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MILLE GIORNI PER UNA LITE CON IL FISCO

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

IN QUATTRO CASI SU DIECI VINCE IL CONTRIBUENTE… IN UN ANNO I NUOVI CONTENZIOSI SONO PARI A UNA MANOVRA: 34 MILIARDI DI EURO

Ogni volta che un contribuente ritiene illegittimo o infondato un atto emesso dal Fisco nei suoi confronti, ad esempio un avviso di accertamento o un una cartella di pagamento, può opporsi e fare ricorso.
Inizia così un contenzioso con l’Agenzia delle Entrate, un processo che in media dura 987 giorni. Ma l’odissea contro il Fisco può superare i 4 anni quando la controversia arriva in Cassazione, cioè fino all’ultimo grado di giudizio.
Forse è per questo motivo che, nel corso degli anni, le liti si sono accumulate davanti alle Commissioni tributarie e oggi i ricorsi pendenti ammontano a 743.876.
Un numero enorme, che non tiene però conto della definizione delle controversie minori, quelle fino a 20 mila euro, che l’Agenzia delle Entrate stima in circa 120 mila.
Soltanto nel 2010 sono stati presentati ricorsi per 34,3 miliardi di euro: quanto una manovra fiscale.
Dentro c’è un po’ di tutto: persone fisiche e società .
Il grosso delle liti (430.928) è fermo presso le Commissioni tributarie provinciali (Ctp), gli organi di primo grado, contro cui si può fare appello davanti alle Commissioni tributarie regionali (Ctr), che devono smaltire 104.282 casi.
A questi si aggiungono 176.432 ricorsi presso le Commissione tributarie centrali (Ctc), che fino a vent’anni fa rappresentava il terzo grado di giudizio per il contenzioso fiscale, poi soppresso nel ’92.
Oggi alle 21 Ctc regionali sono state riassegnati i procedimenti pendenti, per accelerare lo smaltimento del pesante arretrato.
L’arretrato si accumula perchè i tempi per dirimere le controversie sono lunghi: una Commissione tributaria provinciale impiega 823 giorni in media per arrivare a sentenza, mentre l’appello richiede in media 617 giorni.
In alcuni casi specifici, le sentenze di 2° grado possono essere impugnate davanti alla Cassazione (32.225 le liti tuttora pendenti) e qui i tempi si dilatano fino a 1.521 giorni.
«I tempi davanti alle Commissioni tributarie sono lunghi perchè il numero delle controversie è molto alto. Ma stiamo lavorando per ridurle. È l’obiettivo primario dell’Agenzia. Se diminuisce il contenzioso, aumenta la qualità  del risultato», spiega Vincenzo Busa, direttore centrale Affari legali e contenzioso dell’Agenzia delle Entrate.
E cita con soddisfazione un indice di vittoria nel 60% dei casi da parte del Fisco nel 2011. Come dire: ogni volta che un ricorso è arrivato a sentenza, l’anno scorso lo Stato ha avuto ragione 6 volte su 10. In miglioramento rispetto al passato. E la percentuale di vittoria aumenta al 71% se si considerano gli importi contestati. «Significa che la nostra attività  non è temeraria, pretestuosa e vessatoria, come qualcuno sostiene, ma legittima e qualitativamente corretta», aggiunge il manager.
I numeri dicono che qualcosa si muove anche sul fronte dell’arretrato. «Stiamo facendo passi avanti. Quest’anno il numero dei ricorsi è diminuito del 17% rispetto alla fine del 2010 e per la fine del 2012 ci auguriamo che si arrivi a una flessione almeno doppia, diciamo almeno a un 30% di liti in meno».
Una delle chiavi per tagliare i tempi della giustizia tributaria è la drastica riduzione del micro contenzioso, molto diffuso.
La definizione agevolata della manovra correttiva dello scorso luglio ha permesso di chiudere 120 mila liti pendenti con il Fisco.
La scommessa è sulla mediazione, il nuovo istituto obbligatorio per le liti fino a 20 mila euro, che entrerà  in vigore dal 1 aprile. Rappresenta «un’opportunità  molto importante sia per i contribuenti che per le Entrate», valuta Busa, sapendo bene che «la partita ora si gioca sulle nuove controversie».
L’Agenzia delle Entrate avrà  90 giorni di tempo per risolvere una controversia che accede alla mediazione. Se non lo farà , il contribuente avrà  diritto di rivolgersi alla Commissione tributaria provinciale. «E noi faremo di tutto per evitare un rinvio alla Ctp».
Ma Claudio Siciliotti, presidente del consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, dubita che la mediazione risolverà  i problemi del contenzioso fiscale italiano. «Riguarda solo cause di una certa entità  e inoltre si fa davanti all’Agenzie delle Entrate, che è una delle parti in causa. Sarebbe stato meglio un organismo terzo, indipendente», afferma.
E indica la sua soluzione: «La materia richiede un ripensamento. Per far funzionare la giustizia tributaria in modo efficiente, abbiamo bisogno di personale specializzato, con formazione continua, visto che le norme sono in continua evoluzione. Oggi invece abbiamo soltanto giudici distaccati alle funzioni tributarie. Il vincolo delle incompatibilità , comprensibile sulla carta, finisce inoltre per escludere molti professionisti esperti dalla possibilità  di collaborare con le Commissioni».
Finchè non ci sarà  una magistratura specializzata sarebbe «improponibile» ipotizzare di velocizzare il contenzioso tagliando i gradi di giudizio. Si taglierebbero i tempi, ma si correrebbe il pericolo di giudizi inappellabili non sempre accurati. E a pagare sarebbe sempre il contribuente, argomenta Siciliotti, che legge l’indice di vittoria dei ricorsi pro domo sua. Davanti alle Commissioni provinciali i contribuenti hanno ragione 4 volte su 10. Un margine di errore troppo alto per rischiare.

Giuliana Ferraino
(da “Il Corriere della Sera“)

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COME MONTI A FEBBRAIO VUOLE CAMBIARE LA RAI

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

NEL PROGETTO UN DIRETTORE GENERALE CON PIENI POTERI E UN CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE RIDOTTO… MONTI AGIRA’ IN TEMPI BREVI MA EVITERA’ IL COMMISSARIAMENTO

“A gennaio la testa sarà  da un’altra parte. Il 20 c’è il Trilaterale, alla fine del mese il vertice europeo. Ma dopo il 30 ogni giorno è buono per una riforma della Rai”.
Al presidente Paolo Garimberti, che lo ha salutato nello studio di “Che tempo che fa” domenica pomeriggio, Mario Monti ha fornito qualche precisazione sui tempi dell’intervento del governo sulla tv pubblica.
Ma “a giorni”, dicono a Palazzo Chigi, il dossier “Viale Mazzini” sarà  sulla scrivania del premier e del ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera per la scrittura di nuove regole di nomina del consiglio di amministrazione e soprattutto del direttore generale per il quale cambieranno radicalmente i poteri.
Diventeranno pienamente operativi sul modello dell’amministratore delegato.
I tempi insomma potrebbero anche essere più brevi. Il governo lavora sulla Rai ormai da settimane.
Ha già  tolto dal tavolo l’idea del commissariamento dell’azienda. Può restare come spauracchio se i partiti rinunceranno a collaborare.
Ma non ci sono gli elementi per un’iniziativa amministrativa nel caso della Rai. E Monti non vuole mettere le dita negli occhi alla politica che vede l’amministrazione straordinaria come una tragedia.
Ciò non significa che la presa dei partiti sull’azienda non sia destinata a un ridimensionamento.
“Anzi. Più della governance il nostro obiettivo – spiegano a Palazzo Chigi – è separare la politica dall’azienda”.
Si lavora perciò a una decisa sforbiciata del numero dei consiglieri di amministrazione sul modello di quello che è stato fatto con il decreto salva-Italia per l’Authority. All’Agcom, per esempio, i membri passeranno da 8 a 4: una riduzione drastica.
Per la Rai si pensa a un taglio altrettanto netto, approfittando della scadenza imminente dell’attuale Cda (28 marzo).
Oggi i consiglieri sono 9, potrebbero diventare 3-4.
Visto che al Tesoro, azionista quasi al 100 per cento, ne tocca uno, è una pesante cura dimagrante per la politica.
“In un’epoca di tagli e di crisi economica, la riduzione del cda è un passo necessario anche sulla strada del risparmio”, dicono negli ambienti vicini al premier.
Ma l’intervento determinante sarà  sulla figura-chiave dell’amministratore delegato chiamato a sostituire la figura del direttore generale.
Dev’essere un supermanager, un vero capo azienda con margini operativi assoluti, che non prevedano un passaggio settimanale dal vaglio del cda.
E i partiti difficilmente potranno tirarsi indietro.
Sia nella proposta di riforma del Pd che nel progetto di legge firmato da Alessio Butti (Pdl) si istituisce la figura dell’amministratore unico.
Su questo punto i poli potranno fare le barricate per difendere la legge Gasparri?
Il passaggio con i leader di partito sarà  fondamentale per portare all’approdo la riforma della governance annunciata ieri ufficialmente dal sottosegretario alla presidenza Antonio Catricalà .
Prudentemente, è stata esclusa l’ipotesi privatizzazione, la strada maestra secondo il premier.
Ma diventerebbe terreno di scontro.
E avrebbe un cammino complicatissimo, molto più lungo di poche settimane.
Per modificare i criteri di nomina e i poteri del Ceo è invece sufficiente un disegno di legge di pochi articoli.
“In tutti i paesi europei esiste una televisione pubblica – sottolinea Claudio Cappon, ex direttore generale della Rai e oggi vicepresidente dell’Uer, l’unione dei broadcasting continentali – Anche in Portogallo il progetto di privatizzazione, varato in seguito alla crisi economica, è stato ritirato”.
La vendita di una o più reti Rai è dunque un problema che verrà  affrontato in seguito, semmai potrà  essere gestito dall’amministratore unico. “Ma il servizio pubblico è come il soldato Ryan – dice Cappon – : per salvarsi deve meritarselo”.
La reazione del centrodestra è poco incoraggiante.
Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto invitano l’esecutivo a lasciar perdere: “Non è materia di sua competenza”. Tutte le riforme del passato però sono stato promosse dai governi. Legge Gasparri compresa.
Sulla carta il governo conta sul sostegno pieno di Pd e Udc.
Va verificato anche il contraccolpo che le voci avranno sull’azienda e sui suoi vertici. Il direttore generale Lorenza Lei lavora a un nuovo piano industriale e vorrebbe presentarlo all’inizio di marzo.
Per allora dovrebbero esserci già  le nuove regole e forse l’identikit del nuovo supermanager chiamato a guidare Viale Mazzini.
A gennaio un banco di prova per l’attuale struttura è la decisione sul nuovo direttore del Tg1.
Ma il premier Monti ha deciso: alla Rai si cambia.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)

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COSENTINO: IL CENTRO COMMERCIALE CHE INCHIODA NICK ‘O MERICANO

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

NEGLI ATTI DEL RIESAME LA RICOSTRUZIONE DEI RAPPORTI CON GLI IMPRENDITORI DEL CLAN DEI CASALESI

È il 2006 quando Giovanni Lubello viene intercettato mentre parla della nascita del futuro centro commerciale di Casal di Principe. Dice che è già  tutto previsto e organizzato, dai bar ai parcheggi e scorrendo le 181 pagine del Tribunale del Riesame di Napoli, si scopre che persino sul calcestruzzo, la camorra, s’era già  mossa da tempo.
Giovanni Lubello è considerato un “referente” del clan dei casalesi e in quell’intercettazione già  adombra l’intreccio tra camorra e politica.
E la politica, a Casal di Principe, porta soprattutto il nome di Nicola Cosentino. Da quest’intercettazione nasce l’inchiesta condotta dai pm napoletani Antonello Ardituro, Francesco Curcio ed Henry John Woodcock, che hanno chiesto l’arresto di Cosentino per corruzione aggravata dal metodo mafioso.
Richiesta convalidata dal gip e anche dal Tribunale del Riesame.
Il centro commerciale non vedrà  mai la luce, ma una miriade di atti pubblici confermano l’attività  degli imprenditori e un pubblico ufficiale che, secondo l’accusa, bluffando sin dall’inizio, riescono a incassare autorizzazioni e finanziamenti. L’imprenditore Nicola Di Caterino, con i cognati Cristiano Cipriano e Luigi Corvino, secondo l’accusa, erano però “formalmente estranei all’operazione”: “Ad avere diretti interessi nella realizzazione dell’opera era il clan dei casalesi”.
L’avallo di Cosentino si manifesta nella parte finale — il finanziamento di Unicredit – di un progetto che, però, si rivela criminale sin dall’inizio.
A partire dal terreno sul quale sarebbe nato il centro: “è stato possibile appurare — si legge negli atti — che Di Caterino ha indebitamente minacciato di utilizzare l’arma dell’esproprio per convincere i proprietari alla vendita o assicurarsi condizioni più favorevoli”.
Dopo le minacce d’esproprio arriva un atto illegittimo del Comune: il permesso di costruire rilasciato dal Comune di Casal di Principe, a firma di Mario Cacciapuoti, nonostante “buona parte dei terreni non erano ancora nella proprietà  della società  Vian srl”.
La Vian srl è la società  interessata al progetto. Cacciapuoti è un dipendente comunale che deve dare il via libera ma, proprio in quel periodo, teme di essere trasferito.
Scrive il Riesame: “Galeotto fu il suo desiderio di essere riconfermato nell’incarico. Attraverso Lubello entrò in contatto con Cristiano, Di Caterino e il resto della banda”. Cacciapuoti dice: “Mi dovevo incontrare con Cosentino, alla fine non mi sono incontrato (…) mi hanno detto solamente che ci hanno parlato loro ed era tutto a posto. Qualche giorno dopo mi riconfermano nell’incarico”.
E nello stesso periodo dà  il via libera all’operazione.
Il Riesame precisa: “Gli atti contrari ai doveri d’ufficio posti in essere da Mario Cacciapuoti sono concreti e individuati . Non è necessario che Cosentino ne abbia conosciuto nei dettagli il contenuto, è sufficiente la consapevolezza che la riconferma di Cacciapuoti era collegata al suo ‘asservimento’ nella vicenda del centro commerciale”.
Negli atti si leggono molte deposizioni di “pentiti” del clan: “So bene cosa sia il centro commerciale — dice Raffaele Piccolo ai pm —(…) gli esponenti del clan mi dicevano che a livello più alto per far arrivare i finanziamenti e i soldi, se ne occupava l’onorevole Nicola Cosentino”.
E Cosentino, con gli imprenditori che hanno bisogno del finanziamento, nel 2007 si presenta nella sede romana delll’Unicredit.
“Di Caterino — si legge negli atti — (…) è stato lungamente impegnato in una difficile ricerca di credito, indispensabile per dare parvenza di legalità  a un’operazione che doveva consentire l’impiego di patrimoni mafiosi”.
Presenta persino una falsa fideiussione bancaria del Monte dei Paschi di Siena, ma il finanziamento si sblocca soltanto dopo il suo arrivo in banca con Cosentino. Sulla base di quella falsa fideiussione, l’imprenditore ottiene 8 milioni per acquistare i terreni del centro commerciale, quelli ottenuti minacciando espropri e che, nell’intercettazione che ha dato il via all’inchiesta, erano già  spartiti per bar e parcheggi. Il funzionario Cristofaro Zara concede il finanziamento a “una società  priva di qualsivoglia sostanza patrimoniale e reddituale”.
E il finanziamento, cronologicamente, si sblocca soltanto dopo l’incontro dei funzionari bancari con Cosentino.
Le intercettazioni dimostrano l’interessamento degli imprenditori a portarlo in banca come il vero titolo di garanzia. Il parlamentare nega ogni addebito.
Non gli ha creduto il gip, nè il Riesame.

Antonio Massari
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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COSENTINO, PRIMO VIA LIBERA ALL’ARRESTO: IN GIUNTA ALLA CAMERA 11 SI’ E 10 NO

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

FALLITI I TENTATIVI DEL PDL DI RINVIARE LA DECISIONE… IL PARLAMENTARE E’ ACCUSATO DI ESSERE IL REFERENTE DEL CLAN DEI CASALESI

La Giunta per le Autorizzazioni della Camera ha approvato la richiesta di arresto avanzata dalla Procura di Napoli nei confronti di Nicola Cosentino. I sì sono stati 11, i no 10.
Il voto, inizialmente previsto per le 14, era poi stato rinviato alle 16.
Il deputato campano del Pdl è accusato dai magistrati di essere il referente politico del clan dei casalesi.
Il Pdl aveva a lungo cercato di rinviare la conta, sperando in un ripensamento della Lega, che ieri aveva annunciato di voler votare a favore dell’arresto, ma il tentativo è fallito. Conseguentemente è cambiato anche il relatore di maggioranza, compito che passa dal pidiellino Maurizio Paniz a Marilena Samperi, capogruppo del Pd in Giunta.
Relatore di minoranza è stata nominata invece Jole Santelli. Il radicale Maurizio Turco ha votato insieme al Pdl contro l’arresto di Cosentino.
Decisivo quindi come detto il sì dei due deputati leghisti Luca Paolini e Livio Follegot.
“Ho perplessità  sull’impianto accusatorio, che giudico claudicante, ma ho votato a favore dell’arresto perchè qui in Commissione io rappresento la Lega e ieri alla riunione della segreteria politica federale è stato deciso per il sì all’arresto”, ha chiarito Paolini.
Parole che non sono piaciute a Paniz. “Quando si tratta di decidere della libertà  individuale un parlamentare dovrebbe rispondere alla propria coscienza e non al partito”, ha replicato.
A fronte dei tentativi dilatori del Pdl Pierluigi Castagnetti, presidente della Giunta, è stato inamovibile nella scelta di chiudere oggi la pratica.
“Alle 16 si voterà  senz’altro – aveva messo in chiaro il parlamentare del Pd – e ho già  chiarito che saranno inammissibili altre richieste di rinvio sine die”.
“Perchè non ci siano equivoci nè strumentalizzazioni della decisione di rinviare alle 16 – ha rincarato – ho ritenuto di accogliere la richiesta di un collega, per ragioni assolutamente oggettive, che non aveva preso ancora visioni della documentazione arrivata ieri, anche se è ultronea alla nostra decisione”.
“Se qualcuno chiederà  un rinvio – era arrivato a dire Federico Palomba (Idv) – sono anche pronto a incatenarmi in giunta. Oggi si vota e basta. La giunta va presidiata perchè è suo dovere prendere una decisione, lo dobbiamo ai cittadini”.

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“I FONDI OFF-SHORE NON SONO DA PADANI”: LA BASE DELLA LEGA SCONVOLTA SUL WEB GRIDA “VERGOGNA”

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

SECOLO XIX: “PER ALCUNI SI TRATTEREBBE DI OPERAZIONI FUNZIONALI A INTERESSI CHE NULLA HANNO A CHE FARE CON LA PADANIA”… MARONI CHIEDE SPIEGAZIONI, MA NON LE OTTIENE… BELSITO NON RIESCE A MOTIVARE LA SCELTA, BOSSI LO DIFENDE

Divampa nella Lega il caso dei fondi elettorali investiti all’estero, ovvero del fiume di denaro che dai conti genovesi del Banco Popolare e della Banca Aletti sono finiti in Tanzania (4,5 milioni di euro), Norvegia ( 1 milione di euro), e a Cipro (1,2 milioni di euro), tradotti in titoli, valuta straniera e fondi di investimento.
La questione è finita al centro della riunione settimanale della segreteria politica in via Bellerio, presenti Bossi e Belsito.
Maroni ha sollevato la questione, battendo i pugni sul tavolo: praticamente lui ed altri non ne sapevano nulla e hanno chiesto conto di quelle operazioni finanziarie realizzate con soldi pubblici.
Per alcuni,   tali operazioni sarebbero funzionali a interessi che nulla hanno a che fare con la padania, bensì risponderebero a progetti i cui fili   sarebbero stati imbastiti dall’ex alleato Berlusconi.
In verità  Maroni di risposte non ne ha avute, Bossi ha cercato di liquidare il tutto come normali operazioni, mentre Belsito non sarebbe riuscito a fornire argomenti convincenti sulla ratio delle scelte finanziarie compiute.
Alla fine è stato tutto rinviato al Consiglio federale di fine mese, ma la rabbia padana è ormai esplosa sul web e Salvini se ne è fatto interprete già  ieri.
C’è chi chiede la testa del tesoriere Belsito, chi pretende spiegazioni, chi non ammette che “un partito diverso dagli altri possa essere uguale o peggiore”.
Insomma si è toccato un nervo scoperto di una Lega spaccata dove questa operazione sembra evidente che sia stata gestita in esclusiva dal “cerchio magico”, lasciando all’oscuro gli altri dirigenti maroniani.
E la scelta di Stati a rischio, con la presenza di promotori chiacchierati e relative provvigioni volanti non aiuta certo alla chiarezza dell’operazione, visto i precedenti poco fortunati del Carroccio.

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NAPOLI ESULTA, RIFIUTI VERSO L’OLANDA: COSTERA’ LA META CHE TRASFERIRLI IN PUGLIA

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

DAL CAPOLUOGO PARTENOPEO SALPERANNO 250.000 TONN. DI MONNEZZA DESTINAZIONE OLANDA DOVE SARANNO SMALTITI PER UN COSTO MEDIO DI 100 EURO RISPETTO AI 173 SPESI IN PASSATO

Operazione rifiuti al via.
La giunta guidata da Luigi De Magistris mette a segno un punto a favore con il carico della prima nave.
Dopo mesi di annunci, oggi al Porto di Napoli i camion hanno iniziato le operazioni per l’invio dei rifiuti in Olanda.
C’è di più: il risparmio di circa la metà  rispetto all’invio in Puglia.
Saranno 3.000 le tonnellate che salperanno dal capoluogo partenopeo, direzione nord Europa, in questo primo invio di prova.
Alle 16 arriva il primo carico, i giornalisti dietro le transenne, le autorità  assistono alla scena. Sono presenti il sindaco di Napoli, il vicesindaco Tommaso Sodano, Luigi Cesaro, presidente della provincia e i vertici dell’Asia.
Una giornata che segna anche la differenza con il passato quando la Sapna, la società  controllata dalla Provincia, firmava accordi con ditte che garantivano il trasporto e il conferimento in discariche in Sicilia, Emilia, Toscana e Puglia (ancora in corso i trasporti) a prezzi altissimi intorno ai 173 euro a tonnellata.
Un fiume di soldi che la società  della Provincia, l’ente guidato dall’indagato Luigi Cesaro, aveva speso per mantenere vivo il miracolo annunciato da Silvio Berlusconi.
Dal mese di gennaio a quello di maggio 2011 per il trasferimento di 69 mila tonnellate di rifiuti, la Sapna aveva speso 12 milioni di euro.
E non erano mancate le polemiche sui siti di smaltimento, le aziende di trasporto utilizzate.
Resta da comprendere, per l’italiano medio, come sia possibile che inviare i rifiuti in Olanda possa costare quasi la metà  che spedirli in Puglia. Ovvero quanto si è pagato fino a ieri:
Ma questo rientra nei misteri della gestione rifiuti della nostra classe politica.

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LA SECESSIONE DELLA LEGA COMINCIA DALLA TANZANIA

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

INVESTITI 7 MILIONI DEL CARROCCIO ALL’ESTERO, DALLA NORVEGIA ALL’AFRICA….MA I GIOVANI PADANI INSORGONO…I SEGRETI DI BELSITO

Gli immigrati? Devono restare in Africa.
Intanto i rimborsi elettorali incassati dalla Lega vanno in Tanzania.
Tra il 23 e il 30 dicembre scorsi — come ha scoperto il Secolo XIX — da un conto corrente riferibile al Carroccio sono partiti 7 milioni verso l’estero.
Tre le destinazioni: 4,5 milioni per un fondo in Tanzania, 1,2 milioni per un altro fondo a Cipro. I due Paesi non rientrano più tra i paradisi fiscali (Cipro era nella lista fino a pochi anni fa), ma qualcuno storce il naso vedendo i soldi dei finanziamenti pubblici espatriare mentre si chiede ai cittadini di investire in Italia.
Niente di illegale, però, fino a prova contraria.
Una terza fetta di un milione è salpata per la Norvegia: interessi del 3,5%, meno dei titoli pubblici italiani.
La vicenda ha creato un terremoto sui siti web dei giovani Lumbard dove i commenti furiosi non si contano.
Tipo: “Calderoli dove sei? Ti interessa soltanto il cotechino di Monti?”.
Lo scontro tra Umberto Bossi e Roberto Maroni rischia di deflagrare, perchè l’uomo che gestisce i conti della Lega e ne conosce i segreti è il genovese Francesco Belsito, fedele di Bossi: “La Lega ha molti conti, ma la firma è sempre la mia”, ha spiegato al Secolo XIX. Ma da dove arrivano i soldi? “Sono i rimborsi elettorali”.
La storia di Belsito dice molto della Lega di oggi.
Per questo quarantenne dal volto rotondo il “cerchio magico” ha fatto un miracolo: in poco più di cinque anni dalle piste da ballo delle discoteche genovesi è stato catapultato nel governo Berlusconi (sottosegretario alle Semplificazione).
Una parabola straordinaria per un giovanotto che nel 2006 accompagnava Alfredo Biondi in campagna elettorale: un po’ autista, un po’ segretario.
Qual’è il segreto di Belsito?
L’uomo dei conti della Lega ha ricoperto ruoli in società  e cooperative, diverse poi approdate alla liquidazione o al fallimento.
E il curriculum degli studi? Sul sito del governo c’era scritto: “Laureato in Scienze politiche”.
Nei documenti depositati alla Filse (finanziaria della Regione Liguria, un’altra poltrona del cassiere della Lega) risultava Scienze della Comunicazione.
Abbastanza per far dubitare gli avversari sulla laurea. Il neo-Sottosegretario rispose: “Le ho prese tutte e due, a Malta e a Londra”.
Alla segreteria dell’ateneo di Genova, competente per il riconoscimento delle lauree all’estero, la carriera universitaria di Belsito risultò “annullata”.
Di sicuro Belsito era il braccio destro di Maurizio Balocchi, a sua volta uomo dei conti della Lega.
Alla sua morte, Belsito ne diventò l’erede politico.
Con il sostegno del Senatùr, la marcia di Belsito procede tra poltrone e polemiche. Prima c’è la Filse. Poi Fincantieri che fa acqua da tutte le parti, ma per Belsito crea la poltrona di vice-presidente. Infine l’approdo al governo.
E comincia la lotta per la successione per Fincantieri: la Lega indica Alessandro Agostino, figlio del sindaco di Chiavari, leghista doc, delfino di Belsito, nel febbraio scorso condannato in appello a 4 anni per tentata concussione.
Le polemiche fermano la nomina. Il cassiere di Bossi non si scompone. Per lui non sono le prime rogne.
Un anno fa era finito nel mirino del sindacato di polizia Silp Cgil: la Porsche Cayenne in uso a Belsito veniva posteggiata al posto delle volanti della questura. Spiegò: “Sono stato minacciato”. Poi ecco il suo biglietto da visita emergere tra le carte di Ruby: “Non l’ho mai conosciuta”, rispose imperturbabile.
Chissà  se l’investimento africano porterà  fortuna alla Lega.
Nell’ultimo decennio le avventure finanziarie del Carroccio non sono andate a lieto fine, dall’operazione Bingo e a Credieuronord, la banca della Lega rilevata in extremis dall’amico Gianpiero Fiorani, il furbetto del quartierino.
Belsito non c’era, ma il filo rosso sembra ancora teso: i movimenti di denaro di Natale e Capodanno sono stati coordinati da Banca Aletti che fa capo al Banco Popolare (in cui è confluito anche l’istituto lodigiano).

Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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VIA AI TAGLI: DAI MANAGER ALLE AUTO BLU

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

NEI PIANI DEL GOVERNO UN TAGLIO DI 486 MILIONI DI EURO PER LE SPESE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO, PARI AL 16,7%

La linea di Mario Monti sui costi della politica è già  tracciata.
Ne ha dato un assaggio a fine anno con una circolare molto severa inviata a tutta la pubblica amministrazione con la lista dei numerosi tagli da adottare, dalle missioni delle strutture pubbliche alle auto blu.
Ma in attesa delle decisioni che prenderà  il Parlamento su se stesso, e cioè sugli stipendi di deputati e senatori, tema che Palazzo Chigi «non può» affrontare direttamente, arriveranno presto altri segnali «pesanti» su tutto il resto della macchina statale, là  dove invece il presidente del Consiglio «può» e «vuole» intervenire.
E lo farà  già  nei prossimi giorni, per dare il segnale che l’argomento gli interessa, eccome, e che se invece gli altri, intesi come parlamentari, non prenderanno misure ritenute adeguate, lui invece partirà  subito con le forbici per aggiustare in fretta alcuni disequilibri.
Prima di tutto gli stipendi dei manager di Stato e degli alti dirigenti del pubblico impiego, a partire da quelle cariche che arrivano a produrre emolumenti da capogiro, ben più alti di quelli dei parlamentari, per non parlare delle rispettive liquidazioni.
È in gran parte pensando a questa voce di spesa, che era stata già  discussa e ipotizzata per la manovra di fine anno, che il premier ha detto ieri al Sole 24 Ore che «prenderà  presto misure forti».
Anche perchè non cessa mai di ricordare che alcuni suoi ministri, che presentavano cumuli di retribuzione, hanno già  provveduto a rinunciarvi.
A dar man forte all’azione di governo sarà  la commissione Giovannini sugli stessi costi della politica che non ha terminato il suo lavoro di comparazione con le retribuzioni degli altri Paesi europei: dopo le anticipazioni di fine anno sui parlamentari, continuerà  il suo lavoro nei prossimi mesi concentrandosi su numerosi enti e uffici pubblici e non solo su Camera e Senato.
Il secondo segnale che intende inviare Palazzo Chigi sul fronte dei costi della politica è quello del rigore interno alla publica amministrazione.
E anche della severità .
Perchè ai responsabili dei vari ministeri non è sfuggito un passaggio fondamentale di quel testo del 30 dicembre, firmato da Monti come ministro dell’Economia ad interim.
E cioè che il ministero «vigilerà  sull’osservanza da parte degli enti delle direttive governative che mirano al contenimento e al monitoraggio della spesa pubblica, segnalando eventuali inadempimenti ai competenti uffici del ministero».
In altre parole, ci sarà  una commissione di controllo della spesa di ogni dicastero che avrà  il compito di «segnalare» chi non rispetta le regole.
Dopodichè si potrebbe anche passare alle sanzioni.
La lista, lunga 36 pagine, degli impegni da rispettare «per la riduzione delle spese diverse da quelle obbligatorie e inderogabili» va dalla stretta sugli incarichi onorifici (gettone di presenza al massimo di 30 euro), fino ad una diminuzione dell’80 per cento delle spese per relazioni pubbliche e convegni e alla riduzione delle missioni e delle auto-blu (il cui censimento terminerà  il 20 gennaio).
Il terzo capitolo riguarda gli affitti della pubblica amministrazione.
Si tratta di circa un miliardo di spesa l’anno.
L’idea è quella di trasferire gli uffici pubblici che non risiedono in immobili dello Stato in strutture appartenenti al Demanio (ad esempio le caserme dismesse). È vero che si tratta di un’operazione complessa e che porterebbe a benefici concreti solo dopo tre-quattro anni (a causa del trasloco tecnico e umano da realizzare), ma se finora non è stata fatta è per controindicazioni politico-elettorali (per le reazioni di chi sarebbe oggetto del provvedimento).
Un governo tecnico potrebbe invece farcela.
Quarta voce, quella legata all’abolizione delle Province: per ora è stata, di fatto, bloccata, ma la Presidenza del Consiglio intende effettuare ulteriori controlli sui risparmi effettivi dell’operazione e riaprire, in tempi brevi, il discorso con le parti interessate.
Resta congelato al momento anche l’assetto della Protezione Civile. Anche su questa struttura si intende operare una verifica dei costi, pure se non necessariamente con il passaggio alle dipendenze del Viminale, ipotizzato all’inizio del governo Monti.
Infine Palazzo Chigi: lo spending review di quest’anno fissa le spese a 2 miliardi e 413 milioni di euro, vale a dire 486,8 milioni in meno rispetto all’anno scorso: un meno 16,7 per cento che Mario Monti vuole far valere di fronte alle inevitabili resistenze che potrà  incontrare la sua riforma in non pochi settori della complessa macchina statale.

Roberto Zuccolini
(da “Il Corriere della Sera“)

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LAVORO FEMMINILE, ITALIA PEGGIO DELLA GRECIA: “SIAMO UN PAESE TRADIZIONALE E INGESSATO”

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

IL TASSO DI OCCUPAZIONE DELLE DONNE SENZA FIGLI IN ITALIA TRA I 25 E I 54 ANNI E’ PARI AL 63,9%: LA MEDIA UE E’ DEL 75,8%….IL TASSO DELLE DONNE OCCUPATE E’ TRA I PIU’ BASSI D’EUROPA: PEGGIO DI NOI FA SOLO MALTA

Secondo i calcoli della Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni è pari al 63,9%.
La media dell’Unione è del 75,8%. “Una differenza che si fa abissale – dice Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis – quando si parla di giovani e donne”
Anno nuovo, vizi antichi: il 2011 si chiude con la conferma che per occupazione, retribuzione e condizione femminile l’Italia è ancora, in Europa, il fanalino di coda.
Lo dice l’Eurostat: il tasso di donne occupate è tra i più bassi dell’Unione. E peggio di noi fa solo Malta.
Secondo l’ufficio statistico Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni, è pari al 63,9%.
La media dell’Unione è del 75,8%: in Germania il tasso, per la stessa fascia di età , è dell’81,8%. Malta è ferma al 56,6%.
“Siamo un paese così tradizionalista e ingessato”, sospira Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis.
“Troppo lontano dagli obiettivi europei”.
E la lontananza diviene abissale quando “si parla di giovani e donne”, e se il dato anagrafico viene geolocalizzato al Sud e nelle isole. Lo ricorda l’Istat proprio in questi giorni: al Sud addirittura il 39% delle ragazze è in cerca di occupazione.
Ancora: nell’Unione a 27, il tasso di occupazione totale di donne e uomini è del 64,2%, con le donne a quota 58,2%.
Alla fine del primo semestre 2011, il tasso italiano di occupazione per uomini e donne è del 57,2%, e scende al 46,7% per le sole donne.
Anche la Grecia è sopra di noi, con il suo 48,1%. E la disoccupazione? In Italia il totale del primo semestre dello scorso anno è dell’8,2%: 7% per gli uomini, 9% per le donne.
Al netto del lavoro nero.
Non solo: una donna in Italia continua a prendere 1/5 in meno rispetto a un uomo, anche in casi di ruoli analoghi. “Dipende dai contratti”, dice Carla Collicelli. “Per quelli che prevedono emolumenti aggiuntivi la paga di base non può cambiare, ma assegni, progressione di carriera, promozioni e scatti interni sì”.
La parola chiave è precariato. “I contratti atipici, nei quali si concentrano donne e giovani, rappresentano per il datore di lavoro una valvola di flessibilità  in caso di necessità  di ridimensionamento dell’attività  produttiva”, dice la sociologa. Per certi versi “permettono l’accesso al lavoro”, per altri ne permettono l’uscita “con altrettanta facilità ”.
“E non abbiamo trovato soluzioni adeguate”.
È il “clou della discriminazione”: la perdita di posti si registra “nella stragrande maggioranza per i giovani e per le donne giovani, sotto i 40 anni”. Per la fascia sopra i 40, invece, “hanno tamponato gli ammortizzatori sociali”.
Eppure il Consiglio europeo di Lisbona del 2000 aveva già  posto come obiettivo quello di aumentare il tasso di occupazione globale dell’Unione al 70% e il tasso di occupazione femminile a più del 60% entro il 2010.
Una percentuale che vorrebbe dire un aumento del 7% del Pil. Il rischio di povertà  dei figli passerebbe dal 22,5% al 2,7% e si avvierebbe un ciclo virtuoso di imprenditoria e occupazione, con l’implementazione di quei servizi di cura per bambini e anziani, cardine della cura ricostituente per l’occupazione femminile italiana.
Secondo l’Istat, infatti, l’assenza di servizi di supporto nelle attività  di cura costituisce un ostacolo per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489mila donne non occupate, cioè dell’11,6%, e per il lavoro a tempo pieno per molte delle 204mila donne occupate part time, ovvero del 14,3%.
In Italia viene destinato solo l’1,4% del Pil a contributi, servizi e detrazioni fiscali per le famiglie: dato ben più basso rispetto a quell’1,8% destinato in ambito Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nei paesi a bassa fertilità .
Con i contratti atipici, poi, chi va in maternità  difficilmente ritorna al posto di lavoro lasciato prima del lieto evento.
“Ci siamo lasciati alle spalle i tristi episodi del passato, quando accadeva che alle donne assunte venisse richiesto l’impegno di non fare figli per un certo numero di anni”, racconta Carla Collicelli.
Ma oggi “la donna con contratto atipico si trova in una condizione altrettanto spiacevole: sa che se si allontanerà  per maternità  difficilmente potrà  riprendere il proprio posto in seguito”.
In paesi come ed esempio il Belgio, la presenza di molte scuole materne permette all’occupazione femminile di rimanere invariata in caso di uno o due figli.
“Da noi invece il welfare è spostato totalmente sulle pensioni e su una sanità  nella media che comincia a scricchiolare con liste di attesa drammatiche per la diagnostica”, spiega la sociologa. Il tutto “mentre le famiglie affrontano problemi di casa, asilo nido, supporti economici, servizi”.
In Italia l’11% dei bambini va al nido, privato o pubblico.
In Emilia la percentuale sale al 25,2%, in Sicilia non supera il 5,1%. “Un asilo pubblico costa 8700 euro a bambino all’anno”, racconta la Collicelli. “Un privato 7500”.
In alcuni casi i comuni danno alle famiglie un contributo per la retta: ma non è la regola. Secondo l’Istat, la percentuale di occupate è del 58,5% per le donne con un figlio di meno di 15 anni, e del 54% quando i figli sono due.
Se poi i figli sono tre o più, la percentuale precipita al 33,3%. E “se si ha in casa un anziano con handicap sono guai”.
Anche nelle regioni più avanzate, dove “si fa fatica a dare un’assistenza adeguata, che sgravi la famiglia”. O meglio: figlie, mogli, sorelle.
“All’inizio della mia carriera, il concetto di quota rosa mi ripugnava”, conclude Carla Collicelli. “Arrivata a questo punto sono favorevole: i tempi sono maturi per proporre di applicare criteri di proporzionalità  di genere rispetto alla composizione della categoria”. D’altro canto era il 1932 quando in Italia è arrivata la prima donna in un consiglio di amministrazione di un’azienda quotata. 80 anni dopo le donne sono 150: il 6% del totale. Lì dove si decide, ancora oggi, “sono tutti uomini, e in età  avanzata”, dice la vice direttrice del Censis.

Angela Gennaro
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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