Settembre 29th, 2011 Riccardo Fucile
L’UGL DENUNCIA IL COMPORTAMENTO DELLA PARLAMENTARE VERONESE DURANTE I CONTROLLI PRE-IMBARCO DI LUNEDI’ AL CATULLO E SCOPPIA LA POLEMICA
«Senatrice, si tolga le scarpe ». 
«Non ci penso neppure, e per favore usate modi più civili».
E’ iniziato più o meno così, l’altro giorno all’aeroporto Catullo di Villafranca, un piccolo duello che vede adesso contrapposti (con toni durissimi da entrambe le parti) la senatrice veronese del Pdl, Cinzia Bonfrisco, e il sindacato Ugl della Polizia di Stato.
Tutto è partito, appunto, dalla richiesta fatta lunedì alla parlamentare, che era in partenza per Roma, di togliersi le scarpe per sottoporsi ai controlli, richiesta fatta dai «vigilantes» dei servizi di sicurezza dello scalo (affidati alle società «La Ronda» e «Fidelitas»).
Da qui in poi, le versioni dei fatti sono diametralmente opposte.
Secondo l’Ugl «alla richiesta di togliersi le scarpe per motivi di sicurezza, la senatrice veronese a salvaguardia dei propri diritti civili ma, a discapito della possibilità di proteggere il mondo da minacce terroristiche, ha inscenato l’ennesimo “spettacolo teatrale” con tanto d’intervento della Polizia di Stato».
Solo dopo questo intervento, infatti, servito evidentemente a calmare le acque, i controlli sono stati effettuati.
Questione chiusa, allora? Pare proprio di no.
Perchè il sindacato di polizia allarga il discorso e va all’attacco, spiegando che «non è la prima volta che questa personalità crea problematiche all’atto dei controlli aeroportuali ».
Di qui, l’atto di accusa: «Nessuno e ripetiamo nessuno, – tuona il segretario provinciale dell’Ugl del settore, Massimiliano Colognato – può essere esentato dall’effettuare i previsti controlli aeroportuali prima di salire a bordo di un aeromobile mentre il personale della Polizia di Stato e le Guardie particolari giurate non possono certamente essere bistrattati da chi non gradisce, essere controllato»
E ancora: «In attesa che anche l’aeroporto Valerio Catullo sia dotato dei nuovi scanner per scarpe come quelli prodotti da Safran Mopho, azienda che faceva parte della divisione Sicurezza di General Electric, la senatrice veronese dovrebbe pensare che i controlli aeroportuali vengono effettuati a garanzia dell’intera collettività : quanto successo – aggiunge – è davvero molto grave e solamente grazie alla professionalità della Polizia di Stato e delle Guardie particolari giurate in servizio presso l’aeroporto Catullo, la situazione non è ulteriormente degenerata ».
Dopo aver definito «assurdo» il comportamento dell’esponente politica, l’Ugl conclude invitando «la senatrice veronese a servirsi dei mezzi ferroviari per non essere sottoposta ai fastidiosi controlli aeroportuali».
Decisamente diversa la versione dei fatti da parte della parlamentare veronese.
«Nessun problema con la Polizia, anzi – racconta infatti la senatrice Bonfrisco – ma semmai con i vigilantes delle ditte private che hanno ottenuto l’appalto della sicurezza al Catullo».
Secondo l’esponente pidiellina, infatti, «è vero che mi sono rifiutata di togliermi le scarpe, ma l’ho fatto perchè, (e non era la prima volta che accadeva), sono stati usati nei miei confronti modi che mi limito a definire… alquanto sgarbati, così come è accaduto anche ad altri viaggiatori. A quel punto sono stata io a chiedere l’intervento degli agenti di polizia, che sono stati gentilissimi e assolutamente professionali, svolgendo il loro compito con precisione e perizia, doti peraltro unite a quella cortesia che nei confronti di un cittadino non mi pare faccia affatto male».
Poi, anche dalla senatrice, una frecciata politico- sindacale: «Stia tranquilla l’Ugl – dice sorridendo, – se l’attività giornalistica di questi giorni serve a fare qualche tessera in più, i suoi dirigenti resteranno delusi. Voglio però sottolineare che questo iperattivismo mediatico non può avvenire diffondendo delle falsità sulla pelle delle persone. I bravi poliziotti, come quelli in servizio all’Aeroporto di Verona, oltre che fare bene il loro lavoro, sanno distinguere la cura della sicurezza e il loro operato quotidiano dalle pure e semplici speculazioni sindacal- elettorali. E le società private che gestiscono il servizio di controllo al Catullo sappiano che nessuno si sottrae a nulla, basta solo chiedere sempre con professionalità e rispetto, perchè i viaggiatori non sono un parco buoi. E più che mai in momenti come questi ci serve poca ottusità e molta pazienza».
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Settembre 29th, 2011 Riccardo Fucile
STORIE DI ORDINARIA CAFONERIA IN UNA SALA AEROPORTUALE VENETA
Sono un dirigente di una grande azienda di abbigliamento del Veneto.
Mi trovo nella lounge dell’aeroporto Marco Polo a Venezia, dove tutti sussurrano e qualcuno cerca di dormire o almeno riposare.
A un certo punto arriva una specie di bisonte veneto, si avvicina al bancone del bar della lounge e urlando chiede “el soito” come fosse in osteria.
La barista riconoscendolo (è un onorevole leghista, à§a va sans dire) lo omaggia e dice che ci sono delle brioche o dei biscottini.
Il bestione li afferra con le sue tenere manine e se ne esce: “Ne togo na sbrancà ”.
Il tutto davanti allo stupore degli altri passeggeri per la maggior parte internazionali. A un certo punto arriva il principe del foro, l’onore vole Paniz il quale, dopo aver lumacato con le hostess, riprende la povera barista richiamandola perchè i tavoli non sono abbastanza puliti.
“Deve pulire i tavoli — ha detto — perchè lei lo sa che io ci tengo a queste cose: è un’indecenza”.
Allora la poveretta gli ha detto che era da sola e lui ha risposto che si doveva far dare un supporto adeguato alle ore di punta.
A quel punto la sfortunata gli ha chiesto: “Il solito onorevole?”.
Ecco in arrivo il leghista Massimo Bitonci (quello che ha vietato di aprire negozi di kebab a Cittadella dove è sindaco).
Il bestione leghista lo applaude per le sue dichiarazioni sul figlio di Riina scarcerato a Padova dove intende rimane re .
Estraggo la mia copia del Fatto Quotidiano, Paniz la vede e si irrigidisce, un altro mi piazza la sua borsa sopra il mio tavolino.
È un attimo perchè subito dopo escono urlando e vociando per i corridoi, la gente della lounge sospira; loro si abbracciano e si baciano “ci vediamo in aula” gridano a distanza.
Questo è tutto dalla lounge dove l’aria solitamente internazionale e raffinata è stata disturbata dalla nostra classe politica.
L’impressione è che sentano che tutto gli è dovuto.
Siamo tutti molto irritati, lo sono anch’io.
V. T.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 29th, 2011 Riccardo Fucile
PROTESTA AUTONOMISTA DI PICCOLI IMPRENDITORI, AGRICOLTORI E BANCARI: “VIA I NOSTRI RISPARMI DA QUESTA ITALIA AL COLLASSO”
È partita alle 8,30 di lunedì dal casello di Mira-Oriago la «gita fiscale » in Slovenia,
seconda avventura mediatica di Veneto Stato, dopo l’inaugurazione del «monumento all’imprenditore» di qualche tempo fa ad Arzignano.
Il tempo di riunire sul pullmino tutti i partecipanti (una trentina) sotto l’occhio attento delle telecamere.
Una umanità varia, unita sotto il bandierone del partito venetista da questioni fiscali e politiche.
D’altra parte, fisco e politica, combinazione irresistibile, sono stati il propellente per tutte le esperienze autonomiste nostrane: dalla prima Liga Veneta a Progetto Nord Est di Giorgio Panto.
A ben vedere, ora una differenza c’è: in gioco, qui, non c’è solo la «rivoluzione della pancia », quella dei leghisti della prima ora; per i membri di Veneto Stato la fine del sistema Italia è inevitabile.
E non è mica una iattura; piuttosto, una grande occasione per togliersi il resto del Paese dai piedi.
«Passione e collasso vanno a braccetto – chiarisce l’ideologo Alessio Morosin, avvocato e autonomista storico – perchè le rivoluzioni scoppiano quando la pancia è vuota».
La crisi, cioè, fa da detonatore.
Ed è sempre meglio prendersi per tempo: di qui la trasferta a Capodistria, in Slovenia, per mettere i risparmi al sicuro in un paese che vive i propri anni Sessanta.
Per la cronaca, sono una decina i partecipanti alla «gita fiscale» che hanno aperto conti correnti in Istria.
Tanto con l’Italia è comunque finita.
Non solo per gli slogan o per le carte di identità con il Leone appiccicato, ma perchè qui il portafoglio è sotto scacco.
«Non ho più fiducia nel nostro sistema – afferma Walter Torresan di Preganziol (Treviso) – può accadere di tutto: il crollo è dietro l’angolo, con il debito pubblico al 120% sul Pil». L’Italia? «Sempre quella di Gelli, Sindona, Calvi – spiega Claudio Rigo di Casier (Treviso) – non mi fido: chi lo sa, magari da un giorno all’altro ci tolgono i soldi dal conto corrente ».
E c’è chi al sistema si oppone di persona. Come Angelo De Marchi di Treviso, che le tasse non le paga più «da quando, nel 1996, la Finanza se l’è presa con me. Mi mandino Equitalia, che gli offro un caffè».
E come Giorgio Fidenato di Pordenone, presidente dell’associazione «Agricoltori federati», che ha stabilito, dal 2009, che la figura del sostituto d’imposta va abolita: «Non spetta a noi – spiega – fare gli esattori ».
Fra i venetisti accorsi ad aprire un conto corrente in Slovenia anche Stefano di Albignasego (Padova), che di mestiere fa il bancario: «Il rischio di una patrimoniale – afferma – c’è, eccome: tanto vale diversificare».
Cioè mettere il capitale un po’ qui e un po’ lì.
Unisce tutti la cocente delusione per i partiti di provenienza, Carroccio e Pdl: due volte traditori, per avere ingannato il popolo su federalismo e liberalismo.
«Non trovo parole – afferma Gianfranco Favero di Quinto (Treviso), ex pidiellino – per descrivere la mia delusione».
Ma perchè Veneto Stato dovrebbe riuscire lì dove ha fallito la Lega?
«Perchè il nostro percorso è diverso – chiosa il segretario Lodovico Pizzati -: allo Stato italiano non chiediamo niente. Come è accaduto nel Sudan del Sud e nel Montenegro, una volta al potere in Regione organizzeremo una consultazione popolare sotto l’egida della comunità internazionale. Certo, servono i numeri: ma in un anno ci siamo moltiplicati».
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Settembre 29th, 2011 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE DA OSPITE D’ONORE A PRESENZA INDESIDERATA…LA REPLICA: “SOLDI NON CE NE SONO”
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti contestato durante l’assemblea dell’associazione dei costruttori edili.
Ovvero da coloro che contavano, e non poco, sulle promesse di sviluppo annunciate a più riprese dal governo di cui fa parte.
E’ successo stamane ad Altero Matteoli che, intervenuto al tradizionale meeting annuale dell’Ance, è stato duramente apostrofato da alcuni partecipanti alla manifestazione.
Da ospite d’onore, quindi, a presenza indesiderata.
Al momento di salire sul palco per il discorso d’ordinanza sugli interventi e le misure messe in atto dal governo sul fronte delle infrastrutture, dalla platea si sono levati prima commenti ironici (“Bravo”, “quelle parole non le hai scritte tu, ma prima di venire potevi almeno leggerle”), poi fischi e urla inequivocabili all’indirizzo del ministro, specie da parte dei giovani imprenditori nel campo dell’edilizia.
“Vergogna, basta, andate via, state facendo fallire le imprese” hanno gridato i contestatori, che poi hanno invitato i presenti ad abbandonare l’aula.
Matteoli, da par sua, in un primo momento ha dovuto interrompere il suo discorso, per poi riprenderlo davanti a una sala con evidenti vuoti.
“Mi rendo conto del momento difficile — ha detto Matteoli -, i costruttori hanno tutta la mia solidarietà , ma sono abituato a ben altro”.
In apertura d’assemblea, invece, era stato il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti, a elencare le conseguenze della crisi nel settore dell’edilizia: 230mila posti di lavoro persi dall’inizio della crisi, 350mila se si considera anche l’indotto.
E, soprattutto, crescita nulla anche nel 2012, specie “in assenza di misure che possano produrre effetti immediati sulla produzione”.
Tradotto: ennesima riduzione degli investimenti in costruzioni del 3,2%.
Da questi numeri, evidentemente, è nata l’azione dei contestatori, spiegata da Sandro Catalano, presidente dei Giovani dell’Ance di Trapani: “Il ministro è venuto senza sapere di cosa doveva parlare. E’ venuto qui senza portare risposte nè proposte, così ci ha confermato che non c’è niente in pentola per il futuro. Le imprese rischiano di fermarsi, ci aspettavamo qualche novità e invece abbiamo solo tasse”.
Sulle misure da approvare “al massimo in dieci giorni” il titolare del dicastero di Porta Pia ha poi spiegato i provvedimento in corso di studio, rispondendo così alle critiche del presidente Ance, Paolo Buzzetti, che contestava l’ipotesi di decreti a costo zero.
“Soldi non ce ne sono, il finanziamento avviene attraverso la defiscalizzazione — ha detto Matteoli -. Le risorse sono indirette ma sono sempre risorse. Noi stiamo lavorando per scrivere il decreto dopo di che andremo a incontrare le Regioni e l’Anci”.
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Settembre 28th, 2011 Riccardo Fucile
“MARONI NON PUO’ PARLARE DI PETTEGOLEZZI DELLE PROCURE; SE VA A PROCESSO CHE DICIAMO POI ALLA NOSTRA BASE”…LA DENUNCIA DI DARIO FROSCIO, EX PRESIDENTE DI AGEA IN QUOTA LEGA
Dario Fruscio è l’anello mancante. 
Quando ci si chiede perchè mai la Lega tra pochi minuti voterà compatta contro la sfiducia al ministro Saverio Romano bisogna parlare con lui.
Marcato accento calabrese, uomo di comprovata fede leghista da alcuni lustri, Fruscio è nato a Longobardi, ironia della sorte, in provincia di Vibo Valentia, 74 anni fa.
Fino al giugno scorso era presidente di Agea, il cuore economico del ministero dell’Agricoltura. Nominato in quota Carroccio nel 2009, quando a dirigere il ministero c’era Luca Zaia, per assurdo, finisce rinnegato dai suoi sostenitori quando alle Politiche agricole arriva il siciliano Saverio Romano.
Lui non esita a definire il suo commissariamento “un abuso”. “Lo dice il Tar del Lazio, lo dice l’avvocatura dello Stato, lo dice la Corte dei conti…”.
Allora perchè l’hanno cacciata?
Cominciamo dall’inizio. Quando sono arrivato in Agea mi sono trovato praticamente fresca di stampa la legge Zaia che serviva alla “pacificazione” con quel drappello di produttori di latte che avevano sforato le quote e non volevano pagare le multe.
Umberto Bossi gli “splafonatori” li ha sempre protetti
Qui non c’era nessuna possibilità interpretativa, la norma era perentoria, chiara, precisa: attraverso Equitalia, Agea doveva perseguire l’interesse dell’erario pubblico e riscuotere quelle somme.
E lei così ha fatto?
Ho cercato di dare impulso a certe lentezze in atto, a certe distrazioni…
Il suo dovere…
Sì, ma questo ha creato parecchi problemi alla parte politica che mi aveva portato in Agea
La Lega, appunto
Mi hanno chiesto di moderarmi, di temporeggiare. E io l’ho fatto. L’ho fatto perchè nel frattempo il mio ceto politico di riferimento potesse aiutarmi sul piano legislativo.
Invece?
Mi dicevano “sì, si farà , ora vediamo”. Invece niente. E io non avevo margine dal marcamento della Corte dei Conti. Così ho smesso di temporeggiare.
Le multe agli splafonatori stanno per arrivare, invece arriva prima il nuovo ministro, Saverio Romano che toglie a Equitalia il mandato di riscossione. Dava fastidio anche a lui?
Al ministro interessava mettere le mani su Agea e sulle sue controllate. Io invece ho sempre rivendicato l’autonomia dell’agenzia.
In che modo?
Per prima cosa facendo consigli di amministrazione in autonomia: ho ceduto alla richiesta di inviare in via preventiva al ministro le convocazioni e gli ordini del giorno, ma non ho mai consentito direttive e documenti diretti al cda, nè l’accesso ai consigli delle controllate.
Le è costato caro?
Sicuramente la cosa non è piaciuta . Così hanno capito l’antifona: “Il professor Fruscio ritiene di poter operare in virtù delle norme vigenti e non secondo il criterio di compartecipazione in forza al ministero: commissariamolo!”. E così è stato.
Cosa è cambiato dopo il suo addio?
In Agea ci sono stati subito una serie di movimenti da me mai prediletti, si è messa mano alle controllate, si è nominato personale di provenienza palermitana e siciliana.
Compaesani del ministro.
Di per sè non ci sarebbe nulla di male, ma fino ad allora non c’era mai stata una predominanza territoriale così forte…
In via Bellerio non saranno contenti…
Non lo so, la mia parte politica si è chiusa nel più assoluto silenzio: indice evidente di imbarazzo profondo.
È deluso?
Continuo a tenere nella tasca della mia giacca la tessera della Lega Nord. Spero ancora che il movimento possa tornare a essere quello di un tempo…
Oggi non è più così?
La Lega di oggi è in uno stato di frastornazione totale.
Anche sulla sfiducia al ministro Romano?
Questa è la prima volta dal 1946 che ci troviamo di fronte a una richiesta per sospetta associazione mafiosa. Come può la Lega, nel nome della tenuta del governo, accettare un governo che è tenuto in piedi da un indiziato per mafia? Come può un ministro dell’Interno dire “finiamola con questi pettegolezzi della Procura”? Pettegolezzi? E se il 25 ottobre il tribunale decidesse di accogliere questi pettegolezzi come la mettiamo?
Quel giorno il ministro potrebbe essere rinviato a giudizio.
Ecco, e cosa dirà la base della Lega a cui abbiamo fatto deglutire tutto e il contrario di tutto?
Lei è stato senatore: oggi in Parlamento voterebbe la sfiducia al ministro?
Voterei sì alla sfiducia: non solo per appartenenza politica al movimento per come l’ho vissuto io. Voterei sì per rispetto etico e morale verso la società tutta, dal primo all’ultimo dei cittadini.
Paola Zanca
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 28th, 2011 Riccardo Fucile
NO DI TREMONTI ALL’IPOTESI SACCOMANNI, IL MINISTRO VUOLE GRILLI…L’IPOTESI DI UN TERZO CANDIDATO E DI UNO “SCAMBIO” CON IL PREMIER SULLA LINEA DI CRESCITA
Da una parte Giulio Tremonti, sponsor di Grilli, che torna alla carica sull’attuale direttore generale del Tesoro anche durante il colloquio di ieri mattina con il capo dello Stato.
E dall’altra Berlusconi, che non se la sente di rimangiarsi quanto promesso in alcuni colloqui privati e insiste per nominare Saccomanni, cercando così di non attirarsi le ire e il risentimento del futuro presidente della Bce.
Al momento l’esito della partita è incerto e lo dimostrano le due “voci” che iniziano a circolare in serata dopo il faccia a faccia tra il Cavaliere e Tremonti a Palazzo Grazioli.
La prima accredita un “patto” già siglato tra Berlusconi e il ministro dell’Economia, uno “scambio” per portare il tremontiano Grilli al posto di Draghi in cambio di una maggiore duttilità del Tesoro sui provvedimenti per stimolare la crescita.
Il ministro dell’Economia avrebbe convinto anche Bossi a dargli manforte, sostenendo il nome di Grilli durante la cena di ieri notte a Palazzo Grazioli.
Ma c’è anche l’ipotesi di un terzo uomo, una candidatura nuova, di mediazione, che Tremonti stesso avrebbe suggerito al premier per uscire dalla guerra senza vincitori nè vinti.
Dunque un governatore diverso dagli attuali contendenti.
Si saprà forse già stamattina se e come il braccio di ferro si sarà risolto.
Alle undici e trenta è prevista infatti la riunione del consiglio superiore della Banca che deve dare un parere sul candidato: la riunione è convocata in seduta ordinaria, ma se Berlusconi dovesse indicare, come vuole la legge, il nome del nuovo governatore – il decimo della serie – i consiglieri di Palazzo Koch sono già pronti a riconvocarsi mezzora più tardi, in via “straordinaria”, quella valida per le scelte di vertice.
Sei anni fa, d’altra parte, il sottosegretario Gianni Letta portò a mano – e all’ultimo minuto – l’indicazione di Draghi.
In ogni caso le due ore di confronto tra Berlusconi e Tremonti a Palazzo Grazioli si svolgono in un clima molto teso.
L’incipit è amaro: un sorriso di circostanza e un lungo elenco di recriminazioni.
“Perchè Milanese – attacca il Cavaliere – l’abbiamo dovuto salvare noi dai magistrati. Lui c’è rimasto malissimo, è venuto a sfogarsi da me. Con un tuo uomo che rischiava di passare la notte in galera per lo meno avresti dovuto fare un atto di presenza”.
Tremonti non risponde, incassa in silenzio e annota. “Perchè non puoi fare sempre il numero uno – insiste il premier – mentre agli altri ministri riservi solo la facoltà di acconsentire. Tu fai il fenomeno e quelli, a ragione, vengono da me a lamentarsi tutti i giorni. Basta, non puoi essere un corpo estraneo al governo, ci devi aiutare”.
Lo sfogo del capo del governo dura a lungo e tocca tutti i capitoli della querelle di queste settimane contro Tremonti: la mancata “collegialità ” nella stesura della manovra, il parlare male del premier in giro per il mondo, i contrasti sulle singole misure, fino allo strappo che, agli occhi del Cavaliere, è stato il più difficile da digerire, ovvero l’assenza “umanamente incomprensibile” del ministro dell’Economia per il voto sull’arresto di Milanese.
Accuse a cui Tremonti, dopo aver ascoltato, ribatte punto per punto.
A partire proprio da quel contestato viaggio all’estero nel Milanese-day, “perchè a Washington ci sono andato a rappresentare il tuo governo al G20, non per turismo”.
Anche “Giulio” ha poi le sue lamentele da esporre, perchè in questi giorni “mi avete messo in croce in ogni modo”.
E parte il puntuale elenco degli attacchi dei vari Crosetto, della Santanchè, di Stracquadanio, di Martino, di Galan, del Giornale, di mille altri uomini del Pdl dietro i quali, per il ministro dell’Economia, altri non c’era che lo stesso Berlusconi.
E tuttavia, se pure il rapporto umano ormai è lacerato e tra i due la fiducia sia una parola senza più significato, la reciproca debolezza impone una tregua.
Tregua armata, ma Gianni Letta ci ha lavorato da tempo e sarà proprio il sottosegretario a farsene garante.
Morta prima di nascere la “cabina di regia” pensata per imbrigliare Tremonti, finita in una vaga promessa di “collaborazione diretta” tra ministero dell’Economia e Palazzo Chigi la richiesta di collegialità , quel che resta del giorno è dunque solo un ruolo di Letta come supervisore.
(da “La Repubblica“)
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Settembre 28th, 2011 Riccardo Fucile
COME USCIRE DALL’IMPASSE E DAL DISCREDITO INTERNAZIONALE… COSA RECITA LA COSTITUZIONE NEL MERITO
L’articolo 88 della Costituzione recita: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro
Presidenti, sciogliere le Camere”.
La Carta non pone alcun limite a questa facoltà del capo dello Stato salvo l’obbligo di sentire il parere, peraltro non vincolante, dei presidenti dei due rami del Parlamento e che non può esercitarla “negli ultimi sei mesi del suo mandato”.
Il fatto che la Costituzione dedichi un preciso articolo sui 17 che lo riguardano, a questa facoltà del presidente della Repubblica, senza accompagnarla con alcuna specificazione, indica che i nostri Padri fondatori non la consideravano, come altre, puramente ornamentale, ma un potere concreto e fondamentale della massima carica dello Stato che la può esercitare in piena libertà quando a suo giudizio ne ricorrano le condizioni.
L’articolo 88 fa quindi piazza pulita delle talmudiche asserzioni degli esponenti del centrodestra che a ogni piè sospinto, di fronte alle reiterate richieste di dimissioni del presidente del Consiglio, che provengono da varie parti e non solo dalle opposizioni, strillano che “nessuno può mandare a casa un governo che ha la maggioranza in Parlamento ed è stato voluto dal popolo sovrano” . Qualcuno c’è: è il capo dello Stato.
Naturalmente, a lume di logica, e non perchè la Costituzione gli ponga alcun limite, il presidente della Repubblica eserciterà questa sua peculiarissima facoltà in casi eccezionali e di fronte a situazioni di emergenza.
I costituzionalisti si sono esercitati e sbizzarriti, nell’elencare una serie di situazioni che costituirebbero un valido motivo per lo scioglimento anticipato delle Camere.
Ne citiamo due che sembrano tagliati su misura per il caso nostro.
1) “L’emergere di nuove questioni fondamentali su cui i candidati non avevano preso posizione al momento della campagna elettorale e che gli stessi elettori non potevano aver preso in considerazione al momento del voto”.
Nel 2008, quando fu eletto il terzo governo Berlusconi, non esisteva il rischio di default dell’Italia.
2) “Se sussiste un tentativo di sovvertimento legale della Costituzione”.
Sono diciassette anni che Berlusconi sovverte, fra gli altri, uno degli articoli-cardine della Costituzione, l’articolo 3 che sancisce il principio basilare dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.
Ma non voglio girare intorno ai pareri dei costituzionalisti.
Se c’è un momento per un capo dello Stato, di esercitare la facoltà di sciogliere anticipatamente le Camere e mandare a nuove elezioni, è questo.
L’Italia vive una situazione economica gravissima di fronte alla quale c’è un governo indeciso a tutto che ha dovuto cambiare cinque volte la legge finanziaria.
È più vicina alla Grecia che alla Spagna.
Ma più del governo, dove ci sono anche ottimi ministri, il problema è proprio lui: Silvio Berlusconi.
Con i suoi comportamenti, pubblici e privati, agiti anche all’estero, ci ha ridicolizzato di fronte all’opinione pubblica internazionale e ci ha tolto credibilità proprio nel momento in cui ne avremmo più bisogno.
L’ “Express” in una sua copertina lo ha definito “il buffone d’Europa”.
Ma critiche feroci e sbeffeggianti sono state mosse al premier italiano da vari giornali europei (inglesi, tedeschi, spagnoli e persino bulgari), americani, giapponesi, molto spesso di ispirazione liberale.
Recentemente il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, si è detta stufa di vedere l’Italia considerata “uno zimbello”.
Ma, soprattutto, Berlusconi è stato ed è un autocrate alla Putin che per diciassette anni, sotto mentite spoglie di democrazia, ha lato leggi, massacrato tutti i principi dello Stato liberale e democratico, promosso le sue favorite in Parlamento e nelle Istituzioni grazie al potere del suo denaro e avendo, per sopramercato, un’origine politica illegittima a causa di un colossale conflitto d’interessi mai risolto.
Oggi ha una maggioranza, in parte prezzolata, in Parlamento, ma quasi tutto il Paese contro: al di là delle opposizioni politiche, la società civile, la Confindustria, la Chiesa, i leghisti di base non lo possono più sopportare.
Ma lui suona il suo solito refrain: “Non mollo”.
Invece è necessario liberarsene al più presto prima che il Paese precipiti nella catastrofe.
Solo il presidente della Repubblica può farlo.
Certo ci vuole del coraggio per mandare a casa un presidente del Consiglio in carica.
Giorgio Napolitano è sempre stato un uomo in grigio, un politico mediocre di cui, prima che salisse al Colle, non si ricordava un discorso significativo, un atto di qualche valore, ma solo l’imbarazzante somiglianza con il re Umberto.
E anche adesso si segnala solo per la sua inerzia, per moniti omnicomprensivi che, in quanto tali, non vogliono dire nulla.
Giorgio Napolitano ha 85 anni.
Trovi, per la prima volta nella sua lunga vita, il coraggio di fare un atto di coraggio.
Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 28th, 2011 Riccardo Fucile
INSORGONO SINDACI E GOVERNATORI: “COLPA DELLA MANOVRA”… NEL MIRINO I COMUNI DI GENOVA, BOLOGNA E MILANO, LA PROVINCIA DI ROMA, LE REGIONI SICILIA, EMILIA, LIGURIA… PESANO I TAGLI E LA MANCANZA DI CERTEZZE SULLE ENTRATE DEL FEDERALISMO
Dopo il giudizio negativo espresso sul debito pubblico dell’Italia e su sette delle sue banche ora è il momento degli enti locali.
La mannaia di Standard and Poor’s questa volta si è abbattuta su Comuni, Province e Regioni.
Undici enti, ieri sbalzati un gradino più sotto di quello sul quale fino ad ora poggiavano.
La loro affidabilità creditizia, secondo l’agenzia, è passata da A+ ad A; il loro outlook (le previsioni sul futuro) è considerato negativo.
Si tratta delle Province di Roma e Mantova, delle Regioni Sicilia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Umbria e Marche e dei Comuni di Genova, Bologna e Milano.
Anche per la città di Torino è stato rivisto – da stabile a negativo – l’outlook, ma per i debiti a lungo termine è stata riconfermata la A.
Rating di lungo termine in discesa e outlook negativo riconfermato pure sui bond emessi dall’Umbria (con scadenza 2017, 2018 e 2019), dalle Marche (scadenza 2018) e per i titoli della Sicilia con scadenza 2016
In molti casi sembrerebbe trattarsi di enti «insospettabili», considerabili finanziariamente più solidi rispetto a molti altri.
Ma il ragionamento che fanno le agenzie di rating si può riassumere nel detto «chi meglio sta più rischia».
In un quadro come quello attuale – visto il Paese sotto schiaffo – sono infatti considerati più in pericolo gli enti locali che fino ad oggi avevano avuto i giudizi migliori.
La lettura è legata a due motivi: il primo è che le agenzie – anche se non c’è una legge scritta – ritengono che Comuni, Regioni, Province non possano avere «voti» più alti rispetto a quelli che loro stesse hanno assegnato al debito pubblico dello Stato cui appartengono.
Il secondo è che – visti i nuovi tagli inseriti in manovra e la mancanza di certezza sulle entrate del federalismo – la dipendenza degli enti dai trasferimenti dello Stato aumenta.
Per chi stava messo male la situazione cambia poco, ma per gli altri l’allarme un tempo lontano ora si fa sentire.
Il fatto è che il declassamento delle emissioni obbligazionarie degli enti potrebbe tradursi in un aumento della spesa per interessi.
Conseguenza molto sgradita e, a detta di tutti gli enti, dovuta a esclusivamente a cause «estranee» alla loro gestione.
«Purtroppo paghiamo la situazione del paese» ha commentato Claudio Burlando, presidente della Liguria, riassumendo lo stato d’animo di tutti i sindaci e presidenti coinvolti.
L’abbassamento del rating, in realtà , non è un fulmine arrivato a ciel sereno.
Solo pochi giorni fa Moody’s, l’altra delle tre agenzie (c’è anche Fitch) che dettano legge sui giudizi di affidabilità , aveva avvertito che le manovre estive del governo «appesantivano ulteriormente» i conti di Comuni, Regioni e Province considerati «già allo stremo».
I 7 miliardi di budget tagliati fra 2011 e 2012 e l’anticipo al 2013 per il pareggio di bilancio non potevano che rendere le cose ancora più difficili, quindi – aveva lasciato intendere l’agenzia americana – un ritocco verso il basso era più che probabile.
Ma il declassamento ora renderà ancora più tesi i rapporti fra enti e Stato centrale. Osvaldo Napoli, presidente facente funzioni dell’Anci, avverte: l’abbassamento del rating avrà come inevitabile corollario l’aumento delle tasse che i cittadini saranno chiamati a pagare per gli interessi sul debito dei Comuni.
«Un aumento che non è imputabile in alcun modo agli amministratori locali – precisa Napoli – bensì a scelte prese a livello nazionale».
Bruno Tabacci, assessore al Bilancio di Milano precisa che «non ci dovrebbero essere conseguenze per i mutui già in contratto», ma che ci sarà un maggiore peso per le casse del comune nel caso se ne sottoscrivessero di nuovi.
«Visto però che anche le banche italiane sono state di recente declassate, il differenziale non muta».
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, Comune, Costume, economia, emergenza, federalismo, governo, Politica, Regione | Commenta »
Settembre 28th, 2011 Riccardo Fucile
IL PDL TORNA AL TESTO MASTELLA: BAVAGLIO FINO ALL’APPELLO… VOTAZIONI IN AULA TRA UNA SETTIMANA
È l’ultima novità . L’ennesimo diktat di Berlusconi. Il ritorno alla legge Mastella sulle
intercettazioni.
Se dovesse passare, sui giornali non usciranno più, addirittura fino alla sentenza d’appello, gli atti integrali contenuti nel fascicolo del pubblico ministero.
«Siamo in uno stato di polizia» dice lui.
Il presidente dell’Anm Palamara gli ribatte che «non è vero». Ma il premier agisce di conseguenza.
Tenta un compromesso, pm sempre liberi di mettere microspie per i reati oltre i cinque anni di pena, ma ascolti blindati.
Niente telefonate pubblicate, neppure il loro contenuto, nè verbali d’interrogatorio (quelli solo raccontanti per riassunto), nè relazioni e accertamenti della polizia.
Black out.
Con una legge così, per limitarci alle cronache giudiziarie di questa fine estate, non avremmo letto una riga delle intercettazioni tra Tarantini e Lavitola, nè quelle tra Lavitola e Berlusconi, tutte nell’indagine di Napoli, nè quelle del 2008 tra Tarantini e il premier contenute nell’ordinanza che chiude a Bari l’indagine sulle escort.
Niente «Italia paese di merda» (detto da Silvio), niente «la patonza deve girare» (ancora Silvio), niente «resta dove sei» (sempre Silvio a Lavitola)
Il Cavaliere, su input del suo avvocato Ghedini, l’aveva già proposto all’inizio di luglio. Adesso ci riprova.
Vuole tornare al testo della legge Mastella sul bavaglio alla stampa.
Proprio quella votata all’unanimità , solo sette astenuti, il 17 aprile 2007.
Un colpo di teatro. Che il Cavaliere ripropone come soluzione in queste ore e motiva così: «Voglio proprio vedere se quelli della sinistra smentiscono se stessi e ora mi dicono di no. Se lo fanno vorrà dire che vogliono vedere pubblicate le mie intercettazioni sui giornali e vogliono fare con quelle la lotta politica».
L’intenzione sarà ufficializzata mercoledì quando, a Montecitorio, è previsto un vertice del Pdl per decidere come andare in aula la prossima settimana.
«Pochissime modifiche e avanti in fretta» dicono i bene informati.
L’ostacolo non è certo la norma sui blog – obbligo di rettifica entro 48 ore, fino a 12mila euro di multa – che, giurano sempre le stesse fonti, «si può ben addolcire».
Il punto fondamentale è bloccare l’uscita delle telefonate registrate.
La norma Mastella fa proprio al caso di Berlusconi.
Visto che è ben più severa di quella che sta alla Camera, il famoso ddl Alfano, frutto del compromesso di un anno fa tra Berlusconi, Fini e la Bongiorno.
Lì si dà grande spazio all’udienza-filtro, quella in cui magistrati e avvocati decidono quali intercettazioni rilevanti devono finire nel fascicolo del processo e, di conseguenza, possono essere pubblicate.
Nella Mastella invece il meccanismo è rigido ed esclude qualsiasi margine per pubblicare le carte giudiziarie.
Il premier e i suoi avvocati temono che l’udienza-filtro si risolva in una trappola, in cui si verifica comunque una discovery degli ascolti che possono poi trapelare sulla stampa.
Mentre la piazza già si mobilità , giovedì 29 la prima protesta contro la legge bavaglio, alla Camera il Pdl può contare su un’altra settimana.
Troppo affollato il calendario di questa, si rinvia alla prossima. In cui si passerà subito agli emendamenti, visto che la discussione generale s’è fatta un anno fa.
Lo scontro è assicurato.
Sul bavaglio e sulle sanzioni, ma anche su una legge che per i magistrati limita e danneggia le indagini.
Il Pdl è pronto allo scambio. Se il Pd vota la stretta alle pubblicazioni della Mastella, non ci sarà il carcere per i giornalisti, ma solo multe da 10 a 100mila euro.
Salvi gli editori.
Sarà scontro perchè il Pd, a luglio, ha già detto che la Mastella non è la base di un possibile compromesso.
Sull’ammazza-blog, criticata dal ministro Giorgia Meloni («Errore da modificare»), c’è già la promessa di un emendamento del Pdl Roberto Cassinelli.
Anche qui un compromesso: sanzioni ridotte, la chiosa per la rettifica «quando tecnicamente possibile», da 48 ore a dieci giorni di tempo per farla.
Lo scontro in aula dalla prossima settimana.
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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