Ottobre 5th, 2026 Riccardo Fucile
IL TYCOON IN DIFFICOLTÀ IN VISTA DELLE ELEZIONI DI MIDTERM DI NOVEMBRE È NERVOSO E RICORRE AL TURPILOQUIO: “ANDATE A VOTARE, SE LO FATE VINCEREMO E VINCEREMO ALLA GRANDE. VINCEREMO E GLIELO FICCHEREMO SU PER IL CULO…”
“Andate a votare, se lo fate vinceremo e vinceremo alla grande”.
Donald Trump chiude il comizio in Ohio con un appello in vista delle elezioni di midterm. Il presidente degli Stati Uniti, però, non si limita a spingere gli elettori repubblicani alle urne.
Alla platea invia un messaggio supplementare per rendere più chiaro – se fosse necessario – il concetto. “Vinceremo alla grande e glielo infileremo nel c…”, dice il presidente usando la frase “we’re going to shove it up their ass, okay?”.
(da agenzie)
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Ottobre 5th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO L’OK ALLA LEGGE TRUFFA ELETTORALE E IL VIA LIBERA ALLA MANOVRA PROPORRA’ IL RITORN O ANTICIPATO ALLE URNE
Il governo onorerà il mandato ricevuto dagli italiani «fino all’ultimo», promette Giorgia
Meloni in un videomessaggio inviato a un evento organizzato da Gianfranco Rotondi a Saint Vincent.
È la linea che la presidente del Consiglio manterrà almeno fino all’approvazione della legge di stabilità. Per evitare tensioni parlamentari nel bel mezzo della sessione di bilancio. Per rassicurare gli alleati e testare nel frattempo il consenso personale e della coalizione.
L’intenzione resta però quella di votare a inizio primavera, possibilmente prima delle comunali e senza un election day che potrebbe penalizzarla. Cercando di cogliere in contropiede il campo largo, alla ricerca di un candidato premier.
La conta decisiva
Premessa: ogni ragionamento che si fa a palazzo Chigi è vincolato alla conta decisiva che si svolgerà alla Camera giovedì 8 ottobre. È il voto segreto finale sulla legge elettorale. Un crocevia della legislatura in corso e, soprattutto, punto di svolta per quella che verrà.
Una volta portata a casa la riforma, Meloni potrà decidere in qualsiasi momento di tornare alle urne, con un unico vincolo: la finanziaria di fine anno. Agli alleati continua intanto a ripetere che porterà a termine il lavoro, dunque lasciando intendere che si spingerà fino al novembre del 2027 per completare il lustro di governo.
È il progetto che sostiene anche Antonio Tajani, che soltanto tre giorni fa ha chiesto al partito: «Che posizione porto al tavolo con la presidente? Preferiamo maggio o settembre?». La seconda, gli hanno risposto all’unisono. E lo stesso vale per Matteo Salvini, alle prese con un congresso straordinario che serve a blindare una leadership traballante.
“L’interesse nazionale”
In questa chiave va dunque letto l’intervento di ieri della presidente del Consiglio. Per non spaventare i partner di maggioranza, soprattutto. «Gli italiani chiedono a chi li rappresenta di difendere l’interesse nazionale in Europa e nel mondo. Questa è la visione che tiene unito il centrodestra. È il mandato che gli italiani ci hanno affidato quattro anni fa e che onoreremo fino all’ultimo».
La premier non si ferma qui. Prende a pretesto il titolo del convegno – “Il partito italiano, dalla Dc a Berlusconi e Meloni” – per tracciare la forza politica che ha in mente: un contenitore capace di rafforzare l’egemonia di FdI a destra.
«Quando all’orizzonte ci sono le elezioni politiche – dice – si torna a parlare di centro e di spazi da occupare, di nuovi contenitori politici, ma il centro non è un luogo dove stare a metà strada, è una cultura fatta di famiglia, lavoro, libertà, che abbiamo messo al centro dell’azione di governo».
Le congratulazioni
E ancora: «Non vengo dalla storia della Dc, per decenni il partito più duraturo perché capace di «rappresentare un grande blocco popolare che voleva stare in Occidente, dalla parte della democrazia in anni in cui una parte importante della politica italiana guardava verso modelli che promettevano uguaglianza e producevano oppressione».
Oggi la destra di Meloni – erede del Movimento sociale e poi di An, ma ancora con la fiamma nel simbolo – è a Palazzo Chigi. E prepara la nuova sfida elettorale. Nel frattempo, la premier posta anche le proprie congratulazioni al filo-ucraino Andris Kulbergs per la netta vittoria alle elezioni in Lettonia.
Una conferma, dice, della «volontà del popolo lettone di difendere la propria libertà, sicurezza e appartenenza all’Europa e all’Occidente».
(da Repubblica)
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Ottobre 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’ECOSISTEMA FINANZIARIO STA PEGGIORANDO A GRAN VELOCITA’
Toh, chi si rivede, Mister Spread. Pensavamo di averlo rinchiuso per sempre dentro al trolley di Mario Monti nel 2011, l’anno della sobrietà.
Quando il professore col loden impose il saio fiscale agli italiani dopo i “magnifici Venti” del Cavaliere, i ristoranti pieni e l’abolizione dell’Ici, le cene eleganti i condoni a pioggia. E invece è tornato, più minaccioso che mai. Il differenziale tra i tassi dei Btp italiani e quelli dei Bund tedeschi ha già superato quota 100, e promette di crescere ancora. Giorgia e i suoi Fratelli tacciono, e se ne capisce il motivo: fino al 4 settembre il calo dello spread era stato l’unico successo concreto della vacua Melonomics, rivendicato nel farlocco storytelling sul “governo più longevo della Storia repubblicana”. Adesso ci stiamo perdendo pure quello. Gli shock energetici e le tensioni sui Treasury Usa stanno spingendo al rialzo i rendimenti: per comprare un decennale italiano, il mercato secondario chiede ormai il 4,59%, un livello che non si vedeva da tre anni. Se provi a parlarne a Palazzo Chigi o al Mef buttano la croce addosso all’apposita Francia, che sconta un differenziale a 119 punti.
La rivoluzione della finanza
Ma proprio questo è il problema, che i patrioti al comando fanno finta di non capire: qui sta cambiando tutto, l’ecosistema finanziario nel quale ci muoviamo sta peggiorando a gran velocità, e il dibattito pubblico italico, già avvelenato dalla campagna elettorale, non se n’è neanche accorto. Spinta dal costo dei carburanti, l’inflazione galoppa al 4,3%: livelli mai visti, da pecora nera del Continente. Da dicembre 2025 a oggi i rendimenti globali dei bond governativi stanno schizzando ovunque: i giapponesi sono volati dal 2 al 3%, i tedeschi dal 2,9 al 3,4, i francesi dal 3,5 al 4,5, gli americani dal 4 oltre i 5, gli inglesi dal 4,5 al 5,2. L’aumento dei tassi deciso dalla Fed è solo l’inizio di una stretta monetaria che si allargherà a tutte le altre banche centrali. L’impatto sui bilanci pubblici sarà pesante. L’Economist ha calcolato che se tutto il debito esistente dovesse essere rifinanziato ai rendimenti attuali a cinque anni, gli sforzi richiesti ai singoli Paesi per stabilizzare il rapporto debito/Pil sarebbero enormi. Al primo posto ci sarebbe la Gran Bretagna, cui sarebbe richiesto un avanzo primario dell’1,5% del Pil. Ma al secondo posto verrebbe l’Italia, che avrebbe bisogno di un avanzo primario dell’1,4%. Lacrime e sangue: altro che abolizione del bollo auto, aumento a 60 mila euro dello scaglione di reddito con aliquota Irpef al 33% e flat tax a pioggia per tutti, dagli autonomi fino a 100 mila euro di reddito ai giovani fino a 35 anni di età. Il governo ha concentrato il fuoco mediatico contro l’Istat per il mancato raggiungimento del 3% di deficit, che ci ha precluso la possibilità di uscire dalla procedura d’infrazione. Così ha dirottato l’attenzione dal vero macigno che continua a pesare sulle spalle della nazione, e del quale i sovranisti all’acqua pazza in quattro anni non si sono curati affatto, cioè il debito pubblico.
L’indebitamento dei Paesi industrializzati
Negli ultimi vent’anni tutti i Paesi industrializzati hanno aumentato il loro indebitamento, che a livello globale è cresciuto dal 70 al 110% del Pil. Ma noi, che partivamo già molto oltre, siamo andati sempre peggio. Eravamo a quota 137,1% del Pil alla fine del 2025, voleremo al 139,2 nel 2027. Tra tassi e rendimenti alle stelle, ecco spiegato il risveglio dello spread e l’aumento della spesa per interessi, che esploderà dal 3,9% di un anno fa al 4,8% dell’anno prossimo. Lo spazio fiscale per fare nuova demagogia a debito non c’è, pena un attacco speculativo contro il Belpaese, piaccia o no il più in bolletta di tutta l’Unione. In queste condizioni critiche, mentre la premier ha la faccia tosta di elemosinare altra flessibilità a Bruxelles, un dubbio categorico si impone: riusciranno le nostre eroiche coalizioni a non spacciare promesse elettorali in grado di far saltare il banco? La dittatura dei mercati è sempre odiosa, ma delle due l’una: o ci stiamo dentro, tenendo conto delle compatibilità, o ne usciamo, come le destre sovraniste tricolori pretendevano fino a qualche anno fa, quando non erano ancora al potere e si facevano beffe del principio di realtà.
Ci pensi bene la maggioranza, prima di vendere “pacchi” al mitico ceto medio, che poi dovrà restituire con una mano quello che avrà preso con l’altra. E ci pensi bene l’opposizione, prima di immolarsi sull’altare degli aiuti militari all’Ucraina, cui finora abbiamo concesso appena l’1,67% dei sostegni totali forniti dall’Occidente. Negli anni ‘80 — come diceva Reagan — il debito americano era abbastanza grande da saper badare a se stesso. Oggi il debito italiano è abbastanza grande da farci fallire.
(da repubblica.it)
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Ottobre 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DEL CORRIERE DELLA SERA
Perché i pensionati del ceto medio si sono impoveriti? Chi oggi riceve un assegno di 2.826
euro lordi al mese, cioè 1.917 netti, tra il 2012 e il 2025 ha perso 37.498 euro lordi. Come lui ce ne sono circa 3,3 milioni.
Il Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presieduto da Alberto Brambilla, definisce «ceto medio» coloro che incassano una pensione compresa fra i 2.400 e 5.300 euro lordi mensili. Vediamo come le leggi che si sono susseguite negli anni hanno impedito a queste pensioni di recuperare tutta l’inflazione, riducendone di conseguenza il potere d’acquisto.
Come funziona il meccanismo
Tutto inizia nel 1992 con l’abolizione della scala mobile (riforma Amato), il meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’aumento del costo della vita. Fino ad allora anche le pensioni crescevano seguendo l’andamento dei salari. Dal 1994, invece, vengono rivalutate in base all’inflazione. È un passaggio cruciale perché quando smetti di lavorare non c’è più nessun rinnovo di contratto, ma la tua pensione non può rimanere ferma finché campi: se i prezzi aumentano, deve crescere in proporzione anche l’assegno, è la cosiddetta «perequazione automatica».
Le pensioni, però, non recuperano tutte l’inflazione nello stesso modo. Per stabilire quanto deve aumentare ciascun assegno si usa come riferimento il «trattamento minimo Inps». È l’importo più basso che una pensione può raggiungere: se l’assegno è inferiore, lo Stato integra la differenza. Questo parametro serve anche come unità di misura per la rivalutazione: si può stabilire per esempio che il recupero dell’inflazione è totale fino a tre o quattro volte il minimo, mentre sulla parte eccedente la percentuale di recupero va a scalare. Ma si può anche decidere che se superi una data soglia, recuperi solo una parte dell’inflazione sull’intero assegno. Per calcolare le soglie di ciascun anno si prende come riferimento il trattamento minimo Inps dell’anno precedente.
Trent’anni fa, nel 1997, già oltre i 682 euro lordi al mese la rivalutazione non è più al 100%. Negli anni successivi la soglia aumenta e, nel 2012, raggiunge i 1.405 euro lordi, equivalente a tre volte il trattamento minimo. Ma oltre quell’importo il governo Monti blocca ogni rivalutazione.
Il blocco del governo Monti
In quell’anno il nostro pensionato riceve 2.500 euro lordi, cioè 1.674 netti. Se fossero state applicate le regole precedenti al blocco, la pensione sarebbe stata rivalutata del 100% sui primi 1.405, del 90% sui successivi 937 euro, del 75% sugli ultimi 158 euro. È il sistema «a scaglioni»: la percentuale diminuisce soltanto sulla parte della pensione compresa tra una soglia e l’altra.
Ma proprio nel 2012 arriva lo choc. Il nostro pensionato, con un assegno superiore a tre volte il minimo, perde per due anni la rivalutazione, anche se i prezzi continuano a salire. Successivamente la Corte costituzionale dichiarerà quel blocco illegittimo. Il recupero deciso, però, sarà solo parziale: gli viene riconosciuto appena il 10% della rivalutazione che gli sarebbe spettata.
Cambiano le regole
Dal 2014 la pensione ricomincia a crescere in base all’inflazione, ma cambia il modo di calcolare l’aumento. Fin qui la percentuale di rivalutazione più bassa si applicava solo alla parte eccedente tre volte il trattamento minimo. Con il nuovo sistema «a classi», invece, basta superare di un euro la soglia prevista, per vedersi ridotta la percentuale di adeguamento sull’intera pensione. Cosa succede, dunque, al nostro pensionato che supera di cinque volte il trattamento minimo? Un salasso! Su tutto l’assegno recupera soltanto il 50% dell’inflazione. E le conseguenze si scaricano anche negli anni successivi: se in un anno la pensione avrebbe dovuto aumentare di 100 euro per recuperare l’inflazione, e invece aumenta di 50, vuol dire che l’anno dopo i calcoli si fanno su una pensione più bassa. Una perdita che si somma e si replica anno dopo anno.
La crescita paralizzata
Nel 2020, con il governo Conte II, la soglia di recupero totale dell’inflazione sale a circa 2.052 euro lordi al mese e nel 2021 a 2.062. Il sistema però non cambia: se superi questa soglia, si continua ad applicare la percentuale più bassa sull’intero assegno. Dal 2022 tornano finalmente gli scaglioni.
Il nostro pensionato riceve 2.614 euro lordi al mese, cioè 1.773 netti. Sui primi 2.062 euro recupera tutta l’inflazione; sui successivi 516 euro il 90%; sugli ultimi 36 euro il 75%. Ma intanto il danno si è accumulato: tra il 2012 e il 2022 ha perso 22.979 euro lordi, rispetto a quello che avrebbe ricevuto se la sua pensione fosse sempre aumentata quanto il carovita.
La stangata
Nel 2023, proprio quando i prezzi si impennano, il governo Meloni cambia di nuovo le regole. L’importo entro il quale la pensione recupera tutta l’inflazione è di circa 2.102 euro lordi nel 2023 e di 2.272 euro nel 2024. Sopra queste cifre torna il sistema a «classi»: l’abbattimento si applica quindi all’intera pensione. E il nostro pensionato recupera appena il 53% dell’inflazione su tutto l’assegno. Con questo sistema, il governo Meloni risparmia sulle pensioni complessivamente 10 miliardi di euro in soli due anni.
Nel 2025 riecco gli scaglioni. Il pensionato arriva a 2.826 euro lordi al mese, cioè ai 1.917 euro netti. Sui primi circa 2.400 euro recupera tutta l’inflazione; sui restanti 426 euro il 90%. Sta di fatto che tra il 2023 e il 2025 perde altri 14.519 euro lordi. Sommando questa cifra ai 22.979 euro persi tra il 2012 e il 2022, si arriva ai 37.498 euro.
E c’è un altro modo per misurare il suo impoverimento. Nel 2011 i suoi 2.500 euro lordi valevano 5,34 volte il trattamento minimo; nel 2022 i 2.614 euro ne valevano 5,07; nel 2025 quei 2.826 euro ne valgono appena 4,72. Ci vuole coraggio per considerare questa cifra una pensione da privilegiato!
Le regole incerte
La storia del nostro pensionato, ricostruita con l’aiuto del Centro Studi Itinerari Previdenziali, mostra due cose. La prima: a recuperare meno dell’inflazione non sono state soltanto le pensioni d’oro come troppo spesso chi governa annuncia. La seconda: in trent’anni il sistema di rivalutazione delle pensioni è stato modificato ben 15 volte, seminando incertezza. Secondo l’Ocse, sono cinque i Paesi in cui l’aumento dei prezzi viene recuperato completamente solo dalle pensioni che restano sotto determinate soglie: Austria, Colombia, Italia, Lettonia e Portogallo. Con la differenza che Colombia, Lettonia e Portogallo hanno almeno regole stabili e chiare nella definizione di queste soglie, mentre in Italia e Austria i parametri cambiano molto spesso. Ragion per cui l’Ocse definisce la rivalutazione delle pensioni in questi due Paesi «quasi discrezionale». Vuol dire che un pensionato può vedersi ridurre all’improvviso il potere d’acquisto dell’assegno senza poterci fare nulla.
È come se il patto fra lo Stato e chi ha versato contributi per una intera vita lavorativa fosse saltato.
Il problema rischia di diventare ancora più pesante nel prossimo decennio. Con il vecchio sistema retributivo l’assegno veniva calcolato considerando la media degli stipendi percepiti negli ultimi anni di lavoro, ma dal 2036 non sarà più così: tutte le pensioni saranno erogate solo in base ai contributi che ciascuno ha effettivamente versato nel corso della vita lavorativa. Questo significa che saranno già in partenza più basse, perché faranno media con i salari da fame degli anni di precarietà. Se poi, una volta in pensione, anche la protezione dall’inflazione può essere ridotta cambiando le regole, a quel punto non si parlerà più di classe media impoverita, ma di povertà conclamata.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
per il corriere.it
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Ottobre 5th, 2026 Riccardo Fucile
DAI LICEI IN RIVOLTA ALLA CRISI DELLE ELITE: LA FRANCIA DOPO UN DECENNIO DI ILLUSIONI
Giù il cappello signori: stiamo assistendo a un regicidio. Niente ghigliottina, per fortuna è una Bastiglia incruenta. I borghesi del sesto arrondissement possono star tranquilli, non è il caso di prender la carrozza e filare a Coblenza con gli averi. È una rivolta, non una rivoluzione. La Francia con in testa sanculotti adolescenti, in un baccano esasperato, salda semplicemente i conti con il suo ennesimo inutile re, Macron. Tutto qui. Il re non può esser rieletto, il suo contratto a tempo determinato stava per scadere. Si poteva attendere qualche mese di infuocata campagna elettorale perché amministrativamente si cadaverizzasse. Hanno esaurito la pazienza, la misura era colma.
Nel Sessantotto i loro nonni si scontravano con la Celere perché potevano permettersi di disprezzare le carriere che la società proponeva pensando di accontentarli. Oggi i nipoti, che carriere non hanno più, li imitano perché nei licei manca la carta igienica, scorrazzano i topi e altre pedagogiche delizie. Dall’immaginazione al potere al riscaldamento per l’inverno. Le analisi che leggono in questa discesa agli inferi la palingenesi delle élites, il cataclisma del Sistema, valgono come vaniloquio noioso; quanto i buffi teoremi che scorgono nei licei in tumulto la zampa del Kgb, il jihadismo dei maranza, o il clan dei marsigliesi. Nessuna novità, anche nel Sessantotto si cercarono nella agitazione giovanile i “sobillatori”: tutti modi per evitare di guardare in faccia la realtà.
In Italia, manipolati da secoli di disastri, amiamo esibire stracci e piaghe purulente come se fossero medaglie. In Francia è obbligatorio nasconder tutto dietro la lucida perfezione di un museo intatto. Il Sessantotto, con tutto il suo carattere mitologico, segnò il trionfo della società dei consumi e non certo la sua demolizione. Venti anni fa le banlieue di altri adolescenti esasperati per la condizione umana di periferiche anime morte insorsero. Alla fine, arrivarono Sarkozy e Carlà. Che è dire tutto.
In un Paese così tenacemente conservatore come questo, nel quale le rivoluzioni in fondo si fanno per infondere nuovo vigore al conservatorismo, non è facile distinguere l’attuale dall’inattuale. Lo spirito conservatore è nella collettività, tutto ciò che esiste da queste parti ha valore. Il popolo che ha fama di aver fatto più rivoluzioni, in realtà, agisce con saggia avarizia. Come in natura nulla va perduto. Questo giustifica la straordinaria longevità delle istituzioni francesi e perché riescano, talora miracolosamente, a chiudersi in uno stato di perfetta cristallizzazione. È un fenomeno quasi di conservazione antropologica: quando incombono elezioni, dal museo delle cere, per popolare il presepio, tiran fuori le statuine che descrivevo trenta anni fa: Bayrou, Mélenchon, Hollande, Le Pen; perfino – incredibile! – come conservata nella formaldeide, Ségolène Royal, datata ed effimera Marianna…Caste anacronistiche a destra e gauche.
Come il palazzo in cui vive, perfetta copiatura della sede dei classici “monsieur le President” è un re, anzi di più: pretende alla successione di Zeus olimpico. Ma per questo deve accettare che su di lui vigili lo stesso occhio della nemesi che un tempo rendeva incerti i destini delle alte dimore dei re di Tebe. Così come Capetingi e Borboni, periodicamente deve sottoporsi a questa attrezzatura delicata e perfetta che ha dato alla rivoluzione moderna la precisione di una operazione chirurgica e insieme la praticità di un affare: la fronda, la rivolta. Dunque Macron è il tuo turno.
Dopo il tempo delle riverenze, “ l’europeista perfetto”, anzi “il salvatore dell’Europa litigiosa”, “uomo eccezionale”, eccetera, eccetera, era già alle forche caudine delle denigrazioni feroci, dei libelli. Oggi si fa fatica a trovarne uno che si guadagni il pane con le dedicatorie al bel Emmanuel. Gli studenti manovrano la ghigliottina, le tricoteuse sferruzzano attorno al palco.
Nel 2017 quando apparve all’orizzonte annunciò: «Farò di tutto perché coloro che votano per gli estremisti come Marine Le Pen non abbiano più alcuna ragione per farlo». Ben detto. Dopo due mandati lei è in testa e al secondo turno rischia di battersi con Mélenchon, le petit prof che incarna un avatar della Comune e che vuole vendicarsi della aristocrazia socialista che lo ha lasciato nei ranghi. E poi: dirige una democrazia di minoranza con una “Camera Introvabile” che non riesce a dar vita a un governo e nemmeno a una legge di bilancio; l’economia scricchiola all’italiana per il debito, i servizi pubblici agonizzano, cinquemila giovani sudditi sono in arresto per rivolta, la metà minorenni.
Anche l’impero africano o quanto ne restava si è chiuso con un avviso di sfratto dato dai popoli del derelitto Sahel. E la politica estera che perfino con Chirac ebbe guizzi di ardire o per lo meno qualche anacronismo profanatore? Dall’Ucraina al Venezuela al trumpismo, Emanuele il Volenteroso risulta un coatto dell’ordinario, con qualche fanfaronata: metto a disposizione le mie atomiche… frattaglie di grandeur. La Francia da tempo è diventata provincia.
In fondo Macron è stato soltanto un tipo seducente. Uno che incarnava con classe il ruolo del Potere. Lo hanno scelto per questo banchieri e azionisti (che hanno fatto nel suo decennio affari d’oro), non certo perché era un nuovo Richelieu della geopolitica o un grande economista: era una faccia nuova e di classe.
Nel corso degli anni la seduzione è destinata inesorabilmente a spegnersi. Senza vero talento e profondità di idee diventa narcisismo, esibizione, segatura. Dai gilet gialli agli studenti, la piazza mandava ruggiti e veleni, i proletari si eran messi a fare i maleducati; lui, senza mai un’ utocritica, un gesto di umiltà, ci mancherebbe!, licenziava primi ministri-fattorini e si specchiava nel Re Sole.
Domenico Quirico
(da lastampa.it)
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Ottobre 5th, 2026 Riccardo Fucile
ISTAT: PRESSIONE FISCALE SALITA AL 43,5%
Nel secondo trimestre del 2026 la pressione fiscale è stata pari al 43,5%, in aumento di
0,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Lo rende noto l’Istat. Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dell’1,7%.
La propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata pari al 6,7%, in diminuzione di 1,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. A fronte di un incremento dell’1,4% del deflatore implicito dei consumi, il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito dello 0,9% rispetto al trimestre precedente.
“Il reddito disponibile delle famiglie ha segnato un aumento inferiore a quello della spesa per consumi finali, determinando una contrazione della propensione al risparmio”, spiega l’Istat, evidenziando come in diminuzione sia risultato anche il potere d’acquisto delle famiglie.
La quota di profitto delle società non finanziarie, pari al 42,1%, è diminuita di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Il tasso di investimento delle società non finanziarie, pari al 26,4%, è aumentato di 0,7 punti percentuali rispetto al trimestre precedente.
“Per le società non finanziarie, la quota di profitto ha registrato una diminuzione, in continuità con la dinamica osservata nel trimestre precedente – spiega l’Istituto di statistica – Il tasso d’investimento, invece, è aumentato, proseguendo la tendenza già evidenziata nel primo trimestre dell’anno”.
(da agenzie)
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Ottobre 5th, 2026 Riccardo Fucile
MA È UN GIOCO MOLTO PERICOLOSO: SECONDO I SONDAGGI IL PARTITO POPOLARE DI FEIJOO È IN VANTAGGIO, AL 32,7%, E POTREBBERO ALLEARSI CON I POST-FRANCHISTI DI VOX (AL 18,2)
Prima della rivolta per gli sfratti, la sinistra spagnola era «morta». Sono gli stessi baroni del Partito Socialista a dirlo. Le accuse di corruzione erano arrivate a un nume tutelare come l’ex premier Zapatero, la gestione dei migranti a Ceuta non aveva convinto, i litigi tra alleati avevano allontanato gli elettori di sinistra e galvanizzato quelli di destra.
Il risultato si traduceva in 16 punti di distacco nelle intenzioni di voto tra destra e sinistra. La prospettiva per il premier socialista Pedro Sánchez era perdere il governo alle elezioni dell’estate prossima e assistere all’insediamento del leader del Partito popolare contornato da ministri dell’estrema destra di Vox. Due settimane fa, appunto. Da allora lo sfratto di Maricarmen, un’anziana malata, ha ridato speranza a Sánchez. «Adesso abbiamo un’occasione» dicono i suoi.
Elezioni anticipate con un programma di sinistra-sinistra per contrastare il caro alloggi, l’inflazione da guerra trumpiana e, in sostanza, la crisi della classe media. Pedro Sánchez ci sta ancora pensando. Dovrebbe decidere oggi.
Secondo El País non si tratta di «se», ma «quando». Alle urne il 29 novembre, prima data possibile, oppure aspettare che la piazza si scaldi ancora un po’? Cogliere l’attimo o soffiare sulla contrapposizione destra-sinistra? Il leader del Pp, Feijóo lo sa e chiede a Sánchez di smettere di minacciare il voto e di convocarlo.
Il problema di Sánchez è che quella stessa maggioranza non apprezza più la sinistra e diserta le urne. La battaglia per la casa potrebbe riportarla al voto.
Il problema sono i numeri. I sondaggi di El País danno i Popolari di Alberto Núñez Feijóo al 32,7 per cento, i socialisti al 26,4, Vox al 18,1. La sinistra-sinistra è spaccata tra Sumar e Podemos. Il primo è dato sotto il 6, il secondo intorno al 3. Prima di dividersi arrivarono nel 2015 al 20%. In due lustri la minaccia al bipartitismo spagnolo Pp-Psoe non viene più da sinistra, ma da destra. Il centro-destra sfiora il 52 per cento, il centro-sinistra si ferma al 36.
La piattaforma di scommesse Polymarket , in una settimana, ha portato dal 13 a quasi il 70 per cento la probabilità che Sánchez convochi le elezioni entro il 2026, e vede Feijóo prossimo premier con una probabilità dell’88%.
Sánchez è un esperto di alleanze acrobatiche e di rimonte impossibili. Alle elezioni politiche del 2023 partiva otto punti sotto secondo i sondaggi e ne recuperò sette.
Oggi parte da quindici sotto.
Intercettare la mobilitazione popolare a Puerta del Sol e in tante altre città diventa la sua unica scommessa per sperare di sopravvivere.
(da Corriere della Sera)
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Ottobre 5th, 2026 Riccardo Fucile
LA LEGISLATURA SAREBBE TERMINATA TRA NOVE MESI – SANCHEZ SPERA DI APPROFITTARE DELL’INDIGNAZIONE POPOLARE SUL CARO-AFFITTI
Il Primo Ministro Pedro Sánchez ha annunciato la convocazione di elezioni anticipate per
il 29 novembre, in un discorso ufficiale al Palazzo della Moncloa.
Dopo un fine settimana di ampie consultazioni con i membri del suo governo, SANCHEZ ha deciso di procedere allo scioglimento del Parlamento nove mesi prima della fine della legislatura, che inizialmente intendeva portare a termine
Se si votasse oggi in Spagna, il Partito socialista operaio spagnolo (Psoe) otterrebbe il 25,6 per cento dei voti, 6,1 punti in meno rispetto alle elezioni del luglio 2023. E’ quanto emerge dall’ultimo sondaggio di “Sigma Dos” per il quotidiano “El Mundo”, che registra un ulteriore arretramento dei socialisti e un rafforzamento delle principali forze della destra.
A parita’ di affluenza, il Psoe raccoglierebbe circa 6,3 milioni di voti, perdendone 1,5 milioni rispetto a tre anni fa, e conquisterebbe 103 seggi al Congresso dei deputati, 18 in meno rispetto agli attuali. Secondo il sondaggio, sul consenso socialista continuano a pesare le polemiche che hanno investito il partito negli ultimi mesi e il malcontento per la gestione della crisi di Ceuta.
Partito popolare (Pp) e Vox raggiungerebbero complessivamente il 50,9 per cento dei voti e 203 seggi, 27 in piu’ rispetto ai 176 necessari per la maggioranza assoluta. Il Pp, guidato da Alberto Nunez Feijoo, otterrebbe il 32,6 per cento e 140 deputati, mentre Vox salirebbe al 18,3 per cento con 63 seggi, 30 in piu’ rispetto alle elezioni del 2023.
La crescita della destra sarebbe alimentata anche dal trasferimento di consensi provenienti dal Psoe: il 4,7 per cento di chi aveva votato per Pedro Sanchez nel 2023 sceglierebbe oggi Vox, mentre l’8 per cento si sposterebbe verso il Pp.
Sul fronte della sinistra alternativa, Sumar si attesterebbe al 6,6 per cento, mentre Unidas Podemos salirebbe al 3,3 per cento. Le due forze raccoglierebbero complessivamente il 9,9 per cento dei voti, 2,4 punti in meno rispetto al risultato ottenuto insieme nel 2023.
(da agenzie)
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Ottobre 5th, 2026 Riccardo Fucile
BOLSONARO JR HA OTTENUTO IL 47,14% DEI VOTI, L’ANZIANO CAPO DI STATO USCENTE SI È FERMATO AL 45,03% – LULA: “LA DEMOCRAZIA CI HA DATO UNA LEZIONE, AL BALLOTTAGGIO LA PROVA DEL 9”
Flavio Bolsonaro batte Lula al primo turno e si lancia come favorito nel ballottaggio del 25 ottobre che deciderà chi sarà il 40esimo presidente del Brasile. Il candidato trumpiano ha ottenuto il 47,14 % dei voti, il presidente uscente il 45.03 %, con una differenza tra i due di circa 2 milioni e mezzo di voti.
Gli altri candidati minori, esclusi dal secondo turno, tutti di centrodestra, hanno raggiunto insieme circa il 12%. Schede nulle al 2,93%, bianche 1,84%. L’affluenza è stata del 79%, in linea con le ultime elezioni.
“Ringrazio i milioni di brasiliani che ci hanno votato. Pensavo di vincere al primo turno, ma abbiamo preso una lezione dalla democrazia. Ora il ballottaggio è la prova del 9. A partire da domani dovremmo mostrare la vera immagine del Brasile e le differenze tra le due proposte per il nostro Paese”. Lo ha detto il candidato progressista Lula commentando la sconfitta su Flavio Bolsonaro al primo turno delle presidenziali brasiliane in un hotel di San Paolo.
“Questo voto segna la fine della stagione del Pt, del partito di Lula”. Lo ha detto il candidato trumpiano alla presidenza del Brasile, Flavio Bolsonaro, commentando a Brasilia la sua vittoria al primo turno sul presidente uscente Lula. “I brasiliani hanno scelto il cambio. Tra tre settimane i brasiliani, al ballottaggio, diranno la parola fine definitiva contro questo governo corrotto”, ha concluso.
Occhi puntati quindi al secondo e decisivo turno. E qui bisogna esaminare la condotta dei candidati esclusi dal ballottaggio, il cui peso elettorale è circa del 10%.
Sono tutti di centrodestra, per cui il loro tesoretto di voti sulla carta, se non totalmente ma in larga parte, dovrebbe andare a Flavio Bolsonaro.
Per questa ragione gli analisti già da giorni osservano che Lula, per sperare di essere rieletto il 25 ottobre, deve conquistare sul suo avversario, già al primo turno, un margine di garanzia, un vantaggio di almeno 5-7 punti percentuali sul suo avversario. Se lo scarto sarà inferiore è legittimo considerare Bolsonaro il favorito per la vittoria finale.
Poi, come si dice in questi casi, prima di ogni ballottaggio ogni candidato ricomincia daccapo. E certamente Lula farà di tutto per recuperare i consensi di chi magari al primo turno non è andato a votare: prima di tutto mobilitando quei settori elettorali, gli over 70 e i ceti meno abbienti, che storicamente sono stati a lui molto favorevoli.
Infine, nelle prossime settimane Lula avrà la possibilità, in veste di presidente, di promuovere politiche in grado di fargli guadagnare terreno. In particolare potrebbe far approvare dal Congresso il progetto di legge 6+1, cioè la legge tanto attesa dai lavoratori che ridurrebbe la settimana lavorativa da sei a cinque giorni.
(da agenzie)
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