Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
E’ POSSIBILE FARLO SENZA RICORRERE A PATRIMONIALI STRAORDINARIE?… LA PROPOSTA AMATO- BASSANINI PER RIDURLO DI 200 MILIARDI IN 8 ANNI
È possibile tentare qualcosa di più di quanto abbia promesso Vittorio Grilli per aggredire
il debito pubblico italiano senza cadere nelle promesse mirabolanti ma di dubbia realizzazione come quelle appena fatte da Angelino Alfano?
Ed è possibile riuscirci senza ricorrere a massicce imposizioni patrimoniali straordinarie?
La risposta che viene dall’ex premier Giuliano Amato e dal presidente della Cassa depositi e prestiti, Franco Bassanini, è positiva.
Una terza via è praticabile, e potrebbe dare 150-200 miliardi entro il 2017 e altri 150 nel quinquennio successivo se si insisterà con coerenza sulle misure adottate.
Ma ci vuole coesione nazionale al di là delle mutevoli maggioranze di governo e una certa centralizzazione delle decisioni rispetto alla babele delle periferie.
Perchè non esiste una sola mossa vincente, ma un mix di interventi di diverso genere.
Per inquadrare la nuova proposta, che è stata inviata al premier Mario Monti e al ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, vanno ricordate le due linee in campo al momento.
La prima è quella dello stesso Grilli, che aveva prospettato, nell’intervista al Corriere , una serie di cessioni di immobili e partecipazioni dello Stato e degli enti locali per 15-20 miliardi l’anno per 5 anni.
Il debito verrebbe così abbattuto, a regime, per 75-100 miliardi e la sua incidenza sul Prodotto interno lordo attuale diminuirebbe di 5-7 punti percentuali.
Se a partire dal 2014 l’economia riprendesse a crescere, l’incidenza del debito sul Pil calerebbe ancora un po’.
Grilli è attendibile ma potrebbe essere un po’ troppo prudente.
L’altra linea è quella del segretario del Pdl, che vorrebbe un clamoroso colpo secco: un taglio da 400 miliardi in 5 anni per riportare l’incidenza del debito pubblico sotto il 100% del Pil.
L’idea principale è quella di costituire un fondo al quale verrebbero conferiti nel quinquennio beni pubblici da «pagare» con il ricavato di speciali emissioni obbligazionarie con il rating massimo perchè garantite da quei medesimi beni.
Con l’incasso così ottenuto, Stato ed enti locali cancellerebbero un’equivalente porzione del debito.
Ma come ciò possa concretamente avvenire non è ancora chiaro. Senza mettere in campo l’oro della Banca d’Italia, infatti, è difficile che le agenzie di rating concedano la tripla A alle obbligazioni del fondo di Alfano.
Di questi tempi, il rischio Paese prevale su tutto: basti pensare che la Cassa depositi e prestiti non va oltre il rating della Repubblica italiana pur avendo un core tier 1 del 28%, assai più alto di quello delle consorella tedesca KfW che tuttavia gode della tripla A proprio perchè tedesca.
Le riserve auree, poi, sono una materia troppo delicata per essere trattate in modo estemporaneo: una materia troppo legata alla Banca centrale europea e ancor più al suo destino: se la Bce diventerà , come tanti si augurano anche in Italia, prestatrice di ultima istanza e stampatrice senza limiti prefissati di moneta, forse un po’ d’altro oro le potrà essere utile per non gettare sul mercato carta pura e semplice.
Non a caso sul tema adesso si tace.
In conferenza stampa, Alfano ha speso molte parole per polemizzare contro il Pd che, secondo lui, vorrebbe aggredire il debito pubblico soltanto attraverso un’imposta patrimoniale di ampia portata.
In realtà , il Pd non sta coltivando alcun progetto di «patrimoniale» pesante una tantum , ma per bocca del responsabile economico, Stefano Fassina, ha proposto a suo tempo un prelievo annuale leggero sui grandi patrimoni analogo a quello da anni attuato in Francia (dove, peraltro, non ha risolto granchè).
Meglio sarebbe stato rispondere alle due obiezioni che l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, muove a tutte le proposte che prevedono il conferimento di beni pubblici a società -veicolo che si finanziano emettendo obbligazioni a tassi ridotti perchè garantite da quei beni.
La prima obiezione si compendia nella domanda che l’antico agente di cambio milanese, Aldo Ravelli, poneva a chi gli prospettava vendite grandiose: « Chi l’è el rilavatari? ».
La seconda è più articolata: se i beni pubblici costituiscono la garanzia del debito pubblico, un conto è vendere e cancellare una quota di debito, un conto ben diverso è togliere garanzie dal grosso del debito pubblico per porle al servizio di emissioni privilegiate.
Queste ultime, infatti, spunterebbero forse tassi migliori in quanto debito senior , ma poi il grosso del debito diventerebbe junior e subirebbe un contraccolpo negativo sui propri tassi.
È tutto da dimostrare che il saldo finale tra tassi che si riducono e tassi che si alzano sia conveniente
Ora la proposta Amato-Bassanini, che è firmata anche da Giuseppe Bivona, Davide Ciferri, Paolo Guerrieri, Giorgio Macciotta, Rainer Masera, Marcello Messori, Stefano Micossi, Edoardo Reviglio e Maria Teresa Salvemini sotto l’egida del centro studi Astrid, reimposta l’intera questione sulla base di un realismo ambizioso, ma senza nuove tasse, nemmeno nella versione light di Fassina.
Sul piano politico, l’elemento interessante è il ripensamento di Amato, che fu tra i primi a proporre l’abbattimento del debito pubblico attraverso un prelievo fiscale straordinario di 30 mila euro a carico degli italiani abbienti.
Gli undici convengono sui pericoli recessivi di una imposta patrimoniale. Sul piano culturale, va notata la convergenza tra giuristi di cultura socialista come lo stesso Amato e Bassanini ed economisti di scuola liberale come Masera, che ha un importante passato di banchiere, e Micossi, brillante segretario dell’Assonime, l’associazione delle società per azioni.
Nel merito, gli undici dell’Astrid propongono un intervento articolato in sei mosse che entro il 2017 dovrebbe dare un gettito ipotizzato in 178 miliardi: a) cessione di immobili per circa 72 miliardi (di cui: 30 dalla cessione agli inquilini dell’edilizia residenziale pubblica; 16 dalla dismissione di immobili di enti previdenziali; 15 da immobili di Regioni ed enti locali; 6 da caserme e sedi delle Province da smantellare; 5 dal cosiddetto federalismo demaniale); b) 30 miliardi potrebbero venire dalla capitalizzazione delle concessioni (le sole lotterie danno 1,6 miliardi l’anno); c) 40 miliardi valgono le partecipazioni (Eni, Enel, Finmeccanica, St Microelectronics ed ex municipalizzate quotate); d) 15 miliardi potrebbero venire imponendo agli enti previdenziali degli ordini professionali di aumentare la quota dei loro investimenti in titoli di Stato di lungo periodo, oggi ferma al 10% del portafoglio (considerando i maneggi sugli immobili, ne avrebbero giovamento i pensionati futuri); e) 16-17 miliardi potrebbe essere il flusso nel quinquennio proveniente dalla tassazione dei capitali clandestinamente costituiti da italiani in Svizzera, previo accordo con il governo di Berna; f) 5 miliardi potrebbero venire da incentivi e disincentivi fiscali volti all’allungamento delle scadenze e alla riduzione del costo medio del debito pubblico.
Astrid si inserisce nel solco dell’azione del governo che ha affidato alla Cassa depositi e prestiti la costituzione di due grandi fondi immobiliari da 10 miliardi l’uno. Diversamente dalla proposta Alfano (almeno per quanto se ne è capito), l’Astrid punta molto sui soggetti esistenti. Invece del super fondo di cui non si conosce el rilevatari di ravelliana memoria, gli undici vorrebbero fosse messa in campo la Cassa depositi e prestiti che già raccoglie 300 miliardi di risparmio privato.
Pur non essendo una banca, la Cassa già sconta in Bce i suoi effetti creditizi per 25 miliardi, destinati a finanziare per metà lo Stato e per metà l’economia.
Ma qui dovrebbe fare da pivot della valorizzazione delle partecipazioni, oggi del Tesoro, in società quotate e non quotate come le Poste, nelle ex municipalizzate quotate e nelle 5.500 aziende municipali non quote, 2.800 delle quali attive nei servizi pubblici locali, che sono da aggregare e ristrutturare per poter poi essere cedute in tutto o in parte.
Insistendo, si potrà arrivare anche alla cifra di Alfano. Ma in 8 anni, non in 5. Altrimenti bisogna ipotizzare, come fa il segretario del Pdl, che l’accordo fiscale con la Svizzera dia il triplo di quanto stima Astrid.
Come se gli italiani, che avevano esportato capitali in Svizzera, li lasciassero tutti, ma proprio tutti, a disposizione del fisco anzichè spostarne una parte in altri paradisi.
Massimo Mucchetti
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
IN VENETO LA PROVINCIA DI TREVISO AVREBBE CERCATO DI CONVINCERE ALCUNI COMUNI DEL VENEZIANO… IL MINISTRO GRIFFI: “VALE LO STATUS QUO DEL 20 LUGLIO”
Hanno ben poco da agitarsi, le province destinate a scomparire.
Nonostante i loro politici le stiano pensando tutte, non hanno speranze.
Anche l’ultimo appello di ieri, del sindaco di Pisa, Marco Filippeschi, presidente del Consiglio toscano delle autonomie locali e coordinatore dei Cal di tutt’Italia, è stato accolto dal ministro Filippo Patroni Griffi con un severo «benissimo il dialogo, ma il percorso è quello».
Con l’approvazione definitiva della spending review, infatti, è scattato ufficialmente il conto alla rovescia.
Le autonomie locali hanno ora 70 giorni di tempo per presentare la loro proposte di riorganizzazione al governo.
A caldo, quando si è cominciato a parlare di accorpamenti, più di un presidente s’è scervellato per trovare qualche scappatoia.
Terni corteggiava Foligno. Viterbo puntava su Civitavecchia e Santa Marinella e magari anche Orvieto. Trapani cercava di attrarre Menfi. Latina mirava ad Anzio e Nettuno. Treviso trattava con alcuni comuni vicino Venezia. Pisa corteggiava Fucecchio.
In alcuni casi si sono ipotizzate soluzioni davvero ardite.
Matera ha sognato di aggregare comuni dalla Murgia pugliese, dell’alto Cosentino e dal basso Salernitano.
Benevento s’immaginava al centro di una triangolazione tra Caserta e Avellino, che nemmeno ai tempi di Metternich.
Poi però è intervenuta una nota del governo a troncare ogni compravendita: per decidere se una Provincia soddisfa i requisiti di popolazione e territorio ( almeno 350mila abitanti e 2500 km quadrati) vale solo la fotografia del 20 luglio.
Resta in piedi il «percorso» a cui accenna il ministro Patroni Griffi. Nel Lazio, per dire, il presidente del Cal, Fabio Melilli, presidente della moritura provincia di Rieti, ha già convocato per i primi di settembre tutti i sindaci dell’intera regione per ragionare assieme alla Polverini e ai presidenti provinciali.
«In certi casi – ammette Melilli – la riorganizzazione dei territori è semplice, perchè dettata dalla storia o dalla geografia. Ma nel Lazio sarà molto difficile accorpare due spuntoni lontani tra loro come Viterbo e Rieti. Basta guardare una mappa per accorgersi che in mezzo c’è l’Umbria. L’unica strada passa per Terni».
E in effetti a Rieti è già iniziata una raccolta di firme, a cura della Uil, per passare in blocco in Umbria.
Il Piemonte ragiona su quattro grandi enti: Torino con la sua area metropolitana, Cuneo, il Centro (Asti e Alessandria), il Nord (Vercelli, Biella, Novara e Verbania).
Il governatore della Toscana, Enrico Rossi, immagina una tripartizione della sua regione, con l’area litoranea (Livorno, Pisa, Massa e Carrara, Lucca), l’area meridionale (Arezzo, Siena e Grosseto) e quella del centro (area metropolitana di Firenze, Prato e Pistoia) anche se la legge al momento non prevede ritocchi ai confini delle aree metropolitane.
L’Abruzzo sembra destinato a dividersi tra L’Aquila e area adriatica (Teramo, Pescara e Chieti). L’Emilia-Romagna pensa di dividersi per tre: Emilia, area metropolitana di Bologna, e Romagna.
La Lombardia, dove pensano a un ricorso alla Corte costituzionale, intanto dovrà decidersi se fare una Grande Brianza (Monza, Como, Sondrio) oppure la provincia delle Alpi (Varese, Como e Sondrio).
Francesco Grignetti
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
NEL 2011 LO STATO HA PERSO IL 2% DEL PIL… DUE MILIARDI PER L’ATTIVITA’ DI CONTRASTO, QUASI LA META’ PER LA DETENZIONE
Costi per l’acquisto delle sostanze, costi di contrasto e detenzione, costi socio-sanitari e
perdita di produttività : nel 2011 la spesa sociale è di 31,2 miliardi di euro (2% del Pil) nella lotta alla droga.
Lo rileva la Relazione Annuale al Parlamento 2012.
Difficile quantificare il costo imputabile all’acquisto delle sostanze ma, in base alla stima sui consumi nella popolazione generale, secondo gli osservatori il “valore medio di 22,6 miliardi di euro incide per una quota del 72,3% sul totale dei costi sociali”.
Seconda voce in questo “bilancio” per importanza (15%) i costi derivanti dalla perdita di produttività pari a 4,7 miliardi di euro, di cui la maggior parte riguarda la perdita di produttività in senso stretto, il 12% la perdita per morte prematura e il 20% per incidenti stradali.
Lo Stato spende poi circa 2 miliardi di euro (7,1% del totale) in attività di contrasto alla tossicodipendenza di cui quasi la metà (48,2%) per la detenzione, il 18,7% per le attività delle forze dell’ordine e il 32,6% per le attività di tribunali e prefetture. 1,8 miliardi per l’assistenza socio-sanitaria.
Non ultimo il capito dell’assistenza sanitaria che però fa registrare anche qualche beneficio in termini di risparmio.
La spesa complessiva è di 1,8 miliardi di euro, di cui il 40,2% per la cura delle patologie correlate, il 40,0% per l’assistenza dei soggetti presso i servizi e il 14,2% per l’assistenza nelle strutture socio-riabilitative.
Ma a fronte di ogni miliardo circa di euro investiti nell’anno per l’assistenza socio-sanitaria ne deriva un beneficio diretto di circa 6 miliardi.
C’è, da un lato, il risparmio per il mancato acquisto delle sostanze da parte dei tossicodipendenti in trattamento, che passa da da 2,19 miliardi a 8,8 milardi, a cui si aggiunge il reddito da lavoro dei soggetti riabilitati e nuovamente reinseriti nel mondo del lavoro (3,9 miliardi euro), per un totale di almeno 6 miliardi di benefici.
Cresce l’investimento delle regioni.
Circa 48 milioni di euro investiti in prevenzione dalle regioni, che hanno aumentato l’investimento nel settore del 60%. Toscana, Lombardia, Emilia Romagna e Lazio, le regioni che più hanno investito in prevenzione selettiva (mirata a gruppi specifici).
Il Dipartimento delle politiche antidroga nel 2011 ha finanziato progetti di prevenzione universale (campagna nazionale) e prevenzione selettiva (progetti per genitori, scuole, posti di lavoro, incidenti stradali) per il 21 % del proprio budget annuale per un totale di 1.497.000 euro.
(da “Redattore Sociale”)
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
SE LA TAV TORINO-LIONE COSTA INTORNO AI 15-20 MILIARDI DI EURO, NE SERVIREBBERO ALTRETTANTI PER REALIZZARE LA BANDA LARGA IN ITALIA… IN GIAPPONE E COREA GIA’ VIAGGIANO TUTTI COSI’, DA NOI E’ COPERTO SOLO IL 10% DEL TERRITORIO
Punti di Pil perduti, risparmi e posti di lavoro mancati.
La fibra ottica o banda ultralarga (che viaggia a 100 megabit per secondo — Mbps, velocità superiore rispetto alla banda larga, definita tra i 2 e i 20 Mbps) non significa soltanto connessione a Internet ma prospettive di ricavi e di occupazione, specie in tempi di crisi.
La sua diffusione, secondo la Commissaria europea per l’Agenda digitale Neelie Kroes, potrebbe valere un aumento dall’1 all’1,5% del Pil.
Ancora più significative le stime elaborate dall’osservatorio “I costi del non fare” di Andrea Gilardoni della Bocconi di Milano, secondo cui la fibra ottica vale ogni anno fino al 2030 il 3% del Pil.
Eppure per l’Italia rischia di essere un’occasione persa.
Analfabetismo digitale e scarsa conoscenza delle potenzialità di Internet, da parte di aziende e utenti privati, generano il circolo vizioso per cui la banda ultralarga in Italia non decolla.
Il costo è assimilabile a quello di una ‘grande opera’.
Se il Tav Torino-Lione costa all’Italia tra i 15 e e i 20 miliardi di euro ne servono altrettanti (15) secondo l’Agenda digitale del Ministero dello Sviluppo per collegare il 100% dei cittadini a 30 Mbps e il 50% a 100 Mbps, come prevede l’Agenda digitale Europea.
A investire sul piano della ultrabroadband il governo italiano (che ha ricevuto fondi europei per 440 milioni di euro) e i Fondi italiani per le infrastrutture F2i Tlc-Metroweb (partecipato da Cassa Depositi e Prestiti) che ha annunciato un piano da 4,5 miliardi di euro nei prossimi anni per coprire le 30 città maggiori.
E poi gli operatori privati: 10 miliardi di euro (di cui 4 già investiti) per le reti di nuova generazione mobile e 500 milioni di Telecom per la banda larga. Il totale potrebbe coprire il costo dei 20 miliardi.
Purtroppo però gli operatori, ad eccezione dello Stato, lavorano tra loro in sovrapposizione in zone in cui c’è già mercato, quindi implementano il servizio solo dove sono certi del ritorno degli investimenti.
Ragione per cui il presidente di Telecom Franco Bernabè ha specificato che non ci sarà alcuna accelerazione per la fibra ottica dato che “le indicazioni dell’Unione europea sono soltanto programmatiche”.
L’ex monopolista prosegue nel suo piano di portare Internet ultraveloce in 99 città entro il 2014, che nel 2018 diventeranno 250, ma la velocità nelle case degli utenti potrebbe non superare i 50 Mbps.
A Telecom si aggiunge il piano di F2i-Metroweb che intende portare la fibra a 100Mbps effettivi in 30 città .
La prospettiva più realistica, quindi, è che tra alcuni anni appena il 20% della popolazione viaggerà ultraveloce, mentre solo un terzo delle famiglie italiane arriverà a 50 Mbit. A meno che la domanda di mercato non spinga gli operatori ad accelerare e a impiegare risorse per lo sviluppo della rete ultraveloce.
Eppure negli anni Sessanta, quando venne costruita l’Autostrada del Sole, non c’erano certezze sul ritorno economico.
La prima azienda a caldeggiare la sua realizzazione è stata la Fiat, certa che l’infrastruttura avrebbe creato la domanda e aumentato la vendita delle auto.
Una proiezione che si è rivelata corretta: gli italiani, viste anche le crescenti possibilità economiche, volevano viaggiare e spostarsi più rapidamente.
Una logica valida anche per la fibra ottica: se fosse implementata su scala nazionale, gli utenti sarebbero invogliati a utilizzarla perchè offrirebbe servizi migliori incrementando la qualità e la velocità di trasmissione dei dati.
LA COPERTURA DEL TERRITORIO
Eppure la fibra ottica in Italia è percepita come un lusso, più che come un investimento necessario per lo sviluppo. A oggi copre soltanto il 10% del territorio, mentre in Svizzera arriva al 90%.
La Francia ambisce al 37% entro il 2015 e al 100% nel 2025. Giappone, Corea del Sud corrono al 100% sulla banda ultralarga.
E l’Australia sta già adottando un piano di conversione a livello nazionale. In altri paesi europei, tra cui la Gran Bretagna, gli operatori privati hanno avviato ambiziosi piani di investimento, legati però ad aree remunerative.
Scelte legate anche alla consapevolezza che un reale investimento nella ultrabroadband porterebbe risparmi per la pubblica amministrazione e le famiglie.
Sul fronte italiano, Monti è volato nelle scorse settimane in Idaho per incontrare i guru della comunicazione e insieme a Passera, che all’assemblea di Confindustria ha definito “prioritaria” la banda larga, punta sull’urgenza dell’agenda digitale perchè “l’innovazione consente di fare molte cose con minori risorse”.
Tanto da avere proposto di tenere gli investimenti sulla banda larga fuori dal fiscal compact.
Le speranze arrivano anche oltreoceano, visto che secondo il New York Times con Monti “gli italiani stanno vivendo un risveglio digitale a lungo atteso”.
A CHE PUNTO SIAMO OGGI?
Il decreto Digitalia, che doveva definire obiettivi e stanziamenti per la banda larga, da giugno è stato rimandato a settembre.
A parte il ritardo istituzionale, secondo i dati diffusi ad aprile dalla Commissaria europea per l’Agenda digitale, Neelie Kroes, nel nostro paese l’alfabetizzazione digitale è molto arretrata.
Oltre il 41% degli italiani, infatti, non è mai entrato in rete, il doppio o il triplo rispetto a Francia (24%), Germania (17%) e Regno Unito (10%). Infratel, però, la società del ministero dello Sviluppo che si occupa di portare i cavi e la connessione in aree dove il mercato non interviene per mancanza di redditività , spiega che al 30 giugno 2012 la diffusione della rete a banda larga (non fibra ottica) in Italia ha raggiunto il 95,2% complessivo della popolazione di cui circa il 3% utilizza connessione via smartphone (3G).
Rimane escluso ‘solo’ il 4,8%, senza copertura o servito da tecnologia di bassa capacità come adsl fino a 640 kbs, ovvero “banda stretta”.
Secondo questo dato, unito a quello fornito da Infratel, il 36,2% della popolazione avrebbe la possibilità di connettersi, ma preferisce non farlo.
RICAVI MANCATI
Eppure l’analfabetismo digitale sommato alla banda che manca costa al nostro paese tra l’1,5 e il 3% del Pil che potrebbe essere recuperato, ad esempio, con l’adozione di servizi di videocomunicazione avanzati che creano “realtà aumentata” — ovvero una realtà virtuale e tridimensionale applicata dalla chirurgia robotica alla geolocalizzazione — e semplificano sia il processo produttivo sia quello di apprendimento, riducendo anche la necessità della presenza fisica.
E poi il cloud computing, ovvero il trasferimento dei dati su dispositivi remoti che rende le prestazioni flessibili e veloci.
Senza contare che entro il 2015 il settore Ict darà lavoro in Europa a oltre 700mila persone.
Numeri promettenti che delineano un panorama di business e occupazione importante sul quale, però, l’Italia non ha ancora deciso di realizzare un efficace piano di sviluppo.
Secondo Confindustria digitale nei prossimi 3 anni, ad esempio, “il contributo della Internet economy al Pil passerà in Italia dal 2,1 al 3,5 %” e nei paesi dell’Unione europea l’impatto sarà ancor maggiore, “con un aumento dal 3,5 al 5,7%”.
Inoltre per il suo presidente Stefano Parisi, ”solo il 4% delle imprese italiane effettua vendite direttamente on-line”.
Anche se, aggiunge, “le stime indicano che in questi tre anni di crisi le aziende italiane che hanno puntato sul web sono cresciute in termini di fatturato mediamente del 5,7% in più rispetto alle imprese che sono rimaste off-line”. Stime che possono incidere sensibilmente sui bilanci aziendali.
Confindustria digitale infatti ha calcolato che “se tutte le imprese italiane aumentassero solo dell’1% il loro fatturato attraverso le vendite on-line verso l’estero, le nostre esportazioni totali aumenterebbero dell’8% pareggiando il saldo import-export di beni e servizi”.
Ragione che li ha spinti a proporre “una detassazione parziale dei ricavi delle piccole imprese da e-commerce internazionale e una semplificazione delle procedure per gli acquisti online delle Pmi”.
Ma i guadagni non riguardano soltanto il comparto industriale: ”Un uso intensivo di internet può portare risparmi di più di 2mila euro a famiglia”, dai servizi offerti dal web all’home banking che, secondo uno studio pubblicato a marzo della Bcg (Boston Consulting Group) in Francia, Germania e Regno Unito aumentano a 4500 euro per famiglia. Importante anche l’entità del risparmio sulla spesa pubblica, dove “il completo switch off digitale delle pratiche amministrative e dell’acquisto di beni e servizi da parte delle Pubbliche Amministrazioni porterebbe risparmi per 13 miliardi di euro di spesa corrente all’anno”.
GRANDI OPERE E FIBRA OTTICA
Risparmi e possibilità di investimento capillari che tuttavia non sono ancora percepiti come “priorità ” per il paese.
“La Tav è stata concordata con altri partner, ma quante risorse pubbliche hanno drenato i settori come quello automobilistico, dell’energia, del digitale terrestre? O quanto denaro hanno dovuto pagare i cittadini sulle bollette energetiche dell’ammodernamento dei contatori elettronici, del finanziamento delle rinnovabili, dell’acquisto del decoder digitale in una logica di switch-off forzoso?”, domanda Cristoforo Morandini di Between-Osservatorio Banda Larga che ricorda anche il “gioco di interessi” ben oltre le decisioni della politica nel convogliare una ingente quantità di risorse in un unico settore, “seppur strategico e vitale per lo sviluppo”. Parlando di cifre, “portare realmente la fibra ottica a tutti gli italiani, anche nel più sperduto paesino presenta dei costi proibitivi, costa intorno ai 20 miliardi di euro. Attraverso l’utilizzo di diverse soluzioni tecnologiche e ponendosi l’obiettivo di superamento dei 30 mbps si può effettivamente pensare di raggiungere la meta con meno di 10 miliardi”.
Secondo l’Adoc, ad esempio, solo per il passaggio al digitale terrestre gli italiani hanno speso oltre 2,5 miliardi.
A soprendere sono i vantaggi dell’implementazione della fibra ottica anche se per realizzarla a livello nazionale, data la difficoltà culturale e delle infrastrutture, si dovrebbe “pensare a un piano decennale”.
Già nell’arco di due-tre anni, però, “si possono ottenere ottimi risultati”, a differenza del Tav visto che, secondo un documento dell’Agenzia Nazionale per l’Ambiente francese, la “svolta importante” del progetto ci sarà “a partire dal 2030-2035″. L’ostacolo principale infatti non è la conformazione fisica del territorio, prosegue Morandini, ma le “economie di densità ”.
Ovvero la priorità a impiegare le risorse nelle zone più popolate, dove “è più rapido il ritorno degli investimenti” visto che “75%-80% dei lavori associati alla banda ultra larga sono di tipo civile, vale a dire scavi, ripristini, posa di cavidotti, allestimenti”.
DIGITAL DIVIDE CULTURALE
Aldilà delle infrastrutture però “non tutti i politici hanno la sensibilità e le competenze per affrontare un tema così complesso”, puntualizza Alfonso Fuggetta, docente del Politecnico di Milano e collaboratore de lavoce.info.
E anche nel settore industriale la sensibilità è “a macchia di leopardo, dove le aziende che operano a livello internazionale, sollecitano la necessità di banda, a differenza di chi magari opera esclusivamente in Italia e ha il cliente sotto casa.
Ma ci sono zone industriali in aree poco densamente popolate in cui il digital divide è il primo problema”.
A concorrere nella realizzazione della banda e del servizio sono lo Stato e gli operatori privati e la questione non si limita a “Monti o Passera, ma agli ultimi dieci anni persi”.
La prima a dovere sollecitare la domanda di banda (e velocità ) dovrebbe essere “la pubblica amministrazione, ancora troppo legata al cartaceo.
E dove, in molti casi, il servizio digitale offerto ai cittadini sembra un lusso, non un investimento”.
Eppure “dieci anni fa eravamo all’avanguardia in Europa anche per la diffusione della fibra”.
Ora, invece, è tempo di tornare a correre.
Eleonora Bianchini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
DETENUTO DA 4 MESI NELL’AMBITO DELL’INCHIESTA MILANESE SULLA SANITA’, IN CUI E’ INDAGATO FORMIGONI… “RESTARE DENTRO E’ ISTIGAZIONE AL SUICIDIO, NON HO CORROTTO FORMIGONI”
L’imprenditore ciellino Antonio Simone, 58 anni, è stato arrestato il 13 aprile
nell’inchiesta sulla Sanità lombarda che ha portato anche all’iscrizione nel registro degli indagati per corruzione aggravata del governatore Roberto Formigoni.
Prima di essere giudicato dai giudici sente di dover essere perdonato o di doversi perdonare qualcosa?
«Premesso che trovo una vergogna e contro la legge aspettare un processo in carcere, io ho chiesto perdono a chi, leggendo i giornali, si è scandalizzato dei miei presunti comportamenti lì riportati. Mi sento, comunque, peccatore dall’età in cui ho cominciato a usare la ragione. Ho seriamente paura di chi non si sente peccatore».
Perchè considera sbagliata la sua carcerazione preventiva?
«Oggi si usa la carcerazione preventiva come condanna preventiva, come forma di tortura (senza contare la gogna mediatica). Io sono in carcere perchè non dico di aver corrotto… Il mio è un corpo sequestrato. Mi chiedo se piuttosto non sia configurabile il reato di tentata istigazione al suicidio, visto che contro ogni logica di giustizia, il proprio corpo resta l’ultima arma di difesa dei propri diritti e della dignità . Sono prigioniero della politica. Quella dei pubblici ministeri, quella dei mass media, quella dei partiti».
In carcere perchè l’aiuta aggrapparsi all’immagine di don Luigi Giussani che lei ha attaccato alla cella e pregare?
«Nella foto c’è don Luigi Giussani, con la sua storia, il carisma che ha ricevuto e che la Chiesa ha riconosciuto, in ginocchio davanti al Papa, cioè l’autorità della Chiesa. Il braccio è teso a offrire e accogliere la risposta del Papa che è un abbraccio e un bacio in fronte. Impressionante. Quella foto è parte della storia della Chiesa. Solo un laicismo narcisista e nichilista e, ancor peggio, l’ipocrisia di taluni “cattolici adulti”, può usare quanto sta succedendo intorno a Roberto Formigoni, per chiedere l’intervento del Vaticano contro Comunione e Liberazione. Io, che prego poco, guardo quella foto che ho appeso per ricordarmi di offrire la mia vita, comprese le sofferenze e peccati a chi mi ha dato la possibilità di vivere tutto con un senso, con un significato».
Che lavoro fa(ceva)?
«Ora il carcerato. Prima, ho lavorato nel settore immobiliare fuori dall’Italia (Praga, Cile, Israele, Caraibi, Argentina) poi mi sono interessato di sviluppo sanitario».
Perchè per i suoi business con il faccendiere Piero Daccò utilizzava società di copertura off shore?
«Quando ho lasciato la politica nel 1992 ho cominciato a lavorare a Praga per due multinazionali francesi. Nel 1998 ho posto la residenza a Londra, visto che avevo solo interventi economici in giro per il mondo e non stavo più in Italia
Ho sempre avuto società rapportate al business che seguivo, ordinate secondo le leggi dei rispettivi Paesi. Se il principio della pianificazione o ottimizzazione fiscale fosse reato, si dovrebbero arrestare i consigli di amministrazione di quattro quinti delle società quotate in borsa. Banche in primis, vedi Unicredit-Profumo e altre decine di delle banche. Tremonti aveva in Lussemburgo un apposito e avviato studio di planning fiscale».
Lei si sente responsabile di quel che sta succedendo al suo amico governatore Roberto Formigoni, indagato per corruzione?
«Non avendo corrotto mai nessuno e men che meno Formigoni, non mi sento responsabile del male che gli vogliono gli avversari politici, i gruppi di potere. In guerra ci sono morti e feriti, l’importante è che tutti capiscano che è stata dichiarata una guerra contro ciò che rappresenta Formigoni, non per le mete esotiche che sceglie per le sue vacanze natalizie».
Si è mai chiesto come mai le strutture private pagassero cifre folli per le consulenze sanitarie?
«Per quanto riguarda il San Raffaele, vicenda a me completamente estranea, tuttavia, la spiegazione di Daccò è lineare e semplice: fatturava a fornitori del San Raffaele per restituire in nero, dopo aver detratto le sue competenze a Cal. Per quel che riguarda la Maugeri, come ha dichiarato Aldo Maugeri, se la lobby funzionava, i compensi erano giusti. “Ben vengano i fondi della Lombardia, e se è merito di Daccò, che considero un lobbista e non un corruttore, io dirò grazie” ( Repubblica , 11 maggio). Pensare che Daccò decidesse le funzioni corrompendo Carlo Lucchina o Formigoni vuol dire non conoscere nessuno degli attori. Il compenso commisurato sul fatturato, era ripetuto negli anni, cresceva, da qui l’evidenza di cifre importanti sempre da spalmare su 15 anni di rapporti economici».
I vostri compensi/commissioni si misuravano in milioni di euro, pagati in nero. Le conoscenze possono diventare una professione?
«Io ho ricevuto secondo l’accusa 3 milioni di compensi in 10 anni da parte di Daccò per le consulenze nel campo sanitario. Altri compensi riguardavano le operazioni immobiliari realizzate in molti anni. Essendo io residente a Londra dal 1998 e fatturando sempre le prestazioni, parlare di “nero” non ha senso!».
In che cosa lei era esperto per prendere una percentuale da Daccò?
«In progetti innovativi in campo sanitario ed immobiliare. Ricordo solo che i progetti andati in porto hanno sempre prodotto un considerevole risparmio pubblico. Sia in Lombardia sia in Sicilia ciò che abbiamo realizzato ha fatto risparmiare centinaia e centinaia di milioni di euro alle amministrazioni regionali. La realizzazione della convenzione in Sicilia con la Maugeri elimina la necessità di migliaia di trasferimenti dal Sud al Nord per le cure a malati e per i parenti. Daccò, sul versante immobiliare, trovava in me un realizzatore di molti dei suoi progetti che seguiva in giro per il mondo e mi pagava a successo o con quote delle società operanti o con soldi».
Piero Daccò l’ha delusa?
«Mi ha deluso e sono deluso di me stesso per la leggerezza avuta nel non rendere esplicite nelle forme di legge italiane le fatturazioni dei compensi che oggi sembrano il mistero da svelare».
Quando uscirà dal carcere, che cosa desidera fare?
«Se rispondessi che vorrei tornare a lavorare, utilizzerebbero questa intervista per giustificare l’accusa di reiterazione del reato e mi lascerebbero per altri dieci anni in galera. In perfetto stile “politicamente corretto” dichiaro che mi dedicherò nella veste di giornalista, qual sono, alla ricerca della verità , contro le ipocrisie. In fondo come un pubblico ministero, senza arrestare nessuno. Sono garantista io».
Simona Ravizza
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
QUEST’ANNO IL MINIMO STORICO: “SOLO” 27 GIORNI PER I DEPUTATI, 29 PER I SENATORI
Come scolari impazienti all’ultimo giorno di scuola, alle cinque del pomeriggio, approvata la spending review e onorata la memoria di Renato Nicolini, i deputati raggiungono di corsa i trolley stipati nella zona guardaroba accanto al ristorante, tra baci, abbracci, «ci sentiamo!», e infine sgattaiolano via, verso la stazione Termini e l’aeroporto.
Il Parlamento chiude per ferie.
La Camera riaprirà i battenti il 3 settembre con i primi lavori delle commissioni, l’aula schiuderà le sue porte il 5; il Senato il 4 settembre ripartirà con le commissioni, mentre la prima seduta si terrà giorno 6, tra 29 giorni.
Sono, statistiche alla mano, le vacanze più corte degli ultimi anni, forse di sempre, ma è comunque quasi un mese di riposo: 27 giorni a Montecitorio, quattro giorno in meno rispetto all’anno scorso.
Erano 31 nel 2011, 33 nel 2010, 40 nel 2009, 38 nel 2008 e nel 2007; addirittura 47, dal 3 agosto al 18 settembre, nel 2006.
Ma era davvero un altro mondo.
La crisi morde e impone al Parlamento vacanze vigilate (del resto il premier Mario Monti a Der Spiegel ha detto che farà sei giorni in tutto), al punto che ieri il presidente della Camera Gianfranco Fini ha specificato che tutti i gruppi parlamentari hanno dato la loro disponibilità ad assicurare la reperibilità dei deputati entro 24 ore nel caso la situazione finanziaria precipitasse, rendendo necessaria l’approvazione urgente di provvedimenti economici.
Insomma, meglio evitare i viaggi all’estero.
«La Camera resterà comunque attiva», ha precisato Fini.
Infatti, «alla luce della perdurante instabilità », l’ufficio di presidenza della Commissione Bilancio — ha messo nero su bianco il presidente Giancarlo Giorgetti — «ha unanimamente condiviso l’esigenza di mantenere, durante l’intero mese di agosto, i contatti anche di tipo informale, tra i rappresentanti del governo e la commissione, al fine di garantire che le Camere tempestivamente informate in merito ad ogni circostanza rilevante per la finanza pubblica».
Uguale preallerta vige anche a Palazzo Madama, dove il presidente Renato Schifani ha spiegato che «l’aula potrà essere convocata in qualsiasi momento».
I primi a tornare a lavoro saranno in ogni caso i membri del Comitato ristretto della commissione Affari costituzionali, che al Senato sta mettendo mano a una riforma della legge elettorale nel tentativo di abortire il famigerato Porcellum.
Ora, molti deputati non hanno aspettato certo ieri per andare in ferie, una buona parte lo è già dalla fine della settimana scorsa.
Ieri erano in 479 su 630 i presenti al momento del voto sulla spending review, con vuoti più marcati nell’emiciclo destro che in quello sinistro, e al Senato, per ritorsione alle frasi di Monti sullo spread a 1200 con Berlusconi, il Pdl ha fatto mancare il numero legale per ben quattro volte: e ciò, regolamento alla mano, certifica la fine della seduta.
Al presidente di turno Emma Bonino non è rimasto altro che dichiarare chiusa anzitempo la seduta, l’ultima prima della pausa estiva.
Tutti in vacanza, e mai come stavolta, tallonati dall’antipolitica, i deputati hanno cercato di mantenere un profilo di sobrietà .
«Io trascorrerò tutte le ferie nella mia Belluno, in giro per il territorio, mentre prima di diventare deputato, nel 2001, chiudevo lo studio di avvocato per un mese intero», giura il pdl Maurizio Paniz.
Il democratico Ermete Realacci si concederà dieci giorni in Croazia, «e come Fantozzi partirò a Ferragosto: un tempo me ne stavo settimane a fare pesca subacquea in Sardegna», facendo tuttavia notare che i parlamentari francesi, inglesi e tedeschi «sono già in vacanza da tempo».
Concetto Vecchio
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO LA PRATICA APERTA DAL CSM PER L’INTERVENTO DEL PROCURATORE DI CALTANISSETTA ALLA COMMEMORAZIONE DI BORSELLINO, SI MOBILITANO I MAGISTRATI…”SCARPINATO CI HA RICORDATO LA COSCIENZA, IL CORAGGIO, L’IMPEGNO PER LA LA GIUSTIZIA E LA VERITA’ DI BORSELLINO”
Cento adesioni in più in meno di 24 ore per l’iniziativa promossa da alcuni singoli
magistrati di sottoscrivere una lettera a favore del procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, messo sotto accusa dal Csm. Fino a ieri pomeriggio hanno firmato in 397.
Gli ultimi, in ordine cronologico, sono stati il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia e il sostituto procuratore generale di Bari, Pino Scelsi.
L’idea è venuta a un pm di Modena, Marco Imperato e a due giudici, Francesco Messina, del tribunale di Trani e Cristina Bertotti del tribunale di Vicenza.
In cuor loro avevano apprezzato, e molto, le parole di Scarpinato (poi incriminate) alla commemorazione di Paolo Borsellino, il 19 luglio in via D’Amelio, a Palermo.
Avevano anche fatto girare per mail quel discorso ritenuto di impegno civile, soprattutto nei passaggi dedicati ai principi della legalità , della giustizia, disattesi magari da quelle stesse autorità presenti in prima fila alle commemorazioni ufficiali.
La raccolta telematica delle firme è stata avviata dopo che il 26 luglio l’Associazione nazionale magistrati ha espresso “preoccupazione” per la pratica aperta alla Prima commissione del Csm (che potrebbe proporre il trasferimento d’ufficio di Scarpinato) e ha definito l’intervento del magistrato una “manifestazione di libero pensiero, quale giusto richiamo, nel ricordo delle idee e delle stesse parole di Paolo Borsellino, alla coerenza di comportamenti ed al rifiuto di ogni compromesso, soprattutto da parte di chi ricopre cariche istituzionali”.
Il pm, Imperato spiega che la loro iniziativa è un passo ulteriore rispetto “alla presa di posizione importante dell’Anm”.
“Abbiamo pensato che mettere dei nomi e cognomi di singoli magistrati in calce a una lettera sia un messaggio forte di condivisione del discorso del dottor Scarpinato”.
A settembre, alla ripresa dei lavori, la lettera la riceverà il Csm:
“Scarpinato ci ha ricordato la coscienza, il coraggio, l’impegno per la giustizia e la verità di Paolo Borsellino, il quale, esponendosi in prima persona, denunziò pubblicamente più volte come, per mobilitare tutte le migliori risorse della società civile nel contrasto alla mafia, fosse indispensabile ripristinare la credibilità dello Stato, minata da quanti, pur ricoprendo cariche pubbliche, conducevano tuttavia vite improntate a quello che egli definì il ‘puzzo del compromesso morale’ che si contrappone al fresco profumo della libertà .
Il discorso di Roberto Scarpinato, a nostro parere, merita di essere diffuso nelle istituzioni e nelle scuole, tra i concittadini onesti ed impegnati”.
Molti, racconta Imperato, “nella mail di adesione hanno scritto che lo facevano con la passione per l’impegno civico che ogni magistrato deve avere. Per diversi di noi non solo quel discorso è legittimo ma è anche doveroso ”.
Parlando del procedimento a carico di Scarpinato, un riferimento anche ai magistrati di Palermo sotto accusa è d’obbligo: “Posso solo dire — prosegue Imperato — che non a caso questi conflitti istituzionali ci sono al momento di conclusioni di indagini che toccano il potere. Questo, però, non deve portare a un tifo senza se e senza ma. Le critiche a singoli comportamenti, o provvedimenti, sono legittime purchè non siano strumentali a delegittimare un magistrato, un’indagine o un intero ufficio”.
Secondo lei in che fase siamo?
“In una fase delicata. La politica è in crisi e il rischio di inquinamenti di vario tipo è molto alto. E la magistratura ha il dovere, senza invasioni di campo, di far rispettare le leggi”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
A PARITA’ DI PRESENZE, NELL’ULTIMO ANNO UN INTROITO INFERIORE DEL 20%… IL PROBLEMA DEL RICAMBIO GENERAZIONALE, CRISI ECONOMICA E D’IDENTITA’
Sembrano lontani i tempi in cui allo stand della tombola si registrava il tutto esaurito e alle tavolate si stava stipati, mentre tutt’intorno era un trionfo di crescentine e pugni chiusi.
Kermesse rossa in bilico tra sagra di paese e comizio politico, rito di mezza estate capace di resistere a sessant’anni di storia e governi, oggi la Festa dell’Unità si trova costretta a fare conti con una crisi che è economica e al tempo stesso d’identità .
Gli incassi calano con punte del 25%.
E anche in Emilia, cuore rosso dell’Italia, lo zoccolo duro dei volontari si riduce. Mentre le nuove generazioni latitano, mettendo a rischio le edizioni future.
Sì, perchè se dalla prima “scampagnata” di Mariano Comense del 1945, la Festa dell’Unità è sempre stata capace di richiamare nelle cucine dei ristoranti centinaia di militanti, in nome della partecipazione popolare, nel 2012 la forza aggregante della manifestazione messa in piedi dal partitone sembra aver perso un po’ dell’antico smalto.
“Il problema esiste da tempo: ormai non c’è più un ricambio completo degli anziani che si spengono” mette in chiaro Lele Roveri.
Organizzatore di eventi prestato alla politica, Roveri da anni tiene le redini della Festa dell’Unità provinciale di Bologna, una delle poche ad aver mantenuto il nome originario, rifiutando l’ etichetta di Festa Democratica, imposta, tra mille resistenze, nel 2008.
Un’iniziativa, quella bolognese, che mette in campo circa 5 mila volontari interni al partito, e altri mille esterni, provenienti da altri soggetti, come Avis o Arci.
“Noi stiamo cercando di colmare il divario tra chi esce e chi entra chiedendo aiuto alle associazioni: loro ci danno una mano ai ristorante e agli stand in cambio ottengono visibilità e spazio”.
Ma il problema non sta solo nella riluttanza dei giovani.
“La crisi c’è e si fa sentire anche tra i nostri stand — continua Roveri — e se l’affluenza rimane in linea con gli anni passati, è vero anche che la gente spende sempre meno”. Per questo a Bologna il Pd ricorre ai menù fissi a 10 euro, ai prezzi congelati, e ai concerti gratuiti.
Una scappatoia per riuscire a cavarsela in tempi di vacche magre: “Stiamo provando ad abbassare anche il prezzo dei parcheggi.
Del resto il giorno in cui non riusciremo più a coprire le spese, che oggi si aggirano intorno ai 4 milioni di euro, dovremo fermarci e riflettere se portare avanti ancora questa esperienza”.
Spostandosi lungo la via Emilia, cambiano i nomi delle feste ma non le difficoltà . In provincia di Reggio Emilia, quest’anno il Pd locale ha messo in piedi “Albinea in Festa”, cercando di trovare un punto di equilibrio tra tradizione e innovazione.
“Per la prima volta — spiega Nico Giberti, segretario quarantenne di Albinea — ho ridotto le serate di liscio per dare spazio ad altre iniziative, come spettacoli di teatro civile o dibattiti sulla lotta alla mafia”.
Insomma, meno tortellini e più impegno. “È un percorso che stiamo portando avanti piano piano, per ovviare al problema dei giovani — continua il segretario — e, anche se la forza dei pensionati è ancora determinante, l’investimento per ora sembra funzionare. Abbiamo una buona squadra di attivisti e iscritti di ogni età , e anche gli incassi, tutto sommato, non sono andati male: abbiamo avuto un riduzione del 5%”. Una percentuale rassicurante se si guarda il dato nazionale.
“A parità di presenze, negli ultimi anni abbiamo registrato un calo medio che va dal 10% al 25%” fanno sapere dalla sede nazionale di Roma.
Dati toccati con mano da chi lavora sotto i tendoni delle tante feste di paese.
Qui, a fine serata, l’umore non è sempre altissimo.
C’è chi, sottovoce, lamenta un eccessivo immobilismo: “Così non si può andare avanti. Se non si tentano strade diverse, qui chiudiamo”.
Ad Anzola dell’Emilia ha fatto discutere il caso di una volontaria “storica”, che ha riversato tutto il suo malumore su una lettera affissa alla festa della frazione di San giacomo del Martignone, parlando di “sbiadimento di valori e ideali” e dell’assenza di nuove leve.
Ma da Roma, il responsabile Feste ed eventi del Pd, Lino Paganelli invita a non generalizzare. “Non ho segnali che indicano una generale crisi di partecipazione. Anzi, in un clima di distacco dalla politica, le Feste democratiche rimangono ancora un momento di partecipazione e aggregazione importante. Forse vanno di meno le feste che puntano solo sulla cucina, ma il panorama è vario e ogni manifestazione ha la sua peculiarità . Dipende da territorio a territorio”.
Giulia Zaccariello
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 8th, 2012 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI VERONA: “SPRECONA COME ROMA, BASTA COI PRIVILEGI DI VENEZIA, PER AVERE PIU’ SOLDI FALSA I DATI”… “FONDI PUBBLICI E DIPENDENTI, UNO STIPENDIFICIO”
Venezia Città metropolitana? Più che altro, città sprecona. 
Il giudizio di Flavio Tosi, segretario «nazionale» della Lega Nord e sindaco di Verona, è tagliente e affatto diplomatico: per lui, cifre alla mano, la città capoluogo del Veneto gode di privilegi finanziari spropositati e ingiustificabili: «È un po’ come Roma capitale – è il paragone di Tosi – rispetto all’Italia: Venezia gode di notevoli benefici aggiuntivi in confronto al resto del Veneto e di uno status “speciale” francamente insostenibile. Parlo di Venezia città , del comune capoluogo, non della provincia veneziana. Che anzi, proprio per la sua vicinanza fisica all’epicentro del fenomeno, soffre quanto il resto del Veneto, se non anche di più».
Sindaco Tosi, ammettiamo che la specificità di una città costruita sull’acqua non si discute. Ma questo giustifica ancora, in epoca di tagli impietosi alle risorse dei Comuni, una disparità di trattamento così netta con il resto del mondo?
«Potrei rispondere che anche Chioggia ha la stessa specificità , eppure non mi risulta che goda dello stesso trattamento. Un conto è giustificare, e finanziare, quello che serve in più per una città così particolare, ma nel caso di Venezia l’impressione nettissima è che ci sia un enorme canale di finanziamento a pioggia che va ad alimentare autentici sprechi».
Vogliamo fare qualche esempio concreto?
«Il caso più clamoroso è quello dei finanziamenti per i trasporti pubblici. Per essere chiari: nel resto del Veneto, si ha l’impressione che i dati riguardanti Venezia, dove finisce quasi la metà dei soldi, non siano sbagliati per un caso fortuito, e che richiedano un approfondimento non soltanto in sede amministrativa, ma anche in altre sedi deputate a controllare, indagare».
Cioè?
«Cioè, sono dati palesemente falsi. Con il paradosso che io, a Verona, sono costretto ad aumentare il costo dei biglietti dell’autobus e a stornare fondi da altri capitoli del bilancio comunale per garantire un servizio accettabile, mentre a Venezia è capitato che l’Actv abbia prodotto utili! Ci credo, con tutti i finanziamenti che hanno preso».
Venezia e la sua Verona sono due città che hanno grosso modo gli stessi abitanti: le differenze sono così abissali?
«Prendete soltanto questo dato: il mio Comune ha entrate totali per 300 milioni di euro, cioè un terzo di Venezia, che può contare anche sugli introiti del Casinò e per anni ha potuto usufruire dei fondi della Legge speciale. Aggiungo: il Comune di Venezia ha un numero di dipendenti una volta e mezza più alto di altre città con gli stessi abitanti. Questo non ha più senso, sono numeri che non stanno in piedi: danno l’idea dello spreco e dello stipendificio. A proposito: anche il Casinò, quanto a stipendificio, non scherza per niente».
Anche in questo caso il Comune di Venezia si difende ricorrendo alla specificità : tanti impiegati perchè gli uffici sono sdoppiati in due sedi, Venezia e Mestre, più tutti quelli distaccati nelle isole.
«Mah, tanti Comuni, e non soltanto quelli grandi, hanno frazioni con uffici periferici. Un dipendente può anche spostarsi, e di sicuro a Venezia ci si sposta con meno stress e traffico che in qualsiasi altra città del mondo».
Bisogna riconoscere, però, che i politici veneziani sanno fare lobby: in consiglio regionale, quando si tratta di portare a casa per Venezia, le differenze tra maggioranza e opposizione sfumano fino ad annullarsi, se lo ricorda?
«Come no, in Regione la lobby veneziana l’ho vista più volte in azione ed è giustamente famosissima. Sono bravi, dal loro punto di vista: il primo è il mio amico Renato Chisso (assessore regionale alla Mobilità , ndr), glielo ricordo ogni volta che ci sentiamo al telefono. Oggi, però, sul trasporto pubblico il resto del Veneto si è svegliato e ha reagito, le cose stanno cambiando. Anche se rimane una condizione di partenza inamovibile: gli uffici centrali della Regione sono lì, a Venezia, è tutto un sistema che tende ad autodifendersi».
Ma per Flavio Tosi, leghista e autonomista, Venezia è un po’ il nostro Sud?
«Più che al Sud, la paragonerei al ricco Trentino: finchè ha la possibilità di spendere tanto, spende. E più di qualche volta spreca».
(da “Il Corriere del Veneto”)
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