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PD-SEL-UDC : LA STRANA ALLEANZA CHE PUO’ VALERE PIU’ DEL 40%

Agosto 5th, 2012 Riccardo Fucile

DALLA LEGGE ELETTORALE AGLI INDECISI, LE INCOGNITE SONO TANTE, MA SULLA BASE DELLE REGIONALI 2010 E DEI SONDAGGI   RECENTI, QUESTO E’ IL POTENZIALE DI UNA INTESA DI GOVERNO

Stupore, reazioni al limite dello psicodramma, un coro di “me lo aspettavo”.
E poi favorevoli e contrari, apocalittici e integrati, dissidenti e fedeli alla linea.
Certo, è bastata la “strana” alleanza per un governo possibile tra Bersani, Casini e Vendola per agitare il quadro politico italiano.
E se le formule si sprecano – Polo della Speranza, “incontro” tra progressisti e moderati, “casa comune” per il bene del Paese – e i distinguo pure, in tanti si chiedono quanto “conta” e quanto può “pesare” un eventuale coalizione di governo formata dal Partito Democratico, dall’Unione di Centro e da Sinistra, Ecologia e Libertà .
Sommare semplicemente i dati relativi ai risultati dei tre partiti nelle ultime elezioni a carattere nazionale può essere un esercizio fuorviante.
Lo scenario politico è del tutto cambiato, ha nuovi segni e nuovi protagonisti.
L’ascesa e la caduta di Silvio Berlusconi, i nuovi equilibri imposti dal governo tecnico di Mario Monti, l’astensionismo che cresce e l’atteso exploit del MoVimento Cinque Stelle.
Tuttavia, come sempre, si parte dai numeri.
Europee del 2009: il Pd, ancora guidato da Dario Franceschini, si attesta al 26,1% dei consensi, l’Unione di Centro al 6,5% e il neonato movimento di Nichi Vendola riesce a strappare un 3,1%.
In tutto, un 35,7% che anche oggi, renderebbe la “strana alleanza” lo snodo essenziale del sistema politico italiano.
Numeri che vengono, in linea di massima, confermati, se si passa alle elezioni regionali del 2010.
In quella tornata elettorale il Partito Democratico, segretario Pierluigi Bersani, conferma il 26,1%. Calano sia l’Unione di Centro, 5,5%, sia Sinistra e Libertà  che si attesta al 3%.
Si sfiora il trentacinque per cento, 34,6%.
Ma è preistoria della politica.
Già  nelle ultime elezioni amministrative il quadro si frammenta a tal punto che in tanti parlano di fine della Seconda Repubblica.
E se le elezioni del 2011 fanno registrare l’onda arancione dei sindaci, da De Magistris a Pisapia, nel 2012 l’astensione, il crollo di Pdl e Lega e il boom del movimento di Grillo rendono difficile compilare ipotesi e realizzare proiezioni.
Ad oggi, non resta che affidarsi ai sondaggi .
Tra gli ultimi ad essere realizzati quelli di Demos.
Il Pd è dato al 27,5, l’Udc al 7,2 e Sinistra e Libertà  al 5,6.
In base a questi dati la Casa comune dei progressisti e dei democratici vincerebbe a mani basse, con il 40,3% delle preferenze degli italiani.
A seguire, con il 24,9%, un eventuale cartello composto dal MoVimento Cinque Stelle (16,5) e dall’Italia dei Valori (8,4).
Poi il Pdl al 17,4% e la Lega Nord al 4,6%.
E negli ultimi giorni le rilevazioni che circolano in rete si attestano, decimale più decimale meno, sulle stesse cifre, con il neonato Polo della Speranza che si muove in una forbice che va dal 38 al 41%.
Cifre che non fanno i conti con quanti, tra gli elettori dei tre partiti, non sono aperti a questa prospettiva elettorale.
Fin qui l’aritmetica.
Ma quanto “pesa” l’asse Pd-Sel-Udc?
Dipende tutto dalla legge elettorale con cui si andrà  al voto.
In caso di collegi uninominali, con ogni probabilità  saranno le primarie del prossimo ottobre a stabilire un equilibrio di massima tra Pd e Sel, cui potrebbe essere affiancato una sorta di “garanzia elettorale” per l’Udc.
Ma tutto è ancora per aria.
Di sicuro c’è che il Porcellum è ancora vivo, vegeto e vigente.
Il neonato asse non dovrebbe avere problemi, visto il premio di maggioranza, a stravincere alla Camera. Al Senato, dovrebbe essere relativamente semplice conquistare le regioni del Centro e quelle del Sud.
Al nord scontro aperto con lo zoccolo duro di pidiellini e leghisti e con l’espansione del MoVimento Cinque Stelle.

Carmine Saviano

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SCOPELLITI INDAGATO PER ABUSO D’UFFICIO PER LE NOMINE ALL’ASL DI VIBO VALENTIA

Agosto 5th, 2012 Riccardo Fucile

QUATTRO AVVISI DI GARANZIA PER IL GOVERNATORE PDL DELLA CALABRIA… L’ULTIMO RIGUARDA LA NOMINA A DIRETTORE GENERALE DELLA MOGLIE DI VINCENZO GIGLIO, IL MAGISTRATO ARRESTATO A NOVEMBRE PER AVER FAVORITO LA ‘NDRANGHETA

Indagato per abuso d’ufficio. E siamo a quattro.
A tanto, infatti, ammonta il numero di avvisi di garanzia incassati dal governatore calabrese Giuseppe Scopelliti che,   a margine del Consiglio regionale, ha dato la notizia ai giornalisti. “Sono stato convocato in Procura dal pm Dominijanni — ha detto — perchè indagato per la vicenda che riguarda la nomina della dirigente Alessandra Sarlo”.
Pur non avendo mai avuto esperienza in materia di controlli, la moglie del giudice Vincenzo Giglio era stata stata nominata dirigente generale esterno.
Un ruolo che la donna non ha mai ricoperto: è stata solo per un breve periodo commissario dell’Asp di Vibo Valentia, l’azienda sanitaria sciolta per infiltrazioni mafiose.
Secondo gli inquirenti la nomina della Sarlo è il risultato di un giro di informazioni giudiziarie ‘riservate’ in cambio di aiuti politici, per soddisfare i desiderata della moglie del magistrato Giglio, arrestato dalla Procura di Milano assieme all’ex consigliere regionale Franco Morelli nell’ambito dell’indagine sui Lampada, la famiglia calabrese trapiantata in Lombardia. Avrebbe curato il riciclaggio di denaro sporco per conto della cosca Condello di Archi.
Stando all’impianto accusatorio, infatti, il presidente della Corte d’Assise di Reggio Calabria, Vincenzo Giglio, avrebbe rivelato segreti investigativi al consigliere regionale in cambio della promozione della consorte.
Promozione che, però, non sarebbe stata decisa solo dal politico di centrodestra finito in manette.
Come ha sottolineato l’assessore Mimmo Tallini, anche lui indagato dalla Procura di Catanzaro, “si è trattato di una scelta collegiale” della giunta Scopelliti.
Da qui, l’obbligatoria iscrizione del presidente della Regione nel registro degli indagati da parte del pm di Catanzaro, Gerardo Dominijanni, che è il titolare di un’altra inchiesta sul governatore della Calabria.
Scopelliti, in qualità  di commissario ad acta per l’attuazione del piano di rientro della sanità , dovrà  chiarire la ratio di alcuni provvedimenti assunti come il patto di legislatura con l’Aiop, la convenzione con l’università  Magna Graecia di Catanzaro e il regolamento attuativo per l’accreditamento dei centri socio-riabilitativi.
A Reggio, le grane giudiziarie di Scopelliti non sono da meno: il presidente della Regione è in attesa del processo d’appello per la mancata bonifica della discarica di Longhi Bovetto.
Una vecchia storia che risale ai tempi in cui era sindaco della città  dello Stretto e che, in primo grado, gli è già  costata una condanna a 6 mesi di carcere.
Quello che, però, preoccupa di più il governatore della Calabria è il rinvio a giudizio nell’ambito del “caso Fallara” che prende il nome dalla dirigente comunale del settore Finanze e Tributi, morta misteriosamente nel dicembre 2010 dopo aver ingerito acido muriatico, a poche ore da un’accorata conferenza stampa durante la quale si era dichiarata disposta a chiarire tutti i suoi ‘errori’ ai pm Francesco Tripodi e Sara Ombra.
Spese folli, bilanci truccati, casse del Comune raschiate fino all’ultimo centesimo per organizzare feste e balletti in riva allo Stretto e trasformare la città , passata agli onori della cronaca come il luogo in cui si è consumata la seconda guerra di mafia, in una “Reggio da bere”, capace di far cantare Elton John, Ricky Martin, i Duran Duran e di far passeggiare i tronisti della scuderia di Lele Mora.
Milioni di euro pubblici spesi in pochi anni per far ballare i reggini e (perchè no?) creare consenso.
L’esponente di punta del Pdl calabrese, il 20 luglio scorso, è stato rinviato a giudizio assieme ai tre revisori dei conti del comune di Reggio.
Abuso d’ufficio e falso in atto pubblico: per i magistrati “avrebbero falsamente rappresentato, nella contabilità  dell’ente, dati e circostanze determinando l’approvazione dei bilanci di previsione per gli anni 2008 e 2009 nonchè quella del rendiconto di gestione per l’anno 2008”. L’inchiesta poggia le sue basi su una relazione redatta dai periti della Procura.
Centinaia di pagine in cui i consulenti dei pm hanno stimato un “buco” di 87 milioni di euro, che sarebbero parte dei 170 milioni “certificati” dagli ispettori del ministero dell’Economia in merito al disavanzo maturato dal 2006 al 2010.
Finanza creativa che ha rappresentato le fondamenta di un “modello Reggio” sbandierato come la soluzione di tutti i mali e rivelatosi, invece, la causa che sta portando al default un Comune già  provato dalla pesantissima relazione della Commissione antimafia spedita in Calabria dal ministro dell’Interno per verificare i tentativi delle cosche di infiltrarsi nella cosa pubblica.
A questo si aggiunge lo spettro del dissesto finanziario: una delibera della Corte dei Conti ha quantificato in 170 milioni di euro il deficit del Comune.
Il crac è a un passo: i giudici contabili hanno evidenziato “la presenza di criticità  e irregolarità  rilevanti, sintomi di una situazione di squilibrio strutturale dell’ente”.

Lucio Musolino
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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GLI ITALIANI RIDUCONO CONSUMI E VACANZE: TURISMO IN PICCHIATA

Agosto 5th, 2012 Riccardo Fucile

MENO 10%   DI PRESENZE TURISTICHE NEI PRIMI TRE MESI DELL’ANNO, NEI MESI ESTIVI PREVISTA UNA CONTRAZIONE DI OLTRE IL 20%

Sulle autostrade, il bollino nero.
D’altronde se i consumi hanno riavvolto il nastro al 1981, il dato non poteva non influenzare anche il turismo.
Ad incidere soprattutto il rincaro dei trasporti, con le accise sui carburanti a penalizzare il portafoglio degli italiani.
Una rilevazione di Confartigianato mette nero su bianco che mettersi in viaggio costa quest’anno il 12,7% in più rispetto a giugno 2011.
Il caro-vacanze si fa sentire soprattutto per il costo del gasolio, aumentato del 15,2%, segue la benzina (+11,9%). Ma non solo il trasporto su gomma.
Chi ha scelto l’aereo per qualche meta oltre-confine ha dovuto sborsare il 10,9% in più rispetto all’anno scorso.
LE RINUNCE —
L’esito (inevitabile) è che molti rinunciano alle ferie oppure ne riducono la portata, diminuendo i giorni dedicati al relax e alle escursioni in mare e montagna. La cifra indicata da Confartigianato fa spavento: 30,6 milioni di italiani (praticamente metà  della popolazione) non sono andati in vacanza.
E il motivo prevalente è legato a fattori economici. Una tendenza aumentata del 33,1% in dieci anni, per una perdita di presenze nelle strutture turistiche del 9,9% rispetto ai primi tre mesi del 2012.
LA GEOGRAFIA
Quelli con minori possibilità  di spesa sono i residenti in Sicilia (3,6 milioni di persone, circa il 72% della popolazione), seguiti da pugliesi e calabresi.
All’altro estremo della classifica i residenti in Lombardia, con soli (si fa per dire) quasi 3 milioni di persone senza vacanze (circa il 30% della popolazione residente complessiva).
Per chi invece può permettersi qualche giorni di relax il mare si conferma come la meta preferita (49%), seguono le vacanze in montagna (12,8%) e le città  d’interesse storico-culturale (10,5%).
«Preoccupazione e rilancio della competitività  del settore», sono l’urgenza e la ricetta dice Cesare Fumagalli, segretario generale di Confartigianato, secondo il quale «i dati testimoniano pesanti effetti sul turismo, con ovvie ricadute sulle oltre 121mila imprese italiane del settore».

(da “La Repubblica”)

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MONTI INTERVISTATO DALLO “SPIEGEL”: “CON LA CRISI DELL’EURO L’EUROPA RISCHIA LA DISGREGAZIONE”

Agosto 5th, 2012 Riccardo Fucile

“I TEDESCHI RITENGONO CHE ROMA ABBIA RICEVUTO CHISSA’ CHE AIUTI DALLA GERMANIA, MA NON E’ VERO: NON ABBIAMO MAI CHIESTO E QUINDI AVUTO UN EURO”…. “I GIOVANI NON SI FACCIANO VINCOLARE DAI LORO PARLAMENTI”

La crisi attuale dell’euro rischia di condurre a una disintegrazione dell’Europa. Lo afferma Mario Monti in un’intervista al giornale tedesco Der Spiegel: “Le tensioni che da anni accompagnano l’Eurozona hanno già  i connotati di una disgregazione psicologica dell’Europa”.
Nel caso in cui l’euro diventasse un fattore di divisione europea, “allora verrebbero distrutte le fondamenta dell’Europa” aggiunge il presidente del Consiglio.
Nell’intervista Monti mostra apprezzamento per l’annuncio di Mario Draghi su futuri interventi della Bce, poichè il mercato dei titoli di Stato dell’Eurozona è da anni “molto turbato”.
Per questo invita i partner europei a “risolvere presto questi problemi” e i governi europei a conservare la loro libertà  di manovra nei riguardi dei rispettivi parlamenti.
“Se i governi si facessero vincolare del tutto dalle decisioni dei loro parlamenti, senza mantenere un proprio spazio di manovra” afferma, “allora una disintegrazione dell’Europa sarebbe più probabile di un’integrazione”.
I toni “antitedeschi”.
Per contro Monti è “molto preoccupato” per i toni antitedeschi che si sono levati recentemente in Italia con le accuse alla Germania di durezza e di arroganza.
“Ho riferito al cancelliere Merkel del crescente risentimento qui in parlamento contro l’Ue, contro l’euro, contro i tedeschi e a volte contro lo stesso cancelliere. Questo è però un problema che va molto oltre il rapporto tra Germania e Italia. Le tensioni che da anni accompagnano l’Eurozona hanno già  i connotati di una dissoluzione psicologica dell’Europa. Dobbiamo lavorare duro per contrastarle”.
Le contrapposizioni nord-sud Europa.
Uno dei problemi più gravi ed inquietanti per l’Europa, aggiunge Monti, è la contrapposizione tra i Paesi del Nord e quelli del Sud.
“Esiste una contrapposizione frontale con reciproci rimproveri” dice, “è una cosa molto inquietante che dobbiamo combattere”.
“Sono convinto che la maggioranza dei tedeschi abbiano una simpatia istintiva per l’Italia”, continua, “mentre gli italiani ammirano i tedeschi per le loro qualità . Ho però l’impressione che la maggior parte dei tedeschi ritenga che l’Italia abbia già  ricevuto aiuti finanziari dalla Germania o dall’Ue, ma non è vero. Non abbiamo ricevuto nemmeno un euro”.
“Resto fino al 2013, se tutto va bene”.
Restare fino a chiusura di legislatura per salvare l’Italia dal baratro è comunque l’obiettivo che Monti illustra allo Spiegel in un’intervista in cui si lascia andare anche a un paio di battute sui suoi “sei giorni di ferie” e al rapporto con Angela Merkel.
“Se tutto scorre secondo i piani, rimarrò in carica fino ad aprile 2013 e spero di essere riuscito a quel punto ad aver salvato l’Italia dalla rovina finanziaria” dice.
Ferie ridottissime per il presidente del Consiglio a causa della crisi dell’euro, con appena sei giorni di riposo.
“Ho solo sei giorni di vacanza e spero che non vadano a monte, anche se guardo con una certa calma all’estate”.
Quando gli viene chiesto in che modo vuole essere ricordato dagli italiani, aggiunge che spera “che l’Italia diventi un po’ più noiosa per gli osservatori esteri”.
Sul suo rapporto personale con la Merkel il premier sottolinea che è “amichevole e cordiale”.
Il rapporto con la Merkel

“Con la cancelliera tedesca ci conosciamo da molti anni e sono molto lieto del riconoscimento nei miei confronti da parte sua e del ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, per i progressi realizzati dalla politica italiana”. All’osservazione che anche Berlusconi ha rivendicato un rapporto amichevole con la Merkel, smentito però da Berlino, Monti risponde ironico: “Allora aspettiamo adesso con calma che arrivi un’altra smentita”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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FORNERO: “IL RIGORE DA SOLO NON BASTA, BISOGNA PENSARE AI PIU’ DEBOLI”

Agosto 5th, 2012 Riccardo Fucile

“LA POLITICA DEVE MOSTRARSI CREDIBILE E FARE SCELTE LUNGIMIRANTI”… “IN FUTURO BISOGNA RIDISTRIBUIRE IL CARICO FISCALE, E’ UN’IDEA ANCHE DI HOLLANDE”

Esattamente un anno fa, il 5 agosto del 2011, la Banca centrale europea recapitava al governo italiano la lettera che contribuirà  a cambiare il corso degli eventi.
Quando chiediamo a Elsa Fornero un bilancio di questo anno di governo interrompe stupita: «Anno? Spesso si dimentica che abbiamo giurato il 16 novembre».
Il ministro del Lavoro si sta concedendo un week-end al mare prima di rientrare a Roma per l’ultimo consiglio.
Poi, mercati permettendo, una breve pausa ferragostana. Fornero scherza: «Tutti dobbiamo sperare che ci sia. Perchè se fossimo costretti al lavoro anche in quei giorni non sarebbe una buona notizia per nessuno».
Ministro, per quanto breve sia l’esperienza del governo Monti, sulle sue spalle sono state riposte aspettative enormi, in Italia e nel mondo. Lei è soddisfatta?
«Nessuno ha la bacchetta magica. Ma dico abbastanza soddisfatta».
Le cito il passaggio della lettera firmata da Mario Draghi dedicata alla riforma del mercato del lavoro: «Dovrebbe essere adottata un’accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e di politiche attive che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e i settori più competitivi». La vostra riforma soddisfa questa richiesta?
«Questa riforma, che nessuno ha mai pensato potesse essere la migliore possibile, è un buon equilibrio fra interessi sostanzialmente contrapposti, soprattutto nel breve periodo: quelli delle imprese e dei lavoratori. E non lo dico solo io, ma l’Europa e l’Ocse. Fino a poche settimane fa, dopo la decisione del governo di presentarla in Parlamento come disegno di legge, tutti mi dicevano: Elsa, vedrai, faranno finta di discuterne ma non l’approveranno mai. Dal 18 luglio è legge dello Stato. A questa riforma ora dobbiamo dare il tempo di vivere».
La critica più ricorrente: troppo morbida la modifica dell’articolo 18 sul diritto al licenziamento. Di più: in nome della lotta alla precarietà  si è irrigidito l’ingresso al lavoro dei più giovani. Cosa risponde?
«Ha ragione: mi criticano in molti. C’è chi auspica deregolamentazioni, altri parlano di una riforma a metà . Nessuno però mi dice: questa specifica norma non va bene, dovresti cambiarla così».
L’idea di affidare ad un giudice l’applicazione o meno dell’articolo 18 non equivale a non cambiare nulla?
«Su questo punto c’è un pregiudizio negativo, quello secondo il quale il giudice del lavoro non è in grado di valutare correttamente e rapidamente eventuali ricorsi. E poi: se avessimo fatto una scelta più drastica, ammettendo il ricorso per meri motivi discriminatori, lei crede che il numero delle istanze di fronte al giudice sarebbe stato diverso?»
Insomma, lei chiede tempo per giudicare la qualità  della riforma. E’ così?
«Proprio oggi, a venti giorni dalla sua entrata in vigore, mi hanno informata di un accordo firmato alla Golden Lady. Le mille operaie assunte come associate in partecipazione – uno dei tanti sistemi di cattiva flessibilità  usata dagli imprenditori per eludere gli obblighidi legge – verranno assunte quasi tutte a tempo indeterminato. A me questo sembra un bell’esempio di norma che migliora i comportamenti. Ciò detto, nessuno considera la riforma intoccabile, siamo pragmatici, e pronti a modificarla in qualunque momento. Ci sono ancora diverse deleghe da attuare, e sto costruendo un sistema di monitoraggio che resterà  a disposizione del mio successore. Io credo che questa sia una buona riforma, e sono convinta sia anche l’opinione della gran parte degli italiani».
Lei si dice soddisfatta di quanto fatto in questi nove mesi. Se il metro del giudizio è il livello di spread fra Btp e Bund, quello dei mercati invece è negativo. Perchè secondo lei?
«Il metro del giudizio degli investitori è la sostenibilità  del debito pubblico. Se lo ritengono sostenibile, anche se alto non costituisce un problema. Per ottenere tutto questo la politica deve mostrarsi credibile, fare scelte lungimiranti e non ripiegate sul presente».
In questa fase della crisi c’è una responsabilità  delle scelte politiche dell’Europa?
«La crisi finanziaria si è imposta come tema dominante e vincolo stringente. Ma per quanto inevitabile, oggi non è facile spiegare alle persone che si aiuta il sistema bancario spagnolo per salvare il sogno europeo e l’euro. Nelle riunioni con i colleghi europei discuto spesso della necessità  di spostare maggiormente l’attenzione sulle politiche sociali, il lavoro, le famiglie. Per quanto importante, imporre il rigore per garantire la sopravvivenza di una moneta non è sufficiente».
Ministro, risorse da distribuire non ce ne sono. Dunque?
«Il sentiero è stretto, ma occorre guardare a una qualche forma di redistribuzione del carico fiscale. Il primo passo per noi è una maggiore lotta all’evasione. Bisogna pensare a una riduzione del carico fiscale sui più deboli, o all’introduzione di un reddito di cittadinanza, presente in molti Paesi europei. Oggi le condizioni non ci sono, ma una volta superata l’emergenza la prospettiva deve essere questa. Non è un mio pensiero estemporaneo, ma è anche una posizione autorevolmente sostenuta dal presidente Monti e mi pare anche da Francois Hollande».
Per via dell’alto spread l’Italia rischia di essere costretta a chiedere l’attivazione di un meccanismo di aiuti e la sottoscrizione di ulteriori impegni con l’Europa. Molti sostengono che questo equivale a un «commissariamento della politica», che costringerà  ad un nuovo governo di larga coalizione dopo le elezioni. L’Europa a trazione tedesca comprime la democrazia?
«No, non lo credo. Il problema è che abbiamo ancora molte cose da fare, molte riforme da attuare. L’unico disegno pericoloso è quello di chi pensa si possa uscire dall’euro. Allora sì che prevarrebbero idee poco democratiche».

Alessandro Barbera
(da “La Stampa”)

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IMMOBILIARE MINETTI: STAREBBE TRATTANDO LE DIMISSIONI IN CAMBIO DI CASE A LOS ANGELES E SULLA RIVIERA ROMAGNOLA

Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile

SECONDO “L’ESPRESSO” L’ACCORDO TRA BERLUSCONI E IL PADRE DI NICOLE CHE NE GESTISCE GLI AFFARI SAREBBE SU UNA BASE TRA I 5 E I 10 MILIONI DI EURO

Baci da Los Angeles.
Baci iperbolici, schioccati da labbra modello Zodiac gonfiate dall’allegro chirurgo.
Mentre gli strapagati consiglieri della Regione Lombardia si riunivano in stanche riunioni di mezza estate, la collega Nicole Minetti bazzicava la metropoli californiana in compagnia del padre Antonio.
Fresca tappa della calda estate della vestale del culto di Bunga Bunga, sotto processo a Milano per sfruttamento della prostituzione nella villa dell’ex premier Silvio Berlusconi, e che l’ha detto e ripetuto: «Non mi dimetto, non mi dimetto adesso, non mi dimetto su ordine di nessuno».
Intendendo il segretario del Pdl Angelino Alfano, il coordinatore lombardo Mario Mantovani, figure politicamente influenti come Daniela Santanchè, e una fetta crescente di opinione pubblica irritata dalla disinvoltura di questa 27enne senza freni.
Perchè a Los Angeles? Perchè col padre?
Ufficialmente, per qualche giorno di vacanza e per un casting.
Televisivo o cinematografico.
Difficile orientarsi, quando un giorno le attribuiscono la voglia di girare un film porno (ma lei smentisce), un altro lascia correre la voce di un interessamento a lei, interprete di se stessa, da parte di Oliver Stone per un film sul declino di Berlusconi.
L’indiscrezione, invece, che “l’Espresso” ha raccolto nei corridoi di viale Monza, sede lombarda di un partito dilaniato da cordate rivali, ha a che fare con il do ut des, il negoziato informale in corso tra l’ambiziosissima soubrettina romagnola (9 mila euro netti al mese da consigliere regionale; imposta nel listino del presidente Formigoni creato con l’aiuto di firme fasulle).
Per lasciare lo scranno in Regione entro ottobre, prima che scatti il diritto al vitalizio, come da lei dichiarato a “Vanity Fair” (perchè non le possano «rinfacciare in eterno il privilegio»), chiede garanzie a Berlusconi in persona, bypassando la struttura del partito, cosa che incattivisce il sempre misurato segretario Alfano.
Secondo le indiscrezioni si parla di diversi milioni di euro, tra i cinque e i dieci, frazionati in un anno, una parte in immobili a Los Angeles e una parte sulla Riviera romagnola, attraverso papà  Minetti.
Un regalone d’addio e di silenzio.
Una coda alla lunga fila di versamenti del Cavaliere, tramite il ragionier Spinelli, dal famoso conto del Montepaschi alle olgettine, prima per le loro voglie di shopping poi per le loro spese legali.
Illazioni interessate? O un esito verosimile?
Certo è che le manovre immobiliari lasciano meno tracce dei trasferimenti bancari; che il padre Antonio da tempo fa da amministratore alla figlia; che lo stesso padre, da manager della Expansion Consulting, società  di eventi, congressi e promozioni di Rimini, ma registrata a San Marino, s’intende di artifizi contabili e fiscali; e che proprio a Los Angeles Minetti senior ha avuto un importante cliente, il gruppo Herbalife International, estetica e salute.
Se poi si aggiunge che gli piace il mattone, e s’interessa a Milano Marittima, località  gettonata da bulli e pupe, calciatori e tv, il tutto non suona così peregrino.
Da un lato, in questo inizio agosto, c’è lei, l’esibizionistica Nicole.
Che stupì tutti nel gennaio 2011, quando arrivò in consiglio regionale, incurante delle notizie sulle serate Bunga Bunga e il suo ruolo nell’harem delle olgettine, con labbra e seno vistosamente implementati dalla chimica.
Per un po’ si sottomise alle forme istituzionali, con mises poco vistose e scarpe basse.
Ma quest’estate è riesplosa con foto paparazzate tra Versilia e Costa Smeralda in cui sfoggia bikini avventurosi e seni bronzei da dea della fertilità .
E poco prima, in via Montenapoleone, a Milano, aveva esibito una maglietta-sberleffo, con la scritta «Senza t-shirt sono ancora meglio».
Sull’ultimo numero di “Chi”, poi, il rotocalco della Real Casa di Berlusconia, risplende in copertina in posa sessualmente aggressiva, e all’interno in un primo piano sconcertante, in cui una bella ragazza di 27 anni appare quasi deformata da un taglio d’occhi cambogiano e quelle iperlabbra da fumetto porno.
Il tutto non giova alla sua popolarità  (il cittadino medio si chiede: e questo carnevale con le tasse mie?), ma tiene sulla corda il Cavaliere inguaiato dal caso Ruby, ormai squalificato nei Paesi dell’area anglosassone e protestante, dove su sesso e politica c’è meno tolleranza che alle nostre latitudini catto-ipocrite.
E anche se Nicole parla un ottimo inglese, frutto della madre Georgina, la yellow press britannica la tratta come una maà®tresse di lusso.
Dall’altro ci sono gli uomini e le donne del partito.
Gli irritati e i vanitosi.
Tra gli irritati, tanti capataz del Pdl, da Alfano in giù, passando per l’area ex An e quel che resta dei cattolici.
Alfano è furente per aver dato per certe le dimissioni di Nicole da consigliera il 16 luglio, ricevendo da lei un’alzata di spalle e una visita privata ad Arcore prontamente divulgata («Il presidente le mie dimissioni non le ha mai chieste»).
I vanitosi sono i sedicenti tutor di Nicole, che ostentano di averla introdotta alle sacre cose della politica.
Come Clotilde Strada, a cui la Minetti aveva confidato di esser stufa di polemiche, e di volersene andare. Clotilde Strada è l’ex segretaria del Milan che fece carriera nel partito lombardo ai tempi di Paolo Romani, e poi con le sue dichiarazioni sulle strane firme del listino Formigoni ha inguaiato il segretario regionale Guido Podestà .
Sicchè il nuovo responsabile di viale Monza, Mantovani, ha voluto occupare uffici nuovi, nell’ala destra, per non mischiarsi al giro minettiano di Strada e Serafini.
Giancarlo Serafini, altro vanitoso. Senatore del Pdl, sperava di sostituire lui il Podestà  in disgrazia.
Serafini conosce Berlusconi dai tempi della Edilnord, quand’era responsabile della Uil edili, e si è subito detto a favore della candidatura Minetti nel listino bloccato, fiutando i vantaggi, e offrendosi come tutor tra gli scogli della politica consiliare.
Lo scottato Serafini fa capire ai suoi di essere lui il vero ispiratore, anzi il mediatore nella trattativa tra lei e il Cavaliere. Fanfaronate?
Il Cavaliere è assediato da chi vanta e millanta. Amaro conto per le sue esuberanze, e indizio di fine regime, quando s’avanzano le terze file e i riscossori di crediti, veri e presunti.
Emilio Fede, per esempio, che con la Minetti ha condiviso la chiamata in tribunale per favoreggiamento nel caso Ruby, sostiene di essere stato lui, prima di altri, a consigliare a Nicole di dimettersi, una sera al ristorante Giannino di Milano: «Per giocare d’anticipo, come atto di dignità  personale e per risolvere il problema politico», racconta a “l’Espresso”, «ben prima che la attaccassero, cosa che è puntualmente avvenuta».
L’ha rivista di recente, dice l’ex direttore del Tg4, dal comune parrucchiere Coppola sopra la Rinascente: «Ma non abbiamo parlato di trattative o altro».
Si capisce: da coimputati, un poco di prudenza, in questa storia di imprudenze.

Enrico Arosi,
(da “L’Espresso”)

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ILVA, INTERCETTAZIONI CHOC: “DOBBIAMO PAGARE TUTTA LA STAMPA”

Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile

COME SI MUOVEVA LA DIRIGENZA DELL’ILVA… I PM: “COSI’ L’AZIENDA HA TENTATO DI ALTERARE I DATI DEL’INQUINAMENTO AMBIENTALE”

Un dirigente dice a un altro: «La stampa dobbiamo pagarla tutta».
I pm si presentano con un faldone di intercettazioni. Che compromettono pesantemente le posizioni degli indagati, lo staff dell’Ilva di patron Emilio Riva.
Che dimostrano l’inquinamento probatorio, e cioè il tentativo di alterazione dei dati sulla emissione dei veleni prodotti dallo stabilimento.
Ci sono intercettazioni in cui l’Ilva chiede conto al direttore dell’Arpa, Giorgio Assennato, dei risultati di una campagna di rilevamenti.
Questo avviene nel giorno in cui l’Ilva si presenta al Riesame (con il suo nuovo presidente Bruno Ferrante) perchè vuole contestare le conclusioni a cui è giunta l’accusa.
L’udienza fiume iniziata alle 9 del mattino in un clima surreale, con il Tribunale completamente isolato dalle forze dell’ordine, e un corteo “solidale” con gli imputati bloccato dallo stesso presidente Ferrante che non intende più «manovrare» i suoi dipendenti, e si è conclusa alle 9 di sera.
I giudici hanno tempo fino al 9 agosto prima di decidere sulla scarcerazione degli indagati e sul dissequestro degli impianti.
Udienza drammatica di un’inchiesta giudiziaria dagli esiti imprevedibili, perchè il Riesame potrebbe confermare il sequestro degli impianti e far accelerare le procedure di spegnimento degli impianti, rompendo così quell’«armonia» costruita tra Bari e Roma di attiva convergenza tra governo, regione, azienda ed enti locali.
Nel giorno in cui Palazzo Chigi nomina un commissario per bonificare Taranto, l’acciaieria più grande d’Europa rischia la chiusura se la proprietà  non rispetterà  le prescrizioni stabilite dal gip Todisco.
«Non ci dormo la notte al pensiero che 20.000 persone rischiano di non lavorare più». Francesco Sebastio, procuratore di Taranto, in una pausa del Riesame, risponde alle domande dei giornalisti.
Mentre un legale degli imputati commenta amaro: «Dopo sei ore di discussione, le posizioni sono cristallizzate. Non si fanno passi avanti».
I legali dell’Ilva si presentano con le memorie e controperizie da depositare: «Lo stabilimento Ilva di Taranto esercisce nel pieno e indiscusso rispetto di una legittima Autorizzazione integrata ambientale, emessa dalla competente pubblica amministrazione nell’agosto 2011. Anche le contestazioni elevate in passato non hanno mai individuato presunti sfondamenti dei limiti di emissione. Dal 1998 al 2011 lo Stabilimento Ilva di Taranto ha investito, solo in tecnologie finalizzate alla tutela dell’ambiente e della salute, circa un miliardo e centouno milioni e 299 mila euro, pari al 24% degli investimenti totali. Le polveri? I livelli di Taranto sono considerevolmente inferiori a quelli medi annui registrati nelle aree urbane del Nord Italia, e anche a Firenze o Roma».
Insomma, una radicale contrapposizione rispetto ai dati emersi dall’incidente probatorio, i cui esiti, dice il procuratore Sebastio, sono ormai «una prova del processo».
Naturalmente il «processo» avviene nell’aula del Tribunale del Riesame.
E le affermazioni di accusa e difesa raccolte nei corridoi del Tribunale ne sono una fedele rappresentazione.
Sebastio sostiene che la ricostruzione della memoria dell’accusa fatta ai giudici dal pm Buccoliero è molto netta: «L’Ilva sostiene di aver rispettato i parametri indicati dall’Aia, dall’Autorizzazione integrata ambientale. In realtà  l’Aia fa riferimento alle emissioni convogliate, cioè quelle che escono dal camino E 312. Ma noi invece abbiamo dimostrato che il problema è rappresentato dalle emissioni diffuse (parchi minerari) e fuggitive. In un anno i controlli effettuati sono stati soltanto tre e preavvisati. Occorrono campionamenti continui. Dove sono stati scaricati i sacchi di diossina presi e caricati a spalle?».
Il procuratore aggiunto Pietro Argentino aveva presentato un’istanza per spostare a metà  settembre la decisione sul sequestro dello stabilimento.
Istanza respinta dal Riesame per gli evidenti «rilevanti interessi socio economici» che impongono una decisione immediata.
L’accusa si è rivolta ai giudici del Riesame con un quesito: «A Genova è sorto lo stesso problema di Taranto. Tra il 2002 e il 2005 l’area a caldo è stata sequestrata (ottenendo le conferme del Riesame e della Cassazione) ed è stata trasformata in area a freddo. Perchè non si può fare la stessa cosa a Taranto?».
La nuova Ilva di Bruno Ferrante è ottimista.
Anche se quelle intercettazioni telefoniche depositate ieri mattina sono compromettenti, l’importante è guardare al futuro, voltare pagina.
Che ha deciso di ritirarsi da tutti i contenziosi sollevati, e con la presenza del suo presidente Ferrante nell’aula del Riesame conferma la volontà  di difendersi «nel processo e non dal processo».

Guido Ruotolo
(da “La Stampa”)

argomento: Ambiente, Lavoro, Politica, sanità, Sicurezza, sindacati | Commenta »

COSI’ LAVITOLA RICATTAVA BERLUSCONI: “TORNO E TI SPACCO IL CULO”

Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile

“GIOCHIAMO LA PARTITA A BRISCOLA CON IL NANO MAGGIORE”… LA RICHIESTA DI 5 MILIONI DI EURO PER IL SUO SILENZIO

“Torno e ti spacco il culo”, scrive Valter Lavitola a Berlusconi sotto il biglietto di ritorno per l’Italia mostrato all’avvocato Gennaro Fredella.
“Dobbiamo parlare con il nano maggiore — gli fa eco Carmelo Pintabona — una volta che lui è fuori dobbiamo sederci a tavola per giocare una briscola, ed è una briscola che perde di sicuro”.
Una briscola da cinque milioni di euro, il prezzo dell’estorsione costata ieri un nuovo ordine di custodia cautelare per l’ex direttore de l’Avanti!, già  detenuto.
Con la stessa accusa è finito in carcere Carmelo Pintabona, faccendiere siciliano con interessi in Argentina legato all’Mpa di Raffaele Lombardo, latore delle richieste estorsive.
Nell’indagine sono coinvolti anche l’avvocato Alessandro Sammarco, pronto a volare in Argentina da Lavitola per interrogarlo nell’interesse di Berlusconi (indagato per induzione alle dichiarazioni mendaci), l’avvocato di Lavitola Eleonora Moiraghi e un amico siciliano di Pintabona, Francesco Altomare.
Grazie alle testimonianze della sorella di Lavitola, Maria che ha riferito parole della compagna del fratello, Neire Cassia Pepe Gomez, e numerose intercettazioni telefoniche (tra cui una telefonata-confessione di Pintabona) i pm napoletani Henry Woodcook e Vincenzo Piscitelli hanno ricostruito tutte le tappe della richiesta di cinque milioni di euro partita con una lettera battuta al computer nella casa di Lavitola a Panama, e poi inviata ad una casella di posta elettronica della quale entrambi possedevano la password.
I due magistrati sono piombati a Palermo per l’arresto di Pintabona e in mattinata hanno incontrato il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, con il quale hanno avuto uno scambio di informazioni utili alle rispettive inchieste, entrambe per estorsione nei confronti dell’ex premier.
Convocato il 26 luglio scorso, Berlusconi ha disertato anche l’appuntamento napoletano.
La sorella Maria e le richieste di soldi
È Maria Lavitola a rivelare ai pm un incontro nel novembre scorso a Roma, alla fermata della metro Anagnina, con Neire Cassia Pepe Gomez, appena giunta dal Sudamerica.
“Con Neire andammo nello studio dell’avvocato Fredella, che mi disse che mio fratello Valter aveva spedito una mail o un fax all’on. Berlusconi con il quale mostrava un biglietto aereo di ritorno in Italia con sotto scritto: “Torno e ti spacco il culo”.
Fredella non è d’accordo, considera il suo cliente ‘pazzo’ e rivela a sua volta a Maria Lavitola di avere incontrato l’avvocato di Berlusconi, Alessandro Sammarco.
I problemi del legale
“Mi disse che era andato nello studio della sua collega Nicla Moiraghi credendo di incontrare un investigatore privato, ma invece trovò Sammarco — rivela Maria Lavitola — il quale gli disse che si sarebbe recato egli stesso in Argentina per incontrare Valter ed esporgli i termini dell’accordo che prevedeva, tra l’altro, la garanzia per mio fratello di un’adeguata difesa. Gli disse poi che la possibilità  di offrire la salvezza a Valter, perchè la salvezza di Valter era la salvezza del suo cliente”.
Italiani d’Argentina
Sammarco appare determinato a partire e in effetti vengono spesi seimila euro per acquistare due biglietti Roma-Buenos Aires per il legale di Berlusconi e l’avvocato Moiraghi.
La somma arriva in contanti, e per i pm è il tentativo di non lasciare tracce visibili del viaggio. Ma i due legali di Lavitola considerano l’interrogatorio di Sammarco ‘inopportuno ‘ e sconsigliano il loro cliente, invece entusiasta, ad affrontarlo.
“Lavitola si mostrò molto contrariato — dice Fredella — ma pretese di incontrarsi almeno con la Moiraghi”. Che, infatti, partì. Sola.
Il riscontro messo a verbale
Interrogato dai pm Fredella ha confermato sostanzialmente l’episodio, negando però di avere ascoltato quest’ultima frase. Che Alessandro Sammarco nega avere pronunciato: “È vero — dice — ho incontrato Fredella, ma era doveroso farlo dovendo sentire un suo cliente. I biglietti sono stati pagati da un’agenzia su incarico del mio cliente, non so nulla del pagamento, ma tenderei a escludere contanti. non ho mai parlato di salvezza di Lavitola, l’unica ad interessarmi è quella di Berlusconi”.
Il faccendiere dei due mondi
Carmelo Pintabona? “Un mio amico carissimo”, detta a verbale Lavitola, che poi prosegue nel goffo tentativo di sminuirne il ruolo di “latore dell’estorsione”.
Amico, prestanome, sponsor e soprattutto socio “negli affari del pesce”, Pintabona assiste a Panama alla scrittura della lettera a Berlusconi, gli presta centomila euro, gli compra persino il biglietto di ritorno in Italia e poi “confessa” al telefono al suo amico Francesco Altomare: “Mi aveva chiesto di intermediare con il presidente” (Berlusconi, ndr), che lui chiama “nano maggiore”.
Pintabona arriva a pochi passi da Berlusconi (non si capisce se a palazzo Grazioli o ad Arcore), ma è fermato dalla polizia, che lo avverte:“Non lo sa che è reato incontrare un latitante?”.
E nell’attesa della scarcerazione dell’amico Valter progetta la costruzione di 400 mila case in Argentina con l’appoggio della Presidente del paese sudamericano e coltiva sogni megalomani: “Io sto aspettando che Valter esca tranquillo, e quando lui uscirà , io mi siederò con Putin, con Lula, Condoleezza Rice, mi siederò con persone che questi manco se lo sognano. Valter (ndr) mi ha scritto una lettera, non a me, l’ha mandata a Caselli (Esteban, senatore eletto nel Pdl in Argentina, (ndr) e mi ha mandato molti saluti anche per altre persone…a Carmelo gli voglio tantissimo, tanto bene, me lo ha detto lui, tu mi hai salvato la vita, come ti ripago?”.
Il mercenario gentiluomo
Un Lavitola molto diverso da come lo ha descritto la sua compagna Neire Gomez nell’incontro con la sorella Maria alla fermata della Metro Anagnina.“Era tornata in Italia in segreto e mi disse che Valter stava sclerando, perchè assumeva con frequenza psicofarmaci. Lo aveva sentito poco prima e le aveva detto che era in Argentina dove stava eseguendo lavori come mercenario, lavori che gli stessi argentini rifiutavano di eseguire perchè pericolosi. La Neire — continua Maria — mi disse che temeva per la propria vita perchè in passato aveva lavorato con il fratello per conto dei servizi segreti. Mi disse che per Valter la vita umana non valeva nulla e questo lo aveva dimostrato in tante circostanze anche se non si era mai spinto a commettere omicidi personalmente ma ne aveva commissionati”.

Marco Lillo e Giuseppe Lo Bianco
(da “Il Fatto Quotidiano”)

argomento: Berlusconi, Costume, denuncia, Giustizia, la casta | Commenta »

VOLANO I PIATTI NELL’IDV, DONADI CHIEDE SUBITO IL CONGRESSO: “DI PIETRO SCODINZOLA DIETRO A GRILLO”

Agosto 4th, 2012 Riccardo Fucile

LO STORICO COLONNELLO DELL’EX PM: “CI ABBIAMO MESSO ANNI A TRASFORMARE L’ITALIA DEI VALORI DA MOVIMENTO DI PROTESTA A PARTITO DI GOVERNO, NON SI PUO’ ORA TRADIRE LA NOSTRA STORIA”

“Tonino sta mandando tutto al macero”: parola di Massimo Donadi, capogruppo alla Camera dell’Italia dei Valori.
Il deputato, intervistato dal Corriere della Sera non risparmia critiche all’apertura di Antonio Di Pietro al Movimento 5 Stelle.
Una scelta autodistruttiva secondo una parte del partito, che porta a un sostanziale passo indietro: ”Ci abbiamo messo anni a creare tutto questo. A trasformare l’Idv da movimento di protesta a partito di governo”.
Per Donadi, Di Pietro ormai “preferisce scodinzolare dietro Beppe Grillo, copiarne persino il linguaggio e gli atteggiamenti offensivi”, così come avvenuto per il video sui leader-zombie pubblicato sul sito del partito pochi giorni fa.
I primi segnali di avvicinamento “palese” ai 5 Stelle si erano avuti a fine luglio, quando Di Pietro aveva rivelato ai cronisti di Montecitorio di voler lavorare a una lista di “non-allineati“ per il post-Monti.
“Dopo la riforma elettorale — è stata l’analisi del leader Idv — i partiti della maggioranza cercheranno in ogni modo di ghettizzare chi non si allinea alle loro posizioni, a cominciare da noi e dal Movimento Cinque Stelle”.
I partiti di maggioranza, aggiunge, “fanno bene a temerci, perchè saremo noi il futuro partito di maggioranza. E sappiano pure che troveremo sempre il modo per sfuggire alle loro furbizie”.
Un “noi” che ha mostrato chiaramente in quale direzione si muoverà  Di Pietro; una direzione che non piace a Donadi: ”Penso che non sia giusto tradire così la nostra storia”.
Scissione dietro l’angolo?
“Mi rifiuto anche solo di prendere in considerazione questa ipotesi”.
Ma il malumore interno al partito è crescente: il leader dell’Idv dà  ormai per scontato un’alleanza tra i partiti del centro-sinistra, ma senza di lui, in vista delle elezioni politiche.
Per questo si è candidato a premier, in aperta sfida a Pierluigi Bersani, che replica: “Porte chiuse a Di Pietro? No, è lui che ha scelto un’altra strada. Noi non siamo settari”.
Secondo il capogruppo alla Camera dell’Idv, se “Di Pietro fosse sceso in campo per le primarie, sarebbe stata un’ottima notizia; la prova che staremmo ancora lavorando con Bersani e Vendola nel centrosinistra. Invece no, candidandosi a premier ha fatto l’ennesima scelta di rottura”.
Intanto Pd e Sel si sono già  mossi: durante l’incontro a Roma di due giorni fa, il duo Bersani — Vendola ha aperto all’Udc di Casini, estromettendo Di Pietro: “Il propagandismo esasperato di Di Pietro lo sta portando alla deriva”, ha dichiarato il presidente della Puglia.
Ma per Donadi la colpa del mancato accordo con l’Udc non è dei centristi: “In questo momento mi sembra paradossale prendersela con Casini”.
Lo sfogo del capogruppo alla Camera dell’Idv è stato messo nero su bianco: ci saranno conseguenze all’interno del partito?
Il diretto interessato, per ora, lo esclude ma ha chiesto con forza a Di Pietro di convocare i vertici del gruppo, prima della riunione di Vasto di settembre.
E se qualcuno gli chiedesse di dimettersi da capogruppo?
“Non ci sono diventato con un sorteggio, ma mi hanno scelto i colleghi. E la loro scelta è revocabile”.
Tuttavia, se “dimettermi da capogruppo fosse il prezzo da pagare per convincere Di Pietro ad anticipare la riunione dell’esecutivo o a convocare il congresso sono pronto a pagarlo. Anche subito”, annuncia Donadi.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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