Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
SIAMO UN POPOLO DI CONSERVATORI CHE SI VERGOGNA DI ESSERLO, CHE INVOCA LE RIFORME NELLA SPERANZA CHE FALLISCANO E CHE IN OGNI CASO NON RIGUARDINO LA PROPRIA CATEGORIA
Un tempo, quando ero giovane e liberista, venni catturato nel transatlantico di Montecitorio
dall’onorevole Ciriaco De Mita. Mi prese sotto braccio e attaccò: «Mi dicono che lei sogna un Paese con gli impiegati pubblici dimezzati, le aziende statali interamente privatizzate e le professioni interamente liberalizzate. E’ vero?»
«Certo!», esclamai con la sfrontatezza fanatica dell’utopista.Più merito e meno sprechi, più competizione e meno raccomandazioni…»
«Sono assolutamente d’accordo», mi interruppe De Mita. «Però le devo precisare che per realizzare le riforme che lei ha in mente non bastano le leggi. Ci vogliono i carri armati. Infatti l’unico che le ha messe davvero in pratica è stato il Cile di Pinochet».
Sono trascorsi più di vent’anni da quel colloquio istruttivo.
Io sono diventato un liberista pentito, mentre l’Italia mi sembra rimasta sostanzialmente la stessa democristiana di allora.
E chiunque provi a governarla in altro modo si espone a figure barbine.
La Manovra d’Agosto è stata l’ennesima autobiografia della nazione. Uno spettacolo d’arte varia ai confini dell’ assurdo, recitato da una compagnia di improvvisatori che, se manovrasse un aereo come sta facendo con i conti dello Stato, ci farebbe morire di paura per i continui vuoti d’aria.
Dopo aver provato a spiegare le marce e retromarce del governo a un giornalista tedesco, mi sono sentito rispondere: «Anche da noi si discute fino allo sfinimento sulle decisioni da prendere. Ma, una volta prese, si applicano e basta».
In Germania, forse.
Qui funziona diversamente: la decisione annunciata da una gola profonda del ministero ai giornali, affinchè facciano un titolo smentibile dal ministero il giorno dopo, è solo il primo atto della commedia.
A cui segue il secondo: la decisione viene proclamata ufficialmente dal Presidente e dal Ministro in una solenne conferenza stampa.
Ma neanche questo è un momento definitivo. Bisogna infatti aspettare le reazioni dei sondaggi.
E’ il loro responso, assai più del voto delle Camere, che garantisce al provvedimento il semaforo verde.
Se la categoria tartassata dalla legge non si lamenta, la legge passa.
Se invece si lamenta, invitando il governo a dirottare la scure su un’altra categoria, la legge viene cambiata in modo da colpire la categoria suggerita dai contestatori.
Un po’ come quando un giocatore indica all’arbitro quale avversario andrebbe ammonito al posto suo.
A questo punto saranno i nuovi tartassati a lamentarsi e a mostrare al governo il prossimo obiettivo.
Un esercizio che agli italiani riesce benissimo: ognuno da noi, infatti, ha una persona o un gruppo che invidia e con cui si sente in competizione. L’unica produzione italiana in crescita è quella dei capri espiatori.
A proposito di crescita: è stato l’altro mantra di agosto. «Non bastano i tagli, servono provvedimenti per la crescita». Già , ma costano.
E quelli che non costano fanno sicuramente arrabbiare qualcuno, rimettendo in moto il meccanismo infernale.
«Sono assolutamente d’accordo sulla necessità di liberalizzare le professioni», mi ha detto un notaio. «Tassisti, medici, giornalisti, avvocati…».
«Notai», mi sono permesso di aggiungere. «Ah no! I notai no. E non lo dico per interesse personale, figuriamoci. E’ che il notaio è un ufficiale pubblico, una figura di garanzia che…».
Perchè la verità è che siamo un popolo di conservatori che si vergogna di esserlo e invoca le riforme nella segreta speranza che falliscano e, soprattutto, che non lo riguardino.
Magari fra un mese l’Europa fischia la fine della ricreazione e al posto di questo carrello di bolliti ci impone un governo di algidi tecnocrati che per stroncare la nostra febbre da cavallo ci farà ingurgitare due scatole di antibiotici in un colpo solo.
Ma lasciatemi almeno il beneficio del dubbio: non è che nel tragitto fra la farmacia e il nostro stomaco gli antibiotici si tramuteranno nella solita aspirina?
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
ORA SPUNTA UN CONDONO FISCALE DA 4 MILIARDI…LA NUOVA SANATORIA FISCALE E’ STATA GIA’ DISCUSSA DA CALDEROLI CON ALFANO E SACCONI… OGGI IL PREMIER SCAPPA A PARIGI
Dice che su questo “pasticcio” lui non vuol “mettere la faccia”.
Che la risolvano Tremonti e Calderoli e Sacconi, al più presto, la grana dei conti che non tornano.
Che lui da ieri sera e per tutta la giornata di oggi si occuperà “solo di Libia”, tentato perfino dal disertare il Consiglio dei ministri di stamattina.
D’altronde deve volare a Parigi per la conferenza internazionale in programma nel pomeriggio.
Per Silvio Berlusconi l’accordo valido è quello siglato a casa sua lunedì scorso. Certo, fatta salva la norma-boomerang sul riscatto degli anni universitari e del servizio militare.
È stata cancellata con tutta fretta ieri mattina dallo stesso artefice della trovata, il ministro del Welfare, al termine del faccia a faccia avuto col collega leghista Calderoli.
Emerge adesso che al vertice di lunedì Sacconi aveva fatto sapere che i beneficiari sarebbero stati non più di 3-4 mila e che sulla disposizione c’era la copertura di Cisl e Uil.
Si è scoperto martedì mattina che coloro che avevano riscattato laurea e militare erano qualcosina in più: appena 600 mila. E che i sindacati (tutti) erano pronti alla rivolta.
Marcia indietro, dunque.
Ma tanto è bastato per allargare la falla dell’ammanco, passato dai 5-6 miliardi stimati informalmente dalla Ragioneria dello Stato dopo la riscrittura della manovra, ai 7-8 di ieri.
Dato che, dal congelamento del riscatto ideato ad Arcore, il governo stimava di ricavare almeno 1,5 miliardi di euro. Spariti anche quelli.
Ecco perchè a fine giornata, chiuso a Villa San Martino e parecchio infastidito dal disordine generale sulle cifre e dalle polemiche in libertà dei suoi, il Cavaliere lascia intendere che l’ipotesi di innalzare di un punto l’Iva, addirittura di 1,5, resta sullo sfondo, come extrema ratio.
Quasi un monito all’indirizzo del ministro dell’Economia Tremonti, che di un intervento sull’imposta sul valore aggiunto continua a non voler sentire parlare.
Allora provveda lui in altro modo, è quanto gli manda a dire il presidente del Consiglio. Sulla testa di tutti i ministri resta la spada di Damocle di un ulteriore giro di vite sui bilanci dei ministeri, già al momento spazzolati per 6 miliardi di euro.
La riunione di governo di questa mattina sarà dedicata ad altro, si affretta ad anticipare Palazzo Chigi per disinnescare tensioni e aspettative della vigilia. Quel che tutti sanno è che di manovra invece si parlerà , eccome, al termine del cdm, quando Tremonti, Calderoli, Maroni, Nitto Palma e Sacconi dovrebbero essere raggiunti da Alfano.
E in testa all’agenda c’è la misura messa a punto nelle ultime 36 ore da Roberto Calderoli.
Il ministro della Semplificazione ne avrebbe discusso al telefono con Tremonti e con il segretario Pdl.
A sentire i pidiellini ci sarebbe un sostanziale via libera.
Si tratterebbe di un inasprimento delle norme antievasione, con un aggravio di pena per i reati fiscali gravi, fino al carcere.
Il tutto camminerebbe di pari passo con una sorta di concordato: il recupero delle migliaia di contribuenti che hanno fatto i furbi in occasione dell’ultimo condono fiscale varato da un governo Berlusconi, quello del 2003.
In quell’occasione, tanti evasori hanno pagato la prima rata per bloccare il procedimento penale.
Salvo poi disertare tutti i successivi step col fisco.
Ebbene, la macchina del Tesoro metterebbe ora nel mirino quei piccoli-grandi evasori per recuperare – stando alle prime stime – circa 4 miliardi di euro.
Il tutto, tramite una maggiorazione delle rate già previste. E col divieto assoluto, per i “condonati”, di aderire in futuro a ulteriori condoni.
Al lavoro, gli uffici tecnici del Tesoro e di Palazzo Chigi.
Per tutta la giornata, sulla scia del caos e della ricerca forsennata di soluzioni, si è parlato con insistenza anche di un nuovo condono tombale.
Perfino di un condono edilizio-blitz all’orizzonte.
Voci tuttavia smentite in serata dai ministri che stanno lavorando al restyling del decreto: colpi di spugna che garantirebbero solo entrate una tantum e con pessimo ritorno di immagine.
Sarebbero invece allo studio altre misure minori per recupero di centinaia di milioni sulle voci di bilancio più disparate.
Perfino un nuovo redditometro sui beni di lusso.
Ma è una corsa contro il tempo. Anche perchè l’Italia è sotto la lente di ingrandimento di Bruxelles, dove è già rimbalzata l’eco del caos di questi giorni sul risanamento dei conti.
Questa mattina il presidente della commissione Ue Barroso avrà un incontro informale con i vertici del gruppo Pdl all’Europarlamento.
Vuol vederci chiaro. Gli emendamenti che il governo avrebbe dovuto depositare ieri in commissione Bilancio al Senato sono ancora in cantiere, preannunciati per questa mattina. Il presidente del Senato, Renato Schifani, convocando ieri nel suo studio La Russa, il sottosegretario Casero, i capigruppo Gasparri e Quagliariello ha avvertito che bisogna necessariamente provvedere entro oggi. Non oltre.
E preferibilmente senza fiducia. Così, trapela, gradirebbe soprattutto il Colle. “La verità è che nessuno sa nulla e forse neanche nelle prossime ore gli emendamenti saranno pronti” confidava in serata il repubblicano Francesco Nucara lasciando la sede Pdl di via dell’Umiltà dopo aver incontrato Alfano.
Non è un caso se a Palazzo Madama in pochi, nella maggioranza, sono pronti a scommettere ormai sull’approvazione del testo in commissione entro domani. Più probabile lo slittamento a lunedì.
Poi, da martedì in aula, il maxiemendamento viaggerà quasi certamente blindato dalla fiducia.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
SOCIETA’ DI COMODO: DAL GOVERNO FINORA SOLO BUONI PROPOSITI
S i fa presto a dire “è finita la pacchia delle società di comodo”. 
Oppure “scoviamo chi usa i trust per non pagare le tasse”.
Quando poi dagli slogan di Roberto Calderoli (mica per niente è il ministro per la semplificazione) si passa ai fatti, all’azione sul campo, non ci vuole molto a capire che gli annunci governativi sono un involucro vuoto che sarà molto difficile riempire di norme effettive e, soprattutto, efficaci.
Più difficile ancora, poi, è immaginare quanto concretamente potrebbe fruttare alle casse dello Stato la crociata contro gli schermi fiscali (trust e società di comodo).
Secondo il governo queste misure, insieme alla stretta sulle cooperative, dovrebbero compensare i 3 miliardi circa svaniti con l’abolizione del cosiddetto contributo di solidarietà , quello sui redditi superiori a 90 mila e a 150 mila euro, inserito nella prima versione della manovra.
“Ma è davvero difficile fare delle previsioni – spiega Francesco Tundo, professore di diritto tributario all’università di Bologna – a maggior ragione se come in questo caso il gettito dipende da un’attività di contrasto dai contenuti incerti e dagli esiti aleatori”.
Le nome per colpire le società di comodo, in effetti, ci sono già .
Per esempio, chi intesta la propria barca a una società controllata da se stesso o dai propri famigliari potrà recuperare l’Iva versata ai fornitori solo se paga un noleggio superiore a soglie prefissate.
Come dire, il trucco non funziona se si usa lo yacht gratis o versando un obolo irrisorio alla società che ne è formalmente proprietaria.
Questa forma di elusione fiscale è diffusissima.
Almeno a giudicare dai numeri ufficiali.
In Italia, secondo quanto ha rivelato l’anno scorso un articolo de “L’espresso ”, si contano oltre 4 mila società che hanno come attività il “noleggio di imbarcazioni da diporto senza equipaggio”.
E gran parte di queste affittano la barca ai propri soci.
I controlli hanno però fin qui dato risultati scarsi. Poche decine di contestazioni per un valore complessivo nell’ordine dei milioni di euro.
Ancora più difficile appare la caccia al trust, una formula giuridica anglosassone che consente di schermare il reale proprietario di un bene designando un intestatario giuridico e un beneficiario economico.
Al supermarket dell’elusione il trust va alla grande.
Negli ultimi anni si sono moltiplicati i commercialisti specializzati in questo particolare strumento.
Ne fa uso chi vuole proteggere i propri beni dalle pretese dei creditori o, in caso di separazione, dalle richieste della ex moglie.
Ma il trust, a quanto pare, funziona benissimo anche per mettersi al riparo dal fisco.
Non si contano i beni di lusso (ville, barche, auto) intestati, per esempio, a strutture fiduciarie con sede nelle isole britanniche del Canale.
Anche in questo caso negli ultimi anni le norme e i controlli si sono fatti più stringenti, ma la stessa moltiplicazione dei professionisti del trust appare un’implicita conferma che gran parte degli evasori è più che convinta di farla franca.
A questo punto si tratta di capire, dopo gli annunci alla Calderoli, quali saranno davvero le mosse del governo.
C’è chi ipotizza una sorta di patrimoniale a carico di tutti i beni intestati ai trust a meno che il proprietario non dimostri che il ricorso a questo strumento non ha finalità di elusione fiscale.
Il meccanismo funzionerebbe come già accade per la residenza in Paesi a tassazione zero, tipo Montecarlo.
In questi casi tocca al contribuente l’onere della prova, cioè convincere l’Agenzia delle entrate che passa effettivamente la maggior parte del tempo nel paradiso fiscale.
Lo stesso potrebbe succedere a chi intesta propri beni a un trust.
Ci sarebbe anche una soluzione ancora più radicale. “Se davvero si vuole combattere il fenomeno delle società filtro basterebbe una norma molto semplice”, suggerisce Tommaso Di Tanno, professore di diritto tributario internazionale a Siena.
Eccola: “obbligare tute le società di capitali (spa, srl, accomandite) iscritte alla camera di commercio (salvo quelle ad azionariato diffuso, tipo le quotate in Borsa) a rivelare l’identità dei dominus, delle persone fisiche che le controllano ”.
Sarebbe una svolta nella lotta all’evasione fiscale e anche per la repressione della criminalità organizzata
Vittorio Malagutti
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
DALLA GERMANIA ALLA FRANCIA CRESCE IL FRONTE DEI MILIARDARI CHE VUOLE PAGARE DI PIU’…UN GRUPPO DI TEDESCHI HA CHIESTO L’AUMENTO DELLE IMPOSTE: “CERCHIAMO DI FERMARE IL DIVARIO TRA LE CLASSE SOCIALI”
La crisi. I conti in rosso. E un senso di responsabilità .
Così un gruppo di una cinquantina di tedeschi si fa avanti, chiede al governo di Angela Markel di alzare le tasse solo a loro.
«Nessuno di noi è ricco quanto Warren Buffet o Liliane Bettencourt. Siamo professionisti, avvocati, insegnanti. Abbiamo ereditato la nostra fortuna e non abbiamo bisogno di tutto questo denaro per vivere», spiega Dieter Lehmkuhl fondatore del movimento, al quotidiano inglese Guardian.
Insomma l’idea è quella di aiutare e Lehmkuhl è convinto che con questo sforzo si potrebbero aiutare i conti pubblici e «fermare il divario tra ricchi e poveri».
Insomma una sorta di contributo solidale che, secondo le stime del gruppo «ricchi per una tassa di proprietà », potrebbe portare nella casse della Germania 100 miliardi di euro.
E solo pagando il 5 per cento in più per due anni.
Al momento i tedeschi più abbienti pagano al massimo il 42 per cento di imposte.
E lo slogan sembra «si può fare di più». O almeno per chi ha di più.
«Alla Merkel diciamo di fermare i tagli che colpiscono le classi più povere. Andiamo a prendere il denaro dove c’è».
E quindi nelle tasche dei ricchi, cioè chi guadagna più di 500 mila euro.
Ma quello tedesco non è l’unico caso.
Subito dopo Warren Buffet che nei giorni del declassamento Usa aveva proposto più tasse per i super ricchi, anche Liliane Bettencourt, la donna più facoltosa di Francia, si è detta favorevole a questa ipotesi.
E con lei altri 15 miliardari.
Tutti pronti a fare la loro parte per salvare la Francia e uscire dalla crisi.
Per questo hanno spedito una lettera a Nicolas Sarkozy in cui chiedono, appunto, di pagare di più.
Il presidente francese non è stato a guardare.
E sta pensando di introdurre un «contributo speciale» del 3 per cento per chi guadagna più di mezzo milione di euro per un paio di anni.
Un’iniziativa che ha sollevato diverse critiche. Anche tra lo stesso Ump.
«Dovrebbero dare di più». Un po’ come stanno pensando i socialisti in Spagna.
L’idea, se il candidato Alfredo Pèrez Rublacaba vincesse le elezioni di novembre, è quella di reintrodurre una tassa sugli asset per tre anni.
Così da dare nuova linfa alle casse iberiche.
D’altronde, dicono, la crisi c’è e qualcosa bisogna fare.
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
“BERSANI NON DOVREBBE FARE UN PASSO INDIETRO, MA BUTTARSI A MARE”…”IL PERICOLO ORA E’ CHE QUESTA CLASSE DIRIGENTE FACCIA UN GOLPE PER EVITARE LA GALERA”
Due squilli e il ricevitore si alza. Poi non fai nemmeno in tempo a concludere una domanda —
sulla questione morale a sinistra — che la risposta è questa: “Ma è la solita storia della corruzione politica: tutti i partiti, in tutte le epoche, quando amministrano hanno bisogno di soldi e li rubano. Nulla di nuovo sotto il sole”.
Dall’altra parte, l’accento cuneese di Giorgio Bocca, scrittore e firma di Repubblica e dell’Espresso. Che, con il tono mite di un neo 91enne, aggiunge il seguente siluro: “Soprattutto nulla di nuovo rispetto a Craxi”.
Vede analogie tra il Pd e i tempi d’oro del Psi piglia-tutto
Macchè analogie. Vedo un’assoluta identità .
Perchè?
Craxi diceva: i mariuoli ci sono ma i soldi servono ai partiti. L’unica cosa che si capisce da questa vicenda è che la sinistra è la stessa cosa della destra, quanto a onestà .
Ce lo spieghi meglio.
C’è poco da spiegare: rubano tutti. Tutti i politici hanno lo stesso interesse: avere il potere e fare soldi. La via è comune.
Nella sua similitudine tra Pd e Psi non torna solo la lungimiranza. Il partito di Craxi fu annientato dagli scandali. Il Pd vuol fare la stessa fine? Non è vero che la storia insegna?
Historia magistra? Mah. Guardi, le dico questo: alla fine della Guerra io e altri partigiani pensavamo che il Partito socialista avrebbe cambiato il modo di fare politica in Italia. Nel giro di pochi anni tutte le persone per bene e oneste sono state cacciate da quel partito. Dove sono rimasti solo i furbi e i ladri. Vuol farmi dire che la politica è cambiata? Non lo penso.
Non voglio farle dire nulla: le chiedo come può la dirigenza del Pd essere così miope.
Non c’è nessun disegno politico, questa è la cosa grave. C’è l’istinto, in chi fa politica, di usare i mezzi più facili.
Quali sono?
Mettere le mani sul denaro e corrompere. Non mi pare si tratti di altro.
Tangentopoli non è servita.
Vista dal punto di vista di uno storico no. Andiamo ancora più indietro. Che ha fatto Giulio Cesare quando aveva consumato il suo patrimonio? S’è fatto mandare in Spagna, dove ha rubato talmente tanto che è tornato a Roma ricchissimo. Ha armato un esercito e si è impadronito del potere. Le dinamiche sono abbastanza chiare.
Bersani dovrebbe fare un passo indietro, considerando i suoi rapporti stretti con Penati?
Altro che far passi indietro. Dovrebbe fare un tuffo nel mare.
Ci sono stati tempi in cui la politica era diversa?
Forse solo nelle grandi emergenze, durante le guerre, si sono visti politici onesti e disposti anche a farsi fucilare per la libertà . Ma quando la politica diventa amministrazione scade, di solito, a un livello bassissimo. Non conosco oggi un politico che sia stimabile come persona privata. Un uomo come me, che a vent’anni comandava una divisione partigiana, aveva tutte le opportunità di impegnarsi in politica. Ma ho capito immediatamente che era un rischio da non correre. E non me ne sono pentito. Mai.
Così non c’è scampo.
Come si fa a sperare? Io non vedo segni di cambiamento.
Non dappertutto è così. Nella maggior parte dei Paesi a regime democratico l’etica pubblica è un valore.
Dove si sono stabilite — almeno in minima parte — le regole del gioco, il codice viene rispettato. Noi le avevamo stabilite, ma le abbiamo anche mandate all’aria. Dopo la guerra partigiana e la Liberazione dell’Italia, l’onestà è stata, per quasi mezzo secolo, un valore condiviso. Allora i partiti rubavano, ma lo facevano con cautela e vergognandosene quando venivano scoperti. Ora si ruba senza nemmeno vergogna.
È una questione statistica. Essere indagati o imputati, per i politici, fa quasi curriculum…
Sì, è un metodo. Un sistema: lo diceva oggi (ieri, ndr) nel suo articolo sul Fatto Nando Dalla Chiesa, una persona che stimo, come del resto stimavo molto suo padre. Però anche lui non scrive a chiare lettere: lì c’è gente che ruba. Con i nomi e i cognomi.
Siamo ancora nella fase delle indagini preliminari. Diventa un reato fare certe affermazioni prima dei processi.
Sì, ma mi ha stupito il tono di Dalla Chiesa, troppo leggero. Oggi è impossibile dire a un politico che ha rubato “hai rubato”. Ma allora cos’è questo giro di affari, soldi, tangenti?
Bersani, all’alba della vicenda Penati, minacciò querele a destra e a manca.
È vero, infatti mi sono ben guardato dallo scrivere articoli sull’argomento. Le querele volano e i giornali nemmeno ti sostengono. Un tempo mi sarei lanciato nella discussione, stavolta non l’ho fatto anche con un senso di paura.
Al di là dell’opportunità , secondo lei dire “faremo una class action contro i giornalisti” è un discorso politico?
La classe politica rivendica il diritto di far paura alla stampa.
Più che politica è arroganza.
I potenti dicono: state zitti perchè comandiamo noi.
Non sono comportamenti molto diversi da quelli dei partiti di governo.
Berlusconi è più moderno, ha capito che con il denaro si risolve tutto. La sua calma si legge così: io li compro e tanti saluti. Gli altri, semplicemente, non hanno abbastanza soldi. E hanno delle preoccupazioni d’immagine. Ma come fa Penati a difendersi?
I democratici si sentono — e si professano — molto diversi dal centrodestra.
Certo che si dicono diversi. Lo fanno perchè agli occhi della pubblica opinione non vogliono apparire uguali agli altri. Uguali ai ladri.
Vede pericoli?
L’unico pericolo è che questa intera classe dirigente, per non andare in galera, faccia un golpe.
Un loro azzeramento no?
Proveranno a tirare avanti, come han fatto fino a ora. Chi ha i soldi se la cava. Cesare è ricordato come uno dei più grandi uomini politici della romanità ed era uno che confessava candidamente di aver rubato. Però potrebbe arrivare anche un moto d’ira popolare che li manda tutti a casa. Mi trovo di fronte a un’umanità incomprensibile. Un politico che ruba, sa di essere al di fuori dell’etica. Eppure lo fa. Io veramente non li capisco.
Crede che la prudenza dei vertici del partito sulla questione Penati vanificherà il successo delle amministrative e dei referendum?
Mi pare che ci sia un fraintendimento su questo nuovo interessamento alla politica. Lo scambiamo per un cambiamento morale. Ma è più che altro una moda.
Ha compiuto 91 anni tre giorni fa…
… quindi posso dire tutto, anche le sciocchezze?
No, le chiedevo cosa direbbe a un ragazzo italiano di vent’anni.
Gli direi: “Non rubare”. Si vive meglio da onesti. L’onestà è l’unica riserva per sopportare questa vita terrena, che è piena di insidie e porcherie.
Evangelico.
Certo. Sono sempre più cattolico.
Silvia Truzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
NELLE CARTE DELLA PROCURA DI PERUGIA SPUNTA UNA NOTA DI PERSONE INVITATE A UNA CENA….TRA I PARTECIPANTI MOLTI DEGLI INDAGATI PER LO SCANDALO DEL G8 ALLA MADDALENA…E C’E’ IL NOME DEL PREMIER
Alla procura di Perugia, tra le carte dell’inchiesta sulla “cricca” del G8, c’è un nuovo documento. Un documento inviato un anno fa ai magistrati umbri da un’altra procura, quella di Pescara.
Si tratta di una lista con nomi e cognomi, scritta a penna e trovata durante una perquisizione – e legata a un’altra vicenda penale – a casa di Fabio De Santis, provveditore delle Opere Pubbliche della Toscana (prima dello scandalo).
“Fabietto” per l’imprenditore Diego Anemone e gli altri della “cricca”.
“Una lista – scrivono gli agenti della polizia giudiziaria pescarese nella informativa inviata ai colleghi perugini – da valutare attentamente e con il giusto grado di oggettività poichè sono citati nomi di personaggi che ricoprono importanti incarichi istituzionali e elevate cariche imprenditoriali oltre che alti dirigenti di Ministeri”.
“Berlusconi”. Questo è uno dei nomi “pesanti” della lista, assieme a quello del capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Rino Nebbioso, e quello di “don Camaldo”, cerimoniere del Papa. E basta leggere le carte dei carabinieri del Ros di Firenze (dove ebbe origine l’indagine sullo scandalo del G8 alla Maddalena) per capire di che lista di tratta.
Ci sono quasi tutti gli arrestati e gli indagati della “cricca”, ma anche altri nomi che comunque sono stati lambiti dalle indagini perchè “toccati” dalle intercettazioni, dai colloqui telefonici avuti con gli indagati.
Insomma, una cena tra la “cricca” e la sua rete di amicizie nei ministeri e nel Vaticano, sostiene la procura di Pescara.
Una cena per festeggiare.
Festeggiare la nomina di Fabio De Santis a provveditore delle Opere Pubbliche della Toscana. Proprio quella nomina che – secondo la procura di Firenze – Verdini avrebbe “raccomandato” per aiutare l’amico e socio in affari Riccardo Fusi (imprenditore fiorentino).
E ci sono, del resto, anche i nomi di Verdini e Fusi tra gli inviati, come ci sono quelli di Angelo Balducci (presidente del consiglio superiore Lavori Pubblici), degli imprenditori Anemone e Francesco De Vito Piscicelli (l’uomo che rideva al telefono la notte del terremoto, ndr), i funzionari ministeriali Mauro Della Giovampaola (Lavori Pubblici) e Maria Pia Forleo (Infrastrutture), e Guido Cerruti, avvocato e consulente ministeriale.
Tutti indagati nello scandalo del G8 alla Maddalena.
Accanto ai loro nomi ne emergono altri, nuovi (rispetto a quelli già emersi dalle intercettazioni), sulla lista inviata dalla Procura di Pescara.
Su tutti spunta, appunto, il nome “Berlusconi”, ma non è l’unico.
C’è anche il nome e il cognome del capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Rino Nebbioso, come c’è il nome di “don Camaldo”, il cerimoniere del Papa, del “questore di Firenze” e della “Iurato” (nome che compare anche nella lista favori di Anemone e riconducibile all’attuale prefetto dell’Aquila).
E poi ci sono anche Patrizio Cuccioletta (provveditore alle Opere Pubbliche del Veneto) e del fratello Paolo.
Due nomi che interessavano alla Procura di Pescara. Scrive in una nota la polizia giudiziaria pescarese: “Emblematica risulta la partecipazione alla cena dei signori Cuccioletta n.43 e n. 44 della lista che permette di valutare in un’ottica diversa l’affidamento della consulenza per la risoluzione delle interferenze della statale SS.81 alla Archingroup srl (società oggetto delle indagini del magistrato pescarese Gennaro Varone, ndr). Fino a oggi questo risultava un affidamento voluto solo da Carlo Strassil (arrestato dalla Procura di Pescara per presunte tangenti e coinvolto anche nello scandalo della ricostruzione) mentre, con molto probabilità , era un favore di De Santis Fabio all’amico Cuccioletta Paolo”.
Conclude la nota in allegato, redatta dal Nucleo investigativo del Corpo forestale dello Stato di Pescara: “Rinvenuto nell’abitazione di De Santis, si trasmette in allegato l’estratto conto relativo al conto corrente bancario intestato a Fabio De Santis della Banca Unicredit Banca di Roma che, alla data del 31.03.2010, ha un saldo attivo di euro 872.658,77”.
Da un anno questa informativa e la relativa lista di inviati alla cena della “cricca” si trova a Perugia.
Spetta agli inquirenti umbri chiarire chi degli invitati poi effettivamente partecipò (di certo si sa che non andò alla cena Verdini, come emerge dalle intercettazioni) e quali fossero i legami tra la cricca e gli invitati speciali.
“E’ tutta gente che conosci … tranquillo (…) – racconta De Santis, intercettato dai Ros di Firenze, ad un inviato un giorno prima della cena – … tutti amici … guarda sono tutti amici … e poi non ci stanno stronzi … diciamo”.
Giuseppe Caporale
(da “La Repubblica”)
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Settembre 1st, 2011 Riccardo Fucile
“L’ITALIA HA BISOGNO DI UNA POLITICA ECONOMICA COERENTE, EMERGE INVECE UN MESSAGGIO CONFUSO AI MERCATI”… “NON E’ CHIARO COME LA BCE REAGIRA’ ALLE CONTINUE MODIFICHE CHE VENGONO APPORTATE”
“La negoziazione sulle misure della manovra trasmette un messaggio confuso ai mercati, in
un momento in cui l’Italia necessità di una coerente politica economica”.
E’ quanto scrive il Financial Times, che dedica a Roma un articolo in prima pagina.“La decisione di Silvio Berlusconi di rinunciare all’austerity d’emergenza e smantellare il contributo di solidarietà ha suscitato l’indignazione popolare e allo stesso tempo c’è il rischio di confusione sui mercati e di un nuovo confronto con la Banca centrale europea”, scrive il Ft.
E, ricordando che l’Eurotower vorrà che la portata complessiva delle misure di austerità non cambi e che si arrivi al pareggio di bilancio nel 2013, aggiunge: “Non è chiaro come la Bce reagirà alla modifiche apportate alla manovra”.
Inoltre, il quotidiano economico della City londinese riflette sul ruolo del ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti: “Se Silvio Berlusconi è il vincitore dell’ultima rivisitazione dei tagli per l’austerità , presentando se stesso come il protettore degli italiani, con l’accantonamento della proposta del contributo di solidarietà , il perdente — sottolinea in Financial Times — è il suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti”.
Infatti, il titolare di via Venti Settembre, spiega il quotidiano, è “rimasto isolato sulla manovra ‘lacrime e sanguè” e “sta affrontando un crollo di consenso all’interno del governo da quanto ha messo la firma sul’originale pacchetto da 45,5 miliardi di euro”.
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