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LAVOREREMO UNA SETTIMANA IN PIU’ PER PAGARE TASSE E CONTRIBUTI

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

FINO AL 19 GIUGNO LO STIPENDIO ANDRA’ AL FISCO

Un’altra lunga settimana di lavoro. Da dedicare, ahimè, interamente al Fisco.
Eh sì, quest’anno dovremo faticare sette giorni in più rispetto al 2011 per pagare tasse e contributi.
Colpa delle manovre – estive ed invernali, non fa molta differenza – richieste dall’Unione Europea per cercare di tamponare il nostro deficit.
E, soprattutto, la crisi dei debiti sovrani.
Agli italiani, lo sappiamo, è stato chiesto un grosso sacrificio.
Ma solo rapportando le maggiori tasse introdotte nei mesi scorsi ai giorni di lavoro necessari per pagarle, questo sacrificio emerge ora con tutta la sua evidenza.
Nel 2012 un quadro, o un impiegato con un buon stipendio (47.216 euro lordi) – scelto dal 1990 dal Corriere della Sera come contribuente tipo per determinare il Tax Freedom Day, il giorno della liberazione fiscale – dovrà  lavorare fino al 19 giugno per sfamare l’appetito di Erario, comuni ed enti previdenziali.
E solo dal 20 giugno potrà , finalmente, cominciare a guadagnare per se stesso e per la sua famiglia.
Fanno 171 giorni di schiavitù fiscale. Nel 2011 la corvèe finiva il 14 giugno (il 2012 è bisestile, quindi lo spostamento in avanti del traguardo è di sette giorni).
Quattro giorni di schiavitù tributaria in più, invece, per l’altro contribuente, un operaio con moglie e figlio a carico, che, avendo un reddito inferiore (23.649 euro), potrà  festeggiare il suo Tax Freedom Day il 14 maggio.
L’anno scorso poteva brindare alla liberazione già  l’11 maggio. (L’amaro 2012-Guarda il grafico)
Anno nuovo, elaborazione nuova.
Il Tax Freedom Day ha cambiato faccia.
Il modello inventato nel 1990, infatti, non era più adatto a registrare i profondi cambiamenti subiti dal nostro sistema fiscale.
E, soprattutto, quelli registrati negli ultimi mesi con un netto aumento delle imposte indirette (Iva) e di quelle sui beni (Imu, patrimoniale sugli investimenti finanziari).
A cui avrebbe dovuto accompagnarsi una riduzione del carico fiscale sul lavoro e quindi delle imposte sui redditi.
Ma questi sgravi non si sono finora visti. Speriamo, anche su questo fronte in una fase 2. Mentre in passato il focus dell’elaborazione era basato sul singolo contribuente, e sulla sua borsa della spesa, ora si cercherà  di evidenziare piuttosto la dinamica delle singole imposte: l’Iva, le accise, le patrimoniali. Inoltre si è dato maggiore peso, per quanto riguarda i consumi, ai dati medi italiani.
Ne è uscito un miglioramento della situazione dell’impiegato.
Basti pensare che, se si fosse utilizzato il vecchio criterio, il Tax Freedom Day sarebbe arrivato il 30 giugno, praticamente a metà  anno.
Anche in questo caso lo slittamento in avanti sarebbe stato comunque di sette giorni, il che evidenzia la bontà  del nostro modello.
Con la nuova elaborazione l’ormai insostenibile pesantezza del Fisco emerge, comunque, con tutta evidenza: 171 giorni di lavoro su 366 equivalgono a una pressione tributaria del 46,7%.
Quindi molto più alta della media.
Per l’operaio, invece, la nuova modalità  di calcolo è addirittura peggiorativa. Ma vediamo ora l’identikit dei nostri due contribuenti tipo.
Il quadro ha moglie e un figlio a carico, abita in una casa di sua proprietà  con rendita catastale di 1.100 euro (pari alla media della rendita delle abitazioni A2 di tipo civile della provincia di Milano).
Per il calcolo dell’addizionale regionale Irpef si è applicata quella della Regione Lombardia, mentre per quella comunale si è utilizzata l’aliquota dello 0,426% corrispondente al rapporto tra il gettito dell’addizionale e la sua base imponibile.
Il reddito del 2012 è stato rivalutato dell’1,8% rispetto a quello del 2011 (dati Istat). I suoi risparmi ammontano a 40.000 euro di cui 12.160 in conto corrente e 27.840 in titoli e fondi
La stima dell’Iva e delle accise a carico del contribuente si basa sul presupposto che questi nelle sue abitudini di spesa rifletta quelle medie delle famiglie di tre componenti come rilevate dall’Istat nell’indagine annuale sui consumi. Stesse considerazioni per l’operaio: rendita della casa 446 euro, valore medio abitazioni A3.
In conto corrente ha circa 6.000 euro. Stesso aumento degli stipendi, stessa composizione del nucleo familiare.
Ma che cosa ha fatto spostare in avanti di così tanto il Tax Freedom Day?
Soprattutto l’Imu che vale da sola tre giorni di lavoro.
Poi l’aumento dell’Iva, che nel 2012 dovrebbe rincarare ancora. Forte aumento anche per le accise sui carburanti.
E poi, come ogni anno, si fanno sentire i morsi dell’accoppiata tasse-inflazione: salgono i redditi, ma l’Irpef con le sue aliquote progressive sale più velocemente. Un mostro che divora il reddito. E che nessuno prova a combattere.
Pensando piuttosto a circondarlo di altri mostriciattoli.

Massimo Fracaro e Andrea Vavolo
(da “Il Corriere delle Sera”)

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TANTI DISCORSI E POCHI FATTI: I BENI SEQUESTRATI ALLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA IN CAMPANIA, REIMPIEGATI SOLO IL 20%

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

SOLO IL 20% DEGLI IMMOBILI SOTTRATTI ALLA CRIMINALITA’ VIENE RICONVERTITO A FINI PUBBLICI E SOCIALI… IL RESTO RIMANE A MARCIRE

A Nola l’appartamento confiscato al clan Russo è vuoto da anni perchè al piano superiore ci abita la moglie di un boss, al piano dì sotto vive la figlia e, per usare un eufemismo, la situazione non è di quelle favorevoli al riutilizzo sociale del bene.
A Castellammare di Stabia, in via Partoria, c’è una casa di circa 200 metri quadri confiscata al clan D’Alessandro.
Ma ci abita ancora la moglie del capoclan della camorra, peraltro assegnataria del 50 per cento dell’immobile, parzialmente abusivo.
Chi la sfratta? Nessuno. E il tempo passa.
Sono solo due esempi tra decine e decine nel napoletano e nel casertano.
Nel migliore dei casi, il bene si svaluta, va in rovina e diventa antieconomico per chi deve metterci le mani.
Oppure resta nel sostanziale possesso di familiari o prestanome collusi. Nel peggiore, viene distrutto e vandalizzato dai clan che devono lanciare un segnale a chi di dovere.
In Campania soltanto il 20 per cento dei beni immobili sottratti alla criminalità  organizzata viene concretamente reimpiegato a fini pubblici e sociali attraverso l’avvio di attività  di interesse collettivo.
Il resto rimane a marcire.
Con i tempi tra la confisca e l’assegnazione che possono superare i dieci anni.
Per poi finire spesso a un Comune che però, per le ragioni più disparate, di fatto non riesce a farne (o a farne fare) alcun uso.
I dati emergono dagli atti in corso di pubblicazione di un workshop di tre giorni che ha coinvolto il consorzio Sole per la gestione dei beni confiscati — che raggruppa la Provincia di Napoli e 19 comuni del napoletano — e le procure di Napoli, Nola e Torre Annunziata.
Schede tecniche e bozze di resoconti di ispezioni che ilfattoquotidiano.it ha potuto consultare.
Documentazione che illustra una situazione molto meno rosea di quella che appare dalle statistiche ufficiali dell’Agenzia per i Beni Confiscati, dove campeggia un 50 per cento di assegnazioni.
“Ma il loro dato tiene conto anche dei beni semplicemente assegnati alle amministrazioni comunali nei quali però non viene fatto niente e restano vuoti” spiega la dirigente della Legalità  e Sicurezza della Provincia di Napoli Lucia Rea, responsabile del Consorzio Sole. In Campania sono 1689 le case, gli immobili e le aziende confiscate ai clan.
Una fetta consistente degli 11.705 beni confiscati sull’intero territorio nazionale. Incrociando le storie, i report dei comuni e scarpinando sui territori, al netto delle situazioni delle aziende — che hanno un altro iter — si certifica purtroppo una realtà  più amara di quel che appare: solo due immobili su dieci servono a qualcosa.
Gli altri fanno la fine della Masseria Castello di Pomigliano d’Arco, 8000 metri quadri e uno scheletro edilizio sottratti al clan Foria e abbandonati al nulla della periferia.
Confiscata il 26 giugno 2000, ci sono voluti 8 anni per assegnare la masseria all’amministrazione comunale.
Esiste un progetto per trasformarla in un centro di aggregazione giovanile, e i rendering allegati ai lavori del workshop fanno apparire un fabbricato bellissimo e moderno.
C’è un problema, però.
I 3 milioni e 364mila euro stanziati dal Pon Sicurezza per la realizzazione del centro sono stati bloccati perchè la Gestline ha fatto valere sull’immobile un’ipoteca di poco più di 10.000 euro.
Ipoteca legata alle insolvenze dei vecchi proprietari, ovvero i clan.
“Perchè negli ultimi anni i camorristi — ricorda Rea — si sono fatti furbi. Mentre avanzavano le inchieste e le condanne nei loro confronti, hanno acceso mutui sui beni immobili a rischio confisca. Incassando soldi, molti soldi, contanti, più facili da far ‘sparire’”.
E lasciando ai magistrati delle misure di prevenzione patrimoniale beni immobili appesantiti da gravami finanziari.
Un rimedio c’è: far sentenziare a un giudice che la banca non ha accertato la buona fede del mutuante (i finanziamenti, spiegano gli investigatori, venivano concessi per inesistenti ‘ristrutturazioni’). Ma ci vuole tempo. Molto tempo.
Che si aggiunge agli anni già  trascorsi tra la confisca e l’assegnazione. A Villaricca l’appartamento sul corso Italia confiscato alla camorra nel 2009 ed assegnato al Consorzio Sole nel 2009 dovrebbe diventare una casa di accoglienza per diversamente abili.
E sapete perchè il progetto Pon da 363.000 euro non va avanti, stoppato da due azioni di pignoramento, una da 41.000 euro e un’altra da appena 1.306 euro? Perchè l’Enel ha reclamato circa venti anni di bollette non pagate.
L’inutilizzo dei beni strappati alla delinquenza però non può essere spiegato solo con l’esistenza di pendenze ipotecarie.
Dietro ci sono piccole e grandi paure, collusioni, debolezze.
La dottoressa Rea ne ha di cose da raccontare: “Io sono stata a lungo in giro a vedere la situazione dei beni confiscati del napoletano e posso dire che i comuni molto spesso non hanno il coraggio di mettere le mani su beni la cui confisca rappresenta un evidente smacco per i clan ai quali sono stati sottratti. E parlo in particolare delle case dove hanno abitato i boss o dove continuano ad abitare i loro sodali. Si palesano così atteggiamenti di non scelta, chiamiamola così. Un esempio? In un comune dell’area vesuviana i funzionari dell’ufficio tecnico non riuscivano a trovare le chiavi della casa da aprire. E chissà  perchè non si trovava nemmeno un fabbro disponibile. Ma vorrei ricordare anche i casi in cui siamo riusciti a fare qualcosa di concreto e di utile, ci sono belle realtà  sul territorio che operano grazie ai beni confiscati”.
Ed allora eccone un piccolo catalogo, ovviamente incompleto.
A Portici in un appartamento nella centrale via Diaz, tolto al clan Vollaro, attraverso una procedura di evidenza pubblica è stata aperta una sede dell’Associazione Italia Celiachi.
A Castellammare di Stabia, in via Santa Caterina, un soppalco confiscato ai D’Alessandro, e assegnato al comune soltanto 15 anni dopo la confisca, è diventato grazie all’associazione Asharam un centro per immigrati in difficoltà  (e soltanto recentemente i ragazzi dell’associazione sono riusciti ad ottenere la conferma dei finanziamenti necessari per la prosecuzione dell’attività ).
A Portici, nella spettacolare Villa Fernandez, una volta appartenuta al clan Rea, è stato aperto un centro di assistenza per tossicodipendenti.
Forse l’intervento più bello e significativo è stato compiuto a Giugliano, nel Complesso Rea, esteso su 32.000 metri quadri.
Venne conferito al Consorzio Sole quando era ancora occupato da 32 nuclei familiari. E’ stato restituito alla collettività  “nonostante — sottolinea la Rea — l’atteggiamento poco collaborativo dell’amministrazione locale”.
Oggi si chiama “Parco Ammaturo“, in memoria del Dirigente della squadra mobile della Polizia di Stato assassinato dalle Brigate Rosse nel 1982.

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SEMPRE PIU’ ITALIANI NON CERCANO LAVORO: SFONDATA LA SOGLIA DEL MILIONE E MEZZO

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

SI TRATTA DEL LIVELLO PIU’ ALTO DAL 2004… NEL SUD OLTRE 1,1 MILIONI DI “SCORAGGIATI” (AL NORD 279.000, AL CENTRO   190.000)

In Italia gli scoraggiati, ovvero quelli che dichiarano di non essere alla ricerca di un lavoro perchè ritengono che non riusciranno a trovarlo, sfondano la soglia del milione e mezzo, raggiungendo nel terzo trimestre 2011 quota 1 milione 574 mila.
Si tratta del livello più alto da quando sono iniziate le serie storiche, ovvero dal 2004. E’ quanto emerge dai dati Istat, in base a confronti tendenziali.
Si tratta di un numero in crescita da tempo, spinto dalla crisi.
Basti pensare che nel terzo trimestre del 2004 gli scoraggiati superavano appena il milione.
Nel giro di sette anni si contano così oltre mezzo milione in più di persone che restano fuori dal mercato del lavoro perchè sfiduciate e convinte che trovare un’occupazione sia ormai una missione impossibile. Solo nel terzo trimestre del 2011, sempre facendo riferimento alla fascia d’età  compresa tra i 15 e i 64 anni, l’Istat registra un balzo annuo di 95 mila unità  (+6,5%).
Guardando alle differenze tra uomini e donne, il divario risulta molto accentuato: 1 milione e 31 mila donne contro 543 mila maschi. E ancora più marcati sono i gap a livello territoriale: nel Mezzogiorno ci sono 1 milione 105 mila scoraggiati, nel Nord 279 mila e nel Centro 190 mila.
Se poi si considerano quelli che dichiarano di non cercare lavoro perchè in attesa dell’esito di passate ricerche, allora alla cerchia si aggiungono 719 mila persone, un gruppo in forte crescita su base annua (+63 mila unità , +9,6%). Per un conto totale di 2 milioni 293 mila.

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SONDAGGIO DEMOS: EMERGE UN PAESE IN DECLINO MA DECISO A RIALZARSI, AFFIDANDOSI PIU’ AL PUBBLICO CHE AL PRIVATO

Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile

CROLLA LA FIDUCIA NEI POLITICI E NELL’EUROPA, SI SALVANO SOLO NAPOLITANO E LE FORZE ARMATE

Come sono cambiati gli atteggiamenti degli italiani verso lo Stato e le istituzioni?
Per rispondere possiamo utilizzare i dati dell’indagine di Demos, giunta alla 14a edizione.
Suggeriscono un’immagine nota, quanto consumata: il declino.
Oggi è considerato un “fatto” indiscutibile, sotto il profilo economico. Ma lo è anche sul piano del civismo e del rapporto con lo Stato e le istituzioni.
1) La fiducia nelle istituzioni e nelle organizzazioni sociali, infatti, scende in modo generalizzato, nell’ultimo anno, con poche eccezioni (fra cui la “scuola”, che però perde credito rispetto a dieci anni fa).
2) In particolare, colpisce il livello – davvero basso – raggiunto dai principali attori su cui si fonda la democrazia rappresentativa. Per primi, i partiti, a cui crede meno del 4% dei cittadini. Mentre la fiducia nel Parlamento viene espressa da circa il 9% degli intervistati. Oltre quattro punti meno di un anno fa.
3) Si tratta di una tendenza simile a quella che coinvolge – e travolge – gli organismi del sistema economico e finanziario. Per prime le banche, verso cui manifesta “stima” il 15% dei cittadini; 7 punti meno di un anno fa. Ma la metà  rispetto al 2001. Non molto più alta – intorno al 20% – risulta la considerazione verso le istituzioni economiche europee e internazionali: la Bce e il Fmi. Appare basso anche il grado di consenso verso le rappresentanze delle categorie socioeconomiche: associazioni imprenditoriali (24%) e sindacato. Soprattutto la Cisl e la Uil, ben sotto il 20%.
4) Il sistema politico e quello economico appaiono, dunque, privi di riferimenti credibili fra i cittadini. Perfino le istituzioni di garanzia mostrano segni di debolezza. La “Magistratura”, soprattutto, perde 8 punti di fiducia, nell’ultimo anno. Un altro segno della fine di un ciclo. Visto che il “consenso” verso i magistrati è sempre stato in stretta relazione con il “dissenso” verso Berlusconi.
5) Fra gli orientamenti che emergono da questa indagine, il più netto e appariscente è, forse, il crollo di fiducia nei confronti della Ue. Verso cui esprime (molta-moltissima) fiducia il 37% dei cittadini: oltre 13 punti meno di un anno fa, ma 16 rispetto al 2001. All’indomani dell’introduzione dell’euro. Quando la maggioranza assoluta degli italiani si diceva euro-convinta.
6) Ciò sottolinea la crisi di governabilità  di cui soffre la società  italiana. Che – da sempre – non crede nello Stato (di cui si fida meno del 30% dei cittadini), tanto meno nei partiti (quasi metà  degli italiani ritiene che non siano necessari alla democrazia) e, quindi, nel Parlamento (“presidiato” dai partiti). Ma oggi diffida – molto – anche dell’Unione Europea. Mentre, in passato, i due orientamenti procedevano in modo simmetrico. Perchè gli italiani compensavano la (e reagivano alla) sfiducia nello Stato e nel governo italiano con la fiducia nella Ue. E con una crescente identità  locale Ma la speranza nei governi locali e nel federalismo appare, anch’essa, molto raffreddata, rispetto al passato.
7) Alla Bussola pubblica degli italiani restano, così, pochi punti cardinali. Le “forze dell’ordine”, che riflettono il senso di insicurezza sociale. Oltre al Presidente della Repubblica, che è divenuto – negli ultimi dieci anni – il principale appiglio della domanda di identità  nazionale degli italiani. Un sentimento rafforzato, nel 2011, dalle celebrazioni del 150enario. In questa indagine, il Presidente conferma la credibilità  conquistata in questi anni. Ottiene, infatti, (molta-moltissima) fiducia da parte del 65% della popolazione. Eppure anch’egli arretra in misura sensibile rispetto al 2010: quasi 6 punti. Risente, probabilmente, dell’insoddisfazione sollevata presso alcuni settori sociali dalla manovra finanziaria del governo Monti. Un sentimento che si “scarica”, in qualche misura, anche sul Presidente. Percepito, a ragione, come il principale sostegno (politico) a favore del governo (tecnico). Tanto più di fronte alla debolezza che affligge i partiti e il Parlamento. Ma anche le organizzazioni di mobilitazione e di integrazione sociale.
8) D’altronde, anche la fiducia verso la più importante istituzione religiosa, la Chiesa, appare in sensibile calo. Oggi si attesta al 45%: 2 punti meno di un anno fa, ma 14 rispetto al 2001.
Tutto ciò ripropone l’immagine del “declino” che ha coinvolto i principali riferimenti istituzionali e dell’identità  sociale degli italiani. Non solo lo Stato, ma anche l’Europa, la Chiesa; e ancora, il mercato e le organizzazioni di rappresentanza. L’indice di fiducia complessivo nelle istituzioni politiche e di governo, dal 2005 ad oggi, è sceso infatti, dal 42% al 33%. Mentre, nello stesso periodo, la fiducia nelle istituzioni sociali ed economiche, nell’insieme, cala dal 35% al 26%.
Più che di declino, forse, converrebbe parlare di “recessione”.
9) Ciò marca una differenza profonda rispetto agli anni Novanta, quando la sfiducia nello Stato e nelle forme di partecipazione collettiva si accompagnò all’affermarsi del mito del mercato, del privato, dell’individuo, della concorrenza, dell’imprenditore. Oggi, al contrario, l’insoddisfazione verso i servizi privati è cresciuta molto più di quella verso i servizi pubblici. E la domanda di ridurre la presenza dello Stato nei servizi – scuola e sanità  – si è ridotta al punto di apparire ormai residuale. Mentre il grado di partecipazione sociale non è “declinato”, ma, negli ultimi anni, si è, anzi, allargato sensibilmente. In particolare, hanno conquistato ampio spazio le nuove forme di partecipazione sociale: il consumo critico, i movimenti di protesta, le mobilitazioni che si sviluppano, sempre più, attraverso la rete. Comportamenti particolarmente diffusi fra i giovani e fra gli studenti. I più colpiti dalla crisi, ma anche dalla sfiducia.
10) Da ciò l’immagine di una “società  senza Stato”, (come recita il titolo di un libretto pubblicato di recente dal “Mulino”). Che, però, ha paura di restare senza Stato. E reagisce. Seguendo molte diverse vie. E vie molto diverse. La “sfiducia” – ma anche la “protesta” e la mobilitazione. Emerge, nel complesso, una diffusa resistenza alla “privatizzazione” dei servizi, all’individualizzazione dei riferimenti di valore e degli stili di comportamento, all’affermarsi delle logiche finanziarie e di mercato in ogni sfera della vita: a livello pubblico e privato. Sfiducia politica e partecipazione, dunque, coesistono presso le componenti sociali più vulnerabili. I ceti periferici, ma soprattutto i giovani, che manifestano incertezza e paura verso il presente, oltre che verso il futuro. E reagiscono insieme. Non solo per cercare soluzioni e per cambiare le cose. Ma per superare la solitudine e la frustrazione che li affliggono La partecipazione e la protesta agiscono, quindi, come una sorta di terapia. Contro la sfiducia e contro l’isolamento.
Si delinea, così, una stagione incerta.
Un ciclo politico si è chiuso, dopo quasi vent’anni. Lasciandoci spaesati. Privi di riferimenti istituzionali e politici. Insoddisfatti del pubblico e delusi dal privato. Senza fiducia.
Ma quel che verrà  dopo non è chiaro – e un nuovo ciclo ancora non si vede. Tuttavia, la scelta di Monti di investire nel “civismo” – attraverso la centralità  “mediatica” attribuita alla lotta all’evasione fiscale – appare una risposta poco “tecnica” e, invece, molto “politica” al problema sollevato da questa indagine.
Restituire i cittadini allo Stato. Per restituire lo Stato ai cittadini.

Ilvo Diamanti
(da “la Repubblica”)

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COSENTINO E I LEGAMI CON I COLLETTI BIANCHI DELLA CAMORRA: ESCONO LE FOTO DELL’INCONTRO

Gennaio 9th, 2012 Riccardo Fucile

LA GIUNTA PER LE AUTORIZZAZIONI A PROCEDERE DELLA CAMERA DEVE ESPRIMERE IL PRROPRIO   VOTO SULLA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE ALL’ARRESTO DEL COORDINATORE CAMPANO EL PDL

La settimana che si apre dovrebbe essere decisiva per l’immediato futuro del coordinatore campano del Pdl Nicola Cosentino.
Martedì   la giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera esprimerà  il proprio voto sulla richiesta di autorizzazione all’arresto inoltrata dal giudice delle indagini preliminari di Napoli Egle Pilla che nello scorso mese di dicembre ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del deputato, accogliendo la richiesta della Procura antimafia di Napoli che indaga sul riciclaggio, attraverso attività  imprenditoriali, dei capitali appartenenti ai clan camorristici di Casal di Principe.
Riciclaggio che, secondo le ipotesi dell’accusa, Cosentino avrebbe favorito quando ancora ricopriva l’incarico di sottosegretario all’Economia con delega al Cipe nel governo Berlusconi, facendo pressioni sui funzionari dell’Unicredit affinchè sbloccassero la pratica relativa a un prestito di cinque milioni e mezzo di euro in favore dell’imprenditore Nicola Di Caterino, cugino di due potenti capiclan come i fratelli Giuseppe e Massimo Russo.
L’ingente cifra, che sarebbe dovuta servire per realizzare un centro commerciale nella zona di Casal di Principe, era stata chiesta da Di Caterino presentando una falsa fideiussione, e la pratica si era quindi arenata.
Ma grazie all’intervento di Cosentino – sostiene la Procura con argomentazioni ritenute convincenti dal gip – la questione fu rapidamente sbloccata, anche se poi il centro commerciale (per il quale l’impresa di Di Caterino avrebbe ottenuto le necessarie licenze pur in violazione delle norme edilizie, sempre grazie alle pressioni di Cosentino sui responsabili dell’ufficio tecnico comunale) non fu mai realizzato.
La Procura antimafia ritiene l’incontro tra il parlamentare di Casal di Principe e i funzionari di Unicredit fondamentale per stabilire il legame tra Cosentino e i colletti bianchi della camorra casalese.
Perciò quel 7 febbraio del 2007 davanti agli uffici della banca in via Po a Roma c’erano anche gli investigatori della Dia, che raccolsero il materiale fotografico riportato in esclusiva da Corriere.it.
Insieme a Cosentino si riconosce perfettamente il presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro, anch’egli parlamentare del Pdl, e anch’egli indagato dalla Dda, che però non ha chiesto nei suoi confronti alcun provvedimento cautelare.
Per Cosentino, invece, quella su cui la giunta voterà  martedì (e che dovrebbe andare in Aula l’11 o il 12) è la seconda richiesta d’arresto, dopo quella, mai concessa, per concorso esterno in associazione camorristica, reato per il quale il deputato è attualmente sotto processo davanti al tribunale di Santa Maria Capua Vetere.
Quando il 21 dicembre scorso la giunta per le autorizzazioni a procedere si spaccò tra chi voleva votare subito e chi puntava alla riunione di martedì, la Lega appoggiò i vecchi alleati del Pdl facendo prevalere l’opzione del rinvio.
I suoi due rappresentanti, i deputati Paolini e Follegot, dissero di aver agito «secondo buonsenso» perchè preferivano avere «più tempo per leggere le carte appena arrivate in giunta».
Ora, per decidere, hanno a disposizione anche le foto, e non solo quelle: alla Camera è stata depositata anche la recentissima ordinanza del tribunale del riesame di Napoli che ha respinto il ricorso di Cosentino contro l’ordinanza di arresto, dando quindi un’ulteriore conferma alla validità  di quel provvedimento sul quale ora l’ultima parola tocca alla politica.

Amalia De Simone e Fulvio Bufi
(da “Il Corriere della Sera“)

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FONDI PUBBLICI ALLA LEGA FINITI IN TANZANIA, IL MARONIANO SALVINI ATTACCA BELSITO: “SPERO CI SIA UNA SPIEGAZIONE A TUTTO QUESTO, PER RISPETTO DEI MILITANTI”

Gennaio 9th, 2012 Riccardo Fucile

IL LEGHISTA SALVINI: “CI SONO SEZIONI CHE NON HANNO I SOLDI PER PAGARE L’AFFITTO, IL GIORNALE ‘LA PADANIA’ STA PER CHIUDERE E MANDIAMO SOLDI IN TANZANIA?”

Dal Regno dei fiordi all’isola di Afrodite, con un ultimo passaggio in Africa Orientale. È il percorso dei milioni di euro appena investiti dalla Lega e minuziosamente documentato da Giovanni Mari sul Secolo XIX .
Secondo la sua ricostruzione, il segretario amministrativo federale – Francesco Belsito, tesoriere del Carroccio ed ex sottosegretario alla Semplificazione nell’ultimo governo Berlusconi – alla fine del 2011 ha messo in moto una considerevole serie di operazioni finanziarie coordinate da Banca Aletti, il sistema di private e investment banking del Banco popolare.
Ecco il giro dei soldi: il 14 dicembre «un investimento in 7,7 milioni di corone norvegesi (poco più di un milione di euro) vincolato per 6 mesi a un interesse del 3,5%»; il 28 dicembre «1,2 milioni di euro per l’acquisto di quote del fondo Krispa Enterprise ltd » di base a Larnaca, nell’isola di Cipro, e infine il 30 dicembre «il collocamento di 4,5 milioni di euro in Tanzania.
È l’ultimo spostamento dell’anno e, nei fatti, svuota una delle dotazioni consegnate a Banca Aletti da Belsito per conto della Lega Nord».
Totale: quasi 8 milioni di euro in una decina di giorni, se si aggiungono anche i movimenti-base di 700.000 euro trasferiti ad altri conti del partito, di 450.000 euro emessi in assegni circolari e di 50.000 euro ritirati in contanti direttamente da Belsito. L’operazione in Tanzania, inoltre – specifica Il Secolo XIX – «coinvolge il consulente finanziario Stefano Bonet, coinvolto in un rocambolesco fallimento societario nel 2010 e in affari con l’ex ministro “meteora” Aldo Brancher».
Il tesoriere del Carroccio – che come sanno tutti i lumbard è figura con un enorme autonomia decisionale e, di fatto, rende conto solo al grande capo Umberto Bossi – ha risposto con fastidio alle domande del quotidiano ligure: «Queste informazioni sono una grave violazione della privacy e delle regole bancarie». E però non si è sottratto all’intervista, spiegando che i soldi investiti arrivano dal finanziamento pubblico – «rimborsi elettorali» – che personalmente non conosce l’entità  delle operazioni perchè «noi ci affidiamo a banche e promotori di cui ci fidiamo» e che i contanti prelevati sono serviti a rimborsare «spese per i nostri collaboratori».
Il problema è che la girandola di milioni ha a dir poco stupito i vertici del Carroccio: persino i notabili di primissimo piano non sapevano nulla delle destinazioni finali di quei soldi e qualche imbarazzo in via Bellerio c’è.
Uno sbalordito Matteo Salvini parla a nome dei padani, preoccupandosi del bene della Lega e del nord: «Ci sono diverse sezioni che chiedono 100 euro ai militanti per pagare l’affitto a fine mese. La Padania , il nostro quotidiano, versa in difficoltà  economiche che tutti conoscono. E poi leggiamo della Tanzania… Spero, per rispetto dei militanti, che ci sarà  una spiegazione per ogni quattrino speso».

Elsa Muschella
(da “Il Corriere dela Sera“)

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LA BEFANA DI TEODORO BONTEMPO: IN GIRO CON LA FAMIGLIA IN AUTO BLU

Gennaio 9th, 2012 Riccardo Fucile

L’ESPONENTE DE “LA DESTRA” VIAGGIA DA MONTECOMPATRI A PERUGIA CON MOGLIE, FIGLIA E AUTISTA DELLA REGIONE…CERCA DI GIUSTIFICARSI: “DEVO VEDERE DELLE PERSONE PER LAVORO”

Il regolamento della regione Lazio parla chiaro: “E’ vietato trasportare sui mezzi persone estranee all’amministrazione regionale”.
In questi giorni di feste, l’assessore per la Casa della Regione Lazio Teodoro Buontempo ha deciso di passare il giorno della Befana anche con la famiglia.
Così venerdì 6 gennaio è partito per Perugia dal paese dove risiede a sud di Roma, Montecompatri, con la moglie, la figlia e l’autista che la Regione gli mette a disposizione per il suo ruolo istituzionale.
Il problema è che di istituzionale nella trasferta in auto blu a spese dei contribuenti sembrava ci fosse ben poco, e infatti si trincera dietro un generico: “devo vedere delle persone con le quali devo parlare di lavoro”.
Chi fossero le persone però non ce l’ha detto, nè ci ha consentito di documentare i suoi incontri. Poco prima delle 17 ci richiama al cellulare informandoci che si trova fuori la sede della Regione — chiusa per le feste — in compagnia del consigliere regionale Pdl Rocco Valentino.
I due si conoscono da una vita, visto che il consigliere umbro in passato ha fatto parte del comitato centrale del Movimento sociale in cui per anni ha militato Buontempo.
Dopo una mezz’oretta il solerte assessore ci chiama nuovamente per ulteriori aggiornamenti.
Sta ripartendo con l’autista della Regione in direzione di Roma perchè l’altro appuntamento non è andato bene.
Più che di incontri istituzionali o di rappresentanza, ci sono parsi appuntamenti improvvisati al solo scopo di giustificare il viaggio di famiglia con auto blu e autista nel giorno della befana.
Abruzzese di nascita, Teodoro Buontempo è stato quattro volte deputato della Repubblica e dopo esser confluito dal Msi i in Alleanza Nazionale ne fuoriesce nel 2007 per partecipare alla fondazione de La Destra di Francesco Storace.
Nel 2010 dopo la vittoria della Polverini all’elezioni regionali, Buontempo è stato nominato assessore alla Casa e alla tutela Consumatori nella giunta regionale del Lazio, diventando uno dei 14 assessori esterni della giunta Polverini, cioè quelli non eletti ma nominati direttamente dalla Presidente.
Mentre in questi giorni in parlamento si discute sui compensi della politica, a Natale nella regione Lazio è arrivato un dono inaspettato: nella finanziaria approvata dal consiglio regionale è stato esteso il vitalizio anche agli assessori esterni, come Buontempo.
“Pensioni” che fino a ieri non sarebbero spettate a chi non è stato eletto ma solo nominato. Considerando che 14 su 15 non sono eletti, sembra proprio una norma confezionata su misura.

Luca Chianca e Francesca Mannocchi
(da “Il Corriere della Sera“)

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I SOLDI DELLA LEGA PRENDONO LA STRADA DELLA TANZANIA: SPEDITI ALL’ESTERO SETTE MILIONI DI EURO DI RIMBORSI ELETTORALI

Gennaio 9th, 2012 Riccardo Fucile

PIU’ CHE UN PARTITO, LA LEGA DEL “CERCHIO MAGICO” SEMBRA UNA FINANZIARIA: IL TESORIERE BELSITO INVESTE 1 MILIONE DI EURO IN CORONE NORVEGESI, 1,2 MILIONI DI EURO IN FONDI DI INVESTIMENTO CIPRIOTI E 4,5 MILIONI DI EURO IN FONDI DELLA TANZANIA

La Lega Nord investe. Gestisce milioni di euro e compra quote di fondi, titoli di Stato, valuta straniera.
Nell’ultima settimana di dicembre, tra il 23 e il 30, da un solo conto bancario, sono partiti una decina di milioni, almeno sette verso l’estero.
La fetta più grossa è stata stanziata per un fondo basato in Tanzania da 4,5 milioni.
Quindi 1,2 milioni per un altro fondo a Cipro e poco più di un milione di euro investiti in corone norvegesi.
In tutti i casi si tratta dei quattrini di finanziamento pubblico dello Stato incassati dal Carroccio come “rimborsi elettorale”.
È un movimento vorticoso di denaro quello che gestisce il segretario amministrativo federale Francesco Belsito, appena sceso dalla poltrona di sottosegretario alla Semplificazione.
Il respiro delle operazioni è nazionale, ma la centrale operativa è Genova, dove Belsito vive.
E tutto ruota attorno al Banco popolare.
I movimenti-base sono gestiti attraverso diversi conti correnti ordinari nelle varie filiali; i movimenti straordinari sono invece coordinati da Banca Aletti, il capillare sistema di private e investment banking dello stesso Banco popolare.
I movimenti-base sono vistosi spostamenti, in entrata e in uscita: nell’ultimo semestre dai soli conti liguri sono stati trasferiti almeno 700 mila euro ad altri conti della Lega Nord, sono stati emessi almeno 450 mila euro in assegni circolari e lo stesso Belsito ha ritirato in contanti almeno 50 mila euro.
Più sostanzioso il programma di investimenti gestito per la Lega Nord attraverso Banca Aletti tra Natale e Capodanno.
Anzi, gli spostamenti di massa di denaro sono cominciati a metà  del mese scorso: un investimento in 7,7 milioni di corone norvegesi (poco più di un milione di euro) vincolato per sei mesi a un interesse del 3,5%.
Il fatto curioso, che emerge immediato, è che in quegli stessi giorni investire in Bot o Btp era più conveniente.
Chissà  come mai si è preferito investire dove si pagano interessi inferiori.
Più burrascosi almeno altri due movimenti su estero.
Il primo, in ordine di tempo, porta a Cipro: 1,2 milioni di euro dalla Lega Nord per l’acquisto di quote del fondo “Krispa Enterprise ltd”.
Il fondo è basato a Larnaca, città  turistica della costa meridionale, vicina al confine con Cipro Nord.
Più coraggioso, senza dubbi, il collocamento dei 4,5 milioni di euro per un’operazione in Tanzania.
È l’ultimo spostamento dell’anno appena trascorso e, nei fatti, svuota una delle dotazioni consegnate a Banca Aletti da Belsito per conto della Lega Nord: quasi otto milioni in una decina di giorni.
L’operazione in purchase investment sui fondi africani coinvolge il consulente finanziario Stefano Bonet, coinvolto in un rocambolesco fallimento societario nel 2010 e in affari con l’ex ministro “meteora” dell’ultimo governo Berlusconi, Aldo Brancher (si dimise dopo 17 giorni perchè indagato sulle scalate ad Antonveneta).

Giovanni Mari
(da “Il Secolo XIX”)

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IMPRESE PRIVATE STROZZATE DALLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: ASPETTANO PAGAMENTI PER 70 MILIARDI

Gennaio 9th, 2012 Riccardo Fucile

QUESTA LA CIFRA DEL DEBITO CHE LO STATO HA VERSO LE AZIENDE PRIVATE…LA COMMISSIONE EUROPEA HA PROPOSTO UNA NORMA CHE IMPONGA IL PAGAMENTO DELLE FATTURE ENTRO 30 GIORNI, ORA SONO 180… IN GRAN BRETAGNA LO STATO PAGA ENTRO 10 GIORNI

Altro che pagamenti in Bot o Btp, il gioco delle tre carte sui circa 70 miliardi di euro di debiti della pubblica amministrazione verso le imprese private si aggira come una mina vagante sulla credibilità  dell’Italia auspicata dal governo Monti.
E non solo a causa della spirale mortale innescata sul sistema imprenditoriale del Paese.
Da un lato, infatti, per gli addetti ai lavori le analisi periodiche della Cgia Mestre di Giuseppe Bortolussi e le cronache specializzate come quelle di Oipa Magazine sono diventate dei bollettini di guerra con i primi paradossali suicidi non più per debiti, ma per i crediti non riscossi.
Dall’altro lato c’è quello che non viene detto in modo molto chiaro, benchè sia chiaro a molti. E cioè che se venisse sbloccato senza un escamotage contabile ad hoc, l’enorme mole di debito commerciale contratto dal pubblico — che in termini di valore rappresenta circa il doppio della manovra salva-Italia — andrebbe a pesare sul conteggio finale del debito pubblico cosa che oggi, in base agli stessi trattati Ue, non accade.
In quest’ottica è chiaro quindi che l’ipotesi di effettuare i pagamenti in titoli di Stato ventilata dal ministro Passera a fine novembre, sulla quale per altro è calato il silenzio, non sarebbe affatto risolutiva.
Non solo per le imprese (il 49 % piccole e medie) che si troverebbero comunque in mano carta o da piazzare non senza difficoltà  e perdendo gli interessi, oppure da mettere nel cassetto fino a scadenza senza risolvere il problema liquidità . Certo, meglio Bot e Btp, che niente.
Resta sempre il fatto che la conversione dei crediti in titoli di Stato avrebbe un effetto letale sulla posizione debitoria del Paese con un ulteriore rialzo degli spread in caso di immediata liquidazione da parte dei creditori, tanto che la proposta suona più come una trovata di breve respiro da banchiere che non come una strategia da statista.
Tanto più che della vischiosità  della situazione è ben consapevole il nuovo come il vecchio governo.
Il ministro per i rapporti con il Parlamento Piero Giarda, che ha anche aperto a un ammorbidimento del patto di stabilità  interno, è stato tra i più chiari nell’ammetterlo dichiarando al Corriere Veneto il 22 dicembre che “ci sono diversi problemi. Per esempio, se le pubbliche amministrazioni cominciassero a pagare, i pagamenti confluirebbero nella spesa e la spesa confluirebbe nel deficit dell’Italia”.
Non ne sa meno il Senato, che nella Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza di settembre ha potuto leggere come “l’accelerazione dei pagamenti implicherebbe un impatto diverso sugli indicatori di finanza pubblica”.
Il documento si soffermava poi implicitamente sull’altro problema lamentato a ragione dalle imprese: la mancata certificazione del credito (sfuggita all’ultimo dal decreto anti-crisi di settembre) che rende ardua la cessione dello stesso alle banche.
Anche concedendo ai creditori la possibilità  di accedere allo sconto bancario, infatti, si manifesterebbe “l’emersione di un maggior debito”.
Stesso ragionamento, complicato dalla burocrazia, va verosimilmente applicato alla conversione dei debiti in crediti d’imposta.
Anche se sembra questo il tasto su cui il governo intende battere, dato che almeno ha allungato alle imprese i tempi di pagamento delle cartelle esattoriali.
Ma la soluzione definitiva resta comunque un vero e proprio rompicapo che con la crisi sta stringendo il credito alle aziende già  messe alla corda dai crescenti ritardi dei pagamenti pubblici: 180 giorni secondo l’Ue (52 giorni in più dal 2009) contro i 10 del Regno Unito, 14 della Finlandia, 15 dell’Irlanda e 30 di Lussemburgo e Svezia.
E con differenze marcate per settore e regione.
Per esempio secondo uno studio della Cgia di Mestre sui 40 miliardi di mancati pagamenti cumulati dalle Asl, il 70 % sarebbe concentrato al Sud dove la maglia nera va alla Calabria (925 giorni) e la palma d’oro al Trentino (92 giorni) per una media del settore di 299 giorni. Poco risolutiva in questo senso, benchè benvenuta perchè almeno servirebbe da spartiacque tra passato e futuro, la direttiva comunitaria che impone al pubblico (sanità  esclusa) i pagamenti entro 30 giorni con interessi salati sui ritardi e da recepire entro marzo 2013.
La stessa Commissione ha proposto di anticiparla al 2012 per sostenere l’economia nei Paesi membri.
E ha istituito un gruppo di esperti nazionali per discuterne le questioni.
Primo appuntamento il 3 febbraio. Nel frattempo alle imprese non rimane che vegliare sulla gestazione della cosiddetta fase due.
Non senza notare che ormai gli appalti pubblici stanno diventando un affare solo per chi non ha bisogno di pagamenti a breve.
E cioè che ha ottenuto capitali freschi per vie traverse.

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