Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LA DESTRA PRE-BERLUSCONIANA ERA PLURALISTA E PRAGMATICA, LAICA E INTERCLASSISTA… BATTEVA LA DC E RUBAVA VOTI A SINISTRA PARLANDO DI LAVORO, DIRITTI, INTEGRAZIONE E AMBIENTE
E’ uscito da un paio di giorni un altro libro che racconta il rapporto tra la destra romana
e Silvio Berlusconi: si intitola “Ripuliti” (di Daniele Nalbone e Giacomo Russo Spena, Castelvecchi editore) e contiene una serie di interviste a parlamentari del Pdl unanimi nel riconoscere al Cavaliere il merito di aver sdoganato la classe dirigente del Msi prima e poi di An, comprese le aree estremistiche provenienti da segmenti come Terza Posizione o Meridiano Zero.
In questi giorni si accende la discussione su un’altra realtà traghettata da posizioni di margine a ruoli di grande potere: quella di Comunione e liberazione, nella versione lombarda di Roberto Formigoni, travolta dagli scandali dopo l’arresto di uno dei suoi uomini di punta, Massimo Ponzoni. Il modello romano da una parte, il modello lombardo dall’altra.
Fa impressione, per chi come me li ha conosciuti entrambi tra gli anni ’70 e ’80, verificarne il declino delle ispirazioni originarie.
Cl, come ricorda il mio amico Luciano Lanna che li ha frequentati molto, giocò la sua scommessa sul superamento del clericalismo e su un movimentismo capace di aprire alle “contaminazioni” con i Verdi di Alex Langer, con i missini nelle liste comuni di Tor Vergata, con i socialisti, i liberali e persino con esponenti del Pds all’epoca della “corrente del Golfo” contro la prima aggressione americana all’Iraq.
Ora è una rete imprenditoriale di oltre trentamila aziende che fatturano 70 miliardi e sostengono un ufficio di collocamento politico un po’ da operetta e un po’ da galera: i listini stile Nicole Minetti e gli assessorati stile Ponzoni.
La parte migliore dei ciellini, i ragazzi degli anni ’80, “se ne vanno — ha raccontato Sette — denunciando un clima settario che regna in un movimento sempre più dedito al potere e agli affari”.
Una analoga parabola si può leggere nel racconto dei “Ripuliti” .
Qui il vasto e plurale mondo della destra politica italiana, il mezzo secolo di storia del Msi e la sua avventura non solo elettorale, vengono compressi nel racconto berlusconiano degli “sdoganati”. Marcello de Angelis, Roberta Angelilli e Fabio Rampelli, intervistati dagli autori, raccontano i loro percorsi biografici come una sorta di lunga preparazione all’avvento del redentore che avrebbe rotto il tabù dell’impresentabilità missina.
Mi ha fatto arrabbiare, quella lettura, perchè tradisce la storia e la stessa fisionomia della destra che ben prima della discesa in campo di Silvio, nel ’93, aveva conquistato amministrazioni importanti — penso a Benevento, a Viterbo, alla provincia di Roma — proprio in virtù della “pulizia” dei suoi candidati e al nuovo meccanismo dell’elezione diretta dei sindaci.
Era una destra assai più plurale e pragmatica di quella a cui ci ha abituato il Cavaliere. Sicuramente più laica e interclassista.
Batteva la Dc e “rubava” voti a sinistra parlando di lavoro, diritti, integrazione, ambiente.
Con l’anticomunismo si apprestava a chiudere i conti (gente come Pasquale Viespoli, eletto sindaco a Benevento, l’aveva archiviato già da un decennio ) ed era del tutto estranea alle dinamiche estremistiche dei micro-gruppi descritti da Russo Spena e Nalbone.
Vent’anni dopo lo schema è rovesciato.
La destra toccata dal berlusconismo ha enfatizzato il peggio del suo percorso storico — l’attitudine muscolare, la xenofobia, il machismo, le tentazioni extraparlamentari, il reducismo — e cancellato il meglio, a cominciare dallo spirito anticonformista e dal senso della legalità che ne sono stati i fondamenti addirittura “antropologici”.
Le parabole parallele di Cl e della destra postmissina sono la cartina al tornasole del portato storico del berlusconismo, che ha agito sulle filiere politiche italiane più vivaci degli anni ’90 in modo più profondo, e forse definitivo, di quel che appare.
Dal mio punto di vista, se mai dovessi scrivere un saggio su tutto ciò, lo titolerei al contrario di Nalbone e Russo Spena: “Gli sporcati” mi sembrerebbe più opportuno.
Flavia Perina
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
USO IMPROPRIO DEL MEZZO D’ORDINANZA CON TANTO DI AUTISTA E LAMPEGGIANTE DA PARTE DI UN ASSESSORE “TECNICO” DELLA GIUNTA LOMBARDO
La Regione Sicilia gli ha messo a disposizione una potente auto blu con autista e lampeggiante.
Lui, però, a volte rinuncia ad usarla, preferendo spedirla in giro per accompagnare la fidanzata nel centro di Palermo: un modo elegante per evitarle noiose file nel traffico e fastidiose perdite di tempo in cerca di un parcheggio.
L’atto di galanteria tutto a spese dei contribuenti è di Gaetano Armao, assessore al Bilancio che da quattro anni è un fedelissimo di Raffaele Lombardo nei vari ribaltoni del governo regionale siciliano.
La distinta signora bionda — scoperta da l’Espresso mentre veniva accompagnata in giro dall’autista pagato dalla Regione — è invece Giuseppa Lara Bartolozzi, compagna di Armao e magistrato della sezione fallimentare del Tribunale di Palermo.
La dottoressa Bartolozzi, quindi, in quanto magistrato dovrebbe ben sapere che l’utilizzo di quel mezzo non dovrebbe esserle consentito.
E dovrebbe saperlo bene anche Armao, che in quanto esperto avvocato amministrativista è stato chiamato ad amministrare i conti dell’isola, non certo floridi.
Ed è proprio per sanare questi conti che negli ultimi tempi il governatore Lombardo, incalzato dai giornali, ha deciso di dichiarare guerra agli sprechi: niente più Audi A6 per gli assessori, ma soltanto Audi A4, berline più piccole, che ai contribuenti costano ‘al massimo’ 35 mila euro.
Armao però finora non ha voluto rinunciare ai suoi atti di galanteria.
Anzi, in certi casi avrebbe addirittura utilizzato l’auto blu con autista per accompagnare a casa la tata della figlia.
Già consulente e consigliere di Gianfranco Miccichè, ex console onorario del piccolo stato del Belize (incarico che gli garantisce ancora oggi un parcheggio riservato sotto casa), custode giudiziario dei beni di Stefano Ricucci, Armao ci tiene a sottolineare spesso la sua lontananza dalla politica.
“Io sono un tecnico” ripete sempre nelle sue uscite pubbliche come custode del bilancio regionale.
Un tecnico che piace a tanti, a tutti.
Piace talmente tanto da essere considerato il possibile candidato a sindaco di Palermo praticamente di tutte le possibili alleanze elettorali: un giorno lo candiderebbero il Pd e l’Mpa, un altro il Terzo polo, un altro ancora lo appoggerebbe volentieri il centrodestra e l’Udc.
Un tecnico trasversalissimo.
Che nonostante abbia assunto dal 2008 l’incarico di assessore regionale non ha rinunciato nel frattempo a difendere da avvocato i suoi clienti nelle cause contro la Regione Sicilia, ovvero contro lo stesso ente che gli paga l’unico stipendio (11mila euro al mese) che dichiara. Addirittura come legale di una società di energia è arrivato a fare causa all’assessorato ai Beni Culturali, che aveva negato la realizzazione di un parco eolico a Caltanissetta. Assessorato che Armao ha guidato ad interim nel 2009: in quel caso quindi l’avvocato galante che spedisce l’auto blu a fare da scorta alla compagna è riuscito nell’intento di farsi causa da solo.
Giuseppe Pipitone
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IN CORSO IL CONSIGLIO FEDERALE DELLA LEGA: I MARONIANI ATTACCANO LA GESTIONE FINANZIARIA DEL PARTITO, IN MANO AL CERCHIO MAGICO… PER VENTI ANNI BOBO NON AVEVA VISTO NULLA, ORA SI E’ ACCORTO CHE QUALCOSA NON VA
«Maroni in Padania, Cosentino & C in Tanzania». 
Lo striscione dell’altra sera a Varese descriveva lo stato d’animo della stragrande maggioranza dei delegati e dei militanti leghisti.
È la rappresentazione plastica di un feroce malumore che sta montando su tutti i siti internet d’area, che fa capolino nei salotti tv, che striscia senza censure tra la folla “padana”. I
l “Cerchio magico”, ossia il gruppetto minoritario che, a detta dei maroniani, sta (stava) separando il leader stanco e malato Bossi dal resto della Lega, avrebbe i giorni contati.
E se non fosse perchè la moglie del Senatur ne è un pilastro, probabilmente sarebbe già saltato in aria.
Travolgendo Rosi Mauro, apostrofata addirittura come «terrona» dai maldipancia sul Web, e il segretario amministrativo Francesco Belsito, al centro della bufera per i trasferimenti milionari all’estero dei soldi del partito.
Quasi sette milioni di euro, come ha scoperto nei giorni scorsi il Secolo XIX , partiti tra Natale e Capodanno alla volta di Cipro (1,2 milioni) e della Tanzania (4,5 milioni), oltre che cambiati in corone norvegesi (1 milione).
Belsito, sulla Padania, ha ribadito: tutto regolare. Ha parlato di altri investimenti al di fuori dell’area euro e ha negato l’esistenza di investimenti in fondi in Tanzania o a Cipro.
In effetti, i trasferimenti di denaro verso l’isola mediterranea e verso il Paese africano, erano usciti dalla gestione di Banca Aletti (dove la Lega aveva collocato quasi dieci milioni di euro per poi svuotare il conto l’ultimo giorno del 2011) attraverso un banale bonifico i cui beneficiari erano privati.
La Kripsa Enterprise a Cipro, società di consulenza gestita dall’avvocato Paolo Scala (sede a Larnaca in una casella postale, ufficio da legale a Nicosia, ma al numero telefonico pubblicato sul sito risponde un’altra società di consulenza, la Exitor).
E l’ex socio del “ministro meteora” Aldo Brancher (indagato per le scalate bancarie) Stefano Bonet per quanto riguarda la Tanzania.
Due privati, quindi, chiamati a gestire parte dei soldi che la Lega ha ricevuto nel 2011 come quota annuale dei rimborsi elettorali delle Politiche 2008 e delle Europee 2009 (9 milioni in tutto nel 2011 di finanziamento pubblico dei partiti).
A questi punti la “non smentita” di Belsito alla Padania non basta ai leghisti. Lo ha detto l’altra sera in tv a L’ultima parola il parlamentare romagnolo Gianluca Pini: «Voglio vederci chiaro, chiarissimo».
Inutile chiedergli come intenda farlo, ma trapela dal Carroccio che oggi al Consiglio federale del partito (il massimo organismo interno), i maroniani non faranno sconti.
Arriverà al tavolo della presidenza un documento per l’apertura di un’inchiesta interna sui fondi migrati all’estero.
Chiederanno la pubblicazione (all’interno del partito) di tutti i conti, voce per voce.
Chiederanno l’istituzione di un comitato di controllo che parta dal Comitato degli amministratori (con i parlamentari Castelli e Stiffoni, oltre che lo stesso Belsito) e sia estesa alla partecipazione di un delegato per ogni federazione regionale.
Addirittura cresce tra i maroniani la paura di conseguenze penali o amministrative sulle operazioni gestite da Belsito (e note solo alla famiglia Bossi, almeno da quanto ricostruito da tutti i giornali italiani in occasione dell’ultima segreteria politica, dieci giorni fa): se davvero i fondi pubblici italiani sono partiti verso l’estero per speculazioni finanziarie off-shore, c’è il rischio che la segnalazione automatica inoltrata alla Banca d’Italia (che certamente Banca Aletti ha fatto) sia oggetto di rilievi.
Secondo alcuni leghisti esperti della materia, per la legge 2/1997 sul finanziamento dei partiti e secondo le norme dell’antiriciclaggio, la stessa legittimità dell’operazione potrebbe essere messa in dubbio.
Con il rischio di accusa (e sanzione) per violazione della legge sui finanziamenti pubblici.
Ma la cosa che pesa, dentro il Carroccio, è tutta politica.
Maroni lo ha detto in prima persona: «Qui ci sono sezioni che non hanno di che pagare la corrente e noi investiamo in strane operazioni?».
L’ex ministro non ha detto altro.
Ma dai siti e dalle radio, dai blog e dalle stesse sezioni (persino da quelle liguri che Belsito frequenta in quanto vicesegretario regionale) sale una volontà che non ha bisogno di aspettare la Banca d’Italia.
Quei giri di fondi della Lega sono stati sbagliati e fuori luogo: chi ha sbagliato abbandoni la nave.
Giovanni Mari
(da “Il Secolo XIX”)
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Gennaio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
BOSSI BONFONCHIA: “BERLUSCONI FACCIA CADERE IL GOVERNO DEI BANCHIERI”… LUI DI INVESTIMENTI CON LE BANCHE SE NE INTENDE: I FONDI IN TANZANIA QUANTO RENDONO?
Giunge alla fine di una settimana di fendenti, accuse e polemiche interne la manifestazione carnevalesca di stamane a Milano organizzata dalla Lega contro il governo Monti.
Dopo le lacerazioni, ormai pubbliche, del gruppo dirigente leghista, migliaia di militanti si sono ritrovati nel capoluogo lombardo sotto il segno (imposto in queste ore da Bossi) dell’unità , dopo aver assistito in soli nove giorni prima al diktat, poi rientrato, contro l’ex ministro Maroni, a cui era stato vietato di partecipare a incontri pubblici leghisti; alla repentina riscossa dello stesso Maroni, celebrata a Varese mercoledì scorso in un plebiscito di consensi; al successivo «passo indietro» di uno dei protagonisti dello scontro, l’ormai ex capogruppo alla Camera Marco Reguzzoni; e alla pax interna tattica, decretata due giorni dal «capo».
Annunciata il 4 dicembre scorso alla riunione del sedicente parlamento padano a Vicenza, la manifestazione è anche un test per capire come si schiererà la base leghista dopo gli ultimi eventi.
Dopo il «cacciare chi vuole cacciarmi» pronunciato da Maroni, a Bossi interessa scongiurare nuove polarizzazioni.
Un grande striscione sul fondo di piazza Duomo prova a certificare la ritrovata unione all’interno della Lega: «Bossi sei tutti noi».
Ma gli slogan dei militanti e dei cartelli esposti mostrano anche un’altra realtà : «La Lega con Maroni fa fuori i cerchioni», si legge su uno striscione di un gruppo di maroniani che se la prende con i cerchisti.
«Noi padani siamo uniti ma guai a chi ci tradisce», è scritto ancora su un altro striscione.
I militanti chiamano in causa anche il voto su Nicola Cosentino: «Maroni in Padania, Cosentino in Tanzania», si legge un cartellone che fa riferimento all’investimento dei fondi elettorali della Lega nel paese africano.
«Monti e Maroni in Padania quattro gatti in Tanzania», urlano alcuni leghisti. E quando Umberto Bossi prende la parola dalla piazza vola un mare di fischi.
«Nella lega hanno dimostrato tanta saggezza per evitare rotture, sono stati fatti passi indietro e abbiamo messo da parte ogni discussione» ha esordito il leader del Carroccio.
«Io non avrei mai fatto niente contro Maroni, che è con me da tanti anni». Anzi invito «Maroni e Reguzzoni a darsi la mano ad abbracciarsi». Ma al nome di Reguzzoni una parte dei manifestanti ha quasi interrotto il discorso del leader della Lega con fischi.
E Reguzzoni e Maroni la mano non se la daranno.
Poi un invito all’ex alleato Silvio Berlusconi. «Caro Berlusconi non si può tenere il piede in due scarpe. Devi scegliere, tanto alle elezioni ci arriviamo ugualmente».
Per Bossi non è possibile «pretendere che la Lega sostenga il governo della Regione Lombardia quando Berlusconi sostiene il governo infame di Mario Monti».
Immediata la replica diFabrizio Cicchitto (Pdl): «Non possiamo accettare diktat di alcun tipo, nè quelli di chi ci dice che dobbiamo far cadere il governo domani, nè quelli di chi ci intima di andare avanti fino al 2013».
Dalla segreteria, che gestisce la manifestazione milanese del Carroccio e distribuisce magliette e bandiere, avevano infilato all’ultimo momento delle piccole bandiere con la scritta in rosso ‘Bossi’.
Ma le pettorine dei “bobo boys” sono un po’ ovunque, come le sciarpe “barbari sognanti”.
E poi quelle bandiere della Tanzania. Una trentina, non di più, che vengono srotolate quando parla il capo. E che pure bastano, per ricordare che non tutto nel Carroccio è stato sanato.
Quando il corteo parte verso piazza Duomo, alla testa ci sono Bossi, Maroni e Rosi Mauro. L’immagine della pace ritrovata. Apparente.
Perchè ci sono cartelli “cerchio tragico” che il servizio d’ordine cerca di far abbassare, senza risultato.
E ci sono slogan contro Reguzzoni, “fuori dai coglioni”, che lo speaker Salvini, pur controvoglia, zittisce.
Mercoledì a Varese, del resto, anche lui, maroniano doc, si era dilettato nei coretti contro il cerchio magico. Uno su tutti: “Rosi puttana lo hai fatto per la grana”.
Ma oggi l’ordine del fortino di via Bellerio è tenere bassi i toni, evitare scontri. Cosi Salvini grida nel megafono: “Monti, Passera, Fornero vi facciamo il culo nero”, tanto per non perdere la tradizionale eleganza.
Alla fine della carnevalata, tutti i massimi dirigenti corrono in via Bellerio per una riunione rsitretta dove non avranno bisogno di far finta di volersi bene.
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Gennaio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA PACE TRA CERCHIO MAGICO E MARONITI E’ SOLO APPARENTE: IL SENATUR L’HA IMPOSTA PER EVITARE OGGI CONTESTAZIONI IN PIAZZA DUOMO, MA IL RISCHIO RIMANE ALTO…PREVISTI FISCHIETTI E BANDIERE DELLA TANZANIA…INSULTI A ROSI MAURO, I BOSSIANI PRONTI A REAGIRE: “IL CONGRESSO GLIELO FACCIAMO FARE AL NIGUARDA”
Pericolo Milano per la Lega. 
Il Carroccio si è dato appuntamento in piazza Duomo per manifestare contro il governo Monti ma è forte la preoccupazione che oggetto della contestazione diventi Umberto Bossi.
E che il corteo si trasformi in una resa dei conti (anche fisica) tra i “barbari sognanti” di fede maroniana e i seguaci del fantomatico Cerchio Magico, capitanato da Rosi Mauro, braccio armato di Manuela Marrone, moglie del Senatùr e strenua sostenitrice di Marco Reguzzoni e, ovviamente, nume tutelare del figlio, il trota Renzo, che vorrebbe mettere a Capo del partito. Progetto e protetti fermati dalla base leghista che, come noto, ha investito Roberto Maroni di fare pulizia intorno al Capo così da ridare nuova vita al partito, ormai diventato scendiletto del Pdl di Silvio Berlusconi.
La rottura definitiva tra le due leghe si è consumata tutta nell’ultima settimana.
Venerdì scorso il divieto a Maroni di partecipare a eventi pubblici e incontrare i militanti.
L’immediata protesta della base in sostegno dell’ex ministro dell’Interno ha spinto Bossi a battere in ritirata e accettare di partecipare al “Maroni day” mercoledì a Varese.
Poi il Capo ha accettato le richieste invocate a gran forza dal teatro Apollonio: Reguzzoni lascia l’incarico di capogruppo e congressi nazionali entro giugno. Insomma, Bobo ha vinto la battaglia. Ma la vittoria è solo di facciata.
Ed è stata conquistata grazie all’appuntamento di domenica a Milano: Bossi ha voluto ad ogni costo ricucire in tempo utile una apparente unità nel tentativo di fermare le proteste.
Che si annunciavano pesanti: bandiere della Tanzania, fischietti, magliette pro Maroni, e slogan contro i cerchisti.
A cominciare da Rosi Mauro che già mercoledì sera è stata oggetto di insulti e cori del tipo “Rosi puttana lo hai fatto per la grana“.
Ma se i maroniani hanno segnato due punti a loro favore, i cerchisti stanno organizzando la controffensiva.
Uno degli uomini più vicini a Reguzzoni da giorni sta inviando a tutti i sostenitori dell’ormai ex capogruppo sms di rassicurazione sulla prossima rivincita. “Siamo in silenzio, valutiamo la strategia ma stai certo che torneremo presto”.
Questo mercoledì pomeriggio. Il giorno successivo al Maroni day, un altro sms: “Pensiamo a Milano, non hanno vinto nulla, andiamo dietro al Capo lui sa cosa fare, fidati”.
E ancora: “Il Capo, un colpo al cerchio e uno alla botte, ci porterà alla quadra”.
La tregua è dunque temporanea.
Tanto che a Milano i maroniani, nonostante i successi incassati, porteranno comunque le bandiere della Tanzania, manifesti, volantini, striscioni pro Bobo e fischietti.
Da usare per contestare Monti, certo, ma anche Reguzzoni e gli altri nel caso salissero sul palco.
E i cerchisti? Non stanno a guardare.
Si mobilitano via sms. “Loro avranno Maroni, ma noi abbiamo le palle” scrive un parlamentare reguzzoniano. “Se fanno casino in piazza il congresso glielo facciamo fare al Niguarda”, l’ospedale.
Non solo. I cerchisti avrebbero arruolato dei ‘provocatori’ a cui infilare magliette maroniane e far contestare Bossi.
Il condizionale è d’obbligo perchè sono indiscrezioni.
Ma se accadesse la piazza prenderebbe fuoco e volerebbero solenni schiaffoni padani.
Nel dubbio alcuni militanti pensano sia più sicuro portare aste di legno per tenere la bandiera e non quelle di plastica.
Gli elmetti con le corna questa volta potrebbero rivelarsi utili.
Rischi che Bossi conosce bene. Perchè bene conosce la sua gente.
Oltre a darla vinta a Maroni su capogruppo alla Camera e congressi, ha cercato di mostrare unito il partito.
Venerdì sera ha riunito tutti, cerchisti e maroniani, nel fortino di via Bellerio “per un chiarimento definitivo”.
Poi ha fermato le rotative del quotidiano la Padania e ha dato alle stampe intervista con foto da piazzare in prima pagina.
Alle parole possono credere tutti, ma l’immagine ritrae l’impossibilità della tregua: al centro Maroni e Rosi Mauro sorridenti, con al fianco Bossi, Calderoli, Reguzzoni, Giorgetti, Bricolo, Stucchi e Cota.
Acerrimi nemici insieme a brindare? Irreale. Il tentativo appare quanto mai disperato. L’ordine è mostrarsi uniti.
Tutti sembrano aver capito e accettato.
Persino Rosi Mauro tenta di buttare acqua sul fuoco. E smentisce le indiscrezione sulla volontà di far contestare Bossi durante la manifestazione. “C’è stato qualcuno che ha detto che volevamo utilizzarla per far credere che all’interno della Lega si stia litigando. Io non litigo mai con nessuno ma c’è chi ha manovrato, e sono convinta che si tratti di una grossa spinta esterna, per far passare in secondo piano quella grande manifestazione che domani chiederà al governo Monti di andare a casa”.
Ma i cori contro di lei bruciano.
E risponde senza farsi pregare. “C’è chi scrive che dopo la malattia di Bossi ci sarebbero attorno a lui persone che lo condizionano. Leggere queste cose mi fa un po’ schifo”.
E ancora: “Io non sono una ipocrita ma la battaglia la faccio sempre dentro e mai fuori dal partito. Non denigro mai i colleghi di partito, anche se qualche matto lo abbiamo anche noi”.
Infine, perchè forse era poco chiaro il messaggio, ha aggiunto: “Io non parlo attraverso i giornali, attraverso Facebook ma incontrando la gente”.
E il re leghista dei social network è Maroni. L’apparenza della pace è durata appena 24 ore. La tappa milanese è vitale per il Carroccio.
I dirigenti del movimento si attendono una partecipazione di massa alla manifestazione che si aprirà , alle 10, con un corteo dal Castello sforzesco a piazza Duomo, dove è allestito il palco.
Decine i pullman in arrivo dalle altre province della Lombardia, dal Veneto e dal Piemonte. Bus anche da Emilia-Romagna, Liguria, Friuli, Trentino, Marche e Toscana, con una macchina organizzativa che tocca i livelli degli storici raduni di Pontida e Venezia.
Per l’occasione sono stati anche prenotati due treni, che attraverseranno le province di Varese e Bergamo, e faranno tappa in tutti i paesini, nella rotta verso Milano.
Si chiamano “Freccia verde”, ovvero “l’ultimo treno per l’indipendenza della Padania”.
Non è ancora chiara la scaletta degli interventi, ma, dopo il chiarimento di ieri, sembra scontato che la foto sul palco sarà corale.
Certi gli interventi di Bossi, Maroni e Calderoli e quelli di alcuni sindaci e presidenti di provincia.
Al termine della manifestazione, tutti i dirigenti si trasferiranno in via Bellerio, dove è convocato l’atteso consiglio federale che deve affrontare il nodo spinoso della convocazione dei congressi nazionali (regionali) entro l’estate. E dove si placheranno gli eventuali attriti nati in piazza.
Se le contestazioni interne sono ancora ipotetiche, certe sono invece quelle dei socialisti (che hanno organizzato una contromanifestazione a quella della Lega mostrando il tricolore) e di un gruppo spontaneo su Facebook che ha promosso l’appuntamento “Tutti al circo hanno aperto le gabbie … è gratis a Milano il 22 Gennaio“.
Tra loro gli autori dei manifesti apparsi venerdì notte in città contro il Carroccio. “Leghisti in città , dichiarato lo stato di massima allerta. L’appello ai cittadini: segnalate i sospetti vestiti di verde”, si legge nei volantini che ritraggono la caricatura di Bossi in un cerchio sbarrato con la scritta: “Attenzione passaggio leghisti”.
Altri, invece, ritraggono la finta locandina di “Benvenuti al Nord”: si vedono Bossi e Roberto Formigoni seduti in moto, “per la regia di Nicola Cosentino“, si legge.
Queste sono state affisse anche davanti consolato della Tanzania.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
SI PARLA DI AFFIDARGLI UN PROGRAMMA SETTIMANALE DI APPROFONDIMENTO POLITICO: HA CHIESTO 7 MILIONI DI EURO DI BUONUSCITA…PER LA SUCCESSIONE TESTA A TESTA TRA GIORGIO MULE’, DIRETTORE DI PANORAMA, E GIOVANNI TOTI, DIRETTORE DI STUDIOAPERTO
Emilio Fede lascia o non lascia?
Lascia il suo tg nel 2012 e forse raddoppia, con un programma settimanale tutto suo e un contratto di consulenza a Mediaset per i prossimi cinque anni.
Lo aveva annunciato lui stesso lo scorso novembre ai microfoni di Radio 24: “Lascio la direzione del Tg4 il 24 giugno del 2012 — aveva detto- mi prendo un mese di aspettativa e poi deciderò cosa fare” perchè “se Silvio Berlusconi molla, mollo anch’io e vado ad Antigua con lui”.
Dichiarazioni rimaste sospese per mesi senza ulteriori dettagli. Fino a ieri mattina.
E’ stato Franco Bechis, vice direttore di Libero, a pubblicare un post dal titolo inequivocabile: “Fede-Mediaset, divorzio consumato giovedì scorso all’ora di pranzo”.
Secondo il giornalista, “i vertici di Mediaset hanno affrontato con Emilio Fede tempi e modalità della sua buonuscita dalla direzione del Tg4”.
Il direttore, poi, “ha assicurato che si prenderà ‘tutto il tempo necessario’ a preparare l’addio” e Bechis ha aggiunto che “i vertici aziendali sembra abbiano ritenuto un po’ brusca la sua richiesta di buonuscita, per una cifra notevole che supererebbe i 7-8 milioni di euro”.
E inizia la caccia al successore per la poltrona del direttore.
Ad aggiungere altri dettagli è stato Oggi che sul blog ha pubblicato altre indiscrezioni.
Secondo il settimanale, Fede “rimarrebbe in forze della rete per i prossimi cinque anni, con un contratto di consulenza”.
Inoltre nel palinsesto di Rete 4 “troverebbe spazio un suo programma settimanale di approfondimento politico e non solo, in prima o seconda serata, un format che nelle intenzioni del direttore strizzerebbe l’occhio al Che tempo che fa di Fabio Fazio come al Report di Milena Gabanelli”.
Ma c’è dell’altro: infatti “Fede porterebbe a casa la qualifica di direttore editoriale di tutta l’area News di Mediaset, coordinando di fatto il lavoro di professionisti come Claudio Brachino (Videonews) e Mario Giordano (Tgcom24)”.
Decisioni che sarebbero avvenute durante i colloqui con Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset e il direttore generale Mauro Crippa.
Ora resta da sciogliere il nodo della buonuscita e nel valzer dei nomi per la successione alla guida del Tg, il favorito è il direttore di Panorama Giorgio Mulè, anche “se i bene informati — conclude Oggi- si dicono certi che a spuntarla sarà alla fine Giovanni Toti, direttore di Studio Aperto, anche lui in corsa”.
“Io amo il telegiornale che dirigo e ho scoperto che gli aspiranti alla direzione sono tutti in fila. Bechis, ad esempio, ci punta da quando è nato”, spiega Fede raggiunto dal Fatto quotidiano e non nasconde il fastidio per quanto pubblicato dal vicedirettore di Libero.
Per lui quelle sono tutte ‘frescacce’. Insomma, falsità .
“Visto che, quando sarà , potrò suggerire il nome del successore, Bechis non lo vorrei mai direttore di un tg condotto da un serio professionista come Emilio Fede”.
Mulè invece? “Possibile”.
Ma sulla data di dimissioni dal Tg4 rimane vago: “Deciderò con l’azienda quando e come. La mia ipotesi sincera è di lasciare nel 2032 al compimento dei 100 anni e di vedere passare davanti tutti gli aspiranti direttori uscire a mani vuote. Se lascio, comunque, rimango a Mediaset per condurre un programma di approfondimento”.
Bocca cucita invece su buonuscita e contratto di consulenza.
Ma è vero che si dimetterà da direttore quest’anno?
“Non ho la sfera di cristallo, ma diciamo che nel 2012 farò felice Bechis. Basta, ha rotto con queste cose”.
Quindi lascia? “Sì, ma non a lui”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
UN ANNO FA SILVANO LANCINI STACCO’ UN ASSEGNO DI 10.000 EURO MOTIVANDO IL SUO GESTO CON UNA LETTERA TOCCANTE… IN QUALSIASI STATO AVREBBERO COMMISSARIATO IL SINDACO, IN ITALIA E’ ANCORA AL SUO POSTO
Tutti ricordano il clamore mediatico e politico suscitato due anni fa dal la decisione del
sindaco leghista di Adro, Oscar Lancini, che negò la mensa ai figli di quei genitori che non pagavano la retta (quasi tutti stranieri).
E tutti ricordano come il paese franciacortino si riscattò agli occhi dell’Italia intera grazie al gesto di un anonimo imprenditore locale, che staccò l’assegno da 10mila euro e pagò le rette arretrate.
Motivando il suo gesto con una lettera toccante. Il suo anonimato durò poco.
E il gesto di Silvano Lancini adesso gli vale il Cavalierato della Repubblica italiana.
Ha ricevuto la comunicazione ufficiale a fine 2011 e l’ha tenuta segreta ad amici e parenti, confidandola solo ai figli.
La motivazione dell’onoreficenza non è riportata. Ma non è difficile intuirla.
Silvano Lancini (che con il sindaco ha in comune solo il cognome, non vincoli di parentela) è amministratore della Smea di Erbusco, ditta di consulenza e nella fornitura di prodotti informatici.
Un imprenditore tenace e capace, come tanti.
Ma con un senso etico fuori dal comune.
Basta riguardare i passi salienti della lettera con cui motivò il suo gesto: «Non sono comunista. Alle ultime elezioni ho votato Formigoni (…). So perfettamente che tra le 40 famiglie ci sono furbetti che ne approfittano (…) Ma vedo intorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha meno (…) I miei compaesani si sono dimenticati in poco tempo da dove vengono (…) Ma dove sono i miei sacerdoti. Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo?»
Purtroppo al governo qualcuno aveva già barattato la propria salvezza dai guai giudiziari, lasciando mano libera a un movimento razzista che in nessun Paese europeo sarebbe mai stato chiamato al governo.
Napolitano ha dato un riconoscimento al 90% degli italiani perbene.
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Gennaio 22nd, 2012 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO LEGHISTA FAVA HA FATTO APPROVARE UN EMENDAMENTO ALLA LEGGE COMUNITARIA: “QUALUNQUE SOGGETTO INTERESSATO” E NON PIU’ SOLO LA MAGISTRATURA, PUO’ CHIEDERE A UN PROVIDER DI “RIMUOVERE CONTENUTI ONLINE RITENUTI ILLECITI DAL RICHIEDENTE”… SAREBBE LA FINE DELLA LIBERTA’ SU INTERNET
Dopo il sequestro di Megaupload e la risposta di Anonymous, la “prima guerra digitale” è una hashtag caldissima su Twitter.
Di “guerra” si parla perchè la chiusura del sito di condivisione è stata vista da molti visto come una risposta repressiva alle proteste contro il Sopa, la legge americana che, con la scusa di combattere la pirateria online, mette di fatto il bavaglio al web.
La questione ci riguarda da vicino, ora anche l’Italia entra in un clima d’allerta: è già in Parlamento un’altro emendamento che potrebbe trasformarsi nell’ennesimo tentativo di imbrigliare la Rete anche a casa nostra.
Come segnalato dal giurista nostro blogger e vero “cane da guardia” delle libertà digitali, Guido Scorza, il deputato della Lega Nord Giovanni Fava ha presentato e fatto approvare un emendamento alla Legge comunitaria da lunedì all’esame della Camera.
Il provvedimento prevede che “qualunque soggetto interessato” e non più solo l’autorità giudiziaria o amministrativa, possa chiedere ad un fornitore di servizi Internet di rimuovere contenuti pubblicati online e ritenuti illeciti dal soggetto richiedente”.
La questione suona tecnica, ma riguarda da vicino tantissimi siti.
Adesso un contenuto online può essere chiuso solo con un intervento di un magistrato.
Se la nuova legge passasse alla Camera, chiunque ¬- a cominciare naturalmente dai detentori di diritti — potrebbe rivolgersi ai provider per imporre una serrata di siti che contengono “contenuti illeciti” (una definizione tra l’altro molto vaga).
Questo: 1) metterebbe a rischio ingolfamento il funzionamento di migliaia di siti, a cominciare da Google, YouTube, Facebook, ecc.; 2) Metterebbe nelle mani dei detentori dei diritti (e non solo) uno strumento molto potente, che potrebbe prestarsi anche a censure arbitrarie; 3) annullerebbe la direttiva europea sul commercio elettronico che prevede la “neutralità ” dei provider e dei fornitori di servizi.
Per Scorza, la proposta leghista “ricalca, molto da vicino, il disegno di legge in discussione dinanzi al Congresso degli Stati Uniti che, nelle scorse ore, ha provocato il più grande e riuscito sciopero della storia del web. Il SOPA, in italiano, si scrive FAVA”.
Rilancia la sua denucia Libertiamo, l’associazione che fa capo a Benedetto Della Vedova che promette battaglia in Parlamento facendo sapere che presenterà un contro-emendamento per abrogare la “Sopa” italiana.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 21st, 2012 Riccardo Fucile
CI UNIAMO ALL’APPELLO DI FERRUCCIO SANSA SU “IL FATTO QUOTIDIANO”… IN UNO STATO CHE GARANTISCE IMMUNITA’ A CORROTTI E MAFIOSI, QUALCUNO, ANCHE A DESTRA, VUOLE MUOVERE IL CULO PER GARANTIRE SICUREZZA A CHI LE COLLUSIONI MAFIOSE LE DENUNCIA? O CI SI LIMITA SOLO A CHIACCHIERE SULLA TEORICA BATTAGLIA CONTRO LA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA?
Non lasciamo solo Christian Abbondanza
La ‘Ndrangheta minaccia un mio amico.
Qui, a Genova, nella “civilissima” Liguria. Non avrei mai detto che ci saremmo trovati in questa situazione. Invece è così.
Accade a Christian Abbondanza per il quale in tanti chiedono la scorta o almeno una protezione (le autorità ne stanno discutendo da mesi!).
Molti di voi forse lo conoscono, magari senza saperlo.
Christian è l’uomo dietro la Casa della Legalità che con il suo sito ormai è diventato il principale archivio della lotta contro la criminalità organizzata soprattutto al Nord.
All’inizio non se lo filava nessuno, poi battaglia dopo battaglia il sito è diventato un punto di riferimento per tutti.
Perfino per le forze di polizia e i magistrati.
Christian non ha nessuno alle spalle: nè partiti, nè movimenti, nè gruppi di intellettuali.
Lui e Simona Castiglion, la sua compagna, sono di una solitudine quasi monastica.
E Christian, con quella sua barba sale e pepe da mullah (anche se non ha neppure quarant’anni), sembra quasi un sacerdote dell’antimafia: il cappello, i vestiti scuri, gli anfibi neri.
Nessun interesse personale. Molti restano disorientati.
Scavano alla ricerca di chissà quale motivo che possa spingere Christian nella sua crociata.
Sembra impossibile che ad animarlo sia soltanto il desiderio che la legge sia rispettata. E uguale per tutti. Niente di più semplice.
Eppure in Italia sembra rivoluzionario.
Del resto bisogna avere una motivazione forte se si passano le proprie giornate come fa Christian: in giro per dibattiti in tutta Italia, lui e Simona su pullman e treni regionali, con il computer sempre in spalla.
Poi giornate tappati in casa, avvolti in una nuvola di fumo, una sigaretta dopo l’altra, a leggere migliaia di pagine di atti di indagini, a scrivere inchieste sulla mafia.
Christian conosce morte e miracoli di centinaia di famiglie.
È un database vivente. Da anni scrive le sue inchieste e i suoi blog denunciando con nomi e cognomi i mafiosi.
Un mastino che non molla mai la presa.
Decine di appostamenti con la telecamera per riprendere incontri scomodi, per pizzicare questo o quel politico a una cena di mafiosi.
Peggio dello stalking, roba che alla fine i “poveri” mafiosi ti fanno quasi pena. E all’inizio tutti lo prendevano per matto: “Ma dai… la ‘Ndrangheta in Liguria…”.
Invece aveva ragione Christian. Più della magistratura ligure a lungo inerte, più di molti giornalisti amici dei potenti.
E i politici?
Il centrosinistra e il centrodestra uniti fanno guerra ad Abbondanza da sempre. Guerra sorda.
Per anni hanno speso molte più parole contro di lui che contro la ‘Ndrangheta.
Praticamente nessuno era presente quando si è trattato di esprimere solidarietà a Christian minacciato dalla mafia.
Sì, perchè lui è un corpo estraneo: non ha un partito, non vuole poltrone.
A volte magari sbaglia, ma ci mette la faccia e il nome. E tanta passione.
No, Christian per qualcuno è più pericoloso della ‘Ndrangheta.
Perchè è un uomo libero.
E così lo lasciano solo.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
Commento del nostro direttore:
Ci uniamo all’appello di Ferruccio “a non lasciare solo” Christian nella sua battaglia di documentazione e denuncia contro le infiltrazioni mafiose in Liguria (e non solo).
Siamo stati tra i pochi “politici atipici” a essere presenti alla manifestazioni di solidarietà a Christian a Palazzo Ducale prima di Natale, insieme a una decina di amici.
Abbiamo condotto “con e grazie anche a lui” una battaglia di moralizzazione contro i tentativi di infiltrazione in “Futuro e liberta” di personaggi chiacchierati e al centro di provvedimenti giudiziari, vicenda che ha avuto ampia eco sulla stampa locale.
Eravamo persino quasi riusciti a far partecipare il Presidente della Camera alla manifestazione di solidarietà a Christian a Palazzo Ducale, prima che qualcuno, e non solo all’interno di Fli, non intervenisse per “sconsigliarlo”.
Sono passate settimane senza che a Christian, minacciato di morte dalla ‘ndrangheta sulla base di rapporti dei servizi preposti, sia stata assicurata la necessaria protezione.
Qualcuno evidentemente si oppone, qualcuno ha interesse che Christian continui a essere a rischio, in modo da limitarne i movimenti e le inchieste.
Allora questo qualcuno si assuma una precisa responsabilità : se dovesse accadere qualcosa a Christian, si cerchino i mandanti e i complici, ovvero chi sta favorendo di fatto l’organizzazione mafiosa.
Che siano politici, uomini dello Stato, magistrati, autorità preposte, dovranno essere chiamati a risponderne.
O si sta con lo Stato o contro di esso, non esistono alternative.
Non si devono avere santi in paradiso per ottenere “protezione” quando si rischia la vita per denunciare i crimini delle organizzazioni mafiose: dovrebbe essere uno Stato che si rispetti a bussare alla porta di certi “eroi civili” per offrire tutela.
E i politici muovano il culo: basta con le sfilate di solidarietà verbale per darsi una patente “antimafia” su cui costruirsi una immagine spendibile con il proprio elettorato.
Bussino alla porta dei ministeri ed “esigano” che i cittadini onesti che rischiano la vita siano protetti.
La scorta serve più a persone come Christian che a politici come Cosentino.
Siamo stati chiari?
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