Gennaio 24th, 2012 Riccardo Fucile
PRESENTATO UN EMENDAMENTO CHE CAMBIA LE REGOLE SUL “COMPUTO DELLE AZIONI PROPRIE” NELLE DELIBERAZIONI SOCIETARIE… IN ITALIA INTERESSA SOLO UN’AZIENDA: QUELLA DELL’EX PARLAMENTARE DI FORZA ITALIA LUISA TODINI
Andrea Zoppini, da due mesi sottosegretario alla Giustizia, è sbarcato al governo nella squadra dei professori guidata da Mario Monti.
Docente di diritto privato comparato all’università di Roma, professionista e avvocato dai mille incarichi privati e pubblici, consulente di palazzo Chigi ai tempi di Prodi e poi di Berlusconi, il rampantissimo Zoppini, 46 anni, avrà il suo da fare per gestire e magari riformare la macchina giudiziaria italiana.
Un lavoraccio, non c’è che dire.
Tra tanti impegni, però, il nuovo sottosegretario ha trovato il tempo di presentarsi in Senato, in commissione Giustizia, giovedì scorso per illustrare una nuova norma sul “computo delle azioni proprie nelle deliberazioni societarie”.
Azioni proprie? A prima vista la questione non sembra esattamente una priorità per il rilancio del Paese.
Tanto più che poco più di un anno fa, nel dicembre del 2010, l’esecutivo di centrodestra era intervenuto per correggere una legge in materia del 2008, che a sua volta recepiva una direttiva europea.
Altro giro, altra corsa: giovedì, sotto forma di emendamento a un decreto del governo, ecco che arrivano nove righe targate Zoppini per correggere il vecchio testo.
Proprio oggi la commissione è chiamata a dare il via libera alla norma prima dell’esame in aula.
Sarà un caso, ma le nuove disposizioni, che non si applicano, per esempio, alle società quotate in Borsa, calzano a pennello per un caso concreto.
Uno soltanto, perchè in giro per l’Italia davvero non si vedono molte aziende alle prese con controversie riguardanti la gestione delle azioni proprie.
Il caso in questione, però, è un caso importante, importantissimo.
Una vicenda che ha fatto rumore nel mondo degli affari, perchè riguarda la battaglia per il controllo della Salini, una delle più grandi imprese di costruzioni italiane, un colosso da oltre un miliardo di euro di ricavi.
Da anni ormai l’azienda romana cresce a gran velocità soprattutto grazie alle commesse all’estero e nel 2010 ha rilevato il controllo del gruppo Todini.
Su questa operazione si è speso personalmente l’allora premier Silvio Berlusconi, amico dell’ex parlamentare europea di Forza Italia Luisa Todini, che è entrata nel consiglio di amministrazione della Salini.
Al vertice del gruppo però le acque sono parecchio agitate.
Perchè da anni ormai la storica azienda di costruzioni, fondata ai tempi del fascismo, è al centro di una contesa a colpi di ricorsi in Tribunale tra i numerosissimi discendenti (siamo alla terza generazione) del fondatore Pietro Salini.
Ebbene, se l’emendamento Zoppini (chiamiamolo così) diventasse legge, il ramo dei Salini capitanato dall’amministratore delegato Pietro (omonimo del nonno) si troverebbe servito su un piatto d’argento la maggioranza assoluta del capitale dell’azienda di cui attualmente possiede solo il 47 per cento.
Un altro 43 per cento è controllato dai figli di Franco Salini, 75 anni, zio di Pietro.
Resta il 10 per cento, al momento congelato sotto forma di azioni proprie, cioè titoli della Salini spa di proprietà della stessa Salini.
Pietro Salini punta ad arrivare almeno al 51 per cento con l’obiettivo di mettere definitivamente fuori gioco i suoi parenti.
Per riuscirci, però, deve mettere le mani almeno su una parte delle azioni proprie. Un’operazione al momento vietata dalla legge.
Con l’emendamento presentato dal governo giovedì scorso Pietro Salini riuscirebbe a centrare il bersaglio.
La norma infatti dispone che le delibere assembleari sull’alienazione di azioni proprie vengono prese “senza computare tale azioni nel calcolo della maggioranza (….) per l’approvazione della deliberazione”.
Fine della storia, quindi. Al numero uno della Salini basterebbe il suo 47 per cento per vincere la battaglia in assemblea e decidere la vendita delle azioni proprie.
A questo punto, esercitando il diritto di prelazione su quelle azioni, Pietro Salini salirebbe al 52 per cento circa del capitale, conquistando quindi la maggioranza assoluta
L’emendamento del governo arriva proprio mentre la battaglia tra i Salini è arrivata a un punto di svolta. A fine 2011 è scaduto il mandato dell’intero consiglio di amministrazione.
E in vista del rinnovo, la prossima primavera si prevede battaglia tra i due rami della famiglia.
Se però nel frattempo venisse appianata la questione delle azioni proprie, ecco che Pietro avrebbe gioco facile per imporre i suoi uomini al vertice.
Va segnalato un altro particolare importante. La nuova norma fa espressamente riferimento alle deliberazioni assembleari assunte entro il 30 giugno di quest’anno.
A prima vista quindi l’emendamento Zoppini ha tutte le caratteristiche di un intervento transitorio.
Dura qualche mese e poi tutto torna come prima.
Interpellato dal Fatto Quotidiano, un portavoce del sottosegretario Zoppini spiega che l’emendamento “è stato studiato per regolare eventuali controversie che dovessero nascere in sede di deliberazione in assemblea nelle società con azioni proprie”.
Fine delle spiegazioni. Anche se poi, come spiegano al ministero della Giustizia, questa non sarebbe neppure la prima volta che il governo studia un intervento sulla questione.
Già , perchè anche ai tempi di Berlusconi il Tesoro avrebbe pensato ad una norma ad hoc sulle azioni proprie. Poi però non se n’è fatto niente.
A novembre si è insediato Monti e nel giro di due mesi l’emendamento è arrivato in Senato, in attesa di diventare legge nel giro di poche settimane.
Ai piani alti della Salini qualcuno fa il tifo per Zoppini.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 24th, 2012 Riccardo Fucile
IL SUO PORTAVOCE VINCE IL CONCORSO DI CAPO UFFICIO STAMPA ALL’ATER DI VITERBO
Lui, storico storaciano, è assessore per la Casa della Regione Lazio guidata dalla Polverini. Il suo
caposegreteria diventa capo ufficio stampa dell’azienda edilizia pubblica (Ater) di Viterbo. Scoppiano le polemiche.
A difendere la correttezza del concorso è il direttore generale dell’Ater, guarda caso fratello del presidente della commissione Politiche della Casa al Consiglio regionale.
Il braccio destro dell’assessore della Regione Lazio Teodoro Buontempo cambia lavoro.
Nulla di strano, se non fosse che Massimo Bindi, fino ad oggi caposegreteria del titolare delle Politiche per la casa, tra una settimana diventerà il responsabile ufficio stampa dell’Ater viterbese, l’azienda che si occupa di edilizia residenziale pubblica. Coincidenza o conflitto di interessi?
Mentre alla Pisana (sede del consiglio regionale) si interrogano, il concorso che ha messo in palio l’ambito posto di lavoro – 60mila euro lo stipendio annuo – finisce al centro delle polemiche.
A sollevare la questione è il capogruppo dell’Italia dei Valori alla Regione Lazio, Vincenzo Maruccio.
Pochi giorni fa il dipietrista ha presentato un’interrogazione urgente all’assessore Buontempo, chiedendo chiarezza sulla vicenda.
Le principali perplessità riguardano le modalità del concorso. «L’avviso – si legge nel documento – è stato pubblicato in pieno agosto, con poca pubblicità ».
In poche parole si è trattato di «un concorso bandito in modo inopportuno e quasi clandestino, denuncia Claudio Bucci, un altro consigliere regionale Idv.
Non solo. Quando quest’estate è stato pubblicato il bando, l’Ater viterbese era guidata da un commissario nominato dalla Giunta Polverini (il nuovo consiglio d’amministrazione dell’azienda è operativo dallo scorso novembre).
Abbastanza, sempre leggendo l’interrogazione di Maruccio, per individuare «una dubbia legittimità formale» dell’iniziativa.
Di coincidenza in coincidenza, il mistero si infittisce.
A presiedere la commissione d’esame – le prove sono state svolte lo scorso autunno – c’era il direttore generale dell’Ater di Viterbo Ugo Gigli.
Fratello del consigliere regionale dell’Udc Rodolfo. «E che devo fare? Disconoscere le mie parentele?». Raggiunto al telefono, il direttore dell’Ater racconta la sua versione della storia: «In questa vicenda non c’è alcun conflitto di interessi – spiega – Il bando è stato fatto ad agosto, è vero. Ma è stato pubblicato per un mese, sul nostro sito e su diversi giornali». Insomma, nessun concorso clandestino. «Clandestino un c….», alza la voce Gigli.
Dodici candidati. Un esame scritto su due diverse materie e una prova orale.
E a spuntarla è l’assistente dell’assessore regionale per la Casa.
Oggi qualcuno ironizza sulle connessioni tra assessorato regionale alla Casa e l’azienda che si occupa di edilizia pubblica.
«Nessuna stranezza – continua Gigli – con l’assessorato non abbiamo alcun rapporto di dipendenza. Noi siamo un ente pubblico autonomo. Quello di Buontempo è un organo che ha solo potere di vigilanza su alcuni nostri atti. D’altronde mi rendo conto che giornalisticamente questa è una polemica appetitosa…».
Gigli conferma la regolarità del concorso. Anzi, rivela una particolarità .
Recentemente uno dei candidati avrebbe chiesto di controllare la correzione del suo scritto. «E come da regolamento noi glielo abbiamo permesso. Nessuna scorrettezza. Ma se la Regione vuole aprire un’inchiesta non abbiamo problemi a mostrare tutta la documentazione anche a loro».
Intanto sulla vicenda si è alzato un polverone. «Adesso – racconta Gigli – temo che il vincitore del concorso non abbia più intenzione di venire a lavorare da noi».
Lui, Massimo Bindi, preferisce non rispondere. Dall’Ater raccontano che si sarebbe già dimesso dal suo incarico in Regione.
In realtà sul sito dell’assessorato risulta ancora caposegreteria di Buontempo. Davanti alla richiesta di una spiegazione, i suoi collaboratori preferiscono sbattere giù il telefono.
A sorpresa, a chiedere ulteriori chiarimenti è Francesco Storace.
Il leader de La Destra – partito politico di Buontempo – con cui Bindi ha lavorato in passato. «La mia posizione è molto chiara – racconta l’ex presidente della Regione Lazio a Linkiesta – voglio che si verifichi quello che è successo. Se il concorso è irregolare, la nomina va annullata».
Al di là delle irregolarità resta una vicenda caratterizzata da antipatiche coincidenze. «La simpatia o l’antipatia non c’entrano nulla – taglia corto Storace – Se ci sono state anomalie il concorso va annullato. Altrimenti è tutto a posto». La reazione è stizzita. Anche perchè a pagare le conseguenze rischia di essere il «patrimonio morale» del suo partito.
Come ha spiegato Storace in un comunicato: «La sinistra non deve essere messa nelle condizioni di speculare nei confronti dell’amministrazione regionale».
Marco Sarti
(da linkietsta.it ripresa da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 24th, 2012 Riccardo Fucile
LA PROCURA: “SCHETTINO INADUEGUATO, MA CHI LO HA SCELTO?”… LA DIFESA DEL COMANDANTE CHIAMA IN CAUSA LA COMPAGNIA: “LE POMPE NON FUNZIONAVANO”
La Costa Crociere entra ufficialmente nell’inchiesta. E dalla porta principale.
Per risalire ai veri responsabili del naufragio di venerdì 13 gennaio “occorre infatti spingere lo sguardo” oltre la testa dello sciagurato comandante Francesco Schettino e puntarlo “sulle scelte fatte dal datore di lavoro, e cioè dall’armatore”.
A parlare in questi termini è Beniamino Deidda, il procuratore generale della Toscana, l’uomo a cui fa riferimento gerarchico il pool di magistrati che sta indagando sui fatti tragici di quella notte.
Deidda, una vita in prima linea sulle tematiche della sicurezza nei posti di lavoro, ha le idee chiare su quale “pista” seguire per fare luce su ciò che è veramente accaduto all’isola del Giglio.
“La magistratura – dice – cerca i nessi causali degli eventi. Per ora l’attenzione generale si è concentrata sulle colpe del comandante, che si è rivelato tragicamente inadeguato. Ma chi lo sceglie il comandante?”.
La domanda apre il varco a un ragionamento che, fatto in questi termini e in questo momento, proprio mentre il procuratore capo Francesco Verusio e i suoi sostituti stanno ragionando sulle prossime mosse nei confronti della Costa Crociere, sembra quasi un ordine. “Scialuppe che non scendono – elenca Deidda – personale che non sa cosa fare, scarsa preparazione a gestire l’emergenza, ordini maldestri come quello, assurdo di tornare nelle cabine. La confusione che c’è stata rivela un’incredibile trascuratezza nell’applicazione delle norme di sicurezza. Sicurezza – prosegue il magistrato – che va organizzata prima, con esercitazioni e simulazioni, e gestita dopo. Non tutte le carenze di sicurezza possono farsi risalire alla condotta del comandante. Per questo l’inchiesta non potrà escludere alcun fronte”.
Una sollecitazione quasi clamorosa.
Che i titolari dell’indagine non sembrano aver gradito.
Visto che ancora ieri sera erano incerti sulle modalità di convocazione in procura degli uomini di Costa Crociere (in particolare del Marine operation director Roberto Ferrarini).
Il dubbio era se ascoltarli, come semplici testimoni o piuttosto come indagati.
Il nodo a questo punto sembra destinato a sciogliersi presto. E la posizione di Costa ad appesantirsi notevolmente.
Anche perchè, dopo giorni di “attesa e riflessione”, Bruno Leporatti, l’avvocato difensore di Francesco Schettino, ha deciso di trasformare la sua partita in un muro contro muro con la Compagnia.
In una memoria scritta, il legale ha infatti messo l’accento su una serie di punti dolenti per la Costa, anticipando di fatto l’intera linea difensiva, e arrivando ad invocare platealmente l’iscrizione al registro degli indagati per Ferrarini: “Le dichiarazioni rese dal Comandante Schettino davanti al gip in ordine ai contatti telefonici intercorsi con il Marine operation director hanno aperto ulteriori filoni di indagine che potrebbero ragionevolmente orientarsi nel senso di provocare allargamenti soggettivi dell’inchiesta”.
Il coinvolgimento di Ferrarini sarebbe comunque solo un punto di partenza, nella strategia di Schettino.
Il quale si dice disposto ad assumersi le responsabilità dell’urto contro lo scoglio del Giglio, ma non quelle di quanto avvenuto dopo.
Visto che dall'”incaglio” in poi – è la sua tesi – ogni mossa, ogni decisione, è stata ampiamente condivisa con la Compagnia. La cui posizione si complicherebbe ulteriormente – alleggerendo quella del comandante – se si dovesse scoprire che non tutti gli apparati di sicurezza a bordo della Concordia erano funzionanti.
“Il comandante – è scritto nella memoria difensiva – aveva ordinato inutilmente più volte la messa in funzione della pompa di zavorra o di bilanciamento (uno strumento che avrebbe permesso alla nave di non inclinarsi su un fianco rendendo più semplice l’evacuazione, ndr)”.
Ma quelle pompe non funzionavano.
Così come, probabilmente, non avevano funzionato le “paratie deboli” e cioè quei tramezzi di separazione tra i vari compartimenti stagni che “cedono” quando, dopo un allagamento, la pressione dell’acqua diventa eccessiva in una zona della nave.
Uno di quei sistemi di sicurezza tanto cari al procuratore Deidda, che forse avrebbero potuto rendere meno tragico il bilancio.
Carlo Bonini e Marco Menusrati
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 24th, 2012 Riccardo Fucile
DOPPIA INTERVISTA: ALLA PIU’ GRANDE ASSOCIAZIONE DI CATEGORIA, CONTRARIA AI BLOCCHI, E A QUELLA CHE HA SCATENATO LA PROTESTA
Autostrade chiuse, code chilometriche, automobilisti intrappolati per ore nella tenaglia del
traffico. L’Italia è spaccata in due, ma perchè?
Cosa vogliono i camionisti che hanno paralizzato la mobilità ?
E perchè non tutte le associazioni hanno aderito alla protesta?
Per capire le posizioni in campo siamo andati ad intervistare chi ha organizzato i blocchi stradali di oggi – Maurizio Longo Segretario Generale Trasporto Unito – che sostiene come “la massiccia adesione dimostra che abbiamo interpretato bene il sentimento degli autotrasportatori”.
La goccia ha ha fatto traboccare il vaso della protesta “Senza dubbio l’impennata delle accise, del prezzo del gasolio. E’ stata una cosa folle. Sono soldi che non abbiamo da dare”.
E poi abbiamo intervistato Francesco Del Boca presidente Unatras la federazione che raccoglie le principali associazioni dell’autotrasporto, e che non ha aderito allo sciopero contestando i blocchi.
“Sono una minoranza – spiega Del Boca – ma sono riusciti a bloccare una decina di zone strategiche. Se vuole sapere la mia opinione ho l’impressione che si tratti di squadre specializzate che si spostano velocemente da un luogo all’altro per paralizzare la viabilità . Sono molto organizzati ma stanno giocando sulla pelle della gente che si ferma. Vogliono far capire che così risolveranno i loro problemi ma non è vero. Noi abbiamo portato a casa cose i importanti”.
Blocchi stradali: “Li abbiamo organizzati noi e abbiamo visto giusto”
Parla Maurizio Longo Segretario Generale Trasporto Unito
“I blocchi stradali di oggi? Li abbiamo promossi noi e la massiccia adesione dimostra che abbiamo interpretato bene il sentimento degli autotrasportatori”.
Maurizio Longo Segretario Generale Trasporto Unito risponde dalle barricate.
“Il nostro – spiega – non è un settore normale, parliamo di un settore che è indebitato. Fortemente indebitato”.
La piazza vi dà ragione?
“La risposta è arrivata forte dal settore delle imprese, a dimostrazione del fatto che non ci inventiamo nulla”.
Cosa rivendicate di preciso?
“Noi abbiamo avanzato proposte concrete che riguardano i costi di produzione dei servizi, quelli del gasolio, quelli dei pedaggi, delle assicurazioni e di altri costi che stritolano il nostro settore. Certo, è vero che sulla carta abbiamo un pacchetto di norme favorevoli, ma è anche vero che queste norme sono scritte male e quindi, di fatto, inapplicabili”.
Tipo?
“Le faccio un esempio: la norma che prevede il corrispettivo dei trasporti sia pagato a 60 giorni, ma per alcuni cavilli legali si mantiene un pagamento medio (dico medio!) di 120 giorni. E già siamo comunque alla follia perchè normalmente in altri Paesi i servizi al trasporto vengono pagati in anticipo. Vuole qualche altro esempio? Prenda il tema della tariffa dei costi minimi di sicurezza, che prevede che al di sotto di una certa cifra le imprese non possono lavorare.Bene, questa norma è inapplicata nel 99% dei casi perchè ci sono una serie infinita di modi per aggirarla”.
Se dovesse parlare ad un automobilista che oggi è rimasto bloccato per 4 ore in macchina per le vostre proteste, cosa gli direbbe?
“Le imprese sono ad un passo dal baratro. E molte ci sono già finite dentro. I dati parlano chiaro: negli ultimi sei anno sono fallite 63 mila imprese del mondo dell’autotrasporto. Insomma siamo sotto pressione su tutto, in grande disagio. E viviamo sulla nostra pelle la concorrenza degli stranieri, senza regole e senza controlli”.
Torniamo allo sciopero e ai blocchi: qual è stata l’adesione secondo voi?
“In alcune realtà l’adesione è al 100% in altre 60%. Anche qualcosa meno, ma stanno crescendo assemblee spontanee ovunque. La situazione è in continua evoluzione. Noi siamo un’associazione giovane, siamo nati tre anni fa, abbiamo circa 7000 iscritti, ma mi piace evidenziare che siamo talmente nei guai che l’impresa che oggi ha deciso di fermarsi risparmia soldi”.
Domanda facile: allora perchè non smettete di lavorare e basta?
“Si, ha ragione, ma molte aziende in questo settore sono oberate da debiti e hanno una forte esposizione con le banche. Tornare indietro è impossibile”.
Qual è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. L’aumento più odioso e che ha fatto scattare la rivolta e i blocchi?
“Senza dubbio l’impennata delle accise, del prezzo del gasolio. E’ stata una cosa folle. Sono soldi che non abbiamo da dare”.
“Camionisti strumentalizzati, una protesta davvero inutile”
Parla Francesco Del Boca presidente Unatras che raccoglie le principali associazioni dell’autotrasporto, contrario a queste proteste.
La federazione che raccoglie le principali associazioni dell’autotrasporto, la Unatras che rappresenta l’85% del settore e ha 90 mila aderenti, non ha aderito allo sciopero di oggi, ma il caos è stato totale. Possibile? Come si è arrivati a paralizzare l’Italia?
“Sono una minoranza – spiega Francesco Del Boca presidente Unatras – ma sono riusciti a bloccare una decina di zone strategiche. Se vuole sapere la mia opinione ho l’impressione che si tratti di squadre specializzate che si spostano velocemente da un luogo all’altro per paralizzare la viabilità . Sono molto organizzati ma stanno giocando sulla pelle della gente che si ferma. Vogliono far capire che così risolveranno i loro problemi ma non è vero. Noi abbiamo portato a casa cose i importanti”.
Anche voi avevate annunciato una grande mobilitazione, ma poi siete tornati sui vostri passi soddisfatti delle promesse del governo. Ci spieghi allora quello che gli altri camionisti in strada non hanno capito.
“Si, noi avevamo dichiarato di voler fare sciopero, poi abbiamo deciso di sospenderlo, perchè alcune richieste sono state ricevute subito dal governo, altre sono in dirittura d’arrivo. Abbiamo trovato una grande disponibilità : nello specifico il governo ha riconosciuto la necessità di mantenere i fondi per l’autotrasporto, i costi della sicurezza, la trimestralizzazione sulle accise dei carburanti, hanno accettai poi di rivedere profondamente la normativa sui divieti di circolazione (che potrebbero addirittura diminuire di 30 giorni). Per questo abbiamo sospeso lo sciopero annunciato”.
Non le faccio nessuna domanda, si rivolga lei direttamente ai camionisti che stanno bloccando l’Italia.
“Io sono solidale con alcuni di loro, con chi ha grandi problemi, ma la restituzione della accise trimestrali va nella direzione giusta. Quindi pur comprendendo le loro ragioni dopo l’incontro con il governo e la disponibilità ad accettare in toto tutta la nostra piattaforma di rivendicazioni, devo dire che questa protesta sia un po’ strumentalizzata da chi li ha organizzati”.
Però anche loro sono camionisti. Non pensa che questa loro dura protesta possa ostacolare la vostra trattativa?
“Noi abbiamo fatto capire al governo in tutti i modi che non condividiamo questo tipo di protesta. Fra l’altro, ripeto, sono pochi i posti in Italia dove ci sono questi blocchi. Blocchi peraltro illegali”.
Torniamo ai camionisti in strada. Come è possibile che si possano far strumentalizzare su una cosa così importante?
“Penso che fra i camionisti ai blocchi stradali ci sia molta disinformazione, non vorrei usare parole grosse ma penso a volte che siano stati usati. Chi lavora e viaggia non ha tempo di informarsi. E magari non sa nemmeno quali sono stati i risultati del nostro accordo”
Che succede ora?
“Disagi a tutti i cittadini, risultati per queste associazioni zero. Ripeto, è fondamentale riuscire a spiegare a questi camionisto cosa sta succedendo davvero, qual è la realtà della protesta e quali sono stati gli accordi fra il governo e Unatras”.
Deve ammettere però che siamo al disastro: se perfino i camionisti non sanno perchè sono in strada a bloccare il traffico si figuri gli automobilisti che rimangono intrappolati in questi maxi ingorghi. Così è onestamente difficile avere la solidarietà di chi è al di fuori del vostro mondo.
“Raccontando cose non vere si può perfino arrivare ad avere la solidarietà dei cittadino, ma le ripeto, oggi rispetto ad un mese fa – quando anche noi avevamo proclamato il maxi sciopero – la situazione è molto cambiata. I blocchi stradali li avevamo annunciati noi. Poi il governo ci è venuto incontro e abbiamo deciso di rimuovere la lotta sindacale. Queste proteste non hanno senso”.
Vincenzo Borgomeo
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
IL “CERCHIO MAGICO” INONDA LE CASELLE DEGLI ISCRITTI PADANI CON IL FAC SIMILE DI UNA LETTERA DOVE SI ESPRIME SOSTEGNO A BOSSI E CHE VA RESTITUITA FIRMATA… I MARONIANI INSORGONO MA POCHI GIORNI PRIMA AVEVANO FATTO LA STESSA COSA
Le ferite interne alla Lega, apparse pubblicamente nella manifestazioni di Milano, continuano a dilaniare il partito del Carroccio anche sottotraccia.
L’ultimo scontro si sta consumando infatti via posta elettronica attraverso una “conta” digitale degli schieramenti.
In questi giorni nelle caselle degli iscritti al Carroccio circola infatti una mail datata 18 gennaio – di cui l’agenzia di stampa Dire ha una copia – con allegato il fac simile di una lettera da inviare al segretario Umberto Bossi per fargli sentire la propria “vicinanza”, in “questo momento di duri attacchi”.
Ma sempre la Dire ha scoperto che i maroniani, nei giorni precedenti, avevano bombardato di mail il Senatur.
Mentre, nel clima agitato in casa Lega, si inserisce anche un incontro tra Bossi e Berlusconi.
Partiamo dall’iniziativa dei bossiani del cosiddetto “cerchio magico”.
La mail, da inviare all’indirizzo “sempreconbossi@gmail.com”, prevede uno spazio da compilare con la sezione di appartenenza, e comincia così:
“Caro Umberto, come tanti fratelli padani ho deciso di scriverti dopo mesi che su tutti i giornali assisto ad un incredibile teatrino di interventi fratricidi che nulla hanno a che vedere con la nostra battaglia per la libertà “.
Una “serie di articoli sui giornali dei poteri forti – prosegue la lettera – che denigrano il nostro impegno e che infangano, abbassandola ad una questione di poltrone e potere, la nostra lotta per l’indipendenza della Padania”.
E ancora: “Noi vogliamo essere padani a casa nostra, non nei consigli di amministrazione e sulle poltrone di potere. Hai detto che la Lega deve produrre libertà e non posti, noi vogliamo cambiare e non gestire”.
Perchè, si legge ancora, “il potere corrode e confonde, il potere romano da duemila anni divide e opprime la padania”.
Da qui l’appello al Senatur: “Solo tu hai avuto il coraggio di ribellarti quando tutti tacevano, solo tu con il tuo esempio di coraggio e rinunce hai saputo risvegliare il nostro popolo. In questo momento, quando il nemico è nell’angolo costretto dalla tua tattica a mostrarsi per la prima volta con il suo vero volto tutto unito nel governo Monti, non permettere che divisioni e gelosie facciano fallire ancora una volta il nostro sogno di libertà regalando a Roma la vittoria”.
nsomma: “i militanti, i dirigenti, i colonnelli, nessuno è in grado di unire i padani. Solo tu. Decidi tu, dicci tu cosa dobbiamo fare, guidaci come hai sempre fatto. Solo tu hai l’autorità per farlo. Noi ti seguiremo”.
Fin qui niente di strano: la mail sembra rientrare nella normale attività di propaganda interna di un partito.
Ma i leghisti più scafati sentono puzza di bruciato.
In coda alla mail si chiede infatti di rimandare “il prima possibile” il messaggio agli indirizzi “segretarioumbertobossi@gmail.com” e “dcantamessa@leganord.org”.
Chi è pratico di Carroccio sa che gli indirizzi “leganord.org” sono riservati esclusivamente ai membri della segreteria di via Bellerio.
E in particolare, quello a cui si chiede di rispedire la lettera, appartiene a Daniela Cantamessa, funzionaria della segreteria particolare di Umberto Bossi, su cui regna incontrastata la fedelissima Rosi Mauro
In pratica, quindi, è il ragionamento che si fa tra i “maroniani”, la mail non avrebbe altro scopo che indicare al Cerchio Magico, attraverso il feedback, su quante forze può contare.
Sempre la Dire, però, ha scoperto che nei giorni precedenti anche i maroniani avevano lanciato una massiccia campagna a colpi di mail.
“Come tanti fratelli padani ho deciso di scriverti- si legge nella lettera – dopo mesi che su tutti i giornali assisto ad un incredibile teatrino di interventi mirati a fare piazza pulita di chi tra i primi ti ha seguito nel ‘folle’ progetto di conseguire la libertà del nostro popolo. Liberati di coloro che sfruttano il tuo nome per creare divisioni tra i militanti, e infangano per biechi motivi di interessi personali, il nome di chi con te ha lanciato, scrivendoli sui muri, i primi ruggiti del popolo oppresso”.
Da segnalare infine l’incontro per cena, tra Bossi e Berlusconi, nella residenza milanese del Cavaliere.
Domenica il numero uno del Carroccio, dal palco della manifestazione di piazza Duomo, aveva lanciato l’ultimatum all’ex premier: o fa cadere il governo Monti o la giunta Formigoni sarà a rischio.
Ventiquattro ore dopo, il faccia a faccia per rassicurare il leader del Pdl che stava scherzando: chi lo dice poi ai leghisti lumbard che devono lasciare la poltrona?
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
SETTECENTO SENTENZE DI DEMOLIZIONE STANNO PER ESSERE OPERATIVE E LA POLITICA CORRE AI RIPARI
E’ l’inciucio del cemento. Abusivo. 
A Ischia si sperimenterà l’accordo Pd-Pdl. Debutterà alle prossime amministrative di primavera. Con uno scopo proclamato con fierezza e senza imbarazzo: difendere le case abusive dalle oltre 700 sentenze di demolizione che stanno per abbattersi (e mai verbo fu più indicato) sull’isola più devastata dall’edilizia illegale.
Il sindaco Pd, Giosi Ferrandino, e il capo dell’opposizione Pdl, Domenico De Siano, si sono stretti la mano e hanno comunicato, scavalcando Pierluigi Bersani e Silvio Berlusconi, che al voto correranno insieme in nome degli interessi bipartisan del loro elettorato, che chiede a gran voce lo stop alle ruspe e la sanatoria degli abusi di necessità — e chi stabilirà quali sono e quali, invece, sono speculazioni?
Siccome, ovviamente, mai i detentori legali dei simboli dei partiti autorizzeranno l’impropria alleanza — dalla segreteria regionale del Pd sono già partite le scomuniche — Ferrandino e De Siano la imboscheranno dietro il paravento di liste civiche.
Si prevede un plebiscito e l’esportazione del modello di governo anche negli altri cinque comuni dell’isola, due dei quali, Lacco Ameno e Casamicciola, vanno alle urne insieme a Ischia.
Perchè qui la lobby del mattone selvaggio è potente e aggressiva.
Organizza iniziative, convegni, cortei, barricate in difesa degli abusi.
Nel gennaio di due anni fa ci fu una rivolta di piazza nel disperato tentativo di proteggere l’abitazione di un ischitano dalle ruspe, giunte su mandato della Procura di Napoli a eseguire il ripristino dello stato dei luoghi in base a una sentenza di condanna passata in giudicato.
Ce ne sono tantissimi a Ischia in queste condizioni e serpeggia la paura che la prossima demolizione potrebbe toccare a uno di loro.
I numeri del fenomeno sono da paura.
Ben 12.017 domande di condono del 1985 in tutta l’isola, più ulteriori 8237 del condono del 1994.
Le circa 3200 pratiche del condono 2003, lasciamole perdere.
Perchè la giunta regionale di Antonio Bassolino le neutralizzò con una leggina ad hoc, attirandosi le maledizioni eterne degli ischitani.
Qui il cemento è colato a fiumi: i vani sono quintuplicati dal 1951 in poi.
Ma moltissimi, quasi 30.000, restano vuoti per gran parte dell’anno, vengono occupati solo in estate dal popolo dei vacanzieri della seconda casa.
Il risultato è che da un lato la situazione urbanistica è talmente saturata da rendere impossibile nuove edificazioni legali, dall’altro i residenti continuano ad avere fame di case.
Così il clima sociale è infuocato e guai a chi propugna le ragioni delle demolizioni.
Ne sa qualcosa Aldo De Chiara, capo del pool Ambiente e Urbanistica della Procura di Napoli, il magistrato che insieme alla Procura Generale coordina le operazioni di abbattimento. Proprio un anno fa, il 18 gennaio 2011, apparvero sulle auto parcheggiate di fronte all’abitazione di Antonio Caldoro, il papà del presidente Pdl della Regione Campania Stefano Caldoro, scritte minacciose con le bombolette spray: ‘Caldoro e De Chiara a morte infami’. Sull’episodio indaga la Procura di Roma.
Chiaro il movente: intimidire il politico di un partito il cui governo promise un decreto ‘salva-ruspe’ e poi dovette rimangiarselo, e il procuratore che sta applicando le leggi.
E che da mesi conduce nel massimo riserbo un’inchiesta sugli interessi personali e familiari degli amministratori pubblici ischitani che ispirerebbero l’azione politico-amministrativa in difesa degli abusi. P
eraltro le cifre degli illeciti edilizi sono così elevate che è quasi impossibile non avere un parente o un sodale implicato in una pratica di condono o in una sentenza di demolizione.
In un filone delle indagini ormai di dominio pubblico, il sindaco di Forio d’Ischia Francesco Regine è stato rinviato a giudizio per omissione d’atti d’ufficio in concorso con un tecnico del Comune, con l’accusa di aver provato a proteggere e sanare un abuso edilizio riconducibile a un consigliere comunale.
Il 1 febbraio ci sarà l’udienza del processo davanti al Tribunale di Napoli.
Sempre a Forio d’Ischia, a ottobre, il consiglio comunale ha respinto a scrutinio segreto la manovra di bilancio che doveva servire a finanziare diverse pratiche di abbattimento.
Una delibera sulla quale la Procura vuole vederci chiaro.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LE AZIENDE ITALIANE IN CRISI SONO STATE OGGETTO DELL’INTERESSE DEI GRANDI GRUPPI STRANIERI, IN PRIMIS FRANCESI E CINESI… IL CONTROVALORE E’ CRESCIUTO DELL’80% E VALE LA META’ DELLA FINANZIARIA DEL GOVERNO
L’ultima in ordine di tempo è la Ferretti group, passata alla società cinese Shandong Heavy Industry Group — Weichai.
Solo il tempo di festeggiare il Capodanno (occidentale) del 2012 e il Dragone ha messo il sigillo su un gioiello dell’industria italiana, maggior produttore mondiale di yacht di lusso.
Ferretti era incappata nei guai per l’eccesso di debiti accumulati in successivi passaggi di mano di fondi di private equity, e i cinesi hanno vinto la partita grazie all’accollo dell’indebitamento con un esborso complessivo di 374 milioni di euro — di cui 178 milioni in investimenti e 196 milioni per il finanziamento del debito del gruppo — per il 75% della società italiana.
Il compratore è una società statale, dotata quindi di fondi pressochè illimitati, ma assolutamente estranea al mondo degli yacht.
Non è un problema, l’importante è accaparrarsi le tecnologie e il “saper fare” artigianale degli italiani, farli propri e svilupparli successivamente in madre patria, dove i milionari sono molti e gli yacht di lusso un giocattolo sempre più ambito.
Compratori attenti, i cinesi.
Venditori distratti del loro patrimonio manifatturiero gli italiani.
La nostra manifattura è la seconda in Europa per importanza, dietro solo a quella tedesca e a prezzi di realizzo causa crisi e (apparente) disinteresse degli imprenditori italiano.
I dati elaborati dalla società di consulenza Kpmg non lasciano dubbi.
Nel 2011 le imprese straniere hanno fatto man bassa delle aziende italiane.
Sono in tutto 108 acquisizioni tra grandi e piccole, per un controvalore totale di 18 miliardi di euro.
Per fare un paragone, stiamo parlando della metà della manovra finanziaria lorda con cui il governo Monti ha messo in sicurezza i conti statali a fine 2011.
Tanti, tanti soldi per un periodo di crisi, contando che sono scomparsi i cosiddetti “megadeal” tipici dei periodi di espansione economica, grandi acquisizioni con numeri talvolta superiori al Prodotto interno lordo di interi stati africani o centroamericani.
Nel 2010 le operazioni “estero su Italia” come si chiamano nel gergo della finanza, erano state 83, con una crescita quindi del 30 per cento e addirittura del 76 per cento se si considerano i controvalori investiti, che nel 2010 sono stati 10 miliardi.
Vale la pena di notare che le imprese italiane si accontentano di affari minori.
Le operazioni “Italia su Italia” e “Italia su estero” sono state rispettivamente 157 e 64, ma la somma del loro controvalore totale è pari a 10 miliardi di euro. L’80 per cento meno degli stranieri.
Napoleone Bonaparte aveva avuto buon occhio per i capolavori dell’arte italiana.
Una volta varcate le Alpi era stato attentissimo nel selezionare quadri e sculture di assoluto valore artistico per impreziosire i propri musei.
Due secoli abbondanti dopo, mutatis mutandis, la Francia repubblicana è tornata in forze sul territorio italiano a fare incetta di altri “gioielli” della nostra epoca.
Nessun uso della forza, solo strategia e soldi. I cugini transalpini sono stati gli assoluti protagonisti sul mercato delle acquisizioni nel 2011, confermando l’attenzione per il tessuto economico italiano dove nel periodo 2007-2011 sono i secondi assoluti per deal dietro solo alla superpotenza americana.
Cinque delle 10 maggiori acquisizioni di gruppi italiani portano infatti il marchio dei bleus, a cominciare dalla maison del gioiello Bulgari finita a marzo al colosso mondiale del lusso Lvmh di Bernard Arnault per 4,15 miliardi di euro circa. La famiglia Bulgari è entrata nel cda francese ma nessun gruppo del lusso italiano ha rilanciato.
Appena il tempo di digerire la perdita di questo importante marchio nostrano ed è stata la volta di Parmalat, secondo gruppo agroalimentare italiano finito ai francesi di Lactalis per 3,7 miliardi di euro.
Uno smacco in piena regola per un’azienda che veniva da una fase di ristrutturazione finanziaria complicata post crac Tanzi.
La beffa è ancora maggiore se si pensa che il gruppo di Collecchio era un piccolo forziere con 1,4 miliardi di euro di liquidità derivante dalle azioni revocatorie e risarcitorie contro le banche.
Non solo: come ogni azienda agroalimentare è anche il terminale di una filiera spesso complessa che ha origine nel mondo agricolo, settore fragile.
Anche in questo caso nessuna resistenza degna di nota.
L’ex ministro Giulio Tremonti, spaventato dal possibile contraccolpo sull’opinione pubblica aveva annunciato norme antiscalata sul modello proprio di quelle francesi, ma poi partorì poco o niente e l’acquisizione andò in porto con il benestare di IntesaSanpaolo (ex azionista forte di Parmalat) guidata dell’attuale ministro Passera. Così come è andato in porto l’acquisto di Edison da parte della società statale transalpina Edf, che a fine anno ha messo le mani sul secondo player commerciale di luce e gas in Italia.
L’intervento di Passera, in versione ministro, ha lasciato in mani italiane la controllata Edipower, attiva nella generazione.
Il lato grottesco dell’operazione è che gas ed energia elettrica privatizzati e aperti al mercato sono finiti a una società statale, con gli utili che ingrasseranno l’Eliseo.
Sempre nel lusso sono passati a società francese la società abruzzese Brioni, quella degli smoking di James Bond e di tantissime celebrità mondiali, acquisita dalla Pinault Printemps Redoute (Ppr) interessata alla forza lavoro zeppo di sarti di alto profilo artigianale dello stabilimento di Penne, e Moncler, dov’è entrata con il 45 per cento la finanziaria Eurazeo.
Italiani bravi a creare marchi e aziende, incapaci di creare anche nei settori tradizionali del made in Italy campioni di livello internazionale.
E tra gli ultimi colpi di mercato anche il vino, con la casa vinicola Gancia finita all’imprenditore tartaro Roustam Tariko, attivo nella vodka e banchiere.
Prima di lui la Ruffino era finita agli americani di Constellation Brands. Insomma, siamo i primi o secondi produttori di vino al mondo e non abbiamo un’azienda di livello internazionale. Continuano i paradossi.
Che la razzia delle imprese italiane stia diventando un problema sembra se ne siano accorti anche nel governo che potrebbe studiare una nuova norma antiscalate per difendere le società italiane da attacchi esterni e diminuirne così la contendibilità .
Non è chiaro ancora cosa ne verrà fuori, ma quelle che sono ben visibili sono le prede. A cominciare dal disastrato sistema bancario italiano, alla ricerca disperata di liquidità e con valori di borsa bassissimi in questo momento.
Basti pensare che che a fine mese, con la chiusura dell’aumento di capitale Unicredit, si capirà qual è il nuovo azionariato e potrebbero esserci sorprese asiatiche o mediorientali, sotto forma di fondi sovrani. Il solo sistema cinese ha pronti per l’Europa 300 miliardi di euro da investire, e attende di allocarli al meglio.
Altre prede possibili sono Alitalia, dov’è presente AirFrance Klm come azionista che potrebbe voler crescere di peso nelle more di un risanamento dei “capitani coraggiosi” che però è messo sempre più a rischio dai conti della stessa società francese; i treni di Ansaldo Breda messi ufficiosamente in vendita da Finmeccanica e con la francese Alsom possibile interessata insieme ai canadesi di Bombardier; la maison Valentino cui sarebbero interessati gli spagnoli di Puig.
Un caso a parte potrebbero essere le Assicurazioni Generali, gioiello della finanza italiana che Mediobanca, dove il francese Bollore è ancora salito leggermente di quota, non avrebbe la forza di difendere da un attacco portato in grande stile.
Potrebbero tornare i progetti di privatizzazione delle aziende energetiche Eni ed Enel? E’ un’ipotesi molto remota, ma nessuno in questo momento si azzarda a negare nulla. Di certo, dicono da Kpmg, “uno dei pericoli delle vendite a gruppi esteri che spesso viene sottovalutato è che il pian piano i centri gestionali si spostano dalla società acquista alla casa madre, inaridendo quel che è il tessuto professionale interno.
Nel lungo periodo è una perdita di professionalità che intacca la possibilità di sviluppo e crescita futura”.
Come dire: prima inglobati e poi svuotati.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LE NUOVE REGOLE PER MISURARE IL MERITO: IL VOTO DI LAUREA DOVREBBE SPARIRE COME ELEMENTO DI PUNTEGGIO… IPOTESI DI VALUTAZIONE DEI DIPLOMI DEI SINGOLI ATENEI
Venerdì prossimo, in Consiglio dei ministri, confronto sul tema della laurea: il suo valore legale, il
peso che ha nei concorsi pubblici.
Sullo sfondo, la proposta di un diverso criterio di accreditamento dei singoli atenei: ovvero il peso specifico che potrà avere il prestigio accademico di un’università (quindi anche i suoi criteri selettivi) rispetto ad altre.
Stando alle indiscrezioni, nelle cartelle del governo sarebbe pronto per la discussione un provvedimento con molte novità .
Primo: nei concorsi pubblici, soprattutto per i quadri dirigenziali, dovrebbe cadere il vincolo del tipo di laurea. Basterà un titolo per partecipare.
Ci saranno le doverose eccezioni «tecniche» (nel caso in cui occorra una competenza specifica, per esempio, da ingegnere).
Però conteranno maggiormente la capacità e la professionalità dimostrata dal candidato durante il concorso.
In sostanza, per diventare dirigente di una Asl poco importerà se ho una laurea in Giurisprudenza o in Lettere, sarà decisivo il mio risultato personale nel concorso. Secondo: revisione del criterio legato al voto di laurea, che dovrebbe sparire come elemento di punteggio.
Terzo: diverso accreditamento, cioè «apprezzamento», delle singole università , che smetteranno di essere di fatto tutte uguali.
Se ne è già discusso venerdì scorso: al dibattito informale hanno partecipato, oltre al presidente Mario Monti e al ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, anche i ministri Anna Maria Cancellieri (Interni), Paola Severino (Giustizia), Filippo Patroni Griffi (Pubblica amministrazione) suscitando anche l’interesse di Lorenzo Ornaghi (Beni culturali, rettore della Università Cattolica di Milano).
Nel prossimo Consiglio dei ministri, con ogni probabilità , si arriverà a una sintesi. Creando un elemento di forte novità e discontinuità rispetto al passato.
In Confindustria, per esempio, si fa sapere che «non si può non essere d’accordo» con una mossa che «va sicuramente nella direzione di una vera liberalizzazione».
Ma si sottolinea anche come si debba proteggere il «consumatore di formazione» (lo studente, la sua famiglia) circa la qualità del prodotto che si sceglie.
Ovvero aiutare quel «consumatore» a capire quale sia l’ateneo giusto. O se, addirittura, certi atenei siano da evitare.
Naturalmente nel settore privato la laurea in sè ha un peso specifico diverso rispetto al settore pubblico.
La Confindustria da sempre guarda con favore alla prospettiva di un maggior rigore nella selezione degli atenei e a una autentica concorrenza tra i migliori.
E ripone molta fiducia nel lavoro dell’Anvur, l’Agenzia nazionale di valutazione del Sistema universitario e della ricerca presieduta da Stefano Fantoni.
Dice Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli: «Nel settore privato non cambierà molto. E’ del tutto ovvio che un capo del personale di una qualsiasi azienda assume valutando i pro e i contro delle caratteristiche dei candidati, indipendentemente dalla laurea e dal suo stesso punteggio. Detto questo, se davvero il Consiglio dei ministri varasse un provvedimento del genere, si stabilirebbe un principio sacrosanto anche per la pubblica amministrazione. Cioè la possibilità di accedere per le competenze acquisite dalla singola persona e non solo in base al famoso “pezzo di carta”. Mi sembra molto giusta la prospettiva di rimuovere, per esempio, il blocco del tipo laurea per accedere alle professioni della pubblica amministrazione».
Gavosto sottolinea poi un altro aspetto, che riguarda più direttamente le «fabbriche del sapere» (le università ) e quindi i famosi «consumatori di formazione» (gli studenti che si affacciano sul mondo del lavoro).
Dice Gavosto: «Non tutti gli atenei sono uguali. Lo sappiamo benissimo. Di conseguenza non tutti i voti conseguiti sono uguali. E bisognerà saperne tenere conto, nelle nuove norme. Ma sarebbe tempo che gli atenei si specializzassero puntando sulle discipline nelle quali sono più forti. Farò un esempio: Teramo offre una facoltà di Veterinaria sicuramente tra le migliori in Italia se non in Europa. Sarebbe bene che si concentrasse in quella materia, lasciando perdere in prospettiva i corsi più deboli. E ciò dovrebbe valere per tutte le università del nostro Paese»
Invece Attilio Oliva, presidente di TreeLLLe-per una società dell’apprendimento continuo (che da anni si occupa di miglioramento della qualità dell’education nel nostro Paese), punta l’indice contro l’abitudine tutta italiana di affidarsi burocraticamente e schematicamente alla «certezza» dei numeri, cioè dei punteggi: «L’ossessione dell’oggettività uguale equità si trasforma in un inno alla deresponsabilizzazione di chi è chiamato a scegliere, a selezionare».
Cosa vuole dire, con questo ragionamento, Oliva? «Molto semplice. Il punteggio diventa l’unico elemento amministrativo-burocratico di certezza. Mentre è del tutto evidente che il valore delle singole lauree dipende soprattutto dalla qualità e dalla serietà dell’ateneo che le ha rilasciate. Insomma, la vera svolta si avrà quando, nella scelta dei migliori, anche nella pubblica amministrazione ci sarà una adeguata responsabilizzazione dei selezionatori. Magari dopo una discussione collettiva, arrivando a una sintesi».
Paolo Conti
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
APPENA 20 EURO PER LA CAPITALE FRANCESE, 71 PER LA SPAGNA MA PRENOTAZIONI CON LARGO ANTICIPO
Parigi val bene un’offerta.
Parafrasando Enrico IV, ne sanno qualcosa Trenitalia e la Societè Nationale des Chemins de Fer che, dopo 12 anni di convivenza nella joint venture Artesia, lo scorso 11 dicembre hanno separato i rispettivi destini e ora viaggiano su binari differenti.
Ma con un medesimo obiettivo: conquistare a colpi di promozioni il mercato passeggeri tra il Nord Italia e la Ville Lumière, una delle direttrici dove ancora è possibile contenere la concorrenza del trasporto aereo che negli ultimi anni, grazie ai voli low cost, ha fatto incetta di viaggiatori.
E mentre gli italiani, in partnership con la società privata francese Veolia Transev, puntano sui viaggi notturni affidati ai treni Thello, con le offerte «Smart» a partire da 35 euro per le cuccette a 6 posti e da 55 euro per quelle a quattro, la società ferroviaria transalpina che per prima ha scommesso sull’alta velocità in Europa – i Tgv festeggiano i trent’anni di esercizio – gioca la carta delle percorrenze diurne, proponendo piani tariffari dai 25 euro dell’opzione «Mini», diventata per due settimane (fino al 29 gennaio) il prezzo unico per tutti i biglietti.
La competizione tra gli ex partner si gioca sui dettagli.
Trenitalia prova a fare il pieno sull’asse lombardo-veneto, partendo da Venezia e raccogliendo passeggeri a Vicenza, Verona, Brescia e Milano, per poi puntare a Parigi, via Losanna, con un’unica tappa intermedia in territorio francese a Digione; la Sncf, che in Italia partecipa anche al capitale della Ntv di Montezemolo, resta fedele alla linea «classica» Milano-Torino-Lione-Parigi, con fermate a Oulx, Bardonecchia, Modane e Chambery.
E punta sulla continuità territoriale strizzando l’occhio in particolare ai piemontesi, a cui offre il collegamento andata e ritorno in giornata tra Torino e Lione e gli stop nelle stazioni sciistiche della Val di Susa.
Il tragitto fra Milano e Parigi viene coperto in 7 ore e 15 minuti, contro le 9 ore e 51 dell’Euronight di Trenitalia.
Tempi in entrambi i casi lontanissimi da quelli dell’aereo, transfer e tempi di check in e ritiro bagagli compresi.
Non c’è solo Parigi tra le destinazioni europee per le quali Trenitalia propone biglietti a prezzi ribassati.
La tariffa «Smart» si applica anche ai convogli per la Svizzera (da 19 euro), agli Elipsos tra Milano e Barcellona (da 71), agli Euronight per Monaco di Baviera e agli Allegro per l’Austria (tutti a partire da 29 euro).
Ma proprio sulla direttrice brennero-bavarese le Fs devono fare i conti con un temibile concorrente, la società pubblica tedesca Db che in collaborazione con le à–bb austriache lancia non solo la sfida della tariffa internazionale «Europa Spezial» (a partire da 39 euro, valida anche per il Francoforte-Bruxelles, mentre il Francoforte-Parigi è dato a 29 euro), ma anche quella delle tratte interne al territorio italiano, con biglietti da 9 euro per i collegamenti Verona-Bolzano, Verona-Bologna e Venezia-Bolzano: prezzo da regionale, servizi da eurocity.
Nel promuovere la tariffa Db non rinuncia ad uno slogan che suona come uno sberleffo alle nostre Ferrovie: «Viaggiare anche in Italia con lo stesso confort cui siamo abituati in Austria o in Germania».
Ma come già avviene per i voli, le offerte promozionali vanno ben cercate e, soprattutto, trovate.
E provando a fare oggi una prenotazione online per un’ipotetica partenza il secondo sabato di febbraio, il biglietto super scontato fa fatica a saltare fuori.
Superata la deadline del 29 gennaio, trovare il biglietto a 25 euro sul Tgv per Parigi diventa una mission impossible e per la data da noi scelta non si scende sotto i 55 euro.
Che passano a 64 o 77 euro con il Thello (che chissà perchè diventano 96 se la stessa prenotazione viene tentata dal sito di Trenitalia).
Anche provando a variare le date, le promesse delle pubblicità non trovano conferme: accaparrarsi il ticket sottocosto è una lotteria.
Non così con l’aereo: per l’11 febbraio Ryanair propone effettivamente un biglietto Milano-Parigi ai 9,99 euro indicati nella rèclame e senza sovrapprezzi per tasse o check in, anche se a questa cifra andrebbero aggiunti i costi dei transfer da e per le città (perchè in realtà Milano è Orio al Serio e Parigi è Beauvais), vale a dire 8-10 euro a tratta con i bus convenzionati, e altri 15 euro per un eventuale bagaglio in stiva. Sul «fronte tedesco», invece, non c’è stato verso di acciuffare una tariffa «Smart» di Trenitalia per la Germania o per l’Austria: il Verona-Monaco lo abbiamo trovato a 73 euro con l’Euronight e a 71,40 con l’Eurocity tricolore.
C’era invece l’offerta Db a 39 euro.
Alessandro Sala
(da “Il Corriere della Sera“)
argomento: Costume, economia, ferrovie, Politica | Commenta »