Aprile 17th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO SETTIMANE DI POLEMICHE IN SEGUITO AD UN AVVISO DI GARANZIA PER TANGENTI. IL MARONIANO BONILASCIA LA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO REGIONALE LOMBARDO
E alla fine Davide Boni si dimette. 
Il presidente leghista del consiglio regionale lombardo, raggiunto da un avviso per corruzione per una vicenda di tangenti, lascia oggi l’incarico.
La decisione arriva dopo un lungo pressing della nuova dirigenza del Carroccio, che – soprattutto dopo le dimissioni di Monica Rizzi da assessore – ritiene indispensabile anche il passo indietro di Boni “per evitare strumentalizzazioni”.
Boni fa sapere attraverso una nota che “in funzione di quanto ha fatto il mio segretario federale, Umberto Bossi, che ha fatto un passo indietro per agevolare una serena condizione politica per il movimento, faccio anch’io un passo indietro, precisando che nessuno me l’ha mai chiesto, in totale autonomia”.
Boni è indagato dall’inizio di marzo per corruzione e finanziamento illecito ai partiti. Il filone di indagine riguarda presunte tangenti per la concessione di aree edificabili nel comune di Cassano D’Adda.
I fatti risalgono al periodo in cui era assessore regionale all’Edilizia e al territorio (2005-2010).
L’esponente del Carroccio si è sempre proclamato “estraneo” alle accuse e il movimento lo aveva sostenuto dall’avvio dell’inchiesta. Ieri il presidente dell’assemblea regionale aveva avuto un faccia a faccia in via Bellerio con Roberto Calderoli.
Ed è lì che la decisione è maturata.
Nel nome del rinnovamento generazionale, su cui insiste soprattutto Roberto Maroni, il posto di Boni verrà preso da un giovane consigliere. In pole Massimiliano Romeo, eletto nel collegio di Monza e Brianza.
Con le dimissioni di Boni sale a tre il numero degli esponenti della Lega che hanno lasciato nell’ultima settimana il Pirellone.
Martedì della scorsa settimana è toccato a Renzo Bossi formalizzare le sue dimissioni da consigliere per lo scandalo dell’uso dei rimborsi elettorali del Carroccio.
Proprio stamani Boni ha messo in votazione la ratifica.
Monica Rizzi, che aveva curato la candidatura di Bossi junior a Brescia nel 2010, si è dimessa ieri da assessore allo Sport su pressione del movimento.
Il passo indietro di Boni chiude anche la polemiche per le sue mancate dimissioni dopo essere stato indagato.
Rodolfo Sala
(da “la Repubblica”)
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Aprile 17th, 2012 Riccardo Fucile
“LA POLITICA BALLA SUL TITANIC, RISCHIA DI IMPLODERE TUTTO IL SISTEMA”… “RIFORMARE LA LEGGE ELETTORALE NON BASTA SE NON SI RIDUCE IL NUMERO DEI PARLAMENTARI”….”CHE PENA BERLUSCONI CHE SI DIVERTIVA IN MODO COSI’ SQUALLIDO E CHE TRISTEZZA I CORTIGIANI”
Si rischia di implodere e affondare.
Gianfranco Fini non ha dubbi, la politica italiana sta attraversando un periodo molto pericoloso e deve fare qualcosa per uscirne.
Il presidente della Camera ha parlato della necessità di intervenire sui rimborsi elettorali ai partiti e sulla corruzione, per riavvicinare la gente alla politica dopo i casi che hanno travolto il tesoriere della Margherita, Luigi Lusi, e quello della Lega, Francesco Belsito, ma anche gli scandali sanità in Puglia e Lombardia.
«Per certi aspetti, questa sorta di questione morale di ritorno è diversa e perfino peggiore rispetto a quanto accadde nel 1992-93. Diversa perchè in quella fase ad essere travolto è stato il sistema del Pentapartito e con esso la cosiddetta Prima Repubblica. Oggi la percezione che ha la pubblica opinione è quella di un malaffare trasversale al mondo politico, che riguarda sostanzialmente tutti. Peggiore perchè rispetto a 20 anni fa non siamo di fronte al rischio di crisi di un sistema, ma della sua implosione», ha detto Fini intervistato da “la Repubblica”.
Quello che occorre fare, secondo il presidente della Camera, è prendere immediatamente in considerazione la proposta di dimezzare i rimborsi per i partiti.
Il presidente della Camera ha ammesso che per il suo partito può sembrare più facile parlarne, dal momento che non ha diritto alla rata del finanziamento di luglio, ma ha rimarcato l’urgenza della situazione: «Non ci si può fermare ai maggiori controlli, alla pubblicità sui bilanci, alle sanzioni sulle irregolarità nei conti dei partiti», serve un gesto più concreto.
La politica ha i suoi costi, Fini lo sa, e quello che chiede non è una totale rinuncia ai finanziamenti, giudicata deleteria dai leader della maggioranza, Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini, ma occorre fare qualcosa: «Sta suonando la campana dell’ultimo giro per tutti. Qui si balla sul Titanic, se vogliamo restare in clima da centenario del naufragio».
Altrimenti il rischio è grossissimo: «Si prospettano tre vie di uscita, una peggiore dell’altra: astensionismo senza precedenti, frammentazione della rappresentanza, un populismo all’ennesima potenza che mette nel mirino i partiti in quanto tali e l’Europa. Un mix esplosivo».
Fini ha poi guardato all’operato del governo Monti, l’ha difeso, ha detto che «sembra sempre più sopportato dai due principali partiti di maggioranza, piuttosto che supportato», ne ha elencato i pregi ma ha rivendicato l’importanza del ritorno alla politica una volta terminata la stagione dei tecnici: «Situazioni eccezionali come quelle che hanno portato al governo Monti non possono essere assunte come la regola. Le prossime elezioni restituiranno agli elettori la scelta su chi dovrà governare. Ma i partiti non potranno comportarsi come se quella di Monti fosse stata una parentesi».
Il presidente della Camera ha poi risposto anche a due domande che lo riguardavano personalmente: il ritorno in Italia di Walter Lavitola, l’uomo che lo accusò per la vicenda della casa di Montecarlo, e la gag di cui era protagonista a sua insaputa durante i festini di Silvio Berlusconi.
«Ora ho capito meglio cosa vuol dire faccendiere. Speriamo di capire perchè accompagnava l’allora presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri Frattini nelle visite di Stato», ha detto Fini riferendosi a Lavitola, mentre per Berlusconi ha avuto parole di biasimo: «Che pena vedere che chi era chiamato a governare l’Italia si divertiva in modo così squallido e soprattutto che tristezza tutti i cortigiani che pur di non correre il rischio di cadere in disgrazia ai suoi occhi non avevano il coraggio di dirgli di vergognarsi».
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Aprile 17th, 2012 Riccardo Fucile
LA SQUADRA DI CALCIO RINUNCIA ALLA QUINTA EDIZIONE DEL TORNEO PER LE “NAZIONI NON RICONOSCIUTE”…IN PASSATO AI TIFOSI VENIVANO PAGATE TRASFERTE, ALBERGHI, VITTO E BIRRA, TUTTO A SPESE DEL PARTITO
La nazionale di calcio padana è rimasta al verde. Travolta dallo scandalo della Lega,
dall’allegra gestione dei finanziamenti pubblici da parte del tesoriere Belsito, la squadra del paese che non c’è rischia seriamente di chiudere i battenti.
Di sicuro non parteciperà ai mondiali che si terranno tra poco più di un mese in Kurdistan, dove si disputa la quinta edizione della Coppa del Mondo 2012 Viva, il torneo per le nazioni non riconosciute (indipendentemente dal fatto che esistano o meno) e pertanto non affiliate alla FIFA.
Tra i nomi spiccano Aramea, Camerun meridionale, Gozo, Kurdistan, Lapponia, Monaco, Occitania e Provenza, oltre alle due compagini italiane loro malgrado: la Padania appunto, e la nazionale del Regno delle Due Sicilie.
Che la nazionale padana non parteciperà al torneo lo spiega Leopoldo Siegel, giornalista di Radio Padania e allenatore della squadra.
“Al momento mancano i presupposti organizzativi. Ci dispiace perchè, dopo aver vinto 13 partite su 13 e conquistato tre coppe ci tenevamo a difendere il titolo in Kurdistan. Ma visto quello che è successo di recente, il momento non è certo propizio”.
La nazionale padana nasce a fine anni ’90, disputa due partite con l’Ausonia e poi scompare. “Gli alleati non gradivano, il Cavaliere in particolare. Arrivò una telefonata da Roma e fummo costretti a chiudere — racconta Siegel — Poi la squadra rinasce nel 2007, fortemente voluta da Renzo Bossi, che ne diventa team manager e s’impegna per farla diventare vincente“.
Ad ogni costo.
Anche a costo di far pagare alla Lega le trasferte ai tifosi. E con che soldi è facile immaginarlo.
Come quando la Padania andò a vincere la sua prima Coppa del Mondo.
Nel 2008 in Lapponia, una spedizione costata almeno 100mila euro, tutti usciti dalle casse del partito.
“Era evidente anche allora la grande disponibilità di soldi: le spese venivano rimborsate senza problemi — racconta a Repubblica Diego Gambaretto, consigliere comunale Pdl ad Albisola e unico non leghista del gruppo — Se andavi a comprare un panino, portavi lo scontrino e ti rimborsavano”.
Per vincere quel primo mondiale non si badò a spese. Per la squadra ovviamente, ma anche per i dirigenti del partito e i tifosi al seguito.
Raccontano che Umberto Bossi e i due figli, Renzo e Riccardo, alloggiassero nel castello da mille e una notte di Fjalnnas, tra saune e tappeti rossi.
Che ai tifosi furono rimborsati sia nove camper presi a noleggio (ognuno con un simbolo padano in bella vista), sia la benzina per coprire il viaggio di andata e ritorno da via Bellerio alle verdi lande di Gallivare (nel nord della Svezia), sia i soggiorni in campeggio e ogni spesa extra, persino le birre.
“Noi di certo non abbiamo messo mano al portafoglio — continua Siegel — Dall’aeroporto in poi per la squadra tutto è stato a spese del partito. Da dove arrivassero i soldi per gli spostamenti e per gli alloggi dei tifosi, e se ci siano state spese extra, non ne ho idea. So che tutto era gestito dalla Lega tramite Sport Padania: un ente di promozione sportiva riconosciuto e sovvenzionato dal Coni”.
Ampolle e coppe del mondo.
Riti officiati per aggregare un popolo inesistente dietro un’idea che tramite lo sport cercava di farsi materia.
Fasti dispendiosi per compiacere il Trota, demiurgo e alfiere di uno squadrone che al tempo della spedizione in Lapponia poteva contare anche su giocatori professionisti come Alessandro Dal Canto e i fratelli Cossato.
Mentre l’anno dopo, al torneo disputato in casa tra Varese, Novara, Brescia e Verona e vinto in finale contro il Kurdistan, prese parte anche Maurizio Ganz, ex centravanti di Inter e Milan. E se Ganz ha buone parole per il Trota (“Mi faceva simpatia”), non tutti sono dello stesso avviso.
“Renzo non è mai piaciuto a nessuno — racconta Gambaretto – Erano tutti gentili con lui, ma solo per rispetto del padre. Il capo era sempre alla mano, il figlio era arrogante”.
“Lo conosco da bambino, quando faceva il portiere nella mia squadra, quindi l’affetto è rimasto — continua Siegel nella sua chiacchierata con ilfattoquotidiano.it — Poi ognuno fa le sue scelte, non sempre condivisibili. Per quelle di Renzo contano le parole del padre (Umberto ndr), non sono state scelte opportune”.
Anche perchè il rischio è che le conseguenze di queste scelte inopportune abbiano contribuito, oltre che alla deflagrazione del partito, a mettere la parola fine alla favola della nazionale di calcio del paese che non c’è.
Luca Pisapia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 17th, 2012 Riccardo Fucile
COME NEI ROMANZI GIALLI: TRA AGGUATI, ASSASSINI, IMBOSCATE, ALIBI, DOCUMENTI NASCOSTI, TRADITORI, STREGHE, BADANTI, MAGGIORDOMI INFEDELI, ANZIANI RAGGIRATI , CASSEFORTI, LINGOTTI E GIOIELLI
Irruzione delle Fiamme Gialle in via Bellerio nel corso del vertice di partito per acquisire documenti nell’ambito dell’inchiesta sui bilanci del Carroccio.
Presenti i triumviri, Roberto Maroni, Roberto Calderoli, e il presidente federale Umberto Bossi. Secondo i pm 200mila euro di diamanti sarebbero spariti e dagli accertamenti risulta che Rosi Mauro, Piergiorgio Stiffoni e Francesco Belsito ne avrebbero acquistati per 400mila euro coi soldi della Lega.
I preziosi sarebbero stati consegnati ai tre tramite l’ex tesoriere, che avrebbe ricevuto 200 mila euro in oro. Il denaro sarebbe stato prelevato con operazioni presso la Banca Popolare di Novara e Banca Aletti.
Annuncia la querela la Mauro che smentisce “categoricamente il presunto acquisto di diamanti e oro con i soldi della Lega”.
E spiega:
Anche Stiffoni rispedisce l’accusa al mittente che lo fa “ridere” e anticipa che andrà col suo avvocato Agostino D’Antuoni “dai giudici di Milano per chiarire una volta per tutte la mia posizione di assoluta estraneità a qualsiasi movimentazione di denaro della Lega”.
Il senatore ha poi aggiunto che di quanto facesse Belsito col denaro del Carroccio non ha “mai saputo niente, anche perchè a me e al senatore Castelli è sempre stato impedito”e che dal partito non ha mai avuto soldi.
Anzi, ha concluso, “li ho sempre dati sotto forma di erogazione liberale, come tutti gli altri parlamentari, e anche di più”.
Per gli inquirenti milanesi che indagano sulle distrazioni di fondi, i 200 mila euro di diamanti che mancano all’appello sarebbero stati acquistati dall’ex tesoriere Belsito con i soldi del partito.
Nei giorni scorsi infatti era emerso che i pm erano ‘a caccia’ di lingotti d’oro per il valore di 200 mila euro e di diamanti per 100 mila euro.
Ora si è saputo che l’ex amministratore avrebbe comprato diamanti per un totale di 300 mila euro. Gli inquirenti dovranno capire che fine hanno fatto i preziosi, che non sono ancora stati rintracciati, perchè potrebbe palesarsi un profilo di appropriazione indebita.
C’è da capire, inoltre, se il partito poteva fare quell’investimento, perchè pare che lo statutot
escluda questo tipo di operazione.
Infine, il dubbio è che si trattasse davvero di un investimento.
tntanto anche la Procura della Corte dei Conti della Lombardia ha aperto un procedimento sul caso dei bilanci del Carroccio, che avrebbe avuto rimborsi elettorali non dovuti e il suo capo, Antonio Caruso, si è presentato con altri due magistrati contabili nell’ufficio del procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo, titolare dell’indagine con al centro Francesco Belsito assieme ai pm Roberto Pellicano e Paolo Filippini.
La ‘visita’, da quanto si è appreso, serve ai magistrati contabili per prendere ‘contatti’ per un eventuale scambio di carte necessario per il procedimento davanti alla Corte dei Conti.
Un procedimento, da quanto si è appreso, che è autonomo rispetto a quello penale e relativo a un presunto danno erariale, partendo dall’ipotesi di truffa ai danni dello Stato contestata dalla Procura di Milano.
Secondo le indagini penali, infatti, Belsito ‘truccando’ i bilanci del Carroccio avrebbe fatto ottenere al partito rimborsi elettorali non dovuti che, solo per il 2011, ammontano a circa 18 milioni di euro.
E alla Procura della Corte dei conti lombarda, si aggiunge quella dell’Emilia-Romagna che sta valutando la possibilità di aprire un’inchiesta sui bilanci della Lega.
Si tratta ancora di una fase di delibazione preliminare, cioè di accertamenti sulla sussistenza dei profili di giurisdizione. In regione ci sono due inchieste penali, con 4 indagati a Reggio Emilia e a Bologna contro ignoti, su presunti fondi neri e irregolarità nei bilanci.
Secondo la Lega, però, la ‘visita’ delle Fiamme gialle non è stata una perquisizione perchè “era stata concordata nell’incontro avuto lo scorso 11 aprile da Roberto Maroni e Stefano Stefani con i magistrati milanesi”.
Durante l’incontro, spiega il partito in una nota, “la Lega Nord aveva fornito la sua piena disponibilità a collaborare con gli inquirenti per fare chiarezza e, in questo senso — prosegue la nota-, aveva dato disponibilità a far acquisire propri documenti contabili, come avvenuto questo pomeriggio”.
L’inchiesta sulla Lega ha travolto anche il Sindacato padano (Sin. pa.) guidato dalla vicepresidente del Senato Rosy Mauro che Susanna Camusso, leader della Cgil, considera “pressochè inesistente”.
Opinione condivisa anche da Cgil, la Cisl e la Uil Lombardia. Nino Baseotto, segretario generale della Cgil Lombardia, ha spiegato di non avere “mai visto i suoi rappresentanti”. Per Gianluigi Petteni, segretario generale della
Cisl, “il Sinpa non è mai esistito”, ma secondo Walter Galbusera “il Sindacato padano aveva una presenza nelle aziende con capitale pubblico, a livello comunale e provinciale”.
Prima del vertice in via Bellerio, Roberto Maroni e Roberto Calderoli hanno partecipato alla riunione del gruppo consiliare del Carroccio al Pirellone, che è durata circa 2 ore e ha preso atto delle dimissioni dell’assessore regionale Monica Rizzi.
L’ex ministro dell’Interno nel pomeriggio ha lasciato la sede federale senza rilasciare dichiarazioni.
In serata, nell’andirivieni delle auto, è arrivato in via Bellerio anche il primogenito del Senatùr, Riccardo Bossi che, arrivato alla guida di una Bmw X5 con targa tedesca, ha mostrato la sua insofferenza verso fotografi e cameramen, di fronte ai quali ha ripetutamente accelerato prima di infilarsi nel cancello della sede.
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Aprile 16th, 2012 Riccardo Fucile
IN REALTA’ VENETI, LOMBARDI, PIEMONTESI E LIGURI VIVONO DA SEPARATI IN CASA
Spalle al palco, i varesini fanno mucchio vicino al muro destro della grande sala. 
Più al centro ci sono i veneti con le bandiere del leone di San Marco.
Dietro i «Serenissimi» ecco i bolognesi coi loro cartelli «croce rossa in campo bianco» e la scritta in piccolo «Lega».
Di fronte al podio c’è invece la claque del Senatur, pronta a coprire il grido «Ma-ro-ni Ma-ro-ni» invocando il vecchio guerriero ammaccato dagli scandali.
Ancora un po’ più in là s’intravedono i piemontesi con gli stendardi «croce bianca in campo rosso», i bergamaschi che giocano in casa, i bresciani imbufaliti con il «Trota» e un gruppetto di trentini: le bandiere con l’aquila nera sono inconfondibili.
Altri varesini, i leghisti ex Fronte della Gioventù di «Terra Insubre», avvolti nella «Ducale bandiera d’Insubria», fanno quadrato davanti alla zona giornalisti, nascondendo i romagnoli addossati al muro di sinistra del padiglione.
Alcuni di loro cantano «Romagna mia», sognando come teorizza il loro profeta Gianluca Pini, «la secessione dall’odiata Emilia…».
Potenza del localismo.
La fotografia del Carroccio scattata l’altra sera alla fiera di Bergamo più che l’orgoglio padano richiama l’immagine di un partito balcanizzato: lombardi, lighisti, piemontesi, emiliani, romagnoli, trentini, varesini, bergamaschi e bolognesi ognuno per conto loro nel grande acquario leghista.
Tutti a cantare, fischiare, applaudire e sventolare da separati in casa: pochissime bandiere federali bianco-verdi col Sole delle Alpi, tantissime delle varie «nazioni» padane.
Dalla Lega alle Leghe?
Nel Carroccio, insieme alla secessione bossianimaroniani e alla diaspora di voti, specie quelli rubati a Berlusconi nel ciclo elettorale 2008-2010, si rischia davvero la frantumazione dell’unità federale.
Il vero capolavoro politico di Umberto Bossi fu il congresso di Pieve Emanuele, febbraio 1991: il Senatur riuscì a federare Lega lombarda, Liga veneta, Piemont autonomista, Union ligure e altri movimenti, schiacciando la fronda di 70 delegati (veneti e bergamaschi) su 250 contrari al monopolio bossiano.
Vent’anni dopo, con le dimissioni del Capo, il regime di ferro terrà o usciranno le vecchie divisioni?
A pochi giorni dal voto i veneti mordono il freno.
Gian Paolo Gobbo, luogotenente bossiano da quando fu l’unico consigliere regionale a non seguire la fronda dell’allora segretario Fabrizio Comencini (poi epurato dal Senatur), lancia Luca Zaia come nuovo leader del Carroccio.
«Via da Milano, via dai Lumbard», tuona il presidente della Provincia di Treviso, Leonardo Muraro.
Costringendo ad infilare la vicentina Manuela Dal Lago nel triumvirato al posto del varesino Giorgetti, altrimenti…
C’è chi lo chiama Veneto Pride .
Le Pievi, la Serenissima, il mito asburgico, il dialetto che non è un alfabeto posticcio e soprattutto la revanche contro gli «usurpatori» lombardi: «Noi portiamo i voti, loro comandano…».
Nel frattempo fioriscono sigle autonomiste come Liga Veneta Repubblica, Partito Nasional Veneto, Indipendenza Veneta, Unità Popolare Veneta, Veneto Serenissimo Governo o Raixe Venete.
E si riaprono i libri di storia: «Nell’83 la Liga veneta è la prima forza autonomista a spedire a Roma un suo deputato. Bossi e Leoni a Roma sbarcheranno solo nel 1987…», rivanga un dirigente vicentino.
In Lombardia varesini e bergamaschi potrebbero tornare a guardarsi in cagnesco, dopo 20 anni di dittatura di Gemonio.
Tra Valbrembana e Valseriana ci sono giovani leghisti che rivendicano la primazia della «nazione» orobica: «Negli Anni 60 – spiegano da Clusone – era Bergamo la città pavesata di manifesti con il programma del Marp, il Movimento autonomo regioni padane, mica Varese…».
Esaurita la mediazione di Calderoli ecco rispuntare vecchie visioni «etnocentriche», al pari di quelle «insubri» dei leghisti di destra varesini guidati da Andrea Mascetti.
Anche nel Piemonte di Roberto Cota qualche militante ricorda che «il movimento per la rinascita piemontese di Roberto Gremmo, i cui seguaci verranno purgati da Bossi nel luglio del ’90, è nato prima di tutti, nel maggio 1978…».
Il suo giornalino si chiamava «Arnassita piemonteisa», diffuso 4 anni prima del foglio bossiano
«Lombardia autonomista».
Oggi il ritorno al futuro si chiama lotta identitaria anti Tav.
«Fra i valsusini gli autonomisti sono tanti, ma non riescono a esprimere questa fondante valenza perchè chi si è appropriato dei simboli dell’autonomia è poco autonomista e spesso neppure troppo piemontese», attacca l’eretico Gilberto Oneto, interpretando il malessere di tanta base.
Per lo storico indipendentista «il disastro ha un responsabile e si chiama Lega Nord, che ha fagocitato e annientato ogni formazione localista».
In fondo il Piemonte è la culla di ogni indipendentismo padano-alpino, da Chivasso ai primi sussulti di criptoleghismo Anni 80.
Per questo «il suo autonomismo non può esaurirsi nelle cravatte verde dinarico ormai romane ed euroburocratiche, degli attuali capataz leghisti…».
Marco Alfieri
(da “La Stampa”)
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Aprile 16th, 2012 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA MAUGERI RISCHIA DI COINVOLGERE IL PRESIDENTE DELLA REGIONE LOMBARDIA… GRENCI: “DACCO’ E IL GOVERNATORE ERA IN RAPPORTI DI AMICIZIA, ECCO IL RENDICONTO DI UNA CARTA DI CREDITO”
«Un presidente di Regione conosce tanta gente, nulla di male ad aver passato alcuni giorni di vacanza con Pierangelo Daccò».
Il governatore lombardo Roberto Formigoni ha sempre risposto così sui suoi rapporti con il «”faccendiere” della sanità » (definizione degli inquirenti).
Sì, ma chi pagava? L’interrogatorio di Giancarlo Grenci, il fiduciario svizzero di Daccò indagato per associazione a delinquere, e alcune contabili da lui consegnate ai magistrati, mostrano «pagamenti di viaggi» a Formigoni, al suo collaboratore Alberto Perego, al fratello del governatore, Carlo, e una parente, tutti a carico di Daccò, in carcere dal 15 novembre per 7 milioni di fondi neri del San Raffaele e arrestato venerdì per altri 56 milioni della Fondazione Maugeri.
In un verbale-fiume del 14 dicembre, Grenci, riferendosi al rapporto tra Daccò e Formigoni, rivela: «So che erano in rapporti di amicizia e che risultano pagamenti con carte di credito di viaggi».
E per dimostrare quanto dice, consegna l’estratto conto di una delle tante carte di credito di Daccò dalla quale risulta un viaggio pagato per un biglietto a nome Roberto Formigoni e Perego, valore oltre 8.000 euro, di cui un mese dopo Air France rimborsa a Daccò circa un quarto.
Fino a tarda sera, ieri non è stato possibile rintracciare il governatore per una replica su una vicenda che, pur se per ora sembra penalmente non rilevante, appare però imbarazzante politicamente.
Grenci parla per più di 9 ore riempiendo 12 pagine di verbale depositato agli atti dell’inchiesta parallela sulla Fondazione Maugeri di Pavia che venerdì ha portato a 6 arresti, tra cui quello di Daccò e dell’altro imprenditore ciellino Antonio Simone.
È uno degli interrogatori-chiave dei 7 resi da Grenci. «Che idea si è fatto lei dell’attività che svolgeva Daccò, posto che ci ha detto che ha ricevuto diversi milioni di euro da ospedali e case di cura, che tali pagamenti sono supportati da documentazione falsa, che gli importi sono spropositati rispetto all’oggetto delle prestazioni peraltro inesistenti e che Daccò non risulta avere alcuna competenza specifica nel settore sanitario?», chiedono i pm.
Grenci risponde riferendo ciò che lo stesso Daccò gli ha detto: «Svolgeva un’attività di consulenza nel senso che risolveva problemi relativi a rimborsi e finanziamenti che gli enti per i quali lavorava facevano fatica ad ottenere dalla Regione Lombardia. Tale attività , più che su competenze specifiche, si fondava su relazioni personali e professionali che lo stesso Daccò aveva all’interno della Regione».
Su chi poteva contare Daccò?
Secondo Grenci anche su Alessandra Massei, di recente diventata dirigente nell’unità organizzativa di Programmazione sanitaria, il cui ufficio è stato perquisito il 16 novembre dopo l’arresto di Daccò per i fondi neri del San Raffaele.
Grenci dichiara che Massei (alla quale furono sequestrati documenti che annotavano riferimenti a un conto corrente Ocean Bank, emerso l’altro giorno tra i conti interessati dalle operazioni estere di Daccò per quasi 800 mila euro tra novembre 2008 e febbraio 2009) gli fu presentata da Daccò come una persona che «oggi occupa un posto importante» al Pirellone, e poi rivela anche che «è socia in una serie di attività con Daccò soprattutto in Sudamerica».
Finita la frase, Grenci aggiunge una notizia in sè non nuova: «So che Daccò e Simone ospitavano spesso sulle loro barche Roberto Formigoni. Tale circostanza mi è stata riferita da loro stessi. So che facevano le vacanze insieme, in particolare ricordo alcune vacanze a Saint Martin. Anche questo mi è stato riferito da Daccò».
A questo punto, però, svela un particolare fino ad ora sconosciuto: «So che erano in rapporti di amicizia e che risultano pagamenti con carte di credito di viaggi».
Per provare quanto dichiara, Grenci consegna ai pm l’estratto conto della carta di credito di Daccò dal quale «risultano – precisa – pagamenti di viaggi anche a Formigoni Carlo, fratello del presidente, ad Anna Martelli, forse compagna di Formigoni Carlo, ad Alberto Perego, segretario del presidente (così lo qualifica Grenci, ndr ). Risultano pagamenti di viaggi a favore di Renato Pozzetto» (probabilmente l’attore comico, grande amico di Daccò, ndr ).
Solo voli, soggiorni niente? «Non lo so – risponde Grenci -, tuttavia risultano pagamenti di affitti di ville da 80/90mila euro ai Caraibi per 2-3 settimane e ritengo che fossero ragionevolmente destinate ad ospitare più persone».
La prima ricevuta consegnata è del 12 dicembre 2008.
La carta di credito è di quelle per vip: 20 mila euro di limite massimo.
Il conto è intestato a Pierangelo Daccò di cui riporta la residenza in Inghilterra. Con questa carta di credito il 27 novembre 2008 risulta pagato un volo a nome di Formigoni/Roberto, partenza il 27 dicembre 2008, poco prima di Capodanno, biglietto numero 05733298313724 nell’agenzia «Buon viaggio» da Milano Malpensa (MXP) a Parigi Charles De Gaulle (CDG). Costo: 4.080,80 euro.
Stesso biglietto, stessa somma e stessa destinazione per Perego/Alberto. In tutto 8.161,60 euro.
Un quarto, e cioè 2.594 euro, vengono rimborsati da Air France a Daccò (per i biglietti intestati agli stessi due cognomi, Formigoni e Perego, mancano i nomi di battesimo) il 30 gennaio 2009, non è dato capire se per un servizio non usufruito in tutto o in parte.
Dagli atti non è dato sapere se vi siano state regolazioni anche per gli altri soldi, e se regolazioni vi siano state eventualmente anche per il denaro che Daccò spende poi fare volare Carlo Formigoni e Anna Martelli il giorno di Capodanno 2010.
Per loro, stesso tragitto Milano (stavolta Linate) – Parigi.
Prezzo addebitato sul conto di Daccò: 3.573,80 euro a testa. La stessa coppia vola per 120,39 euro a testa con volo Air France tra aprile e maggio 2010: infatti non c’è la data del volo ma l’operazione viene iscritta il 23 aprile con valuta 13 maggio.
Perego, invece, risulta su un biglietto Alitalia da Linate a Fiumicino per 244,85 euro nel 2005. All’attore Pozzetto, è intestato un biglietto da Malpensa a Parigi di Air France per il 27 febbraio 2010, costo, stando alle carte, 12.532,32 euro.
Gli atti allegati agli arresti di venerdì sulla fondazione Maugeri di Pavia registrano anche i giorni concitati trascorsi da uno degli arrestati, Costantino Passerino, il direttore amministrativo della Fondazione, già ascoltato come testimone il 30 novembre 2011.
Gli investigatori lo intercettano mentre va in Croazia dove trasferisce 500 mila euro e acquista alcune schede telefoniche locali per sè e per la moglie per «organizzare attività di disturbo delle indagini», scrivono i pm al gip Tutinelli.
L’allarme scatta il 5 aprile quando la polizia giudiziaria Ps-Gdf segnala ai pm alcune intercettazioni dalle quali emerge anche un interessamento a ciò che Passerino e l’avvocato civilista della Fondazione, Loriana Zanuttigh temono che i giornali possano in futuro scrivere sulla vicenda, in quel momento non ancora alla ribalta delle cronache.
La legale assicura di essere in grado di monitorare due testate, l’Espresso e il Corriere della Sera , perchè, afferma, ha «trovato un importante aggancio» in entrambi ed è sicura che sul settimanale non uscirà niente.
Ma sbaglia: l’Espresso pubblica un articolo, che in edicola il giorno degli arresti, venerdì, parla dell’inchiesta e di 30 milioni di euro che sarebbero spariti.
Luigi Ferrarella E Giuseppe Guastella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 16th, 2012 Riccardo Fucile
LE CIFRE UFFICIALI SULLA SPARTIZIONE: IL CENTRODESTRA PRENDE 916 MILIONI, IL CENTROSINISTRA 759 MILIONI… TRA I MINORI L’MPA DI LOMBARDO PERCEPISCE 4,7 MILIONI… SOLDI ANCHE AI GRUPPI FANTASMA
120 milioni di euro la Lega, declinata in tutte le sue forme. Oltre 750 la galassia che oggi è
incarnata nel Pd, ma che è stata Pds, Ds, Margherita, Ulivo, Unione. 900 milioni e passa il Pdl, sommando le sue quote a quelle di Forza Italia, An e precedenti vari.
Sono i soldi che i partiti hanno incassato dallo Stato dal 1994 a oggi.
Sapevamo che si trattava in totale di 2,3 miliardi di euro.
Adesso – grazie a un lavoro certosino fatto dai Radicali sulle Gazzette Ufficiali fornite dal Parlamento – sappiamo come sono stati divisi quei fondi negli ultimi 18 anni.
In base ai voti e al consenso ottenuti.
Consentendo l’ingigantirsi di alcune macchine partito che oggi, senza i soldi pubblici, non saprebbero come andare avanti.
Dovrebbero dismettere sedi, licenziare persone.
Andrebbero in bancarotta, dicono Pd e Udc. Del Pdl, sappiamo che già nel 2010 aveva un passivo di 6 milioni.
Antonio Di Pietro continua dire che vuole abolire il finanziamento pubblico via referendum e devolvere la quota di luglio al ministro Fornero.
La sua tesoriera, l’onorevole Silvana Mura, ha però ammesso con Repubblica che i soldi cui intende rinunciare sono 4 milioni sugli 11 in arrivo, quelli che riguardano le elezioni politiche.
E che lei pensa che il finanziamento vada abolito, certo, ma andrebbe già bene ridurlo di un quinto: “Perchè io nel mio bilancio 2011 ho un milione e duecentomila euro solo di stipendi”.
E quindi, anche l’Idv si è ben nutrita di soldi pubblici. Non dal ’94, non c’era.
Dal 2001 però ha incassato nelle sue diverse forme (è stata anche solo lista Di Pietro) 53,3 milioni di euro.
Che dire della Lega? Ieri il governatore del Veneto Luca Zaia invocava l’abolizione dei fondi pubblici, il capogruppo alla Camera – il maroniano Gianpaolo Dozzo – ha annunciato che il Carroccio devolverà al sociale i milioni in arrivo a luglio (sarebbe interessante capire se si riferisce a tutta la quota, 11 milioni, o anche lui solo ai rimborsi delle politiche).
Nel frattempo ha preso (con l’apporto regionale di Liga veneta Padania, lega nord Liguria padania e via dicendo) un totale di 120,2 milioni di euro.
Per tutti, si parla di soldi già incassati. Altri sono da venire per le rate mancanti delle elezioni di Camera e Senato, delle regionali, delle europee.
E ancora, l’Udc: se guardiamo agli anni passati, e riteniamo suo diretto antenato il Ccd e i cristiano democratici di Pier Ferdinando Casini, il partito ha ottenuto negli anni 121,4 milioni di euro.
Se restringiamo il campo al partito attuale, sono 99 milioni.
Così come restringendo all’attualità il giovane Pd ne ha presi 194 e il Pdl 230.
Il passato però conta.
All’interno dei partiti che hanno cambiato nomi e volti ci sono le stesse persone che hanno gestito un fiume incontrollato di denaro pubblico senza sentire l’esigenza di invocare certificazioni e stringere le verifiche prima del caso Lusi.
Prima che arrivassero le inchieste a far capire che in un sistema come questo, che consente di prendere soldi – e tanti – anche ai partiti morti, il cancro è dietro l’angolo.
Ha ragione il segretario pd Pier Luigi Bersani quando dice che i fondi sono già stati diminuiti: erano di 289,8 milioni nel 2010, sono stati 189,2 nel 2011, saranno 165 nel 2013 e andranno a regime diventando 143 nel 2015.
I radicali credono non basti, e soprattutto, che si debba conoscere come sono stati spesi i soldi che non sono serviti alle campagne elettorali.
Non devono dirlo solo Margherita e Lega. Devono dirlo tutti.
Anche i partiti scomparsi che sopravvivono in fondazioni.
Anche i piccoli: solo per le politiche del 2008 – stando alla Corte dei Conti – La Destra di Storace ha diritto a 6,2 milioni di euro, la Sinistra l’Arcobaleno a 9,3 milioni, Associazioni italiane in Sudamerica a 383mila euro, Autonomie Libertè democratie a 605mila, il Movimento associativo italiani all’estero a 487mila, il Movimento per l’Autonomia Alleanza per il Sud – quello del governatore siciliano Raffaele Lombardo – a 4,7 milioni di euro.
Prende i soldi chi ottiene l’1 per cento, anche se non entra in Parlamento.
Le cose da cambiare sono molte. Il Parlamento vuole cominciare dai controlli.
Chissà se basterà .
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Aprile 16th, 2012 Riccardo Fucile
CAPITA ADDIRITTURA IL CONTRARIO: CHE SIANO LE SEZIONI A FINANZIARE IL PARTITO… MA I SOLDI DEI FONDI PUBBLICI CHE FINE FANNO? IN GRAN PARTE SERVONO PER MANTENERE I DIPENDENTI E PER PAGARE L’AFFITTO DELLE SEDI
Solo una piccola parte dei fondi del partito finisce alle “sezioni” sul territorio. Anzi, spesso i soldi delle tessere servono a manteneree strutture regionali.
Massimo Gnudi, tesoriere del Pd dell’Emilia: “Il 36-37 per cento va sul territorio, il 30 per cento per l’attività politica più propriamente detta, il 30 per cento per il mantenimento della struttura del partito regionale, gli affitti e via dicendo”
“Il circolo lo abbiamo dovuto chiudere. Non potevamo più permettercil’affitto della sede”. Luigi Colacchi è il segretario del Circolo Pddel quartiere Monti a Roma.
Cento iscritti, una delle tantissime realtà territoriali democratiche in giro per l’Italia. Quelle che una volta si chiamavano “sezioni”.
Ovvero uno di quei luoghi deputati a militanti, iscritti o simpatizzanti che dovrebbe beneficiare dei milioni e milioni di rimborsi elettorali che arrivano al Partito democratico nazionale.
Diceva al Fatto il tesoriere Antonio Misiani: “Noi siamo un partito vero, che esiste tutto l’anno. E i rimborsi per le amministrative li trasferiamo sul territorio”.
Due conti: nel 2010 e nel 2011 il Pd ha preso di rimborsi elettorali rispettivamente 60 e 58 milioni di euro.
Di questi, per le regionali ne ha ricevuti circa 12 milioni annui.
Dunque, solo un quinto dei fondi complessivi è destinato al territorio.
Ancora Colacchi: “Mi hanno assicurato dalla Federazione di Roma che appena hanno i soldi, ci aiuteranno ad affittare un’altra sede. Fino ad ora avevano i debiti, e non hanno potuto”.
Conferma Andrea Miccoli, segretario provinciale di Roma: “Ci arrivano 200mila euro l’anno in due tranche dal partito nazionale. Ma i circoli sono 150: troppi perchè possiamo aiutarli tutti”.
Ma insomma, allora con questi soldi cosa si fa?
“Vanno soprattutto per le spese della struttura del partito, per il personale: abbiamo nove dipendenti.
E poi i manifesti, i volantini”.
Adesso, poi “va meglio. Prima abbiamo dovuto ripianare i debiti”.
Bersani evidentemente ha le sue ragioni per ribadire in ogni sede che no, “i finanziamenti ai partiti non si possono cancellare” e che all’ultima tranche evidentemente non si può rinunciare, ma al massimo“si può rimandare”.
Nonostante i 200 milioni ricevuti dal 2008 a oggi,i Democratici sono in bolletta.
Solo che di questi soldi sul territorio arrivano sostanzialmente solo le briciole.
Spiega Raffaello Badursi, segretario del Circolo storico della Bolognina (quello della svolta di Occhetto, per intendersi): “Noi ci autofinanziamo. Con il tesseramento e con le feste dell’Unità , prima di tutto. Oltre a qualche donazione e a iniziative come quella della notte di Bologna”.
Il circolo della Bolognina è uno di quelli ricchi: circa 300 tesserati e una tradizione che pesa.
Ma il sistema è un po’ lo stesso ovunque: i circoli sostanzialmente si autofinanziano. Al massimo dall’alto (in questo caso, dalla federazione provinciale di riferimento) arriva qualche materiale, come i manifesti, un aiuto straordinario in casi estremi, o un contributo per le campagne elettorali.
Per il resto, è più facile il contrario, ovvero che i circoli diano un aiuto finanziario al partito, di solito versando parte dei soldi ricevuti dal tesseramento.
“Noi come Emilia Romagna riceviamo un milione e 200mila euro l’anno — spiega Massimo Gnudi, tesoriere del Pd regionale —di questi 600mila rimangono al partito e 600mila vengono divisi tra le varie federazioni provinciali”.
Direttamente dal territorio, ovvero dalle tessere fatte nei circoli, però, arrivano al partito regionale 150 mila euro l’anno, 1 euro e mezzo a tessera.
Ma insomma, la domanda è sempre la stessa, come sispendono questi soldi?
“Noi abbiamo un bilancio complessivo di circa 2milioni di euro (500mila ci arrivano dalle quote versate dagli eletti). Il 36-37 per cento va sul territorio, il 30 per cento per l’attività politica più propriamente detta, il 30 per cento per il mantenimento della struttura del partito regionale, gli affitti e via dicendo”.
La piramide dei soldi è discendente, e via via si restringe: dallo Stato arrivano al partito centrale, dal partito nazionale alle federazioni regionali, poi alle provinciali. E alla fine (forse, se proprio non se ne può fare a meno) qualche briciola arriva direttamente sul territorio, ai circoli.
Dice Giulia Urso di un altrocircolo storico, quello di via de’ Giubbonari a Roma: “Noi soldi non ne riceviamo. D’altra parte, siamo un circolo ricco: i nostri tesserati a volte sono molto generosi. Ma siamo certi che se ne avessimo bisogno, qualcosa arriverebbe”.
Intanto, qualcosa va: “Noi tra le feste, le quote che ci arrivano dai nostri amministratori e le tessere ce la caviamo bene — racconta Emanuele Bugnone del circolo di Rivoli (provincia di Torino) — ma una parte dei soldi la diamo al provinciale. Cinque euro per ogni tessera”.
I partiti “veri”funzionano così.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 16th, 2012 Riccardo Fucile
MA CHE BELLE FESTE “ELEGANTI”: MINETTI E FAGGIOLI NUDE CON IL CROCIFISSO, LA BERARDI TRAVESTITA DA RONALDINHO… UN CARTOON IN CUI VENIVA DILEGGIATO IL PRESIDENTE DELLA CAMERA
La consigliera regionale Nicole Minetti e la show-girl Barbara Faggioli ballavano travestite
da suore davanti all’ex premier.
Lo conferma davanti ai giudici del processo “Ruby” contro Silvio Berlusconi, in corso a Milano, la modella marocchina Imane Fadil, anche lei ospite dei festini di Arcore. Che racconta anche di un cartone animato satirico, mostrato dall’allora premier su un Ipad, con Gianfranco Fini deformato e seduto sul water.
Sulla performance delle ragazze travestite da suore, con tanto di crocifisso, ecco il racconto di Imane Fadil: “Eravamo in piedi, stavamo prendendo da bere al bar — afferma riferendosi a una serata del febbraio 2010 — la Faggioli stava facendo una performance nella saletta del ‘bunga bunga’. Dopo dieci minuti scomparve con la Minetti, poi si presentarono con una tunica nera, una croce e un copricapo bianco e fecero una performance che non mi sarei mai aspettata. Fecero ‘Sister act’, poi ballarono, si dimenarono e si tolsero la tunica, restando solo con l’intimo”.
Una scena che era già stata raccontata a ilfattoquotidiano.it da un’altra testimone diretta delle notti di Arcore.
Una scena che mette in imbarazzo la giovane modella.
“Chiesi a Lele Mora di andarmene. Non ero l’unica. Due ragazze ungheresi si erano avvicinate a me, videro che ero imbarazzata e parlammo sconcertate. Berlusconi chiese a Mora che cosa avessi e lui disse: ‘Lei à particolare, la conosco da anni’.
A fine serata, “Berlusconi mi invitò a entrare nel suo ufficio.
Ci fece dei regali, tra cui un orologio con lo stemma del Milan e degli anellini. Quindi, mi prese in disparte e disse: ‘Non vorrei che tu ti offendessi, ma so che hai bisogno’ e mi disse di prendere una busta. La presi e dentro c’erano duemila euro in contanti”.
Imane lascia la dimora di Arcore, ma ”mentre uscivamo sentivo che Minetti e Faggioli avevano deciso di fermarsi a dormire”.
Altro siparietto della serata, il cartone animato satirico con il presidente della Camera Gianfranco Fini seduto sul water, mostrato, secondo il racconto della testimone, da Berlusconi ad alcune ospiti.
“Berlusconi ci portò in uno stanzino. Sul tavolo c’era I-Pad spento, che poi si fece accendere. Vedemmo un video cartoon satirico in cui c’era l’allora presidente della Camera deformato seduto sul wc. Quello era il periodo della vicenda della casa di Montecarlo”.
In un’altra occasione, lo spettacolo serale ha preso una piega calcistica.
E’ sempre Imane Fadil a spiegarlo ai giudici del Tribunale di Milano: “In un’altra serata, invece, è stata Iris Berardi al centro della scena insieme ad una delle gemelle De Vivo: “Ricordo che si travestì da Ronaldinho con tanto di maglia, maschera del giocatore, ha ballato per poi rimanere in perizoma”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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