Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
DALLA LEGGE PER L’EREDITA’ AI PROCESSI ANCORA IN CORSO… AL PREMIER BASTA RESTARE A GALLA
A luglio ha dovuto rinunciare alla norma “salva Mondadori”, un codicillo appositamente inserito nella manovra estiva.
È stata la prima pietra a rotolare giù: la circostanza ha costretto la Mondadori di Silvio Berlusconi a sborsare alla Cir di Carlo De Benedetti la bella cifra di 560 milioni di euro senza ottenere le dilazioni che aveva previsto quella legge finita al macero.
Di questo, Berlusconi, in pubblico e in privato, ancora si lagna.
Eppure quello doveva essere il primo campanello a suonare: allarme, la maggioranza non tiene neanche sulle leggi che servono al premier.
Poi, sulla roccia che si è andata sbriciolando sotto Palazzo Chigi, sono state messe le reti di diversi voti di fiducia.
La montagna ha retto alle richieste di chiarimento di magistratura e opposizioni su Marco Milanese e Saverio Romano.
E ha fatto finta che nulla fosse successo.
Le cronache dei nostri giorni ci raccontano di altri smottamenti: la marcia indietro sulle intercettazioni, con il testo che non sarà all’attenzione dell’aula della Camera nemmeno per novembre.
E la sospensione dell’iter sulla prescrizione breve al Senato, dove il provvedimento è finito nelle sabbie mobili della commissione Giustizia, affossato da 150 emendamenti e dall’ostruzionismo delle opposizioni.
Sono un modo per tenere su la parete mentre sotto Palazzo Chigi continuano a sgretolarsi pezzi di roccia.
Non passa settimana, che, barricati nell’aula di Montecitorio, deputati semplici e deputati ministri non vedano impallinato questo o quel provvedimento, dal rendiconto dello Stato (riapprovato al Senato, adesso è tornato in commissione Bilancio alla Camera sperando nel buon cuore delle opposizioni e della maggioranza), alle mozioni anche meno importanti. Incidenti di percorso sempre più ravvicinati che avrebbero mandato a casa qualsiasi altro governo.
Non questo che sopra la roccia friabile continua a resistere.
Dalle colonne del Giornale, l’amico Fedele Confalonieri consiglia a Berlusconi di “tenere duro”, come se la faccenda si riducesse a una questione personale, di carattere.
È uno che lo conosce, Fidèl: “Quando c’è da dar battaglia…”, ammicca.
Ma qual è la battaglia?
Politicamente è chiaro a tutti che il governo è a un passo dal tracollo.
Basta un incidente d’aula e la montagna frana tutta intera.
Il governicchio non riesce a fare le leggi “ad personam”, ma fatica pure su quelle “anche impopolari, da prendere ora”.
Eppure il presidente del Consiglio non solo non vuole farsi da parte (“è l’unico a non parlare mai del 2012 come data delle elezioni”, annota un ministro di peso), ma gli va bene anche andare avanti così.
È convinto di aver “salvato questo Paese” e che se qualcuno vuole metterlo alla porta deve avere il coraggio di votargli una sfiducia in Parlamento.
Di più: nonostante quello che affermano pubblicamente Roberto Formigoni e Gianni Alemanno, è convinto anche che, in ogni caso, sarà lui il candidato premier alle elezioni prossime venture.
Frattanto sta covando qualche rabbia.
Con il ministro Giulio Tremonti il problema è personale.
Il responsabile dell’Economia, raccontano, non fa mistero del fatto che Berlusconi se ne debba andare. Ma non c’è solo lui. Una certa insofferenza viene manifestata anche contro i direttori dei giornali che gli chiedono un passo indietro.
Ce l’ha con Repubblica e Corriere della Sera, dicono gli amici. Ce l’ha soprattutto con il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano.
Ma perchè resta anche a prezzo di non governare?
Resta perchè l’uomo, come diceva Indro Montanelli “non ha idee, ha interessi”.
E i suoi interessi, adesso, sono quelli di provare a sistemare l’eredità dei figli di primo letto, Marina e Pier Silvio.
Nella bozza del decreto Sviluppo c’è una norma che gli permetterebbe di pilotare meglio la ripartizione dei beni di famiglia.
La politica, d’altronde, è andata di pari passo con la moltiplicazione della sua ricchezza personale.
Se nel 1993 Berlusconi aveva un patrimonio personale di poco più di un miliardo di euro, nel 2011 quelle ricchezze ammontano a oltre 5 miliardi e mezzo.
Segno che gli anni di governo hanno fatto bene alle aziende di famiglia.
Per questo, meglio non allontanarsi troppo dalla postazione di comando. Non foss’altro per l’ultimo consueto problema del nostro: i processi.
Da Mills a Ruby, passando per le intricate vicende di Napoli e Bari. Meglio stare dietro lo scudo di Palazzo Chigi, a giovarsi di impedimenti legittimi.
Anche se sul palazzo le crepe sono evidenti, che la montagna sta franando, e che sotto di questa, purtroppo per loro, ci sono gli italiani.
Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO: LA COLF IDEALE LAVORA 16 ORE AL GIORNO, DEVE SAPER ANCHE LAVARE E CUCINARE… MA I CONTRIBUTI SONO UN OPTIONAL
Deve lavorare oltre 16 ore al giorno, vivere nella stessa casa dell’assistito, cucinare e
pulire, accettare uno stipendio basso.
Non è tutto: se si fa pagare in nero è meglio.
Eccolo l’identikit della badante “perfetta” secondo i desideri delle famiglie italiane.
Desideri, a dire il vero, non particolarmente rispettosi di diritti e dignità delle lavoratrici.
A fotografare le caratteristiche della collaboratrice domestica ideale è un sondaggio effettuato a fine settembre 2011 dalla Fondazione Leone Moressa su 600 famiglie.
Una ricerca che si avvale anche di dati Inps inediti.
Il risultato? Poco lusinghiero per lo spirito di generosità del Belpaese: in epoca di crisi la badante-tipo deve farsi in quattro e ottenere, in cambio, sempre meno.
Partiamo dai numeri: in Italia si contano oltre 871mila lavoratori domestici regolarmente iscritti all’Inps, di cui l’81,5 per cento è straniero (anche se stando alle stime Censis, nel 2010 l’esercito di colf e badanti, considerando regolari e non, ha raggiunto quota un milione e 554mila).
Dal 2001 al 2010 a crescere sono state soprattutto le badanti straniere: in dieci anni il loro numero si è quasi triplicato (222,9% in più), mentre per gli italiani l’aumento si è fermato a un più 23,7%.
Complessivamente i lavoratori domestici versano nelle casse dell’Inps 834 milioni di euro in contributi, di cui l’83,9 per cento proviene da immigrati (699 milioni di euro).
Nell’ultimo periodo (2001-2010) la crescita dei contributi versati è stata del 274,8%, ma se si osserva solo la parte riservata ai lavoratori stranieri si registra un boom del 487,6.
Sono poche, precisamente l’11,4%, le famiglie italiane che ricorrono al lavoro di una badante per l’assistenza ad anziani totalmente non autosufficienti.
È più frequente (nel 49% dei casi) che a essere assistiti siano anziani parzialmente non autosufficienti o pienamente autosufficienti (38,5%).
Il 62,5% delle famiglie affida alla badante anche compiti di pulizia della casa e di preparazione dei pasti e il 56,4 chiede cure infermieristiche per l’assistito. Non è tutto.
Il 38,5% delle famiglie assegna alle collaboratrici domestiche l’intera gestione della casa (fare la spesa o pagare le bollette).
Per svolgere tali incarichi, al 40,2% è richiesta una giornata lavorativa superiore alle 16 ore.
A fronte di queste condizioni di lavoro, il 46% delle famiglie intervistate paga uno stipendio inferiore agli 800 euro al mese più vitto e alloggio, mentre il 17,8 si limita a pagare uno stipendio simile addirittura senza altri benefit.
Sono appena il 4,1% le famiglie che danno alla badante più di mille euro al mese.
Chi paga il costo della badante?
Nella metà dei casi viene coperto dal solo reddito dell’assistito, ma spesso la pensione dell’anziano non basta: ecco allora che nel 26,1% dei casi intervengono i familiari con parte del loro stipendio.
Tra i canali utilizzati dalle famiglie per selezionare la lavoratrice, il prevalente rimane il passaparola (nel 55,4% dei casi).
Meno praticati sono i contatti tramite parrocchia o associazioni di volontariato (16,9%), annunci economici (11,1), istituzioni pubbliche (10,2), agenzie specializzate (4,6) o medici di base (appena l’1,8).
Su 10 badanti solo 5,7 hanno un regolare contratto di lavoro, le altre lavorano “in nero”.
Stando al sondaggio, l’ostacolo maggiore per la regolarizzazione del lavoro starebbe negli oneri burocratici (47,8%), non pochi però lo imputano alla mancanza del permesso di soggiorno delle badanti straniere (27,8%) o, più semplicemente, al costo troppo elevato (22,5%).
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 28th, 2011 Riccardo Fucile
CENTROSINISTRA IN VANTAGGIO SUL CENTRODESTRA DI CIRCA SEI PUNTI… CROLLA LA LEGA CHE HA PERSO IN POCHI MESI IL 5%… CALANO ANCHE PDL E PD
Negli ultimi giorni sono stati resi noti due sondaggi curati da qualificati istituti di ricerca per “Porta a Porta”.
Li sottoponiamo ai nostri lettori indicando la forbice tra la percentuale assegnata da entrambi i sondaggi al medesimo partito.
PDL 24,5% – 26,4%
LEGA NORD 8,5% – 8,7%
LA DESTRA 1,5% – 2%
Totale cdx 36% – 36,6%
FLI 5% – 5,2%
UDC 6,5% – 6,9%
Api-MPA 1% – 1,5%
Totale centro 13% – 13,1%
PD 25,9% – 26%
IDV 6,5% – 6,8%
SEL 7% – 7,8%
Radicali 0,9% – 1%
Socialisti 0,9% – 1%
Totale Csx 41,5% – 42,3%
FDS 1,6% – 2%
M5S 3,4% – 5,5%
Altri 2% – 3%
Non voto: 26% – 30%
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Ottobre 27th, 2011 Riccardo Fucile
IL GOVERNO AVEVA PREVISTO UN FINANZIAMENTO DI 1,8 MILIONI DI EURO…APPPROVATA INVECE UNA MOZIONE DELL’IDV CHE BLOCCA DI FATTO I FONDI E SU CUI LA MAGGIORANZA SI E’ ASTENUTA… IL VICEMINISTRO MISITI DA’ PARERE FAVOREVOLE ALLA MOZIONE E POI VIENE CAZZIATO DA MATTEOLI: SIAMO ALLA FARSA
Stop ai finanziamenti, pari a quasi due miliardi di euro, che il governo aveva previsto per la
realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, una delle grandi opere più volte annunciate dall’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Lo ha deciso oggi la Camera, in seguito ad una mozione che era stata presentata dall’Italia dei Valori.
Al momento della votazione la maggioranza si è astenuta, nonostante proprio il governo, attraverso il viceministro alle Infrastrutture Aurelio Misiti (nominato poco più di una settimana fa) avesse dato parere favorevole alla mozione.
Il viceministro di Matteoli aveva poi chiesto ulteriori modifiche alla mozione, che però non erano state accolte dal partito di Antonio Di Pietro.
La mozione approvata impegna l’esecutivo “alla soppressione dei finanziamenti che il Governo ha previsto per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina, pari complessivamente a 1 miliardo e 770 milioni di euro, di cui 470 milioni per il solo anno 2012 quale contributo ad Anas s.p.a. per la sottoscrizione e l’esecuzione — a partire dal 2012 — di aumenti di capitale della società Stretto di Messina s.p.a.”.
Eppure lo scorso 16 ottobre, il titolare delle Infrastrutture Altero Matteoli aveva assicurato che il ponte sullo Stretto di Messina sarebbe stato realizzato “a prescindere dall’eventuale finanziamento della Ue”.
A Bruxelles, infatti, nell’ultima lista delle priorità strategiche per le grandi reti transeuropee, l’opera che collega l’isola siciliana allo stivale non era stata inserita.
Matteoli aveva comunque precisato che le risorse sarebbero state “reperite sul mercato, come previsto dal piano finanziario allegato al progetto definitivo”.
Il Ministro Matteoli aveva anche aggiunto che il ponte “per il governo resta una priorità essenziale per lo sviluppo del sistema dei trasporti dell’Italia”.
E oggi, dopo il voto in Aula, il ministo ha fatto notare che le parole del suo vice costituivano “un parere a titolo personale, che non corrisponde a quanto pensa il Governo nè tantomeno il sottoscritto”.
I soldi che dovevano servire per il ponte saranno ora utilizzati per potenziare il trasporto pubblico locale:
Nella mozione si prevede infatti che il governo “incrementi, come richiesto dalla Conferenza delle regioni, la dotazione del fondo per il finanziamento del trasporto pubblico locale”.
Sulla decisione è intervenuto anche il Wwf che in un comunicato ha definito la decisione “il miglior modo per festeggiare il decennale della legge obiettivo varata nel 2001″.
Secondo l’associzione ambientalista, poi, quella di oggi “è la cronaca del fallimento in campo economico-finanziario e ambientale della politica faraonica delle cosiddette infrastrutture strategiche, di cui il ponte rappresenta ‘l’opera farsa’ per gli italiani onesti e ‘l’opera bandiera’ per il governo in carica”.
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Ottobre 27th, 2011 Riccardo Fucile
L’AGENZIA AGI PARLA DI UN DOCUMENTO, PER ORA ANONIMO, CHE GIRA IN PARLAMENTO PER SFIDUCIARE IL PREMIER… IGNOTI I FIRMATARI, OCCHI PUNTATI SU PISANU E SCAJOLA, URBANI E DINI…OBIETTIVO ALLARGARE LA MAGGIORANZA ED EVITARE ELEZIONI ANTICIPATE
Ancora non si sa chi sono i firmatari, ma il testo della lettera già c’è.
E’ quella che gli scontenti del Pdl stanno per inviare al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al fine di chiedergli un passo indietro, passando la mano a Gianni Letta, e di allargare la maggioranza.
Il motivo? Poter dar corso agli impegni assunti con l’Ue.
Indiscrezioni non verificate attribuiscono l’iniziativa ai seguaci del senatore Beppe Pisanu, che punterebbe a mettere insieme una sessantina di parlamentari non più disposti ad appoggiare il governo.
Pisanu però smentisce: “’Non ho ideato, nè dettato, nè tanto meno sottoscritto la lettere di di cui si parla”.
Altri “indiziati”, come sponsor dell’iniziativa, Lamberto Dini (anche lui smentisce: “Non sono al corrente”) e Giuliano Urbani.
Si pensa anche agli uomini di Claudio Scajola, ma anche in questo caso arriva a stretto giro la smentita, attraverso uno dei fedelissimi dell’ex ministro imperiese, il senatore Franco Orsi: ”Di questa iniziativa non so nulla e nessuno mi ha informato”.
La missiva inizierebbe con un “caro presidente Berlusconi”, seguito dal rinnovo della fedeltà dei firmatari nei confronti del premier, di cui gli scontenti sottolineano i “grandi meriti politici” e a cui chiedono di poter continuare a sostenerlo.
Ci sentiamo in dovere — si legge nella bozza del documento — con la lealtà e la sincerità che ti abbiamo sempre dimostrato, di rappresentarti il nostro critico convincimento sulla situazione politica dell’attuale maggioranza parlamentare che sostiene il tuo Governo. Dobbiamo oggettivamente registrare che l’esiguità dei numeri, in particolare alla Camera, non consente a questo Governo di poter affrontare neanche l’ordinario svolgimento dei lavori parlamentari, e tanto meno quindi, di dare quelle risposte, anche molto impegnative sul piano del consenso sociale, che la drammatica situazione economico finanziaria richiede”.
Subito dopo, però, arriva puntuale la stoccata.
I frondisti lanciano un appello chiaro: senza un cambio di passo non potranno più garantire il loro sostegno.
Tutto questo “per non finire su un binario morto” perchè “è tempo di rilanciare l’azione politica, allargare la maggioranza parlamentare alle forze che tradizionalmente hanno fatto parte della nostra coalizione e dare una svolta all’azione di Governo”.
Secondo gli estensori del documento, riporta ancora l’Agi, il premier dovrebbe passare la mano a Gianni Letta, un minuto dopo si troverebbe un accordo politico-programmatico con l’Udc, Fli e l’Api per affrontare subito le emergenze economiche in Parlamento.
Spiega all’agenzia un senatore che aderisce alla fronda, ma che vuole restare anonimo: “Nessuno vuole pugnalare Berlusconi alle spalle, sia lui ad indicare il nome. Si deciderà tutto nei prossimi dieci giorni”.
Al momento, però, non c’è accordo tra i “malpancisti”: “Ci sono tanti — aggiunge la stessa fonte — che non hanno il coraggio di uscire pubblicamente. Si aspetta che succeda un incidente parlamentare, ma il malessere è diffuso”.
I ‘pisaniani’ sono in contatto con Pier Ferdinando Casini e Lorenzo Cesa, anche se l’Udc chiede che il presidente del Consiglio esca di scena senza precondizioni.
Gli scajoliani si sono affrettati a sottolineare la propria estraneità dall’iniziativa.
Più che un appello, quindi, un ultimatum vero e proprio.
La lettera, del resto, potrebbe essere l’esito della lunga riunione di ieri a cui hanno preso parte una quindicina di senatori con Beppe Pisanu o anche degli incontri degli scajoliani e tra diversi altri esponenti del Pdl.
Chiunque siano i firmatari, il messaggio lanciato è inequivocabile, specie alla luce la lettera discussa ieri a Bruxelles dal premier.
“Le misure che ci chiede Bruxelles — spiega uno dei frondisti intervistato dall’agenzia Agi, che preferisce restare anonimo — sono molto impegnative, questo governo non è in grado di attuare i provvedimenti di cui ha parlato il presidente del Consiglio”.
Tra i “malpancisti” del Pdl che di recente erano usciti allo scoperto per mettere in discussione il presidente del consiglio, la stessa agenzia cita “Saro, Pisanu, Amato, Santini, Lauro, Del Pennino”.
Tra i favorevoli all’allargamento della maggioranza, uno dei punti sottolineati nella lettera, ci sono anche “Sardelli, Milo, Gava e Destro”.
E a ispirare l’inizativa, secondo fonti parlamentari del Pdl, sarebbero Lamberto Dini e Giuliano Urbani.
Anche tra gli scajoliani c’è chi avverte la necessità di svoltare pagina.
“La crisi — dice Roberto Antonione — non ci permette più di perdere tempo. Occorre aprire ad una nuova fase e costruire poi una coalizione per giocarci la partita delle prossime elezioni”.
Antonione riferisce che molti parlamentari sono contrari all’ipotesi delle urne l’anno prossimo.
“Non ci possiamo mica suicidare con le elezioni anticipate, non possiamo — aggiunge — giocare una partita per perdere ma per vincere”.
Mentre monta il caso politico, il segretario del Pdl Angelino Alfano nega di essere a conoscenza della missiva: ”Non mi risultano lettere di Scajola nè di nessuno. Quando riceveremo una lettera in questo senso ce ne occuperemo. Non commento documenti fantomatici, senza firme”.
E ancora: “Se conoscete qualcuno che ha firmato quella lettera ditemelo. A me non risulta”.
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Ottobre 27th, 2011 Riccardo Fucile
UNA VIGNETTA DOVE IL PREMIER TOCCA IL FONDOSCHIENA ALLA MERKEL…”LA SUA INCAPACITA’ DI GOVERNARE LA TERZA MAGGIORE ECONOMIA D’EUROPA HA DISTRUTTO LA SUA CREDIBILITA’ POLITICA E ORA PONE UNA MINACCIA A TUTTI I PARTNER EUROPEI”
“La caduta dell’Italia”. 
Si intitola così, senza mezzi termini, l’editoriale che apre la pagina dei commenti di oggi del Times di Londra.
E così come il Financial Times qualche giorno or sono, ora anche un altro tra i più autorevoli quotidiani britannici e d’Europa descrive una situazione sempre più allarmante per il nostro paese, con conseguenze pericolose per tutta l’eurozona, suggerendo una soluzione urgente: le dimissioni immediate di Silvio Berlusconi.
“L’Italia farebbe bene a disfarsi di Berlusconi”, comincia l’editoriale non firmato, dunque espressione della direzione del giornale.
“Non sono semplicemente delle sue avventure sessuali, dell’ombra della corruzione e della volgarità dei suoi commenti machisti, ad avere fatto perdere la pazienza ai suoi compatrioti. E’ la sua totale incapacità , dopo un totale di otto anni al potere, di riformare il corpo politico e mantenere le promesse. La sua incapacità di governare la terza maggiore economia d’Europa ha distrutto la sua credibilità politica e ora pone una minaccia esistenziale a tutti i partner dell’Italia nell’eurozona”.
Il Times ricorda i sorrisini di scherno scambiati tra la Merkel e Sarkozy al summit della Ue a proposito dell’impegno di Berlusconi per rimettere in ordine il suo paese: “Quegli sguardi dicono tutto. L’Europa non ne può più di questo pagliaccesco primo ministro, la cui irresponsabilità e codardia politica hanno aggravato l’attuale crisi”. l’Italia, prosegue l’articolo, è oggi di conseguenza “sull’orlo del disastro finanziario, e se l’Italia non può essere salvata, non ci sarà salvezza nemmeno per l’euro”.
L’editoriale afferma che, senza l’accordo dell’ultimo minuto con Bossi, Berlusconi si sarebbe dovuto dimettere, il presidente Napolitano avrebbe potuto assegnare un incarico a un governo tecnico ad interim in grado di apparovare le urgenti misure necessarie all’Italia e all’Europa.
Ma il compromesso tra Berlusconi e Bossi è la “soluzione peggiore”, continua il Times, perchè la Banca Centrale Europea, senza un calendario di riforme di austerità , non potrà acquistare i titoli di stato italiani nella quantità necessaria a evitare una bancarotta a causa del debito.
E gli italiani perderanno tempo con una elezione anticipata senza avere prima risolto i problemi più gravi.
“Tutto viene rinviato da un primo ministro spaventato dalla reazione degli elettori”, conclude il Times.
“Due mesi fa questo giornale avvertì che l’irresponsabilità di Berlusconi stava trasformando un problema locale in un disastro d’emergenza. Quel disastro ha ora avvolto l’Italia e i suoi vicini. Il miglior servizio che il primo ministro italiano potrebbe rendere adesso al proprio paese è dimettersi immediatamente”.
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Ottobre 27th, 2011 Riccardo Fucile
POI IL PREMIER CHIEDE UN PASSO INDIETRO DI BINI SMAGHI DA VESPA E ARRIVA LA RISPOSTA DA PARIGI: “NON SERVONO GLI APPELLI IN TV, BISOGNA SAPER MANTENERE GLI IMPEGNI” …E SARKOZY HA EVITATO DI DARGLI LA MANO DAVANTI AI MEDIA
Silvio Berlusconi incassa il sì dell’Unione Europea al piano per la crescita e la riduzione del debito e, in collegamento telefonico con Porta a Porta, lancia un appello a Bini Smaghi perchè si dimetta dal board della Bce: “Deve lasciare, ci crea problemi con la Francia.
“E’ stato nominato dal governo – continua il premier – oggi il governo gli chiede di dimettersi per non creare un casus belli”.
Il premier ha ovviamente parlato anche delle misure contenute nella lettera inviata all’Ue: “Tutti hanno apprezzato i tempi e i provvedimenti, giudicandoli efficaci per contrastare la situazione di crisi”.
I provvedimenti previsti, ha continuato il premier, saranno approvati “nei prossimi mesi” e “mi auguro un comportamento responsabile dell’opposizione che dovrebbe impegnarsi a votare con noi perchè non sono misure che riguardano l’interesse della maggioranza ma di tutti gli italiani e che rappresentano per l’Italia un impegno nei confronti dell’Europa”.
Berlusconi affronta anche il tema dell’ironia con cui Angela Merkel e Nicolas Sarkozy hanno risposto domenica a una domanda sulle rassicurazioni italiane: “La signora Merkel è venuta a scusarsi e mi ha detto che non c’era nessuna intenzione di denigrare l’Italia. Con lei i rapporti sono cordialissimi”.
Rapporti cordiali confermati dal portavoce della Merkel, che però smentisce seccamente le scuse. In un tweet, Steffen Siebert ha risposto così a chi gli chiedeva un commento sull’affermazione di Berlusconi: “Nessuna scusa perchè non c’era nulla di cui scusarsi”.
“Con Sarkozy – ha continuato il Cavaliere – non ho avuto modo di parlare. Non ci siamo incontrati. Purtroppo con la Francia c’è il caso di Bini Smaghi che non aiuta”.
Che la situazione con la Francia sia un po’ tesa lo confermano anche le parole del presidente francese nella notte, dopo l’accordo sul debito della Grecia.
“L’Italia ha due membri nel board della Bce. Sono felice per lei, ma non è una situazione che può continuare finchè non c’è alcun francese”.
E continua: “Ho la massima stima per Bini Smaghi, ma mi ero impegnato a sostenere la candidatura di Mario Draghi in cambio di impegni precisi”.
Poi la stoccata contro l’appello fatto dal premier Silvio Berlusconi: “È sempre meglio mantenere gli impegni. Non so se la televisione sia il modo migliore per farlo”.
A Porta a Porta, Berlusconi smentisce anche il patto con Umberto Bossi per andare al voto a marzo 8: “Inesistente, arriveremo al 2013”.
Infine, su una delle misure 9 contenute nella lettera di 15 pagine inviata alla Ue, quella sui licenziamenti più facili, spiega: “Le aziende in crisi potranno licenziare”, ma lo Stato aiuterà queste persone “con la cassa integrazione a trovare un nuovo lavoro”.
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Ottobre 27th, 2011 Riccardo Fucile
NELLA LETTERA INVIATA ALL’EUROPA IN REALTA’ VI SONO VINCOLI MENO SEVERI DI QUELLI GIA’ PREVISTI QUESTA ESTATE DALLA LEGGE 111 DEL 2011 CHE PARLAVA GIA’ DI 67 ANNI E 7 MESI… IL VERO TERRENO DI RIFORMA ERA L’ANZIANITA’ DOVE NON CAMBIA NULLA
Un bluff. Un’incomprensione. Nella migliore delle ipotesi un giallo. 
Oppure come in Alice una “non-riforma”.
La linea dell’Italia, come espressa dalla lettera di Berlusconi alla Ue, è quella che le pensioni di anzianità e vecchiaia vanno bene così, come sono state modificate dalla manovra d’estate, niente di più.
Nulla si tocca sull’anzianità , in base al “nyet” di Bossi: si andrà a “quota 97” nel 2013 (ovvero 62 anni anagrafici e 35 di versamenti), come regolarmente previsto dalla riforma Prodi-Damiano.
Ma l’equivoco più grosso – avvalorato dall’intervento del ministro Gelmini a Ballarò di martedì sera che ha spacciato la cosa per una novità – è sulla vecchiaia.
Non ci sarà infatti alcun innalzamento dell’età per la pensione di vecchiaia perchè nel 2026 è già previsto dalla manovra d’estate (legge 111 del 2011) che si vada in pensione a 66 anni e 7 mesi.
A questa età , per calcolare il momento effettivo del pensionamento, bisogna aggiungere tuttavia un anno, come previsto dalla recente introduzione della cosiddetta “finestra mobile” che impone a tutti di aspettare dodici mesi prima del ritiro dell’assegno.
A conti fatti dunque nel 2026 si andrà in pensione, come previsto dalla vigente normativa, a 67 anni.
Anzi, per la precisione la normativa attuale è già più severa di quella che sembra garantire Berlusconi all’Europa, perchè il traguardo della vecchiaia in base alla manovra d’estate, che peraltro ha accelerato la partenza del processo di due anni (al 2013), potrà essere tagliato solo a 67 anni e 7 mesi.
Infatti, come è evidente da una tabella di fonte Inps che tiene conto delle proiezioni demografiche Istat, dal 2013 l’età di vecchiaia salirà in base alle cosiddette “aspettative medie di vita” di tre mesi ogni tre anni.
Grazie a queste riforme in Italia il traguardo dei 65 anni è rimasto in vita solo dal punto di vista “legale”, perchè “aspettative di vita” e “finestra mobile” fanno sì che già dal prossimo anno si andrà in vecchiaia a 66 anni, nel 2013 a 66 anni e tre mesi, nel 2019 a 66 anni e 11 mesi fino a raggiungere – come accennato – i fatidici 67 anni e 7 mesi nel 2026.
Tutto scritto e votato dal Parlamento, perchè la prima versione della riforma sulle “aspettative di vita” risale alla legge 122 del 2010.
“Si ripercorre il cammino realizzato con le norme vigenti e resta aperto il nodo dell’anzianità “, conferma Giuliano Cazzola (Pdl).
Anche per le donne la lettera del governo italiano a Bruxelles promette l’immobilità . Infatti la manovra d’estate ha messo in moto un meccanismo di accelerazione che parte blandamente dal 2014 (con l’aumento di un mese) e via via sale fino al 2026. Anche in questo caso al meccanismo bisogna sommare le “aspettative di vita” e la “finestra mobile”: così facendo, come dimostra la tabella Inps-Istat, nel 2026 l’età effettiva di pensionamento delle lavoratrici del settore privato sarà di 67 anni e 7 mesi. La novità dei due calcoli comparati sta nel fatto che donne e uomini nel 2026, quanto a pensione di vecchiaia, raggiungeranno una parità sostanziale: sommate le varie riforme andranno entrambi in pensione effettiva a 67 anni e 7 mesi.
Detto ciò, il nostro sistema, che mantiene l’atipicità europea delle pensioni di anzianità oggetto del pressing della Bce, darà le seguenti opzioni.
Chi potrà , perchè come molti lavoratori garantiti del Nord ha una storia contributiva forte, sfrutterà l’occasione di andare in pensione dal prossimo anno a “quota 96” (ovvero con 61 anni di età anagrafica e 35 di contributi) o nel 2013, quando il meccanismo di innalzamento si fermerà con 62 anni e 35 di versamenti.
Meglio ancora si troverà chi, avendo lavorato per 40 anni, potrà sfruttare il “semaforo verde” permanente che prescinde dall’età anagrafica.
Chi invece ha una storia contributiva frammentata, dovrà tirare la carretta: fino a 67,7 anni nell’anno di grazia 2026.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 27th, 2011 Riccardo Fucile
PER IL 2011 MONTECITORIO CHIEDE GLI STESSI FONDI DEL 2011
«Cavallo magro corre più forte». Parola di Roberto Calderoli, che a settembre annunciava trionfante un «disegno di legge di riforma costituzionale per dimezzare il numero dei parlamentari».
Ma come può dimagrire, quel cavallo, se hanno già deciso di dargli da mangiare come prima?
Così è: la Camera vuole – fino al 2014 – gli stessi soldi di oggi.
Una delle due: o i tagli sono una frottola o pensano che i parlamentari dimezzati costeranno il doppio.
In ogni caso pensano che i cittadini siano così grulli da non vedere la truffa.
Eppure, a sentire la grancassa di promesse di questi mesi, pareva tutto già deciso.
Lo stesso Cavaliere («dobbiamo abolire il numero enorme di parlamentari dalle prossime elezioni») aveva insistito: l’iter doveva essere «urgente».
Che vogliano tagliare davvero, però, è un’altra faccenda.
E prendere sul serio le promesse fatte per placare l’ira dei cittadini chiamati a fare sacrifici e andare in pensione sempre più tardi, stavolta, è ancora più difficile del solito.
La prova? A dispetto della crisi, degli ultimatum europei, delle fatiche di Sisifo sulle pensioni, dei sorrisetti di Nicolas Sarkozy e di Angela Merkel proprio sulla nostra affidabilità , la Camera ha avvertito il Tesoro che avrà bisogno della stessa dose di biada del 2012 e 2013 anche per il 2014.
Quando, a dar retta a Calderoli, il cavallo troppo grasso dovrebbe aver perso già metà del suo peso.
La lettera è arrivata sul tavolo di Giulio Tremonti qualche giorno fa, mentre si diffondevano le voci che la doppia manovra economica non basterà e alla vigilia di un nuovo pressing di Bruxelles.
«Signor ministro Le comunico che l’Ufficio di presidenza ha deliberato di mantenere l’importo della dotazione per l’anno finanziario 2014 nella medesima misura già prevista per gli anni 2012 e 2013. L’importo della dotazione richiesta per ciascun anno del triennio 2012-2014 è quindi pari a euro 992.000.000».
Firmato: il segretario generale Ugo Zampetti.
Una richiesta sfacciata. Tanto più dopo tutte le chiacchiere della maggioranza sui «tagli epocali» e dopo quanto è accaduto in questo primo tratto del secolo, definito dalla Banca d’Italia «decennio orribile».
Durante il quale il prodotto interno lordo pro capite è crollato del 5% mentre le spese di Montecitorio crescevano fino a sfondare il 41%.
Lo sanno che cosa si prepara, gli autori di quella lettera che batte cassa, per il 2014?
La pressione fiscale schizzerà al record storico del 44,8%.
Il debito pubblico salito ormai al 120,6% del Pil non riuscirà a calare, nonostante la manovra da 145 miliardi, sotto il 112,6%.
E secondo il Fondo monetario internazionale si consoliderà il sorpasso dell’India, che nel 1993 aveva meno di un terzo del nostro Pil ma ha già messo la freccia per superarci, come già hanno fatto il Brasile e ormai dieci anni fa la Cina.
E la nostra Camera ci farà il regalo di chiedere ai contribuenti gli stessi soldi che chiede oggi? Quale eroismo! Grazie…
Semplicemente avvilente il raffronto con una istituzione paragonabile, come la britannica House of Commons, che di deputati ne ha 650, venti più dei nostri, ma nonostante questo ha un livello di spese correnti (meno di 500 milioni di euro) pari a neanche metà di quelle di Montecitorio.
Differenziale assolutamente in linea con l’abisso che separa i livelli retributivi delle due istituzioni. Basti dire che Jack Malcolm, il capo dell’amministrazione del parlamento del Regno Unito, ha una retribuzione di 235 mila euro: metà di quanto guadagna il nostro «pari grado».
Ma non basta.
Entro l’anno fiscale 31 marzo 2014-31 marzo 2015 la Camera bassa britannica vuole ridurre i propri costi di un altro 17%. Un taglio netto.
Raddoppiato rispetto alla sforbiciata del 9% per il 2013 già decisa l’anno scorso.
Una scelta seria, «in linea con il resto del settore pubblico». I tempi sono così bui da obbligare a tagliare la scuola o la sanità ? I tagli alla «Casta» britannica devono essere uguali. Così che nessuno possa parlare di privilegi e privilegiati.
Domanda: perchè lassù, dove morde la stessa crisi, il trattamento delle Camere è allineato a quello di tutta l’amministrazione e da noi no?
Cosa c’entrano i «costi della democrazia»?
I numeri dell’ultima legge di stabilità parlano chiarissimo. Depurata dal costo del debito pubblico, la spesa statale italiana nel 2014 sarà inferiore del 4,5% a quella prevista per il 2012. Circa 20,3 miliardi in meno.
Lo stanziamento per gli «organi costituzionali, a rilevanza costituzionale e presidenza del consiglio», cioè Camera, Senato, Quirinale, Consulta, Csm, Consiglio di Stato, Corte dei conti, Cnel e palazzo Chigi resterà invece intatto: 2 miliardi e 981 milioni di euro.
Lo stesso di oggi.
Ma non avevano detto di aver tagliato? Avevamo capito male?
Riprendiamo quanto dichiarò a verbale il 2 agosto il questore della Camera Francesco Colucci: «Nel triennio 2011-2013 il bilancio dello Stato potrà beneficiare di una minor richiesta di dotazione da parte della Camera pari a 75 milioni di euro».
Commenti degli osservatori «ingenui»: però!
E via coi calcoli: se quest’anno per mantenere Montecitorio paghiamo 992,8 milioni fra due anni vorrà dire che si ridurranno a 917,8.
No: resteranno sempre 992,8.
E quei 75 milioni? Semplice: sono gli aumenti cui la Camera ha deciso di rinunciare. Quindici milioni per il 2012, più 30 per il 2013 e ancora 30 ai quali l’amministrazione aveva già rinunciato più di due anni prima, nell’aprile del 2009.
Per capirci: come le baionette di Mussolini. Contate e ricontate, scusate il bisticcio, per mascherare i conti.
La verità è che mentre le borse crollavano e il governo si apprestava a raddoppiare la già dolorosa manovra di luglio, la Camera tagliava le spese correnti del 2011 di un misero 0,71% e il Senato di un ancor più impalpabile 0,34%.
Ed è inutile ricordare, come già i lettori sanno, che Montecitorio potrebbe alleggerire assai la richiesta di denaro alle casse dello Stato: le basterebbe rompere il «salvadanaio» e usare i 369 milioni di avanzi di cassa accumulati nel corso degli anni e custoditi nei conti correnti bancari.
O anche, perchè no, mettere a disposizione almeno parte del ricco «Fondo di solidarietà » dei deputati: un tesoretto creato negli anni grazie pure ai generosi contributi della Camera e che ha una liquidità di ben 180 milioni eccedente le necessità per cui è stato costituito, pagare le liquidazioni dei deputati.
Non bastasse, ieri pomeriggio è arrivata la ciliegina sulla torta.
Un’agenzia LaPresse : «Per gli assenteisti in commissione decurtazione della diaria, mentre per i “sempre presenti” un incentivo. Saranno queste le misure in discussione domani durante la riunione dell’ufficio di presidenza della Camera».
Traduzione: i parlamentari pagati per stare in Parlamento se staranno sul serio in Parlamento verranno pagati di più.
Un capolavoro.
Possiamo sommessamente ricordare che un ritocco così piacerebbe anche ai maestri (più soldi se vanno a scuola), agli autisti d’autobus (più soldi se si mettono al volante), ai centralinisti (più soldi se rispondono al centralino) e così via?
Diranno: ma non ci sono soldi!
Appunto…
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Costume, governo, la casta, Parlamento, radici e valori | Commenta »