Ottobre 1st, 2026 Riccardo Fucile
SE VOTASSERO 12 MILIONI DI PERSONEA CONTE 44% DAVANTI A SCLHEIN (40%)… SE SI CONSIDERANO SOLO QUELLI DECISI A VOTARE ALLE PRIMARIE (1,5 MILIONI DI ELETTORI) SCHLEIN 43% DAVANTI A CONTE 41%
Le primarie fanno paura, o comunque non piacciono. Semina sentenze interessanti, il
sondaggio di Demopolis sulle opinioni degli elettori progressisti riguardo le primarie, realizzato per la trasmissione Otto e Mezzo. Perché innanzitutto conferma che gli elettori del campo largo la pensano in modo molto diverso tra loro sulla necessità o meno dei gazebo. E in generale, ribadisce che per Elly Schlein, pur essendo la leader del partito nettamente più forte a sinistra, le primarie sarebbero una sfida ad alto rischio. Principalmente, perché un pezzo dell’elettorato del Pd potrebbe anche optare per Conte. Così emerge dai numeri.
E il primo racconta che per la maggior parte degli elettori del centrosinistra – il 51 per cento – le primarie “non sono necessarie”. Ergo, meglio scegliere il candidato per Palazzo Chigi con un accordo tra i partiti. Ipotesi remota, ad oggi, come anche in queste ore soffiavano fonti del Movimento: “Schlein non accetterebbe mai un terzo nome”. E Conte? Ormai attende le primarie. Ma guarda il gioco. E ieri a Un Giorno da Pecora lo ha fatto capire anche la vicepresidente del M5S Vittoria Baldino: “Io vorrei che il candidato fosse Conte, ma se non si potesse e si volesse valutare anche un terzo nome, saremmo disponibili a valutarlo. A me per esempio Pier Luigi Bersani piacerebbe molto, gli dobbiamo tanto”. Schermaglie, forse.
E comunque poi c’è un altro dato dal sondaggio, secondo cui “solo” il 42 per cento degli elettori progressisti pretendono i gazebo. E ovviamente la percentuale schizza verso l’alto tra l’elettorato del Movimento, con il 60 per cento che li ritiene necessari, a fronte dell’appena 33 tra i dem.
E ancora: per il 53 per cento degli elettori progressisti le primarie rischiano “di indebolire e dividere” la coalizione.
Ma se si tenessero comunque, chi vincerebbe? Tra chi vota a sinistra, le preferenze vanno per Conte, al 33 per cento, seguito a discreta distanza da Schlein (26) e dalla sindaca di Genova, Silvia Salis, al 20 per cento. Onorato e Ruffini invece dovrebbero spartirsi un modesto 5 per cento.
Ma il sondaggio presenta anche altri due scenari. Il primo rivela che, nel caso votassero tutti i circa 12 milioni di elettori del centrosinistra, Conte sarebbe ancora davanti, ma con meno margine: il 44 per cento, a fronte del 40 della segretaria del Pd.
Ma se la conta si limitasse a chi oggi andrebbe a votare ai gazebo – un milione e mezzo di persone – a farcela sarebbe Schlein con il 43 per cento, ovvero due punti in più rispetto all’ex premier. In sintesi, la partita sarebbe apertissima. Su questo puntano i 5Stelle, che in questa fase però, come raccontato ieri dal Fatto, non vogliono attaccare Schlein, vedendola già in difficoltà sul fronte interno.
La conferma indiretta l’ha data ieri lo stesso Conte a L’aria che tira, riservando parole concilianti ai dem: “Adesso il Pd ha importanti riunioni, e poi ci confronteremo. Noi siamo pronti, abbiamo un progetto e non vediamo l’ora di condividerlo rispettando i tempi del Pd e degli altri alleati”. Tradotto: aspettiamo che Schlein si copra le spalle. Poi si vedrà.
(da il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 1st, 2026 Riccardo Fucile
TRA TORTE E CARTONATI, UNA SFILATA DEL CATTIVO GUSTO
Fate questo in memoria di me. Alla Mostra d’Oltremare di Napoli, luogo fieristico che ospita eventi di vario genere (due settimane fa, per dire, c’era Pony in festa, “un’esperienza all’aria aperta con protagonisti i dolcissimi pony, da pettinare, accarezzare e conoscere da vicino”), si sono svolti i festeggiamenti per il 90esimo compleanno di Silvio Berlusconi, assente per le note cause di forza maggiore.
A celebrare il rito del taglio della torta – un sobrio cerchio di panna montata decorato con riccioli tricolori, il logo di Forza Italia e, al centro, la foto “iconica” in glassa di zucchero di Silvio che pulisce la sedia su cui era seduto Marco Travaglio durante una puntata di Servizio pubblico – gli autorevoli Maurizio Gasparri, senatore, e Fulvio Martusciello, europarlamentare.
Cioè: un gesto da guitto, di cui persino uno come Berlusconi si dirà in seguito mezzo pentito, viene commemorato dai suoi dipendenti e/o sottoposti come il più alto lascito morale del grande statista all’Italia (volendo, c’era pure la foto in cui Silvio fa le corna al vertice dei ministri degli Esteri dell’Ue in Spagna, ma forse non volevano rovinargli la reputazione).
Nella sala, eleganza e buon gusto regnano sovrani: striscioni “Happy Birthday Silvio”, cartonati del festeggiato a grandezza naturale (chissà se con o senza scarpe rialzate), T-shirt e fazzoletti col cavaliere ricamato e la scritta “Siete sempre dei poveri comunisti”, gigantografie di Silvio con didascalia “Non sapete nemmeno scherzare”: tutto trasuda edonismo, spensieratezza, goliardia, ottimismo, persino adesso ch’egli dovrebbe trovarsi, stando ai princìpi-guida del partito dell’Amore, come minimo in Purgatorio, e avrebbe più bisogno delle preghiere che dei lazzi e delle buffonate dei suoi epigoni. Tutta superficie, quella su cui lui ha surfato per una vita; tutto per obliare la violenta ebbrezza, la voracità gagliarda, il furore d’autodistruzione morale che ha portato la sua vicenda ghiandolare e personale a sovrapporsi all’identità e ai destini di una nazione.
“Silvio Berlusconi è sempre con noi”, ha detto la figlia Marina, cavaliera del Lavoro anch’ella per evidenti meriti, e come darle torto: a marzo scorso siamo andati a votare a un referendum per respingere “il sogno” di Berlusconi, la legge contro i magistrati benedetta da lui in cielo e tentata dal cosiddetto ministro Nordio in terra. E in nome e in memoria di chi, invece, sono stati fatti dal governo Meloni i condoni, i favori agli evasori, le flat tax, i bavagli alla stampa, la stretta sulle intercettazioni, i dispetti alla magistratura e la gloriosa abolizione del reato di abuso d’ufficio?
In questa stessa settimana è stato intitolato a Berlusconi l’aeroporto di Milano-Malpensa, lo scalo secondario della “capitale morale” crivellato fin dalla posa della prima rotaia da inchieste e poi da condanne definitive per tangenti, estorsioni, corruzioni e intimidazioni gestite dalla ’ndrangheta sui lavori edilizi e ferroviari di terminal e parcheggi; e in effetti, per dirlo con le parole di Marina, “che nome migliore potrebbe avere, questo aeroporto, se non quello di Silvio Berlusconi?”. Presenti alla cerimonia dello svelamento della targa, il presidente del Senato La Russa, in evidente difficoltà a giustificare la pagliacciata a livello istituzionale, e il ministro per così dire dei Trasporti Salvini, il quale per sua fortuna dev’essere arrivato in loco in autoblu e non viaggiando su un treno di quelle Ferrovie che dipendono dal suo ministero.
Berlusconi è come quel Pontefice, Papa Formoso, che nell’897, nove mesi dopo la morte, venne riesumato per esser sottoposto a un processo per spergiuro a San Giovanni in Laterano, nell’evento che passò alla storia come “Sinodo del cadavere”; un diacono, in piedi accanto alla salma rivestita coi paramenti sacri e messa seduta su un trono, rispondeva alle accuse al posto suo. La differenza è che Papa Silvio viene idealmente riesumato per essere onorato e celebrato, invece che processato, e ciò grazie alle varie prescrizioni, a una quarantina di leggi ad personam, ai legittimi impedimenti e a tutte le altre malandrinate commesse in vita dal de cuius per evitare, per l’appunto, i processi. A spegnere le candeline al posto suo, non in piedi ma inchinati come ai vecchi tempi, i diaconi di Forza Italia e di mezzo governo; a dedicargli aeroporti, francobolli e leggi, i servi di sempre.
Comunque: fossimo inclini agli affari come gli eredi Berlusconi, apriremmo un’agenzia di viaggi che proponga pacchetti all inclusive per turisti che volessero fare uno spassoso tour tra l’aeroporto di Palermo “Falcone e Borsellino” e l’aeroporto intitolato a colui che ha fondato un partito insieme a un condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per aver fatto da tramite tra Berlusconi e Cosa Nostra. Queste attrazioni mica ce l’hanno, gli altri Paesi.
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Ottobre 1st, 2026 Riccardo Fucile
TERZO EPISODIO IN POCHI GIORNI IN CITTA’: “BRUTTO SINTOMO DI UN CLIMA POLITICO”
Un’altra aggressione omofoba, la terza in pochi giorni, a Bologna, la città che per prima
ha visto nascere all’inizio degli anni Ottanta un circolo gay, il Cassero, da sempre aperta e inclusiva. Ma il clima ora si sta facendo pesante. A raccontare l’episodio di cui è stato protagonista, suo malgrado, Giorgiomaria Cornelio, 29 anni, poeta originario delle Marche, firma di Repubblica, che vive a Venezia ma che spesso frequenta Bologna. «Ieri all’ora di pranzo era con due ragazzi, uno di origine straniera – spiega Cornelio – all’incrocio tra via Mascarella e via Belle Arti, in pieno centro, nella zona universitaria. Un uomo già alterato e con una bottiglia in mano si è avvicinato e prima se l’è presa con il mio amico insultandolo e urlandogli offese razziali, poi ha cominciato a inveire anche contro di me, “froci, stranieri, vi ammazzo, vi taglio la gola”. Si toccava i pantaloni e diceva che aveva un coltello. Ha colpito il mio amico, che si è spaventato molto, con un ceffone, urlandogli “mi prudono le mani”. Ho chiamato la polizia che poi è intervenuta bloccandolo e spiegandoci che è uno che è stato protagonista di altri episodi violenti».
Il punto però, ci tiene a sottolineare Cornelio, è che uno che dà in escandescenze lo faccia proprio con offese razziali e omofobe: «Purtroppo – continua – il segnale è proprio questo, di un clima di violenza che si sfoga su omosessuali e stranieri. E’ sintomatico che avvenga anche in un luogo queer come è sempre stata Bologna». Proprio a causa del ripetersi di questi episodi cresce l’allarme della comunità Lgbt: stasera ci sarà un’assemblea pubblica convocata su questo tema.
(da agenzie)
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Ottobre 1st, 2026 Riccardo Fucile
IL PARADOSSO PER MELONI E SALVINI: PER ANNI FDI E LEGA HANNO PORTATO AVANTI UNA BATTAGLIA CONTRO LA DIRETTIVA BOLKESTEIN SULLA CONCORRENZA NEL MERCATO EUROPEO. E ORA, PER EVITARE UNA PROCEDURA D’INFRAZIONE UE, È PROPRIO IL GOVERNO DEI PATRIOTI A DOVER SCONTENTARE I BALNEARI
È il documento che mette nero su bianco la sconfessione di una linea portata avanti per anni. Quella contro la direttiva Bolkestein, che prevede l’assegnazione delle concessioni balneari tramite gare pubbliche.
Ecco l’inversione a U della destra: un testo di 33 pagine, che Repubblica ha potuto visionare, per indicare agli “enti concedenti” (Comuni, province e Regioni) i criteri del “bando-tipo”. A iniziare dalla durata della concessione (da un minimo di cinque anni a un massimo di venti) e dagli indennizzi a chi lascerà la gestione dello stabilimento a un altro operatore.
La bozza del documento messo a punto dal ministero delle Infrastrutture, titolare della gestione del demanio marittimo, contiene le “indicazioni operative” per la scrittura dei bandi. Le concessioni balneari dovranno essere riassegnate tramite gare pubbliche entro il 30 settembre 2027. […]
Ecco la formula con cui i sindaci annunceranno l’indizione delle gare: “È indetta una procedura competitiva ad evidenza pubblica, aperta a tutti gli operatori economici, per il rilascio della concessione demaniale marittima con finalità turistico-ricreativa, avente ad oggetto le aree sottoelencate ed identificate dal presente avviso, da aggiudicarsi secondo l’offerta/proposta più vantaggiosa per l’interesse generale nel rispetto di quanto previsto dalla vigente normativa in materia demaniale marittima, dalle prescrizioni urbanistico edilizie dettate dal piano di utilizzazione degli arenili”.
Il bando dovrà indicare l’oggetto e le finalità della concessione. Potrà riguardare, tra i diversi impieghi, gli stabilimenti balneari, gli “esercizi di ristorazione”, la spiaggia libera attrezzata, le aree demaniali per lo svolgimento di attività sportive e i punti di ormeggio.
Chi parteciperà alla gara dovrà dimostrare di avere “un’adeguata solidità e solvibilità” attestata da almeno una banca. In caso di investimenti “rilevanti” dovrà anche avere “adeguate garanzie” rilasciate da un istituto bancario o da un altro intermediario finanziario. In alternativa potrà appoggiarsi sull’ultimo bilancio presentato.
Lo stesso concorrente dovrà dimostrare di aver esercitato “negli ultimi XX anni, e per un periodo non inferiore a XX stagioni complessive anche non continuative, attività turistico-ricreativa comparabile a quella oggetto della concessione”.
Tra i servizi e le caratteristiche minime obbligatorie in capo agli stabilimenti c’è la presenza di un bagno e di una doccia per i disabili, oltre a “percorsi pedonali complanari verso tutti i servizi”. C’è anche l’obbligo di passerelle, con una larghezza minima di almeno 1,20 metri, per permettere l’accesso diretto alla battigia in carrozzina.
“Il bando – si legge nel documento – dovrà individuare la durata della concessione, entro il limite minimo di cinque anni e massimo di venti anni”.
Gli operatori potranno partecipare alla gara “in forma singola o associata”. A tutela della “massima partecipazione” e della “concorrenza” sono previsti limiti di partecipazione/aggiudicazione. L’ultima bozza del documento del Mit, datata 29 settembre, non ha ancora quantificato i paletti (gli spazi sono contrassegnati con una doppia XX), ma il principio è stato già fissato. Ecco come:
Il bando di gara dovrà includere anche l’importo degli indennizzi per chi lascerà lo stabilimento a un altro gestore. L’indennizzo sarà a carico del concessionario subentrante. Sarà quest’ultimo a dover richiedere una perizia sul valore degli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati al termine della concessione. In ogni caso al concessionario uscente dovrà essere garantita “un’equa remunerazione sugli investimenti effettuati negli ultimi cinque anni”.
Nel conteggio della perizia sono inclusi gli investimenti effettuati in conseguenza di eventi calamitosi, come le mareggiate, o di sopravvenuti obblighi di legge, e “al netto di ogni misura di aiuto o sovvenzione pubblica eventualmente percepita e non rimborsata”.
L’indennizzo, che include anche i beni “amovibili e di facile rimozione ceduti”, dovrà essere corrisposto al concessionario uscente in due tranche. Un anticipo, non inferiore al 20% del totale, all’atto dell’aggiudicazione della concessione demaniale e il resto “non oltre sei mesi” dalla stessa aggiudicazione.
Il bando dovrà riportare anche le modalità per definire il canone dovuto dal concessionario allo Stato. Potrà indicare “una sua quantificazione di massima”. Il valore del canone terrà conto della superficie (scoperta e coperta), ma anche della “valenza turistica assegnata” e delle tasse regionali sulle concessioni dei beni demaniali.
Il canone previsto nel bando è da intendersi come provvisorio, “salvo conguaglio per gli adeguamenti previsti dalla normativa vigente”, compreso gli adeguamenti dell’Istat, “nonché i termini e le modalità di corresponsione dello stesso”. Lo stesso canone potrà variare in base se il nuovo concessionario installerà nuove opere, ma anche per eventuali nuove norme.
(da agenzie)
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Ottobre 1st, 2026 Riccardo Fucile
IL CASO DEL “MODERATO” GIANNETTA È EMBLEMATICO. SI È BUTTATO SENZA PROBLEMI TRA LE BRACCIA DI VANNACCI IN CERCA DI UNA POLTRONA: “IL GENERALE NON È UN ESTREMISTA, È UN PROVOCATORE. VOGLIO DIVENTARE PARLAMENTARE, CERTO, NON C’È NIENTE DI MALE…”
Il primo nucleo di Futuro nazionale — i deputati Emanuele Pozzolo, Edoardo Ziello e
Rossano Sasso — proveniva da FdI e Lega. Poi il colpaccio, il volto noto: Laura Ravetto, leghista al momento del passaggio, ma con una storia lunga dentro Forza Italia. Forzista è anche il siciliano Tommaso Calderone, ultimo innesto.
In mezzo c’è stato lo sbarco di Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof, della Lega, e di Davide Bergamini (già ex Carroccio) e Attilio Pierro di FI. Questo in Parlamento, dove altri traslochi non sono esclusi per niente: voci insistenti riferiscono di trattative in corso per Fabrizio Sala, Andrea Caroppo e Giuseppe Mangialavori, tutti (attualmente) forzisti.
Ma smottamenti costanti si registrano un po’ in tutti i territori: al Comune di Milano e in Regione Lombardia, in Piemonte e in Veneto.
«Ci vuole svuotare con la promessa di seggi facili», accusano il colpo dirigenti e deputati semplici dell’attuale area di governo. Che siano «traditori», interessati alle liste più che alle idee, è tesi sostenuta anche apertamente. Di certo spesso il passaggio è disinvolto. E repentino.
Vannacci ha definito i suoi «la feccia», nella curiosa accezione di «figli di nessuno», ha spiegato. L’appellativo più comune, però, è quello di transfughi È uno di loro Domenico Giannetta, 56enne chirurgo calabrese, dai modi ossequiosi e l’eloquio mite, una vita dentro Forza Italia. Fino a fine agosto, quando ha lasciato il suo partito con il quale era stato eletto consigliere regionale, forte di 11 mila preferenze, solo un anno prima.
Quel suo partito, infatti, gli aveva comunicato che non intendeva candidarlo al collegio Reggio-Locri lasciato libero dal sindaco Cannizzaro. Il passaggio con Vannacci e la candidatura in quello stesso collegio per conto di Fn sono arrivati con una sola mossa. «Io un traditore?», si scalda per un istante Giannetta, quando gli si riporta l’appellativo che i forzisti calabresi gli hanno scagliato contro. «Traditore è chi non è leale con l’elettorato per interessi familistici e privatistici, come hanno fatto i dirigenti del mio ex partito in Calabria».
Neppure la constatazione, abbastanza ovvia, che passare da FI a Fn sia un passo lungo, scompone Giannetta: «Non rinnego nemmeno un giorno della mia storia dentro FI. Porto con me gli insegnamenti di un grande leader come Silvio Berlusconi. Ma il partito è cambiato. E io ho conosciuto il generale Vannacci e in lui ho ritrovato grandi valori, serietà, rettitudine che mi ispirano fiducia».
Giannetta moderato nasce e moderato giura di sentirsi ancora e sempre: «Moderato ma politicamente determinato». Apparentemente non si scompone nemmeno di fronte a certi eccessi comunicativi di Vannacci. «Il generale non è un estremista, è un provocatore — dice —, e ha il merito di portare all’attenzione di tutti temi come immigrazione, sicurezza, famiglia, non più rinviabili, con il piglio necessario».
Giannetta la battaglia del collegio di Reggio-Locri l’ha persa. Ma raggiungendo quasi l’11 per cento in un territorio difficile, come quello calabrese, feudo forzista, sente di aver portato a termine la sua missione per conto del generale.
«Non siamo andati bene, siamo andati benissimo — dice orgoglioso —, al di là di chi prende il seggio i veri vincitori siamo noi. Saliamo a grande velocità mentre i grandi padroni di Forza Italia come Cannizzaro perdono consenso rispetto solo a 4 mesi fa».
Tuttavia non nega che dietro a tanto entusiasmo ci sia la prospettiva personale: «Voglio diventare parlamentare certo, non c’è niente di male. Ho fatto esperienza in tutte le istituzioni e mi sento pronto»
(da “Corriere della Sera”)
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Ottobre 1st, 2026 Riccardo Fucile
LE INCOGNITE SUI RISARCIMENTI CHE SPETTANO ALLA FAMIGLIA REGENI (CIRCA 500 MILA EURO) – L’EGITTO FINORA NON HA MAI COLLABORATO CON ROMA: NON SI CONOSCONO I DATI PATRIMONIALI DEI CONDANNATI E NEMMENO IL LORO DOMICILIO
L’Egitto farà scontare la condanna ai tre ufficiali dell’intelligence?
No. Per proteggerli, in questi dieci anni, il governo egiziano ha fatto ricorso a molti espedienti, violando consuetudini internazionali e addirittura arrivando ad accusare i magistrati italiani di aver sovvertito le regole del diritto (il famoso memorandum del 2020, vissuto come una sorta di ritorsione nei confronti dell’Italia che indagava sugli apparati egiziani).
A chi tocca far rispettare la sentenza?
Il nostro governo dovrebbe far valere la decisione dei giudici con gli strumenti che ha a disposizione, appena apprenderà ufficialmente la notizia della condanna attraverso la trasmissione del dispositivo della Corte d’Assise.
Ma per un’iniziativa vera e propria è ipotizzabile che si attenda il deposito delle motivazioni tra dicembre e gennaio 2027. La presidenza del Consiglio beneficia di 150 mila euro di risarcimento come stabilito dai giudici.
Come farà a ottenerli?
Anche in questo caso, come per i risarcimenti spettanti alla famiglia Regeni (500 mila euro a titolo di provvisionale), vi sono delle incognite. Le autorità italiane non dispongono delle informazioni necessarie a rendere esecutiva la decisione dei giudici.
Manca, tra tutte, il domicilio dei condannati e ovviamente qualsiasi dato sul loro patrimonio (conti correnti o immobili per capirci). In queste condizioni sarebbe velleitario presumere di poter ottenere un pignoramento in caso di insolvenza degli imputati.
Il processo Regeni è «datato» perché i fatti risalgono a febbraio del 2016. C’è un nodo prescrizione?
Si, sullo sfondo vi è anche questa eventualità. Il sequestro, ossia il reato per il quale è stata emessa la condanna, si prescrive dopo dodici anni e mezzo. Dunque i tre condannati potrebbero essere liberi da ogni addebito ai primi del 2029 se per quella data non ci sarà sentenza definitiva.
La sentenza di condanna può essere impugnata dalle difese o dalla Procura?
Gli avvocati della difesa hanno già annunciato che presenteranno ricorso per conto dei tre imputati. Ma questo non potrà avvenire prima che i giudici abbiano depositato le proprie motivazioni nei prossimi mesi.
Per la Procura vale lo stesso ragionamento. Bisognerà attendere per conoscere gli argomenti giuridici della Corte d’Assise. Quindi i pm decideranno se ricorrere contro l’unica assoluzione.
(da “Corriere della Sera”)
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Ottobre 1st, 2026 Riccardo Fucile
I VERTICI EUROPEI, COME AL SOLITO OTTIMISTI, AVVERTONO: “L’INVERNO RISCHIA DI ESSERE COMPLICATO, SE NON MOLTO DURO” – LE DUE MISURE AL VAGLIO DELL’UE: RINVIARE DI UN ANNO I NUOVI VINCOLI AMBIENTALI O PROCEDERE CON UN NUOVO RILASCIO DELLE SCORTE DI PETROLIO
Il conto della guerra in Iran pagato nelle fatture energetiche dalle imprese e dai
cittadini europei ha già sfondato quota 100 miliardi di euro. Cento miliardi in più in sette mesi per la stessa quantità di gas e petrolio. E l’inverno rischia di essere estremamente «complicato», se non addirittura «molto duro», come ha spiegato ieri il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, a margine della riunione del Consiglio Energia che si è tenuto a Dublino.
Per questo si stanno valutando due misure: da un lato, a livello Ue, si va verso il rinvio di un anno delle nuove regole che impongono vincoli ambientali più severi sulle emissioni di metano legate alle importazioni di combustibili fossili; dall’altro, in coordinamento con l’Agenzia internazionale dell’energia, non si esclude un ulteriore rilascio delle scorte di petrolio.
Lo ha confermato proprio il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol, secondo il quale «l’Europa è una delle regioni più esposte, se non la più esposta per quanto riguarda il diesel».
Finora, l’Agenzia ha approvato il rilascio del 20% delle scorte strategiche, il che corrisponde a 400 milioni di barili, tre quarti dei quali sono già materialmente finiti sui mercati.
«Se necessario, siamo pronti ad agire per affrontare le sfide attuali» ha spiegato Birol, che ha partecipato all’incontro dei ministri a Dublino. Ma sulla proposta c’è ancora parecchia cautela da parte europea: «Bisogna trovare un equilibrio su quando sia il momento opportuno per rilasciare le scorte – ha avvertito Jorgensen – perché da un lato può servire per aiutare a mitigare i picchi di prezzo, ma dall’altro abbiamo bisogno delle scorte per affrontare situazioni che potrebbero essere peggiori».
Di certo sono state accolte con un certo sollievo le parole del segretario di Stato americano all’Energia, Chris Wright, che ha preso le distanze dall’ipotesi di un blocco delle esportazioni del diesel da parte degli Stati Uniti. Una misura che rischierebbe di avere pesanti ripercussioni in Europa, dato che – come ha rilevato anche Birol – l’Ue importa circa il 50% del diesel dagli Usa. Per ora, comunque, in Europa non sembrano esserci problemi di approvvigionamento in vista.
La Commissione, dal canto suo, sta valutando se e come intervenire per «sostenere la disponibilità e l’accessibilità economica dei carburanti per il trasporto. Si tratta di una preoccupazione importante per molti cittadini che ha anche un grande impatto su gran parte della nostra economia».
L’esecutivo europeo, al momento, ha preferito non commentare il tetto al prezzo dei carburanti deciso da alcune compagnie energetiche in Italia, sulla scia di quanto fatto da Eni. Un portavoce si è limitato a dire che «la Commissione e le autorità nazionali garanti della concorrenza monitorano sempre i mercati per verificare potenziali comportamenti anticoncorrenziali», ma senza entrare nel merito del caso specifico.
Questa mossa potrebbe spingere il governo italiano a frenare il pressing avviato in Europa per discutere l’introduzione di un’imposta comunitaria sugli extraprofitti delle società energetiche. La Spagna continua a insistere, mentre la Commissione resta scettica: «Siamo pronti a sostenere i governi, ma è meglio che si faccia a livello nazionale».
Se ne parlerà all’Ecofin in programma la prossima settimana a Lussemburgo.
La Commissione, alla luce della grave situazione sui mercati energetici, si è invece ormai convinta ad accettare la richiesta arrivata da diversi governi Ue – ma anche dagli Stati Uniti – di rinviare l’entrata in vigore del nuovo regolamento sulle emissioni di metano, che dovrebbe entrare in vigore dal 1° gennaio 2027.
Le nuove norme impongono una serie di obblighi per gli importatori di gas, petrolio e carbone, i quali devono dimostrare che i produttori stranieri utilizzano gli stessi criteri previsti in Europa per quanto riguarda la rendicontazione e la verifica delle emissioni. Con ogni probabilità, le nuove norme non entreranno in vigore prima del 1° ottobre 2028.
(da La Stampa)
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Ottobre 1st, 2026 Riccardo Fucile
LO SPIEGA L’ANALISTA POLITICO GIAN PIERO TRAVINI DELL’AGENZIA PIAVE
Roberto Vannacci sostiene che per lui le elezioni suppletive di Reggio Calabria sono state una “vincita”, perché “Futuro nazionale ha preso l’11%, che è il 3,4% in più della media dei sondaggi nazionali”. E questa, per il generale, è la conferma che “FN è indispensabile al centrodestra per vincere”. Le parole di Vannacci a Porta a porta sono solo l’ultimo tentativo di interpretare i risultati delle elezioni vinte dal centrodestra.
Ma chi ha ragione? Le elezioni dicono che Futuro nazionale è ancora più forte di quanto sostengono i sondaggi nazionali, o che non può influire sul risultato del centrodestra? Fanpage.it l’ha chiesto a Gian Piero Travini, analista dell’agenzia Piave.
Quanti voti ha preso Vannacci, davvero
Il punto di partenza è il risultato di Futuro nazionale, che ha preso il 10,94%. I voti, sottolinea Travini, non sono però solo del partito, ma del candidato: “Giannetta, ex capogruppo di Forza Italia in Regione, alle regionali 2025 aveva preso 5.471 preferenze nei 71 comuni del collegio”. Alle suppletive ne ha prese “2.755 in più”. Lo ha fatto, per di più, con un’affluenza molto bassa, 22% circa.
“Quei 2.755 voti sono Futuro nazionale, più una quota non misurabile di elettori azzurri che nel 2025 votavano la lista senza indicare preferenze, nel bacino elettorale più faverevole a Forza Italia e alla destra governativa del Sud”. Questi, insomma, sono gli elettori che sembrerebbero non essersi mobilitati per Giannetta: hanno dato la loro preferenza a Vannacci. Si tratta di un voto d’opinione, come si nota dal fatto che “metà dell’aumento arriva da Reggio città” e “buona parte del resto dai centri della costa, dove Giannetta aveva poche radici”.
Quanto valgono, in percentuale, gli elettori vannacciani ‘puri’, non influenzato dal candidato? “Almeno 3,7 punti”, ma considerando l’affluenza più bassa rispetto alle scorse regionali “la quota del partito salirebbe a circa 7,3 punti”.
Insomma, il generale rivendica di aver raggiunto l’11%, ma numeri alla mano il partito oscilla attorno al 7%, “sotto il 7,5-8,5% che i sondaggi danno a Futuro nazionale”. E d’altra parte, basta osservare che il centrodestra senza Vannacci ha superato il 50%. Da questo punto di vista, le elezioni di Reggio Calabria “raccontano che Futuro nazionale esiste, ma dove comandano le reti rende meno che nei sondaggi”.
Perché le elezioni di Reggio Calabria non erano davvero un test per Futuro nazionale
Il problema è che, secondo Travini, è stato sbagliato fin dal principio guardare al voto di Reggio Calabria come a una prova per Futuro nazionale: “Non era questo il vero test dove misurare Vannacci”. Per l’analista si tratta dello stesso errore commesso alle ultime elezioni regionali in Toscana, nel 2025: “Con Vannacci alla guida della campagna, la Lega crollò dal 21,8% del 2020 al 4,38%, e fu letto come un verdetto su di lui. Dieci mesi dopo, il suo nuovo partito è una delle ragioni per cui la destra di governo appare nel caos”.
I motivi per cui queste elezioni non erano davvero il test adatto per Vannacci sono ben cinque:
Innanzitutto, il candidato in questo caso era ‘troppo forte’ per permettere di valutare il risultato del partito: “Fino a due terzi dei voti di Giannetta sono la sua rete personale”.
La bassa affluenza è un segnale da non dimenticare. Futuro nazionale pesca i suoi elettori “tra gli astenuti e i delusi da Fratelli d’Italia”, per la maggior parte: “È gente che difficilmente si fa vedere alle urne in una elezione suppletiva”. Invece il centrodestra controlla sia la Regione, sia il Comune di Reggio Calabria, e anche per questo ha avuto più facilità a mobilitare l’elettorato.
Il Sud non è l’area del Paese in cui Vannacci è più forte. Lo dicono i dati: alle europee del 2024, su 532mila preferenze personali ottenute dal generale, solamente 70mila vennero dal Mezzogiorno. Insomma, non sono queste le Regioni in cui si può valutare in modo significativo il peso elettorale dei vannacciani.
Alle elezioni con il sistema uninominale (cioè quelle in cui viene eletto solamente chi prende più voti degli altri candidati) i ‘terzi’ vengono puniti. In questa situazione, Futuro nazionale avrebbe potuto ottenere un risultato di peso solo facendo perdere il seggio al centrodestra, cosa che si è dimostrata impossibile. In un sistema plurinominale (in cui ci sono più eletti, in proporzione al numero di voti preso) gli elettori sono spesso più disposti a votare per partiti al di fuori delle grandi coalizioni, e in ogni caso l’11% sarebbe stato un risultato significativo.
Infine, la campagna elettorale. Vannacci non è riuscito ad allargare il suo messaggio, coinvolgendo un maggior numero di elettori. Anzi, a due giorni dal voto “la foto manipolata di Matilde Siracusano ha unito contro Futuro nazionale tutti i partiti”, per quanto il generale abbia poi affermato che non aveva idea che la foto fosse modificata.
Quando conosceremo davvero la forza di Vannacci, e dove si misurerà
Il vero e propio test per Roberto Vannacci e Futuro nazionale sarà uno solo: le elezioni politiche del 2027. Insomma, non ci sono elezioni locali che possano magicamente prevedere quanto andrà bene il partito del generale. Ci sono, però, dei numeri che andranno tenuti d’occhio con più attenzione di altri.
“Vannacci va misurato dove pesa l’opinione”, per Travini. Innanzitutto “nel proporzionale delle politiche 2027″, dove non ci sarà il meccanismo uninominale a punire i partiti ‘terzi’. Con il plurinominale, o proporzionale, raggiungere le percentuali che oggi Vannacci ha nei sondaggi sarebbe un buon risultato; non confermarli, invece, sarebbe inevitabilmente una sconfitta.
Ma non finisce qui. Più nello specifico, il peso di Futuro nazionale si misurerà “nei collegi contendibili del Centro-Nord”. Qui, “un 7,5-8,5% fuori dalla coalizione di destra governativa deciderebbe i seggi” facendoli vincere al centrosinistra. Lì, insomma, si potrebbe capire se Vannacci è davvero “indispensabile al centrodestra per vincere”, come sostiene.
(da Fanpage)
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Ottobre 1st, 2026 Riccardo Fucile
NON E’ DOVUTA ALL’OCCUPAZONE E ALL’EVASIONE FISCALE, LA VERITA’ NON E’ QUELLA DEL GOVERNO
Nel 2025, la pressione fiscale ha raggiunto il 42,9%, il livello più alto degli ultimi dieci
anni, e si stima che continuerà a salire. Davanti alle domande dei giornalisti, Giorgia Meloni si è difesa dicendo che l’aumento è dovuto a due buone notizie: la crescita dell’occupazione e la lotta all’evasione fiscale. Fanpage.it ha interpellato l’economista Leonzio Rizzo, professore ordinario di Economia e finanza pubblica all’università di Ferrara, che ha spiegato che non è proprio così.
La pressione fiscale cresce sì con l’occupazione, ha detto Rizzo, ma perché i dipendenti sono tassati molto più degli altri lavoratori. E a contribuire fortemente è anche il fiscal drag: una tassa “occulta” che pesa principalmente su dipendenti e pensionati, e da cui il governo quest’anno potrebbe ricavare circa 3,5 miliardi di euro per la legge di bilancio.
Professore, la premier sostiene che la pressione sia così alta per l’aumento dell’occupazione, che significa che più lavoratrici e lavoratori pagano le tasse, e per la lotta all’evasione, che fa aumentare le entrate dello Stato. Ha ragione?
Partiamo dall’aumento dell’occupazione, perché è una giustificazione che ritorna spesso. La risposta che si dà di solito è: la pressione fiscale è data dal rapporto tra imposte e contributi, da una parte, e Prodotto interno lordo, dall’altra. È una frazione, al nominatore le tasse prelevate dallo Stato, al denominatore il Pil. Se sale l’occupazione, cresce anche il reddito, quindi dovrebbero aumentare le imposte ma anche il Pil, nella stessa proporzione. La pressione fiscale non dovrebbe cambiare.
Dice che è la risposta che si dà “di solito” perché è sbagliata?
No, ma è una spiegazione semplificata. Le analisi che ho svolto in passato con il collega Massimo Bordignon dicono è che il punto è un altro. L’occupazione fa effettivamente salire la pressione fiscale, ma non per il motivo che la presidente del Consiglio sembra suggerire.
E per quale?
Perché le imposte sui salari sono molto più alte rispetto agli altri redditi. Quando ci sono più assunti, i redditi da salario aumentano ma le imposte prelevate dallo Stato aumentano ancora di più, in proporzione.
Perciò la pressione fiscale sale perché ci sono più occupati, e le tasse su lavoratrici e lavoratori dipendenti sono particolarmente alte. E per quanto riguarda la lotta all’evasione, l’altro motivo citato dalla presidente Meloni? È vero che contribuisce alla pressione fiscale?
A prima vista è vero che un recupero dell’evasione aumenta il numeratore, cioè le entrate dello Stato, lasciando inalterato il denominatore, cioè il Pil. In realtà, però, è anche vero che nel momento in cui io recupero dell’evasione fiscale sto mettendo a nudo delle entrate, una base imponibile che prima per il Fisco non esisteva.
Ad esempio: se lo Stato scopre che una partita Iva non aveva dichiarato 50mila euro di entrate, è vero che recupera le tasse che avrebbe dovuto versare, ma allo stesso tempo quei 50mila euro (che prima agli occhi dello Stato non c’erano) vanno a fare parte del Pil. È così?
Diciamo di sì, quindi bisognerebbe rivedere anche i conti del Pil tenendo conto delle somme emerse. Insomma, non è così immediato stabilire che effetto abbia la lotta all’evasione sulla pressione fiscale.
Dunque, sull’evasione il discorso è complicato, mentre l’occupazione fa sì crescere la pressione fiscale, ma non per il motivo che suggerisce Meloni. Ci sono altre cause?
Una, significativa, è il fiscal drag: sono soldi che i cittadini pagano e non dovrebbero pagare, un aumento di pressione fiscale occulta.
Ci spieghi.
In un sistema fiscale progressivo, come il nostro, la quota di reddito prelevata con le imposte aumenta man mano che aumenta il reddito. In altre parole, chi guadagna di più versa una percentuale maggiore di imposte. Ma se il reddito aumenta semplicemente per adeguarsi all’inflazione – dunque il potere d’acquisto non cambia, perché anche i prezzi sono saliti – lo Stato tassa comunque il contribuente come se fosse più ricco. L’aliquota media aumenta, e con essa sale la pressione fiscale sul reddito da lavoro.
In sostanza, i redditi sono cresciuti con i rinnovi di contratto e con l’incremento annuale delle pensioni, ma visto che quegli aumenti servivano solo a tenere il passo con i prezzi, a perderci sono proprio dipendenti e pensionati, che a parità di potere d’acquisto pagano più tasse. Di quanti soldi si parla?
Dipende dall’inflazione. Lo scenario base, quello considerato più probabile stando alle ultime proiezioni della Banca d’Italia, porterebbe lo Stato a incassare circa 8 miliardi di euro con il fiscal drag nel 2026-27.
Sono soldi che il governo Meloni potrà usare per la legge di bilancio?
Tecnicamente sì, ma attenzione. Non significa che il governo abbia un ‘tesoretto’ da 8 miliardi per la legge di bilancio. Bisogna considerare che, alla fine dello scorso anno, un certo livello di inflazione (e quindi di fiscal drag) era già previsto. Nel corso del 2026, la stima è aumentata perché l’inflazione è cresciuta più delle previsioni. La somma che si può considerare come risorsa aggiuntiva a disposizione del governo per la manovra è la differenza rispetto alle previsioni dello scorso anno. Si parla, sempre stando allo scenario base, di circa 3,5 miliardi di euro.
Si tratta però sostanzialmente di soldi tolti a dipendenti e pensionati in modo ‘occulto’, come ha detto, giusto?
È come aumentare l’aliquota media dell’Irpef, ma in un modo che pesa maggiormente sui redditi da salario e da pensione. E avviene senza varare una legge dello Stato, ma automaticamente, con il crescere dell’inflazione. Se il governo deciderà di usare questa somma nella legge di bilancio, si porrà un problema distributivo: molti cittadini si potrebbero lamentare di aver subito un aumento della pressione fiscale senza neanche saperlo.
(da Fanpage)
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