una delle società  che riceveva le commesse da Asìa.
La donna ha raccontato di aver preso lo stipendio senza dover nemmeno andare in ufficio. È l’ennesimo coperchio sollevato sul pentolone nel quale, in tutto il Paese, prolifica la clientela basata sullo scambio fra appoggio elettorale e posto di lavoro. Con tutto quello che ne consegue.
L’Asìa di Napoli, ad esempio, ha in organico ben 2.440 dipendenti e tra questi, secondo la stessa azienda, 400 “inadatti” a svolgere il lavori di raccolta.
A Palermo i numeri sono ancora più impressionanti: l’Amia, la locale azienda per la raccolta dei rifiuti, e le sue controllate pagano uno stipendio a 2.810 dipendenti.
In pratica, nel capoluogo siciliano c’è un addetto alla pulizia ogni 259 abitanti, contro la media di uno ogni 577 di Torino e uno ogni 366 di Genova.
Ma a Palermo (come a Napoli) l’emergenza immondizia è sempre in cima all’agenda degli amministratori.
Il fatto è che da quando la legge ha trasformato le municipalizzate in società  per azioni è caduto pure l’ultimo baluardo: il pubblico concorso. Adesso all’Amia e nelle aziende “sorelle” si assume per chiamata diretta. E gli effetti si vedono.
Gli organici sono pieni di parenti eccellenti: negli ultimi anni sono stati assunti la moglie di un ex assessore al Personale, il genero dell’ex coordinatore regionale di An, la cognata di un ex vicesindaco, figli di consiglieri comunali e di sindacalisti.
Anche le parentopoli hanno contribuito a creare il deficit che ha costretto i vertici dell’Amia a portare i libri in tribunale.
E il governo a staccare un assegno di 80 milioni di euro per salvare poltrona e faccia del sindaco di Palermo, Diego Cammarata. Asìa e Amia: aziende con numeri da record.
Ma da primato sono anche i casi delle spa che nascono e si alimentano con soldi pubblici pur rimanendo inattive.
Questi fantasmi
L’Arsea di Catania è solo la capofila.
A Catanzaro, per esempio, si parla da anni di un ente che avrebbe dovuto far diventare la Calabria «baricentro nazionale dello sviluppo dei processi e dei prodotti delle costruzioni».
Questo l’obiettivo posto nell’accordo di programma che nel 2005 trasferì da Bologna alla città  calabra il «Centro tipologico nazionale», struttura a metà  fra la ricerca e l’assistenza tecnica nel settore dell’edilizia pubblica e residenziale.
Peccato però che, a sei anni dalla costituzione della società  della quale fanno parte Stato, Regione Calabria, Comune e Provincia di Catanzaro, l’attività  del centro non sia ancora iniziata.
Eppure, c’è una sede e c’è un consiglio di amministrazione con 5 componenti che si riuniscono a vuoto da ben sei anni. «Ma non abbiamo mai percepito indennità  – si affretta a spiegare Giovanni Carpanzano, uno dei consiglieri di amministrazione – e mi creda entro fine settembre finalmente cominceremo la nostra attività ». In attesa che la società  fantasma esca dalle tenebre della sua mission aziendale, però, le spese corrono.
Fino a qualche settimana fa per gli uffici della spa che non c’è veniva pagato un regolare affitto. Per il centro tipologico che non c’è finora sono stati spesi 200 mila euro.
A Latina, invece, hanno inseguito il miraggio di una stazione termale per anni.
Il Comune ha perfino costituito una società , la Terme di Fogliano, di cui detiene l’85 per cento del pacchetto azionario. L’acqua l’hanno dovuta cercare, trivellando il suolo. Ma invano.
La ditta che ha eseguito i lavori adesso chiede un corrispettivo di 6 milioni 181 mila euro.
Il buco vero, a Latina, l’hanno scavato nei bilanci: la Terme di Fogliano è costata sinora sette milioni 356 mila euro.
E’ in liquidazione da sette anni: il commissario ha una parcella da 27.845 euro, il Comune stanzia ogni anno una quota fissa di 532 mila euro per gli accantonamenti necessari a far fronte agli “interessi moratori”.
E, nonostante tutto, il 5 luglio scorso sul sito del Comune è comparso un bando per la selezione del direttore minerario della società .
Il compenso? Undicimila euro per sei mesi.
Fantasmi e stranezze. Solo il 34 per cento delle società  in mano agli enti locali – è una rilevazione della Corte dei conti – operano in settori tradizionali: igiene ambientale, idrico, trasporti, energia, gas.
Cosa c’è nel restante 66 per cento? Un po’ di tutto.
Enti che gestiscono teatri, cineteche, persino campeggi: il Comune di Jesolo, per dire, ha una quota nella proprietà  del “Camping international”.
Voglia di volare
Una passione degli amministratori locali sembra essere quella del volo.
Sparse lungo la Penisola si contano 15 società  che gestiscono aeroporti di rilevanza non esattamente strategica e che spesso finiscono per ospitare arrivi e partenze di vip e amatori.
A Pavullo nel Frignano, Comune di 17 mila abitanti in provincia di Modena, la fregola della partecipazione azionaria ha indotto i governanti a costituire ben 12 società : una ogni 1.416 abitanti.
Tra queste spicca la “Aeroporto di Pavullo srl” che accoglie una scuola per piloti di aliante.
Il presidente della società  non prende gettoni ma la gestione dell’aeroclub comunale pesa 78.245 euro sul bilancio del piccolo municipio.
In Liguria c’è l’aeroporto di Luni, a due passi da Sarzana: anche questo è una pista che ospita prevalentemente voli privati ma nel quale la Provincia di La Spezia ha una partecipazione attraverso una delle sue controllate.
Niente a che vedere con l’importanza dell’aeroporto di Albenga, che all’ex ministro Scajola tornava utile per le sue trasferte romane.
La Provincia di Savona ne controlla il 39,95 per cento.
La società  ha 7 dipendenti, un cda di cinque persone e nel bilancio del 2010 ha fatto segnare una perdita di 378 mila euro, nonostante una ricapitalizzazione di 600 mila euro fatta nell’agosto 2010.
Perchè questa è anche la storia di potenti che usano le spa come giocattoli: in Sicilia l’ex governatore Totò Cuffaro teneva tanto all’aeroporto nella sua Agrigento. “Aeroporto della Valle dei Templi”, si sarebbe dovuto chiamare.
Per realizzare lo scalo Comune e Provincia costituirono nel ’95 una società  tenuta in piedi per 13 anni: il mesto bilancio, alla fine, è stato di 2,5 milioni di euro andati in fumo per gettoni ai consiglieri di amministrazioni, incarichi e progetti puntualmente bocciati dall’Enac.
Ma per una società  inutile finalmente smantellata, tante restano in piedi. Cosa fanno? perchè è difficile liberarsene?
Duri a morire
Se non è un record, poco ci manca: trentunesimo commissariamento consecutivo. Così prosegue l’agonia dell’ultimo carrozzone meridionale: l’Eipli, acronimo che sta per ente per l’irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia, Lucania e Campania. Un residuato post-bellico, una struttura nata nel 1947 che a più riprese il governo ha annunciato di voler smantellare.
L’ennesima proroga al liquidatore scade a fine anno.
Peccato che nel frattempo sia nata un’altra società , che dovrebbe svolgere le stesse funzioni: è di proprietà  della Regione Basilicata, ma anche la Puglia, a gennaio, ha deciso di entrare nel capitale azionario.
Il problema è che nessuno si vuole accollare il maxi-debito contratto in quasi 65 anni di attività  dell’Eipli: 250 milioni.
E così la società  “gemella”, la Acqua spa, rimane in perenne attesa del trasferimento delle funzioni.
Esiste, ma è priva della principale mission che, sulla carta, gli è stata attribuita. E rimangono in attesa anche gli organi direttivi regolarmente in carica, fra cui il presidente Antonio Triani, un ex esponente dell’Udeur vicino a Clemente Mastella, che percepisce uno stipendio di 5.300 euro lordi mensili
La vicenda dell’Eipli è quella di uno dei pachidermi che schiacciano i bilanci degli enti locali e che nessuno riesce ad abbattere.
E la trama di questo film, che comincia a Catania, ci riporta infine in Sicilia. In altre stanze vuote.
A Palermo fa tristezza aggirarsi per i locali spogli di quella che fu la Fiera del Mediterraneo, inaugurata negli anni Sessanta da Gronchi e oggi priva persino dei soldi per organizzare una sfilata di abiti da sposa.
La Fiera è affondata sotto un macigno di debiti (18 milioni) mentre la Corte dei conti rimproverava agli amministratori spese esilaranti come quelle per l’autoblù «con televisore e telefono al bracciolo» e per i soggiorni «senza ragioni istituzionali» al Plaza di New York o al Metropol di Mosca.
I 35 dipendenti dell’ente partecipato dalla Regione Siciliana, oggi, si commuovono davanti alle telecamere pensando ai tempi che furono.
Costretti, loro malgrado, a ricevere uno stipendio ogni mese per non svolgere alcuna mansione.

Enrico Del Mercato e Emanuele Lauria
(da “La Repubblica“)

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IL PDL ORA TEME IL TERREMOTO, IL PREMIER : “NON MI PIEGO ALL’ATTACCO DEI PM”

Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

NEL CENTRODESTRA SI ROMPE IL TABU’ DEL PASSO INDIETRO…DURO SCONTRO CALDEROLI-GALAN SULLE PROVINCE

Berlusconi si tiene forte, la botta più pesante sta per arrivare.
«Ancora una volta – si è sfogato ieri mattina in Consiglio dei ministri – dobbiamo subire un attacco frontale da parte dei giudici, questi ci vogliono mettere a terra e non hanno esitato a mettere in galera una coppia di genitori pur di arrivare a me».
Ma se diversi esponenti del Pdl, anche ai massimi livelli, iniziano a considerare come il male minore l’ipotesi di un «passo indietro» del premier per salvare il centrodestra e la legislatura, l’interessato è determinato a resistere a qualsiasi costo.
Lo ha spiegato agli esponenti ex Fli – Ronchi, Urso e Scalia – ricevuti ieri a palazzo Chigi, ai quali si è voluto presentare spavaldo, offrendo il petto al nemico: «Dovete stare tranquilli, non ci sarà  alcun governo tecnico, sotto tutte caz… te. Noi andiamo avanti comunque, fino al termine della legislatura, e useremo questi mesi per fare tante altre riforme, a partire da quella della giustizia».
Tanta baldanza non è tuttavia condivisa dal resto del partito, dove si respira un’aria da fine impero.
A Frascati ieri pomeriggio mezzo Pdl si riuniva in conciliaboli nelle sale della Summer School di Quagliariello e Gasparri e il clima era di grande apprensione per le intercettazioni in arrivo da Bari.
La telefonata tra Berlusconi e Lavitola, anticipata da l’Espresso, ha terremotato la prima giornata di relativa tranquillità  sui mercati finanziari, gettando nello sconforto i dirigenti di via dell’Umiltà  e oscurando i giudici positivi della Bce sulla manovra. Visto il “niet” del Cavaliere, la sua ostinata volontà  di resistere, ai fedelissimi non resta che fare buon viso a cattivo gioco.
«Abbiamo appena varato una manovra che avrebbe gettato a gambe all’aria qualsiasi altro governo – riflette uno dei capigruppo del Pdl – e adesso l’unica via d’uscita è sfruttare il tempo che ci resta, da qui al 2013, per far dimenticare agli italiani questa mazzata e preparare la candidatura di Alfano».
Anche il premier si è già  messo al lavoro sulle contromisure, scioccato per quei sondaggi che certificano un crollo del gradimento suo e del governo.
Dopo il bastone della manovra, Berlusconi progetta adesso la carota sotto forma di quoziente famigliare da inserire nella riforma fiscale.
L’ha ribattezzato “Fattore famiglia” – il termine quoziente lo ritiene «troppo da commercialisti» – e spera in questo modo di riagganciare i centristi dell’Udc e riconquistare il Vaticano.
Un’altra ragione per cui il premier è convinto di poter andare avanti è l’atteggiamento di Napolitano.
«Non è dal capo dello Stato – ripete Berlusconi in tutti i suoi incontri – che dobbiamo aspettarci scherzi. Non c’è più Scalfaro al Quirinale».
E quindi, se anche la prossima settimana dovessero uscire telefonate imbarazzanti, il premier non intende affatto gettare la spugna.
Ne ha avuto riprova Fedele Confalonieri, che si è fatto latore due giorni fa di un messaggio di Pier Ferdinando Casini.
In sostanza il leader dell’Udc suggeriva al capo del governo di anticipare il passaggio di testimone ad Angelino Alfano, in questo modo favorendo il realizzarsi di una larga maggioranza di «salvezza nazionale».
Pare che la risposta del Cavaliere sia stata qualcosa simile al gesto dell’ombrello.
E del resto lo stesso Alfano, l’eventuale beneficiario dell’operazione, pur di allontanare da sè il sospetto di essere parte del “complotto”, ieri ha messo le mani bene avanti: «Chi crede nella trasparenza non può che difendere il principio che il cittadino vota chi lo governerà  e se quello smette di governare si torna al voto». Insomma, se Berlusconi cade ci sono solo le urne.
Intanto nel governo, nonostante il silenziatore imposto dalla grave congiuntura internazionale, non mancano le slabbrature sulle cose da fare.
Ieri in Consiglio dei ministri si è assistito all’ennesimo scontro tra una parte del Pdl e la Lega sull’abolizione delle province, che il Carroccio ha cercato in qualche modo di edulcorare.
Quando Calderoli ha iniziato a parlare di «province regionali», alludendo alla facoltà  delle regioni di istituire delle forme associative tra i comuni, Giancarlo Galan ha perso la pazienza e gli ha risposto a brutto muso.
E, per una volta, Tremonti si è schierato con il ministro dei Beni Culturali, lasciando di stucco i presenti.

Francesco Bei
(da “La Repubblica”)

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DALLE BOLLETTE ELETTRICHE AI DETERSIVI: LA NUOVA IVA PER LE FAMIGLIE COSTERA’ 385 EURO L’ANNO

Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

IL TIMORE DEI CONSUMATORI E’ QUELLO DI UN AUMENTO INDISCRIMINATO DEI PREZZI CON RELATIVA PENALIZZAZIONE DEI CONSUMI

Bllette elettriche e i detersivi. I giocattoli e le tv, ma anche auto, moto, abbigliamento e scarpe.
Così pure caffè, vino, cioccolata, pacchetti vacanze e una serie di servizi, dalle riparazioni dell’idraulico al taglio del parrucchiere.
Sono i «protagonisti» dell’aumento dell’Iva dal 20 al 21% deciso in extremis dal governo. La scelta impopolare almeno porterà  nelle casse dello Stato tra i 4 e i 5 miliardi all’anno. E avrà  un impatto sui prezzi dello 0,8%.
In teoria.
In pratica i timori delle associazioni dei consumatori è un aumento indiscriminato dei prezzi.
Con conseguente penalizzazione dei consumi, già  in sofferenza per la crisi prolungata che ormai si sta facendo sentire sulle famiglie.
Per il presidente del Codacons Carlo Rienzi «il rialzo porterà  a un aumento di tutti i prodotti indistintamente perchè l’Iva viene scaricata sui consumatori.   Saremo destinati a veder salire anche l’inflazione».
Il termine ricorrente è «stangata».
Che il Codacons quantifica in 290 euro l’anno, ma che salirebbero fino a 385 euro per una famiglia di 4 persone.
I calcoli della Cgia di Mestre, l’associazione degli artigiani, è invece meno catastrofista e parla di «aggravio contenuto», valutando la misura del governo il «male minore».
La Cgia ha diviso le famiglie per disponibilità  di spesa, prendendo in considerazione le fasce di reddito che vanno da un minimo di 15 mila a un massimo di 55 mila euro e per ognuna è stata calcolata l’incidenza dell’aumento in tre casi: contribuenti senza familiari a carico, famiglie con coniuge e 1 figlio a carico e famiglie con coniuge e 2 figli a carico.
Nell’elaborazione è stato tenuto conto dei fattori che possono influenzare il reddito disponibile e la diversa propensione al consumo.
Il risultato mostra un aumento della spesa annua che va da 37,54 euro a 60,64 per chi ha un reddito di 15 mila euro senza familiari a carico oppure con coniuge e 2 figli.
Per chi guadagna 30 mila euro l’aumento va da 58,27 a 77,84 euro.
Più si sale con il reddito e più aumenterà  l’incidenza: per le famiglie con entrate da 55 mila l’aumento andrà  da un minimo di 99,75 a un massimo di 123,21.
Federconsumatori, invece, ha fatto un calcolo solo sul rincaro della benzina: un esborso aggiuntivo di 32 euro l’anno, che se si somma agli aumenti a caduta da agosto 2010 si potrà  arrivare a oltre 470 euro in più all’anno per fare il pieno.
Certo, l’aumento dell’Iva sulla bolletta elettrica sarà  pagato in automatico e così sul caffè o sul vino, sulla tv o sui giocattoli.
Ma c’è tutta una serie di servizi sulla quale crescerà  la tentazione all’evasione. Niente ipocrisie.
Chiunque si è trovato a dover dare una risposta alla domanda «con o senza Iva?».
E in alcuni casi la differenza non sarà  stata certo di poco conto.
Si va dal dentista all’imbianchino (nessuna delle categorie citate se ne abbia a male).
Del resto i numeri dell’evasione sono chiari: 60 miliardi di Iva non pagata all’anno, la metà  dell’intero gettito mancato.
Si accende così un faro sul problema e la difficoltà  dei controlli.
Tema che fa ciclicamente riaffiorare l’ipotesi di un ampliamento delle spese deducibili dal privato cittadino con l’obiettivo di far emergere il «nero».
In questo caso il conflitto di interessi si risolverebbe a favore della richiesta della fattura o dello scontrino per poi poter detrarre in parte la spesa sostenuta.
Ma guardando al passato, le misure prese in questa direzione non hanno prodotto grandi risultati.
Come ad esempio la deducibilità  delle spese mediche, fa presente l’Agenzia delle Entrate: non c’è stata un’impennata del gettito in quel settore.
Mentre la Guardia di Finanza ricorda l’operazione «Pandora» portata a termine due anni fa sulle ristrutturazioni, per le quali erano stati richiesti sgravi fiscali.
Le Fiamme Gialle hanno scoperto oltre 5 mila imprese edili che avevano eseguito i lavori senza dichiarare alcun reddito (3 miliardi di euro occulti), mentre i clienti avevano richiesto lo sgravio fiscale nella loro dichiarazione dei redditi.
Dai controlli dei finanzieri sono risultati circa 500 milioni di Iva evasa.
Insomma, il problema controlli è determinante.
Per Enrico Zanetti, direttore di Eutekne.info , il quotidiano del commercialista, «l’ampliamento delle spese deducibili può sembrare a prima vista una soluzione per rimuovere le prassi consolidate di complicità , ma nei fatti è più complicato perchè solo il controllo verifica la vera spesa sostenuta. E dunque potrebbe invece portare i cittadini a dichiarare spese non sostenute. Oggi l’Agenzia delle Entrate già  non riesce a fare i controlli sui 5 milioni di partite Iva. Come potrebbe garantirli sui 40 milioni di contribuenti per dissuaderli dal dichiarare il falso?».
Una soluzione però ci sarebbe: «Prevedere una modalità  di certificazione delle spese detraibili – ragiona Zanetti – tali da consentire l’inclusione nei file telematici della dichiarazione dei redditi in modo tale che ci sia un riscontro diretto».
Intanto c’è l’aumento dell’Iva ordinaria al 21%, mentre le altre aliquote rimangono invariate.
La minima al 4%, che interessa alcuni generi alimentari come frutta, verdura e latte, i libri e i giornali e le vendite delle abitazioni quando si tratta di «prima casa».
L’aliquota ridotta resta al 10% ed è applicata, ad esempio, a uova e birra (mentre il vino è al 21%) e alle cessioni di abitazioni che non hanno il requisito di «prima casa», ma anche alle bollette elettriche per alcuni grandi clienti industriali come possono essere le acciaierie.
Il provvedimento, comunque, non stupisce più di tanto Zanetti: «Mi sembra coerente – conclude -. Da due anni si parla di riforma fiscale e di spostare la tassazione dai redditi alle cose. Sul tema erano d’accordo tutte le parti sociali. Ed è quello che è stato fatto. Certo, ci sono poi anche i patrimoni».

Francesca Basso
(da “Il Corriere della Sera”)

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LA SUPERTASSA COLPIRA’ SOLO IL 5% DEI RICCHI : COSI’ SI EVADE TRA TITOLI, AUTO DI LUSSO E YACHT

Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

LA PAGHERANNO IN 34.000, MA SONO 600.000 GLI ITALIANI A POSSEDERE OLTRE 500.000 EURO… UN ABISSO TRA I DATI FISCALI E QUELLI DELLA ASSOCIAZIONE PRIVATE BANKING

Anche i 34 mila italiani con un reddito superiore a 300 mila euro e che pagheranno il contributo di solidarietà  previsto dalla “manovra 4” del governo, appartengono alla categoria dei “tartassati” dal fisco.
Sì, certo, sono ricchi, ma non più di altri. Anzi.
La differenza è che – rispetto agli “altri” – loro sono conosciuti al fisco: per oltre il 60 per cento sono lavoratori dipendenti con tanto di prelievo mensile in busta paga e aliquota marginale di fatto superiore al 45 per cento per effetto delle addizionali Irpef locali.
Lavoratori dipendenti che non sfuggiranno al contributo di solidarietà .
Che, invece, non verseranno quelli – ricchi – che le tasse le evadono o le eludono. Quelli degli yacht, delle ville e delle macchine di lusso intestati a nullatenenti o a società  di comodo.
E anche questo è un segno – o la conferma – di quanto sia bislacca la manovra messa in campo dal governo.
Per sfuggire alla patrimoniale, che avrebbe colpito una platea assai più vasta – Berlusconi & co – si sono rifugiati in un mini-contributo simbolico dal gettito poco significativo (144 milioni in tre anni contro i 3,8 miliardi attesi dal contributo prima versione richiesto al ceto medio alto).
Preleveranno, già  per il 2011 con efficacia retroattiva, il 3 per cento dal reddito complessivo (non solo quella derivante dal lavoro ma escludendo però la prima casa) eccedente i 300 mila euro; lo faranno per tre anni.
Ma se nel 2013 il pareggio di bilancio (ce l’ha imposto la Banca centrale europea) non sarà  raggiunto il prelievo automatico proseguirà  ancora
Ma, appunto, i ricchi sono solo 34 mila (lo 0,075 per cento di tutto i contribuenti) nel Paese dove – dati della Banca d’Italia – il 10 per cento più ricco della popolazione possiede ben il 44 per cento della ricchezza nazionale?
Difficile crederlo.
E infatti è difficile anche sovrapporre i 34 mila ricchi, secondo le stime del ministero dell’Economia, con i 611 mila italiani – dati dell’Associazione italiana private banking – che possiedono un patrimonio finanziario (esclusi quindi i beni immobili) superiore a 500 mila euro, cioè mezzo milione.
Qualcosa non torna.
Perchè è come se a pagare il contributo di solidarietà  fosse solo il 5 per cento dei ricchi.
E torna anche poco – o forse spiega molto – il fatto che tra i super-investitori ci siano sempre più casalinghe così identificate dall’indagine dell’Aipb: vedove, divorziate, ereditiere con un’età  media di 65 anni.
È un pezzo importante dell’Italia che vive di rendita, sfuggendo alle tasse.
E forse è la stessa Italia a cui pensava il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, quando per rassicurare sulla saldezza finanziaria dell’Italia e sulla sua solvibilità  ricordava «la grande ricchezza privata». Forse inconsciamente pensava anche lui a una patrimoniale.
Ma, ormai, è acqua passata.
Dunque possiamo dire che una bella fetta di super-ricchi, invisibili al Fisco ma assai visibili nei consumi di lusso, la farà  franca anche questa volta.
Non, invece, i pensionati e dipendenti pubblici.
Perchè loro il contributo – che scatta da 90 mila euro in su e non da 300 mila euro – lo stanno già  pagando i secondi da gennaio, i primi dallo scorso mese.
Pagano il 5 per cento fino a 150 mila euro e poi il 10 per cento.
E mentre per i 34 mila ricchi il contributo sarà  deducibile, per i dipendenti pubblici no. Il perchè non si sa.
Si dirà , infine: il provvedimento deciso dal governo italiano non è molto diverso da quello adottato ultimamente da Nicolas Sarkozy, terrorizzato dall’idea di una retrocessione da parte delle agenzie di rating.
Vero, ma in Francia l’evasione fiscale non si avvicina minimamente ai nostri 120 miliardi di mancati introiti l’anno.
Questa continua a essere la nostra anomalia.
Anche con il contributo a carico del 5 per cento dei super-ricchi.

Roberto Mania
(da “La Repubblica“)

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GLI STRANI AFFARI DI LAVITOLA CON FINMECCANICA: NAVI MILITARI ITALIANE REGALATE A PANAMA

Settembre 9th, 2011 Riccardo Fucile

LO STRETTO RAPPORTO TRA BERLUSCONI E IL PREMIER PANAMENSE… LE PRESSIONI DI LAVITOLA SULL’AMMIRAGLIO PICCHIO…. L’OMAGGIO INFILATO NEL DECRETO DI RIFINANZIAMENTO DELLE MISSIONI   ALL’ESTERO DOPO UNA VISITA DI BERLUSCONI A PANAMA

Silvio Berlusconi e il presidente di Panama, Ricardo Martinelli? Due amiconi, come no?
Una volta, a Milano, Berlusconi chiese al collega di procuragli “qualche attrattiva locale” quando si fosse recato in visita dalle parti del Canale.
E Martinelli, un miliardario (ramo supermercati) di origini toscane, appena può, non manca mai di rendere omaggio a quel simpaticone del premier italiano.
Poi però c’è anche quell’altro italiano, Valter Lavitola, Valterino per gli amici, professione commerciante di pesce con la passione dei traffici internazionali.
Lavitola è di casa a Palazzo Grazioli, ma va alla grande anche a Panama.
Frequenta le stanze del potere, conosce il presidente Martinelli.
Sarà  un caso, e forse non c’è rapporto di parentela, ma il presidente dell’associazione degli italiani a Panama si chiama Arnolfo La Vitola.
Il gioco è fatto, allora. Parte la giostra degli affari.
Tutto ruota attorno alla visita di Berlusconi a Panama del 30 giugno dell’anno scorso.
È la prima volta che un capo di governo italiano mette piede da quelle parti. Martinelli, però, nel settembre 2009, due mesi dopo l’elezione a presidente, si era già  scapicollato in Italia dall’amico Silvio.
Così tocca ricambiare.
Tra una cerimonia e l’altra si mettono le basi di un grande appalto che di lì a poco finirà  in mani italiane.
Tre aziende del gruppo Finmeccanica (Agusta Westland, Selex Sistemi e Telespazio) si aggiudicano una commessa da oltre 230 milioni di dollari (165 milioni di euro).
Lavitola gioca la partita da protagonista. E ci mancherebbe.
Ormai è diventato un fidato consigliere di Berlusconi. Con Martinelli non ci sono problemi.
E perfino Finmeccanica gli ha fatto un contratto di consulenza.
Da pagarsi sul conto di una società  creata dalle parti di Panama, secondo quanto si capisce dalle intercettazioni telefoniche allegate dai pm di Napoli nella richiesta di arresto di Gianpaolo Tarantini e dello stesso Lavitola, al momento latitante.
Questo però è soltanto il primo atto di una vicenda più complessa.
Berlusconi, come noto, è persona generosa. E Martinelli è un grande amico, un altro imprenditore costretto a bere l’amaro calice della politica.
Detto, fatto: è pronto un bel regalo con destinazione Panama.
Il governo decide di donare al Paese centroamericano ben sei navi da guerra, sei pattugliatori in forze alla Guardia costiera italiana. Ricapitoliamo: Finmeccanica aumenta il fatturato con la commessa siglata grazie anche ai buoni uffici di Lavitola.
E a stretto giro di posta lo Stato italiano, cioè noi contribuenti, spedisce dall’altra parte dell’Oceano un gradito pacco dono sotto forma di navi.
Tra altro il regalo berlusconiano vale almeno una cinquantina di milioni.
Ancora più sorprendenti, però, sono le modalità  con cui il gentile omaggio all’amico Martinelli viene presentato in Parlamento.
Come segnalato dal giornale online Linkiesta, la cessione dei sei pattugliatori è stata infatti inserita in due successivi decreti per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero.
A febbraio di quest’anno è passato il primo pacchetto di quattro navi.
E in agosto, un mese fa, è arrivato il decreto per le altre due.
Queste ultime erano state promesse in permuta al gruppo pubblico Fincantieri come parziale pagamento di una commessa per complessivi 125 milioni.
In pratica il governo si era a suo tempo impegnato a pagare in natura una parte del prezzo per due imbarcazioni costruite dai cantieri navali di Stato. E invece no. Marcia indietro.
Le navi vanno a Panama. Fincantieri verrà  pagata cash.
Resta da capire che cosa c’entrino le missioni militari all’estero con Panama e i buoni rapporti con Martinelli.
Di sicuro l’attivissimo Lavitola, tra una telefonata a Gianpi Tarantini e un’altra a Berlusconi, trovava il tempo di occuparsi anche degli affari della Marina.
Nelle carte dell’inchiesta di Napoli, infatti, spunta anche una telefonata tra il nostro uomo a Panama, alias Valterino, e l’ammiraglio di squadra Alessandro Picchio, consigliere militare di Berlusconi.
Da quello che si capisce, Lavitola chiama Picchio proprio per avere notizie sul provvedimento per le due navi da spedire a Panama.
L’ammiraglio si schermisce, prende tempo, accampa qualche scusa.
“Sto aspettando — dice — di vedere la bozza (del decreto, ndr) che ancora non è stata pubblicata”.
Lavitola insiste, implacabile. “Comunque lei non mi può far sapere se per caso insorgono problemi nel prossimo preconsiglio?”, chiede l’amico personale di Berlusconi al militare in sevizio a Palazzo Chigi.
Alla fine Picchio sbotta: “Se uno insiste troppo si crea l’effetto contrario”, dice al suo interlocutore, al quale, comunque, non manca di garantire il suo interessamento.
La telefonata porta la data del 27 maggio.
Alla fine il decreto per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero verrà  approvato dal Consiglio dei ministri il 7 luglio successivo.
Il via libera definitivo dalla Camera, con voto unanime di maggioranza e opposizione (Idv esclusa) arriva il 2 agosto.
In tempi di crisi nera per il bilancio pubblico anche le spese per le missioni militari vengono tagliate per 120 milioni.
Ma il governo riesce comunque a trovare 17 milioni per rimborsare Fincantieri.
L’amico Martinelli, da Panama, sarà  contento.

Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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VERREMO A CERCARVI

Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

SIAMO IL PUNTO PRIMO DELLA PAGINA NUOVA

Politicanti, landruncoli di pollame, truffatori incravattati, puttanieri incalliti verremo a cercarvi.
Avete il tempo contato, non sentite il ticchettio delle nostre falci?
Abbiamo sprecato troppe parole ed è ora di passare la selce sul filo della lama del futuro.
Guardate le nostre braccia gonfie di vene viola, siamo nervi pronti allo scatto, siamo cuori pronti al volo, siamo occhi aperti contro la paura.
Signori del ricatto, mangiatori a scrocco, concorsiste depilate di bruttezza, scippatori d’orgoglio verremo a cercarvi.
Infilate pure nelle vostre tasche tutta l’argenteria che trovate in casa nostra, prendete l’oro e tutte le banconote che trovate.
Ma per prenderci i sogni dovrete rubarci l’anima, uccidere il nostro coraggio, dare fuoco alle nostre speranze.
Verremo a cercarvi in ogni angolo di buio in cui vi annidate, in ogni tana in cui marcite, in ogni meschina legge approvata.
Siamo la luce che odiate.
Siamo cielo senza nuvole.
Siamo una promessa da mantenere.
Risparmiate il respiro per la corsa, per la fuga, per la veloce ritirata.
Vi inseguiremo come lupi affamati di nuove parole d’amore.
Mercanti di fango, saltimbanco senza onore, addestratori di lucertole, viscidi leccaculo verremo a cercarvi.
Libereremo la nostra casa dal vostro tanfo nauseabondo, dai vostri culi appiccicosi, dalla vostra saliva di acida ignoranza.
E’ la nostra terra, i nostri campi, sappiamo coltivare il grano del nostro passato, siamo il pane della nostra storia.
Verremo a cercarvi e non vi daremo scampo.
Siamo il punto prima della pagina nuova.
La nostra.

Alessandro Carbone
(da “Fronte della Tv” – “Il Futurista“)

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E BERLUSCONI DISSE A LAVITOLA “NON TORNARE”

Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

IL FACCENDIERE CHIAMO’ IL PREMIER DALLA BULGARIA DOPO LA FUGA DI NOTIZIE E CHIESE: “MI PRESENTO AI GIUDICI?”, “NO, RESTA ALL’ESTERO”… ECCO L’ULTIMA TELEFONATA TRA I DUE PRIMA DELLA LATITANZA

Il faccendiere Valter Lavitola suda freddo, non tanto per il caldo di Sofia in cui si trova il 24 agosto, ma per le notizie che apprende dai siti Web che rilanciano lo scoop di “Panorama”, il settimanale della Mondadori.
Ha appena scoperto che contro di lui c’è un’inchiesta pesantissima della procura di Napoli: lo accusano di estorsione nei confronti del presidente del Consiglio.
E quell’articolo è pieno di dettagli giudiziari: ci sono particolari sulle intercettazioni dei dialoghi tra lui e Giampaolo Tarantini, il Giampi che nel 2008 portava prostitute e amiche a casa del Cavaliere.
Nell’indagine è coinvolta anche la moglie di Giampi, Angela Devenuto, che gli amici più intimi chiamano “Ninni” o “Nicla”.
La donna ha una relazione con Lavitola nata tra i fornelli di casa del faccendiere, mentre lui le cucinava il coniglio.
Oggi Lavitola è diventato lepre in fuga per il mondo, mentre i coniugi Tarantini sono stati arrestati.
E la sua latitanza è cominciata, forse per coincidenza, dopo aver parlato al telefono proprio il 24 agosto scorso con Silvio Berlusconi, che già  in quel momento sembra essere a conoscenza – come lo erano i giornalisti del settimanale mondadoriano – del lavoro riservato dei pm napoletani e della richiesta di arresto che avevano presentato al gip Amelia Primavera.
Il faccendiere è a Sofia per concludere affari per conto di Finmeccanica ma si rende subito conto del pericolo.
Per questo si attacca al telefono e comincia a comporre ripetutamente il numero di Marinella Brambilla, la storica assistente personale del premier. Dall’inchiesta emerge come la Brambilla conosca perfettamente lo stretto rapporto che lega Lavitola al Cavaliere.
La donna spiega che “lui” è impegnatissimo tra crisi economica e turbolenze politiche: non può rispondere.
Lavitola dalla Bulgaria però insiste e, preso dall’ansia per le notizie che rimbalzano su tutti i media, continua a chiamare.
E dopo vari tentativi, gli passano al telefono Silvio Berlusconi.
Il premier si mostra calmo, la voce è serena: rassicura Lavitola, spiega che tutto sarà  chiarito e gli dice di “stare tranquillo”.
A quel punto – come se fosse un’anticipazione della sua autodifesa – gli espone quella che sarà  la linea: la stessa in parte pubblicata alcuni giorni dopo sullo stesso settimanale autore dello scoop sull’inchiesta.
Berlusconi ricorda a Lavitola che attraverso lui ha “aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trovava e si trova in gravissime difficoltà  economiche”.
E sottolinea: “Non ho nulla di cui pentirmi, non ho fatto nulla di illecito”.
Da Sofia Lavitola sembra comprendere: capisce quale è la linea difensiva e concorda su questi punti.
Appare però sconfortato e in qualche modo anche dispiaciuto per le intercettazioni.
E’ rammaricato per essere stato registrato mentre parlava con il premier. Lavitola, a quanto sembra, aveva assicurato a Berlusconi che le utenze panamensi usate per i loro dialoghi telefonici erano a prova di intercettazione e quindi sicure.
Ma così con è stato.
La Digos di Napoli è riuscita a captarle tutte su delega dei pm Piscitelli, Woodcock e Curcio.
Il premier anche in questo caso mantiene un tono di voce calmo e risponde a Lavitola in modo sarcastico: “Te lo avevo detto che ci avrebbero intercettati”.
A quel punto il faccendiere è “giudiziariamente” con le spalle al muro, e chiede consiglio al premier: “Che devo fare? Torno e chiarisco tutto?”. Berlusconi risponde: “Resta dove sei”.
Il messaggio è chiaro, non richiede commenti.
Già  pochi mesi fa Lavitola si era rifugiato a Panama dopo avere saputo dell’arresto di Luigi Bisignani per l’inchiesta sulla P4: lui stesso ammette, parlando con la moglie di Tarantini, di avere responsabilità  penali in questa storia collegata a Finmeccanica.
E anche dopo la telefonata con Berlusconi i piani di viaggio dell’ex direttore dell'”Avanti” cambiano improvvisamente.
Organizza la fuga, cercando la meta più ostica per la giustizia italiana: il Brasile.
Lui aveva già  in tasca un biglietto per Roma, destinato a non essere usato perchè compra di corsa un volo per il Paese sudamericano scelto per trascorrere la latitanza.
La procura napoletana sostiene che lo scoop del settimanale di casa Berlusconi ha favorito gli indagati.
E forse anche Berlusconi che in questa vicenda compare formalmente come parte offesa.
Per il procuratore aggiunto Francesco Greco che coordina l’inchiesta, le indagini sono state “fortemente compromesse” proprio “dalla criminosa sottrazione di numerosi e rilevanti contenuti della richiesta di misura cautelare ad opera di ignoti a cui ha fatto seguito la pubblicazione degli stessi su alcuni giornali nazionali”.
Secondo il procuratore capo, Giovandomenico Lepore pubblicare notizie del genere “è come avvisare l’indagato del suo arresto. Vogliamo andare fino in fondo perchè è un fatto gravissimo e non è la prima volta che accade”.
I pm hanno aperto un fascicolo di indagine sulla fuga di notizie, in cui viene ipotizzato il favoreggiamento: la pubblicazione di ampi stralci della richiesta di custodia cautelare può aver agevolato gli indagati.
Lavitola ha evitato l’arresto ed è latitante ma resta il sospetto che dopo la diffusione della notizia molte persone abbiano potuto far sparire prove compromettenti.
Tarantini e sua moglie hanno avuto il tempo di concordare una linea difensiva, tanto da stilare una memoria poi consegnata in carcere al giudice.
Insomma, tutti i protagonisti al momento della retata sapevano cosa dire; compreso Berlusconi, indicato come vittima di un’estorsione che lo ha portato a sborsare in un anno 850 mila euro.
Soldi diretti ai coniugi Tarantini ma deviati in buona parte nelle casse di Lavitola, che ne ha intascati ben 400 mila.
Per il faccendiere – ritenuto dagli inquirenti la mente del ricatto – la coppia rappresentava la gallina dalle uova d’oro che avrebbe permesso di mettere “con le spalle al muro” Berlusconi.
E costringerlo a pagare per far tacere Tarantini su quelle serate nelle residenze romane e milanesi del premier allietate da prostitute ed amiche pronte a tutto. Insomma, un silenzio che vale oro.
Ora dalla latitanza Lavitola parla attraverso i giornali e annuncia che vuol tornare in Italia per farsi arrestare, ma prima lancia un messaggio: “Ho una famiglia da mantenere. Quando entrerò in cella come vivranno mia moglie e mio figlio?”
Non è difficile ipotizzare che la domanda sia rivolta a qualcuno che ha già  “aiutato una persona e una famiglia con bambini che si trovava e si trova in gravissime difficoltà  economiche”.

Lirio Abbate
(da “L’Espresso“)

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UN PREMIER COMPLICE DI UN LATITANTE: BERLUSCONI A LAVITOLA: “NON TORNARE IN ITALIA”

Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

LA TELEFONATA IN ESCLUSIVA SULL’ESPRESSO: IL 24 AGOSTO LAVITOLA CHIAMA IL PREMIER DALLA BULGARIA E GLI CHIEDE: “CHE DEVO FARE?”…E BERLUSCONI GLI CONSIGLIA: “RESTA DOVE SEI”….BRIGUGLIO DI FLI: “SE LA TELEFONATA E’ VERA E PROVATA NAPOLITANO INTIMI A BERLUSCONI DI DIMETTERSI”

Berlusconi che dice a Lavitola: non tornare.
E’ questo il consiglio che il premier dà  al faccendiere – attualmente latitante – in una telefonata resa pubblica sul nuovo numero dell’Espresso, in edicola da domani.
“Che devo fare, torno e chiarisco tutto?”, chiede agitato Lavitola da Sofia, in Bulgaria, dove si trova per motivi di lavoro.
E Berlusconi risponde: “Resta dove sei”.
La telefonata avviene il 24 agosto.
In quel momento Valter Lavitola, direttore ed editore dell’Avanti, non è ancora stato raggiunto da una misura di custodia cautelare – da parte dei pm napoletani – per estorsione nei confronti del premier, ma ha comunque motivi per preoccuparsi.
Il settimanale Panorama, di proprietà  della famiglia Berlusconi, ha infatti anticipato che c’è un’indagine in corso, proprio a Napoli, nei confronti di Lavitola, dell’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini e di sua moglie, Angela Devenuto. Un’indagine in cui si ipotizza l’estorsione ai danni di Silvio Berlusconi.
Una fuga di notizia che farà  molto arrabbiare i pm napoletani, che la ritengono un danno per l’inchiesta.
Di sicuro c’è che Valter Lavitola non ha più fatto ritorno in Italia.
Come è certo che il primo settembre, Tarantini e la moglie finiscono in carcere, mentre Lavitola – raggiunto anche lui da un ordine di custodia cautelare – non si trova. E fa sapere di essere da lungo tempo all’estero “per lavoro”.
Il caso provoca già  le prime reazioni politiche.
“Berlusconi ha detto a Lavitola di restare all’estero? La questione verrà  affrontata martedì nelle dichiarazioni che il capo del Governo è chiamato a rendere all’autorità  giudiziaria, ma la portata di questa notizia è tale da esigere un’immediata e personale smentita”.
A dirlo è la capogruppo del Pd in commissione giustizia, Donatella Ferranti, che aggiunge: “La situazione economica è drammatica, la reputazione del capo del governo influisce sull’umore dei mercati e i silenzi di Berlusconi non sono ammissibili”.
“Se è vera l’intercettazione – dice Carmelo Briguglio, vicepresidente vicario di Futuro e libertà  alla Camera – il presidente della Repubblica imponga a un presidente del Consiglio complice di un latitante, già  utilizzato come killer per dimissionare il presidente della Camera, di lasciare palazzo Chigi”.
“Adesso – aggiunge – si è capito da chi, perchè e con quali delinquenti è stato organizzato l’affaire della casa di Montecarlo contro Gianfranco Fini”.
Un riferimento al ruolo attivissimo di Lavitola nel procurare documenti proprio sulla vicenda dell’appartamento di Montecarlo.

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ALTRA PUNTATA DEL TORMENTONE BOCCHINO-BEGAN: ORA LEI DENUNCIA LUI PER STALKING

Settembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

LA BEGAN: “CONSERVO TUTTI I MESSAGGI RICEVUTI AL CELLULARE, MI CONTINUA A CERCARE OGNI GIORNO”… BOCCHINO: “ABITUATA ALLA DIFFAMAZIONE”… LEI REPLICA: “MI MINACCIA”

Minaccia lei: «Il signor Bocchino continua a cercarmi ogni giorno con sms e telefonate. Se va avanti così lo denuncio per stalking».
Insinua lui: «La signora Beganovic, il suo vero cognome è questo, mi ha raccontato delle cose incredibili su Berlusconi. No, non le posso ripetere e nemmeno ci credo. Ma è la prova della sua abitudine alla diffamazione».
Sarà  anche vero che quando finisce un amore non capisci più niente, come da lamento in musica di Riccardo Cocciante.
Ma stavolta le cose erano apparse difficile da comprendere fin dall’inizio.
Lei è Sabina Began, detta ape regina per la vicinanza a Berlusconi e alle sue feste, anche se ci tiene a ripetere che il suo vero soprannome è bunga bunga.
Lui è Italo Bocchino, scissionista di rito finiano che a Berlusconi ha dato tra le altre cose dell’«eversore» invitandolo a dimettersi come Ben Alì.
La loro storia comincia a giugno ad un tavolo del ristorante Assunta Madre di Roma.
Un incontro casuale, dicono tutti e due.
Ma tre mesi dopo, forse un record, è già  arrivato il momento della carta bollata.
Bocchino ha denunciato la Began per diffamazione dopo che lei ha rivelato su Vanity fair i loro sms privati.
Lei medita una querela per stalking e alla bisogna conserva sul cellulare tutti i messaggini del suo ex. «Vuole sapere l’ultimo?», dice dopo un’abbuffata di carote e finocchi che chiude il suo ennesimo «digiuno spirituale» di tre giorni. Certo.
«Glielo leggo: “adesso vado dal giudice e gli racconto come hai fatto ad avere il passaporto”. Capito che tipo? Peccato che io il passaporto non ce l’ho. È solo una minaccia per farmi stare male».
Bocchino smentisce, come farebbe ogni ex preso in castagna: «Non ho più nemmeno il suo numero di cellulare».
Ma quello che conta davvero non sono i cocci di un amore finito male.
Bocchino sospetta che non sia stata una storia di mezza estate ma un trappolone organizzato da Berlusconi per far perdere la faccia ad uno dei suoi nemici.
Sospetto rafforzato da un indizio: le foto che li hanno pizzicati insieme in costiera amalfitana sono finite su Chi , settimanale della famiglia Berlusconi.
E qui più che alla carta bollata siamo agli stracci: «Italo… – dice Began – cioè il signor Bocchino mi chiedeva di aiutarlo a fare pace con Berlusconi che era arrabbiato con lui soprattutto per la storia della Carfagna. E io c’ero quasi riuscita».
In che senso? «Ne ho parlato con il presidente. Lui mi ha detto che Bocchino lo insultava tutti i giorni ma che se stava con me doveva essere una brava persona. Ci avrebbe pensato, mi disse».
Poi sono arrivate le foto su Chi , e Bocchino non l’ha presa affatto bene.
Nella denuncia che presenterà  oggi sostiene che è stata la stessa Began ad «annunciarmi una vendetta al telefono».
E questo dopo che lui l’aveva presa in giro dicendo che «affidare una mediazione a lei sarebbe come nominare Rambo ambasciatore».
Come molti uomini, finita l’estate Bocchino chiude la parentesi: «Ci sono troppe cose importanti da fare per occuparsi della Beganovic. Non lo so, forse all’inizio era sincera ma poi è stata manovrata».
Come molte donne, lei non cede di una virgola: «Se amo ancora Italo? Non sono mai stata innamorata di nessuno. Solo di Berlusconi ma platonicamente, ci mancherebbe».

Lorenzo Salvia
(da “Il Corriere della Sera“)

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