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IL PDL IMPLODE AL GOVERNO, MA IN CAMPANIA E’ BOOM DELLE TESSERE

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

ISCRIZIONI RECORD: SCATENATI I SIGNORI DELLE TESSERE: 200.000 ADESIONI E INCASSO DI 2 MILIONI DI EURO…ALL’ORIGINE LA LOTTA TRA LE CORRENTI PER ACQUISTARE IL CONTROLLO DEL PARTITO

E meno male che il segretario del Pdl Angelino Alfano si era tanto raccomandato di non esagerare, per non trasferire nel tesseramento lo scontro tra i leader e gli aspiranti coordinatori cittadini e provinciali.
A Napoli e dintorni il suo appello è caduto nel vuoto.
Nella Campania di Nicola Cosentino, che festeggia il sesto anno da coordinatore regionale a dispetto di inchieste e rinvii a giudizio per camorra e trame varie, il Pdl ha staccato ben 185.000 tessere e ha raccolto quasi due milioni di euro.
Una fetta molto consistente del milione e mezzo di persone che in tutt’Italia avrebbe versato almeno dieci euro per iscriversi al partito di Berlusconi.
Sulla genuinità  e spontaneità  della campagna di adesioni campana, si pronunceranno le varie commissioni di garanzia. Le cui maglie di solito, per usare un eufemismo, non sono strettissime.
Ma di fronte a certi numeri i sospetti sono inevitabili. Come sono stati raggiunti?
Col consueto lavorìo dietro le quinte di parlamentari e capobastone locali.
I soliti noti che da anni fanno il bello e il cattivo tempo nei territori. Luigi Cesaro. Nicola Cosentino, Edmondo Cirielli. Vincenzo Nespoli.
Si racconta che a Sant’Antimo, feudo del presidente della Provincia “Giggino ‘a Purpetta’” Cesaro, le tessere azzurre erano così tante da riempire ben due pulmini, diretti a Roma col pieno di benzina poche ore prima della chiusura della campagna.
“Ma quali pulmini” ha replicato stizzito Cesaro in un’intervista a Dario del Porto sulle pagine napoletane di Repubblica “un gruppo di giovani ha utilizzato un Doblò per trasportare le scatole. E solo perchè serviva una vettura più capiente, altrimenti avremmo dovuto impiegare tre o quattro auto”.
Cesaro è il signore delle tessere di Napoli.
Col suo triplo ruolo di deputato, Presidente della provincia e coordinatore provinciale del partito dai tempi di Forza Italia, nonchè fedelissimo del Cavaliere fino al punto di inserire in giunta una delle sue ‘pupille’, la ex billionarina Giovanna Del Giudice, Cesaro controllerebbe un pacchetto di circa 40.000 iscritti attraverso le adesioni raccolte dal suo gruppo sul territorio. Angelo Agrippa, giornalista del Corriere del Mezzogiorno molto informato sulle vicende in casa Pdl, disegna così la mappa del tesseramento dell’area Cesaro: 3000 iscritti riconducibili al consigliere regionale originario dell’isola d’Ischia, Domenico De Siano; 4000 a un altro consigliere regionale, Massimo Iannicello; 3500 alla parlamentare Giulia Cosenza; 4000 al capogruppo regionale Pdl Fulvio Martusciello, fratello di Antonio Martusciello, ex vice ministro di un vecchio governo B. e attualmente commissario all’Agcom; 1000 tessere sono riferibili al Responsabile sottosegretario all’Economia Bruno Cesario; 10.000 tessere, infine, farebbero capo a un ex finiano, il deputato Amedeo Laboccetta.
Il variegato e variopinto gruppo ha un cavallo su cui puntare per il ruolo di coordinatore provinciale: il giovane sindaco di Pollena Trocchia, Francesco Pinto.
Più complicata la corsa per il coordinatore della città  di Napoli, dove Laboccetta dovrà  vedersela con l’ex parlamentare e assessore regionale all’Urbanistica Marcello Taglialatela, detentore di un pacchetto di circa 7000 tessere e collocabile nello scacchiere nazionale vicino al sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Saranno decisive probabilmente le mosse di alcuni politici non collocabili in questo o quello schieramento cittadino, come il senatore Raffaele Calabrò, detentore di 5000 adesioni, dell’area di Gaetano Quagliariello, e il senatore Giuseppe Scalera, fedelissimo di Lamberto Dini, che vale 1000 tessere.
In provincia, si segnalano le 6000 tessere raccolte dal sindaco-deputato di Afragola Vincenzo Nespoli, in ambasce per la recente sentenza della Consulta che lo costringerà  a lasciare uno dei due incarichi.
Se dovesse rinunciare a quello di parlamentare, però, scatterebbe per lui l’esecuzione degli arresti domiciliari disposti nell’ambito di un’inchiesta per bancarotta fraudolenta sul fallimento di alcuni istituti di vigilanza, misura cautelare congelata per il diniego della Camera dei deputati. Chiudono l’elenco le duemila tessere del deputato nolano Paolo Russo, le tremila riconducibili al sindaco di Castellammare di Stabia Luigi Bobbio (ben 10.000 adesioni in tutto nella città  delle Terme), le 5000 iscrizioni raccolte a Giugliano
A Salerno e provincia hanno aderito al Pdl 25.000 persone.
E circa 22.000 lo avrebbero fatto grazie agli input del presidente della Provincia e deputato Edmondo Cirielli, padrone incontrastato del partito salernitano, un potere che nemmeno la ministra conterranea Mara Carfagna è riuscita a scalfire.
In Irpinia circa 5000 tessere sono state raccolte intorno al presidente della Provincia e deputato Cosimo Sibilia e al consigliere regionale Antonia Ruggiero.
Infine, Caserta e hinterland. Dove il Pdl è una cosa sola con Nicola Cosentino.
Quindicimila iscritti e due uomini forti sul territorio, il presidente del consiglio regionale della Campania Paolo Romano (quasi 4000 tessere) e il consigliere regionale Angelo Polverino (3500 tessere).
Il governatore Pdl della Campania, Stefano Caldoro, era contrario all’apertura della campagna di tesseramento.
In alcune interviste ha predicato la necessità  di costruire un partito aperto, sul modello americano. Dichiarando: “L’organizzazione del consenso in un partito non si costruisce solo con le tessere, che possono essere un elemento di valutazione, ma occorre puntare a un modello moderno di partito nel quale il tesseramento sia un aspetto marginale”.
Alla fine, però, si è iscritto anche lui.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE MAFIE SONO LA PRIMA INDUSTRIA ITALIANA: MUOVONO 150 MILIARDI

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

ESCE IL VOLUME “SOLDI SPORCHI”: COME IL RICICLAGGIO INQUINA L’ECONOMIA LEGALE…UN FIUME   DI DENARO PROVENIENTE DAI TRAFFICI DI DROGA E DI ARMI

Non ha odore e non riposa mai. È il denaro delle mafie, corre veloce, cambia posto di continuo e quando si materializza è irriconoscibile.
Profuma di fresco e di pulito, candeggiato dopo decine di transazioni, ricompare in circolo come linfa buona per nuovi affari.
Rintracciarlo nei forzieri dove sta in ammollo prima di finire nella centrifuga degli scambi e degli acquisti, delle cessioni e delle vendite, è la sfida del nuovo millennio.
Governi, non tutti, e analisti si ingegnano a trovare soluzioni, ma dall’altra parte un sistema vive di quei soldi e sa di non poterne fare a meno.
È il sistema dell’economia parallela, che si muove nell’ombra per difendere quella fetta di fortuna alla quale deve la propria esistenza e sopravvivenza.
Ma il denaro delle mafie non alimenta un circuito chiuso, non genera soltanto nuovi e redditizi traffici criminali.
Il riciclaggio non è un accessorio dei reati, non è la parte terminale di un traffico, è il pilastro sul quale sempre di più le organizzazioni criminali edificano le loro opere.
I grandi gruppi avviano un’attività  solo nella consapevolezza di potere ripulire i proventi.
Con i soldi della droga, senza altre mediazioni, si può comprare soltanto altra droga. Gli utili, però, sono alti, i rischi di impresa calcolati e per ogni organizzazione c’è la necessità  di immettere quei liquidi nell’economia sana.
Così quel denaro entra nel circuito legale. Si annida dietro formidabili scalate, ascese di tycoon rampanti, sta a difesa dei patrimoni di manager in grisaglia, fa sempre più spesso capolino in Borsa.
Rappresenta una holding con migliaia di partecipate e collegate, ha diramazioni in tutto il mondo e schiere di professionisti e consulenti che lavorano per cancellare le tracce della provenienza di quei soldi e per individuare nuove opportunità  di investimento.
L’economia criminale, lo ha ricordato l’ex magistrato Giuliano Turone, è protesa verso la conquista illegale di spazi di potere economico e inquina il tessuto produttivo e gli assetti istituzionali dei Paesi in cui opera.
In un sistema corrotto non c’è più spazio per la libera concorrenza, saltano le regole, i valori sono falsati, si creano posizioni dominanti, le istituzioni subiscono effetti che non governano.
Il denaro delle mafie, semmai, si apposta comodo nei settori più moderni del mercato, dall’energia al riciclo dei rifiuti, e sconvolge anche lì le regole.
Dal riciclaggio spicciolo, dal reinvestimento nel mattone, fino alla creazione di fiduciarie estere, la movimentazione delle fortune dei boss è una parte rilevante dell’economia planetaria.
Secondo il Fondo monetario internazionale il denaro sporco muove tra il 3 e il 5% del Pil del pianeta, pari a una cifra che oscilla tra 600 e 1500 miliardi di dollari solo negli Usa, come dire: l’intera economia italiana.
Lo studioso americano Dale Scott, ex diplomatico ed ex insegnante a Berkeley, nel suo American War Machine, citando fonti del Senato Usa, sostiene che il riciclaggio bancario muoverebbe tra 500 miliardi e 1000 miliardi di dollari, con la metà  incanalati verso il circuito bancario americano.
La gran parte proverrebbe proprio dal traffico di droga che è appena dopo il petrolio e prima del commercio di armi per volume di traffici.
In Italia, ogni giorno, l’industria del riciclaggio produce 410 milioni di euro, 17 milioni l’ora, 285 mila euro al minuto, 4750 euro al secondo.
Bankitalia stima che rappresenti da sola il 10% del Pil.
Con un fatturato di 150 miliardi di euro, dunque, la holding del riciclaggio è la prima azienda del Paese, davanti a un colosso come Eni, che con i suoi 120 miliardi è in cima alle classifiche della produzione italiana e tra le venti maggiori imprese internazionali.
La massa dei capitali sporchi stacca di quasi un terzo il primo polo bancario nazionale, Unicredit, fermo a 92 miliardi, ed è tre volte più grande di un’azienda di credito come Intesa San Paolo.

(stralcio tratto l’introduzione del volume “Soldi sporchi”, di Pietro Grasso con Enrico Bellavia)

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GABRIELLA CARLUCCI: “UN PASSO INDIETRO DEL PREMIER, SOLO COSI’ SI RADDRIZZERANNO LE COSE”

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

HA LASCIATO IL PDL PER ENTRARE NELL’UDC: “AL   POSTO DI BERLUSCONI, LETTA O MONTI”

Come ha reagito il presidente Berlusconi quando gli ha detto che anche lei, la fedelissima Gabriella Carlucci iscritta a Forza Italia fin dal 1994, aveva deciso di passare armi e bagagli al gruppo dell’Udc?
«Guardi, non so se Berlusconi abbia saputo in anticipo di questa mia scelta ma io a lui non ho detto niente. Non vado a Palazzo Grazioli dall’estate scorsa… In queste settimane ho parlato con Casini e con Cesa ai quali mi lega un antico rapporto di stima e amicizia».
Sì, va bene. Ma come è possibile che la Carlucci non abbia mandato neanche un ambasciatore per avvertire il Cavaliere?
«No, nessuno sapeva di questa mia decisione. Nel partito ho parlato solo con la Bertolini e Antonione perchè sono una persona seria e mi sono decisa ad andare fino in fondo, con coerenza, perchè di questo passo l’Italia non può farcela a rispettare gli impegni presi con l’Europa. Ormai il nostro governo non ha i numeri in Parlamento».
Sicura che nel Pdl questo suo abbandono sia stato visto come un fulmine a ciel sereno?
«Certo, anche se ora desidero ringraziare il ministro Fitto che è il mio mentore e mi ha sempre aiutata…».
E dunque, ieri sera, Berlusconi ha fatto sapere che lui non ne sapeva nulla: «Mi dispiace per la Carlucci che lavorava con noi da tanto tempo».
Ma ora Gabriella Carlucci è disposta ad «andare fino in fondo» anche sostenendo un governo di emergenza nazionale affidato a un tecnico?
«La mia scelta è chiara: Berlusconi fa solo un passo indietro e permette così a un’altra personalità  del centro destra di formare un governo capace di raccogliere uno schieramento più ampio e di unire quelle forze, come l’Udc, che hanno a cuore le sorti del Paese. Anche Napolitano ha detto che non permetterà  ribaltoni mentre un altro discorso è permettere l’ingresso in maggioranza di altre forze di centro destra. E poi l’Udc fa già  parte del Ppe».
Ma se non ce la fanno Letta o Schifani, lei sosterrebbe con la stessa convinzione un governo tecnico guidato da Mario Monti?
«Certo, se trova un largo consenso in Parlamento io sostengo anche un governo Monti. È una personalità  talmente importante che ha già  dimostrato di valere in Europa. Proprio lui potrebbe fare quello che ci viene richiesto dall’Unione anche se, per me, l’ideale sarebbe un governo a guida Letta o Schifani».
Poco prima della 20, il deputato dell’Udc Roberto Rao si diverte su twitter: «Giornata fruttuosa, guardate i tg, ci saranno novità ».
Ed eccola l’anticipazione sul filo dei secondi del Tg di Enrico Mentana che mette a soqquadro i palazzi della politica deserti ma presidiati a distanza: dopo Bonciani e D’Ippolito, il Pdl cede all’Udc anche la deputata di terza legislatura Gabriella Carlucci che già  nell’83, a 24 anni, entrò nei tinelli degli italiani dagli schermi di Portobello accanto ad Enzo Tortora.
Da allora, la sorella Carlucci di mezzo — la più grande e famosa è Milly che da poco ha un grosso contenzioso con Mediaset per il presunto plagio della trasmissione Baila, mentre la più piccola si chiama Anna – si è divisa tra Rai e Mediaset conducendo Buona Domenica, le serate per il David di Donatello, il programma Melaverde e altro ancora.
Insomma, la Carlucci di mezzo è il classico volto televisivo che piace tanto a Silvio Berlusconi: a lui e solo a lui si deve il suo ingresso in Parlamento nel 2001 (quando però lei si conquistò i voti nel collegio uninominale di Trani) e le successive conferme nel 2006 e nel 2008.
Oggi quell’infatuazione sembra svanita.
Gabriella Carlucci però sfuma i toni, forse perchè sogna ad occhi aperti un governo a guida Letta e Schifani col sostegno di un’Udc imbottita di transfughi del Pdl: «Io a Berlusconi gli voglio bene, lo stimo moltissimo e continuerò a volergli bene e a stimarlo. Purtroppo le cose sono andate così e ora si possono raddrizzare solo se lui fa un passo indietro e permette a una personalità  del centro destra di guidare un governo che sappia rispondere alle richieste dell’Europa. Io sono seriamente preoccupata per quello che è successo nelle ultime settimane».
Crede a questo punto la neo-centrista Carlucci – «A proposito, sul rendiconto, con l’Udc ci asterremo …» – che altri fedelissimi di Forza Italia seguiranno il suo passo?
«Non lo so e non mi pongo il problema. Io sono sindaco a Margherita di Savoia, in Puglia, quindi vedo tutti i giorni problemi devastanti cui non so dare una risposta. Io non ci dormo la notte… Così non si va da nessuna parte».

Dino Martirano

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“QUELLA TESTA DI CAZZO DOVEVA ANDARE A MILANO”: E’ CROSETTO IL DIRIGENTE PDL CHE INSULTA BERLUSCONI AL TELEFONO

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

IL GIALLO DELLA CONVERSAZIONE CON BECHIS, VICEDIRETTORE DI “LIBERO”, ALLA FINE CROSETTO AMMETTE: “ERO IO, MA HANNO VIOLATO LA MIA PRIVACY”

«Non mi va di raccontare balle. Non ne sopporto il peso. La telefonata con Bechis è mia».
A tarda sera crolla il mistero sulla fonte che ha passato al vicedirettore di Libero la notizia delle dimissioni imminenti del premier Berlusconi.
È stato Guido Crosetto a passare al giornalista l’informazione poi smentita dallo stesso presidente del Consiglio.
Ma sebbene infondata, la notizia ha monopolizzato l’attenzione del web. Anche per il mistero attorno alla voce palesemente contraffatta dell’audio diffuso da Bechis: «Quella testa di cazzo è andato a Milano, ma entro domani si dimette». Rivelava l’esponente del Pdl: «La mia privacy è stata violata. Era un discorso con un vicedirettore, giornalista che conosco da undici anni», aggiunge il sottosegretario alla Difesa, imbarazzato per il riferimento poco cortese a Berlusconi.
«L’epiteto iniziale è semplicemente un modo magari colorito di parlare tra persone in confidenza da anni, di un terzo amico di cui non condividi in quel momento una decisione e cioè quella di andarsene da Roma. A caldo pensavo fosse più semplice liquidare tutto negando, esclusivamente per non ferire una persona alla quale sono affezionato ed a cui voglio bene, con un termine che mi capita di usare con molti amici, non contestualizzando in un dialogo in libertà . Riflettendo con calma preferisco la verità . Non è mia abitudine mentire e, non voglio iniziare a farlo».
Questo è l’epilogo. Ma la giornata che ha consacrato i social network come un canale primario di comunicazione politica era cominciata molte ore prime.
«Berlusconi si dimette». Alle 10 di lunedì mattina Franco Bechis assapora il brivido dello scoop su twitter.
Sulla rete cominciano i trenini di gioia, come a capodanno.
Ma la doccia fredda per il vasto popolo degli antiberlusconiani è dietro l’angolo.
Tempo due ore, e Berlusconi smentisce via Facebook: «Le voci di mie dimissioni sono destituite di fondamento».
Il commentatore di Libero viene bollato come «troll» dai signori del TT, e un paio di deputati di Italia dei Valori e Fli sollevano accuse di aggiotaggio.
Al solo udire la parola dimissioni Piazza Affari è infatti decollata.
Per poi ripiombare all’arrivo della smentita su valori rasoterra.
Bechis, che conosce le regole del mercato, corre subito ai ripari, e pubblica l’audio della telefonata (opportunamente registrata) con una delle sue fonti. La voce è alterata, ma basta rallentare l’audio, ed ecco spuntare il pastoso accento piemontese dell’onorevole Crosetto.
Che dopo qualche smentita di maniera, a tarda notte ammette.

Antonio Castaldo
(da “Il Corriere della Sera“)

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