Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile
UN’INDAGINE RIVELA COME IL RECLUTAMENTO PER VIA INFORMALE SIA LA MODALITA’ PREFERITA DALLE AZIENDE PER ASSUMERE, PIU’ DELLE CONSULENZE SPECIALIZZATE E DEL LAVORO IN AFFITTO
Le imprese per assumere preferiscono affidarsi a conoscenze personali piuttosto che a
curriculum, società di lavoro interinale o centri per l’impiego.
E’ quanto emerge dall’ultima indagine Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, che rileva come nel 2010 oltre sei imprese su dieci per la selezione del personale abbiano fatto ricorso al cosiddetto canale informale, “conoscenza diretta in primo luogo e segnalazioni personali”, attraverso conoscenti o fornitori.
I dati.
Soprattutto, fa notare l’indagine Excelsior, rispetto all’anno precedente l’utilizzo del canale informale ha registrato un forte aumento, passando al 61,1% dal 49,7% del 2009.
“Il clima economico ancora incerto spinge evidentemente le imprese alla massima cautela nella selezione di nuovi candidati: la conoscenza diretta, magari avvenuta nell’ambito di un precedente periodo di lavoro o di stage, e il rapporto di fiducia da essa scaturito diventano quindi premianti ai fini dell’assunzione”, spiega il rapporto.
Banche dati interne.
Nel 2010 è anche cresciuto il ricorso da parte delle imprese a strumenti interni, ovvero alle banche dati costruite dalle stesse aziende sulla base dei curriculum raccolti nel tempo (al 24,6% dal 21,5%), ma la quota resta limitata a poco più di due imprese su dieci.
Perdono invece terreno le modalità di reclutamento “tradizionali” (annunci su quotidiani e riviste specializzate), preferite solo nel 2,3% dei casi.
Sono pochissime e in diminuzione anche le aziende che utilizzano intermediatori istituzionali, come società di lavoro interinale, di selezione (5,7%) e quelle che si affidano a operatori istituzionali, ovvero ai centri per l’impiego (2,9%).
Le dimensioni contano.
Ma se si guarda alla dimensione d’impresa il quadro cambia, dopo i 50 dipendenti le aziende iniziano a fare più affidamento sulle loro banche dati interne, a basarsi sulla “carta”, ovvero sui curriculum.
Ecco che, quindi, al crescere della dimensione d’impresa il rapporto diretto del candidato con il datore di lavoro o tramite conoscenti perde importanza.
Basti pensare che nelle realtà con più di 500 dipendenti il ricorso al canale informale scende al 10,2%, mentre l’utilizzo di strumenti interni sale al 48,9%.
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Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile
IRONIA SUL PADAGNO DOPO LE SUE USCITE SUL CAPODANNO DI MONTI: “LEI E’ NOTO PER AVER REGALATO ALL’ITALIA IL PORCELLUM, NOI CONTRACCAMBIAMO, SPERANDO NON LE VADA DI TRAVERSO DOPO LA BRUTTA FIGURA CON MONTI”
”Caro Calderoli, Lei è noto per aver regalato all’Italia il famigerato ‘Porcellum’, noi contraccambiamo con un po’ di cotechino e lenticchie avanzate dal cenone di fine anno. Non sono quelle di Palazzo Chigi, purtroppo: siamo in periodo di crisi e dobbiamo risparmiare. Speriamo non le vadano di traverso, specie dopo la nota di ieri sera del Presidente del Consiglio. Saluti”.
I giovani di Futuro e libertà ironizzano sullo scambio di messaggi avvenuto ieri tra il premier Mario Monti e l’ex ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli sul cenone di Capodanno, del presidente del Consiglio, che, a detta del deputato leghista sarebbe stato inopportuno perchè tenuto a Palazzo Chigi.
La lettera è stata recapitata questa mattina a Calderoli, direttamente al parlamento della Padania, insieme a una confezione di cotechino e lenticchie.
Insomma, il cenone di capodanno della famiglia Monti a Palazzo Chigi continua a far discutere. L’ex ministro leghista Roberto Calderoli ha accusato infatti il premier di aver speso soldi degli italiani per festeggiare l’arrivo del 2012. “Corrisponde alla verità la notizia secondo cui la notte dell’ultimo dell’anno si siano tenuti dei festeggiamenti presso la Presidenza del Consiglio?”, ha scritto Calderoli chiedendo chiarimenti su “chi abbia sostenuto gli oneri della serata”. Perchè, “se il premier ha utilizzato un Palazzo istituzionale e il personale per una festa privata — è la conclusione dell’ex ministro — dovrebbe rassegnare immediatamente le dimissioni”.
Monti però non ha rinunciato a rispondere e non senza un tocco di humor ha così replicato. Festa? Si è trattato di “una semplice cena di natura privata, dalle ore 20.00 del 31 dicembre 2011 alle ore 00.15”.
La nota della presidenza è dettagliatissima: “Hanno partecipato — si legge — Mario Monti e la moglie, a titolo di residenti pro tempore nell’appartamento, nonchè, quali invitati, la figlia e il figlio, con i rispettivi coniugi, una sorella della signora Monti con il coniuge, quattro bambini, nipoti dei coniugi Monti, di età compresa tra un anno e mezzo e i sei anni”. “Tutti gli invitati alla cena risiedevano all’Hotel Nazionale — prosegue la nota di Palazzo Chigi — ovviamente a loro spese”.
E i costi della cena? “Gli acquisti sono stati effettuati dalla signora Monti a proprie spese presso alcuni negozi siti in Piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo (cotechino e lenticchie)”. E per fugare ogni dubbio c’è anche un piccolo affresco di vita familiare del premier: “La cena è stata preparata e servita in tavola dalla signora Monti”.
Infine una precisazione non senza malizia: “Il presidente Monti — si legge — non si sente tuttavia di escludere che, in relazione al numero relativamente elevato degli invitati (10 ospiti), possano esservi stati per l’Amministrazione di Palazzo Chigi oneri lievemente superiori a quelli abituali per quanto riguarda il consumo di energia elettrica, gas e acqua corrente”.
La nota sottolinea che “il presidente Monti evita accuratamente di utilizzare mezzi dello Stato se non per ragioni strettamente legate all’esercizio delle sue funzioni. Pertanto, il Presidente per raggiungere il proprio domicilio a Milano — conclude — utilizza il treno”.
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Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile
ASSOCIAZIONI DEI CONSUMATORI FAVOREVOLI ALLE NUOVE REGOLE PREVISTE DAL DECRETO SALVAITALIA, MA C’E’ IL NO DI CONFCOMMERCIO E CONFESERCENTI…. E ANCHE MOLTI ENTI LOCALI SONO PRONTI AD OPPORSI CON UN RICORSO ALLA CONSULTA
Liberi di alzare e abbassare le saracinesche a qualsiasi ora, domeniche e festivi inclusi. Da
oggi possono farlo i titolari di bar, negozi e ristoranti di tutta Italia: a loro va il potere di scegliere autonomamente come e quando lavorare.
Le associazioni dei consumatori salutano la novità con entusiasmo. Ma le norme sulla liberalizzazione degli orari – previste dal decreto salva-Italia – hanno scatenato anche un mix di perplessità e critiche.
A guidare il fronte del no sono i commercianti, mentre gli enti locali si dividono.
La polemica è stata particolarmente forte a Roma, dove il Comune ha diramato persino una circolare al comando di polizia municipale e ai municipi per ricordare l’entrata in vigore della legge.
Ben più cauto e dubbioso il Comune di Milano, che resta in standby.
Attende, infatti, un pronunciamento scritto della Regione Lombardia.
La competenza in materia infatti spetta alle Regioni, che potrebbero fare muro contro la scelta del governo presentando ricorso alla corte costituzionale.
Hanno tre mesi per decidere.
E la Regione Toscana ha già deciso: lo farà .
“Per gli organi regionali non è prevista la possibilità di recepire o meno la legge. E’ arrivata senza consultazione o accordo ma è di fatto in vigore su tutto il territorio nazionale”, spiega Luigi Taranto, segretario generale Confcommercio.
“A nostro avviso, si tratta di una forzatura”.
Un deciso “no”, quindi, è quello espresso dall’associazione di categoria.
“Siamo contro la scelta del governo – continua – sia per ragioni di metodo che di merito. Si pigia ancora una volta il pedale dell’acceleratore sul commercio mentre gli altri processi di liberalizzazione, come quello delle professioni o del trasporto ferroviario, restano al palo. Riteniamo che ci siano già regole vigenti a garanzia dei servizi perfettamente in linea con l’Ue. Inoltre, la scelta di totale deregolamentazione degli orari nei giorni festivi, domenicali e infrasettimanali è davvero insostenibile per le piccole imprese e troppo costosa per le grandi”.
La preoccupazione per una concorrenza a suon di orario di apertura e chiusura, con ricavi che potrebbero rivelarsi modesti, è condivisa dall’altra associazione di categoria:
“Non è questo il modo per far aumentare i consumi – ha detto Giuseppe Dell’Aquila, dell’ufficio legale di Confesercenti.
“Al massimo si indirizzano tutti nel week end. A trarre vantaggio da questa legge saranno solo le reti della grande distribuzione, pagheranno i piccoli esercizi che pian piano saranno costretti a chiudere di fronte all’ennesima difficoltà . I centri storici quindi si spopoleranno e di conseguenza le fasce più deboli della popolazione, come anziani e disabili, saranno daneggiate: per fare i loro acquisti dovranno spostarsi nei grandi centri commerciali”.
E in campo c’è già un’azione: “Stiamo scrivendo una lettera alle Regioni per spingerle ad un’opposizione decisa”.
Il mondo della politica, invece, si divide.
Sul fronte del sì – oltre al Comune di Roma – c’è il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris.
Nello schieramento dei contrari, oltre alla Regione Toscana, anche gli assessori al commercio del Comune di Torino e della Regione Piemonte, che parlano di provvedimento inutile.
Tra i consumatori, invece, tutti d’accordo: “Il nostro è un assoluto “sì” alla legge – ha dichiarato Paolo Martinello, presidente nazionale Altroconsumo – la possibilità per il cittadino di non avere vincoli d’orario per gli acquisti è un vantaggio enorme. Pensate a chi lavora ed ha poco tempo. E fare la spesa con più calma significa anche avere modo di scegliere e confrontare i prodotti. In questo modo, si favorisce anche l’acquisto di qualità . E, con la maggiore concorrenza che ne deriverà , i prezzi potrebbero diminuire.
Federconsumatori, invece, sebbene porti alta la bandiera della liberalizzazione, suggerisce una regolamentazione locale tra commercianti: una “turnazione intelligente” degli esercizi di un quartiere seguendo lo slogan “Mai tutti aperti, mai tutti chiusi”.
Francesco Avallone, vice presidente di Federconsumatori: “E’ un modo per riqualificare e far rivivere il quartiere, andare incontro alle esigenze dei consumatori ma anche al diritto al riposo dei commercianti oltre che alle difficoltà che avrebbero nell’integrare personale per garantire più ore di servizio”.
Il rappresentante dei consumatori mette in guardia:”Occorre fare attenzione ad un fenomeno che potrebbe aumentare: quello del lavoro nero. Pur di tenere aperto l’esercizio commerciale e tener testa alla concorrenza si potrebbe arrivare anche a questo”.
Laura Bonasera
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Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile
AL MOMENTO SU 15 GIUDICI SOLO 6 SONO FAVOREVOLI E 5 CONTRARI… I TIMORI DELLA CORTE SI CONCENTRANO SUL PERICOLO CHE SI CREI UN VUOTO NORMATIVO SE PASSANO I QUESITI….MERCOLEDI’ LA DECISIONE
Il commento più esplicito: “Questa volta è un casino…”. Quello più elegante: “Ammettiamolo, non è una passeggiata”. Quello più problematico: “Ci troviamo di fronte a una questione che tutto è, fuorchè banale”. Il più realistico: “La decisione non è affatto scontata”. Proprio così.
A una settimana dalla seduta della Consulta sui due quesiti che chiedono di abrogare la legge elettorale Calderoli del 2005 – meglio nota come Porcellum – la partita è apertissima.
Sei giudici per il sì, cinque per il no, ben quattro incerti.
Ma si deve pur dar conto dello scetticismo generalizzato su un possibile esito positivo. Per le ragioni che un’alta toga sintetizza così: “Tutta la giurisprudenza della Corte è sempre andata in un’unica direzione: non decidere in modo da lasciarsi alle spalle un vuoto normativo. In materia elettorale poi, la questione già di per sè delicata, diventa delicatissima. In Italia le leggi elettorali sono costituzionalmente protette, il Paese non può restarne senza. Si potrebbe votare domani, e una legge dev’esserci”.
Questa è la paura che si respira alla Corte, aggravata da un’ulteriore riflessione: “Mai come adesso, con un governo tecnico a palazzo Chigi e in un quadro d’incertezza politica, bisogna essere attenti a rivoluzionare i paletti giuridici”. È questo che rischia di sconfiggere chi sostiene il referendum. Il comitato promotore con a capo il costituzionalista Andrea Morrone, chi ha raccolto1.210.466 firme, da Di Pietro a Vendola, a Segni, a una consistente parte del Pd, agli oltre cento giuristi che hanno sottoscritto la piena ammissibilità .
Per dirla con un’altra fonte della Corte: “Sentiamo la pressione della gente, schierata contro norme che tagliano fuori la scelta popolare. Ma la Corte dev’essere molto attenta a stabilire un principio che varrà per tutte le decisioni future”.
Tra le 15 alte toghe che hanno ricevuto via mail la ricca documentazione del relatore Sabino Cassese, c’è anche Sergio Mattarella, un passato di spicco nella Dc e poi nel centrosinistra, padre del Mattarellum, la legge del ’93 che i referendari vorrebbero resuscitare.
Una coincidenza, visto che solo il 5 ottobre il Parlamento lo ha mandato alla Corte.
Lui, riservato come sempre, non parla.
Ma i boatos dicono che non si farà da parte, come pure qualcuno, tra i nemici del referendum, aveva sussurrato.
L’astensione alla Consulta è solo un savoir faire, stavolta negativa perchè l’ex ministro potrà mettere la sua decennale esperienza parlamentare al servizio della decisione.
Che ruota intorno a un interrogativo: se una legge, cancellata da una successiva, può tornare a “rivivere” e ridiventare operativa.
Alla Corte, e tra i più insigni giuristi, la parola usata è “riviviscenza”. Come scrive Alessandro Pace – il costituzionalista che l’11 gennaio difenderà le ragioni del secondo quesito referendario – la questione è se la Mattarella possa “riespandersi”.
Lui è convinto di sì, e lo ha argomentato nella memoria di 19 cartelle che ieri ha depositato alla Corte.
Due giorni prima, in 38 pagine, altrettanto ha fatto un altro costituzionalista di grido, Federico Sorrentino, per sostenere le ragioni del primo referendum.
Il primo cancella d’un colpo tutta la legge, il secondo elimina i cosiddetti “alinea”, le frasi che servivano per abrogare il Mattarellum e che, se soppresse, lo farebbero rivivere.
Ma bisogna prestare orecchio ai tam tam della Corte per rendersi conto che mai decisione fu più tormentata di questa.
Ecco i dubbi nelle parole di un giudice: “La Corte non sta decidendo se il Porcellum è, o non è, una buona legge, e molti di noi sono convinti che non lo sia.
Qui la questione è se i quesiti sono ammissibili o no.
Se dovessimo ipotizzare che uno dei due lo è, faremmo fare alla Corte una virata di 360 gradi rispetto alla sua precedente giurisprudenza, che esclude la riviviscenza delle norme abrogate.
Appena l’anno scorso, con la sentenza 24 sui servizi pubblici locali, lo abbiamo ribadito. Se decidessimo l’opposto, dovremmo fare lo stesso per qualsiasi caso futuro”.
Senza una legge c’è un “buco” normativo.
Questo fa dire all’ex presidente della Consulta Valerio Onida l’opposto di quello che molti pensano: “Proprio per non lasciare un vuoto la Corte fa rivivere la legge precedente”.
Per evitare che il Paese resti senza norme elettorali. Buone o cattive che siano.
C’è però una terza via, ipotizzata dal costituzionalista Alessandro Pizzorusso: la Corte solleva davanti a se stessa l’incostituzionalità del Porcellum visto che i rilievi critici non sono mancati.
E tutto sarebbe rinviato al futuro.
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Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile
E’ IL TERZO AUMENTO IN UN ANNO
L’aumento del prezzo dei carburanti è di gran lunga l’aspetto più immediato e percepibile
dell’intervento del governo Monti nei trasporti, anche se bisogna certo dare un po’ più di tempo per esprimere delle politiche organiche per il settore.
Ma alcune dichiarazioni e azioni fatte finora non consentono molto ottimismo.
L’aumento delle tasse, già altissime, sulla benzina e il gasolio (il terzo aumento nell’anno!) appare un intervento con un forte e sicuro impatto inflazionistico (colpisce tutti i prezzi), e non equo.
Una delle motivazioni dell’aumento è quella di trovare risorse per i sussidi ai trasporti locali.
Ma non si può ignorare che abbiamo le più basse tariffe europee per questi servizi, che per di più sono prodotti in regime di monopolio, e quindi con poca efficienza.
Alti costi di produzione collegati a basse tariffe, entrambe conseguenze di scelte politiche degli enti locali, richiedono ovviamente altissimi sussidi pubblici.
Non era il caso di intervenire con più decisione sulle cause del fenomeno, invece che “premiare” indistintamente queste costose politiche passate?
Infine occorre ricordare che la maggioranza dei pendolari si sposta in automobile, e non certo per libera scelta, ma a causa del fatto che quelli a più basso reddito abitano e lavorano in aree disperse, e non servibili con i mezzi pubblici.
Loro dovranno pagare (con 70 centesimi di tasse al litro) per consentire agli enti locali le loro irresponsabili politiche di spesa.
La costituzione di un’autorità indipendente di regolazione per il settore appare ottima cosa, ma l’idea di frazionarne le competenze e connetterne i “pezzi” ad altre autorità fa apparire da subito debole il progetto.
L’esclusione delle concessioni autostradali da questa regolazione poi è un segnale pessimo: gli altri concessionari avrebbero un precedente a cui attaccarsi per aumentare le loro resistenze al ruolo della nuova Autorità , che, non dimentichiamolo, è quello di difendere utenti e contribuenti, rispettivamente dai profitti eccessivi dei concessionari privati, o dalle inefficienze dei concessionari pubblici (ferrovie in particolare).
Pessima appare anche la mancata liberalizzazione dei taxi, non tanto nel merito quanto nel metodo.
Nessuna liberalizzazione infatti può essere indiscriminata, e richiede fasi delicate di transizione (per esempio, sulla gestione della perdita di valore delle licenze attuali comprate a caro prezzo dai tassisti).
Ma ritirare il provvedimento alla prima protesta, costituisce un segnale di debolezza di fronte agli interessi costituiti, e anche in questo caso un precedente pericoloso per altre liberalizzazioni.
I primi segnali per la politica infrastrutturale sembrerebbero poi confermare la linea del governo precedente, con la logica delle “grandi opere”: costi stratosferici per i contribuenti, di cui nessuno in questi anni ha assunto la responsabilità , poche scelte funzionalmente efficaci (la linea AV Milano-Roma), altre di dubbia utilità (la linea AV Roma-Napoli), e altre ancora catastrofiche (la linea AV Milano-Torino sopra tutte).
Ma erano comunque altri tempi.
Ora gli aspetti finanziari (cioè quanto bisogna pagare con le tasse e quanto pagano gli utenti), e quelli in favore della crescita economica sono dominanti.
E le grandi opere finanziate dall’ultimo CIPE sono le peggiori possibili da entrambi questi punti di vista.
Si tratta infatti principalmente di nuove tratte ferroviarie di alta velocità (la Milano-Genova e la Napoli-Bari), costosissime, e probabilmente tutte a carico dei contribuenti (“probabilmente” perchè neppure è dato conoscerne i piani finanziari, cioè il rapporto costi-ricavi).
Anche gli effetti anti-crisi sono inesistenti: si tratta di opere “ad alta intensità di capitale”, e con periodi di completamento molto lunghi ed incerti.
Esattamente il contrario di quello che serve oggi per la crescita dell’occupazione e dei consumi, che sono le opere che occupano da subito molta gente, come le manutenzioni e i miglioramenti dell’esistente.
Ma anche investire in opere che gli utenti non sono disposti a pagare, come quelle ferroviarie per le relazioni di lunga distanza (vedi sotto), dovrebbe far riflettere sulla loro priorità rispetto ad altre, meno vistose ma certo più urgenti.
Vengono spesso addotti motivi ambientali per queste scelte.
Tuttavia studi recenti hanno evidenziato che le emissioni di gas serra nella fase di costruzione di grandi opere ferroviarie vanificano di fatto ogni possibile beneficio ambientale, per moltissimi anni.
Come si è già detto, appare urgente una revisione delle scelte di spesa in questo campo, che segnali una forte discontinuità con le logiche poco meditate, e ancor meno valutate, dal governo Berlusconi.
C’è altrimenti il rischio che i pendolari, i pensionati, e le imprese, con le tasse sui carburanti e le loro conseguenze inflattive, paghino per opere politicamente “visibili” ma di assai incerta utilità , mentre per quelle esistenti e molto usate continui il degrado.
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Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile
CI SI SCANDALIZZA DEI RISULTATI DEI CONTROLLI A CORTINA, MA CONFRONTANDO I DATI CON LE DICHIARAZIONI DEI REDDITI IL FENOMENO APPARE FUORI CONTROLLO….AUTO, BARCHE E AEREI DI LUSSO: SOLO UN 30-40% POTREBBERO PERMETTERSELE IN BASE AL REDDITO DICHIARATO
E’ vero, fa effetto vedere la Guardia di Finanza che fa irruzione a Cortina come in un club di spacciatori di droga ma il senso dell’operazione è tutta qui: nell’enorme disparità fra dichiarazioni dei redditi e auto di lusso circolanti.
Nella fattispecie a Cortina sono state controllate le dichiarazioni dei redditi di gente che girava con Scaglietti, 599, Porsche Panamera Turbo, per un totale di 251 supercar.
Risultato? “Su 133 intestate a persone fisiche – spiegano l’Agenzia delle Entrate del Veneto – 42 appartengono a cittadini che fanno fatica a ‘sbarcare il lunario’, avendo dichiarato 30.000 euro lordi di reddito”.
Certo, si può discutere a lungo sul concetto di “auto di lusso di grande cilindrata” come spiega ufficialmente la Guardia di Finanza ma basta leggere solo le dichiarazioni dei redditi degli italiani per capire che il fenomeno è macroscopico.
Fra i neo proprietari che hanno appena acquistato un’auto oltre i 185 chilowatt, il 31% dichiara meno di 20.000 euro e il 36% tra 20.000 e 50.000 euro.
E parliamo di redditi lordi.
Certo, stabilire il valore di una macchina con la potenza è sbagliato e fuorviante ma, comunque, se si guadagnano meno di 900 euro al mese risulta difficile riuscire a comprare un’auto nuova da 250 cavalli…
Insomma, pur contestando il metodo di rilevazione che punta sui KiloWatt e non sul valore reale del mezzo, ci troviamo innegabilmente davanti a fenomeni macroscopici di evasione.
E il discorso diventa ancora più evidente se prendiamo in considerazione anche barche e aerei privati.
Spulciando le statistiche fiscali, si scopre infatti che oltre il 42% dei possessori di barche sono contribuenti Irpef sotto i 20.000 euro.
Tra i fortunati che navigano con mezzo proprio c’è poi quasi il 26-27% che dichiara al fisco un reddito compreso tra i 20.000 ai 50.000 euro l’anno.
Solo poco più del 30% del popolo dei ‘navigatori’ italiani può dunque definirsi ricco, sotto il profilo fiscale.
Ci sono contribuenti dal reddito modesto anche tra i possessori di aeromobili: quasi il 26% dichiara di vivere con meno di 20.000 euro l’anno.
Un altro 30%, sempre tra coloro che si muovono con l’aereo personale, guadagna, almeno questo è quanto figura nei loro modelli 730 o Unico, dai 30.000 ai 50.000 euro.
Vincenzo Borgomeo
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Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile
I RISULTATI DELLA MAXI OPERAZIONE CONDOTTA A CAPODANNO: 215 AUTO DI LUSSO INTESTATE A 133 PERSONE FISICHE, 42 DELLE QUALI DICHIARANO 30.000 EURO DI REDDITO LORDO…COME SI SPARGE LA VOCE DEI CONTROLLI, BOOM DI INCASSI IN NEGOZI E RISTORANTI… MA PER IL PDL E’ STATA SOLO UN’OPERAZIONE MEDIATICA CON METODI DA STATO DI POLIZIA
Neve, impianti aperti, luci di un Natale appena finito e, a sopresa, controlli fiscali a tappeto.
Così nei giorni di fine anno gli incassi degli esercizi commerciali di Cortina d’Ampezzo – tra alberghi, bar, ristoranti, gioiellerie, boutique, farmacie, e saloni di bellezza -, “sono lievitati rispetto sia al giorno precedente sia allo stesso periodo del 2010”.
A comunicarlo è l’Agenzia delle entrate del Veneto, diffondendo i primi risultati dell’operazione di prevenzione dell’evasione condotta nel primo giorno dell’anno.
“I ristoranti – sottolinea l’Agenzia – hanno registrato incrementi negli incassi fino al 300% rispetto allo stesso giorno dello scorso anno, i commercianti di beni di lusso fino al 400% rispetto allo stesso giorno dell’anno prima, i bar fino al 40% rispetto allo stesso giorno dello scorso anno (+104% rispetto al giorno prima)”.
Ma i dati più eclatanti arrivano dai controlli incrociati a partire dalle auto di lusso, un sistema che il governo Monti ha annunciato di voler potenziare.
A Cortina sono state controllate le dichiarazioni dei redditi dei 133 proprietari di 251 auto di lusso di grossa cilindrata: 42 di queste sono risultate di proprietà di “cittadini che fanno fatica a ‘sbarcare il lunario'”, avendo dichiarato 30mila euro lordi di reddito sia nel 2009 sia nel 2010; altre 16 auto sono risultate intestate a contribuenti che negli ultimi due anni fiscali dichiarato meno di 50 mila euro lordi.
Le restanti 118 supercar “analizzate” erano intestate a società : in 19 casi, società che negli ultimi due hanno dichiarato bilanci in perdita; in 37 casi società che hanno dichiarato meno di 50 mila euro lordi.
L’operazione, messa in campo nella celebre località del Cadore lo scorso 30 dicembre, ha impegnato 80 agenti che hanno effettuato controlli in soli 35 esercizi commerciali (su un totale di quasi mille) ed ha portato, dice l’Agenzia veneta delle entrate, “risultati e informazioni utili per il recupero dell’evasione”.
Non sono mancati singoli episodi particolari, dichiara l’Agenzia, come quello di un commerciante che “deteneva beni di lusso in conto vendita per più di 1,6 milioni di euro, senza alcun documento fiscale”.
Il blitz ha suscitato violente polemiche, non solo da parte degli operatori turistici cortinesi. Operazione “mediatica, chiaramente ispirata a una concezione ideologica del controllo fiscale”, l’ha definita il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto.
Sbagliato il metodo scelto anche per Daniela Santanchè, habituè della località sciistica.
“Sono assolutamente contraria – dice l’ex sottosegretario – a questi metodi da polizia fiscale e trovo sbagliato colpire la ricchezza”.
Sulla stessa linea Maria Stella Gelmini: per l’ex ministro dell’Istruzione, l’operazione delle Fiamme Gialle fa passare “l’idea che la ricchezza sia male”.
L’Agenzia veneta, invece, sottolinea che rientrava nella “normale attività di presidio del territorio di competenza dell’Agenzia delle entrate, svolta non solo in Veneto, ma su tutto il territorio nazionale “.
Oltretutto, malgrado il numero degli agenti impiegati, “l’esperienza e la professionalità dei funzionari dell’Agenzia è tale per cui il controllo è stato effettuato con il minimo intralcio allo svolgimento dell’attività commerciale, evidenziato anche dagli episodi nei quali i funzionari sono stati addirittura scambiati per commessi dalla clientela”.
“I controlli e la lotta all’evasione sono sacrosanti – ribatte il sindaco di Cortina, Andrea Franceschi -, ma pensiamo ci voglia più rispetto per la gente che lavora e che dà lavoro. Non comprendiamo perchè ci volessero 80 ispettori sul posto per scoprire che 133 auto di grossa cilindrata intestate a persone fisiche appartenevano a persone che dichiarano pochissimo. Sarebbe bastato un semplice controllo incrociato dei dati già in possesso dell’Agenzia, fatto direttamente dall’ufficio, senza mettere in scena uno spettacolo hollywoodiano che ha dato la sensazione di vivere in un vero e proprio stato di polizia”.
Il regista Carlo Vanzina, romano con antiche frequentazioni cortinesi, fa un altro ragionamento: “Vedo tanta gente nuova, macchinoni, ristoranti di lusso pieni di gente che magari paga in contanti. Personaggi, diciamo, ‘sospetti’; ben vengano i controlli. Io pago le tasse e se si colpisce l’evasione non posso che essere contento”.
Un grande evasore, aggiunge, sarà il protagonista del suo prossimo film.
Infine, in questo bailamme di finti poveri e veri ricchi, il parroco don Davide Fiocco prova a riportare Cortina lontano dagli estremi: “C’è un paese di montagna che fa i conti come tutti con le ristrettezze economiche e nel quale – dice il sacerdote – ogni tanto arrivano i vip”.
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Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA VANEGGIA DI UNA FESTA A PALAZZO CHIGI PER LA FINE DELL’ANNO, FORSE PENSAVA AI FESTINI DEL PRECEDENTE PREMIER… MONTI GLI RISPONDE IN DETTAGLIO E LO DISTRUGGE: “SOLO UNA CENA CON I SEGUENTI FAMILIARI NELLA MIA ABITAZIONE PRIVATA E A MIE SPESE”… UNA DOMANDA LA FACCIAMO NOI AL LEGHISTA: PERCHE’ A SUO TEMPO SI E’ RIFIUTATO DI SOTTOPORSI AL TEST ANTIDROGA PROMOSSO DA GIOVANARDI?
Quella specie di ministro al nulla per il quale era stato creato un ministero fantasma perchè potesse pavoneggiarsi tra roghi di presunte leggi che già non venivano applicate da anni e giri in bermuda alle feste di paese con relativa scorta pagata dai contribuenti italiani, stavolta l’ha fatta proprio fuori dal bulacco.
Se non fosse per i diversi usi cui può essere destinata la protuberanza in questione, si potrebbe dire che ha proprio sbattuto di naso, lui che di naso trinariciuto se ne intende.
Sul far del pomeriggio, imbeccato da qualche maldestro “spacciatore” di palle, Calderoli cerca di conquistarsi uno spazio sui media con una interrogazione che riguarderebbe voci di un presunto party a palazzo Chigi per la fine dell’anno.
“Se corrispondesse al vero la notizia secondo cui la notte del 31 dicembre si sono tenuti festeggiamenti di natura privata per il nuovo anno a Palazzo Chigi – dice in un’interrogazione scritta al presidente del Consiglio – Monti dovrebbe rassegnare immediatamente le dimissioni e chiedere scusa al paese e ai cittadini”.
L’esponente leghista domanda informazioni su “chi ha sostenuto gli oneri diretti e indiretti della serata”.
E pone un’altra serie di domande: “Se la festa avesse le caratteristiche di manifestazione istituzionale o di natura privata; quanti fossero gli invitati alla festa e a che titolo vi abbiano partecipato; se l’iniziativa sia stata effettivamente disposta dal presidente; se tra gli invitati figurassero anche le persone care al presidente; chi abbia sostenuto gli oneri, con particolare riferimento alla sicurezza e agli straordinari del personale addetto, e se gli stessi sono stati già corrisposti”.
Il senatore del Carroccio domanda “se non si ritiene inopportuno e offensivo verso i cittadini organizzare, in un momento di crisi come l’attuale, una festa utilizzando strutture e personale pubblici”.
Basterebbe rispondergli: per proteggere un soggetto come lui per tanti anni, quanto hanno dovuto pagare di scorte i contribuenti italiani?
Come mai non ha posto queste domande quando qualcuno nelle sedi istituzionali faceva entrare troie in incognito, puttane professioniste, magnacci e futuri inquisiti, sputtanando l’Italia nel mondo?
Ma andiamo avanti.
La risposta di Palazzo Chigi è arrivata con una nota, ed è molto dettagliata.
«Il Presidente del Consiglio ha appreso da fonti di stampa che il Senatore Roberto Calderoli avrebbe presentato in data odierna un’interrogazione a risposta scritta con la quale chiede di dar conto delle modalità di svolgimento della cena del 31 dicembre 2011 del medesimo Presidente del Consiglio.
Il Presidente Monti precisa che non c’è stato alcun tipo di festeggiamento presso Palazzo Chigi, ma si è tenuta presso l’appartamento, residenza di servizio del Presidente del Consiglio, una semplice cena di natura privata, dalle ore 20.00 del 31 dicembre 2011 alle ore 00.15 del 1° gennaio 2012, alla quale hanno partecipato: Mario Monti e la moglie, a titolo di residenti pro tempore nell’appartamento suddetto, nonchè quali invitati la figlia e il figlio, con i rispettivi coniugi, una sorella della signora Monti con il coniuge, quattro bambini, nipoti dei coniugi Monti, di età compresa tra un anno e mezzo e i sei anni.
Tutti gli invitati alla cena, che hanno trascorso a Roma il periodo dal 27 dicembre al 2 gennaio, risiedevano all’Hotel Nazionale, ovviamente a loro spese.
Gli oneri della serata sono stati sostenuti personalmente da Mario Monti, che, come l’interrogante ricorderà , ha rinunciato alle remunerazioni previste per le posizioni di Presidente del Consiglio e di Ministro dell’economia e delle finanze.
Gli acquisti sono stati effettuati dalla signora Monti a proprie spese presso alcuni negozi siti in Piazza Santa Emerenziana (tortellini e dolce) e in via Cola di Rienzo (cotechino e lenticchie).
La cena è stata preparata e servita in tavola dalla signora Monti.
Non vi è perciò stato alcun onere diretto o indiretto per spese di personale.
Il Presidente Monti non si sente tuttavia di escludere che, in relazione al numero relativamente elevato degli invitati (10 ospiti), possano esservi stati per l’Amministrazione di Palazzo Chigi oneri lievemente superiori a quelli abituali per quanto riguarda il consumo di energia elettrica, gas e acqua corrente.
Nel dare risposta al Senatore Calderoli, il Presidente Monti esprime la propria gratitudine per la richiesta di chiarimenti, poichè anche a suo parere sarebbe “inopportuno e offensivo verso i cittadini organizzare una festa utilizzando strutture e personale pubblici”.
Come risulta dalle circostanze di fatto sopra indicate, non si è trattato di “una festa” organizzata “utilizzando strutture e personale pubblici”.
D’altronde il Presidente Monti evita accuratamente di utilizzare mezzi dello Stato se non per ragioni strettamente legate all’esercizio delle sue funzioni, quali gli incontri con rappresentanti istituzionali o con membri di governo stranieri.
Pertanto, il Presidente, per raggiungere il proprio domicilio a Milano, utilizza il treno, a meno che non siano previsti la partenza o l’arrivo a Milano da un viaggio ufficiale».
Non contento della figura di merda che ha rimediato, il poveraccio Calderoli, che di buchi evidentemente se ne intende, replica dicendo che “la toppa è peggio del buco e che la nota di Monti conferma che c’è stata una festa privata, testimoniata dall’ampia partecipazione dei suoi parenti e congiunti, indipendentemente dal lavoro che sarebbe stato svolto dalla signora Monti in
cucina e nel servizio ai tavoli”.
Forse non gli è ancora chiaro un semplice concetto che gli traduciamo in un linguaggio più alla sua portata: ognuno a casa sua invita chi cazzo gli pare!
A differenza di altri, Monti non porta troie in aerei di Stato e paga il cotechino di tasca sua.
Piuttosto Calderoli risponda a una semplice domanda: perchè quando, a suo tempo, il ministro Giovanardi chiese a tutti i parlamentari di sottoporsi al test antidroga lui si rifiutò di aderire all’iniziativa e di sottoporsi all’esame?
Forse agli italiani interessa più questo.
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Gennaio 5th, 2012 Riccardo Fucile
A FINE CARRIERA STIPENDI QUADRUPLICATI.. AI COMMESSI FINO A 160.000 EURO DI STIPENDIO
Può un senatore guadagnare la metà del suo barbiere di Palazzo Madama, come
lamentano quei parlamentari che per ribattere ai cittadini furenti contro i mancati tagli dicono di prendere intorno ai 5 mila euro? No. Infatti non è così.
Il gioco è sempre quello: citare solo l’«indennità ».
Senza i rimborsi, le diarie, le voci e i benefit aggiuntivi. Con i quali il «netto» in busta paga quasi quasi triplica.
Sono settimane che va avanti il tormentone.
Di qua la busta paga complessiva portata in tivù dal dipietrista alla prima legislatura Francesco Barbato, che tra stipendio e diarie e soldi da girare al portaborse ha mostrato di avere oltre 12.000 euro netti al mese.
Di là l’insistenza sulla sola «indennità ».
E la tesi che le altre voci non vanno calcolate, tanto più che diversi (230 contro 400, alla Camera) hanno fatto sul serio un contratto ai collaboratori e moltissimi girano parte dei soldi al partito.
Una scelta spesso dovuta ma comunque legittima e perfino nobile: ma è giusto caricarla sul groppo dei cittadini in aggiunta ai rimborsi elettorali e alle spese per i «gruppi»?
Non sarebbe più opportuno e più fruttuoso nel rapporto con l’opinione pubblica mostrare la busta paga reale, che dopo una serie di tagli è davvero più bassa di quella da 14.500 euro divulgata nel 2006 dal rifondarolo Gennaro Migliore?
Non ha molto senso, questa sfida da una parte e dall’altra centrata tutta su quanto prendono deputati e senatori.
Peggio: rischia di distrarre l’attenzione, alimentando il peggiore qualunquismo, dal cuore del problema.
Cioè il costo d’insieme di una politica bulimica: il costo dei 52 palazzi del Palazzo, il costo delle burocrazie, il costo degli apparati, il costo delle Regioni, delle province, di troppi enti intermedi, delle società miste, di mille altri rivoli di spesa che servono ad alimentare un sistema autoreferenziale.
Dice tutto il confronto con le buste paga distribuite, ad esempio, al Senato.
Dove le professionalità di eccellenza dei dipendenti, che da sempre raccolgono elogi trasversali da tutti i senatori di destra e sinistra, neoborbonici o padani, sono state pagate fino a toccare eccessi unici al mondo.
Tanto da spingere certi parlamentari (disposti ad attaccare Monti, Berlusconi, Bersani o addirittura il Papa ma mai i commessi da cui sono quotidianamente coccolati) ad ammiccare: «Siamo semmai gli unici, qui, a non essere strapagati».
Il questore leghista Paolo Franco lo dice senza tanti giri di parole: «Il contratto dei dipendenti di palazzo Madama è fenomenale. Consente progressioni di carriera inimmaginabili. Ed è evidente che contratti del genere non se ne dovranno più fare. Bisogna cambiare tutto».
Come può reggere un sistema in cui uno stenografo arriva a guadagnare quanto il re di Spagna?
Sembra impossibile, ma è così.
Senza il taglio del 10% imposto per tre anni da Giulio Tremonti per i redditi oltre i 150 mila euro, uno stenografo al massimo livello retributivo arriverebbe a sfiorare uno stipendio lordo di 290 mila euro.
Solo 2mila meno di quanto lo Stato spagnolo dà a Juan Carlos di Borbone, 50 mila più di quanto, sempre al lordo, guadagna Giorgio Napolitano come presidente della Repubblica: 239.181 euro.
Per carità , non «ruba» niente.
Esattamente come Ermanna Cossio che conquistò il record mondiale delle baby-pensioni lasciando il posto da bidella a 29 anni col 94% dell’ultimo stipendio, anche quello stenografo ha diritto di dire: le regole non le ho fatte io. Giusto.
Ma certo sono regole che nell’arco della carriera permettono ai dipendenti di Palazzo Madama, grazie ad assurdi automatismi, di arrivare a quadruplicare in termini reali la busta paga.
E consentono oggi retribuzioni stratosferiche rispetto al resto del paese cui vengono chiesti pesanti sacrifici.
Al lordo delle tasse e dei tagli tremontiani, un commesso o un barbiere possono arrivare a 160 mila euro, un coadiutore a 192 mila, un segretario a 256 mila, un consigliere a 417mila.
E non basta: allo stipendio possono aggiungere anche le indennità .
Alla Camera un capo commesso ha diritto a un supplemento mensile di 652 euro lordi che salgono a 718 al Senato.
Un consigliere capo servizio di Montecitorio a una integrazione di 2.101, contro i 1.762 euro del collega di palazzo Madama.
Per non dire dei livelli cosiddetti «apicali».
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai rapporti col Parlamento Antonio Malaschini, quando era segretario generale del Senato, guadagnava al lordo nel 2007, secondo l’Espresso, 485 mila euro l’anno.
Arricchito successivamente da un aumento di 60 mila che spappolò ogni record precedente per quella carica.
Va da sè che la pensione dovrebbe essere proporzionale. E dunque, secondo le tabelle, non inferiore ai 500 mila lordi l’anno.
È uno dei nodi: retribuzioni così alte, grazie a meccanismi favorevolissimi di calcolo, si riflettono in pensioni non meno spettacolari.
Basti ricordare che gli assunti prima del ’98 possono ancora ritirarsi dal lavoro (con penalizzazioni tutto sommato accettabili) a 53 anni.
Esempio? Un consigliere parlamentare di quell’età assunto a 27 anni e forte del riscatto di 4 anni di laurea ha accumulato un’anzianità contributiva teorica di 38 anni. Di conseguenza può andare in pensione con 300 mila euro lordi l’anno, pari all’85% dell’ultima retribuzione.
Se poi decide di tirare avanti fino all’età di Matusalemme (che qui sono 60 anni) allora può portare a casa addirittura il 90%: più di 370 mila euro sul massimo di 417 mila.
Funziona più o meno così anche per i gradi inferiori.
A 53 anni un commesso è in grado di ritirarsi dal lavoro con un assegno previdenziale di 113 mila euro l’anno che, se resta fino al 60 º compleanno, può superare i 140 mila. Con un risultato paradossale: il vitalizio di un senatore che abbia accumulato il massimo dei contributi non potrà raggiungere quei livelli mai.
E tutto ciò succede ancora oggi, mentre il decreto salva Italia fa lievitare l’età pensionabile dei cittadini normali e restringere parallelamente gli assegni col passaggio al contributivo «pro rata» per tutti.
Intendiamoci: sarebbe ingiusto dire che le Camere non abbiano fatto nulla.
A dicembre il consiglio di presidenza del Senato, ad esempio, ha deciso che anche per i dipendenti in servizio si dovrà applicare il sistema del contributivo «pro rata».
Ma come spiega Franco, è una decisione che per diventare operativa dovrà superare lo scoglio di una trattativa fra l’amministrazione e le sigle sindacali, che a palazzo Madama sono, per meno di mille dipendenti, addirittura una decina.
Il confronto non si annuncia facile.
Anche nel 2008, dopo mesi di polemiche sui costi, pareva essere passato un giro di vite, sostenuto dal questore Gianni Nieddu. Ma appena cambiò la maggioranza, quella nuova non se la sentì di andare allo scontro.
E tutto si arenò nei veti sindacali.
Stavolta, poi, la trattativa ha contorni ancora più divertenti.
Controparte dei sindacati è infatti la vicepresidente del Senato Rosy Mauro, esponente della Lega Nord, partito fortemente contrario alla riforma delle pensioni e sindacalista a sua volta: è presidente, in carica, del Sinpa, il sindacato del Carroccio.
Nel frattempo, chi esce ha la strada lastricata d’oro.
Il consigliere parlamentare «X» (alla larga dalle questioni personali, ma parliamo di un caso con nome e cognome) ha lasciato il Senato a luglio del 2010 a 58 anni.
Da allora, finchè non è entrato in vigore il contributo triennale di solidarietà per i maxi assegni previdenziali, palazzo Madama gli ha pagato una pensione di 25.500 euro lordi al mese: venticinquemilacinquecento.
Per 15 mensilità l’anno. Spalmandoli sulle 13 mensilità dei cittadini comuni 29.423 euro a tagliando.
Da umiliare perfino l’ex parlamentare Giuseppe Vegas, oggi presidente della Consob, che da ex funzionario del Senato, sarebbe in pensione con 20 mila.
Neppure il commesso «Y», assunto a suo tempo con la terza media, si può lamentare: ritiratosi nello stesso luglio 2010, sempre a 58 anni, ha diritto (salvo tagli tremontiani) a 9.300 euro lordi al mese. Per quindici.
Vale a dire che porta a casa complessivamente oltre 20mila euro in più dello stipendio massimo dei 21 collaboratori più stretti di Barak Obama.
Sono cifre che la dicono lunga su dove si annidino i privilegi di un sistema impazzito sul quale sarebbe stato doveroso intervenire «prima» (prima!) di toccare le buste paga dei pensionati Inps.
I bilanci di Camera e Senato del resto parlano chiaro.
Nel 2010 la retribuzione media dei 1.737 dipendenti di Montecitorio, dall’ultimo dei commessi al segretario generale, era di 131.585 euro: 3,6 volte la paga media di uno statale (36.135 euro) e 3,4 volte quella di un collega (38.952 euro) della britannica House of Commons.
E parliamo, sia chiaro, di retribuzione: non di costo del lavoro.
Se consideriamo anche i contributi, il costo medio di ogni dipendente della Camera schizza a 163.307 euro.
Quello dei 962 dipendenti del Senato a 169.550. E non basta ancora.
Perchè nel bilancio del Senato c’è anche una voce relativa al personale «non dipendente», che comprende consulenti delle commissioni e collaboratori vari, ma soprattutto gli addetti a non meglio precisate «segreterie particolari».
Con una spesa che anche nel 2011, a dispetto dei tagli annunciati, è salita da 13 milioni 520 mila a 14 milioni 990 mila euro.
Con un aumento, mentre il Pil pro capite affondava, del 10,87%: oltre il triplo dell’inflazione.
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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