Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
IL QUIRINALE BOCCIA IL DECRETO LEGGE, IL CONSIGLIO DEI MINISTRI PARTORISCE SOLO UN EMENDAMENTO ALLA LEGGE DI STABILITA’ CHE RICALCA LA LETTERA ALLA UE
La giornata si alterna tra ambizioni modeste: decreto o maxi-emendamento, maxi-emendamento o decreto.
Una cosa qualunque da portare al G20, al vertice di questa mattina a Cannes.
Alla fine, nel vertice notturno, che si è concluso alle 22.30, prevale la linea più minimalista: niente decreto, soltanto un emendamento alla legge di Stabilità che si discuterà in Parlamento entro il 15 novembre.
Le misure anticirisi, stando a quello che risultava ieri sera, saranno rinviate a un disegno di legge, dalle scadenze imprevedibili.
Durante la giornata il capo dello Stato Giorgio Napolitano ha lasciato trasparire con chiarezza la sua preferenza: meglio che le riforme passino in Parlamento, possibilmente con le “larghe intese” auspicate dal Colle martedì.
Troppo alto il rischio che in un decreto legge notturno qualche ministro bellicoso come Maurizio Sacconi infilasse per esempio la cancellazione dell’articolo 18 sui licenziamenti. L’unica cosa peggiore della situazione attuale è quella del Quirinale che deve respingere un decreto impresentabile.
Anche il ministro del Tesoro Giulio Tremonti è salito al Quirinale, “per parlare del G20 e della situazione economica”, dicono fonti vicine al Tesoro.
Per discutere il ruolo di freno a mano dentro il governo del superministro, malignano tutti gli altri.
A cominciare da Giuliano Ferrara. Il direttore del Foglio, in un editoriale, oggi ricostruisce: “Berlusconi aveva deciso il decreto-Europa, dopo incertezze superate ieri mattina. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini ci aveva spiegato all’una del pomeriggio il dettaglio della decisione riformatrice e liberalizzatrice, Berlusconi ce l’aveva confermata”.
Peccato che “il suo ministro dell’Economia è contro il decreto. Il capo dello Stato è contro il decreto. Le motivazioni di Tremonti sono ciniche e politiciste. Quelle di Napolitano risentono del suo ruolo arbitrale”.
Chi vuole l’emendamento, sostiene Ferrara, punta in realtà a prendere tempo per smontare quel che resta del blocco berlusconiano in defatiganti negoziati, così da trovarsi piazzato al meglio per un cambio a Palazzo Chigi che quasi tutti danno per scontato.
Tremonti ieri ha fatto di tutto per dimostrare che lui, e solo lui, la sua parte l’ha fatta: prima ha riunito il Comitato per la stabilità finanziaria, con Consob, Isvap e Bankitalia.
E il Comitato ha sancito che “La tendenza all’equilibrio dei conti pubblici prosegue”. Ministro promosso.
Poi la Banca d’Italia, con il nuovo governatore Ignazio Visco, spiega che finchè il rendimento dei Btp, i titoli di Stato a 10 anni, non arriva all’8 per cento sul mercato possiamo sperare di sopravvivere, e oggi siamo al 6,24.
Il terzo applauso Tremonti se lo fa da solo, comunicando i dati sul fabbisogno, cioè sui soldi che al ministero serve avere in cassa da qui a fine anno, con un miglioramento di 12 miliardi .
Ma le posizioni di Tremonti, che al vertice del Pdl arriva in ritardo, complicano lo stallo.
Il governo non sembra in grado di trovare il colpo a effetto per bloccare la crisi. Un conto è lo scadenzario concordato con l’Europa, altro le misure per reagire al panico sui mercati che ha fatto sprofondare del 7 per cento la Borsa martedì.
“Non ci saranno interventi sui patrimoni”, dice il sottosegretario al Tesoro Luigi Casero, escludendo in un colpo solo la patrimoniale, il ritorno dell’Ici chiesto dalla Banca d’Italia con Mario Draghi e il prelievo sui conti correnti.
Quanto a un nuovo intervento sulle pensioni, non previsto neppure dalla lettera alla Ue, manco a parlarne, con il leader leghista Umberto Bossi che minaccia: “Facciamo scoppiare la rivoluzione”.
L’unica altra leva a disposizione è l’ennesimo aumento dell’Iva, che potrebbe portare circa 6 miliardi molto in fretta, se poi si volesse tappare il buco di 20 miliardi circa nella manovra di agosto l’aumento potrebbe essere anche di più punti.
Non restano molte alternative e comunque la via rapida dei decreti legge sembra ormai preclusa, vista la posizione del Quirinale.
E venerdì, al ritorno dal G20, Berlusconi potrebbe trovare i mercati delusi dal summit di Cannes, preoccupati per i pessimi numeri sull’economia Usa diffusi ieri, logorati dall’incertezza sulla Grecia.
Pronti a sfogare le loro frustrazioni sull’Italia e su Berlusconi.
Sempre che sia ancora a Palazzo Chigi.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
LA SLAVINA DEI FRONDISTI SPARSI, NON SOLO SCAJOLIANI…. IL PREMIER: “ME LO DICANO IN FACCIA!
Li chiamano, nel Pdl, “frondisti sparsi”, non solo scajoliani. 
È l’ultima frontiera antiberlusconiana (che comprende anche le manovre di Luca di Montezemolo) per far cadere il Cavaliere e andare a un nuovo governo, evitando così le elezioni anticipate nel 2012, vero spauracchio di tanti peones di destra smarriti, incazzati e allo sbando.
Ieri, all’ufficio di presidenza del partito dell’amore, convocato a casa di B., a Palazzo Grazioli, il segretario Angelino Alfano ha affrontato la questione in termini prettamente numerici: “C’è una congiura contro di noi per attirare una decina di deputati e fare un governo del ribaltone. Ma hanno tempo fino a Natale perchè poi l’unica alternativa sono le elezioni anticipate a marzo o aprile”. In realtà le sacche di malessere nel Pdl si stanno allargando oltre la “decina” denunciata dal fedele Alfano
Lui, B., continua a ostentare sicurezza e dice che “i numeri ci sono per approvare i singoli provvedimenti che faremo” e che alla fine vuole vedere “in faccia chi mi viene contro”.
Ormai, però, il nuovo treno per un esecutivo tecnico o di larghe intese è partito ed è iniziata un’altra attesa spasmodica per il fatidico “incidente” in Parlamento.
Il manipolo dei “frondisti sparsi” è variegato e ha preso coraggio dopo l’addio al Pdl di Roberto Antonione, forzista della primissima ora, che di fatto ha decretato la fine della maggioranza: senza il suo voto scende da 316 a 315.
La novità principale è costituita da alcuni berlusconiani considerati “falchi irriducibili”.
I nomi circolano da domenica e sono quelli di Isabella Bertolini e Giorgio Stracquadanio.
Poi delusi come la senatrice Ida D’Ippolito e Piero Testoni.
Quest’ultimo ieri ha confermato il suo mal di pancia: “Sono tra coloro che dicono che in questo momento la maggioranza se c’è si deve far sentire”.
Questi scontenti sarebbero almeno 15 e ieri avrebbero pranzato insieme. Tra di loro anche il neomontezemoliano Fabio Gava.
Allo scoperto è uscito persino l’insospettabile Maurizio Paniz, il deputato-avvocato che fece votare la maggioranza per la tesi di Ruby “nipotina di Mubarak”.
In un’intervista Paniz scarica B. a favore di un governo guidato da Gianni Letta: “Io sono critico con Berlusconi per aver portato una commistione fra pubblico e privato che non va bene. Berlusconi ha messo molte persone in posti per i quali non erano all’altezza. Nel 2013 il presidente Berlusconi, a mio parere, non è candidabile. Oggi potrebbe fare un governo Gianni Letta, che è la persona che riesce a coagulare un percorso di consensi molto forte”.
Il repubblicano Nucara, altro malpancista della maggioranza, si schiera per il papabile Mario Monti e pronostica che “sarà molto difficile realizzare il programma di Berlusconi illustrato all’Ue”.
Alla lista poi vanno aggiunti i cosiddetti scajoliani e un po’ di ex Responsabili in forte sofferenza.
Tre in particolare: i campani Milo e Pisacane, ossia gli eroi dell’ultima fiducia, e Pippo Gianni. Milo ha smentito a metà : “Non lascio la maggioranza ma serve un cambio di rotta”.
Dieci o quindici che siano, questi deputati costituirebbero “l’avanguardia” per far andare sotto la maggioranza la prossima settimana, quando B. tornerà dal G20 di Cannes, in Francia.
Le opzioni vanno dalla legge di stabilità al rendiconto di bilancio già bocciato una volta. Oppure ancora a un voto legato alle conclusioni sul G20.
E ieri sera sarebbe apparso un nuovo documento dei “frondisti” (dopo il flop della “lettera” ispirata da Pisanu e Scajola rimasta però “anonima”), già una dozzina le firme in calce: l’obiettivo è il passo indietro del premier, anche a costo di arrivare a una mozione di sfiducia. A quel punto si spera in un effetto slavina che possa coinvolgere un numero di parlamentari più alto e varare un governo dalle basi solide, non con una maggioranza risicata.
In questo senso va una dichiarazione del leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini: “Non è più il momento delle furberie ma pensiamo che ci siano molti disponibili ad uscire dalla maggioranza”.
Così, sul futuro di B., in queste ore si moltiplicano gli scenari, compresa la voce di possibili dimissioni dopo il G20.
Ma lui, assediato nel bunker, non intende mollare e al Quirinale ha fatto dire che “non ci sono alternative a questo governo”.
Come scrive Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi: “Il capo del governo si ritrova sotto assedio a Palazzo Chigi. Il plotone è pronto a fare fuoco”.
Si salverà anche stavolta, il soldato Berlusconi?
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
ASSEGNATO L’APPALTO DA 15 MILIONI DI EURO PER LA FORNITURA DI COMPUTER A UNA DITTA COPERTA AL 94% DA UNA FIDUCIARIA LOMBARDA…LA SOCIETA’ ESCLUSA PARLA DI PALESE VIOLAZIONE DEL CODICE DEGLI APPALTI PUBBLICI
I computer della Camera dei deputati potrebbero essere affidati a una società di cui non si conoscono i reali proprietari.
L’anno scorso, infatti, Montecitorio, col placet del collegio dei questori (capeggiati dall’ex Psi e attuale Pdl, Maurizio Colucci) ha assegnato un appalto da 15 milioni di euro per la gestione dei propri servizi informatici alla Tecnoindex spa.
Si tratta di una società con sede a Roma, schermata al 94% da una fiduciaria lombarda (che a sua volta è controllata al 61% dalla lussemburghese De Vlaminck sa, n.d.r.): un’architettura che di fatto consente di nascondere l’identità dei soci.
Sulla carta, dunque, i pc della Camera, con tutti i loro contenuti, potrebbero essere messi nella mani di una società dietro cui potrebbe nascondersi chiunque.
Eppure, nel codice degli appalti pubblici è previsto il “divieto di intestazione fiduciaria”: una norma che ha proprio lo scopo di evitare che le amministrazioni appaltanti non abbiano il controllo del reale soggetto che si aggiudica l’appalto, e di contrastare il rischio di infiltrazioni occulte e mafiose.
Proprio a questo divieto si sono aggrappati i legali della società che è arrivata seconda alla gara, la ravennate Business-e, per presentare ricorso al Consiglio di giurisdizione della Camera.
“L’appalto è stato aggiudicato a una società la cui effettiva gestione e direzione è affidata a un’altra società , la De Vlaminck sa, di cui non è possibile conoscere gli effettivi soci, con palese violazione dell’articolo 38 del codice degli appalti pubblici”, sostengono gli avvocati.
Inizialmente, il ricorso è stato accolto dal Consiglio presieduto dal finiano Giuseppe Consolo, che ha provveduto così ad annullare l’aggiudicazione.
Ma successivamente, l’amministrazione della Camera ha presentato appello contro questa stessa sentenza, con l’obiettivo di assegnare definitivamente l’appalto (15 milioni di euro per tre anni) al raggruppamento Intersistemi-Tecnoindex.
Secondo lo staff di Montecitorio, non c’è nessun mistero dietro la società vincitrice: il 29 novembre 2010 (cioè solo dopo che e-Business ha presentato ricorso), la Brianza fiduciaria, infatti, avrebbe svelato l’identità dei soci nascosti.
Si tratterebbe della Nous Informatica, una società “tutta italiana” che nulla ha a che vedere col Granducato.
Resta il fatto che, secondo gli avvocati di Business-e, “la società lusemburghese ‘De Vlaminck’ è socia di maggioranza della Brianza fiduciaria, che a sua volta è azionista al 94% proprio della Tecnoindex spa”, come scrivono i legali nel contro-appello presentato lo scorso 28 luglio.
La disputa ora dovrà essere risolta dal collegio d’appello della Camera, dove, oltre a Paniz (Pdl), siedono Donato Bruno (Pdl), Pierluigi Mantini (Udc), Renato Zaccaria (Pd), e Alessandro Ruben (Fli).
Il verdetto è atteso proprio in questi giorni.
Elena Boromeo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
I DATI UFFICIALI DEI DUE GOVERNI SONO IMPIETOSI E DIMOSTRANO COME IL RAFFRONTO TRA LE DUE CONCEZIONI DELLA POLITICA SIA IMBARAZZANTE
In Italia circolano 72 mila auto blu: il dato ufficiale basta consultarlo sul sito del
Formez che ha compiuto il monitoraggio per conto del ministero della pubblica amministrazione.
Numero sbalorditivo ma il bello deve ancora venire.
Già , perchè si scopre che la nostra burocrazia è riuscita a catalogare le auto di servizio in tre gruppi: le “auto blu-blu” (proprio così, due volte blu) che sono quelle di rappresentanza politico-istituzionale “a disposizione di autorità e alte cariche dello Stato e delle amministrazioni locali”, poi le “auto blu” (una sola volta blu) che sono quelle a disposizione dei “dirigenti apicali” (testuale), infine le “auto grigie” adibite, dice la relazione del Formez, ai “servizi operativi”.
Gli addetti sono 35 mila (di cui 14 mila autisti), la spesa per il personale è di 1,2 miliardi di euro all’anno.
La spesa di gestione di di 350 milioni di euro che, sommando gli ammortamenti, diventa di 650 milioni.
C’è poco da commentare, basta una parola: vergogna.
E nel Regno Unito?
Occorre una premessa: le auto di servizio vengono gestite da un’authority che dipende dal ministero dei trasporti e si chiama “Government Car and Despatch Agency”.
In pratica, se un dipartimento ha bisogno di un’auto blu deve rivolgersi e farne richiesta all’Agenzia.
Ecco i numeri ufficiali (anche in questo caso consultabili facilmente sul sito della “GCDA” oltre che governo): al 31 marzo 2010 le auto blu in dotazione ai ministeri erano 78, il parco auto era complessivamente di 261 nel 2010, sceso a 195 nel 2011. Per parco auto s’intendono le vetture “blu-blu” (usiamo la terminlogia italiana e non quella britannica che si limita a un sobrio “ministerial cars”) e le vetture “blu” e “grigie”, utlilizzate per i servizi (ad esempio trasporto documkenti e posta).
Gli addetti sono 239 e il costo complessivo è di circa 7 milioni di sterline.
Ammettiamo pure che alla statistica sfuggano le auto di rappresentanza della famiglia reale (che sono 8).
Ammettiamo che ne sfuggano pure quelle dei magistrati dell’Alta Corte e dei sindaci delle maggiori città .
Nonostante tutto il raffronto fra Roma e Londra (sulle auto blu-blu) è imbarazzante.
E poi ci sorprendiamo se scivoliamo sempre più giù..
Fabio Cavalera
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Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
GIULIA BONGIORNO APRIRA’ VENERDI’ “STRA.DE”, IL CONFRONTO ORGANIZZATO DA FILIPPO ROSSI E DA DELLA VEDOVA CON L’INTENTO DI “CAMMINARE VERSO IL FUTURO”… SABATO L’INTERVENTO DI FINI
A differenza dei rottamatori di Matteo Renzi, i futuristi hanno già licenziato i vecchi padrini e possono concentrarsi sul percorso da compiere per raggiungere il loro futuro politico.
Con questo obiettivo i finiani di Libertiamo, l’associazione presieduta dal capogruppo di Fli a Montecitorio, Benedetto della Vedova, e del Futurista, il periodico diretto da Filippo Rossi, hanno organizzato a Viterbo la loro prima tre giorni di confronto, dal 4 al 6 novembre.
Il destino scritto sotto l’anagramma di destra: Stra.de.
E sarà Gianfranco Fini, a indicare quale via imboccare. E seguire. Il presidente della Camera interverrà sabato mattina. Giulia Bongiorno il giorno prima.
Fini e Bongiorno saranno gli unici due parlamentari a parlare dal palco. Ma non saranno comizi, ma interviste con domande vere.
Da Viterbo, dunque, partono i “camminatori” futuristi.
Un week end di seminari, cultura politica, percorsi intellettuali cui parteciperà Aldo Cazzullo, Luciano Lanna, Peter Gomez, Vauro e molti altri (qui il programma completo).
Saranno presenti anche molti esponenti di Fli. Hanno aderito Flavia Perina, Enzo Raisi, Fabio Granata, Umberto Croppi, Manfredi Palmeri, Potito Salatto, Salvatore Tatarella, Francesco Pasquali.
“C’è bisogno di mettersi in cammino — spiegano il futurista e Libertiamo sui loro siti internet — con la voglia di esplorare territori nuovi (e forse pericolosi), mettendo a rischio le proprie certezze, abbandonando vecchi percorsi per trovarne di nuovi e inaspettati. La politica come pellegrinaggio, più che come guerra: è con questo spirito che Il Futurista e Libertiamo organizzano la tre giorni viterbese di Stra.De. Una scommessa costruttiva, una sfida alle acque stagnanti di una politica noiosa, incattivita e miope. Non vogliamo essere rottamatori di niente e nessuno, ma piuttosto camminatori”.
Del resto rottamare non è sufficiente perchè “tanta insistenza sul ricambio generazionale e sulla rottamazione delle vecchie burocrazie di partito individua il problema, ma rischia di non risolverlo. Il dramma della politica italiana — l’inconcludenza, lo scarso coraggio delle riforme, la paralisi indotta dai mille veti incrociati — potrebbe ripetersi ancora, se alle prossime elezioni la principale alternativa al duo Berlusconi e Bossi apparirà essere la riedizione dell’Unione prodiana. E il Terzo Polo ha la chance di offrire agli italiani una proposta credibile e vivace, ma per farlo ha bisogno di costruire un tessuto di idee coerente con una tensione e una visione nuova, oltre ad una leadership capace di parlare a un elettorato ampio e potenzialmente maggioritario. Per i “camminatori” la meta è forse lontana, ammettono, ma non abbiamo fretta: in fondo “un viaggio di mille miglia — scriveva Confucio — comincia con un solo passo”.
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Novembre 3rd, 2011 Riccardo Fucile
LA PROVOCAZIONE DI MASSIMO FINI: “IN FONDO E’ UNO SFOGO SALUTARE E INNOCUO, ALTRO CHE SPRANGHE E TERRORISMO”… “SONO PEGGIORI I RICATTI MORALI DI SACCONI”
Intendo qui celebrare il cazzotto. Il vecchio, caro, sano cazzotto.
Come quello che un abitante di Aulla, che stava cercando di spalar via i detriti lasciati dall’alluvione, ha sferrato a Michele Lecchini, consigliere comunale (leghista) a Pontremoli, il quale si era imprudentemente sporto dal finestrino di una delle tante auto blu che procedevano incolonnate nella zona del disastro.
Probabilmente lo sfortunato Lecchini non aveva alcuna responsabilità nelle devastanti conseguenze dell’alluvione, ma quel pugno, un diretto destro che ha colpito il consigliere a un occhio, è emblematico dell’insofferenza e dell’esasperazione che sta montando contro la classe politica e dirigente italiana.
L’improvvisato pugile non era infatti un “anarco insurrezionalista”, un black bloc, un militante di un qualche gruppuscolo eversivo.
Era un comune cittadino.
Come comuni cittadini erano quelli che hanno preso a palate di fango il convoglio di auto blu (centrata in pieno Lucia Baracchini, sindaco di Pontremoli) e poi hanno cominciato a scuoterle gridando “vergogna!”.
Come un comune cittadino era quella signora che ha urlato “assassino” al sindaco di Aulla, Roberto Simoncini, e poi è scoppiata in lacrime.
Suppongo che il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, se leggerà queste righe, mi bollerà come “cattivo maestro”, fomentatore di violenza e di possibile terrorismo.
Io credo il contrario.
Il cazzotto è uno sfogo salutare, e sostanzialmente innocuo, dell’aggressività vitale che alberga in ognuno di noi.
A furia di comprimerla questa aggressività , in una società ammalata di buone maniere (si veda Carnage, il film di Roman Polanski), si accumula e finisce per esplodere improvvisamente nelle forme più brutali, per esempio nei “delitti delle villette a schiera” come li ha chiamati Guido Ceronetti.
Negli anni Cinquanta ci scazzottavamo tutti.
Ci si scazzottava fra ragazzini, divisi per bande di quartiere (è molto improbabile che bambini di undici, dodici, tredici anni si facciano sul serio male, il peggio che poteva capitare era di tornare a casa con un occhio nero, come Lecchini, e prendere, per sopramercato, due sacrosante cinghiate da tuo padre).
Ma ci si scazzottava anche fra adulti.
Allo stadio, dove nessuno si sognava di andare con spranghe e catene, e fuori dal bar, in genere per questioni di ragazze.
Ma quella violenza, diciamo così, primigenia, elementare, naturale, non è mai sfociata in nulla di più grave. Il terrorismo era di là da venire.
Sarebbe comparso una quindicina di anni dopo quando i figli dei borghesi, che non avevano preso le giuste nerbate dai padri, i quali erano al contrario orgogliosi di quei loro pargoli tanto “rivoluzionari”, cominciarono a girare in massa per le strade gridando “Fascisti, borghesi, ancora pochi mesi”, “Fascista, basco nero, il tuo posto è al cimitero”, “Uccidere un fascista non è reato” e qualcuno (non loro, i figli di papà che di giorno giocavano a spaccare le vetrine, e magari anche qualche testa, e di sera, tornati a casa, si attaccavano al telefono: “Pronto, Leonetta?”, “Pronto, Dadi?” che non sono esattamente nomi proletari) prese sul serio quegli slogan.
Il cazzotto insomma è, a suo modo, leale.
Sleale, viscida e subdolamente violenta è invece l’evocazione che il ministro Sacconi, sottoposto ad aspre critiche per le sue misure sui licenziamenti (che personalmente, sia detto di passata e per quel che vale, condivido), ha fatto del terrorismo.
È una forma di intimidazione che abbiamo visto praticare già tante volte dalla classe politica quando si trova in difficoltà .
Un ricatto morale ignobile e inaccettabile che tende a zittire ogni critica addossando a chi la fa la responsabilità dell’eventuale atto criminale di qualche sciagurato che se ne faccia suggestionare (a evocare una cosa inesistente si rischia di materializzarla, come negli esorcismi).
Ha detto, con grande lucidità , Pietro Ichino: “Non si può evocare il pericolo di violenza politica per comprimere il dibattito o peggio per accollare a chi dissente la responsabilità oggettiva di eventuali aggressioni commessa da altri”.
Purtroppo gli Ichino sono rara avis e i Sacconi, e i molto peggio di Sacconi, la regola di una classe politica, a tutti i livelli, di incapaci, di inefficienti, di parassiti, di schifosamente privilegiati, quando non di truffatori, di ladri e di delinquenti, che ci logorano quotidianamente i nervi comparendo ogni giorno, con i loro mascheroni da Halloween o da commedia dell’Arte, per dimostrarsi, al momento del dunque, per quel che sono: delle nullità .
Con costoro il massimo che possiamo permetterci, in democrazia, è un cazzotto.
Ma è anche il minimo.
Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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