Novembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
NAPOLITANO: “NON E’ TEMPO DI RIVALSE FAZIOSE”… IL PDL PONE PALETTI E I TEMPI SI ALLUNGANO
Impegno, emergenza, riscatto, crescita e attenzione all’equità sociale: dopo esser stato
incaricato dal presidente della Repubblica, Mario Monti ha tenuto un discorso alla stampa.
Quattro minuti scarsi per tracciare le linee guida del suo impegno per il Paese.
Ha detto di aver accettato con riserva il compito attribuitogli dal capo dello Stato, ma ha ribadito che a sua volta farà delle consultazioni (“rapide ma scrupolose”) prima di sciogliere o meno la sua riserva.
Subito dopo è toccato a Giorgio Napolitano presentarsi nella sala stampa del Colle, per spiegare ciò che lo ha portato ad incaricare l’ex rettore della Bocconi di formare un nuovo governo. “Non si tratta di operare nessun ribaltamento nè di venire meno all’impegno di rinnovare la democrazia dell’alternanza attraverso le elezioni. Si tratta solo di dar vita a un governo che unisca forze politiche diverse in uno sforzo straordinaria che l’attuale emergenza esige” ha detto Napolitano.
Poco prima, mentre Monti era a colloquio al Quirinale, Berlusconi ha registrato il suo video-messaggio al Paese: un discorso in cui l’ormai ex-presidente del Consiglio assicura di non volere fare un passo indietro: “Non mi attendo riconoscimenti, ma non mi arrenderò finchè non saremo riusciti a liberare il Paese dalle incostrazioni ideologiche e corporative. Anzi, da domani raddoppierò il mio impegno in Parlamento.”
Mario Monti nella dichiarazione pubblica ha invece spiegato di aver accettato con «grande senso di responsabilità e di servizio» e che svolgerà le sue consultazioni «col senso dell’urgenza ma con scrupolo», sottintendendo che non prevede certo di sciogliere la riserva in un giorno o due. «Intendo adempiere a questo compito con grande senso di responsabilità e di servizio verso il nostro Paese» ha aggiunto.
«L’Italia deve vincere la sfida del riscatto in un quadro europeo e mondiale turbati». I
l Paese «deve tornare a essere elemento di forza e non di debolezza di un’Unione europea e di cui siamo stati tra i fondatori».
L’obiettivo del suo governo dovrà essere «risanare la situazione finanziaria e riprendere il cammino della crescita in un quadro di accresciuta attenzione all’equità sociale».
Il suo governo sarà tecnico, ma Monti ha volutamente precisato che lavorerà con «profondo rispetto nei confronti del Parlamento e delle forze politiche. Opererò per valorizzarne l’impegno comune per uscire presto da una situazione che presenta aspetti di emergenza ma che l’Italia può superare con uno sforzo comune».
Come previsto il “no” secco a Mario Monti arriva solo dalla Lega Nord.
Ma tutti gli altri “sì” hanno comunque due discriminanti principali: la durata che dovrà avere il nuovo governo (a tempo o fino alla naturale scadenza della legislatura?) e soprattutto il programma (seguire solo i dettami della Ue? Mettere mano alla legge elettorale?).
Sono queste le “forche Caudine” attraverso le quali Monti, dopo aver ricevuto l’incarico, dovrà provare a passare indenne.
Ma intanto proviamo a riassumere le posizioni in campo, così come annunciate all’uscita dai colloqui con Napolitano e prima delle ore (24, 48?) decisive per le successive trattative con il premier incaricato per il varo del nuovo governo.
Le differenze di vedute sono evidenti.
Il Pd ad esempio è favorevole ad un governo dal forte carattere tecnico e di rottura, capace di fare anche un vasto pacchetto di riforme tra cui – e questo rappresenta un enorme ostacolo – quella elettorale.
Il Pdl ha tutt’altra posizione: limitare il mandato agli impegni con l’Europa. Mentre l’Idv chiede un termine molto breve alla durata della permanenza di Monti a Palazzo Chigi.
Popolo della Libertà .
Il segretario Angelo Alfano: “Ribadiremo che gli impegni assunti con la Ue rimangono il contenuto essenziale del programma di governo. La durata dell’eventuale esecutivo resta collegato al programma che ci verrà presentato. Sulla composizione, preferiamo l’ingresso di tecnici piuttosto che di politici”.
Partito Democratico.
Il segretario Pier Luigi Bersani: “Per noi l’Italia viene prima di tutto e per questo abbiamo dato al presidente della Repubblica la disponibilità e il nostro impegno per un governo di emergenza e di transizione, per un governo che sia totalmente nuovo a forte autorevolezza e caratura tecnica per affrontare l’emergenza”.
E ancora: “Abbiamo consegnato a Napolitano il nostro pieno impegno perchè il Parlamento metta mano a urgenti riforme, anche quella elettorale, la riduzione del numero dei parlamentari, la riforma dei regolamenti e altre riforme istituzionali. Tutti temi sui quali abbiamo le nostre proposte”.
Udc-Api-Fli.
“Noi auspichiamo la nascita di un governo fino a fine legislatura perchè tatticismi e furberie non sarebbero ammessi”, ha detto il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, che a nome del Terzo Polo riferisce il senso del messaggio portato al Capo dello Stato.
“I partiti italiani sono al bivio: o speculano sulla situazione sperando in qualche rendita elettorale o si assumono delle responsabilità come noi abbiamo sollecitato per primi e da soli in questo periodo”.
Italia dei Valori.
Il partito di Di Pietro attende di conoscere la futura squadra del governo Monti, il programma e, soprattutto, la tempistica, ovvero la durata del nuovo esecutivo per decidere se accordare o meno la fiducia.
“Aspettiamo – ha ripetuto l’ex pm – di conoscere la squadra, il programma e i tempi. Ci auguriamo che riesca, noi lavoriamo affinchè si realizzi”.
Lega Nord.
“Abbiamo detto no all’ammucchiata. Non hanno bisogno di noi. Staremo all’opposizione. Saremo vigili. Vedremo cosa c’è nel programma”.
Queste le parole del leader del Carroccio Umberto Bossi dopo il colloquio con Napolitano.
Union Valdotaine.
“Pieno appoggio al tentativo Monti”, dicono Antonio Fosson e Rolando Nicco. “Le elezioni, in un clima sociale ed economico come quello attuale, sarebbero molto pericolose”.
Sud Tiroler Volkspartei.
“Napolitano pensa ad una persona autorevole e molto competente. E noi questo lo apprezziamo”. Così il deputato Siegfried Brugger dopo le consultazioni con Napolitano. Quanto al futuro governo l’Svp “valuterà provvedimento per provvedimento”.
Mpa.
“Pronto a sostenere l’eventuale governo Monti”. Anche i centristi di Raffaele Lombardo appoggiano l’ex commissario Ue.
“Dal nuovo esecutivo – ha spiegato il senatore Giovanni Pistorio – ci aspettiamo una attenzione straordinaria ai temi della coesione sociale e nazionale e soprattutto dell’equità sociale e territoriale”.
Partito Socialista Italiano.
“Sì a un governo tecnico, ma siano presenti politici nel nuovo esecutivo. E i provvedimenti siano improntati all’equità “, ha evidenziato il segretario Riccardo Nencini.
Fareitalia.
Gli ex finiani appoggiano Monti e “un governo composto da tecnici di alto valore con un programma definito sulla linea del rigore e dello sviluppo. L’Italia ha bisogno di riforme, non di elezioni”.
Partito Repubblicano Italiano.
Il segretario Francesco Nucara ha espresso “pieno apprezzamento” sul nome di Mario Monti: “Potrà dare voce alle nostre proposte.
Già in passato avevamo auspicato il forte contributo che il professor Monti avrebbe potuto dare al paese”.
Popolo e territorio.
Il capogruppo Silvano Moffa riferisce il consenso del suo gruppo ad un governo “formato esclusivamente da personalità non riconducibili ai partiti politici. Non mancherà il nostro sostegno se il programma sarà incentrato sui provvedimenti in linea con la lettera all’Europa ed una volta raggiunti quei risultati la parola deve tornare agli elettori”.
Grande Sud.
Apprezzamento con riserva, ha spiegato il capo delegazione Arturo Iannaccone: “Monti sembra essere il nome su cui si registrano le maggiori convergenze. Ora attendiamo di conoscere il programma: la fiducia verrà accordata o meno alla luce delle dichiarazioni programmatiche”.
Partito Liberale Italiano.
Il rappresentante della nuova componente parlamentare Roberto Antonione ha lasciato il Quirinale senza lasciare dichiarazioni. Con lui nel neonato gruppo ci sono i fuoriusciti del Pdl e del centrodestra Giustina Destro, Giancarlo Pittelli, Fabio Gava e Luciano Sardelli.
Liberaldemocratici.
“Pieno appoggio a Monti, senza condizioni”, fa sapere l’ex sottosegretario Donatella Melchiorre. Il nuovo esecutivo, ha aggiunto, dovrà vedere “la piena partecipazione dei partiti politici”.
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Novembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
LA RESA SU LETTA, LE FEDELISSIME DISPERATE E L’USCITA DI SCENA TRA FISCHI E MONETINE
Quella faccia. Quella faccia non te la scordi.
L’ultimo giorno del “ventennio breve” arriva come un temporale sulla faccia di Silvio Berlusconi.
Come una moviola accelerata che si chiude nell’aula di Montecitorio, nel senso estraniante e paradossale del dramma, la faccia di Berlusconi che guarda il tabellone elettronico, e segna sul foglio di carta con la penna, e poi riguarda quel tabellone, e poi il foglio di carta, come a cercare di far quadrare una somma che non torna.
Non può che essere così: diciassette anni di governo che finiscono, nella maschera pietrificata e interdetta di uno che ancora non si capacita all’idea, non si possono sommare alla vita che continua.
E poi la salita al Quirinale faticosissima, in tarda serata, dopo aver ammesso nell’ufficio di presidenza del Pdl, scuotendo la testa: “Il Pd, la sinistra, non vuole accettare la presenza di Gianni Letta vicepremier”.
È il nodo intorno a cui tutto il dramma si articola . L’ultima battaglia da combattere. Oppure la faccia esposta, con grande sforzo nelle due ore di pranzo con Mario Monti?
L’illusione dei numeri
La giornata più lunga di diciassette lunghi anni corre velocissima, in modo incoerente, con tanti finali.
Il momento del voto sul collegato alla Finanziaria, per esempio.
Le luci rosse (quelle dell’Italia dei Valori) le luci verdi (380, tantissime, quelle del Pdl e del Terzo polo compatte), le luci che non si accendono (quelle del Pd che — presente in aula — non vota).
Dall’alto della tribuna mi sporgo per vederlo meglio quello sguardo di stupore, anche quando si spengono le telecamere di Radio Aula.
Nemmeno io credo alla faccia incredula. Non è la faccia che immaginavo, per la fine di un’epoca.
È come se in quel momento Berlusconi stesse pensando che lui la maggioranza ce l’ha ancora.
Che con 380 voti si potrebbe ancora governare.
L’altro sottofinale è un fotogramma interrotto dai lampi delle telecamere alle sette di sera: sono i fischi all’uscita da Palazzo Chigi.
Fischi e applausi, ma tanti fischi e anche qualche monetina, nel grande Barnum delle tifoserie che si radunano nella notte intorno ai Palazzi, come calamitati sul palcoscenico delle istituzioni, nell’atto finale di una storia sincopata.
Ma forse il momento più drammatico di Silvio Berlusconi, ieri è stato un altro: la riunione finale dell’ufficio di presidenza del Pdl, prima di cena.
Il vero gran consiglio, il 25 luglio che cade il 12 novembre.
La vera resa dei conti, la riunione dei lunghi coltelli che inizia con una decisione scritta (sostenere Mario Monti), ma anche con un possibile colpo di scena, quello che i fedelissimi gli chiedono ancora una volta al Cavaliere di stupire, di far saltare il tavolo.
“Sei come Wojtyla”
A Palazzo Grazioli i ministri del No, reduci del bagno di folla di Milano, con Giuliano Ferrara e Alessadro Sallusti a suonare la carica, puntano ancora una volta i piedi.
Ed è un’altra faccia di Berlusconi che entra nella storia della giornata, quella che tutti vedono quando è attraversato da questo pensiero, mentre Daniela Santanchè dice alzando la voce: “Se votiamo il governo Monti siamo finiti! Se non lo votiamo si apriranno davanti a noi delle praterie, e vinceremo le prossime elezioni!”.
E lui che prova a rassicurare: “Siamo in grado di staccare la spina a Monti quando vogliamo…”.
Oppure la faccia che resterà era quella del sorriso di cordialità con cui Berlusconi aveva accolto a pranzo Mario Monti?
Ore 13: l’orologio della politica è come se si fermasse, in Transatlantico, tutti che aspettano il verdetto, tutti che ripetono: che altro potrebbe fare, stavolta, se non arrendersi?
Sei diventato il Caimano perchè tutti sanno che hai fatto saltare qualsiasi tavolo, e adesso, davanti alla formale calligrafia di un atto di sottomissione, Monti apparentemente è l’autore di un gesto di galateo, ma sembra come un generale che viene a ottenere la dichiarazione di resa .
Mariarosaria Rossi, detta “Eva Braun”, la deputata più vicina a Silvio Berlusconi, scuote la testa: “A Gianni Letta non possono dire di no. Gianni Letta non è un politico, lui è un tecnico come tutti gli altri”.
Annagrazia Calabria, la presidente dei giovani azzurri ripete: “Qualunque cosa farà lo seguiremo”.
Ancora la Rossi: “Siamo entrati in politica perchè c’era Silvio. Io sono stata segnata, come molti italiani, da due grandi personalità : Karol Wojtyla, e Silvio Berlusconi”.
La trattativa fallita
Il pranzo non è l’epilogo perchè è parte della battaglia: Berlusconi vuole certezze, garanzie, la presenza di Letta nel governo come cardine di qualsiasi possibile alleanza.
Monti risponde no.
Così come D’Alema aveva ripetuto sicuro, alla buvette di Montecitorio: “Non è una cosa che noi possiamo accettare”.
Insomma, è proprio in mezzo alle porcellane di quel pranzo, che il finale già scritto dell’ultimo giorno sembra riaprirsi.
Berlusconi torna in aula furibondo, senza dire una parola, i deputati del Pdl applaudono al suo ingresso e intonano l’ultimo coro: “Silvio, Silvio!, voto, voto!”.
Il ministro Romano scuote la testa: “Dobbiamo votare no”.
Ci sono Michela Brambilla e Daniela Santanchè. C’è la Meloni, che solca il Transatlantico annunciando che “non sottoscriverò il certificato di morte della politica in questo paese”.
Monti imposto dai mercati, Monti blindato da Napolitano, Monti che non fa prigionieri.
Guardi quella faccia stupita e pietrificata in aula, e capisci che tutto questo è sul suo viso.
Nel giorno in cui — con la parola dimissioni — finisce davvero il ventennio breve.
Luca Telese Blog
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Novembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO LE DIMISSIONI DEL CAVALIERE IL PDL SI SPACCA, NEL MIRINO SOPRATTUTTO VERDINI… MA C’E’ CHI RIMPIANGE LO STRAPPO CON FINI: TRA QUESTI LA RUSSA
In nero. Come delle vedove. 
Le donne del Pdl, dalla Rizzoli alla Rossi, dalla Savino alla Biancofiore, sfilano per il Transatlantico e ostentano il loro lutto con un insolito total black.
Pantaloni, camicie, gonne, giacche. I
n aula, il partito dell’amore riserva un’ovazione di pancia al premier, ma fuori, sui divanetti e nel cortile di Montecitorio, si celebra un lucido processo di testa a B.
In tanti, donne e uomini azzurri, avrebbero voluto “l’ultimo colpo di coda del Caimano”. Testuale.
Non un Capo rassegnato e terreo in volto.
Il paradosso è che sono rimasti berlusconiani senza Berlusconi. E gli rinfacciano, spietati e nostalgici allo stesso tempo, una lunga serie di errori.
Pure i leghisti si lagnano: “Bossi si sente tradito da Berlusconi”.
Ignazio La Russa, a capo di una pattuglia mista di ex An ed ex forzisti anti-Monti, fa un’ammissione nel chiuso della barberia: “Al momento della rottura siamo stati troppo duri con Fini”.
“Fregati da Pomicino, non dai pm” .
L’elenco dei rimpianti che conduce al governo Monti via mercati finanziari inizia dal dicembre dello scorso anno: lo strappo di Fli e i Responsabili di Domenico Scilipoti in maggioranza. Voci sparse dai capannelli del Pdl: “Dopo la rottura con Fini bisognava andare subito al voto”. Poi: “Sei mesi fa dovevamo cedere all’Udc di Casini e mettere Alfano a Palazzo Chigi”.
Punto d’arrivo: “Alla fine il presidente non è stato fatto fuori dai magistrati, ma da Cirino Pomicino che ha fatto la campagna acquisti per Casini”.
E sono arrivati “i poteri forti, le banche, il capitalismo finanziario”.
Cioè, Mario Monti.
L’ultimo atto di B. è un ritorno alle ideologie del Novecento. I postmissini sono i più agguerriti. La ministra Meloni, lo stesso La Russa parlano di “vittoria del capitale e dei padroni”.
Marcello de Angelis, direttore del “Secolo d’Italia” con un passato nero da extraparlamentare, fa un paragone tremendo: “Veltroni ha ricordato i tempi dell’unità nazionale contro le Brigate Rosse. Stavolta invece serve contro il terrorismo finanziario. Con una differenza però: nominare Monti è come se all’epoca avessero messo Mario Moretti o Renato Curcio a capo del governo per combattere le Br”.
Continua De Angelis: “È da luglio che Napolitano preparava tutto”.
La linea anticapitalista va da Scilipoti ai comunisti di “Liberazione”.
Tutto il potere a Bilderberg, la famigerata lobby dei potenti di tutto il mondo.
Anche Daniela Santanchè si adegua: “Da domani vigilerò sui rapporti tra Goldman Sachs e la Pubblica amministrazione”.
Un altro ministro deluso, Gianfranco Rotondi, da sofista democristiano, fornisce una versione diversa: “Stanotte ho sognato Francesco Cossiga che mi ha detto che sta rinascendo il centrosinistra con il trattino. Noi facciamo il centro. Il Pdl è morto”.
La sostanza però non cambia, rispetto ai ragionamenti degli An contro “i padroni”: “Questo è un golpe, non c’è dubbio”.
La rissa per i sottosegretari.
Alle tre del pomeriggio, le varie bande del Pdl entrano in fibrillazione per il pranzo tra B. e Monti.
Si va immediatamente al sodo: “I sottosegretari sono politici o tecnici?”.
Si fanno le divisioni, calcolando la formula breve di Monti: dodici ministri e venticinque posti di sottogoverno.
Nel Pdl il dibattito è più largo: Frattini, Bernini, Fitto e altri ministri uscenti si battono per un esecutivo politico che li incolli alla poltrona fino al 2013.
Il sabato del potere perso.
Mario Pepe, cervello politico degli ex Responsabili, è crudele con il sottosegretario all’Istruzione Pino Galati, nominato meno di un mese fa: “Galati non ha fatto in tempo a sedersi sull’auto blu”.
Sulla strategia da seguire, le correnti di pensiero nel Pdl sono tre: i frattiniani per il 2013, gli ex An per il governo tecnico a tempo e infine i peones per il voto immediato.
Dopo il fallito tentativo di lanciare Lamberto Dini, La Russa, Matteoli, Meloni più Sacconi e Brunetta sono i crociati del Monti tecnico a tempo con l’esclusivo programma economico della lettera alla Bce (niente riforme istituzionali quindi, nè legge elettorale).
In serata, all’ufficio di presidenza del Pdl a Palazzo Grazioli, è questa la linea che passa, simmetrica a quella del Pd di Bersani. “Così stacchiamo la spina quando vogliamo”, è il refrain bipartisan che si sente a Montecitorio e che consente ai due poli di non mettere troppe impronte digitali su questo nuovo esecutivo.
E il fatto che Gianni Letta rimanga fuori fa gongolare di gioia molti berlusconiani invidiosi che non hanno mai sopportato il Ciambellano già andreottiano di Palazzo Chigi.
In questo storico sabato 12 novembre 2011 sono tante le vendette amare che si consumano. Un autorevole forzista della primissima ora ammette: “Berlusconi ha fatto la fine che si merita. In questi anni ha dato troppo spazio a deputati di prima nomina dimenticandosi dei vecchi amici”.
Verdini nel mirino.
L’accusato numero uno si chiama Denis Verdini, il banchiere peone diventato triumviro onnipotente del Pdl e regista di tutte le trattative nell’ultimo anno.
Il Responsabile centrista Francesco Pionati, mancato sottosegretario in più di un’occasione, fa un tipo di ragionamento simile: “Berlusconi si è infilato in un vicolo cieco a causa dei cattivi consiglieri. Gli ho sempre detto di liberarsi della zavorra per dare un colpo d’ala. Ma non è successo ed eccoci qua. Il berlusconismo però non è morto”.
L’ultima immagine dei berlusconiani nell’ultimo giorno di B. è quella dei ministri che vanno alla residenza privata del premier per l’ufficio di presidenza del Pdl.
Chi va a piedi, chi in macchina.
Per tutti lo stesso trattamento: “Buffoni, andate a lavorare”.
Lo gridano anche al falco Giorgio Stracquadanio, che per l’ennesima volta litiga con giornalisti e passanti.
I sostenitori del Pdl in piazza sono pochissimi. Non è una foto da guerra civile. S
ono giovani e capitanati dalla napoletana Francesca Pascale.
Un deputato centrista del Pd, Stefano Graziano, annota: “Il film è finito, vedrete, da lunedì si ribalterà tutto e inizierà una storia tutta nuova”.
Con tanti berlusconiani che si sentono orfani di B.
Fabrizio D’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
PER RASSICURARE I SUOI: “POSSIAMO STACCARE LA SPINA QUANDO VOGLIAMO”, MA NEL PDL NESSUNO CI CREDE PIU’
Berlusconi si sente in trappola, si agita, cerca una via d’uscita onorevole, pone al professor Monti delle condizioni che gli consentano di cadere in piedi. E la prima è che Gianni Letta sia nominato vicepremier a garanzia per tutto il centrodestra.
Ma alla fine della giornata è lo stesso sottosegretario a tirarsi indietro per non costituire «un problema, nè un ostacolo e neanche un pretesto per alcuni». La seconda condizione è che il nuovo governo sia a tempo, quello necessario a realizzare l’agenda europea.
«Si potrebbe pensare di abbinare le politiche alla amministrative della prossima primavera», ha proposto al presidente della Bocconi.
Il quale a pranzo, cortesemente, ha risposto che non è possibile stabilire una scadenza.
Poche, pochissime le garanzie che Monti ha concesso al Cavaliere: la legge elettorale dovrà essere materia di esclusivo confronto parlamentare, non ci saranno provvedimenti punitivi nel campo delle telecomunicazioni e della giustizia.
A quel punto il premier uscente ha fatto un nome per il nuovo Guardasigilli, quello di Franco Nitto Palma, presentandolo come un tecnico: «In fondo è stato nominato pochi mesi fa, non ha mai fatto politica attiva ed è pure un magistrato».
Niente, anche questo breve curriculum non ha convinto Monti, abbastanza incredulo delle avance di Berlusconi che le ha provate proprio tutte.
Ha proposto al suo interlocutore di fare il presidente del Consiglio di un centrodestra allargato oppure, in alternativa, di prendere il posto di Tremonti al ministero dell’Economia.
«O è pazzo o è segno della disperazione», è stato il commento di un esponente dell’Udc.
Probabilmente la seconda cosa perchè il Cavaliere si trova in un cul de sac con un pezzo del suo partito in rivolta contro il governo delle banche e Bossi passato all’opposizione.
E con la prospettiva di non poterlo più recuperare per le future sfide elettorali. Ecco perchè ci ha provato in tutti i modi a convincere il Senatur ad attenuare la sua posizione, di valutare caso per caso i provvedimenti di Monti.
La risposta del capo leghista è stata negativa e ha pure fatto presente che se entra Letta nel governo, insieme ad altri esponenti politici in rappresentanza del Pd e del Terzo Polo, allora diventa un ribaltone.
Comunque la giri, la situazione del Cavaliere appare disastrosa.
Ma per lui la presenza del fidato Gianni era diventata la sua vera linea del Piave.
Certo, i tempi di durata e la delimitazione dei compiti alle misure europee sono le altre condizioni poste da Berlusconi.
Ma è la presenza di Letta a garantirgli tutto, che non verranno fatti scherzi sulla giustizia, sul conflitto di interessi e sulla legge elettorale e quant’altro.
«E poi ha detto ieri sera all’ufficio di presidenza – potremo staccare la spina quando vogliamo».
Lo ha detto per convincere quella parte del Pdl fuori dai gangheri, come La Russa che ha definito la riunione del partito una presa in giro visto che è stato deciso di appoggiare Monti a prescindere da ciò che verrà ottenuto.
In effetti era stato detto che spettava a un esponente del Popolo della libertà fare un giro di consultazione, ma la mossa si è subito rivelata (come era presumibile) solo un tentativo di alzare l’asticella e costringere Monti all’incontro di ieri.
C’è poi un altro problema che tormenta gli uomini e le donne del Pdl: quale ruolo avrà Monti una volta terminato il suo mandato?
Intanto potrebbe finire nel 2013, e magari con un buon risultato (far uscire l’Italia dalla tempesta finanziaria e avviare il rilancio economico).
A quel punto il Pd e il Terzo Polo sarebbe tentati di candidare il professore della Bocconi alla premiership, a capo di una coalizione che avrebbe come obiettivo il proseguimento del risanamento e della ricostruzione del Paese.
Non aveva altra scelta, Berlusconi.
All’ufficio di presidenza ha spiegato che l’Italia è a rischio default: «Non posso assumermi la responsabilità che lunedì i mercati mandino il Paese in malora. Speriamo che i nostri elettori capiscano».
Doveva convincere Napolitano sulla necessità di una presenza di Letta nel governo.
Monti a pranzo non si sarebbe sbilanciato.
Ha ripetuto che ministri e sottosegretari dovranno essere tutti tecnici.
Ma è lo stesso Letta a non volerci essere a dispetto dei santi.
E così è caduta pure anche la linea del Piave a causa dei veti che sono venuti dal Pd.
Ora cosa resta al Cavaliere? Solo la richiesta di avere garanzie che quello di Monti sia veramente un governo amico e che la sua durata non vada oltre la primavera.
Anche questo fronte però sembra destinato a crollare, aumentando le fibrillazioni nel Pdl.
Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)
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Novembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
IL SET E’ STATO SMONTATO, RESTANO LE MACERIE, LA LUNGA PAUSA PUBBLICITARIA DI SILVIO E’ FINITA
Oggi è il giorno che chiude un ventennio, uno dei tanti della nostra storia. 
E il pensiero va al momento in cui tutto cominciò.
Era il 26 gennaio 1994, un mercoledì.
Quando, alle cinque e mezzo del pomeriggio, il Tg4 di Emilio Fede trasmise in anteprima la videocassetta della Discesa In Campo.
La mossa geniale fu di presentarsi alla Nazione non come un candidato agli esordi, ma come un presidente già in carica.
La libreria finta, i fogli bianchi fra le mani (in realtà leggeva da un rullo), il collant sopra la cinepresa per scaldare l’immagine, la scrivania con gli argenti lucidati e le foto dei familiari girate a favore di telecamera, nemmeno un centimetro lasciato al caso o al buongusto.
E poi il discorso, limato fino alla nausea per ottenere un senso rassicurante di vuoto: «Crediamo in un’Italia più prospera e serena, più moderna ed efficiente… Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme, per noi e per i nostri figli, un nuovo miracolo italiano».
Era la televendita di un sogno a cui molti italiani hanno creduto in buona fede per mancanza di filtri critici o semplicemente di alternative.
Allora nessuno poteva sapere che il set era stato allestito in un angolo del parco di Macherio, durante i lavori di ristrutturazione della villa.
C’erano ruspe, sacchi di cemento e tanta polvere, intorno a quel sipario di cartone.
Se la telecamera avesse allargato il campo, avrebbe inquadrato delle macerie.
Oggi è il giorno in cui il set viene smontato.
Restano le macerie.
La pausa pubblicitaria è finita.
È tempo di costruire davvero.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)
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Novembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
GLI EX AN SI SMARCANO DAL PARTITO…ANTONIONE, GAVA, DESTRO, PITTELLI E SARDELLI DANNO VITA A “COSTITUENTE POPOLARE LIBERALE”
Prove di cambiamento di orizzonte politico.
C’è chi come Gabriella Carlucci passa in una notte dal Pdl all’Udc c’è anche chi preferisce compiere un percorso di transizione a tappe.
Così oggi i deputati Roberto Antonione, Giustina Destro, Fabio Gava, Giancarlo Pittelli e Sardelli ex esponenti del Pdl hanno formalizzato la costituzione all’interno del gruppo Misto della Camera dei deputati della componente «Costituente popolare liberale-Pli».
Ha aderito anche Enzo Scotti in rappresentanza di «Noi Sud».
All’iniziativa dei deputati «malpancisti» ha avuto un «ruolo determinante» il Partito liberale italiano con il quale, spiega Pittelli, «è stato raggiunto un accordo di collaborazione politica».
Poi tocca agli ex An nel Pdl.
È quasi pronto infatti un documento che sarà sottoscritto da una trentina di deputati dell’ex An, oggi nel Pdl, nel quale si sostiene che l’opzione principale resta quella delle elezioni anticipate dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi.
Ma si aggiunge che se il Pdl dovesse proporre un nuovo governo, riferiscono diverse fonti, allora questo dovrà essere solo tecnico e portare ad elezioni in primavera.
Il testo è in corso di elaborazione e la decisione è stata presa al termine di una riunione con i grandi strateghi Maurizio Gasparri, Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e una trentina di deputati che hanno sostenuto in queste ore la linea del voto anticipato.
In movimento anche la corrente di Matteoli e quella di Alemanno pur in posizione differenti: su una linea di rottura il primo, possibilista il secondo.
Gli ex colonnelli di An si riposizionano in vista dei regolamenti di conti interni al Pdl e attendono gli eventi.
Così come nel Pdl aumentano le distanze tra i “critici” Scajola, Formigoni, Crosetto e Pisanu, i “collaborazionisti” Frattini, Lupi, Cicchitto e i “pasdaran” Verdini, Brambilla, Romani, Brunetta.
Silenziose e meditative Gelmini, Carfagna e Prestigiacomo.
Da segnalare poi che Santo Versace, ex Pdl, è passato all’Api di Rutelli.
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Novembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
GIORNALI E SITI IN TUTTO IL MONDO TITOLANO SULL’USCITA DI SCENA DEL PREMIER… MOLTI CITANO MARIO MONTI COME UNICA SOLUZIONE DI GOVERNO POSSIBILE
Le dimissioni di Berlusconi sono argomento da grandi titoli per i giornali e i siti web del
mondo.
Tutti giudicano l’uscita del premier una mossa indispensabile per l’inizio del risanamento della situazione italiana, e qualcuno indica Mario Monti come unica personalità in grado di condurre il Paese in questo momento difficile.
Stampa tedesca.
“Roma aspetta il ritiro di Berlusconi”, questo il titolo il sito del Financial Times Deutschland.
Il giornale racconta l’attesa per “le dimissioni di Berlusconi”, dando conto della “resistenza contro la soluzione di un governo di crisi favorita dal presidente della Repubblica”.
Guarda già a domani il quotidiano di Monaco Sueddeutsche Zeitung, che titola: “Come l’Italia si può reinvertare”.
“Il sistema politico italiano è crollato in macerie, ma la fine del sistema berlusconiano autocratico e corrotto offre anche enormi possibilità al Paese”, scrive il giornale bavarese.
“I cittadini italiani aspettano la fine di una politica indicibilmente machista, in cui etica e morale non contavano e su tutto dominava la legge del potere e del denaro”.
Il conservatore Die Welt ricorda in prima pagina l’approvazione da parte del Senato della legge di stabilità richiesta dall’Unione europea, che “spiana la strada per l’annunciato ritiro di Berlusconi”.
All’interno il Welt titola invece “Dottore Monti (scritto proprio così) deve salvare l’Italia” e dà conto del lungo applauso ricevuto in Senato dal “portatore di speranze”.
“Tutto il potere ai tecnocrati”, titola il sito del settimanale Der Spiegel, che mette sullo stesso piano Grecia e Italia, spiegando che dai “cosiddetti governi degli esperti” ci si attende “più che dai politici la capacità di realizzare le riforme necessarie. Ma il potere dei tecnocrati è a tempo”.
Comunque sia, scrive il tabloid Bild, “Roma aspetta il ritiro di Berlusconi, è partito il countdown”: “Un’era si avvia alla conclusione! Ma ancora nessuno sa come sarà la prossima”.
Stampa francese.
Dopo “anni di regno” scrive il quotidiano francese Le Monde, “Silvio Berlusconi lascia l’Italia come l’ha trovata”. Come a dire, nessun significativo cambiamento, nessuna riforma importante, nessuna svolta (a parte quelle relative ai suoi affari e ai suoi processi).
E questo, spiega il giornale, a causa del “conflitto di interessi”.
Nell’articolo, in evidenza nell’edizione online, le monde parla dagli accenni fatti martedì scorso da berlusconi ai temi della “responsabilità ” e della “coscienza”.
Accenni, commenta le monde, “troppo tardivi e troppo rari”.
Il quotidiano conservatore francese Le Figaro titola: “Berlusconi cerca di uscire di scena nel modo migliore” mentre “Napolitano a tappe forzate porta avanti la transizione”.
Stampa spagnola.
I giornali parlano della fine di quella che definisce “l’era Berlusconi” e rilevano come il voto del Senato ieri abbia contribuito a riportare una certa calma sui mercati.
“L’Italia chiude l’era Berlusconi con le misure dettate dall’ Ue” annuncia in prima pagina El Pais. “In una catena di riunioni, votazioni e dichiarazioni convertita in un lungo rituale per il licenziamento del Cavaliere, il Senato ha approvato il duro piano di misure economiche imposto dall’Ue per frenare l’ecatombe dell’euro”, scrive il quotidiano di Madrid.
Abc parla di un Berlusconi “noqueado” (“a terra”) che “prepara la sua imminente uscita dal potere” e afferma che “il Cavaliere lascia un Paese diviso, più insicuro, sul bordo del precipizio: per questo molti italiani hanno pronta la bottiglia di champagne, altri preparano i fuochi d’artificio aspettando che diventi ufficiale la partenza del ‘Sultano'”.
El Mundo in un editoriale rileva che “la tensione diminuisce in Italia aspettando Monti”.
Il prossimo governo, scrive, “che gli italiani lo vogliano o meno, sarà sotto tutela perchè non esca dal cammino indicato dalle istituzioni comunitarie”.
La Vanguardia sottolinea che c’è “euforia nella stampa mondiale per l’addio di Berlusconi”, ma avverte che “il Cavaliere ancora non si è arreso e pensa di contrattaccare con un esecutivo alternativo guidato dal suo delfino Alfano”.
Stampa britannica.
Financial Times. Secondo il quotidiano economico, gli italiani temono che “il berlusconismo sia caduto ma non ancora finito”. Gli italiani si preparano a festeggiare questa sera, si legge, ma “il suo dominio nella vita pubblica è stato tale nella maggior parte degli ultimi due decenni che i festeggiamenti verranno tacitati dal timore che non sia finita”.
Nel lungo articolo a firma Guy Dinmore, viene citata, tra gli altri, anche Maria Latella, autrice della biografia di Veronica Lario, secondo la quale l’incapacità italiana di premiare la meritocrazia viene da lontano.
E ha messo le radici prima ancora che “l’ex crooner da crociera” e imprenditore Berlusconi sviluppasse il suo impero televisivo e scendesse in politica.
Stampa Usa.
Il titolo che il Washington Post dedica oggi a Silvio Berlusconi sottolinea “l’eredità di uomo politico playboy”. “Il Parlamento italiano vota sulle misure di austerity”, è il titolo sul sito della Cnn mentre il New York Times accomuna le crisi di Italia e Grecia: “Italia e Grecia agiscono con più energia sulla crisi del debito”.
Infine, il Los Angeles Times dedica una pagina alla crisi italiana: “Legislatori italiani premono per approvazione riforme in modo che Berlusconi possa lasciare”.
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Novembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
MARIASTELLA, RENATO, GIULIO, UMBERTO, MAURIZIO, MARA, GIORGIA, ROBERTO… ECCO COME SI CHIAMANO I NUOVI RACCOGLITORI PER IL COMPOST LANCIATI DALL’AZIENDA INGLESE PRIMROSE… PER PORTARSELI A CASA BASTANO 100 EURO
Dalle “cene eleganti” alla spazzatura, per gli inglesi, il passo è breve.
Dopo i quiz con le domande su Forza gnocca in Francia e la pizzeria londinese battezzata Bunga bunga, dall’Inghilterra arriva un’altra novità : la collezione di contenitori per organico e rifiuti dedicata ai ministri italiani.
A quanto pare l’azienda inglese Primrose per battezzare i suoi bidoni e raccoglitori per il compost, ha seguito proprio questa logica: stupire.
Tant’è che Primrose Italia ha scelto riferimenti, per i prodotti, per niente casuali.
C’è il “cono verde mangia rifiuti Umberto” che richiama Bossi, c’è “l’inceneritore in acciaio zincato Ignazio” e c’è il mini recipiente “controlla-odori” per il compost, il più piccolo di tutti, battezzato non a caso “Renato“.
Altri design per Mariastella (Gelmini), Maurizio (Sacconi), Angelino (Alfano) esemplificato da un secchio d’acciaio e Stefania (Prestigiacomo). Roberto (Maroni) è il nome dato all’inceneritore in metallo (prodotto esaurito e ordinabile solo dal prossimo 22 novembre) mentre Giorgia (Meloni) è come Mara (Carfagna): una compostiera dalle linee più eleganti.
Del resto uno studio sul design c’è anche nei contenitori dedicati agli scarti, soprattutto se vanno a finire negli ordinatissimi giardini all’inglese.
C’è un’intera collezione, insomma, in cui spuntano uno dopo l’altro i ministri italiani al completo.
Di riferimenti chiari ai cognomi non ce ne sono, ma è lampante che si tratti di una rappresentazione dell’esecutivo nostrano e che sia frutto di una scelta provocatoria dell’azienda londinese.
La novità fa sorridere. E riflettere.
I nomi dei nostri rappresentanti, dopotutto, non sono stati scelti per battezzare nuove tende da sole, lussuosi gazebo o serre capienti.
Ma per dare il nome ai bidoni della “monnezza”.
Un’immagine non troppo pulita dell’Italia.
Un’immagine che non costa neppure molto: dai 179,95 euro per la “compostiera da giardino ad alveare — Stefania” fino ai 18,95 per il piccolo “Renato”. Poteva mancare Tremonti?No. Portarsi a casa il “separè nascondi-bidone in nocciolo Giulio” costa 99,95 euro.
Un affare.
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Novembre 13th, 2011 Riccardo Fucile
LA POSIZIONE DEI PARTITI, I NOMI PIU’ GETTONATI PER I VARI MINISTERI… SPICCANO TRA I PAPABILI DIVERSI DOCENTI UNIVERSITARI
Berlusconi insiste su Gianni Letta, Amato agli Esteri o all’Interno. 
Si fanno i nomi di diversi docenti dei due atenei milanesi, compresi i rettori Tabellini e Ornaghi.
Dell’Aringa al Lavoro gradito al Pd.
Ugo De Siervo alla Giustizia, oppure Cesare Mirabelli, consigliere in Vaticano. Veronesi alla Salute.
Ipotesi di interim sull’economia. In alternativa Bini Smaghi
Dopo 17 anni da protagonista della politica italiana, Silvio Berlusconi si dimette e lascia il Quirinale tra fischi e insulti.
Ma le giornate di passione non sono finite.
Con il fiato dei mercati finanziari sul collo, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano apre le consultazioni per il nuovo governo domenica alle 9 e dovrebbe concluderle in giornata, incontrando per ultimo il Pdl verso le 17,15.
Per la prima volta nella storia, dicono le indiscrezioni d’agenzia, il premier uscente avrebbe dettato condizioni al successore in pectore, l’economista Mario Monti, la carta giocata dal Quirinale per salvare il paese dal tracollo finanziario, appena nominato senatore a vita.
Condizioni di interesse politico e di interesse privato.
In un pranzo a a Palazzo Chigi, Berlusconi, imputato in diversi processi, avrebbe chiesto a Monti “garanzie” sul ministero della Giustizia, per il quale avrebbe proposto il magistrato Augusta Iannini (moglie di Bruno Vespa), a quanto si sa senza successo, perchè l’ex Commissario europeo vuole mantenere le mani libere sulla squadra di governo, a esclusivo appannaggio di tecnici.
Secondo punto, che il governo Monti non metta mano a norme sulle Telecomunicazioni (tradotto: televisioni).
E neppure alla legge elettorale, il criticatissimo Porcellum.
Monti, secondo l’agenzia Ansa, avrebbe accettato.
Nei giorni scorsi si era parlato di un’ulteriore condizione posta da Berlusconi in cambio del sostegno del Pdl al futuro governo voluto da Napolitano: che Monti non si candidi a future elezioni.
L’era berlusconiana tramonta come si è dipanata in questi 17 anni, in un inestricabile conflitto d’interesse tra problemi politici e problemi personali.
Al via delle consultazioni, i governo Monti conta sull’appoggio di Pd, Terzo Polo (Udc, Fli e Api) e dei transfughi del Pdl.
L’Italia dei Valori è passata da un no netto a un’apertura: “L’Idv si impegna a fare il proprio dovere e aspettiamo con fiducia il professor Monti e chiediamo di sapere chi formerà la sua squadra”, ha annunciato Antonio Di Pietro, contrario alla presenza nell’esecutivo di “reduci” berlusconiani.
Il Pdl, dopo giornate di profonde lacerazioni e diaspore, ha deciso di sostenere il professore, ma limitatamente alla realizzazione delle misure contenute nella lettera di impegni dell’Italia all’Europa.
Cade l’ipotesi di Gianni Letta come (ulteriore) “garanzia” berlusconiana all’interno dell’esecutivo. Lo stesso Letta ha annunciato il “passo indietro”.
Resta il no della Lega nord. Dopo il colloquio con Monti, Berlusconi ha affrontato un drammatico scontro con Umberto Bossi, durante il quale ha cercato di convincere l’alleato più fedele a non spaccare l’alleanza e ad appoggiare l’esecutivo tecnico.
Senza successo. ‘Mai con Monti”, ha confermato poi Bossi. “Come si fa a sostenere un governo che farà portare via tutto?”.
E ha annunciato “la lunga marcia” della Lega all’opposizione. L’alleanza che durava ininterrottamente dal 2001 — dopo la rottura sanguinosa del 1994 — non esiste più.
Mario Monti ha già in tasca il programma e la lista dei ministri.
Dove sarebbero ben rappresentatate componenti laiche e cattoliche (persino vaticane), molto mondo universitario (tre i rettori in corsa) con netto predominio Bocconi-Cattolica di Milano e qualche nome non disdegnato da Berlusconi.
La scelta è comunque quella di un governo formato strettamente da tecnici, senza politici, come si era inizialmente ipotizzato.
Giuliano Amato è in pole position per gli Esteri (ma si parla anche dell’Interno), una carica per la quale si evoca anche il nome del segretario generale della Farnesina Giampiero Massolo.
Mentre la carica finora ocupata da Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, potrebbe andare a Enzo Moavero, già capo di gabinetto di Monti a Bruxelles.
All’Economia sono in corsa il rettore della Bocconi Guido Tabellini, gradito anche al Pdl, e il direttore generale di Bankitalia Fabrizio Saccomanni, ma c’è da tenere in conto anche Lorenzo Bini Smaghi, appena dimessosi dal board della Bce.
Sarebbero tanti i nomi “pescati” da Monti alla Bocconi e alla Cattolica, le due prestigiose università private milanesi.
Il rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi potrebbe diventare ministro dell’Istruzione e ci sono buone speranze anche per Carlo Dell’Aringa, economista e collaboratore di Lavoce.info, candidato al Lavoro, dove potrebbe contemperare le istanze del sindacato e delle imprese.
Tornando in Bocconi, si fa il nome dell’economista Carlo Secchi (ex rettore) per lo Sviluppo economico, a cui punterebbe anche Antonio Catricalà , presidente dell’Autorità garante per le Telecomunicazioni, gradito a Berlusconi (il ministero “copre” anche le Telecomunicazioni).
Il totoministi annoverava un altro bocconiano, Lanfranco Senn (di Comunione e Liberazione, presidente della Metropolitana milanese), che però ha avvertito: “Non posso, sono cittadino svizzero”.
Altra poltrona pesante, quella del ministero dell’Interno, per il quale in alternativa ad Amato spunta il nome di Carlo Mosca, prefetto di Roma cacciato nel 2008 dal tandem Berlusconi-Maroni perchè aveva giudicato “non necessario” prendere le impronte digitali ai bimbi rom, come previsto dal decreto sicurezza.
Per la Giustizia, eterno tasto dolente del premier uscente, al nome dell’ex presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo si affianca il cattolicissimo Cesare Mirabelli, già vicepresidente del Csm e della Consulta, nonchè consigliere generale della Città del Vaticano.
Sul celebre (e laico) oncologo Umberto Veronesi alla Salute sarebbe fredda l’Udc, dunque si parla anche del rettore della Sapienza Luigi Frati.
Alla Difesa non paiono emergere alternative al generale Rolando Mosca Moschini, già al vertice della Guardia di Finanza.
L’archeologo Salvatore Settis viene indicato come possibile ministro dei Beni Culturali.
E i politici?
A parte una figura di mezzo come il “professore” socialista Amato, qualcuno ipotizza ancora che in mezzo ai tecnici possano spuntare uomini di partito come Beppe Pisanu e Marco Minniti per l’Interno, ma nel caso anche il Pdl vorrebbe la sua parte, per esempio con Franco Frattini in permanenza agli esteri.
Paolo Costa, già europarlamentare dell’Ulivo, sindaco di Venezia e ministro del governo Prodi potrebbe cimentarsi alle Infrastrutture.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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