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L’INCOGNITA SENATO, RISCHIO INGOVERNABILITA’

Febbraio 24th, 2013 Riccardo Fucile

TRA ASSALTO DEI GRILLINI E RISCHIO TENUTA DEI CENTRISTI: QUOTA SICUREZZA A 167 SEGGI

«Il mio primo compito è dare stabilità . Nessuno può pensare che in una fase come questa si possa tornare a votare in tempi brevi. Non ripeteremo gli errori del passato». Pierluigi Bersani anche nelle ultime ore che precedono il voto è sicuro che la sua coalizione uscirà  vittoriosa dalle urne.
Ma sa anche di non potersi permettere di replicare le esperienze litigiose dell’Ulivo e dell’Unione.
Il vero nodo di queste elezioni, infatti, è tutto qui: assicurare al Paese un governo solido e duraturo.
Una maggioranza in grado di affrontare uno dei momenti più difficili della storia repubblicana escludendo la soluzione di un’altra interruzione anticipata della legislatura.
Il centrosinistra è sicuramente lo schieramento che più di tutti “corre” per vincere le elezioni. E’ quello più accreditato.
Eppure questa campagna elettorale si è chiusa lasciando diversi punti interrogativi. Tutti gravidi di potenziali conseguenze drammatiche.
A cominciare dal rischio che la frammentazione del voto consegni un Parlamento paralizzato, bloccato nella palude dei veti incrociati e delle scelte confuse.
Per la prima volta dal 1994 — da quando cioè è stato introdotto un assetto sostanzialmente bipolare — il sistema politico si presenta alle elezioni con quattro poli. Un dato che può riflettere, soprattutto al Senato, una situazione di assoluta ingovernabilità .
Se, infatti, la legge elettorale garantisce alla Camera una maggioranza netta con un premio che assegna alla prima coalizione circa 340 seggi, a Palazzo Madama il gioco dei “bonus regionali” potrebbe costringere Bersani a trattare dopo le elezioni il sostegno di altri schieramenti.
Se si trattasse — come previsto da quasi tutti — di discutere con Mario Monti un patto di governo, il problema sarebbe con ogni probabilità  risolto rapidamente.
Basti pensare a quello che venerdì sera ha detto proprio il presidente del consiglio: «Mai con Vendola? Vedremo… ».
Una sorta di “mai dire mai” che ha di fatto aperto la strada al confronto.
Ma il punto è proprio questo: l’alleanza Bersani-Monti sarà  la strada più ragionevole e quella più agevolmente praticabile.
L’attuale legge elettorale — il Porcellum — lascia però aperto uno spazio amplio all’imponderabile: potrebbe determinare dei risultati devastanti in virtù o a causa di un sistema politico diviso in quattro.
Nella confusione di una Seconda Repubblica che ancora non si è incamminata verso la Terza, il patto tra centrosinistra e Scelta civica potrebbe insomma non essere sufficiente.
Una prospettiva che non appare probabile.
Ma sono emersi due elementi da questo punto di vista costituiscono delle vere e proprie incognite: il successo che sta riscuotendo il Movimento di Beppe Grillo e il calo di popolarità  di tutti i centristi.
Allora basta fare un po’ di conti per cogliere le possibili variabili: al netto dei senatori a vita, la maggioranza la Senato è fissata a quota 158.
Secondo i tecnici parlamentari, però, la vera autosufficienza — anche nelle commissioni — si ottiene quando si supera soglia 167.
La corsa alla pari tra centrodestra e centrosinistra (e ora anche Grillo) in tre grandi regioni — Lombardia, Sicilia e Veneto — mette in pericolo l’autonomia di Bersani: se non vince in quelle tre circoscrizioni potrà  contare su 143 o 146 senatori.
Se prevale solo in Lombardia può arrivare a 159.
In questo quadro il sostegno dei montiani è sicuramente determinante. La condizione, però, è che sia capaci di abbattere lo sbarramento dell’8% ovunque.
Se, ad esempio, Scelta civica si ritrovasse al di sotticabilità  to nelle cosiddette “regioni rosse”, tutto si complicherebbe.
Poi c’è un altro dato che va considerato: cinque anni fa il centrodestra guidato da Berlusconi ottenne il 46,8%.
Il centrosinistra con Veltroni il 37,5%. Questa volta difficilmente la coalizione vincente andrà  oltre il 35%.
E’ l’esito di una frammentazione amplificata dal Porcellum e già  rimarcata dal presidente della Repubblica.
In Francia i risultati sono stati analoghi: il Partito socialista di Hollande ha vinto le elezioni con il 28,6% , ma lì la compensazione è data dall’elezione diretta del presidente con il doppio turno. E’ quello che il professore D’Alimonte chiama «sistema disproporzionale».
In Italia, invece, la “vittoria in discesa” rischia di spiattellare in Parlamento una questione di praticabilità  parlamentare della maggioranza ed uno di rappresentanza politica.
Il probabile tsunami dei grillini farà  emergere questi nodi soprattutto se l’ex comico andrà  oltre il 15% e ancor di più se sfonderà  il 20%.
Ritrovarsi nelle aule di Camera e Senato circa 200 parlamentari che agiscono al di fuori di ogni profilo istituzionale può trasformare questa legislatura in una battaglia campale senza fine.
Il segretario democratico ha quasi profeticamente parlato di «governo da combattimento».
La situazione si acuirebbe se le formazioni “tradizionali” saranno penalizzate oltre previsto.
Il Pd potrà  opporre concretamente il suo risultato e legittimarsi come formazione-guida se riuscirà  ad attestarsi decisamente sopra il 28-29%.
Silvio Berlusconi se porterà  tutto il suo polo ben oltre il 30%.
Perderebbe circa un terzo degli elettori rispetto al 2008 ma manterrebbe la preferenza di un terzo degli italiani. In caso contrario la deflagrazione del Pdl e della Lega (in particolare se Maroni non conquisterà  il Pirellone) sarà  la prima conseguenza di questa consultazione.
Stesso discorso per Monti.
Il premier potrà  vantare un successo se la sua Scelta civica infrangerà  il muro del 14-15%, ma se scenderà  sensibilmente sotto il 12% l’operazione politica si rivelerà  una delusione. Considerando anche che per le coalizioni esiste a Montecitorio uno sbarramento del 10% al di sotto del quale non si elegge alcun deputato.
Quella evenienza trasformerebbe la performance centrista in un disastro: scomparirebbe anche l’Udc di Casini.
C’è poi chi come la Rivoluzione civile di Ingroia lotta per la sopravvivenza.
Per loro la vittoria equivale a superare lo sbarramento del 4%.
Tutte incognite che verranno disvelate ad urne chiuse.

Claudio Tito

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ELEZIONI LAST-MINUTE: UNO SU DIECI DECIDE ALL’ULTIMO MOMENTO

Febbraio 24th, 2013 Riccardo Fucile

CHI SCEGLIE IN EXTREMIS DI SOLITO PREFERISCE LISTE FUORI DAI POLI PRINCIPALI…CALA IL PESO DELLA TV E CRESCE QUELLO DI AMICI E PARENTI

Finalmente si vota. Dopo una campagna elettorale lunghissima, che, tuttavia non ha suscitato indifferenza. Tutt’altro.
Il 46% sostiene, infatti, di averla seguita con interesse (sondaggio LaPolis-Università  di Urbino). Solo il 16% di averla, invece, ignorata.
Gli italiani, di fronte al voto, si dimostrano, dunque, coinvolti ma anche indecisi.
D’altronde, con la Prima Repubblica, è finito anche il tempo in cui si votava sempre allo stesso modo.
Per “atto di fede”.
Nella Seconda Repubblica – e dunque, da vent’anni – si è continuato a dividere il mondo in due. A votare “contro”: Berlusconi oppure la Sinistra.
Ma le fedeltà  si sono stemperate. I dubbi sono cresciuti. E i tempi della decisione si sono allungati.
Alle ultime consultazioni politiche, nel 2006 e nel 2008, circa il 15% dei votanti (intervistati dopo le elezioni, indagine LaPolis-Università  di Urbino) afferma di aver deciso – “di” e “per chi” votare – nel corso dell’ultima settimana.
Una componente del 6-7%, in particolare, solo nel giorno del voto.
Se così avvenisse anche in questa occasione, dunque, vi sarebbe ancora una quota di elettori indecisi, che si apprestano a votare, in grado di spostare gli equilibri tra forze politiche e schieramenti. Ma io credo che quanti decideranno solo oggi e domani – “se” e “per chi” votare – siano più numerosi rispetto alle ultime consultazioni: forse uno su dieci.
I “votanti dell’ultimo giorno”, infatti, si distinguono dagli altri per due aspetti specifici (LaPolis 2008).
Per una maggiore propensione astensionista e, di conseguenza, per un elevato distacco verso i partiti e le istituzioni.
Inoltre: per la preferenza verso liste esterne ai due maggiori schieramenti.
Da ciò derivano le ragioni che, oggi, alimentano l’indecisione.
In primo luogo, per la prima volta nella Seconda Repubblica, la competizione elettorale è multi-polare.
Non mette di fronte due soli schieramenti e leader in grado di intercettare la quasi totalità  dei voti, come nel 2006.
O, comunque, molto più dell’80%, com’è sempre avvenuto nelle precedenti elezioni politiche (dopo il 1994).
In questa occasione le due coalizioni maggiori, insieme, sembrano in grado di superare il 60%, ma non di molto.
Mentre altri due soggetti politici – Monti e il M5S – sembrano destinati a condizionare gli assetti successivi al voto.
Ciò ridimensiona la logica del “voto utile”. In quanto rende “utili” – e influenti – scelte diverse, non riassumibili nelle fratture bipolari del passato.
In secondo luogo, il distacco verso i partiti e le istituzioni ha raggiunto un livello molto più elevato rispetto al passato.
E la tentazione astensionista, per questo, si è allargata ulteriormente. Non per indifferenza, ma per ostilità .
Un terzo “incentivo” all’incertezza è offerto dal M5S guidato da Beppe Grillo. Il quale mette in rete diverse istanze sociali e diverse rivendicazioni. Ma riflette e amplifica anche il deficit di fiducia verso la politica e i politici.
Costituisce, dunque, un’alternativa all’astensione.
Così, è probabile che, in questa fase, l’indecisione di voto sia cresciuta e, di conseguenza, l’elettore “last minute” si sia diffuso ulteriormente.
Perchè si sono indeboliti i fattori che garantivano la stabilità  – se non la fedeltà  e la coerenza – degli orientamenti politici.
I riferimenti di valore – se non le ideologie – e i legami con i partiti.
Ma anche la fiducia nei principali leader e la credibilità  dei principali canali di comunicazione politica. In primo luogo, la tivù. Che risulta ancora il “mezzo” più “usato”, attraverso cui si informa gran parte della popolazione (l’80%).
Ma è, al tempo stesso, “ab-usato” e considerato poco affidabile.
Per questo non riesce a garantire un legame stabile con gli elettori. Ridotti a “consumatori” di un prodotto – i candidati e i partiti – che, anche per questo, tende a “consumarsi” in fretta.
Non è un caso che, come ha mostrato Luigi Ceccarini (in un articolo pubblicato sull’ultimo numero della rivista “Paradoxa”), l’influenza della tivù sulla scelta degli elettori si riduca rapidamente via via che ci si avvicina al voto.
In particolare, fra gli “elettori dell’ultimo minuto”.
I quali attribuiscono valore ai consigli e ai suggerimenti espressi e raccolti da familiari, amici, colleghi. In altri termini, gli “indecisi estremi” si “affidano” alle figure di cui hanno maggior “fiducia”.
Così, fra gli elettori last minute, l’importanza riconosciuta al mondo delle relazioni dirette e personali sale: dal 13% al 25%.
Un “indeciso” su quattro – tra coloro che alla fine, tra dubbi e incertezze, si “rassegnano” a votare – lo fa perchè indotto e convinto da chi gli sta vicino. Da chi incontra e frequenta nel suo mondo di vita. Dove un tempo, non tanto tempo fa, erano presenti la politica e i partiti. Oggi non avviene più. Sono personaggi di un serial tivù. Scomparsi dal territorio e dalla società . I volontari, i militanti impegnati sul territorio, porta-a-porta: chi li ha visti? Così, “non ci resta che la famiglia”.
Gli amici. I compagni di lavoro.
A soccorrere gli indecisi, a orientare gli incerti. Fino all’ultimo minuto.
Finchè resterà  qualcuno, tra loro, a credere che votare serva, sia utile, c’è speranza. Che la democrazia rappresentativa abbia ancora senso.

Ilvo Diamanti

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AFFLUENZA ALLE 22 IN CALO DI 8 PUNTI RISPETTO AL 2008: HA VOTATO IL 52% DEGLI ITALIANI

Febbraio 24th, 2013 Riccardo Fucile

IN CONTROTENDENZA INVECE IL VOTO ALLE REGIONALI IN LOMBARDIA E NEL LAZIO: A MILANO E ROMA + 15%

Otto punti di differenza.
Dal 61,22% del 2008 al 52,68% registrato al termine di questa prima giornata elettorale.
E’ questo il dato dell’affluenza alle elezioni politiche rispetto al 2008.
Neve e pioggia, che hanno colpito tutta la Penisola, hanno pesantemente condizionato l’affluenza alle urne in questa tornata elettorale, la prima in cui si sia deciso di votare a febbraio.
Così, se alle 19 avevano votato il 46,8% degli aventi diritto contro il 49,21% del 2008, alle 22 la forbice si è allargata complice il maltempo.
Ma se l’affluenza alle urne politiche diminuisce, si registra un sensibile aumento alle regionali in Lazio, Lombardia e Molise.
In particolare, è stata molto forte l’affluenza alle urne per le regionali in Lombardia (pari al 51,23%, alle precedenti regionali del 2010, l’affluenza alle urne, alla stessa ora, era stata del 37,61%) e nel Lazio, dove sono andati alle urne il 44,37%, contro il 31,48 della stessa ora di tre anni fa.
Forte l’affluenza a Milano città  — dove ha votato il 49,59% contro il 34,33% alle precedenti elezioni — e a Roma dove ha votato per le regionali il 44,26% (29,55% alle precedenti regionali).
Cresce, ma in misura minore, l’affluenza alle regionali anche in Molise: alle 19 ha votato il 32,96%, contro il 29,79% dell’ottobre 2011 (elezioni che sono state poi annullate su decisione del Consiglio di Stato).
Molto bassa l’affluenza alle 22 in provincia di Palermo.
Ha votato il 45,44% degli aventi diritto contro il 55,71% del 2008.

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IMU E GIAGUARI, L’ABC DELLE PROMESSE

Febbraio 24th, 2013 Riccardo Fucile

DAL WEB GRATUITO AL TORMENTONE DEGLI ENTI INUTILI FINO ALL’ADDIO ALL’EURO

«Prometto tutto a tutti». Per sbarcare a Palazzo Madama l’aspirante senatore bolzanino Oscar Ferrari si è scelto uno slogan assai versatile.
Del resto, fa il fruttivendolo e lo sa: il cliente ha sempre ragione.
Il guaio è che la sua è una beffarda provocazione ma gli altri, troppi, fanno sul serio.
E tante ne hanno fatte, di promesse elettorali, da farci apparire come il collodiano paese di Acchiappacitrulli.
C’è di tutto, nel calderone. Impegni futuristi stile «2.0» come la «Cittadinanza digitale per nascita» e «l’accesso alla rete gratuito per ogni cittadino italiano» voluti dal Movimento 5 Stelle. O antichi come l’aratro quale il solito tormentone riproposto dal Pdl: «l’abolizione degli enti inutili», che ha visto finora la bellezza di otto leggi varate da governi di ogni colore a partire dal lontano 1956.
E tutti lì, a spiegare cosa farebbero «nel primo Consiglio dei ministri», appuntamento ormai entrato nelle leggende come il Prete Gianni o l’isola di Aeros creata da Jeanette Winterson dove i diamanti sono così abbondanti da essere usati come combustibile e gli abitanti vanno a dormire «su un letto di storie rimboccandosi una storia fin sotto il mento a mo’ di coperta».
Ed ecco Paolo Ferrero, di Rifondazione comunista, spiegare che lui si dedicherebbe ad «aumentare stipendi, pensioni e istituire un reddito sociale per i disoccupati prendendo i soldi ai ricchi» e Magdi Cristiano Allam, leader di «Io amo l’Italia», assicurare che se ci fosse lui, a Palazzo Chigi, per prima cosa farebbe un decreto per restituire al nostro Paese «la prerogativa di emettere direttamente moneta a credito affrancandosi dal signoraggio della Banca centrale europea e delle banche commerciali. La nuova valuta nazionale sarà  emessa a parità  di cambio con l’euro e suonerà  valore legale immediatamente, salvaguardando il potere d’acquisto e il risparmio degli italiani».
E se alle borse non garbasse? «Lo Stato provvederà  attraverso gli organi di controllo a contrastare la speculazione dei mercati finanziari e a prevenire gli effetti inflazionistici. »
Dopo di che «restituirà  immediatamente i 100 miliardi di euro dovuti alle imprese e concorderà  con le banche straniere e italiane il ripianamento del debito forzoso contratto attraverso l’emissione di titoli a debito… ».
Sia chiaro, niente di nuovo in certi impegni di destra, di sinistra e di centro grondanti di ottimismo.
Basti ricordare che nel 1928, alla vigilia della Grande Crisi del ’29, Herbert Hoover conquistò la Casa Bianca annunciando, ahi ahi, «un pollo in ogni pentola, un’auto in ogni garage».
O che il mitico Corrado Tedeschi, per venire a cose nostrane, tentò la presa di Montecitorio alla guida del «Partito della bistecca» con la seguente piattaforma programmatica: «Svaghi, divertimenti, poco lavoro e molto guadagno per tutti. Tre mesi di villeggiatura assicurati ad ogni cittadino, abolizione di tutte le tasse, grammi 450 di bistecca a testa assicurata giornalmente al popolo, frutta, dolce e caffè».
Certo, il popolo oggi forse non ci cascherebbe. Forse.
Tuttavia…
A rretrati: «Nel primo Consiglio dei ministri, in caso di vittoria del Pdl, verrà  deliberata la moratoria di un anno dei pagamenti arretrati che gravano sulle piccole e medie imprese per debiti con il fisco» (Berlusconi a Mattino5 19 febbraio, vedi Ansa: «Inoltre Berlusconi ha promesso provvedimenti per l’impignorabilità  dei macchinari utili al lavoro e della prima casa sempre in caso di debiti fiscali. Ha inoltre assicurato l’eliminazione degli interessi, delle multe e degli oneri aggiuntivi nelle cartelle esattoriali che dovranno pretendere “solo quanto dovuto a titolo di imposta”»).
B ambino: «Un bambino, figlio d’immigrati, nato e cresciuto in Italia, è un cittadino italiano. L’approvazione di questa norma sarà  simbolicamente il primo atto che ci proponiamo di compiere nella prossima legislatura» (Bersani, intenti Pd).
C assa del Mezzogiorno: «Ridarò al Sud la Cassa. Nel mio programma firmato dalla Lega c’è un blocco intero che riguarda il Sud. L’istituzione di una nuova Cassa per il Mezzogiorno per canalizzare i fondi europei e fare in modo che siano spesi e quella della Banca del Mezzogiorno, operano già  250 sportelli sperimentali, l’istituzione di zone franche e il potenziamento di uno strumento fatto nell’ultimo anno del Governo Berlusconi» (Tremonti, Corriere del Mezzogiorno 9 febbraio).
D ue anni: «Cambieremo questo Paese in due anni» (Grillo in piazza Duomo a Milano, Adnkronos 19 febbraio). Donne: «Voglio applicare nella giunta lo stesso criterio delle liste. E cioè alternanza di genere. E visto che il presidente sarà  uomo, ci dovrà  essere maggioranza di donne in giunta. Non è demagogia ma esperienza: non hanno una ma due marce in più. La regola sarà  questa: 50% uomini e 50% donne» (Maroni, videochat al Corriere, 13 febbraio).
E dilizio, condono: «Se gli italiani daranno la maggioranza solo a me e al Pdl farò un condono tombale e anche un condono edilizio, perchè porta nelle casse dello Stato molti miliardi. Altrimenti cercheremo una maggioranza in Parlamento su quello edilizio» (Berlusconi da Annunziata, Leader, 8 febbraio).
F inanziamento pubblico: «Abbiamo inoltre già  pronta una proposta per annullare il finanziamento pubblico ai partiti e dimezzare il numero degli eletti in Parlamento e nelle amministrazioni locali» (Berlusconi, Ansa, 25 gennaio).
G iaguaro: «L’impegno che prendo è che smacchieremo il giaguaro» (Bersani 14 febbraio. Risposta di Berlusconi: «Sappia che se si riferisce a me, sotto le macchie c’è un leone»).
H ospital: «La sanità  pubblica spende ogni anno 790 milioni di euro in consulenze, la maggior parte delle quali inutili (…) mentre i cittadini spendono di tasca propria 834 milioni l’anno per pagare i ticket sulle visite specialistiche. Il ticket è una delle tasse più odiose e ingiuste perchè è una tassa che ricade su chi è più malato. Per questo noi vogliamo eliminare tutte quelle consulenze che non servono per tutelare la salute e abolire il ticket per sollevare da una spesa aggiuntiva quei cittadini che si devono curare (Bersani, Ansa, 20 febbraio. Replica di Alfano: «Una proposta generica con poche possibilità  di attuazione»).
I mu: «Credo di aver dato dimostrazione plurima di aver realizzato le cose con serietà . Non mi chiamerò più Silvio Berlusconi se, vincendo e avendo la maggioranza dagli italiani, nel primo consiglio dei ministri non sarà  deliberata l’abolizione dell’Imu e la restituzione» (Berlusconi, Tg
La7, 6 febbraio. Mentana: e come si chiamerà ? «Giulio Cesare»). «Non sono un imbroglione come ha detto Bersani, ho scritto personalmente una lettera a 9 milioni di elettori. Con quella lettera uno potrà  andare dai giudici e chiedere quanto ho promesso se sarò presidente del Consiglio. Con quella lettera inviata agli italiani ho dato un fantastico esempio di serietà . (…) Sono pronto a restituire i 4 miliardi dell’Imu utilizzando la mia fortuna. Per Forbes il mio patrimonio attuale è di 4,5 miliardi? Con mezzo miliardo io vivrò benissimo… » (Tribuna elettorale 22 febbraio).
L ibri scolastici: «Graduale abolizione dei libri di scuola stampati, e quindi la loro gratuità , con l’accessibilità  via Internet in formato digitale» (programma del Movimento 5 Stelle). Liste d’attesa in ospedale: «Devono essere pubbliche e online» (programma del Movimento 5 Stelle).
M oneta padana: «È utile e può servire nelle crisi economiche a dare aiuto alle imprese e ci sono studi anche alla Bocconi per creare un circuito alternativo: ci stiamo ragionando e non escludo che anche noi decidiamo di farlo» (Maroni, Ansa 9/2/13. Commento di Bersani: «Potrebbero chiamarla il “marone”: un marone, due maroni, tre maroni…»). Mai: «Monti? Come è possibile immaginare che io possa governare con la destra? Perchè Monti è la destra, quella destra più compassata, la destra delle èlite che pensano di avere il destino del comando. Insomma, io considero Monti, non un nemico, ma un avversario da battere» (Vendola, Ansa, 21/2/13) «Vendola? Allo stato degli atti mi sembra impossibile. Quasi impossibile… Impossibile. Del resto lo ha detto più volte anche lo stesso Vendola» (Monti, TmNews 22 febbraio).
N umero dei parlamentari: «Nella prima riunione del Consiglio dei ministri dimezzeremo il numero dei parlamentari» (Monti, Adnkronos 5 febbraio).
O mosessuali: «Proporrò una legge che garantisca i diritti delle coppie di fatto, anche dei gay» (Berlusconi a Leader di Lucia Annunziata, 8 febbraio).
P atrimoniale: «Vogliamo che la patrimoniale la paghi lo Stato» (Oscar Giannino, Ansa, 13 gennaio, spiegando la sua ricetta per rilanciare l’economia abbattendo il debito pubblico e la spesa: «Corro da solo. È una prova difficile, ma è solo l’inizio. Bisogna dirlo, in fondo il cristianesimo iniziò con dei martiri e dopo duemila anni è ancora tra noi»).
Q uadruplo: «Se gli italiani con il loro voto ci daranno la possibilità  di governare già  nel primo Consiglio dei ministri approveremo un decreto legge che consentirà  ad un’impresa di assumere un nuovo collaboratore senza dover pagare nè i contributi nè le tasse per i primi anni. Converrà  più di un’assunzione in nero. Se ogni impresa assumesse anche un solo giovane avremo 4 milioni di nuovi posti di lavoro (Berlusconi, Rai Web Radio, 7 febbraio. Risposta di Bersani: «Stiamo ancora aspettando la milionata dell’altra volta…»).
R eddito di cittadinanza: «La prima cosa che faremo, dopo essere entrati in Parlamento, è il reddito di cittadinanza per chi perde o non ha il lavoro. C’è in tutta Europa, non lo abbiamo solo noi e la Grecia. Così i giovani non saranno più costretti ad accettare qualsiasi lavoro. Non è giusto che chi si laurea, oppure ottiene per esempio un master all’estero, debba poi lavorare in un call center per 400 euro al mese. Vada la figlia della Fornero a fare quei lavori. Con il reddito di cittadinanza per tre anni daremo mille euro al mese, per dare tempo al disoccupato di cercare lavoro. Daremo noi le opportunità  di lavoro negli uffici di collocamento dove, attraverso la rete, offriremo due o tre lavori. Se ti rifiuti perdi il sussidio» (Beppe Grillo, Ansa, 30 gennaio).
S pread: «Lo spread si è dimezzato e adesso possiamo impegnarci in una riduzione puntuale e graduale delle tasse, bloccando la spesa. Mi sembra una cosa buona e liberale» (Monti, Ansa, 2 febbraio).
T asse: «Tratterremo il 75% delle imposte lombarde in Lombardia» (Maroni, slogan elettorale. Berlusconi: «Abbiamo chiesto a un comitato, costituito dai nostri governatori delle regioni del Sud, di esaminare questa proposta della Lega, prima di inserirla nel nostro programma. Ci hanno garantito che è realizzabile senza penalizzare in nessun modo il Sud. In caso contrario, d’altronde, non l’avremmo mai potuta accettare». (Berlusconi, La Sicilia, 23 febbraio). Tombale (condono): «Io sarei assolutamente d’accordo nel farlo. È sempre stato avversato dalla sinistra in maniera totale». (Berlusconi a La 7). «Assolutamente sì. Del condono c’è assolutamente bisogno. Se avrò la maggioranza verrà  fatto» (a La7, 4/2/13). «Il condono tombale si impone in caso di riforma fiscale radicale» (conferenza stampa, 4-2-13, correggendo quello che aveva detto la mattina).
U briacatura: «Se Monti, Fini e Casini restano fuori dalla Camera mi ubriaco. Questa volta credo che dobbiamo mettere il prosecco in frigo. C’è la possibilità  davvero che tra qualche giorno possa ubriacarmi per la prima volta» (Berlusconi, Ansa, 17 febbraio).
V ia dall’Italia: «Se Maroni vince ci stacchiamo dallo Stato centrale, quello che munge le mammelle del Nord. Basta, andiamo per conto nostro: senza più minacce o secessioni. (…) Vinciamo in Lombardia, prendiamo il Nord e lo agganciamo ad altre regioni della bassa Europa, i cantoni Svizzeri, la Francia meridionale. I soldi resteranno qui». (Bossi, Repubblica, 3 febbraio).
W eb: «Io propongo la diretta web del Consiglio dei ministri» (Oscar Giannino, Sole 24 Ore, 23/2/13 teorizzando la massima trasparenza: peccato che per vanità  si fosse inventato un master e un paio di lauree e in un comizio avesse urlato: «Chi è contro il merito avrà  una voce che gli dirà  “Taci Miserabile”»).
Z anzara: «Se mi reintegrano torno a fare il direttore del Tg1 e non il senatore. Il sacro fuoco del mestiere mi tenta più che fare il deputato» (Augusto Minzolini, La Zanzara, Radio24, 19 febbraio).

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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A SILVIO ANCHE STAVOLTA GLIEL’HANNO FATTE VEDERE, CONTESTATO A SENO NUDO DA TRE ATTIVISTE DI FEMEN

Febbraio 24th, 2013 Riccardo Fucile

PROTESTA AL SEGGIO ELETTORALE : “BASTA SILVIO”… BLOCCATE DALLA DIGOS CON LA FORZA, NON ERANO VESTITE DA SUORA

Lo hanno contestato a seno nudo mentre votava davanti al seggio allestito nella scuola Dante Alighieri in via Scrosati a Milano.
Tre attiviste del gruppo Femen, come da tradizione del gruppo, si sono spogliate, nonostante il freddo, e a petto nudo con le scritte «Basta Silvio» disegnate sul corpo con un pennarello rosso, si sono messe davanti al seggio di Silvio Berlusconi.
Le tre donne sono state allontanate dagli uomini della Digos che le hanno bloccate con forza per terra all’esterno della scuola e poi le ha arrestate.
Le attiviste hanno opposto resistenza e sono state portate in questura.
Le tre contestatrici sono straniere, due avevano accento dell’est europeo mentre una è di nazionalità  francese.
Si chiamano: Inna Shevchenko, Oksana Shachko and Elvire Dupont.
Il movimento delle Femen ha “rivendicato” la contestazione su Facebook.

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LA VIGILIA DI EGLE AL MERCATO DEGLI SCARTI: “BISOGNA CAMBIARE”

Febbraio 24th, 2013 Riccardo Fucile

PENSIONATA A TORINO, E’ UNO DEGLI INVISIBILI CHE OGNI GIORNO IN PIAZZA RACCOLGONO GLI AVANZI… “PENSAVO DI AVERCELA FATTA, CI SENTIVAMO RICCHI E PIENI DI SPERANZA”

Non doveva finire così. Con questa sciarpa alta per nascondere il viso e le scarpette di pelle inadatte alla neve. Le mani screpolate. I denti che fanno male.
Gli occhiali ormai vecchi, che ti lasciano i contorni delle cose liquidi e sfocati.
Non doveva finire con questa paura di essere sorpresi, mentre stai agguantando una carota da terra.
La signora Egle Zorzan non è una ladra. Non ha mai fatto niente di male in vita sua. Ha lavorato, viaggiato, amato e pensato di avercela fatta.
Oggi, a 80 anni, sorride con disincanto, mentre mette via una mela scartata dal mondo e recuperata da lei.
Al mercato di Porta Palazzo, all’ora dei «raccoglitori», quando entrano in scena quelli che non possono permettersi di fare la spesa.
«Ci si vergogna un po’ – dice guardando dritto – ma in fondo è frutta buona. È un peccato. Andrebbe sprecata».
La prima volta era venuta per i giornali delle free press, quelli gratuiti.
Stava cercando un passatempo, ma ha trovato un modo per tirare la cinghia: «Ho notato che lo facevano in tanti. In particolare mi ha colpito una signora con la pelliccia: stava riempiendo un borsone di gambi di sedano. Mi ha sorriso, mi ha chiesto se volevo dividerli con lei. Quando sono arrivata a casa, li ho puliti bene, tagliati a pezzetti e messi nel surgelatore. Ci ho fatto il minestrone tutto l’inverno».
Sono giorni duri, questi. Di rinunce e minestre di fortuna.
Otto milioni di poveri in Italia, secondo l’Istat.
Nel 2012 solo a Torino sono state sfrattate 4.200 famiglie.
Diverse catene di supermercati hanno deciso di recintare i bidoni dell’immondizia, di fronte ai magazzini, per renderli inaccessibili. «È un modo per scoraggiare le code che si formavano alla sette di mattina», spiega un addetto alla distribuzione di Carrefour.
Giorni impietosi.
E adesso, dopo mesi di parole e promesse al centro della più brutta campagna elettorale di sempre, l’Italia va a votare e decide il suo futuro.
«Bisogna cambiare – dice la signora Zorzan – spero lo capiscano. Abbassare le tasse, alzare le pensioni minime. Prendersi cura di chi ha sempre lavorato».
I conti nel suo portafoglio sono presto fatti: 600 euro di reversibilità , meno 300 euro di affitto, meno le spese di condominio, le bollette, le tasse e il cibo.
«In media, ho calcolato, per mangiare spendo 5 euro ogni 3 giorni».
Eppure c’è stato un lungo periodo della vita in cui si era sentita orgogliosa, in pace e quasi ricca: «La mia famiglia è originaria del Veneto. Il paese si chiama Stanghella. Avevamo due campagne. Ero bambina e vedevo arrivare gli operai per la raccolta del grano, l’uva e il granturco. E quando mio nonno passava sul suo carretto, tutto il paese si toglieva il cappello: “Buongiorno signor Penon…”».
Sono partiti per Torino attratti dalla grande fabbrica.
«Era il ’59. Siamo scesi alla stazione di Porta Nuova con due bambini piccoli, come terroni del nord. Mio marito Giovanni lavorava in catena a Mirafiori. Ricordo quel periodo come il più felice della mia vita. Per me è stato il viaggio di nozze che non abbiamo fatto. Ricordo le lettere che spedivo a casa: “Mamma, siamo riusciti a mettere da parte 60 mila lire…”. Era una gioia».
Ma il ricordo più bello di tutta la vita forse – a ripensarci qui freddo, al mercato, oggi – è un altro: «La nostra famiglia su una piccola 500 nuova, con attaccata sul tetto una gigantesca lavatrice da regalare a mia suocera. Cantavamo fuori dai finestrini».   Adesso sono le due di pomeriggio. Il mercato sta sbaraccando. Venditori intirizziti gridano le ultime offerte anticrisi.
È tutto un rumore di cassette che si riempiono, ferri che cadono, carretti che trainano via, a pezzi, i banchi.
La signora Zorzan si ferma a parlare, consapevole di perdere i minuti propizi.
C’è un uomo di 92 anni, dentro a un giaccone azzurro, che spulcia una cipolla con le mani tremolanti. Una ragazza bella e arrabbiata che raccoglie costine.
Una pensionata in fuga dal suo quartiere: «Perchè qui non mi conoscono».
Donne anziane, muratori romeni, signori di mezza età  con piccoli trolley quadrettati e sguardi scientifici.
Quello che fa più male è il guizzo improvviso con cui raccolgono i pezzi da terra. Come fosse uno scippo. Qualcosa di inconfessabile.
La visione politica della signora Zorzan è la seguente: «Non credo più alle promesse di Berlusconi. Monti, oltre a mettere l’Imu, ha alzato troppo l’età  pensionabile. Grillo urla come la Lega all’inizio. Bersani non mi hai convinto, non so perchè. C’è solo un politico che avrei votato volentieri: Matteo Renzi».
Vada come vada, lei non resterà  a guardare. «Con gli ultimi risparmi ho comprato un pezzo di orto popolare. Le piantine dei piselli sono già  alte 7 centimetri. Ho piantato anche radicchio, cipolline, aglio, rape».
È così che resiste, lavorando ancora e facendo sacrifici ingiusti.
«Non sono più andata dal dentista. Anche l’apparecchio acustico costava troppo». Si è riscoperta povera quando pensava di averla scampata.
«E dire che con i risparmi per molti anni ce la siamo cavata bene. Abbiamo aiutato i nostri figli. Siamo stati in Spagna, a Parigi, molte volte in Liguria a Loano, un posto che mi piace tantissimo».
Ecco, se c’è un sogno che Egle Zorzan spera che la politica italiana non gli strappi via proprio questo: «Andare al mare a ottobre. Quando è bello, ma costa meno. Sto risparmiando. Vorrei tornare nella pensione che piaceva tanto a Giovanni, quella vicino alla stazione. Ci passavamo un mese d’estate, quando ancora ci chiamavano il signore e la signora Zorzan».

Niccolò Zancan
(da “La Stampa“)

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“MAGISTRATI PEGGIO DELLA MAFIA”: NESSUN LEADER EUROPEO POTREBBE MAI DIRE UNA FRASE VERGOGNOSA DEL GENERE SENZA ESSERE CACCIATO DAL PROPRIO PARTITO

Febbraio 24th, 2013 Riccardo Fucile

BERLUSCONI SI APPROPRIA DELLA CONFERENZA STAMPA DEL MILAN PER SPARARE SUI MAGISTRATI: “PEGGIO DELLA MAFIA”

“Mi hanno attaccato col bunga bunga, che è un’operazione di mistificazione e diffamazione che si regge sul nulla e ripresa da tutti i giornali di Paesi stranieri dove la magistratura è una cosa seria mentre da noi è una mafia più pericolosa della mafia siciliana”. Proprio non ce la fa, è più forte di lui. Silvio Berlusconi neanche questa volta ha rispettato il silenzio elettorale.
“Sa vivere solo violando le regole”, è scattata Anna Finocchiaro del Pd.
Mentre Antonio Ingroia, coinvolto sia come avversario politico sia come magistrato, ha invocato l’intervento del Colle: “Noi rispettiamo le regole e quindi il silenzio elettorale, altri non lo hanno fatto e, non potendo commentare certe dichiarazioni, chiediamo l’autorevole intervento del Presidente della Repubblica, anche a tutela della credibilità  della magistratura di cui il Capo dello Stato è supremo garante”, ha detto il leader di Rivoluzione Civile.
Ovviamente secondo Berlusconi non c’è nulla di male in quanto ha detto. “Non ho violato alcuna regola. Non mi riferivo alla grande maggioranza dei magistrati onesti e irreprensibili, ma a quella minoranza che usa la giustizia a fini di lotta politica”, ritratta con un comunicato a tarda serata.
Troppo tardi.
Anche perchè mica solo di magistratura ha parlato.
Ieri pomeriggio, nella sala stampa di Milanello in vista del derby della Madonnina in programma stasera a San Siro, l’ex premier si è lasciato prendere la mano.
Il governo Monti “ci ha portato alla recessione malgrado il debito pubblico e la disoccupazione” mentre “io ho fatto proposte concrete e sono orgoglioso della mia campagna elettorale”, ha detto.
Purtroppo “ho dovuto sacrificare i miei programmi: il Milan, la fondazione e la costruzione di ospedali in Africa ma Angelino mi ha sollecitato a tornare in politica”. Lui proprio non voleva.
Poi scherza su Monti: “Avete visto lì, il cagnolino? L’ha preso in affitto poche ore… (il che è pure falso n.d.r.) a me invece hanno appena regalato un barboncino bellissimo che domani sera a San Siro darò alle mie nipotine”.
In sala Berlusconi ha davanti una ventina di giornalisti sportivi che seguono il Milan. Amici. Con loro scherza (“devo venire più spesso, avevamo fatto un bel gruppetto”), gli promette creme di bellezza omaggio (“sono introvabili, ve le mando; quante ne servono? Venti? Trenta?”, chiede ad Adriano Galliani seduto al suo fianco) e parla di calcio.
Poi uscendo incrocia alcuni cronisti decisamente meno habituè, tra cui un inviato di una tv greca. “Crede che l’Italia rischi la sorte del nostro Paese?”, chiede.
“Se vincerò le elezioni io batterò i pugni in Europa, vi difenderò. Hanno trovato Monti che è sempre servizievole e che si inginocchiava a tutte le richieste della signora Merkel e ora gli spiace perderlo. Con Bersani succede la stessa cosa, io invece gli do del filo da torcere”.
Breve pausa. “Anzi se sa come posso aiutarvi… Avevo detto a Papadopoulos” (promotore del colpo di Stato del 1967, scomparso nel ’99), “Forse Papandreou?”, lo corregge il giornalista.
“Sì, gli avevo detto che ero pronto a investire. Lo dissi anche a Samas”.. “Forse Samaras?”. “Sì, si. Gli dissi che se aveva una bella isola da vendermi io ero pronto a comprarla; poi visto il crollo dei prezzi mi è sembrato di approfittarne”.
Ma, ripete, “se dovessi vincere le elezioni imposterei in Europa una soluzione per la Grecia”.
Va verso l’uscita. “Domani se vinciamo tutti da Giannino”, annuncia. Prima si vota, al mattino. Poi si va a San Siro. Insieme ai nipotini e al barboncino Dudu, “bambola in francese”. Ha voglia di parlare.
Se il Milan vince il derby quanti voti conquista il Pdl? “Non si dice, gli interisti potrebbero arrabbiarsi”.
Già , le regole del calcio si rispettano.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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47 MILIONI DI ITALIANI SCELGONO IL NUOVO PARLAMENTO

Febbraio 24th, 2013 Riccardo Fucile

OGGI E DOMANI SI VOTA PER IL RINNOVO DI CAMERA, SENATO E TRE CONSIGLI REGIONALI… HANNO GIà€ ESPRESSO IL LORO CONSENSO 3,43 MILIONI DI CITTADINI ITALIANI RESIDENTI ALL’ESTERO

Oggi dalle 8 alle 22 e domani dalle 7 alle 15 si vota (per chi è interessato, servono un documento di identità  e la tessera elettorale). Ecco un breve riassunto di numeri e regole che decideranno il prossimo governo.
VOTANTI
Sono poco meno di 50 milioni gli italiani attesi nei 61.445 seggi sparsi per la Penisola: per la precisione 47 milioni sono gli aventi diritto per la Camera (dove si vota dai 18 anni in su) e 43 milioni la platea che eleggerà  il prossimo Senato (bisogna avere almeno 25 anni).
A questi vanno aggiunti i 3,43 milioni di cittadini italiani residenti all’estero che hanno già  votato nelle scorse settimane in quattro grandi circoscrizioni: America del Nord, America del Sud, Europa, Asia-Oceania-Africa).
Oltre alle politiche, poi, tre regioni rinnovano consigli e giunte regionali: sono interessati i 9,6 milioni di elettori della Lombardia, i 5,5 del Lazio e i 313 mila del Molise.
RISULTATI
Gli instant poll dovrebbero uscire pochi minuti dopo la chiusura delle urne: c’è il problema che sarà  assai difficile siano corretti visto che stavolta la corsa è aperta e i contendenti troppi.
Lo scrutinio partirà  con il Senato, motivo per cui anche le prime proiezioni andranno prese con le molle: la platea elettorale è diversa da quella della Camera e i voti si contano su base regionale e non nazionale (ci torneremo).
Per avere numeri certi, anche se non definitivi, bisognerà  aspettare la notte di lunedì.
ELETTI
Saranno 630 deputati e 315 senatori, rispettivamente 12 e 6 dei quali appannaggio dei residenti all’estero: a parte Val d’Aosta e Trentino Alto Adige, le liste sono bloccate (niente preferenze).
SEGGI
La loro suddivisione è decisa dalla legge elettorale, il famoso Porcellum.
Alla Camera vengono divisi su base nazionale: chi prende un voto più degli altri si accaparra il premio di maggioranza, vale a dire 340 deputati (il 55% degli eletti in Italia).
In Senato, invece, il premio si calcola su base regionale, eccetto che per i soliti Val d’Aosta e Trentino Alto Adige: le regioni più rilevanti sono, ovviamente, quelle più popolose (Lombardia, Campania e Lazio le prime tre). La maggioranza siraggiunge a 158 senatori — esclusi quelli a vita — e gran parte della partita, come ripetuto da tutti, si gioca proprio in Lombardia, che assegna 27 senatori al partito/coalizione vincente ed è da sempre una roccaforte del centrodestra.
SOGLIE
Per entrare in Parlamento le liste devono superare una percentuale di voti minima.
Gli sbarramenti per le coalizioni sono al 10% nazionale alla Camera e al 20% su base regionale al Senato (le liste collegate devono raggiungere rispettivamente il 2 e il 4%, ma entra anche la “migliore tra le peggiori” sotto la soglia).
Per chi si presenta da solo, invece, siparte dal 4% e dall’8%.
A stare ai sondaggi, sono cinque le liste o coalizioni che potrebbero essere rappresentate nel prossimo Parlamento: oltre a Pd-Sel e Pdl-Lega-altri, infatti, è assai probabile che anche Movimento 5 Stelle, la coalizione di Ma-rio Monti e, forse, Rivoluzione Civile riescano a entrare in entrambe o in una delle due Camere (la formazione centrista rischia di rimanere fuori da Montecitorio, il movimento di Ingroia invece difficilmente eleggerà  anche solo un senatore e lotta sul filo per la soglia del 4% nazionale alla Camera).
REGIONI
Nelle elezioni regionali vince il candidato presidente che prende un voto più degli altri (niente ballottaggio) aggiudicandosi il premio di governabilità  collegato agli eletti del suo listino.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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UN MILIARDO E MEZZO DI EURO BUTTATI: QUANTI SPRECHI NELLE OPERE DI BERLUSCONI

Febbraio 24th, 2013 Riccardo Fucile

DELLE OPERE PROMESSE NEL 2001 SOLO IL 9% E’ STATO REALIZZATO (17 SU 192)…PER MOLTE ALTRE L’ITER E LE SPESE VANNO AVANTI ANCHE SE NON SARANNO MAI REALIZZATE

Un miliardo e mezzo di euro buttati via.
E’ il prezzo del giochetto televisivo del 2001, a “Porta a porta”, con la lavagna su cui veniva tracciato l’elenco delle grandi opere: ha fruttato un bel pacchetto di voti a Berlusconi e una consistente dispersione di denaro pubblico.
Da allora – tra studi, consulenze, commissari, società  ad hoc – per progetti mai realizzati   è andata in fumo una cifra equivalente a tre volte il bilancio del ministero dell’Ambiente.
I dati sono contenuti in uno studio della Legambiente: “Chi ha visto la Legge Obiettivo?”
Della mitica norma che per anni è stata al centro delle polemiche non si parla più. Quasi sparita da questo dibattito elettorale.
Rimossa da chi ne aveva fatto una bandiera e oggi guarda con imbarazzo ai risultati ottenuti in più di un decennio.
“La bulimia di opere, grandi e piccole, ma tutte definite strategiche è stata tale in questi anni da aver fatto lievitare l’elenco fino a 192 infrastrutture tra strade, autostrade, linee ferroviarie, porti, aeroporti”, si legge nel rapporto.
“Dal 2001 ad oggi, di questo elenco di opere solo il 9% è stato realizzato (17 su 192) ma per tutte le altre l’iter va avanti e quindi continuano le spese, malgrado in molti casi sia assolutamente evidente che non potranno mai essere realizzate”.
L’80 per cento della domanda di trasporto, quella urbana, non è neanche in lista d’attesa perchè i soldi vengono dirottati altrove.
“Nel Decreto Sviluppo approvato a dicembre”, continua il rapporto, “il ministro Corrado Passera ha inserito ulteriori risorse per le grandi opere sotto la forma di credito d’imposta fino al 50% del valore dell’opera a valere su Ires e Irap. L’aspetto incredibile è che queste risorse pubbliche andranno a opere per le quali ‘è accertata la non sostenibilità  del piano economico finanziario’. Ci troviamo quindi di fronte a un autentico regalo, in soldi pubblici, per opere che non servono (non sono prioritarie) e che non si ripagano neanche con i pedaggi”.
In molti casi dunque a bloccare i progetti non sono stati i veti ambientalisti ma i conti che non tornano.
Ad esempio per il passante autostradale di Mestre sono stati investiti 900 milioni di euro, una cifra con la quale si sarebbero potuti comprare 100 treni pendolari ad alta capienza.
Per correggere il tiro   –   suggerisce Legambiente   –   occorre intervenire sui 304 miliardi di euro di debiti che sono la spesa prevista (e giudicata sottostimata) per le 175 opere mirate ai trasporti ancora da realizzare. Una voragine da chiudere dirottando altrove buona parte degli sforzi.
Ecco un rapido elenco delle priorità  proposte.
Investire sulla mobilità  sostenibile nelle aree urbane.
Far crescere il trasporto ferroviario pendolare in modo da arrivare a 5 milioni di utenti nel 2020 (oggi sono 2,9 milioni).
Ridurre del 20% la quota di trasporto merci che viaggia su gomma, investendo seriamente nella logistica e nell’offerta di servizi efficienti, concorrenziali, integrati su treno e nave.
Ridurre il numero delle vittime degli incidenti stradali del 20%.
Creare un’Authority per il settore dei trasporti

Antonio Cianciullo
(da “La Repubblica“)

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