Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
IN EMILIA ROMAGNA SONO GIA’ UNA VENTINA: COMMERCIALISTI, NOTAI, AVVOCATI, IMPRENDITORI HANNO FONDATO IL MOVIMENTO CHE SI RIFA’ A SARAH PALIN: “SAREMO UN GRUPPO DI PRESSIONE”
Meno tasse, meno centralismo, meno spesa pubblica. 
Il programma non è quello della Lega Nord, nè tanto meno quello del Movimento 5 Stelle.
A tappezzare Lombardia, Piemonte, Veneto e l’Emilia di cartelloni che sostengono, non senza ironia, “Non rubare: lo Stato odia la concorrenza” sono i Tea Party in salsa italiana. Un movimento inedito nel panorama politico del continente che prende ispirazione dal più noto (e ambiguo) movimento Tea Party statunitense, quello dell’ex candidata alla vicepresidenza Usa Sarah Palin e dell’ultraconservatore e commentatore della Fox Glenn Beck tanto per intenderci, che dalle scorse presidenziali tengono sotto pressione con populismo e infelice estremismo il partito Repubblicano.
Ma quello nato a Prato nel 2010 non sembra voler avere niente a che fare con il suo omologo a stelle e strisce, anzi: nessuna agenda sull’aborto nè istruzioni su come deve comportarsi il perfetto cattolico.
Solo un motto, “Meno tasse e più libero mercato”.
Da due anni, quindi, i Tea partier italiani si sono organizzati, hanno registrato un marchio- Tea Party Italia- e si sono messi a battere tutte le regioni del produttivo nord in cerca di consensi.
E, manco a dirlo, li hanno trovati.
Commercialisti, notai, avvocati, imprenditori, liberi professionisti. Ma anche, a loro dire, pensionati e studenti che, di tasse, non ne vogliono sentire più parlare.
Nella sola Emilia Romagna, in meno di un anno, hanno messo insieme una cosa come 20 sostenitori per provincia, da Piacenza a Rimini, e si dicono pronti a girare di Municipio in Municipio per far passare la loro linea.
“Ma ben attenti- avverte tra un paziente e l’altro la coordinatrice regionale, Cinzia Camorali, di professione medico odontoiatra- non siamo un movimento politico”. E già , i liberali, liberisti e conservatori Tea partier non vogliono buttarla “in politichese” ma agire come “gruppo di pressione” sui politici, consiglieri comunali, parlamentari, sindaci e influenzarne- per quanto in loro potere- l’ordine del giorno su un’agenda che ha “meno tasse” come primo e unico punto.
“L’obiettivo- come precisa il coordinatore nazionale, David Mazzarelli- è quello di fare approvare in ogni consiglio comunale la nostra mozione contro l’Imu, tassa iniqua che punisce indiscriminatamente i cittadini italiani”.
Secondo Mazzarelli, infatti, la mozione potrebbe vincolare le amministrazioni locali ad abbassare l’aliquota Imu sulla prima casa dallo 0,4 allo 0,2% visto che è proprio a discrezione dei Comuni il ribasso o il rialzo (fino allo 0,6%) della nuova tassa sugli immobili.
E i consigli comunali in procinto di promuovere questa mozione sono già diciassette, 10 in Lombardia e 7 nella “rossa” Toscana.
Il movimento sta quindi attraversando l’Italia cercando di aprire coordinamenti in ogni regione (prossimi obiettivi, Puglia e Marche) visto che ormai “il nord è coperto” e in cantiere si sono già messi diversi appuntamenti con le realtà locali- a partire da Parma- per promuovere e propagare il verbo “no tax”.
E ad essere attratti dai Tea Party Italia non è solo gente comune: Pdl, Lega e Terzo polo sembrano stuzzicate dall’idea di flirtare con il movimento di Prato a partire dalla prossima tornata elettorale.
“Ma noi non presenteremo un simbolo alle elezioni- ammette Mazzarelli- solo persone che si faranno portatrici delle nostre istanze”.
Specchio del malcontento da sovratassazione o radicalismo di protesta?
In entrambi i casi i Tea Party Italia mietono consensi là dove il centrodestra ha fallito la propria battaglia liberale.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
LE TRATTATIVE CON LE PARTI SOCIALI… OBIETTIVO RILANCIO DEL PIL CERCANDO NUOVE REGOLE
Giovani, occupazione, crescita, redditi. A Palazzo Chigi parte un confronto che per importanza e intensità di attese è come quello del 1993 quando al governo c’erano ancora dei tecnici, quella volta guidati da Carlo Azeglio Ciampi.
Ma la missione è molto diversa: allora si trattava di contenere il costo del lavoro, adesso di rilanciare il Pil con nuove regole sul mercato del lavoro.
Più flessibilità ma anche salari più ricchi per sostenere i consumi.
Tutti, governo, imprenditori e sindacati fanno sapere di essere pronti al confronto, purchè sia vero, costruttivo, depoliticizzato e aperto al dialogo.
Sul tavolo, come ha spiegato il premier Mario Monti, ci sarà innanzitutto «la semplificazione, con la riduzione delle segmentazioni» e con un’attenzione particolare ai giovani e «al miglioramento qualitativo del loro ingresso nel mondo del lavoro».
Si partirà quindi con ogni probabilità dalla diminuzione del numero dei contratti per l’ingresso nel mercato del lavoro, dall’aumento della produttività media e dei salari reali, dalla ripresa dell’occupazione e dalla riorganizzazione degli ammortizzatori sociali.
Nessun tabù – è stato lo stesso Monti a ribadirlo – sull’articolo 18 anche se la questione, già esclusa dai sindacati, non dovrebbe essere oggetto del primo round di trattativa.
La Confindustria, con le parole del presidente Emma Marcegaglia, in questi giorni si è appellata più volte al senso di responsabilità di tutti e si augura un dialogo costruttivo con il sindacato.
Per il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni, occorre un «confronto vero». Ma lasciando cadere la discussione sull’articolo 18 «considerato dai sindacati nella categoria dei diritti e non dei problemi». Per la Cgil non c’è dunque nessuna ragione per intervenire su questo tema.
Solo tempo indeterminato, ma le tutele sono graduali
La riforma del mercato del lavoro proposta da Tito Boeri e Pietro Garibaldi si caratterizza per essere a costo zero, perchè è rivolta a tutti (non solo ai giovani) e perchè prevede sin da subito un contratto a tempo indeterminato anche se per i primi tre anni viene sospesa quella parte dell’articolo 18 che prevede il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa.
Il meccanismo di base di questa proposta, presentata in Senato un anno fa e firmata anche da Franco Marini e Paolo Nerozzi, prevede che nei primi tre anni le tutele crescano gradualmente con la durata dell’impiego fino a rendere oneroso il licenziamento: alla fine del triennio l’imprenditore che decide di liberarsi del dipendente gli deve riconoscere 6 mensilità .
Se lo conferma, automaticamente si estendono tutti i diritti previsti dall’articolo 18. Questo contratto, che vale solo per i nuovi assunti, diventa «unico» ma non prevede l’abolizione di altri contratti.
Solo, li rende meno convenienti.
Per esempio quelli a tempo determinato (stagionali esclusi) si trasformano automaticamente nell’«unico» se la paga annua è inferiore a 25 mila euro lordi che salgono a 30 mila nel caso dei parasubordinati con monocommissione (esclusi praticanti negli studi dei professionisti).
Nel disegno di legge è contemplato anche un salario orario minimo garantito, che un’apposita commissione dovrà individuare.
Volutamente nella proposta Boeri-Garibaldi non ci sono riferimenti alla riforma degli ammortizzatori sociali con l’indennità di disoccupazione per tutti.
La decisione si spiega con la filosofia di base con la quale è stata progettata la proposta: quella del «costo zero».
Le risorse sono quelle che sono e, come si legge nel loro libro Riforme a costo zero , «le agevolazioni fiscali nel mondo del lavoro hanno sempre creato distorsioni del mercato».
Il «modello danese», elastiche l’entrata e l’uscita
Il modello del giuslavorista Pietro Ichino, proposto in un disegno di legge presentato al Senato nel 2009, si basa sul concetto di «flexicurity».
I lavoratori, tutti non solo i giovani, accettano un contratto di lavoro a tempo indeterminato ma reso più flessibile con una tecnica di protezione della stabilità diversa da quella attuale.
Al termine di un periodo di prova di sei mesi, il lavoratore viene assunto ma perde la protezione totale dell’attuale articolo 18: solo nel caso di licenziamenti per motivi economici od organizzativi (non quelli indiscriminati) il lavoratore incassa un’indennità che può arrivare fino a un massimo di 18 mesi di stipendio. Contestualmente viene creata una assicurazione complementare contro la disoccupazione (oltre agli attuali strumenti) che porta l’assegno del senza lavoro a un livello paragonabile a quelli scandinavi.
La durata è pari al rapporto intercorso con l’impresa con un limite massimo di tre anni e una copertura iniziale del 90% dell’ultima retribuzione decrescente nei successivi due anni fino al 70%.
La condizione per mantenere questo sussidio è che il lavoratore non si rifiuti di accettare le attività mirate alla riqualificazione professionale e alla rioccupazione.
Le imprese si accolleranno il costo dell’assicurazione e dei servizi collegati, affidati a enti bilaterali costituiti di comune accordo con i sindacati, il cui costo medio complessivo Ichino lo stima in circa 0,5% del monte salari.
Il principio di base è che più rapida è la ricollocazione del lavoratori più basso è il costo del sostegno a carico delle imprese.
La proposta Ichino è stata finora apprezzata dall’ex leader del Pd, Walter Veltroni, e dall’ex responsabile economia Enrico Morando ma respinta da Bersani e Fassina.
La proposta di legge è stata firmata anche da esponenti del Pdl e ha trovato condivisioni in Confindustria.
Apprendistato
Uno strumento «misto» contro la disoccupazione
L’apprendistato sembra al momento lo strumento più idoneo per affrontare senza tanti stravolgimenti normativi il problema della disoccupazione giovanile.
Sul suo rafforzamento e maggiore estensione per renderlo davvero fruibile a tutte le categorie di lavoratori c’è il sostanziale accordo dei sindacati e anche della Confindustria.
Anche perchè affronta in modo semplice la questione dell’articolo 18, prevedendone una sostanziale sospensione nei primi tre anni di lavoro-formazione-prova. L’apprendistato nella sua formula originaria è nato nel ’55 e ha avuto sei successivi adeguamenti normativi, l’ultimo nel dicembre 2007.
Si rivolge ai giovani tra i 16 e i 29 anni di età . Il rapporto di lavoro concepito con questo strumento dalle parti sociali è di «tipo misto», visto che si prevede l’onere per il datore di lavoro di una effettiva formazione professionale, sia mediante il trasferimento di competenze tecnico-scientifiche sia mediante l’affiancamento pratico per l’apprendimento di abilità operative.
L’assunzione di apprendisti richiede la stipula di un contratto di lavoro in forma scritta con allegato il Piano formativo individuale, mentre il numero degli apprendisti assunti non può superare quello dei lavoratori dipendenti qualificati effettivi.
Attualmente i contratti collettivi determinano la durata del rapporto di apprendistato, comunque per legge non inferiore a due anni e non superiore a sei
Nello schema dei sindacati, per costruire su questo impianto normativo quello più adatto ad affrontare il tema della disoccupazione giovanile, occorre rendere più appetibile lo strumento introducendo dei forti bonus fiscali e contributivi.
Come la proposta Ichino, anche l’apprendistato ha dunque un costo e, per le imprese, una certa controindicazione perchè riconosce ai sindacati un forte potere nello stabilire la durata del periodo di formazione.
Roberto Bagnoli
(da “Il Corriere della Sera“)
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
IL LEADER FATICA A TENERE IL PARTITO E C’E’ CHI AMMETTE: “NON E’ PIU’ QUELLO DI UN TEMPO”…IL SUO POPOLO NON RISPONDE PIU’ AI SUOI APPELLI E ANCHE LA NOMENKLATURA LITIGA AL SUO COSPETTO
Di fischio in fischio, dissacrazione dopo dissacrazione, fra cataratte, incidenti domestici, congiure,
cambiamenti d’umore e malinconie, Bossi è sempre meno Bossi: l’idolo s’incrina, l’icona scolora la sua tinta dorata e come in un dramma elisabettiano l’osservazione spassionata del potere trova in tutto questo la conferma di una verità inesorabile.
Che il carisma non è mai dato per sempre e quando comincia a fuggire, chi lo perde “sente il suo titolo cascargli addosso, come il vestito di un gigante sul nano che l’ha rubato”.
E dunque: «Non ho più la Lega, non ho più la Lega, mi viene voglia di mollare tutto» l’avevano sentito ripetere qualche giorno fa a via Bellerio dietro le porte di una riunione convocata dopo che il diktat anti-Maroni, poi repentinamente contraddetto, aveva messo in moto la più prevedibile levata di scudi contro il Senatùr.
Ora le immagini del palco di Milano, con quell’affollamento di malcelata discordia, dicono che la Lega ce l’ha ancora, ma certo Bossi non riesce a tenerla assieme.
O almeno: il suo popolo non risponde più ai suoi appelli.
Non solo la nomenklatura si guarda bene dal manifestare segni di ravvedimento, rifiuta di mettere in scena plateali rappacificazioni, abbracci, strette di mano, ma dalla piazza lo interrompono nel mezzo del rito: chi invoca il nome di Maroni, chi lo osteggia, chi comunque fischia all’indirizzo del vecchio capo che nei momenti d’imbarazzo, da consumato comiziante quale è rimasto nonostante tutto, chiama il “Padania libera!”, o minaccia Formigoni, o si abbandona alle consuete volgarità : ma per quanto potrà andare avanti in questo modo?
Oltretutto, dopo il tempestoso congresso a porte chiuse di Varese, è la seconda volta in tre mesi che Bossi deve subire dei fischi.
In quell’occasione, dopo la baraonda nella sala Arc de triomphe dell’Ata hotel, c’è chi lo vide con gli occhi lucidi.
Nell’estate era dovuto andare via nottetempo dall’albergo Ferrovia, in Cadore, sempre per il rischio di contestazioni.
E allora viene da chiedersi se questi momenti di pur umanissima emotività non abbiano il potere di oscurare il ricordo di quello che il leader è stato per tanti anni e ha rappresentato per una moltitudine di fedeli; se la fatica, gli sbadigli compulsivi, l’andatura incerta, la maschera di sofferenza, la voce spesso incomprensibile non siano da mettersi in relazione con il turpiloquio, le pernacchie, i gestacci
Ma il sospetto più grave e sempre più plausibile è che proprio le condizioni di Bossi abbiano accelerato e fatto esplodere la sorda guerra di successione che da tempo covava dentro la Lega e che nessuna autorità personale e residuale ormai potrà spegnere.
L’altro giorno si è permesso di dirlo con inusitata chiarezza perfino l’eurodeputato Speroni: “Bossi non ha più l’autorità di un tempo”.
Da questo punto di vista l’emergere di un’entità insieme sanitaria e cortigiana come il Cerchio magico, così come l’ansia della moglie del Capo, il destino del Trota, la defenestrazione di Reguzzoni, la probabile chiusura della Padania, i fondi d’investimento in Tanzania, il vomito polemico di Maroni, cui è prolungato il divieto di parola, e l’ambiguo barcamenarsi di quelli che l’ortodosso e purista Gilberto Oneto ha ribattezzato “i Robertidi” (Calderoli, Castelli e Cota), ecco, tutto questo, insieme agli imminenti congressi e alle frequenti telefonate da Arcore contribuisce a rendere lo scontro sempre meno ideale e al tempo stesso sempre più cupamente incentrato sul potere.
E tuttavia, riguardando l’ennesimo e crudele video di questo leone malandato che un tempo sferzava le platee e oggi parla al vento e raccoglie fischi, si coglie per un volta qualcosa di autenticamente drammatico nella sua incredulità , qualcosa che riscatta l’andazzo folkloristico e l’intonazione eroicomica che da sempre aleggiavano sopra le manifestazioni della Lega.
Perchè “il sole del potere è splendido, ma spesso tramonta a mezzogiorno nel pubblico disprezzo”, come dire a suon di rumorose contestazioni.
Così, nel logoramento dell’autonomia fisica e nel crepuscolo del comando politico va in scena un dramma tutto personale e perfino shakespeariano — si perdoni qui l’azzardo interpretativo — per cui c’è un po’ di Macbeth, con mogli che si danno un gran da fare, un po’ di Re Lear, con sovrani stanchi e figli inadatti, e poi c’è un po’ del Giulio Cesare, con la faccenda ineluttabile del parricidio da parte chi, all’apice del successo e dell’energia, capisce che è arrivato il suo momento, e gli eventi lo portano a fare fuori colui che gli ha dato fiducia, ma ha anche abusato della sua grandezza
Poi sì, certo che è sconveniente misurare le miserie di questo tempo con le poetiche riflessioni del Bardo.
Ma la tragedia del potere, in fondo, sta esposta lì magnificamente, così come a volte pare addirittura di scovarla, anche con qualche soddisfazione, negli impicci tardo-padani.
E quindi tutto torna, tutto presenta il conto, tutto si paga nel gran teatro della politica, dove il biglietto per assistere è gratis, e la lezione che vi si apprende in genere non conosce pietà .
Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
IL LEADER FATICA ORMAI A TENERE IL PARTITO E C’E’ CHI AMMETTE: “NON E’ PIU’ QUELLO DI UN TEMPO”…IL SUO POPOLO NON RISPONDE PIU’ AI SUOI APPELLI E ANCHE LA NOMENKLATURA LITIGA AL SUO COSPETTO
Di fischio in fischio, dissacrazione dopo dissacrazione, fra cataratte, incidenti domestici, congiure,
cambiamenti d’umore e malinconie, Bossi è sempre meno Bossi: l’idolo s’incrina, l’icona scolora la sua tinta dorata e come in un dramma elisabettiano l’osservazione spassionata del potere trova in tutto questo la conferma di una verità inesorabile.
Che il carisma non è mai dato per sempre e quando comincia a fuggire, chi lo perde “sente il suo titolo cascargli addosso, come il vestito di un gigante sul nano che l’ha rubato”.
E dunque: «Non ho più la Lega, non ho più la Lega, mi viene voglia di mollare tutto» l’avevano sentito ripetere qualche giorno fa a via Bellerio dietro le porte di una riunione convocata dopo che il diktat anti-Maroni, poi repentinamente contraddetto, aveva messo in moto la più prevedibile levata di scudi contro il Senatùr.
Ora le immagini del palco di Milano, con quell’affollamento di malcelata discordia, dicono che la Lega ce l’ha ancora, ma certo Bossi non riesce a tenerla assieme.
O almeno: il suo popolo non risponde più ai suoi appelli.
Non solo la nomenklatura si guarda bene dal manifestare segni di ravvedimento, rifiuta di mettere in scena plateali rappacificazioni, abbracci, strette di mano, ma dalla piazza lo interrompono nel mezzo del rito: chi invoca il nome di Maroni, chi lo osteggia, chi comunque fischia all’indirizzo del vecchio capo che nei momenti d’imbarazzo, da consumato comiziante quale è rimasto nonostante tutto, chiama il “Padania libera!”, o minaccia Formigoni, o si abbandona alle consuete volgarità : ma per quanto potrà andare avanti in questo modo?
Oltretutto, dopo il tempestoso congresso a porte chiuse di Varese, è la seconda volta in tre mesi che Bossi deve subire dei fischi.
In quell’occasione, dopo la baraonda nella sala Arc de triomphe dell’Ata hotel, c’è chi lo vide con gli occhi lucidi.
Nell’estate era dovuto andare via nottetempo dall’albergo Ferrovia, in Cadore, sempre per il rischio di contestazioni.
E allora viene da chiedersi se questi momenti di pur umanissima emotività non abbiano il potere di oscurare il ricordo di quello che il leader è stato per tanti anni e ha rappresentato per una moltitudine di fedeli; se la fatica, gli sbadigli compulsivi, l’andatura incerta, la maschera di sofferenza, la voce spesso incomprensibile non siano da mettersi in relazione con il turpiloquio, le pernacchie, i gestacci
Ma il sospetto più grave e sempre più plausibile è che proprio le condizioni di Bossi abbiano accelerato e fatto esplodere la sorda guerra di successione che da tempo covava dentro la Lega e che nessuna autorità personale e residuale ormai potrà spegnere.
L’altro giorno si è permesso di dirlo con inusitata chiarezza perfino l’eurodeputato Speroni: “Bossi non ha più l’autorità di un tempo”.
Da questo punto di vista l’emergere di un’entità insieme sanitaria e cortigiana come il Cerchio magico, così come l’ansia della moglie del Capo, il destino del Trota, la defenestrazione di Reguzzoni, la probabile chiusura della Padania, i fondi d’investimento in Tanzania, il vomito polemico di Maroni, cui è prolungato il divieto di parola, e l’ambiguo barcamenarsi di quelli che l’ortodosso e purista Gilberto Oneto ha ribattezzato “i Robertidi” (Calderoli, Castelli e Cota), ecco, tutto questo, insieme agli imminenti congressi e alle frequenti telefonate da Arcore contribuisce a rendere lo scontro sempre meno ideale e al tempo stesso sempre più cupamente incentrato sul potere.
E tuttavia, riguardando l’ennesimo e crudele video di questo leone malandato che un tempo sferzava le platee e oggi parla al vento e raccoglie fischi, si coglie per un volta qualcosa di autenticamente drammatico nella sua incredulità , qualcosa che riscatta l’andazzo folkloristico e l’intonazione eroicomica che da sempre aleggiavano sopra le manifestazioni della Lega.
Perchè “il sole del potere è splendido, ma spesso tramonta a mezzogiorno nel pubblico disprezzo”, come dire a suon di rumorose contestazioni.
Così, nel logoramento dell’autonomia fisica e nel crepuscolo del comando politico va in scena un dramma tutto personale e perfino shakespeariano — si perdoni qui l’azzardo interpretativo — per cui c’è un po’ di Macbeth, con mogli che si danno un gran da fare, un po’ di Re Lear, con sovrani stanchi e figli inadatti, e poi c’è un po’ del Giulio Cesare, con la faccenda ineluttabile del parricidio da parte chi, all’apice del successo e dell’energia, capisce che è arrivato il suo momento, e gli eventi lo portano a fare fuori colui che gli ha dato fiducia, ma ha anche abusato della sua grandezza
Poi sì, certo che è sconveniente misurare le miserie di questo tempo con le poetiche riflessioni del Bardo.
Ma la tragedia del potere, in fondo, sta esposta lì magnificamente, così come a volte pare addirittura di scovarla, anche con qualche soddisfazione, negli impicci tardo-padani.
E quindi tutto torna, tutto presenta il conto, tutto si paga nel gran teatro della politica, dove il biglietto per assistere è gratis, e la lezione che vi si apprende in genere non conosce pietà .-_
Filippo Ceccarelli
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
SONDAGGIO MANNHEIMER: IN CASO DI ELEZIONI IL PD E’ IL PRIMO PARTITO CON IL 28,3% DI CONSENSI, PDL IN DISCESA, UDC IN AUMENTO… IL 44% SONO INDECISI
Il decreto sulle liberalizzazioni costituisce un momento cruciale per la vita del governo.
Sia sul piano politico generale, sia su quello specifico dell’opinione pubblica.
Se è vero infatti che quest’ultima, al di là di qualche comprensibile mugugno, aveva finito con l’accettare e perfino sostenere i sacrifici richiesti con il decreto Salva-Italia, è vero anche che non era scontato il proseguimento dell’appoggio popolare in occasione degli ultimi provvedimenti, che minano così tanti privilegi, rendite di posizione o vantaggi che si pensavano acquisiti per sempre.
Non a caso, le decisioni del governo hanno portato a resistenze – e spesso proteste veementi – espresse dalle varie categorie professionali.
Invece, la reazione della popolazione nel suo complesso è stata quella di un sostanziale favore per il complesso delle norme varate.
I risultati delle ricerche di opinione mostrano come la popolazione approvi largamente sia le singole liberalizzazioni, sia la filosofia dell’intera manovra: quasi il 60% degli italiani esprime un giudizio «molto» o «abbastanza» positivo sulle iniziative di liberalizzazione.
Anche il profilo socioeconomico dei fautori dei provvedimenti dell’esecutivo è significativo: risultano infatti particolarmente favorevoli i più giovani, i possessori di titoli di studio elevati, i residenti nel Nord-ovest e nelle grandi città , vale a dire i ceti più «centrali» nel tessuto economico e produttivo, che dovrebbero essere i motori propulsivi della tanto auspicata ripresa.
Dal punto di vista dell’orientamento politico, appaiono più favorevoli alle liberalizzazioni proposte da Monti gli elettori del centrosinistra (che, in generale, appoggiano maggiormente l’operato del governo), mentre emergono maggiori perplessità da chi vota per il Pdl e, specialmente, per la Lega Nord (in questo caso il 70% si dichiara contrario alle liberalizzazioni).
Nonostante l’esistenza di questo consenso maggioritario anche sulle sue ultime iniziative, la popolarità complessiva per il governo ha subito in questi giorni una parziale battuta di arresto dopo l’exploit successivo al blitz di Cortina: oggi dichiara di approvare l’operato dell’esecutivo il 52% degli italiani, a fronte del 56% registrato all’inizio di gennaio.
Il lieve decremento è frutto di andamenti contrastanti tra gli elettorati dei diversi partiti: ad una sostanziale stabilità di consenso nell’elettorato del Pd (e addirittura ad una crescita di giudizi positivi sul governo tra gli elettori del Terzo polo) si contrappone un significativo calo di consensi tra i votanti per il Pdl.
Resta il fatto che la netta maggioranza dell’elettorato (68%) auspica comunque che Monti resti al comando del Paese sino al termine della legislatura in corso, nella primavera del 2013.
Come si sa, gli apparati delle forze politiche stanno già lavorando in vista di questa scadenza, in modo da conquistare in quel momento la massima porzione possibile di elettorato.
Per oggi la distribuzione delle intenzioni di voto (per la verità solo relativamente indicativa, dato che una larga parte degli intervistati si dichiara indecisa) vede ancora il netto primato del Pd che, pur non raggiungendo il 30%, come affermato da alcuni, rimane indiscutibilmente il primo partito italiano.
Questo status è legato anche alle difficoltà del Pdl, che, pur facendo registrare un lieve aumento di consensi proprio in questi giorni, sembra nelle ultime settimane mostrare qualche difficoltà a trattenere l’appoggio dei suoi elettori, i quali paiono attratti per un verso dall’Udc e per l’altro dall’astensione.
Il mercato in palio per i partiti è molto ampio: come si è detto, oggi quasi metà (44%) degli italiani si dichiara infatti indeciso su cosa votare o è tentato dall’astensione.
È soprattutto a costoro che i leader politici guardano – e lo faranno in misura ancora maggiore nei prossimi mesi – nel definire le strategie della comunicazione.
È vero che, data la presenza del governo tecnico, lo spazio a disposizione dei partiti è limitato, ma è vero anche che, come ha osservato anche Stefano Folli, essi possono giocare un ruolo decisivo in iniziative parlamentari come, per esempio, la riforma elettorale.
Renato Mannheimer
(da “Il Corriere della Sera”)
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
PROTESTA CONTRO IL CARO-GASOLIO, TICKET AUTOSTRADALI E IRPEF…CAMPANIA PARALIZZATA, DISAGI ANCHE AL NORD
Sono oltre duemila i tir che dalle prime luci dell’alba stanno bloccando il traffico autostradale in
tutta Italia per lo sciopero degli autotrasportatori, che protestano contro il rincaro del gasolio, quello dei ticket autostradali e dell’Irpef.
All’alba di stamattina erano oltre sessanta i blocchi ai caselli delle principali arterie nazionali, ma il numero è in continuo aggiornamento. E non per difetto.
Si tratta di una sorta di Movimento dei Forconi su scala nazionale, per cui il ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri, ha promesso “massima attenzione” per un eventuale dilagare della protesta.
Il rischio del resto è più che concreto: il blocco totale del traffico autostradale, con i camionisti che fermano i loro mezzi e fanno volantinaggio nei pressi dei caselli per sensibilizzare gli automobilisti.
Lo sciopero è iniziato alla mezzanotte di ieri, con carovane di mezzi pesanti che si sono diretti ai caselli per organizzare il blocco della circolazione.
Il peggio, però, deve ancora arrivare: in queste ore, infatti, il numero degli sbarramenti continua ad aumentare, con i camionisti che continuano spontaneamente ad aderire alle proteste.
Assemblee territoriali si sono svolte a partire da questa notte in varie regioni del paese e il numero delle imprese che hanno deciso di fermare i servizi continua a crescere ora dopo ora.
”Grande adesione, superiore a qualsiasi aspettativa — ha comunicato in una nota il movimento Trasportounito — Assemblee territoriali si sono svolte a partire da questa notte in varie regioni del paese e il numero delle imprese che hanno deciso di fermare i servizi continua a crescere ora dopo ora. Proprio l’adesione — ha detto Maurizio Longo, segretario generale di Trasportounito — sta dimostrando la gravità della crisi in atto. Trasportounito, in quanto organizzazione autonoma e indipendente, si sta facendo interprete di un disagio che è reale e tangibile per le imprese così come per le famiglie dei tanti autotrasportatori che si stanno battendo per la sopravvivenza”.
Tutti i punti interessati dalle manifestazioni sono presidiati dalle forze di polizia: attivo anche il monitoraggio di Anas e Concessionari autostradali.
Notizie aggiornate sulla percorribilità di autostrade e viabilità ordinaria sono disponibili tramite il Cciss, le trasmissioni di Isoradio ed i notiziari di Onda Verde sulle tre reti Radio-Rai; per l’autostrada A3 “Salerno Reggio Calabria” è in funzione, per le informazioni sulla viabilità , il numero gratuito 800 290 092.
Disagi e code da nord a sud sulla rete autostradale italiana a causa della protesta degli autotrasportatori, scattata alla mezzanotte.
Sul sito della società autostrade l’elenco dei nodi e dei tratti interessati dalla protesta. Sulla A14 Bologna-Bari-Taranto sono chiuse per i veicoli merci le entrate di Poggio Imperiale, San Severo, Foggia e Andria.
Ancora sulla A14 chiusa per tutti i veicoli l’uscita di Cesena nord, incolonnamenti in uscita alla stazione di Forlì e a San Benedetto del Tronto.
Sulla A7 Genova-Milano si possono verificare disagi alla circolazione a Serravalle Scrivia e Vignole Borbera, code in uscita a Genova Bolzaneto, sempre sulla A7 code verso Milano tra il bivio con la A10 e Genova Bolzaneto.
Incolonnamenti anche in Lombardia sulla A4 in uscita a Dalmine, Bergamo e Seriate con una coda di 2 km tra Dalmine e Bergamo verso Brescia e 4 km tra Seriate e Bergamo in direzione di Milano.
Possibili disagi sulla A1 Milano-Napoli nel tratto compreso tra Ceprano e Napoli. Sulla A16 Napoli -Canosa si sono formate code in entrata alla barriera di Napoli est. Sulla A30 Caserta-Salerno 2 km di coda tra Castel San Giorgio e Mercato San Severino verso Salerno, incolonnamenti in entrata alla barriera di Salerno verso Caserta.
La situazione più critica in Campania, con blocchi sulla Salerno-Reggio Calabria, sull’A30 Caserta-Salerno e nelle uscite di Caserta Sud, Capua e Santa Maria Capua Vetere.
Blocchi stradali anche nel napoletano. A Nola, Palma Campania e sulla Statale 7bis, il blocco al traffico è stato fatto con una cinquantina di tir e un centinaio di persone.
Già da ieri sera, nel nolano, c’era stato un primo raduno di mezzi, poi in nottata è maturata la decisione del blocco. Sul posto la polizia.
Alla barriera di Mercato San Severino (Salerno) sono oltre un centinaio i mezzi pesanti che sono fermi sulla carreggiata.
Presidi vengono segnalati anche sulla A/3, la Salerno-Reggio Calabria, alle uscite di Eboli, Sicignano degli Alburni e ad Atena Lucana, dove si registrano i maggiori disagi per la presenza sulla corsia nord di mezzi pesanti che occupano una corsia di marcia. Anche sulle A16 Napoli-Canosa blocchi effettuati da tir.
Uno è stato rimosso all’altezza di Baiano, anche se alcuni mezzi non si sono allontanati e non si esclude possano riprovare a provocare uno stop alla circolazione. Un altro blocco interessa Benevento, ed è ancora in corso.
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
SE C’ERA DORMIVA O GLI ANDAVA BENE COSI’, ORA FA IL “COMPROMESSO SPOSO” CHE SI SCANDALIZZA PER I FONDI IN TANZANIA…LA LOTTA DI POTERE ALL’INTERNO DELLA LEGA PER ASSICURARSI LA RIELEZIONE E’ APPENA COMINCIATA
“La pace di Milano”, come la chiama lui, non esiste.
Non esiste per la base. Non esiste per Roberto Maroni e Marco Reguzzoni. Non esiste per nessun esponente dei vertici del Carroccio.
Che siano sindaci (come Flavio Tosi e Attilio Fontana) o presidenti di Regione (a partire da Roberto Cota e Luca Zaia), nessuno va dietro all’auspicio espresso da Umberto Bossi.
La pace non solo non esiste, dunque, ma non va assolutamente trovata: i militanti vogliono che lo scontro tra maroniani e cerchisti si concluda sul campo e con un solo vincitore.
Così molti, lasciando la manifestazione milanese, si dicono delusi e annunciano la volontà di lasciare il partito.
Perchè all’ombra della Madonnina i più erano arrivati per assistere all’incoronazione definitiva del “barbaro sognante” Bobo.
Invece, nonostante la piazza abbia invocato con forza e ripetutamente “un saluto da Maroni”, Bossi ha deciso di non farlo parlare.
Invece di sentirsi dire che il tesoriere Francesco Belsito, il responsabile dei fondi investiti in Tanzania, e “la terrona” Rosi Mauro, dovranno trovarsi un impiego, il Capo ha insistito nel tentare di convincere Maroni a stringere la mano ai cerchisti.
Generando un siparietto molto imbarazzante per tutti.
Quando Bossi si augura che “scenderemo dal palco tutti insieme stringendoci la mano”, la piazza reagisce invitando l’ex capogruppo ad andare “fuori dai coglioni”.
E a Rosi Mauro rivolge l’invito generalizzando: “I terroni fuori dai Maroni”. Il clima è questo.
E per la prima volta durante un comizio Bossi è interrotto da cori, grida, slogan.
Lui alza la voce, sposta l’attenzione sul governo Monti e su Roberto Formigoni.
Che minaccia: “Li stanno arrestando ogni giorno, se continua così andiamo a elezioni e corriamo da soli; Formigoni ricordati che i soldi sono i nostri”, grida.
Ma agli oltre ventimila riuniti in piazza del Duomo nteressa di più sentire Maroni, assistere al passaggio di consegne.
Invocano i congressi, gridano a gran voce Bobo, instancabili mostrano manifesti contro il cerchio magico (“ormai è stato inquadrato, basta giochi”) e i suoi componenti (“Bossi e Maroni in Padania gli altri 4 coglioni in Tanzania”), se la prendono con la consigliera regionale Monica Rizzi, cerchista e tutrice del trota Renzo (“Sei falsa come la tua laurea”).
Insomma sono arrivati fin qui nella speranza di assistere al passaggio di consegne.
Maroni è visibilmente soddisfatto.
Sul palco un passo davanti a tutti gli altri raccolti intorno a Bossi, saluta e applaude quando lo invocano, per poi suggerire con il labiale di scandire il nome “Bossi, Bossi”.
E quando Matteo Salvini e altri sventolano dal palco la sciarpa “Barbari sognanti” finge di non vedere, ma il sorriso è soddisfatto, il momento è arrivato.
E la differenza con Pontida e Venezia, dove per la prima volta era stato acclamato come “premier” e “successore di Bossi”, è che l’ex titolare del Viminale ci crede.
Ha capito di avere la forza politica e la spinta per lo scontro.
Scendere dal palco senza parlare brucia un po’. Ma le rimostranze sono state presentate al Capo in via Bellerio.
E così al termine della segreteria federale, è lui che comunica le scelte adottate nel fortino leghiste.
Come già annunciato: “I congressi provinciali si svolgeranno entro tre mesi ed entro giugno ci saranno i nazionali”, comunica.
E sulla manifestazione, Bobo punzecchia: ”Fischi? Io ho sentito applausi e incitamenti per Bossi e per la Lega. E qualcuno anche per me e questo mi fa piacere”, sottolinea.
Ma dal suo profilo facebook, poco dopo scrive: “Una folla immensa ha invaso la nostra Milano! Un popolo di barbari sognatori ! Vorrei ringraziarvi uno per uno : tutti ! Ognuno di voi ! Il mio pensiero va alle/ai militanti che si sono alzati a notte fonda per essere in piazza uniti più che mai ! Mi è dispiaciuto molto non poter parlare per salutarvi e condividere con voi queste sensazioni ! Sono molto felice di comunicarvi che poco fa si è concluso il “Federale” che ha deliberato la convocazione dei congressi provinciali e nazionali così come richiesto dai nostri militanti ! Il vostro Barbaro Sognante!”
Forse più che sognante sarebbe meglio dire “dormiente”, visto che per venti anni non ha mai preso posizione contro gli investimenti in Croazia, sulla fallimentare iniziativa della banca padana, sugli investimenti nei Bingo, sul governo Berlusconi (forse la poltrona di ministro gli aveva fatto dimenticare la sua passione di barbaro sognante…).
Per non parlare dell’imbarazzante inchiesta giudiziaria sulle sue consulenze orali e lo stipendio di 2,000 euro al mese elargite da un inquisito alla sua portavoce per organizzare feste in discoteca.
Dal capocomico al caratterista, ma la rappresentazione è sempre da avanspettacolo.
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
PER L’EX PREMIER E’ L’ORA DEL RISPARMIO: SI COMINCIA DALLA VILLA DI ANTIGUA E DA EMILIO FEDE… PER VENDERE LA PRIMA HA CHIESTO AIUTO A PUTIN, IL SECONDO VUOLE 8 MILIONI DI BUONUSCITA
Sarà che i suoi processi continuano ad impensierirlo. 
Sarà che i sondaggi del Pdl gli provocano un senso di “profonda amarezza”, dicono i suoi. Sarà — ancora — che Mediaset va male, la pubblicità cala e gli ascolti pure.
Insomma, sarà che da palazzo Chigi vedeva tutto un altro film e che ora, da Arcore, tutto sembra, invece, plumbeo e sinistro, ma fatto sta che il Cavaliere ha deciso che è arrivata l’ora di disfarsi di alcuni gioielli di famiglia.
Roba preziosa. Anche sotto il profilo degli affetti.
Addio, dunque, alla mitica residenza off shore di Antigua.
E addio, soprattutto, a Emilio Fede.
Son dispiaceri, certo.
Specie quest’ultimo, che—dicono — avverrà in primavera, quando il direttore di sempre del Tg4 avrà calato un po’ sulle sue pretese di liquidazione (8 milioni di euro) e gli avranno trovato — soprattutto — una collocazione diversa.
Perchè lui, comunque, di andarsene in pensione non ne vuole sapere. “Io lo so chi dice che mi vogliono fare fuori, sono tutti quelli che vorrebbero prendere il mio posto! Bechis per primo! (Franco Bechis, vicedirettore di Libero, ndr)”.
La verità è questa. Che giovedì scorso Mauro Crippa, potente direttore generale dell’Informazione Mediaset, uno che fa solo quello che gli dice Berlusconi (senior), ha convocato Fede per una riunione .
“à‰ una cosa normale che accada — racconta Fede — e in quell’occasione lui mi ha chiesto che intenzione avessi. D’altra parte, sono 23 anni che lavoro in Mediaset, il Tg4 l’ho inventato io…”.
Crippa, in modo molto soft, ha fatto capire a Fede che l’ora di migrare poteva dirsi giunta e che l’azienda era pronta a fare un’offerta congrua per la sua vecchiaia felice. “
Ennò, mi dispiace — dice Fede — perchè o faccio il direttore editoriale di tutta l’informazione Mediaset, o mi danno una trasmissione tutta mia, ma mi deve venire l’idea giusta, oppure troppi soldi mi devono dare…”.
Ecco, pare che Crippa si sia sentito sparare la cifra di 8 milioni di euro (“persino poco”, dice Fede) e che l’abbia riportata al Cavaliere che, a quel punto, ha tirato il freno a mano. “Berlusconi — è parola di Fede—con il quale è indubbio che il mio rapporto sia solido, mi ha detto: prenditi i tuoi tempi, decidi tu quando, ma ricordati che hai anche un’età , Emilio. Ma l’ha detto con l’affetto di non vuole proprio lasciarmi andare…”.
A Mediaset sono mesi che fanno il tifo per il contrario.
Da quando è sotto processo a Milano con Nicole Minetti e Lele Mora, “l’appeal tv” di Fede si è ulteriormente appassito anche per lo zoccolo duro del 5,70% di share del tg delle 19.
E la pubblicità è in fuga. Insomma, dall’uscita di scena di Fede dipende la salvezza di Rete 4 e, dunque, il Cavaliere ha detto di far presto.
Mentre non pare affatto facile riuscire a portare a termine la seconda “dismissione affettiva”, la villa di Antigua.
A Berlusconi servono soldi, dicono i familiari più stretti, perchè quei 560 milioni di euro sborsati cash alla “tessera numero 1 del Pd” De Benedetti, l’hanno lasciato “con il denaro contato per le emergenze”.
Per vendere avrebbe chiesto aiuto a Putin.
Gli avevano consigliato, i suoi, di mettere subito in vendita villa Campari, sul lago di Como, ma lui ha replicato che così avrebbe dato la sensazione in patria di essere davvero in difficoltà .
Antigua, invece, è lontana. E, soprattutto, può portare ancora guai perchè la procura di Milano sta ancora indagando su Arner Bank, l’istituto di credito attraverso cui Berlusconi ha pagato le società (la Flat Poit e la Emerald Cove Enginering) che hanno costruito il comprensorio che si affaccia su un vero paradiso naturale ma, soprattutto, fiscale.
Berlusconi comprò, nel 2005, 4 acri di terreno sull’isola da Brian Lester Bird, all’epoca primo ministro locale, per 1 miliardo e 700 mila euro.
Quindi, con 22 milioni di euro transitati attraverso la Arner, ha tirato su circa 100 ville, due delle quali — chiamate dai locali “Il Castello” — risultano nella sua disponibilità .
Nella realtà , almeno a sentire i locali, il Cavaliere sarebbe proprietario di tutto quanto il comprensorio Emerald Bay, ad esclusione di alcune ville come quella (pare regalata) dell’ex calciatore del Milan, Shevchenko.
Ora, dovendo fare cassa, Berlusconi ha sparato una cifra molto forte, 60 milioni per le sue due ville e 150 milioni per il terreno del comprensorio, cifra che per il momento ha solo allontanato i possibili acquirenti.
Pare anche che il Cavaliere abbia chiesto aiuto all’amico Putin , senza successo.
Ma deve vendere. E velocemente. Poi si vedrà se i soldi della vendita li dichiarerà in Italia.
O li lascerà lì, nella splendida banca di St John.
Tanto per non perdere in tasse un altro “affetto” importante.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
MISTERIOSAMENTE SPARITI SEI MEZZI DONATI ALLA PROTEZIONE CIVILE DEL VALORE DI 860.000 EURO
Sei mezzi per lo sgombero e la rimozione delle macerie, donati dalla Fiat alla Protezione civile a maggio del 2009, non sono mai arrivati a l’Aquila o nei territori colpiti dal terremoto.
E nessuno sa ufficialmente dove si siano fermati (o siano stati “temporaneamente” parcheggiati) nel tragitto che da Torino li doveva portare in Abruzzo.
Di questi mezzi per il movimento terra (un escavatore cingolato, un escavatore gommato, un miniescavatore, una pala gommata, una minipala compatta e un sollevatore telescopico, valore totale circa 860 mila euro) si sarebbe forse persa memoria se non fosse arrivata la denuncia del Conapo (il sindacato dei vigili del fuoco) dell’Aquila che, in una lettera indirizzata al responsabile di Case construction equipment (l’azienda del gruppo Fiat che ha donato le macchine) e inviata per conoscenza alla Protezione civile, al commissario per la ricostruzione Gianni Chiodi e allo stesso Dipartimento nazionale dei vigili del fuoco, lamenta il mancato perfezionamento dell’operazione.
«Le macchine operatrici che Case ha così generosamente donato, e che tanto sarebbero utili ai vigili del fuoco — scrive il segretario provinciale del Conapo, Elio D’Annibale -, non sono mai giunte nei territori colpiti dal sisma e non abbiamo, quindi, mai avuto il piacere di vederle all’opera. Ci chiediamo che fine abbiano fatto questi mezzi, in quale autorimessa sono desolatamente parcheggiati o quale uso se ne sia fatto».
D’Annibale avanza l’ipotesi che i mezzi non siano arrivati perchè il Dipartimento della Protezione Civile, responsabile del coordinamento dei soccorsi e dell’assistenza alla popolazione durante i mesi immediatamente successivi all’evento sismico del 6 aprile 2009, oltre a non essere mai stato impiegato nelle operazioni di demolizione edifici e smaltimento macerie, ha lasciato il cosiddetto “cratere sismico” a decorrere dal 1° febbraio 2010, data in cui il presidente della Regione Abruzzo ha assunto l’incarico di commissario per la ricostruzione.
Cosa sia accaduto realmente, però, resta un mistero.
Il gruppo Fiat, interpellato, ha confermato di aver proceduto alla donazione (a cui peraltro fu data ampia pubblicità in occasione di una cerimonia tenutasi nel mese di settembre del 2009 a L’Aquila) e alla consegna alla Protezione civile che, successivamente, avrebbe affidato i mezzi ai vigili del fuoco con un contratto di comodato d’uso.
«Le macchine saranno presto impegnate in importanti progetti di ricostruzione dell’aquilano», annunciava a suo tempo la Fiat.
«No, qui non le abbiamo mai utilizzate» ribattono oggi in Abruzzo i vigili del fuoco che, in collaborazione con il personale dell’Esercito Italiano, hanno il compito di conferire in discarica le macerie dei crolli e dalle demolizioni.
Eppure, a due anni e 9 mesi dal sisma che ha devastato L’Aquila, quei mezzi sarebbero ancora utilissimi per gestire il problema dello sgombero e la ricostruzione.
I vigili del fuoco, invece, come ha dichiarato D’Annibale in altre occasioni, sarebbero costretti a lavorare «con attrezzature vecchie di 20 anni, mentre mezzi che valgono quasi 900 mila euro non sono mai stati usati».
Da indiscrezioni, rimbalzate alcuni giorni fa sul Tg regionale dell’Abruzzo, sembra che una parte delle macchine, riconoscibili dalla scritta “Fiat con l’Abruzzo” (di cui sono state diffuse immagini scattate con il cellulare) si trovi in un garage del Corpo a Roma.
Ma al momento il dipartimento dei vigili del fuoco non ha fornito alcuna risposta, neppure per smentire questa ipotesi.
Dunque il mistero resta come le macerie del terremoto che attendono nuovi e più efficienti mezzi.
Nicola Catenaro
(da “Il Corriere della Sera”)
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