Febbraio 12th, 2013 Riccardo Fucile
L’ADDIO DEL PAPA LEGATO A UNA CRISI DI SISTEMA FATTA DI CONFLITTI, MANOVRE E TRADIMENTI
Non essendo riuscito a cambiare la Curia, Benedetto XVI è arrivato ad una conclusione amara: va via, è lui che cambia.
Si tratta del sacrificio estremo, traumatico, di un pontefice intellettuale sconfitto da un apparato ritenuto troppo incrostato di potere e autoreferenziale per essere riformato.
È come se Benedetto XVI avesse cercato di emancipare il papato e la Chiesa cattolica dall’ipoteca di una specie di Seconda Repubblica vaticana; e ne fosse rimasto, invece, vittima.
È difficile non percepire la sua scelta come l’esito di una lunga riflessione e di una lunga stanchezza.
Accreditarlo come un gesto istintivo significherebbe fare torto a questa figura destinata e entrare nella storia più per le sue dimissioni che per come ha tentato di riformare il cattolicesimo, senza riuscirci come avrebbe voluto: anche se la decisione vera e propria è maturata domenica.
Quello a cui si assiste è il sintomo estremo, finale, irrevocabile della crisi di un sistema di governo e di una forma di papato; e della ribellione di un «Santo Padre» di fronte alla deriva di una Chiesa-istituzione passata in pochi anni da «maestra di vita» a «peccatrice»; da punto di riferimento morale dell’opinione pubblica occidentale, a una specie di «imputata globale», aggredita e spinta quasi a forza dalla parte opposta del confessionale.
Senza questo trauma prolungato e tuttora in atto, riesce meno comprensibile la rinuncia di Benedetto XVI.
È la lunga catena di conflitti, manovre, tradimenti all’ombra della cupola di San Pietro, a dare senso ad un atto altrimenti inesplicabile; e per il quale l’aggettivo «rivoluzionario» suona inadeguato: troppo piccolo, troppo secolare.
Quanto è successo ieri lascia un senso di vuoto che stordisce
E nonostante la sua volontà di fare smettere il clamore e lo sconcerto intorno alla Città del Vaticano, le parole accorate pronunciate dal Papa li moltiplicano.
Aggiungono mistero a mistero.
Ne marcano la silhouette in modo drammatico, proiettando ombre sul recente passato. Consegnano al successore che verrà eletto dal prossimo Conclave un’istituzione millenaria, di colpo appesantita e logorata dal tempo.
E adesso è cominciata la caccia ai segni: i segni premonitori.
Come se si sentisse il bisogno di trovare una ragione recondita ma visibile da tempo, per dare una spiegazione alla decisione del Papa di dimettersi: a partire dall’accenno fatto l’anno scorso da monsignor Luigi Bettazzi; e poco prima dall’arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, che si era lasciato scappare questa possibilità durante un viaggio in Cina, ipotizzando perfino un complotto contro Benedetto XVI
Ma la ricerca rischia di essere una «via crucis» nella crisi d’identità del Vaticano.
Riaffiora l’immagine di Joseph Ratzinger che lascia il suo pallio, il mantello pontificio sulla tomba di Celestino V, il Papa che «abdicò» nel 1294, durante la sua visita all’Aquila dopo il terremoto, il 28 aprile del 2009.
Oppure rimbalza l’anomalia dei due Concistori indetti nel 2012 «per sistemare le cose e perchè sia tutto in ordine», nelle parole anonime di un cardinale.
O ancora tornano in mente le ripetute discussioni col fratello sacerdote Georg, sulla possibilità di lasciare.
Qualcuno ritiene di vedere un indizio della volontà di dimettersi perfino nei lavori di ristrutturazione dell’ex convento delle suore di clausura in corso nei giardini vaticani: perchè è lì che Benedetto XVI andrà a vivere da «ex Papa», dividendosi col palazzo sul lago di Castel Gandolfo, sui colli a sud di Roma
L’Osservatore romano scrive che aveva deciso da mesi, dall’ultimo viaggio in Messico.
Ma è difficile capire quando l’intenzione, quasi la tentazione di farsi da parte sia diventata volontà e determinazione di compiere un gesto che «per il bene della Chiesa», nel breve periodo non può non sollevare soprattutto domande; e mostrare un Vaticano acefalo e delegittimato nella sua catena di comando ma soprattutto nel suo primato morale: proprio perchè di tutto questo Benedetto XVI è stato l’emblema e il garante.
«Il Papa continua a scrivere, a studiare. È in salute, sta bene», ripetono quanti hanno contatti con lui e la sua cerchia. «Non è vero che sia malato: stava preparando una nuova enciclica». Dunque, la traccia della malattia sarebbe fuorviante.
Smonta anche il precedente delle lettere riservate preparate segretamente da Giovanni Paolo II nel 1989 e nel 1994, nelle quali offriva le proprie dimissioni in caso di malattia gravissima o di condizioni che gli rendessero impossibile «fare il Papa» in modo adeguato.
Ma l’assenza di motivi di salute rende le domande più incalzanti.
E ripropone l’unicità del passo indietro.
Il gesuita statunitense Thomas Reese calcola che nella storia siano state ipotizzate le dimissioni di una decina di pontefici.
Ma fa notare che in generale i papi moderni hanno sempre scartato questa possibilità .
Eppure, gli scritti di Ratzinger non hanno mai eluso il problema, anzi: lentamente affiora la realtà di un progetto accarezzato da tempo.
«I due Georg sapevano», si dice adesso, alludendo al fratello Georg Ratzinger e a Georg Gà¤nswein, segretario particolare del pontefice.
Forse, però, colpisce di più che fosse all’oscuro di tutto il cardinale Angelo Sodano, ex segretario di Stato e numero uno del Collegio Cardinalizio; e con lui altre «eminenze», che parlano di «fulmine a ciel sereno».
È come se perfino in queste ore si intravedesse una singolare struttura tribale, che ha dominato la vita di Curia con amicizie e ostilità talmente radicate da essere immuni a qualunque richiamo all’unità del pontefice.
Sotto voce, si parla del contenuto «sconvolgente» del rapporto segreto che tre cardinali anziani hanno consegnato nei mesi scorsi a proposito di Vatileaks, la fuga di notizie riservate per la quale è stato incriminato e condannato solo il maggiordomo papale, Paolo Gabriele.
Si fa notare che da oltre otto mesi lo Ior, l’Istituto per le opere di religione considerato «la banca del Papa», è senza presidente dopo la sfiducia a Ettore Gotti Tedeschi.
Rimane l’eco intermittente dello scandalo dei preti pedofili, che pure il pontefice ha affrontato a costo di scontrarsi con una cultura del segreto ancora diffusa negli ambienti vaticani.
E continuano a spuntare «buchi» di bilancio a carico di istituti cattolici, dopo la presunta truffa milionaria a danno dei Salesiani: un episodio imbarazzante per il quale il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha inutilmente cercato la solidarietà e la comprensione della magistratura italiana. È questa eredità di inimicizie, protagonismi, lotta fra correnti, faide economiche con risvolti giudiziari che sembra aver pesato più di quanto si immaginasse sulle spalle infragilite di Benedetto XVI.
È come se avesse interiorizzato la «malattia» della crisi vaticana di credibilità , irrisolta e apparentemente irrisolvibile.
Conferma il ministro Andrea Riccardi, che lo conosce bene: «Ha trovato difficoltà e resistenze più grandi di quelle che crediamo. E non ha trovato più la forza per contrastarle e portare il peso del suo ministero. Bisogna chiedersi perchè»
Ma nel momento in cui decide di dimettersi da Papa, Benedetto XVI infrange un tabù plurisecolare, quasi teologico.
Fa capire alla nomenklatura vaticana che nessuno è insostituibile: nemmeno l’uomo che siede sulla «Cattedra di Pietro». E apre la porta a una potenziale ondata di dimissioni.
Soprattutto, addita al Conclave la drammaticità della situazione della Chiesa.
Dà indirettamente ragione a quegli episcopati mondiali, in particolare occidentali, che da mesi osservano la Roma papale come un nido di conflitti e manovre fra cordate che da tempo pensano solo alla successione.
L’annuncio delle dimissioni avviene in coincidenza con l’anniversario dei Patti lateranensi; e nel bel mezzo di una campagna elettorale: al punto che ieri alcuni leader si chiedevano se interrompere per un giorno i comizi.
Ma già si guarda avanti. Bertone ha chiesto di incontrare per una decina di minuti il capo dello Stato Giorgio Napolitano prima della festa in ambasciata di oggi pomeriggio.
E il «toto-Papa» impazza, con le scommesse fuorvianti sull’«italiano» o il «non italiano». Stavolta, in realtà , sarà un Conclave diverso.
Il sacrificio di Benedetto XVI, per quanto controverso, mette tutti davanti a responsabilità ineludibili.
Massimo Franco
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 12th, 2013 Riccardo Fucile
LA COMMOZIONE DI BERTONE. LA SORPRESA DI SCOLA, L’AMAREZZA DI BAGNASCO
Porta Sant’Anna, il varco tra l’universo esterno e la città papale, mezz’ora dopo l’annuncio di Benedetto
XVI.
Lo sgomento della Chiesa di Roma assume forme diverse. La preghiera di tanti.
Ma anche la sequela impressionante di auto blu targate Scv, Stato Città del Vaticano, che sfrecciano da via di Porta Angelica verso Porta Sant’Anna a tutta velocità , appena un rapido segnale con i fari e la guardia svizzera si fa da parte quasi con un balzo. All’interno, prelati attaccati al telefonino, severi funzionari in cravatta scura come i loro volti impenetrabili.
Di solito, qui a Sant’Anna, il rito prevede una breve sosta, un saluto, un ingresso a velocità ridottissima.
Oggi tutto ha il sapore di allarme e di emergenza.
Di vertici convocati all’improvviso.
Il contrasto con piazza San Pietro è netto, un’ora dopo l’annuncio appaiono più troupe televisive e giornalisti che fedeli.
Solo alle 16 il tradizionale rosario recitato ogni pomeriggio sulla sinistra della scalinata di San Pietro, e trasmesso in diretta sul web, viene dedicato «alle intenzioni espresse dal Sommo Pontefice».
Nella grande Basilica cuore della cattolicità , tutto è normalissimo.
Forse qualche fedele in più in ginocchio davanti al sepolcro del Beato Giovanni Paolo II. Ma niente di più.
Poi provvede l’acquazzone a scoraggiare possibili veglie di preghiera in piazza.
Pregano però in tanti, soprattutto ai vertici della Chiesa italiana.
Il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, parla ai fedeli riuniti nella chiesa di Santa Maria di Lourdes in via Fratelli Induno.
La commozione è sincera, trasparente: «La decisione mi ha sorpreso completamente. Tutti voi, come noi, come me, abbiamo bisogno di assimilare questo momento. Sarà , come il Papa ha detto, per il bene della Chiesa. Accogliamo questa decisione con fede e serenità . Siamo nelle mani di Dio e Dio conduce la Chiesa con serenità e sicurezza».
Anche il segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone, parla di una «decisione inattesa, sconvolgente, emozionante e commovente», annunciata «davanti ai cardinali presenti smarriti ed emozionati».
E descrive lo stato d’anima del papa «molto sereno».
L’amarezza del cardinal Angelo Bagnasco, presidente della Cei, è dichiarata: «Una decisione che ci lascia con l’animo carico di dolore e di rincrescimento. Ancora una volta Benedetto XVI ha offerto esempio di profonda libertà interiore».
Lo stupore dei Pastori è parallelo a quello della Chiesa di base, a contatto con i fedeli giorno per giorno. I frati di Assisi, «attoniti e sorpresi», appena saputa la notizia si sono raccolti sulla tomba di San Francesco: «Preghiamo per il Santo Padre e per la Chiesa in questo particolare momento storico», annuncia una nota divulgata da padre Enzo Fortunato.
Con i frati, il custode del Sacro Convento, padre Giuseppe Piemontese, e il ministro generale padre Marco Tasca.
La Roma papale è anche città di popolose parrocchie.
Per esempio il Sacro Cuore di Cristo Re in Prati, l’ingresso è accanto alla Rai in viale Mazzini.
Dice il parroco, padre Angelo Arrighini: «La decisione di Benedetto XVI è estremamente significativa, basti dire che è la prima dopo secoli. Il Papa aveva già in qualche modo preannunciato una simile eventualità , ma quando l’annuncio è arrivato ha colto di sorpresa tutti. Una sorpresa direi piacevole, nella prospettiva della fede, proprio per il coraggio con cui è arrivato alla sua decisione».
Don Andrea Fulco è invece il viceparroco di Santa Maria Regina Pacis a Ostia Lido: «Benedetto XVI rappresenta la tradizione apostolica e incarna il successore di Pietro. Se ha stabilito di intraprendere questo cammino, significa che dobbiamo accogliere il suo messaggio col dovuto senso del mistero e con tanta preghiera. Un momento non facile ma servirà alla salvezza di tutta la Chiesa».
Una pausa: «L’annuncio è giunto inaspettato. Ma lo Spirito soffia dove vuole, su ogni cosa. Lo Spirito non si può prevedere e a noi non resta che raccoglierci in preghiera».
E la Chiesa lontana delle missioni, come la prenderà ?
Risponde padre Venanzio Milani, comboniano, presidente della Misna, l’agenzia giornalistica che offre le notizie provenienti da tutte le missioni cattoliche nel mondo: «Di dimissioni del Papa si era già parlato ai tempi della malattia di Giovanni Paolo II. Sia lui che Benedetto XVI rappresentano personalità altamente responsabili e consapevoli dell’ufficio. Cioè grandi persone che possono rendere grandi decisioni come questa, in uno spirito di fede e di fiducia nelle persone umane e del Padreterno».
I fedeli «lontani» comprenderanno?
«Io credo di sì, il fatto che il Papa ammetta la debolezza legata alla sua età avanzata trasforma il suo gesto in un atto di forza e di fiducia proprio nel compito del Papa. La Chiesa è fatta di uomini, quindi di questioni anche umane. Le dimissioni del Pontefice romano testimoniano responsabilità e coerenza, desteranno dappertutto stupore e ammirazione. Indicheranno anche un nuovo inizio…».
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 12th, 2013 Riccardo Fucile
UNO SU CINQUE E’ UNDER 35…I CONTI DELLA RECESSIONE: 53 MILIARDI PER SUSSIDI E AMMORTIZZATORI
Quattrocentottanta occupati in meno al giorno.
Tanto ci è costata la recessione più grave del Dopoguerra.
I conti li ha fatti l’ufficio studi della Confartigianato in uno studio sul mercato del lavoro dal 2007 a oggi di prossima pubblicazione.
Gli occupati erano 23 milioni e 541 mila ad aprile 2008.
Allora, giustamente, si diceva che una delle priorità dell’Italia era di aumentare il numero di persone che lavorano.
L’aggiornamento degli obiettivi di Lisbona (Europa 2020) prevede infatti per l’Italia un target del 67-69% di occupati nella fascia d’età 20-64 anni da raggiungere entro il 2020. Eravamo al 63% nel 2008, cioè a meno quattro dall’obiettivo.
Purtroppo la crisi mondiale ha cambiato il corso delle cose e la priorità è diventata un’altra: evitare la falcidia di posti di lavoro.
Che purtroppo c’è stata.
A dicembre 2012 gli occupati sono stati calcolati dall’Istat in 22 milioni e 723 mila: 818 mila in meno rispetto a quattro anni e mezzo prima, 480 posti persi al giorno, appunto.
E il tasso di occupazione (20-64 anni) è sceso al 61%: il traguardo di «Europa 2020» si allontana.
Ed è praticamente impossibile da raggiungere, secondo Confartigianato
Infatti, se prendiamo a riferimento il tasso di variazione dell’occupazione previsto per il triennio 2013-2015 nel Def, cioè nel Documento di economia e finanza del governo, che è pari allo 0,6%, i livelli di occupazione pre-crisi verranno ripristinati solo nel 2025, cioè fra 18 anni.
Insomma, è lo stesso governo a non credere in un rilancio a breve dell’occupazione. L’altro dato che colpisce analizzando il dossier ricco di tabelle è che in questi 5 anni a diminuire, di circa il 20%, sono stati gli occupati fino a 35 anni, scesi di quasi un milione e mezzo, mentre c’è stato un aumento di quasi 600 mila occupati con più di 55 anni. Abbiamo insomma molti più lavoratori anziani.
Si tratta di una delle conseguenze dell’aumento dell’età pensionabile dovuto da ultimo alle riforme Sacconi e Fornero, certamente necessario, ma che evidentemente, avvenuto in coincidenza della grave crisi economica, ha tolto occasioni di lavoro ai giovani.
E non c’è neppure da stupirsi se, sempre nel quinquennio, gli occupati a tempo pieno sono diminuiti del 5,1% mentre quelli a part-time aumentati dell’11,3%.
I disoccupati sono raddoppiati: da 1,4 milioni prima della crisi a 2,8 milioni oggi.
Il poco lavoro che c’è è sempre più difficile da difendere.
Spesso i dipendenti sono costretti ad accettare riduzioni di orario.
Nelle situazioni più gravi intervengono gli ammortizzatori sociali, che negli ultimi 4 anni hanno raggiunto livelli record, per una spesa complessiva di 53 miliardi.
L’artigianato ha sofferto molto perchè più presente nei settori con maggiore cedimento dell’occupazione, dal manifatturiero alle costruzioni. Imprenditori e lavoratori in proprio hanno subito una sorta di decimazione, passando dai quasi 4 milioni del 2008 ai 3,6 milioni di oggi. Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato, lancia un messaggio disperato alle forze politiche: «Le drammatiche cifre sul calo di occupati sono il risultato delle debolezze strutturali del nostro mercato del lavoro penalizzato da tanti vincoli burocratici e gestionali, da un cuneo fiscale troppo elevato, dalla distanza tra scuola e mondo del lavoro. Inoltre, le recenti misure introdotte sulla flessibilità in entrata rischiano di comprimere ulteriormente le opportunità occupazionali».
(da “il Corriere della Sera“)
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Febbraio 12th, 2013 Riccardo Fucile
OBIETTIVO SULLA LOMBARDIA, MA NON SOLO
È l’ultima cosa che potrebbe mai ammettere pubblicamente ora, a quindici giorni dal voto e con
tutto il partito mobilitato in centinaia, se non migliaia (diecimila solo il prossimo week end), di iniziative dai nomi più astrusi, «merende democratiche», «aperitivo col candidato», «porta a porta tra le vie di… ».
Ma in cuor suo, Pierluigi Bersani vive questa maratona di passione collettiva (la Bindi batte palmo a palmo la Calabria, Letta le Marche e la Campania, D’Alema fa comizi pure nei paesini e tutti gli altri non sono da meno) sentendosi già la vittoria in tasca.
Convinto che il voto ad ogni tornata segnali una tendenza, una fase insomma, così è stato nel 2008, così fu nel 2006 e a ritroso.
E dunque «se il Pd vince, vuol dire che vince il centrosinistra».
Certo le ultime uscite di Monti qualche punto interrogativo lo sollevano, e lo stato maggiore del Pd si sta chiedendo se il professore abbia cambiato idea o se intenda confermare la propria disponibilità a collaborare per il «dopo».
Perchè, è questo uno dei ragionamenti venati di irritazione che risuonano tra Bersani e i suoi consiglieri, «davanti a questo spartiacque storico, davanti a questi rischi di derive populiste, con l’aria che tira tra Berlusconi e Grillo, Monti se la prende con Fassina e mette un veto su Vendola? Non sta in piedi».
E dunque se qualcosa non torna in queste continue bordate contro il Pd del professore, «a maggior ragione è necessaria una vittoria netta».
E anche se il vertice Pd è confortato dai sondaggisti che danno il buon vantaggio alla Camera di 6-7 punti destinato a reggere, provare a strappare una maggioranza sia pur risicata al Senato è importante: per questo Bersani insieme a Renzi si spenderà nelle regioni più ballerine, chiudendo la sua campagna giovedì 21 a piazza Plebiscito a Napoli, andando il giorno prima a Palermo insieme al «rottamatore» e il 17 a Milano sul palco in piazza Duomo con Vendola e Ambrosoli. Per la chiusura a Roma ancora non ha deciso, sembra accantonata l’idea troppo rischiosa di sfidare Grillo in una piazza non lontana da San Giovanni: forse farà un saluto al comizio di chiusura della campagna di Zingaretti; di sicuro il venerdì della vigilia sarà impegnato in un vortice di comparsate televisive, da Uno Mattina alla Gruber, fino all’appello finale sulla Rai in prima serata.
Il leader Pd poi si è premurato di far arrivare in questi giorni a undici milioni di capifamiglia in Piemonte, Lombardia, Veneto, Campania, Sicilia, una sua lettera – con il suo faccione e lo slogan L’Italia Giusta, che comincia così: «Cara elettrice, caro elettore, il nostro Paese sta vivendo il suo momento più difficile e incerto. Ad ogni angolo si vedono sofferenza, disagio, sfiducia. Ma tutto questo non riesce a nascondere le grandi energie e la straordinaria capacità di riscossa che l’Italia ha sempre mostrato e che bisogna oggi risvegliare… Mi rivolgo a Lei senza raccontare favole o promettere miracoli, ma con la certezza che, assieme, sapremo darci tempi migliori».
Ma al di là di tutto – della rimonta di Berlusconi, della concorrenza a sinistra di Ingroia, dell’incognita Grillo – per Bersani e i suoi l’esito sarà questo: «A meno che non succeda chissà cosa, alla Camera dovremmo finire sopra e al Senato, o con la maggioranza o leggermente al di sotto».
Un sentimento di tranquillità dunque che accomuna sia Bersani che Renzi: convinti entrambi che il bacino di indecisi sia ormai sceso al livello più o meno fisiologico, che Berlusconi abbia già drenato quel che poteva, e che non siano da attendersi ulteriori smottamenti.
E che sia possibile vincere in Sicilia e magari con un po’ di fortuna strappare anche la Lombardia, per l’effetto combinato dei due fattori Grillo e Giannino.
Ma a dare una sferzata di ottimismo al leader Pd hanno contribuito gli ultimi incontri avuti in questi giorni con esponenti del mondo economico, industriale, delle organizzazioni sociali, che a detta degli uomini di Bersani, lo hanno trattato già come premier in pectore.
«Tutti a chiedergli dei prossimi provvedimenti sulla cultura, sul lavoro, sugli investimenti, sull’efficienza energetica. Nessuno chiede di Vendola e perciò quello che dice Monti sembra ancora più lontano dalla posta in gioco tra populismo e governabilità . Certo sono interessati al futuro di Monti, ma per capire cosa farà in chiave di collaborazione con Bersani… »
Il quale si gioca il rush finale dando in ogni sede lo stesso messaggio racchiuso nella lettera agli italiani, ripetuto pure nel milione di mail inviate al popolo delle primarie per mobilitarlo: «Siamo oggi la forza fondamentale che porta sulle spalle l’alternativa alla destra e che può prendersi la responsabilità di portare il cambiamento nel governo del Paese».
Un messaggio che si sposa con quello che verrà lanciato nell’ultima tornata di manifesti elettorali per un appello in forma garbata al voto utile: «Il tuo voto sarà importante e decisivo per far vincere l’Italia giusta».
Carlo Bertini
(da “La Stampa“)
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Febbraio 12th, 2013 Riccardo Fucile
RIPARTE IL MERCATO DELLE PREFERENZE, ECCO COME SI CONTROLLA
Una parte consistente di Italia vota politici che poi disprezza.
Una fetta consistente di voti viene direttamente controllata con un meccanismo scientifico e illegale.
Il più importante e probabilmente il più difficile da analizzare, quello con cui i partiti evitano sistematicamente di fare i conti: il voto di scambio.
A noi sembra di vivere in attesa di un perenne punto di svolta e in questo clima di incertezza siamo portati a pensare che il disagio creato dalla crisi economica, dalla corruzione politica, dalla cattiva gestione delle istituzioni, da venti anni di presenza di Berlusconi non potrà continuare ancora a lungo.
Gli osservatori internazionali continuano ad augurarsi che gli italiani prenderanno finalmente coscienza di ciò che gli è accaduto, di tutto quello che hanno vissuto.
E prenderanno le dovute misure. Che ne trarranno le giuste conseguenze. Che non cadranno negli stessi errori, nelle stesse semplificazioni.
Ci si convince sempre di più di essere a un passo dal cambiamento perchè le persone ovunque – in privato e negli spazi pubblici: dai bus ai treni, dai tram ai bar, dai ristoranti a chi viene intervistato in strada – appaiono stanche, disgustate.
Vorrebbero fare piazza pulita, ma si trovano al cospetto di un sistema che ha tutti gli anticorpi per rimanere immutabile.
Per restare sempre uguale a se stesso. Per autoconservarsi.
Esistono due tipi di voto di scambio.
Un voto di scambio criminale ed un voto di scambio che definirei «acceleratore di diritti».
In un paese dai meccanismi istituzionali compromessi, la politica diventa una sorta di «acceleratore di diritti», un modo – a volte l’unico – per ottenere ciò che altrimenti sarebbe difficile, se non impossibile raggiungere.
Per intenderci: ci si rivolge alla politica per chiedere, talvolta elemosinare favori.
Per pietire ciò che bisognerebbe avere per diritto.
Mentre altrove nel mondo si vota un politico piuttosto che il suo avversario per una visione, un progetto, perchè si condividono i suoi orientamenti politici, perchè si crede al suo piano di innovazione o conservazione, qui da noi – e questo è evidente soprattutto sul piano locale – non è così. In un contesto come il nostro, programmi e dibattiti, spesso servono a molto poco servono alle elite, alle avanguardie, ai militanti.
A vincere, qui da noi, è piuttosto il voto utile a se stessi.
IL DISPREZZO PER LA POLITICA
In breve, una grossa fetta di Italia che nei sondaggi e nelle interviste si esprime contro vecchi e nuovi rappresentanti politici, spesso vota persone che disprezza, perchè unici demiurghi tra loro e il diritto, tra loro e un favore.
Li disprezza, ma alla fine li vota.
Questo meccanismo falsa completamente la consultazione elettorale. Perchè a causa della sfiducia nella politica, pur di ottenere almeno le briciole di un banchetto che si immagina lauto e al quale non si è invitati, si è pronti a dare il proprio voto a chi promette qualcosa o a chi ha già fatto a sè o alla propria famiglia un favore.
I vecchi potentati politici anche se screditati oggi possono contare su centinaia di assunzioni pubbliche o private fatte grazie alla loro mediazione e da questi lavoratori avranno sempre un flusso di voti di scambio garantito.
In questo senso è fondamentale votare politici di navigata presenza perchè sono garanzia che quel diritto o quel favore promesso verrà dato. In questa campagna elettorale, come nelle scorse, non si è parlato davvero di come «funziona» il voto di scambio, di come l’Italia ne sia completamente permeata.
La legge recentemente approvata in materia di contrasto alla corruzione, sul punto, è assolutamente insufficiente.
L’elettore, promettendo il proprio voto, ha la sensazione di ricavare almeno qualcosa: cinquanta euro, cento euro, un cellulare.
Poca roba, pochissima: in realtà perde tutto il resto. La politica dovrebbe garantire ben altro.
La capacità effettiva di ripensare un territorio, non certo l’apertura di un circolo per anziani o un posto auto. In cambio di una sola cosa, il politico che voti ti toglie ciò che sarebbe tuo diritto avere.
Ma è ormai difficile far passare questo messaggio, anche tra gli elettori più giovani.
Sembra tutto molto semplice, ma è difficile far comprendere a chi si sente depauperato e privato di ogni cosa che il modo migliore per recuperare brandelli di diritti non è svendere il proprio voto per un favore.
È tanto più difficile perchè spessissimo ciò che l’elettore si trova costretto a chiedere come fosse un favore, sarebbe invece un suo diritto, il cui adempimento non è impedito, ma è fortemente (e a volte artificiosamente) rallentato dal mal funzionamento delle Istituzioni.
Qui non si sta parlando di persone che truffano o di comportamenti sleali, ma di chi ha difficoltà a vedersi riconosciuta una pensione di invalidità necessaria a sopravvivere, o l’assegnazione di un alloggio popolare piuttosto che un posto in ospedale cui avrebbe diritto.
Il disincanto si impossessa delle vittime delle lentezze burocratiche, che presto comprendono che per velocizzare il riconoscimento di un diritto sacrosanto devono ricorrere al padrino politico, cui sottostare poi per un tempo lunghissimo, a volte per generazioni, come accadeva con i vecchi capi democristiani in Campania e nel Sud in generale.
Lo stesso accade talvolta per l’ottenimento di una licenza commerciale o per poter ottenere i premessi necessari alla apertura di un cantiere.
Diritti riconosciuti dalla legge il cui esercizio, da parte del cittadino, necessita di una previa mediazione politica. E la politica di questo si è nutrita. Di questo ricatto.
Ribadisco: non sto parlando di chi non merita, di chi non ha i requisiti, di chi sta forzando il meccanismo legale per ottenere un vantaggio, ma di chi avrebbe un diritto e non è messo in condizione di goderne.
Questo muro di gomma ostacola qualunque volontà di rinnovamento, poichè a giovarne nell’urna sarà sempre e soltanto il vecchio politico e la vecchia politica, non il nuovo. Il vecchio che ha rapporti.
Per comprendere i meccanismi di voto di scambio, la Campania è una regione fondamentale, insieme alla Sicilia e alla Calabria.
Da sempre, dai tempi delle leggendarie campagne elettorali di Achille Lauro, che dava la scarpa sinistra prima del voto e quella destra dopo.
Ma nel resto d’Italia non si può dire che le cose vadano diversamente. Insomma, il meccanismo è rodato, perfettamente rodato e si interrompe solo quando il proprio voto viene percepito come prezioso, come importante per il cambiamento, tanto che non te la senti di svenderlo anche per ottenere ciò che per diritto ti sarebbe dovuto.
E ancora una volta, questa campagna elettorale, in pochissimi ambiti si sta declinando sulle idee, quanto piuttosto su un generico rinnovamento a cui il Paese non crede.
Più spesso si risponde con rabbia: tutti a casa, siete tutti uguali. L’allarme consistente sul voto di scambio in queste ore è in Lombardia.
A SPESE DEGLI ELETTORI
Ma su chi accede alla politica distrattamente, fa leva il politico di vecchio corso, pronto a riceverti nella sua segreteria e a mantenere la promessa fatta a carica ottenuta.
Il politico che non dimentica perchè ha un apparato che vive a spese degli elettori, un apparato che è un orologio svizzero: unica cosa perfettamente funzionante in una democrazia claudicante. Ecco perchè è sbagliato sottovalutare la capacità berlusconiana non di convincere, ma di riattivare e di rendere nuovamente legittima questa capacità clientelare.
Berlusconi non va in tv convinto di poter di nuovo persuadere, ma ci va con la volontà di rinfrescare la memoria a quanti hanno dimenticato la sua capacità di ricatto.
Ci va per procacciarsi i numeri sufficienti a garantire, ancora una volta, la totale ingovernabilità del Paese.
Ci va perchè sa che ingovernabilità significa poter di nuovo contrattare.
Quindi ecco le solite promesse: elargirà pensioni, toglierà tasse e, se anche non ci riuscisse, chiuderà un occhio, strizzandolo, a chi non ne può più. Berlusconi va a ribadire che gli altri non promettono nulla di buono.
A lui non serve convincere di essere la persona giusta. A lui basta convincere i telespettatori che gli altri sono l’eterno vecchio e lui l’eterno nuovo.
Nel momento in cui, quindi, non esiste un’idea di voto che cambi il paese, riparte il meccanismo della clientela. Dall’altra parte, la sensazione è che si preferisca campare di rendita. I «buoni» votano a sinistra. E su questi buoni si sta facendo troppo affidamento.
Della pazienza di questi buoni si sta forse abusando.
Se, intercettando un diffuso malcontento, Berlusconi promette la restituzione dell’Imu e un condono tombale, dall’altra parte non si fanno i conti con una tassazione ai limiti della sopportazione.
Da un lato menzogne, dall’altro nessuna speranza, silenzio. E i sondaggi rispecchiano questa situazione. Rispecchiano quella quantità abnorme di delusi che solo all’ultimo momento deciderà per chi votare e deciderà l’esito.
E su molti delusi il voto di scambio inciderà negli ultimi giorni.
Ogni partito in queste elezioni, come nelle precedenti, ci ha tenuto a conservare i suoi rapporti clientelari. Ecco perchè gli amministratori locali sono così importanti: sono loro quelli che possono distribuire immediatamente lavoro.
È nel sottobosco che si decidono le partite vere, che si fanno largo i politici disinvolti, quelli che risolvono i problemi spinosi, permettendo a chi siede in Parlamento di evitare di sporcarsi. E qui si arriva al voto di scambio mafioso che segue però logiche diverse.
Le organizzazioni, nel corso degli anni, hanno cambiato profondamente il meccanismo dello scambio elettorale.
Il voto mafioso degli anni ’70 e ’80 era in chiave manifestamente anticomunista, tendeva a considerare il Pci come un rischio per l’attenzione che dava al contrasto alle mafie sul piano locale, ma soprattutto perchè toglieva voti al partito di riferimento, che è a lungo stato la Dc.
Lo scopo era cercare di convogliare la maggior parte dei voti sulla Democrazia cristiana, voti che il partito avrebbe ottenuto ugualmente – è importante sottolinearlo – ma il ruolo delle organizzazioni era fondamentale per il voto individuale.
Diventavano dei mediatori imprescindibili. Carmine Alfieri e Pasquale Galasso, boss della Nuova Famiglia, raccontano di come negli anni ’90 non c’era politico che non andasse da loro a chiedere sostegno perchè quel determinato candidato potesse ottenere una quantità enorme di voti.
La camorra anticipava i soldi della costosa campagna elettorale per manifesti, per acquistare elettori, soldi che il partito al candidato non dava. In cambio i clan sarebbero stato ripagati in appalti.
MISTER 100 MILA VOTI
La storia di Alfredo Vito «Mister centomila voti», impiegato doroteo dell’Enel che prende negli anni ’90 più voti di ministri come Cirino Pomicino e Scotti, applica una teoria che fa scuola al suo successo.
«Do una mano a chi la chiede»: ecco la sintesi della logica che condiziona la campagna elettorale. I veri mattatori delle elezioni non erano – e non sono – quasi mai nomi conosciuti sul piano nazionale, ma leader indiscussi sul piano locale.
Questo dà esattamente la cifra di cosa poteva accadere, della capacità che le organizzazioni avevano di poter convogliare su un determinato candidato enormi quantità di voti.
E non è la legge elettorale in sè a poter ostacolare gli esiti nefasti del voto di scambio, che è frutto evidentemente di arretratezza economica e quindi culturale.
La dimostrazione di questa sostanziale ininfluenza è data dal fatto che, se da un lato la selezione operata dai partiti non consente al cittadino di poter scegliere i propri rappresentanti, favorendo viceversa il «riconoscimento di un premio» per chi si è sobbarcato il gioco sporco dello scambio elettorale a livello locale, dall’altro, la scelta diretta del candidato – in un sistema che rifugge la trasparenza quasi si trattasse di indiscrezione – trasforma la competizione elettorale in una mera questione di budget, nella quale la capacità di acquisto dei voti diviene determinante
Oggi, la maggior parte delle organizzazioni criminali sostengono anche candidati non utili ai loro affari, semplici candidati che hanno difficoltà a essere eletti.
Vendono un servizio.
Vai da loro, paghi e mettono a tua disposizioni un certo numero di voti (emblematico il caso di Domenico Zambetti, che avrebbe pagato 200 mila euro per ottenere 4 mila voti alle elezioni del 2010).
Questo significa che puoi anche non essere eletto le organizzazioni ti garantiscono solo un pacchetto di voti non tutto il loro impegno elettorale di cui sarebbero capaci.
In alcuni casi candidano direttamente dei loro uomini in questo caso in cambio avranno accesso alle informazioni sugli appalti, avranno capacità di condizionare piani regolatori, spostare finanziamenti in settori a loro sensibili, far aprire cantieri, entrare nel circuito dei rifuti dalla raccolta alle bonifiche delle terre contaminate (da loro).
Con un pacco da cento di smartphone si ottengono 200 voti in genere.
Quello della persona a cui va lo smartphone e quello di fidanzati o familiare.
Spese pagate ai supermercati per un due settimane/ un mese.
Sconti sulla benzina (fatti soprattutto dalle pompe di benzina bianche). Bollette luce, gas, telefono pagate. Ricariche telefonini.
Migliaia di voti saranno raccolti con uno scambio di questo tipo.
Difficilissimo da dimostrare siccome chi promette è raramente in contatto con il politico.
Quindi anche se il mediatore è scoperto questi dirà che era sua iniziativa personale per meglio comparire agli occhi del politico aiutato escludendolo quindi da ogni responsabilità nel voto di scambio.
Nel periodo delle elezioni regionali 2010, la Direzione distrettuale antimafia di Napoli ha aperto un’indagine sulla compravendita di voti.
In Campania i prezzi oscillerebbero da 20 a 50 euro, 25 subito e 25 al saldo, cioè dopo il voto. In alcuni casi i voti vengono venduti a pacchetti di mille.
Praticamente c’è una specie di organizzatore che promette al politico 1000 voti in cambio di 20.000 o 50.000 euro.
Questa persona poi ripartisce i soldi tra le persone che vanno a votare: pensionati, giovani disoccupati.
In Campania un seggio in Regione può arrivare a costare fino a 60.000 euro.
In Calabria te la cavi con 15.000.
Con 1000 euro in genere un capo-palazzo campano procura 50 voti.
Il capo-palazzo è un personaggio non criminale che riesce a convincere le persone che solitamente non vanno a votare a votare per un tal politico. E come prova del voto dato bisogna mostrare la foto della scheda fatta col telefonino.
In Puglia un voto può arrivare a valere 50 euro, lo stesso prezzo a cui può arrivare anche in Sicilia.
A Gela proposto pacchetti di 500 voti a 400 euro. 400 euro per 500 voti: 80 centesimi a voto!
IL MECCANISMO PRINCIPE
E poi c’è il il meccanismo principe con cui si controllano i voti e si paga ogni singolo voto lo si ottiene con il metodo della «scheda ballerina».
L’elettore che vuole vendere il proprio voto va dal personaggio che paga i voti riceve la scheda elettorale già compilata (regolare fatta uscire dal seggio) se la mette in tasca poi va al seggio, presenta il proprio documento di riconoscimento e riceve la scheda regolare.
In cabina sostituisce la scheda data già compilata con la scheda che ha ricevuto al seggio, che si mette in tasca.
Esce dalla cabina elettorale e vota al seggio la scheda precompilata. Poi va via.
Torna dà la scheda non votata e riceve i soldi. La scheda non votata e consegnata viene compilata, votata, e data all’elettore successivo, che la prende e torna con una pulita.
E avrà il suo obolo. 50 euro, 100 euro, 150 o un cellulare.
O una piccola assunzione se è fortunato. Così si controlla il voto.
Nessuno ha parlato di questo meccanismo, la scheda ballerina non ha interessato il dibattito elettorale. Eppure è più determinante di una tassa, più incisiva di una riforma promessa, più necessaria di una manovra economica.
In questa campagna elettorale, come in tutte le precedenti, non si è fatto alcun riferimento al voto di scambio sia come «acceleratore di diritti» sia quello criminale.
Avrebbero dovuto esserci spot continui, articoli diffusi, che sensibilizzassero gli elettori a non vendere il proprio voto, a non cedere alle promesse di scambio.
Si sarebbero dovuti sensibilizzare gli elettori a non decidere gli ultimi giorni di voto in cambio di qualche favore.
Ma se non lo si è fatto significa che in gioco ci sono interessi enormi che andrebbero analizzati caso per caso. Nel 2010 provocando da queste queste stesse pagine invocammo l’OSCE (l’organizzazione per la sicurezza in Europa, ndr) a controllo del voto regionale mostrando come il voto di scambio fosse tritolo sotto la democrazia.
L’OSCE non recepì l’appello come una provocazione ma come un serio allarme e rispose di essere disponibile ad intervenire e controllare il voto.
Ma doveva essere invitata a farlo dal governo.
Cosa che non fu fatta.
Con queste premesse, chi può dire cosa accadrà tra qualche giorno? Il monitoraggio sarà come sempre blando, affidato a singole persone o a gruppi isolati che denunceranno irregolarità . Ma dove nessuno vorrà farsi garante di trasparenza, chi verrà a dirci come si saranno svolte le elezioni? E ad oggi nessuno schieramento ha affrontato il tema del voto di scambio. Terribile nemico o fenomenale alleato?
Roberto Saviano
(da “L’Espresso“)
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Febbraio 12th, 2013 Riccardo Fucile
SI DELINEA L’OPA DI GRILLO SU ARTIGIANI E PICCOLE IMPRESE
Le piazze piene di Vicenza e Treviso dei giorni scorsi sono il segno inequivocabile che sta
prendendo corpo un’Opa di Beppe Grillo sul mondo dei Piccoli.
I primissimi segnali di uno sganciamento degli artigiani dal Pdl e di un’attenzione verso il Movimento 5 Stelle risalgono a una ricerca sugli orientamenti politici e valoriali del ceto medio produttivo realizzata nel novembre 2011 da Roberto Weber e commissionatagli dal responsabile economico del Pd, Stefano Fassina.
Da allora il feeling tra il mondo dei piccoli produttori e Grillo è stato una sorta di fiume carsico e il movimento non si è dato particolarmente da fare per aggiornare la propria piattaforma programmatica.
Tuttavia il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, al momento di formare la giunta comunale pensò bene di affidare l’assessorato alle Attività Produttive a Cristiano Casa, presidente di CentopercentoPmi, una piccola organizzazione di rappresentanza degli artigiani.
Ora però in prossimità dell’apertura delle urne siamo davanti a un’accelerazione e non a caso per parlare con gli artigiani in un albergo del Trevigiano si è scomodato sabato scorso persino Gianroberto Casaleggio, che in fondo è un piccolo imprenditore.
Grillo da solo evidentemente non se l’è sentita e ha voluto che ci fosse vicino a sè qualcuno del mestiere.
Come che sia, sta accadendo che una parte del consenso forza-leghista dei Piccoli si va dirigendo verso il Movimento 5 Stelle, che in questo momento sembra il contenitore più credibile per ospitare transitoriamente l’individualismo anti-statalista e un po’ anarchico del popolo del Nord Est.
Forse più di un vero feeling politico-culturale possiamo parlare di una continuità antropologica tra il celodurismo leghista e il Vaffa del comico genovese.
Secondo un sondaggio effettuato dalla Confartigianato di Treviso tra i piccoli imprenditori locali Grillo vale il 22,5% e la coalizione di centrodestra 38%.
Per capire la vastità dello smottamento occorre ricordare che solo qualche anno fa tra gli artigiani il forza-leghismo portava a casa l’80% dei consensi.
C’è un mondo nordestino, quindi, che è particolarmente veloce nel captare i mutamenti e assecondarli, è stato così nel contrastato passaggio di consegne tra Giancarlo Galan (Pdl) e Luca Zaia (Lega Nord) e appare con gli stessi termini oggi che Beppe Grillo riempie le piazze venete.
Guai però a catalogare il tutto sotto il segno di un trasformismo localistico e trattarlo con la puzza sotto il naso.
Dietro gli spostamenti elettorali c’è un mondo che si sente schiacciato verso il basso, che avversa la Ue e la globalizzazione, si fida solo del suo commercialista e combina lo «stress da competizione» con un perdurante senso di inadeguatezza personale.
A determinare o meno il successo di Grillo poco importa che i candidati del movimento siano relativamente in sintonia con i Piccoli, le loro parole d’ordine testimoniano di una cultura minimalista, alternativa per definizione ed ecologista, che si ibrida con il mondo dei Piccoli solo quando professa le virtù di un localismo a kilometro zero.
Non certo quando celebra le virtù della decrescita o si oppone agli inceneritori.
Una dimostrazione se vogliamo viene da Parma (anche se il contesto sociale è molto differente da Treviso) dove l’elettorato borghese di centrodestra aveva scelto alle Comunali del 2012 Pizzarotti e oggi assiste sbigottito alle sue piroette da dilettante allo sbaraglio.
Se poi vogliamo c’è da sottolineare un altro paradosso in questa storia.
Il Pd capisce (via Weber) prima degli altri cosa sta succedendo nel mondo artigiano ma non riesce a giovarsene quasi per nulla.
Il forza-leghismo cede nei suoi legami popolari e un centrosinistra che fosse veramente laburista dovrebbe approfittarne a piene mani. E invece no.
Scegliendo l’abbinamento con Nichi Vendola e Susanna Camusso il laburismo alla Fassina scinde il lavoro dall’impresa e questo segnale basta all’ex-elettorato del centrodestra per decidere di schivare il Pd e rivolgersi a Grillo.
La retorica del «bene comune» non abita qui e tantomeno suscita emozione l’idea di rilanciare l’Iri così in voga tra gli intellettuali vicini a Pierluigi Bersani.
Non siamo più al tempo (2008) in cui il giornalista Marco Alfieri, con il suo libro, ammoniva i dirigenti del Pd che «il Nord era terra ostile» ma ancora in questa campagna elettorale si vede a occhio nudo che al partito-lepre mancano i Chiamparino e i Cacciari, personaggi capaci di interpretare la questione settentrionale di prima mano e non per sentito dire.
Certo, nel camper ci sarebbe Matteo Renzi ma, se continua a parlare sempre di Firenze e delle sue magnifiche tradizioni, sopra il Po finirà per non servir a niente anche lui.
Dario Di Vico
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 12th, 2013 Riccardo Fucile
MOLTI SINDACI COSTRETTI A FARE ECONOMIE IMPORTANTI
Oscurati dalla spending review del governo Monti e quasi dimenticati, riemergono i fabbisogni standard del federalismo, e con i nuovi parametri sui quali calcolare il riparto delle risorse, molti sindaci e presidenti di provincia ricominciano a tremare.
Come si era già visto per i costi della polizia locale gestita dai Comuni, e per i servizi alle imprese svolti dalle province, i fabbisogni standard per l’amministrazione generale appena calcolati dalla Commissione sul federalismo fiscale, presieduta da Luca Antonini, mostrano discrepanze clamorose. E molti sindaci dovranno presto fare economie importanti, oppure imporre nuovi sacrifici ai propri cittadini, per poter rientrare nei nuovi limiti di spesa.
A Napoli, per esempio, con il riparto delle risorse basato sulla spesa storica, l’amministrazione generale del comune (quindi il personale, i servizi tecnici, l’anagrafe, il servizio elettorale, la gestione delle entrate fiscali) assorbe lo 0,39 per mille del volume complessivo delle risorse assegnate ai comuni per svolgere quel servizio.
Ma sulla base dei fabbisogni standard, calcolando cioè il costo ottimale del servizio, e non gli sprechi e le inefficienze incrostati nella spesa storica, dovrebbe ricevere appena lo 0,25 per mille.
Quasi un terzo di meno di quanto riceve oggi.
Torino, invece, potrà spendere quasi il doppio nei prossimi anni: in base alla spesa storica il comune guidato da Piero Fassino riceveva (dati di fine 2009) lo 0,11 per mille del totale, mentre con i nuovi criteri potrà contare sullo 0,25% delle risorse, esattamente come il capoluogo campano.
Un bel taglio della spesa, per rientrare nei nuovi canoni, sarà necessario anche al Comune di Roma, che oggi assorbe per le funzioni di amministrazione lo 0,101% del totale, e dovrà scendere allo 0,93 per mille, così come a Firenze e a Bologna.
A Bari la spesa potrebbe addirittura raddoppiare (dallo 0,004 allo 0,008%), mentre a Milano, che ha una spesa storica più bassa rispetto al costo standard potrà crescere leggermente. A Siena, invece, dovrà di fatto essere dimezzata rispetto al livello attuale.
E non è che si stia parlando di operazioni virtuali.
Nel giro di un paio d’anni tutta la spesa per le funzioni fondamentali dei comuni sarà parametrata ai costi standard definiti per ogni singolo municipio.
Dopo la polizia locale (il decreto è già in vigore) e l’amministrazione generale, quest’anno si passerà all’istruzione, poi alla viabilità , ai trasporti, alla gestione del territorio, all’ambiente.
E dal 2015 sindaci e presidenti di provincia riceveranno per il finanziamento delle funzioni fondamentali delle loro amministrazioni solo quanto definito in base al costo standard. Gli amministratori locali, in buona sostanza, hanno ancora tre anni di tempo per portare il costo dei servizi al livello “ottimale”.
Dopodichè, gli eventuali maggiori costi dovranno essere compensati con tagli su altre voci di spesa, o da nuove tasse locali imposte ai contribuenti.
Il tutto, per giunta, dovrà avvenire in modo assolutamente trasparente, perchè i costi standard calcolati dalla Sose per ciascun municipio dovranno essere pubblicati, insieme al valore della spesa storica, sul sito internet del Comune.
Perchè i cittadini possano misurare a prima vista l’efficienza dei servizi offerti, che, come abbiamo visto anche per l’amministrazione generale, è molto diversa da Comune a Comune.
Un discorso che naturalmente vale anche per la gestione delle entrate fiscali, ricompresa nei costi generali considerati da quest’ultimo studio della Commissione, e che in prospettiva diventa ancora più importante, visto che da quest’anno il servizio di riscossione dei tributi, svolto finora da Equitalia, tornerà ai sindaci. Molti dei quali, letteralmente, “dormono” sulle cartelle esattoriali comunali, mentre altri si affannano alla ricerca degli evasori.
La capacità di riscossione dei Comuni, pari a 71,4% nella media nazionale, sale fino all’86,4% tra i Comuni del Veneto, ma crolla al 40% medio in quelli della Campania.
Dove, a parità di tasse dovute, si riscuote la metà delle imposte rispetto al Veneto.
Mario Sensini
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 11th, 2013 Riccardo Fucile
ECCO COSA PREVEDE LA LEGGE ELETTORALE PER LE REGIONALI IN TEMA DI VOSTO DISGIUNTO
Ma i montiani hanno capito cos’è davvero il voto disgiunto?
Dare voti diversi per la Camera, il Senato e la Regione non è voto disgiunto, è articolazione del voto.
Si chiama voto disgiunto, invece, una possibilità molto specifica, offerta dal sistema elettorale delle regioni e dei comuni, e solo da questi due, e cioè la possibilità di votare, sulla stessa scheda per una lista al Consiglio regionale (ed eventualmente scrivendo il nome di un candidato, come preferenza) e per un candidato Presidente di uno schieramento diverso e concorrente rispetto a qu(da(ella lista.
In tal caso il voto al presidente può servire a farlo vincere, con la sua coalizione, invece il voto alla lista e al candidato consigliere serve a determinare il peso di quella lista nel Consiglio, e l’identità dei suoi eletti.
Per valutare l’opportunità del voto disgiunto si deve tener conto di un’altra cosa che molti non sanno.
Il candidato presidente viene automaticamente eletto in consiglio regionale solo se è quello che vince o se arriva secondo.
Dal terzo posto compreso, in poi, il candidato presidente non viene eletto, a meno che non sia anche candidato nella lista e votato con le preferenze.
Infatti la “candidata di 5 Stelle alla presidenza della Regione”, Silvana Carcano, è anche candidata consigliera a Milano e deve sempre ricordare di scrivere il suo nome accanto alla riga delle preferenze, altrimenti non sarebbe mai eletta.
E invece non ho trovato traccia di una candidatura di Albertini al consiglio, oltre che alla presidenza della Regione.
In effetti il voto alla Carcano o ad Albertini come presidenti, sono del tutto superflui perchè non determinano chi vincerà , tra la coalizione di Ambrosoli e quella di Maroni, e non determinano neanche chi siederà in Consiglio a rappresentare 5 stelle montiani nel Consiglio.
Per gli elettori di 5 stelle si tratterebbe solo di capire il meccanismo e senza togliere un solo voto alla loro lista, potrebbero, votando Ambrosoli (o Maroni!) scegliere anche a quale giunta fare opposizione.
In parole povere possono decidere se la Lega si prende anche la Lombardia col Pdl, o sbarrarle il passo con il voto disgiunto.
Nel senso proprio, e tecnico del termine.
Paolo Hutter
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 11th, 2013 Riccardo Fucile
“L’IMPORTANTE E’ SCONFIGGERE LA LEGA”… SEMPRE PIU’ ADESIONI AL VOTO DISGIUNTO: FRONTE UNITO CONTRO LE PALLE DEL MESTIERANTE MARONI
«Il dottor Ambrosoli poteva essere un ottimo candidato di Scelta Civica. Ha uno stile moderato e rappresenta bene la nostra determinazione nella volontà di cambiamento in Lombardia».
Con queste parole Andrea Olivero conferma (e non in una forma implicita) il sostegno sostanziale dei montiani al candidato del centrosinistra per il Pirellone.
Ex presidente delle Acli, Olivero è il fondatore del partito del Professore, insieme con Mario Monti, Andrea Riccardi e Luca di Montezemolo.
E non solo difende i civici lombardi che hanno “mollato” Albertini per appoggiare Ambrosoli.
Da lui arriva quasi un incoraggiamento.
Che succede nel Centro? Si spacca ancora prima del voto?
«La Lombardia simboleggia bene le differenze che esistono nel nostro movimento. I tre capilista vengono da esperienze diverse, in alcuni casi opposte: Mario Mauro dal Pdl, Pietro Ichino dal Pd, lo stesso Albertini da una posizione critica dentro il centrodestra. Dobbiamo fare una sintesi tra varie culture politiche ma nessuno vuole sfasciare il giocattolo».
Lei da che parte sta?
«Quello che posso dire è che scegliere Ambrosoli o Albertini va nella stessa direzione: evitare la vittoria di Maroni che noi consideriamo una sciagura. È il motivo per cui abbiamo deciso di sostenere la candidatura dell’ex sindaco di Milano. Per impedire alla Lega di conquistare il governo della regione. In questa logica ci sono delle forze vicine a Scelta Civica e a Monti che si trovano più vicine, per affinità culturale e politica, ad Ambrosoli. Mi viene in mente Pezzotta che ha una consolidata esperienza di collaborazione con il candidato di centrosinistra».
Questa equidistanza non mette in imbarazzo Albertini? Tanto vale ritirarsi se lo abbandonate così.
«Guardi che non stiamo liquidando Albertini. Sarebbe un errore politico colossale. Lo si pagherebbe a caro prezzo e lo pagherebbe non solo la nostra lista ma tutto il fronte anti-Lega».
Perchè?
«Perchè nel momento in cui Albertini fosse scaricato, una parte del suo elettorato voterebbe Maroni ».
Come si fa allora a tenere in equilibrio per due settimane una posizione così vaga?
«Concentrando gli sforzi, andando a smascherare tutte le ambiguità della candidatura Maroni, contrastando quella strana e assurda alleanza tra Pdl e Lega che ha come collante solo la conservazione del potere e nascondere la corruzione della Regione».
Albertini sostiene che lei e Riccardi siete cattolici vicini alla sinistra. Esiste una faida con Cl in Lombardia?
«Siamo tante persone diverse che si ritrovano nel segno del riformismo rappresentato da Monti. Una faida tra cattolici? Ma siamo seri. Le faide interne a una partito sotto elezioni non portano a nessun risultato».
Se ci saranno altre defezioni nella vostra lista a favore di Ambrosoli, Monti interverrà ?
«Ogni singolo cittadino è libero di votare come vuole. Noi proporremo ai cittadini di scegliere in alternativa a Maroni. Il voto disgiunto proposto da Borletti Buitoni, Dellai, Pezzotta e da altri, da questo punto di vista, lo consideriamo molto positivo. Manifesta l’intendimento di andare contro la Lega, non può essere un danno».
Goffredo De Marchis
argomento: Maroni, Milano, Monti, Politica | Commenta »