Agosto 21st, 2012 Riccardo Fucile
GUADAGNANO PIU’ DI MERKEL E HOLLANDE… I PRIVILEGI DI AMBASCIATORI, CONSOLI E FUNZIONARI RESTANO TALI GRAZIE A UN EMENDAMENTO AD HOC… IL GOVERNO SCARICA LE RIDUZIONI DI SPESA SUL PERSONALE A CONTRATTO
Guadagnano più di Merkel e Hollande, ma per loro il taglio non c’è.
La casta diplomatica si salva dalla spending review del governo che nel frattempo scarica le riduzioni di spesa sul personale a contratto, fino a causare incidenti diplomatici dall’altra parte del mondo.
Un emendamento ad hoc in Senato, frutto anche di un’insistente opera di lobby su governo e Quirinale, ha consentito ad ambasciatori e alti funzionari di mantenere privilegi e stipendi d’oro.
Remunerazioni che di questi tempi suonano come uno schiaffo ai contribuenti.
Può stare tranquillo l’ambasciatore italiano all’estero: continuerà a guadagnare 380mila euro lordi l’anno tra indennità di servizio (esentasse) e stipendio metropolitano (tassato) cui vanno aggiunti il 20% di maggiorazione per il coniuge, il 5% per i figli, indennità di rappresentanza e sistemazione, contributo spese per residenza e personale domestico.
Più premio di risultato variabile da 50 a 80mila euro.
Quello che sta a Parigi, ad esempio, prende 320mila euro netti, 125mila euro di oneri di rappresentanza, 64mila per la moglie e 16mila per il figlio.
Anche i consoli non avranno di che preoccuparsi.
Ad Amburgo, ad esempio, il console continuerà a percepire i suoi 5mila euro al mese di stipendio versati in Italia e 14mila d’indennità netti ed esentasse perchè non fiscalizzati nè in Italia e nè in Germania.
Di ambasciatori, consoli e segretari extra lusso il nostro Paese continuerà a dare sfoggio nel mondo, la spending review infatti non taglierà uno dei 919 diplomatici oggi in servizio.
Alla fine dei conti son cifre da capogiro: la sola voce “indennità di servizio” nel 2012 impegna 311 milioni di euro e salirà a 344 l’anno prossimo, con una spesa ulteriore di 44 milioni che va nella direzione contraria ai tagli riservati ad altre categorie di dipendenti dello Stato.
Riduzioni che invece colpiscono il personale già “povero” assunto nelle nostre ambasciate con contratti e tariffe locali.
A loro la spending review riserva l’ennesimo blocco degli aumenti, come da dieci anni a questa parte.
Una notizia che scava ulteriormente il solco della disparità che caratterizza le nostre sedi di rappresentanza nel mondo, dove fianco a fianco lavorano funzionari e autisti mandati da Roma a seimila euro netti al mese e altrettanti colleghi di nazionalità straniera che prendono dieci volte meno.
Una disparità che da pochi giorni è diventata un vero e proprio caso diplomatico in India, dove il personale assunto in loco ha trascinato in tribunale l’ambasciatore italiano con l’accusa di discriminazione etnica.
Una contesa attentamente seguita dai quotidiani indiani ma taciuta a Roma e che rischia ora di acuire i rapporti già tesi per la questione dei marò. Intanto per gli insegnanti di lingua italiana all’estero è un bagno di sangue: la spending review taglia il 40% dei professori che insegnano la lingua italiana nel mondo.
Così il Paese rischia di diventare più “piccolo” nel mondo, tutto per non intaccare i privilegi di pochi che a Roma dettano legge.
L’emendamento è di quelli insidiosi che arrivano un po’ a sorpresa e passano senza troppo clamore, pur avendo conseguenze importanti sul bilancio dello Stato e su migliaia di persone.
Così è stato per la revisione di spesa del ministero degli Affari Esteri.
Come tutte la amministrazioni dello Stato la Farnesina era chiamata a fare la sua parte nel dettato della spending review con la regola generale del taglio del 20% degli organici dirigenziali e del 10% della spesa complessiva per il personale non dirigenziale.
La spending review è legge ma non è andata proprio così.
Un emendamento al Senato ha offerto infatti un salvacondotto temporaneo ed esclusivo al ministero, non concesso ad altri settori della pubblica amministrazione ad eccezione del personale delle Prefetture in corso di accorpamento.
L’emendamento è stato scritto su indicazione e proposta del governo dagli stessi relatori per la conversione in legge del Dl 95/2012), Paolo Giarretta del Pd e Gilberto Picchetto Frattini del Pdl. Giarretta spiega che è stato il ministro Terzi ad avanzare ufficialmente la richiesta.
Secondo fonti interne alla Farnesina invece la reale genesi del provvedimento sarebbe invece frutto delle pressioni esercitate sul governo dalle alte sfere della diplomazia. Non si spiega altrimenti cosa abbia indotto il governo ad emendare se stesso, facendosi promotore di un provvedimento che neutralizza totalmente gli effetti della sua stessa legge per salvaguardare una specifica categoria di dipendenti pubblici. Comunque sia il relatore Giarretta parla apertamente di “resistenza delle strutture” mentre il senatore Claudio Micheloni del Pd, che ha proposto emendamenti che riducono le indennità diplomatiche sistematicamente bocciati in aula, accusa frontalmente la lobby diplomatica di aver manovrato dietro le quinte e vinto: “Purtroppo anche questa volta gli interessi delle corporazioni hanno sopraffatto il buon senso della politica, ma è in arrivo un prossimo decreto e in quell’occasione riprenderò il lavoro su questi temi che sono vitali per i servizi rivolti agli italiani all’estero”.
E veniamo al testo.
L’emendamento introduce al comma 5 la deroga ai due articoli principali della spending review con queste parole: “Per il personale della carriera diplomatica e per le dotazioni organiche del personale dirigenziale e non del Ministero degli affari esteri, limitatamente ad una quota corrispondente alle unità in servizio all’estero alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, si provvede alle riduzioni di cui al comma 1, nelle percentuali ivi previste, all’esito del processo di riorganizzazione delle sedi estere e, comunque, entro e non oltre il 31 dicembre 2012; sino a tale data trova applicazione il comma 6 del presente articolo”.
In altre parole non ci saranno riduzioni prima che il ministero stesso abbia riorganizzato le rappresentanze.
Un differimento che potrebbe significare anni.
La rivisitazione delle sedi estere (319 tra ambasciate, consolati, istituti di cultura) sarà infatti il prodotto finale di lunghe ed estenuanti trattative sulle quali insistono gruppi di interesse locali, sponde parlamentari tra i deputati eletti all’estero, lobby di funzionari ministeriali.
I tagli futuri, poi, ricadranno solo sul personale impegnato all’estero (511 diplomatici, 12 dirigenti, 1.907) mentre lasciano intatto quello del ministero che conta circa 2.500 dipendenti.
Tradotto in cifre il taglio della revisione di spesa, quando sarà , non ricadrà sul 100% del personale ma sul 50%. Una spuntatina, quindi, niente più. Fino ad allora, per contro, il ministero non potrà assumere.
Peggio, c’è chi aspettava aumenti tra il personale del ministero e non li vedrà neanche stavolta. In India, dove le differenze salariali tra personale assunto in loco dalle ambasciate e quello mandato da Roma sono enormi, il blocco degli stipendi è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso fino a provocare un incidente diplomatico.
Basta con la bella vita degli impiegati italiani nei paesi poveri.
La notizia è apparsa in un trafiletto del 3 agosto scorso sul Times of India: il personale dell’Ambasciata italiana a Nuova Delhi ha deciso di trascinare in tribunale l’ambasciatore per discriminazione etnica e razziale.
Il motivo? Il personale di categoria esecutiva ha saputo dell’ennesimo congelamento degli aumenti che fa seguito alla spending review e ha deciso che la misura è colma: a Nuova Delhi, Mumbai e Calcutta sono stufi di guadagnare dieci volte meno dei loro colleghi italiani mandati da Roma che, pur svolgendo identiche mansioni e con la stessa funzione, percepiscono stipendi che da quelle parti sono il risparmio di una vita, fino a 54mila euro l’anno.
Dalla loro l’avvocato indiano, Gopal Shankaranarayanan, che ha preso carta e penna e ha scritto al Ministero degli Affari Esteri indiano.
Nella sua lettera segnala che l’Ambasciatore e il Governo Italiano non hanno preso le appropriate misure, nonostante ripetute richieste di sanatoria delle anomalie salariali, non lasciando altre alternative che risolvere la disputa in un tribunale.
Non sono bastate diffide, appelli e richieste ufficiali. “L’unica opzione rimasta agli impiegati — spiega l’avvocato indiano — è di presentare ricorso alla Suprema corte di Delhi, per richiedere l’equiparazione dello stipendio e il rimborso degli arretrati a partire dalle rispettive date di assunzione”.
I giornali locali hanno dato risalto alla vicenda anche perchè nella stessa Alta Corte si sta discutendo la vicenda dei due marò italiani a Kerbala e i due processi potrebbero incendiare ulteriormente i rapporti diplomatici da tempo tesi.
La polemica potrebbe dilagare anche in altri Paesi in cui maggiormente stride il trattamento che l’Italia riserva ai propri connazionali inviati in missione e al personale assunto all’estero a costi locali.
Un tema che spesso ha agitato le commissioni esteri di Camera e Senato dove sempre si discute di come ricomporre l’anomali italiana.
Il nostro Paese, infatti, presenta percentuali decisamente superiori di personale in missione rispetto a quello contrattato in loco.
La Farnesina ha 7.912 dipendenti di cui 4.222 di ruolo, 2.671 non di ruolo e 818 provenienti da altre amministrazioni.
Il personale di ruolo all’estero è superiore a quello che sta a Roma (2.400 e 1933), solo il 45% è assunto in loco e questo comporta che un flusso di denaro enorme vada nelle voce delle indennità .
Ma la discriminazione avviene anche tra italiani all’estero.
Mentre tutto il personale diplomatico passa indenne grazie all’emendamento ad hoc, la spending review colpisce quello inviato per l’insegnamento della lingua e cultura italiana, un driver dell’italianità che tutti difendono a parole ma che riceve una sforbiciata importante.
Il taglio i docenti assunti presso il ministero nell’anno 2012/2013 sarà di 139 unità accompagnato dal blocco delle nomine.
Che si aggiunge al taglio del 40% di quelli assunti presso il Miur che invece i tagli li applica eccome.
Gli effetti sono così modesti che nessun giornale ne parla (2,6 milioni quest’anno e 16 milioni a regime) ma va ben al di sopra di quella regola del 20% che la spending review riserva a (quasi) tutti i comparti della pubblica amministrazione.
Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 21st, 2012 Riccardo Fucile
UNA RICERCA HA ANALIZZATO I DECESSI NELLE ZONE DEI POLI INDUSTRIALI: SONO MIGLIAIA PIU’ DELLA MEDIA
Migliaia di morti, causati dall’inquinamento industriale diretto o indiretto, tra il 1995
e il 2002.
Parliamo di tumori polmonari e malattie respiratorie a Gela e Porto Torres.
Tumori della Pleura a Casal Monferrato e nelle zone dove si lavorava l’amianto.
Insufficienze renali dovute all’esposizione a metalli pesanti, a Massa Carrara, Piombino, Orbetello, nel basso bacino del fiume Chienti e nel Sulcis-Iglesiente-Guspinese, in Sardegna. Malattie neurologiche a Trento nord, causate da piombo, mercurio e solventi organo-alogenati.
Linfomi dovuti all’esposizione a Pcb (policlorobifenili) a Brescia, nell’area Caffaro. Malformazioni congenite a Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres.
E naturalmente, Taranto: tumori al polmone, malattie respiratorie acute, dell’apparato digerente, ischemie.
A seconda delle tecniche statistiche adoperate, si può parlare di una forchetta tra i 3508 e i 9969 decessi «aggiuntivi», plausibilmente correlati proprio all’inquinamento diretto (emissioni industriali) o indiretto (discariche, aree durevolmente contaminate, depositi di materiale nocivo).
Un bollettino di guerra.
Che arriva da fonti autorevoli e ufficialissime: il rapporto «SENTIERI» (Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento) coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità sotto l’egida del ministero della Salute
Lo studio epidemiologico, diffuso nel novembre del 2011, è frutto di una ricerca durata quattro anni.
L’idea è calcolare con sofisticate tecniche statistiche i casi di «mortalità in eccesso» nell’arco considerato, ovvero i decessi aggiuntivi a quelli che si sarebbe verificata in assenza di inquinamento.
I territori esaminati, 44 (quelli più importanti) dei 57 «siti di interesse nazionale».
È questo il termine eufemistico con cui vengono definite le aree ad alto rischio ambientale, quelle dove sono concentrate le industrie più inquinanti del Paese, 298 comuni in cui vivono quasi 6 milioni di persone, il 2% del territorio nazionale.
Aree in cui l’inquinamento di aria, suolo, sottosuolo, acque superficiali e sotterranee è talmente grave da costituire un pericolo per la salute pubblica.
Zone industriali, dismesse e non, porti, lagune, cave, discariche abusive e miniere, che sulla base della legge dovrebbero essere bonificate con un contributo pubblico. E soldi, anche, di chi ha inquinato.
Si tratta di 21 siti al Nord (di cui cinque in Piemonte, tra cui Casale Monferrato e Cengio), 8 al Centro, 15 al Sud.
Per ogni sito sono stati stimati gli effetti separati e «congiunti» dei vari agenti inquinanti sulla popolazione.
Complessivamente in queste 44 aree sono stati individuati, nel periodo 1995-2002, 3508 decessi dovuti con evidenza a priori all’esposizione ad agenti ambientali nocivi. Considerando le morti anche senza evidenza a priori, si arriva a 9969 morti. Correttamente, i ricercatori spiegano anche che in molti casi (aree urbane, presenza di diverse tipologie industrie) i dati vanno interpretati con qualche cautela.
È un’istantanea impietosa di una guerra silenziosa condotta contro gli italiani da chi produce inquinando, o chi lo ha fatto in passato creando vaste aree pericolose.
Una fotografia che però raffigura solo la punta di un iceberg ben più vasto: a parte i circa 1250 decessi l’anno ragionevolmente collegati all’inquinamento industriale diretto e indiretto, bisogna considerare anche le persone che sono colpite da queste patologie in forma non letale.
E quelle che, purtroppo, moriranno tra diversi anni.
La mappa è impressionante.
Nei poli petrolchimici si contano 643 morti in eccesso per tumore polmonare, 135 per malattie non tumorali dell’apparato respiratorio.
Nelle aree con impianti chimici, 184 casi di morte per tumore del fegato. L’amianto, con il letale mesotelioma pleurico, il killer della Eternit, nei dodici siti contaminati (il Nordovest e il Piemonte sono ovviamente particolarmente colpito, con Balangero, Casale Monferrato, Broni, Emarese in Val d’Aosta) ha prodotto 416 decessi aggiuntivi.
Gli incrementi della mortalità per tumore polmonare e malattie respiratorie a Gela e Porto Torres si legano alle emissioni di raffinerie e poli petrolchimici.
A Taranto e nel Sulcis-Iglesiente-Guspinese pesano le emissioni degli stabilimenti siderurgici e metallurgici.
Le morti in età neo e perinatale per malformazioni congenite e condizioni morbose si legano all’inquinamento registrato a Massa Carrara, Falconara, Milazzo e Porto Torres.
Insufficienze renali causate da metalli pesanti, IPA e composti alogenati si registrano a Massa Carrara, Piombino, Orbetello, nel Basso Bacino del fiume Chienti e nel Sulcis-Iglesiente-Guspinese.
Incrementi di malattie neurologiche per i quali i sospettati sono piombo, mercurio e solventi organoalogenati si osservano a Trento Nord, Grado e Marano e nel Basso Chienti., nelle Marche.
Nella lista c’è tutto il (cosiddetto) Belpaese.
C’è il Sud con le discariche di rifiuti pericolosi – del tutto incontrollate, e spesso gestite dalla camorra o altre mafie – della campagna vicino Aversa, in Campania, o sulla costa domizio-flegrea a nord di Napoli.
Ma c’è anche quella di Pitelli, in provincia di La Spezia, la discarica di rifiuti industriali più grande d’Italia sequestrata nel 1996.
C’è la valle del Sacco nel Lazio del Sud, con Colleferro, per anni centro di fabbriche di armi ed esplosivi.
Ci sono i petrolchimici di Gela e Porto Marghera, a Venezia.
E c’è Taranto.
Roberto Giovannini
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Agosto 21st, 2012 Riccardo Fucile
L’ATTIVITA’ DI LOBBY DELL’AZIENDA SIDERURGICA E IL RUOLO DI ARCHINA’
Due pagine, ottanta righe.
Ogni riga una data, un nome e una cifra.
C’è la parrocchia dei Santissimi Angeli Custodi (2.500 euro il 19 ottobre 2010), c’è l’Unione italiana per il trasporto degli ammalati a Lourdes (5.000 euro il 23 luglio 2010), compare la Banda municipale del Comune di Crispiano (2.750 euro, il 31 dicembre del 2010), il Lions Club locale (2.500 euro il 15 giugno del 2011), piccole società sportive come la Okinawa karate (4.000 euro il 31 maggio 2011) o la Triton Taranto che si occupa di football (2.000 euro il 30 giugno 2011) o un’associazione tarantina di pattinatori (2.000 euro il 31 luglio del 2011).
E poi società per azioni, aziende informatiche, il Politecnico di Bari, centri culturali, un comitato per un non meglio precisato festeggiamento, anche un omaggio floreale da 50 euro, il 5 aprile del 2011.
GLI OMAGGI
Eccola qui la lista Ilva degli «omaggi e regalie» 2010-2011.
Soldi regalati a questo o quello oppure spesi per comprare pacchi dono. Gesti che non comportano alcun reato, ma che secondo la Guardia di finanza indicano quanto elevato fosse il budget a disposizione di Girolamo Archinà , il capo delle relazioni pubbliche dell’azienda accusato di fare pressioni sulle istituzioni per favorire in ogni modo l’acciaieria.
E la lista indica anche quanto estesa fosse la rete di contatti «sociali» dell’Ilva nel territorio.
LA RETE
L’elenco è stato consegnato agli inquirenti da Francesco Cinieri, dal 1986 responsabile della contabilità dello stabilimento siderurgico.
Secondo i magistrati in quella lista di donazioni e acquisti di regali per amici e giornalisti, è stata contabilizzata come «spese di direzione» anche la mazzetta da diecimila euro che Archinà avrebbe pagato al consulente tecnico della procura, Lorenzo Liberti, perchè «addolcisse» le sue considerazioni sull’inquinamento. Circostanza che Liberti (filmato mentre ritira una busta da Archinà ) nega («conteneva il testo di un accordo-quadro»).
Nelle carte contabili dell’Ilva c’è un documento di due righe (anche quello consegnato ai finanzieri da Cinieri) allegato ad una delle informative del caso giudiziario.
È un foglio con il quale Archinà chiede a Cinieri di «predisporre 10 mila euro da utilizzare per offerta alla Chiesa di Taranto in occasione della Pasqua».
La data è del 25 marzo 2010, lo scambio della presunta mazzetta avviene il giorno dopo e anche se lo stesso arcivescovo conferma la donazione, secondo i finanzieri quelle due righe sono il sotterfugio usato da Archinà per giustificare il prelievo dei soldi e nasconderne il vero motivo.
LE EROGAZIONI
Sentito come testimone, Cinieri dice: «posso pensare che la somma che mi fu richiesta, essendo periodo pasquale, potesse essere consegnata all’Arcivescovato».
Per aggiungere poi che «almeno una volta all’anno, o a Natale o a Pasqua, viene fatta una erogazione, anche se per cifre che normalmente non superano i 5.000 euro.
Se non erro non è mai avvenuto che ne sia stata fatta una da 10.000 euro».
I magistrati lo convocano il 25 novembre scorso.
Lui spiega come recuperò frettolosamente i 10.000 euro che Archinà voleva subito (prima di partire per l’incontro con Liberti) e poi dice che in ufficio ha quel che serve per dimostrare come finiscono in bilancio le spese del capitolo «omaggi e regalie».
Il verbale viene interrotto e i finanzieri vanno assieme a lui negli uffici della direzione Ilva. Cinieri passa in rassegna i file del computer e stampa le due pagine dell’argomento. «Ecco» spiega.
«Se la descrizione del beneficiario è ben specificata è perchè da loro stessi è arrivata una richiesta formale. E in quel caso l’erogazione avviene tramite bonifico o assegno circolare non trasferibile».
Ma c’è una seconda opzione. «Se la descrizione del beneficiario non è specificata – racconta il contabile – allora si tratta di uscite di cassa per contanti e significa che non c’è una richiesta preventiva ma che la richiesta avviene direttamente dalla direzione, per questo la causale è “spese di direzione”».
Proprio come quella spesa di 10 mila euro registrata lo stesso giorno della presunta bustarella. O come un’altra dazione, per la stessa cifra, contabilizzata il 14 aprile 2011 come «erogazione della direzione».
Sospetta come la prima, secondo gli inquirenti.
IL CASO
Fra i nomi delle società del capitolo «omaggi e regalie» dell’Ilva ce n’è una, la Semat Spa, che vanta le cifre più alte: da un minimo di 1.286 euro a un massimo di 64.341. Ovviamente le cifre accanto ai nomi non significano sempre che si sia trattato di una donazione.
In alcuni casi, per esempio con la «D’Erchie Srl» (un’azienda che produce olio d’oliva) e la «Longo, un mondo di specialità » (vini e prodotti alimentari) le migliaia di euro accanto al nome indicano le spese sostenute per i pacchi-regalo di fine anno, moltissimi ai giornalisti.
La cifra più piccola 72.69 euro, la più alta 8.400.
Giusi Fasano
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Agosto 21st, 2012 Riccardo Fucile
“E’ UN DISASTRO PER TUTTI, I BAMBINI LE PRIME VITTIME”
«In questi giorni in tanti parlano di Taranto. Vorrei sentir dire con la giusta
chiarezza, però, che in questa parte d’Italia c’è un vero disastro. Per la salute della gente e per l’ambiente».
Il professor Annibale Biggeri, docente dell’università di Firenze e direttore del centro per lo studio e la prevenzione oncologica, è uno dei tre saggi ai quali il gip Patrizia Todisco ha affidato il compito di radiografare il dramma di Taranto.
Quel pool ha firmato la perizia epidemiologica che è una pietra angolare nei provvedimenti di sequestro degli impianti dell’Ilva che inquinano la città pugliese. Professore, nelle conclusioni siete perentori. Scrivete che le emissioni di Ilva provocano malattie e morti.
«Conoscevo già la realtà di Taranto. Ma del nostro lavoro che è andato avanti per un anno, mi ha colpito la chiarezza con la quale sono emersi gli effetti dannosi per la salute e la possibilità di evidenziare i rioni in cui gli inquinanti incidono in maniera più drammatica».
La vostra ricerca su quali dati si è basata?
«Abbiamo analizzato la storia clinica degli abitanti di Taranto negli ultimi tredici anni. Si è evidenziato che all’incremento di pm10 industriale corrisponde un aumento della frequenza di ricoveri e di decessi. E abbiamo notato che il picco di ricoveri e l’eccesso di mortalità per patologie riconducibili alle emissioni di polveri industriali si acuisce nel rione Tamburi e nel Borgo, ovviamente i più vicini agli impianti, con un morto ogni tre mesi. Stesso discorso al Paolo VI nel quale risiedono molti operai dello stabilimento siderurgico».
L’aspetto che colpisce di più è l’incidenza dei tumori sui bambini di Taranto.
«In età pediatrica si è accertato un eccesso di tumori maligni del 25%. E questo è uno degli aspetti che consente di affermare che gli effetti sulla salute sono prodotti dall’inquinamento attuale e non solo da quanto avvenuto in passato».
Ma quali sono i killer silenziosi che arrivano dalla grande fabbrica?
«Parlerei di un cocktail di sostanze. Certamente il benzoapirene, ma dagli impianti industriali di Taranto fuoriescono anche tanti altri inquinanti come i metalli».
L’Ilva si difende sostenendo che oggi la fabbrica inquina meno rispetto al passato… «Le rilevazioni delle centraline di Taranto confermano ancora oggi, a sequestro notificato, che le emissioni sforano la soglia di legge. Basta consultare il sito dell’Arpa. Dal 2004 gli sforamenti sono stati sempre oltre i limiti di legge tranne che nel 2009 quando sono stati leggermente al di sotto. Ma in quell’anno c’è stato un calo della produzione per motivi di mercato».
Uno degli avvocati dell’Ilva ha argomentato che i livelli di pm10 di Taranto sono inferiori a quelli delle grandi città del nord.
«Argomentazione che si sgonfia se si valutano le rilevazioni nel quartiere Tamburi. Ci si può girare intorno se si vuole, ma l’attuale situazione di quegli impianti non è compatibile con la salute della gente”.
Cosa farebbe se vivesse a Taranto?
«Pretenderei i rimedi, anche se sono complicati e costosi. I tarantini meritano un’opportunità e non una condanna irreversibile ».
Mario Diliberto
(da “la Repubblica”)
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Agosto 21st, 2012 Riccardo Fucile
ALLO STUDIO UN NUOVO SISTEMA DI SORVEGLIANZA DELLE FRONTIERE, EUROSUR, CON MONITORAGGIO SATELLITARE E L’UTILIZZO DI DRONI PER SCRUTARE IL MEDITERRANEO… MA PER HRW OCCORRE ANDARE OLTRE IL CONCETTO DI SICUREZZA
Salvare le vite dei migranti che affrontano il Mediterraneo a bordo di gommoni e barconi fatiscenti dovrebbe essere prioritario nella strategia europea sull’immigrazione.
Le operazioni di salvataggio sono tuttavia messe a rischio dalla carenza di coordinamento tra i Paesi coinvolti; dalle dispute su quale Paese sia responsabile per le operazioni di recupero e messa in sicurezza; dall’enfasi sulla necessità di maggior controllo delle frontiere e dalle possibili ripercussioni sia economiche sia legali che corrono gli equipaggi delle navi che prestano soccorso ai migranti, con il rischio di essere accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Errori che l’organizzazione statunitense Human Rights Watch analizza in Hidden Emergency, l’ultimo studio sull’emergenza dimenticata tra le sponde del Mediterraneo: la morte in mare di migliaia di migranti.
Dall’inizio dell’anno almeno 170 migranti hanno perso la vita nel corso della traversata, in fuga dalle persecuzioni nei loro Paesi d’origine o con la speranza di migliorare la propria condizione. Dal 1998 le vittime sono state circa 13,500, di cui 1.500 soltanto l’anno scorso, l’anno nero secondo le cifre riportate dall’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, (Unhcr).
Per l’osservatorio online “Fortress Europe”, i cui dati si basa sulle cifre censite dalla stampa internazionale, nel 2011 i morti sono stati invece oltre 2.000.
Ma il bilancio potrebbe essere ancora più grave perchè non tiene conto delle ipotetiche vittime di cui non si è avuta notizia.
Scomparsi nel mare.
Il caso che meglio racconta quanto denunciato da HRW fu, nell’aprile dell’anno scorso, il mancato soccorso a un gommone con 72 migranti a bordo, alla deriva per quindici giorni le cui richieste di aiuto furono inascoltate.
Si era all’inizio dei raid internazionali sulla Libia.
Come emerso da un’inchiesta del Consiglio d’Europa, una serie di errori e rimpalli di responsabilità portò alla morte in mare di 61 passeggeri. Altri due morirono una volta ricondotti in Libia, da dove erano salpati, in fuga dal conflitto, il 26 marzo.
Trascorse appena 18 ore di viaggio il motore del gommone era in panne.
L’allarme lanciato dai naufraghi fu raccolto don Mussie Zerai, sacerdote eritreo residente a Roma che avvertì la Guardia costiera che a sua volta diramò l’allerta. Almeno due navi militari — una fregata spagnola sotto comando Nato e un’altra nave sotto comando della Marina militare italiana — non risposero agli sos.
Un elicottero francese lanciò ai naufraghi biscotti e acqua, ma la richiesta di soccorso restò inascoltata. Il 10 aprile gli undici superstiti riuscirono a raggiungere nuovamente la Libia.
Fu un “fallimento collettivo”, dice il documento finale dell’inchiesta presentato dall’olandese Tineke Strink, nel quale l’Italia ebbe gravi responsabilità e che mise a nudo la mancanza di un piano Nato, Onu e dei Paesi coinvolti nel conflitto in risposta all’inevitabile aumento dei profughi in fuga dalle violenze.
Tra i problemi messi in luce da HRW c’è inoltre la confusione nelle norme che dovrebbero chiarire dove i naufraghi tratti in salvo debbano essere sbarcati. Lo dimostrano le continue diatribe tra l’Italia e Malta al riguardo.
L’isola non accetta il principio, codificato nel 2004 nell’ambito della Convenzione Solas del 1974 e della Convenzione di Amburgo del 1979, secondo cui il posto sicuro in cui sbarcare i migranti deve essere uno dei porti del Paese titolare sulla zona marittima di ricerca e soccorso (Ras) in cui sono stati salvati.
Quella maltese è molto ampia, si estende da Creta fin quasi alle coste tunisine, comprendendo anche acque vicino a Lampedusa.
Proprio sull’isola La Valletta vorrebbe fossero sbarcati i migranti soccorsi nella propria Ras, ma in acque più vicine a Lampedusa che alla stessa Malta, trovando in questo l’opposizione italiana che a settembre del 2011 ha complicato il quadro dichiarando l’isola porto non sicuro.
Un esempio della sorta che spetta a chi è recuperato in mare è il caso degli oltre cento migranti salvati ad agosto del 2011 da una fregata spagnola. La Valleta e Madrid si accordarono per far sbarcare alcuni dei passeggeri più a rischio, gli altri furono costretti a restare sulla nave spagnola per cinque giorni, mentre i Paesi europei discutevano su chi dovesse dare loro assistenza.
Alla fine fu la Tunisia ad accoglierli, sebbene avesse già dato rifugio a centinaia di profughi fuggiti dalla Libia e il Paese fosse alle prese con le conseguenze della propria primavera araba.
Per il futuro l’Unione europea ha allo studio un nuovo sistema di sorveglianza delle frontiere, Eurosur, che tra le altre soluzioni prevede un sistema di monitoraggio satellitare e l’utilizzo dei droni per scrutare il Mediterraneo e le coste del Nord Africa.
Il sistema ha tre obiettivi: combattere l’immigrazione irregolare, battere il crimine lungo le frontiere e proteggere vite umane.
Scrive tuttavia HRW che sebbene la tutela delle persone in difficoltà sia una delle priorità del progetto, mancano nella bozza di legge procedure e linee guida affinchè questa sia realmente garantita.
Al contrario così come è pensato, il progetto sembra riproporre nuovamente la logica della sicurezza alle frontiere per impedire gli arrivi.
Occorre pertanto studiare meccanismi che permettano di tutelare la vita dei migranti, spiega l’organizzazione statunitense, ribattendo alle critiche di chi considera quest’ultimo punto un via libera per i migranti a imbarcarsi e partire , ossia quella che più o meno è la logica italiana dei respingimenti bocciata dalla Corte europea per i Diritti Umani.
La storia, conclude HRW, dimostra che non sono i fattori esteri a spingere le persone a lasciare il proprio Paese, ma motivi economici e politici.
Andrea Pira
(da “Lettera 22“)
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Agosto 21st, 2012 Riccardo Fucile
IL CALCIO SPAGNOLO DEVE ALLO STATO 750 MILIONI, QUELLO ITALIANO HA PASSIVI PER 2,6 MILIARDI E NELLA PRIMA DIVISIONE INGLESE CI SONO SETTE CLUB IN ROSSO PER OLTRE 100 MILIONI… UNICA ECCEZIONE IL CALCIO TEDESCO
Sono scattata la Ligue, la Premier League e la Liga, domenica sarà la volta della
Bundesliga e della nostra Serie A.
Ripartono i campionati di tutta Europa.
Ma mai come oggi è un calcio malato, segnato da debiti sempre più difficili da gestire. L’ultima ad essere esplosa, in ordine di tempo, è la crisi del calcio spagnolo.
Che deve allo Stato circa 750 milioni di euro, secondo gli ultimi dati forniti dal Governo.
E altri quattro ne deve a banche o istituti creditizi (che poi si rivolgono allo Stato per non fallire, il giochetto è sempre quello).
Sono numeri che fanno scalpore, di questi tempi: e infatti si è parlato molto di come gli aiuti dell’Unione Europea siano serviti indirettamente anche a finanziare gli acquisti da parte del Real di Cristiano Ronaldo e Kakà .
Ma il problema dei conti in rosso non riguarda solo i grandi club.
Dietro è un generale si salvi chi può: oltre 20 squadre sono tecnicamente o concretamente fallite; e dei club della Liga ce ne sono otto che non hanno speso neanche un centesimo quest’estate.
Ebbene sì: la recessione è arrivata anche nel calcio.
E anche nel calcio spagnolo, quello milionario e delle agevolazioni fiscali (che infatti non ci sono più, sacrificate sull’altare della crisi dal premier Rajoy).
Ma non è solo il sistema iberico a tremare.
Il calcio italiano è indebitato per 2,6 miliardi di euro.
In Francia, escluso il Psg, si naviga a vista: il Montpellier campione in carica ha venduto la stella Giroud per esigenze di bilancio; mentre l’Olympique Lyonnais, dopo aver dominato per un quinquennio il campionato, è sprofondato in una crisi che è prima economica e poi sportiva.
Passando all’Inghilterra, in Premier League ci sono almeno sette club con debiti superiori ai 100 milioni di euro a testa. Nel 2003 è fallito il glorioso Leeds, l’anno scorso è toccato al Portsmouth.
Ai Rangers di Glasgow, nella vicina Scozia, è andata anche peggio: bancarotta e retrocessione in quarta divisione per la squadra di calcio più titolata del Paese.
Non è un caso che l’ultima sessione di calciomercato sia stata caratterizzata da un generale clima di austerity.
A parte lo shopping quasi compulsivo del Paris Saint-Germain, solo il Chelsea di Abramovich (fior di quattrini per Hazard, Oscar e Marin) e il Manchester United di Alex Ferguson hanno speso parecchio, con i Red Devils che hanno dovuto sborsare 30 milioni di sterline per Van Persie dall’Arsenal, poco meno per Kagawa dal Borussio Dortmund.
Le altre hanno combinato poco: il Barcellona ha comprato Song e Jordi Alba, Il Bayern Monaco Javi Martinez, il City solo Rodwell; mentre il Real forse prenderà Modric ma per adesso è ancora fermo a quota zero. Un acquisto per club, seppure.
Che potrebbe anche essere considerato troppo, a guardare i numeri dei passivi.
Ma se il Barcellona, il Real e lo United possono permettersi di “dimenticare” i propri debiti (di oltre 500 milioni a testa) e continuare ad operare sul mercato è merito dei loro fatturati “monstre”: 480 milioni annui per il Real Madrid, 450 per il Barà§a, 370 per il Manchester.
E’ qui che fanno la differenza con le “big” italiane: Milan e Inter si fermano intorno ai 200 milioni (con i nerazzurri che peraltro l’anno prossimo dovranno fare a meno dei preziosi introiti della Champions League), più indietro la Juventus (che però dovrebbe beneficiare appunto dei soldi della prossima Champions e dei ricavi dello stadio). Nessuna sorpresa, allora, se le nostre squadre vendono i loro pezzi pregiati, hanno come unico obiettivo quello di snellire il monte ingaggi o inseguono invano i “top player”.
Il panorama del calcio europeo è sconfortante.
Ma un’eccezione c’è e si chiama Bayern Monaco: entrate per circa 300 milioni di euro l’anno, soprattutto un bilancio chiuso in attivo.
Per la ventesima volta di fila, nonostante in rosa ci siano stelle assolute come Robben e Ribery.
E non è certo l’unica squadra “virtuosa”, in Germania: loro ce l’hanno fatta, l’eden calcistico dei prossimi anni potrebbe essere proprio la Bundesliga.
La ricetta è semplice: costi del personale contenuti, investimenti mirati sui giovani, gestione societaria rigorosa, azionariato popolare, stadi di proprietà redditizi.
La strada è tracciata, per tutti; a prescindere dal fattore cogente (fittizio o reale, si vedrà presto) del Fair play finanziario.
La soluzione per far fronte alla crisi del calcio europeo è solo questa.
Oppure l’epifania di qualche magnate o sceicco della provvidenza. Ma attenzione: i petrodollari come arrivano spariscono.
Ne sa qualcosa il Malaga, sedotto e abbandonato dallo sceicco Al-Thani: potenza milionaria un anno fa di questi tempi, quarto nell’ultima Liga dopo anni di anonimato. Adesso la capitale della Costa del Sol torna ad essere meta solo di turisti e non di grandi giocatori: lo sceicco si è stancato presto del suo giocattolino, la società è di nuovo sul mercato.
E così addio a Cazorla (emigrato a Londra, sponda Arsenal) e a tutti i pezzi pregiati della squadra.
Comete che bruciano troppo in fretta: City e Psg sono avvisati. Intanto ricominciano i campionati. In attesa della Champions League, dove le squadre da battere saranno sempre le stesse.
Real Madrid, Barcellona, Manchester United: campioni sul campo, campioni di debiti.
Lorenzo Vendemiale
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile
PERCHà‰ STO CON FINI
In principio fu un gesto.
Un gesto di ribellione.
Scegliere di essere fascisti, così come prima avevamo scelto di identificarci con tutte le storie e le culture dei vinti.
Con le storie dei pellerossa, con quelle dei sudisti del generale Lee e dell’epopea di Via col vento, della Vandea e dei briganti Sanfedisti e delle insorgenze popolari e antigiacobine.
Fu una scelta di libertà .
In quegli anni ’60 quando il conformismo opprimente, americano, comunista e democristiano, sembrava non dovesse avere mai fine.
Poi fu Berkeley, i campus in rivolta e il maggio francese.
La fantasia al potere e chiedere l’impossibile.
La gioventù italiana, unita in un patto generazionale che scavalcava le antiche appartenenze, metteva a comune i sogni per correre incontro al futuro.
Come prima ci eravamo schierati a fianco dei nostri fratelli maggiori che a Salò avevano bruciato la loro giovinezza per un impeto di orgoglio, allora ci schierammo a fianco dei nostri coetanei per tentare l’assalto al cielo.
Poi il dramma di Valle Giulia, quando qualcuno, manganelli alla mano, assaltò e uccise i nostri sogni, chiudendo una stagione di speranza ed inaugurandone una di odi e di lutti.
E fu guerra civile.
Ma sopravvivemmo.
Sopravvivemmo agli antifascisti che negavano il nostro diritto ad esistere ed ai fascisti che avrebbero voluto imbalsamarci vivi.
Entrambi uniti dalla necessità di trovare un transfert, un nemico esterno immaginario che giustificasse e garantisse la loro esistenza.
Sopravvivemmo ad Almirante che aveva perfezionato la tecnica di imbalsamazione tramite ipnosi e incantamenti .
Sopravvivemmo a noi stessi che cercavamo nel confronto nuove identità che garantissero il permanere delle antiche.
La nostra Coltano era il recinto del ghetto entro cui eravamo rinchiusi, ma imparammo a guardare oltre il recinto e scoprimmo che il nemico era semplicemente l’altro da noi, da cui ci separavano le scelte ma cui spesso ci univa la comunanza dei sogni.
Ci rendemmo conto che era la sua diversità a garantire la nostra identità e che l’identità può esistere solo in senso plurale.
E soprattutto scoprimmo che quel recinto era sì un confine e linea di separazione, ma anche linea di contiguità e di incontro di due mondi diversi.
In quel ghetto, non solo metaforico, scoprimmo noi stessi e gli altri da noi, le diversità come ricchezza e il pluralismo come strumento necessario per la lettura del mondo.
E ci rendemmo conto che l’uscita dal tunnel del fascismo era lo stesso tunnel.
Percepimmo insomma che quel che rendeva unica quella storia era la sua straordinaria capacità di meticciarsi con altre storie e generare ancora storie differenti dall’una e dall’altra.
Capimmo che il nostro onore e la nostra fedeltà non potevano più essere il restare a fare la guardia alle rovine, ma abbandonarle per entrare nel mondo, per contaminarci e al tempo stesso contaminarlo, fecondandolo con la storia che avremmo saputo costruire.
E tra le rovine, dove il Maestro ci aveva lasciato, deponemmo la nostra inutile ed incapacitante weltanschaung per raccogliere quella intuizione del mondo che ci sarebbe da allora servita a cavalcare la tigre.
I valori cessarono di essere un limite e divennero strumento immateriale per affrontare il mondo, leggerlo, capirlo e trasformarlo.
Non avevamo direzioni su cui procedere sin quando non incontrammo i piccoli uomini che ci insegnarono ad orientarci nelle terre oscure e a cercare la montagna del Fato.
Conoscemmo Mordor, che si presentava con la faccia pacifica di un simpatico signore di mezz’età , che lusingava le nostre vanità e ci prometteva ricchezze e meraviglie solo che avessimo obbedito.
Siamo sopravvissuti a noi stessi e a quelli di noi che in presenza dell’anello hanno liberato il nazgul che era in loro.
E siamo sopravvissuti anche agli eserciti di orchetti che in nome dell’anello hanno tentato di negare la speranza.
La speranza in quel viaggio che è la vita anche di una comunità .
Che non è varcare il mare per giungere in prossimità delle colonne di Ercole e poi tornare ad Itaca.
Non ci sono Itache nel nostro destino di comunità ma nuove Roma da fondare con gli antichi valori e gli antichi dei.
E la consapevolezza che saranno diverse da come le abbiamo immaginate.
Siamo sopravvissuti anche a Fini che ci inchiodava a realtà già superate ed il cui superamento percepiva sempre troppo tardi.
Siamo sopravvissuti ai suoi strappi maldestri, frutto di un destrismo mal digerito che ha bisogno di nemici per nutrire la propria impotenza.
L’altro da se come nemico.
Prima i comunisti, poi gli omosessuali, poi i tossici, poi gli extracomunitari e poi infine i fascisti.
Il male assoluto.
Il nemico che diviene metafisico.
Ancora una volta il tunnel era la via d’uscita.
Entrare nel Pdl, percorrerlo sino in fondo e assumerlo come vaccino.
Noi eravamo con l’istinto già altrove e aspettavamo l’occasione per riprendere il viaggio.
Poi quel dito alzato.
Non sappiamo quanto coscientemente o meno.
Ma quel dito alzato è stato l’anello che torna a fondersi nel crogiolo del fuoco primigenio.
Cadono certezze e crollano fortezze inespugnabili.
Un senso di incredulità deforma in ghigno il sorriso sprezzante di principi e cortigiani dell’anello.
Si contano i sopravvissuti.
Lo straordinario è che tra i sopravvissuti c’è lo stesso Fini che, a forza di strappi, è riuscito nell’opera al nero, trasformando se stesso e le proprie incertezze in materiale solido.
Fini che si è liberato dal passato e da un agire fatto di reminescenze.
Ma che da quel passato riesce finalmente a cogliere gli aspetti più significativi, quali la capacità di guardare al futuro e quella di meticciare la propria storia per generarne una nuova.
La politica che torna ad essere avventura esistenziale dove i valori costituiscono i necessari strumenti di viaggio per riprendere il cammino ed offrire alla comunità la speranza di una nuova narrazione ed una utopia ragionevole.
Agostino Milani
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Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile
CRISI E SOLDI PUBBLICI: IL CONFRONTO CON I CONTRIBUTI AI GRUPPI CONSIGLIARI… LA DENUNCIA DEI RADICALI
Da destra a sinistra non c’è chi non abbia invocato più trasparenza sui soldi pubblici
destinati alla politica.
Ma di passare ai fatti non se ne parla proprio. Se si eccettuano, naturalmente, alcune meritorie iniziative purtroppo isolate.
Qualche settimana fa il gruppo radicale al Consiglio regionale del Lazio ha pubblicato sul sito internet il proprio bilancio.
Un documento impressionante, che illumina un angolo del capitolo costi della politica finora tenuto accuratamente all’oscuro. Ovvero, i contributi che le Regioni erogano ai gruppi «consiliari».
Nel 2011 il Consiglio regionale del Lazio ha versato al gruppo radicale, composto da due persone, 422.128 euro.
Dividendo a metà questa somma si può dedurre che ogni singolo consigliere abbia avuto lo scorso anno a disposizione 211.064 euro.
Oltre, naturalmente, a stipendio, diaria, annessi e connessi.
Un paragone con i contributi ai gruppi parlamentari della Camera rende bene l’idea delle dimensioni.
Nel 2011 sono stati pari a 36 milioni 250 mila euro, cifra che divisa per i 630 onorevoli dà 57.539 euro.
Morale: i gruppi politici del Consiglio regionale del Lazio incassano contributi quasi quadrupli rispetto a quelli di Montecitorio.
Proiettando i 211.064 euro procapite sulla platea dei 71 consiglieri, si ha la strabiliante somma di 15 milioni.
Esattamente 14 milioni 985.544 euro.
L’anno, e per una sola delle 20 Regioni italiane.
Questo, almeno, dicono i numeri.
Anche quei denari, come i rimborsi elettorali, possono essere considerati parte integrante del finanziamento pubblico ai partiti.
Ma con una differenza non da poco: la loro entità è pressochè sconosciuta. Intanto ci sono Consigli regionali che non pubblicano nemmeno il bilancio.
Nel Lazio, poi, c’è l’abitudine delle cosiddette «manovre d’Aula».
Che però, pur chiamandosi così, formalmente per «l’Aula» non passano affatto.
Si tratta infatti di semplici delibere dell’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale adottate in momenti particolari.
Per esempio a ridosso dell’approvazione di bilanci regionali particolarmente rognosi e dove bisogna evitare al massimo il rischio dei franchi tiratori.
In questa legislatura ne è già stata fatta una che stanzia 3 mila euro al mese procapite. E dato che i consiglieri sono 71, considerando anche la presidente Renata Polverini, quella «manovra d’Aula» ha determinato un introito annuale aggiuntivo per i gruppi «consiliari» di oltre due milioni e mezzo.
Ma a che cosa servono quei soldi in più?
Il conguaglio è giustificato con l’esigenza di pagare altri collaboratori.
In realtà quei denari possono venire utilizzati con discrezionalità assoluta.
Anche perchè i collaboratori sono l’unica cosa che davvero non manca.
Il Consiglio regionale del Lazio, da questo punto di vista, non teme confronti. In un’assemblea di 71 componenti, i gruppi «consiliari» sono ben 17: cinque di questi sono stati costituiti durante la legislatura, grazie al fatto che esiste un limite minimo. È ammesso, cioè, anche un gruppo composto da una sola persona.
Diciamo subito che è una pessima abitudine in voga in quasi tutte le Regioni.
Tanto che di «monogruppi» se ne contano 75 in tutta Italia.
Soltanto nel Lazio ne esistono ben otto: e sorvoliamo sulla definizione grottesca di uno di essi, il «gruppo misto» presieduto e composto dall’unico consigliere Antonio Paris.
Il presidente di se stesso ha diritto a una indennità aggiuntiva di 891 euro netti mensili, e in quanto titolare di un «gruppo», può avvalersi di alcuni collaboratori. Sette, per l’esattezza: due laureati, due diplomati, una segretaria, un addetto stampa e un responsabile della struttura.
Ma per i «gruppi» più numerosi si può arrivare fino a 24 dipendenti.
Secondo le tabelle, il numero dei collaboratori dei politici nel consiglio regionale del Lazio potrebbero arrivare a 201.
Sarà questa l’impellente motivazione per cui la superficie della sede di via della Pisana ha bisogno di un ulteriore rilevante espansione?
Lo prevede un bando da poco pubblicato sul sito internet del Consiglio, nel quale si spiega che «l’ampliamento consta nella realizzazione di n. 2 palazzine definite da tre livelli fuori terra più un piano interrato e un corpo centrale».
Base d’asta, 8 milioni 259.750 euro e 49 centesimi. Iva esclusa.
Questo per la serie: «riduzione dei costi della politica».
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile
NEL DISPOSITIVO SI LEGGE CHE I CUSTODI DEVONO GARANTIRE “LA SICUREZZA” DEGLI IMPIANTI E DEVONO UTILIZZARLI “IN FUNZIONE DELLA REALIZZAZIONE DELLE MISURE TECNICHE NECESSARIE PER ELIMINARE LE SITUAZIONI DI PERICOLO”
Conferma su tutta la linea delle decisione del gip di Taranto Patrizia Todisco e, quindi, nessuna possibilità di utilizzo degli impianti a cui sono stati posti i sigilli.
Il Tribunale del Riesame, infatti, ha depositato stamane le motivazioni in base alle quali il 7 agosto scorso ha confermato il sequestro degli impianti a caldo dell’Ilva.
Il provvedimento non è stato ancora notificato alle parti. Confermato, come si diceva, il sequestro degli impianti a caldo dell’Ilva senza concedere la facoltà d’uso, che peraltro — viene sottolineato — non era stato richiesto neppure dai legali del Siderurgico.
Secondo fonti giudiziarie, inoltre, il Riesame ha disposto che non si continuino a perpetrare i reati contestati nel provvedimento cautelare.
Sul percorso da seguire per interrompere i reati, i giudici invece non si sbilanciano e affidano il compito ai custodi nominati dal gip e alla procura.
Il provvedimento — notificatoall’Ilva — è di circa 120 pagine.
Nel dispositivo della propria decisione (depositato il 7 agosto scorso), il tribunale del Riesame scriveva: “I custodi garantiscano la sicurezza degli impianti e li utilizzino in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare le situazioni di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti”.
Per rafforzare questa disposizione, il tribunale aveva nominato custode giudiziario proprio il massimo rappresentante Ilva, Bruno Ferrante, “nella sua qualità — precisa il tribunale nel dispositivo — di presidente del Cda e di legale rappresentante di Ilva spa”.
La nomina di Ferrante quattro giorni dopo la decisione del Riesame è stata revocata dal gip Patrizia Todisco.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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