Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
QUEI GENITORI CHE SI FRAPPONGONO TRA I LORO FIGLI STUDENTI E I POLIZIOTTI IN ASSETTO ANTISOMMOSSA
L’immagine è forte e abbastanza inedita: alcuni genitori e insegnanti si frappongono tra i loro figli e studenti, in corteo per le strade di Torino, e i poliziotti in assetto antisommossa. Nell’aria satura di lacrimogeni, dalle loro bocche si sente uscire distintamente una sola parola: «Basta!». Senza commenti, senza giudizi. «Basta!» e basta.
Immagino il sorriso del professor Crepet, teorico del protezionismo genitoriale: ormai li scortiamo pure in piazza, questi ragazzi. Li accompagniamo a contestare il potere, salvo poi, all’occorrenza, costruirgli intorno una bolla che li tenga al riparo dai rischi. Eppure, a una parte non minoritaria di me verrebbe da dire: meno male. Non abbiamo controprove, ma che cosa sarebbe successo se quel gruppo di «pantere grigie» non avesse avuto l’intuizione di prendersi per mano e stendere un improvvisato cordone sanitario?
Proviamo a guardare la scena da un’altra prospettiva: i rappresentanti di due istituzioni della comunità — la famiglia e la scuola — prendono contatto con la terza istituzione presente in piazza — la polizia — e scompaginano i piani della solita minoranza violenta, che stava tentando di trasformare la protesta studentesca in un episodio di guerriglia urbana. Mi sentirei quasi di estendere l’esperimento ad altri luoghi pericolosi, per esempio i talk show, dove si potrebbero utilizzare parenti stretti ed ex insegnanti degli ospiti più aggressivi per dividere i contendenti e arrivare incolumi almeno fino alla pubblicità.
(da Corriere della Sera)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
GOVERNO SPIAZZATO DALLE MANIFESTAZIONI DI CATEGORIE VICINE ALLA MAGGIORANZA: AUTOTRASPORTATORI, AGRICOLTORI E PESCATORI
Gli studenti li avevano messi nel conto, il contagio francese e spagnolo era nell’aria e
molti a destra si dicevano: è una turbolenza che può far gioco a noi e al nostro profilo d’ordine contro “le piazze scatenate”. Anche il raduno Cgil convocato per oggi non suscitava ansie particolari, una prova di protagonismo del campo largo più che una minaccia per la maggioranza: difficile immaginare l’elettore di centrodestra suggestionato dai messaggi di Maurizio Landini.
Quel che non era stato previsto è la fiammata di protesta delle categorie vicine alla maggioranza, i trasportatori, gli agricoltori, i pescatori. Una serie di atti di esasperazione esplosi ieri al Sud, trattori in piazza, strade interrotte dai dimostranti, episodi che in molti casi avrebbero imposto l’applicazione delle nuove tagliole di legge sui blocchi stradali: da uno a sei anni di carcere, con pena raddoppiata “se il fatto è commesso da più persone o con violenza/minaccia”.
Focolai che si moltiplicano
In Calabria i presidi si sono moltiplicati lungo la statale 18 e l’A2. In Puglia trattori a passo d’uomo, con la circolazione paralizzata fino a Bari. In Basilicata blocchi spontanei lungo le arterie di collegamento con le regioni confinanti. In Campania un paio di uscite autostradali interrotte per ore, in Sicilia cinque giorni di serrata con timori persino per la distribuzione dei farmaci. Nel foggiano anche un vescovo in piazza con contadini e marinai, mentre ogni associazione di categoria dettava un analogo comunicato: ora basta, con questi costi non ce la facciamo più.
Il centrodestra ha scoperto all’improvviso l’affannoso peso del potere quando la crisi morde gli interessi diretti delle persone. Per quattro anni ha conservato altissimi livelli di consenso evitando interventi “disturbanti”, con la convinzione che gestire il tran-tran fosse condizione sufficiente a non scontentare i mondi che l’avevano scelto come referente. L’operazione ha funzionato. La vecchia destra di lotta è diventata di governo senza pagare pegno per la sua trasformazione, nemmeno tra le frange turbolente che aveva conquistato alla sua causa fin dall’inizio della Seconda Repubblica, difendendone le ragioni e le azioni talvolta estreme: quelli delle quote latte, i gilet gialli all’italiana con i loro pittoreschi capataz, il popolo dei trattori, i famosi Forconi che assediarono il governo Letta, fino alla mucca Ercolina portata pure a Sanremo per protesta contro la carne sintetica e il green deal.
È uno choc vedere quegli avamposti rianimarsi e rivoltarsi contro il potere costituito, anche perché la contestazione tocca due roccheforti del consenso del centrodestra: i trasporti gestiti da Matteo Salvini e l’agricoltura di Francesco Lollobrigida, entrambi legati da speciali sintonie con le categorie, le sigle, le imprese e i lavoratori che adesso invadono le strade. Per di più, inflazione e costi dei carburanti sono un nemico elusivo: non è possibile, stavolta, attribuire colpe ai tradizionali capri espiatori, gli immigrati, l’Europa, le magistrature, la burocrazia, i lacciuoli delle regole sovranazionali.
Mancano le risorse
C’è piuttosto un dato di fatto che ormai è difficile da nascondere: l’Italia non ha più soldi per compensare la corsa dei prezzi e l’Europa non sembra disponibile a concedere al Paese altri spazi di debito, come è risultato chiaro nel vertice di Bruxelles appena concluso. Il massimo ottenuto in giornata dalla Commissione Ue è stato il via libera al vecchio decreto bollette, varato prima dell’emergenza nel Golfo, che agirà in qualche modo sui prezzi del gas.
In questo scenario comincia a concretizzarsi il timore che studenti, agricoltori, pescatori, camionisti, al di là degli specifici motivi che li portano in piazza, siano agitati dallo stesso vento che scuote Francia, Spagna, Germania: un turbine di sfiducia verso la capacità delle classi dirigenti di garantire benessere e futuro. Di quella protesta spesso irrazionale, in tempi precedenti, la destra si è avvantaggiata. Oggi scopre che dovrà giocarsi una decisiva campagna elettorale dall’altra parte della barricata, dalla parte di chi deve tener sgombre le strade anziché tra chi le occupa, dalla parte di chi incassa le accise anziché tra chi ne rivendica l’abolizione. Non sarà facile, non sarà indolore.
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(da agenzie)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL POTERE NON E’ SOLO NEI FATTI, MA IN COME VENGONO RACCONTATI
È un blackout mediatico di regime, degno del Minculpop d’infausta memoria, quello messo in atto da tutti (o quasi) i Tg nazionali sugli scioperi degli autotrasportatori e degli agricoltori che protestano contro il caro-gasolio e il caro-vita. A partire dalla Puglia, dalla Basilicata e dalla Calabria, l’ondata sta risalendo la Penisola fino al Nord. Ma il “silenzio video”, tanto più grave da parte del servizio pubblico, tende a occultare il disagio di queste categorie nel tentativo di narcotizzare il resto della popolazione. Cioè i cittadini e i consumatori che sono – per così dire – i destinatari finali; le vittime della crisi economica, energetica e climatica. E così si punta a coprire le responsabilità di un governo che continua a elemosinare flessibilità di bilancio dall’Unione europea, per investire sul warfare anziché sul welfare, spendendo per armi e munizioni piuttosto che per scuole e ospedali.
Mentre l’agenzia Ansa sforna dispacci che sembrano bollettini di guerra, i telegiornali “oscurano” la protesta come fanno i regimi quando sono in difficoltà e cercano di sopravvivere a se stessi. Da giorni i blocchi degli autotrasportatori invadono strade e autostrade, lasciando i distributori a secco e i supermercati con gli scaffali mezzi vuoti. Gli scali aerei di Bari e di Brindisi non hanno più riserve per rifornire gli apparecchi di linea. Le code davanti ai distributori di benzina si allungano. Eppure, nei Tg si parla d’altro, dell’eterno caso Garlasco o della banda delle minicar, tranne che di questo sciopero a oltranza dai conducenti di camion, autobotti e trattori.
In compenso, la rete dei social network si mobilita, offrendo un’informazione capillare e alternativa, di “contropotere” dovremmo dire con un’espressione che una volta si usava per i giornali d’opinione. “Lo sciopero: gli autotrasportatori e gli agricoltori lo stanno facendo anche per te e soprattutto per te, quindi non girare la testa dall’altra parte”, proclama a gran voce un post su “X” con tanto di corredo fotografico. E così la protesta popolare, o forse sarebbe meglio chiamarla rivolta, diventa virale trasferendosi dalle strade e piazze ai social media. “Quando il Sud grida, l’Italia abbassa il volume!”, reclama “maurizio8” su quello che – prima dell’avvento di Elon Musk – tutti preferivamo chiamare Twitter. “Blocchi e proteste al sud, carburanti a secco, statale ionica bloccata”, avverte il nickname “Un girovago Ceresa Raffaele” e aggiunge: “Rischio che si fermi la filiera dei prodotti alimentari”.
Sale la tensione in tutto il Paese e il governo, come annuncia finalmente la stessa Ansa, “convoca l’autotrasporto”. Nel frattempo, i conducenti dei Tir in agitazione lamentano che negli ultimi giorni l’aumento del gasolio è schizzato da 0,31 euro al litro a 0,91, nonostante le fatue promesse sulle “accise mobili” e gli sconti finti dell’Eni o di altre compagnie petrolifere. Ma i conducenti dei tg e dei talk show di Telemeloni si adeguano alla “narrazione” ufficiale e stendono prudentemente un velo pietoso sul caro-carburanti e sul caro-bollette, senza bisogno neppure di ricevere un ordine di servizio.
Una buona parte della flessibilità sui conti ottenuta da Bruxelles il nostro governo dovrebbe impiegarla sulla transizione energetica, vale a dire sullo sviluppo delle rinnovabili e sull’elettrificazione dei trasporti, da cui sarebbe lecito aspettarsi una riduzione dei prezzi. Ma invece insegue la chimera del “nucleare pulito” che andrà bene se arriverà fra dieci anni e chissà a quali costi. Nell’attesa, per non allarmare l’opinione pubblica, si oscurano le proteste e si mette in stand by l’austerità.
(da il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
LE CRONACHE DEL PAESE REALE EVIDENZIANO UNA SITUAZIONE DRAMMATICA: DALLA RINUNCIA ALLE CURE MEDICHE ALLA POVERTA’ ASSOLUTA
Cronache quotidiane dal Paese reale. Più di 6 milioni di italiani rinunciano alle cure
mediche. Almeno 5 milioni e mezzo di italiani vivono in condizioni di povertà assoluta. Oltre 4 milioni e mezzo di pensionati, uno su tre, campa con un assegno da meno di 1.000 euro al mese. Circa 7 milioni di persone sono in difficoltà con i costi dell’affitto, mentre 3 milioni sono in stress abitativo per la rata del mutuo che gli mangia il 40 per cento del reddito. Un lavoratore medio guadagna 36.594 euro, contro i 66.700 del suo omologo tedesco. Nel frattempo, migliaia di studenti in tutte le città d’Italia scendono in piazza, insieme ai genitori e agli insegnanti, per chiedere fondi per l’istruzione pubblica e l’edilizia scolastica, per la quale spendiamo 58 miliardi, meno della metà degli interessi che paghiamo ogni anno per piazzare sui mercati il nostro debito. È dura per tutti, dalla Francia al Regno Unito, nel tempo delle guerre e delle crisi energetiche e climatiche. Ma per noi di più. Per carità, l’opposizione esagera: nessuna Apocalisse, non siamo il Sud Sudan e non viviamo nella Londra vittoriana di Dickens, dove i bambini morivano di fame agli angoli delle strade. Ma l’Italia vera, oggi, soffre e fatica. E con la crescita a zerovirgola e l’inflazione al 4,3%, i tassi che aumentano e lo spread che risale, può solo andare peggio.
Per questo stona parecchio lo storytelling felice e farlocco dell’Ucronia Meloniana. Un pianeta parallelo, dove il governo più forte e più longevo detta legge nel mondo e brucia primati perché “ha ritrovato la sua centralità”. E di fronte alle condizioni e ai bisogni materiali della gente stride ancora di più la misera manovretta economica che i patrioti al comando stanno impapocchiando nelle segrete di Palazzo Chigi. Un pannicello tiepido per un’Italia in ginocchio, piegata e piagata dal caro-bollette, dal caro-carburanti, dal carrello della spesa. Un ombrellino sghembo per un Paese che va incontro ai “nuvoloni” evocati dal mesto Giorgetti, nel deserto dell’aula sorda e grigia dove ormai non c’è più neanche il “bivacco di manipoli”. Solo 23 miliardi, di cui quasi metà concessi in altra flessibilità per energia e difesa dalla matrigna Europa, eretta ad apposito capro espiatorio dalla presidente del Consiglio. Per il resto, un brodino sciapo da dividere qua e là, un cucchiaio alle mamme lavoratrici e uno ai proprietari di case da ristrutturare, un altro per le imprese e un altro ancora per gli autonomi già beneficiati dalla Flat tax al 15%. Senza uno straccio di visione, ma con un’unica intenzione: conservare il minimo consenso rimasto.
E dunque. Bonus dentiere per i più anziani, con buona pace del disperato Salvini che ormai da 15 anni abbaia alla luna “aboliremo la Fornero!”. Tassa piatta al 5% sugli aumenti di stipendio per i più giovani, con tanti saluti ai ragazzi che il lavoro non ce l’hanno. Sconti sui bus per gli studenti, così la smettono di farsi prendere a manganellate dalla polizia. E per la sanità a pezzi, bonus Zerocalcare: “du’ spicci”, solo 2,4 miliardi, e cara grazia per Schillaci che ne chiedeva 6 e per la Fondazione Gimbe che ne indica 18, almeno per riportare il rapporto spesa/Pil ai livelli pre-Covid. Chi paga, per questa poca manna che cade dal cielo nero già in vista? Le banche, ca va sans dir: il salvifico tesoretto che i finti Robin Hood di Via della Scrofa e Via Bellerio invocano quando non sanno più che pesci pigliare: il mitico extra-profitto da tassare senza pietà, e che i signori del credito sgancino i soldi necessari a pagare le pensioni, gli ospedali, le scuole, le strade e forse anche le chiese. Lo ripetono da tre anni, questo falso grido di battaglia (alla faccia di Tajani che, in odor di Mediolanum, difende a spada tratta “il libero mercato”). E magari li tassassero davvero quegli utili, visto che finora il massimo che sono riusciti a tirare fuori dalla cassaforte delle banche è un acconto delle imposte comunque dovute, mentre non hanno neanche provato a cavare un euro dall’immensa rendita lucrata in concessione dai colossi dell’idroelettrico.
Non c’è poi da stupirsi, per una legge di bilancio così mediocre e rinunciataria. Meloni sconta oggi un tragico errore di calcolo commesso un anno fa. Allora la penultima manovra fu ancora più povera: 18 miliardi (diventarono 22 a fine percorso parlamentare). L’idea era quella di tenere stretti allora i cordoni della borsa, per poi riaprirli a manetta l’anno dopo, cioè adesso, per l’ultima maxi-manovra prima del voto. Una roba da venghino siori venghino: una ricca fiera di mance e prebende per tutti, anche in extra-deficit, per rivincere in carrozza le elezioni. Questo era il disegno: fallito “per colpa dell’Istat”, come ha detto la premier senza un briciolo di pudore. E invece: se abbiamo mancato l’obiettivo di un deficit inferiore al 3% — e per questo restiamo sotto procedura di infrazione Ue col divieto di fare nuova spesa in disavanzo — la colpa non è della statistica, è della politica. È il governo, nonostante la tanto conclamata stabilità, che in un’intera legislatura non ha portato a casa una sola riforma strutturale sul fisco, i salari e il lavoro, il Welfare. Non ha saputo affrancare famiglie e imprese dalla dipendenza energetica dai fossili, visto che metà dei nostri consumi elettrici li copre il gas che importiamo a prezzi salatissimi da Usa e Qatar. Non ha saputo fronteggiare il dramma dell’inverno demografico (che abbatterà la popolazione di 5 milioni di persone entro il 2050) e della fuga dei cervelli (che in dieci anni ha visto espatriare 100 mila giovani laureati). Non ha saputo aggredire i colli di bottiglia che frenano la produttività, più bassa da noi di 25 punti rispetto a Francia e Germania. Non ha saputo costruire un ecosistema in grado di spingere le aziende a crescere di dimensione, a innovare, a investire in tecnologie e intelligenza artificiale.
Sono mali atavici che ci portiamo dietro da decenni, e che neanche i governi precedenti sono stati in grado di curare (compreso l’ultimo guidato dal tecnico dei tecnici, Mario Draghi). Ma dalla sciamana alleata di Trump — che aveva promesso all’Europa “la pacchia è finita” e all’Italia “il miracolo sta per cominciare” — era legittimo aspettarsi molto più di questo accidioso galleggiamento. Da ormai quasi cinque anni, l’Underdog è riuscita a non sfruttare i 200 miliardi del Pnrr, anche quelli generosamente erogati dall’odiata Bruxelles. Si è limitata a rinnovare le misure altrui, dalle decontribuzioni Irpef ai micro-sconti sulle accise. Ha usato i 25 miliardi del fiscal drag succhiati dal ceto medio solo per coprire le spese correnti. E ha surfato sui noti vizi italici, il Pil parallelo del sommerso e dell’evasione, vellicato a colpi di condono. Ora, con questa manovrina da ultimi giorni di regime, è tardi per azzardare qualunque colpo d’ala, ammesso che le destre ne fossero capaci e non lo sono. C’è spazio solo per i micragnosi saldi di fine stagione. Con la solita, residua speranza: che i rissosi, irascibili, carissimi bracci di ferro del Campo largo riescano a non farla ricominciare.
(da Repubblica)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
CAMION POSIZIONATI A BORDO STRADA IN CALABRIA E SICILIA, SI TEME PER LA CONSEGNA DEI FARMACI
Camion fermi, distributori a secco e timori per le scorte di frutta e verdura. Fino al pericolo di mancata consegna dei medicinali. Questa la situazione al Sud al termine del primo di giorno di sciopero degli autotrasportatori in Calabria e Sicilia contro il caro carburante. Forti i timori che possa estendersi presto al resto d’Italia. Le proteste andranno avanti fino a martedì 20, in attesa che gli autotrasportatori incontrino il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, il 27 ottobre. Convocazione arrivata a poche ore dall’inizio dello sciopero e ritenuta “troppo tardiva” dagli organizzatori della protesta che chiedono interventi immediati. Altre mobilitazioni proseguono anche in Puglia, Basilicata e Molise con i camion che si sono posizionati ai lati delle strade provocando forti rallentamenti. Proteste che hanno trovato la sponda anche degli agricoltori, soprattutto per il crollo del prezzo dell’olio. “Il governo ci chiede di scaricare i costi sulla committenza, e la committenza finale è ogni cittadino che poi si ritrova il prodotto da acquistare più caro: noi stiamo cercando di evitarlo”, sottolinea Salvatore Bella, coordinatore del Comitato trasporto siciliano.
Dopo giorni di blocchi, i prodotti alimentari cominciano a scarseggiare sugli scaffali dei supermercati. “In due anni c’è stato un rincaro del trasporto via nave di 700 euro, il prezzo è praticamente raddoppiato. Non possiamo più mettere in moto i mezzi e resteremo fermi, senza creare disagi a nessuno finquando non avremo risposte. Da un mese cerchiamo di avere un dialogo con Salvini ma ci ha ignorati”, dice Bella.
“Manifestare è lecito e degno di rispetto, bloccare le strade per impedire ai prodotti di essere distribuiti è un reato”, ha però avvertito ieri il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. Parole che non sono piaciute agli autotrasportatori calabresi che ieri hanno messo in atto una quindicina di presidi, dall’aeroporto di Lamezia Terme alla provincia di Crotone fino al porto di Gioia Tauro. “Ormai non abbiamo più margini di guadagno. Dov’è lo Stato? Se la premier Meloni non si decide a fare qualcosa, proseguiremo a oltranza”, sottolinea Domenico Mammone della Federazione autotrasporti e logistica. “Per un viaggio verso il Nord servono 2.500 euro di gasolio, più i costi di trasferta e le spese: non riusciamo a recuperare con gli incassi. Venisse il ministro Salvini a lavorare con noi”, denuncia un altro autotrasportatore.
Lo sciopero ha incrociato la protesta dei metalmeccanici ex Ilva: anche se ieri i blocchi sono stati rimossi, nella maggior parte dei benzinai di Puglia e Basilicata i carburanti sono andati esauriti, con conseguenze simili anche in Calabria, dove si registrano lunghe code alle stazioni di servizio. Le agitazioni degli autotrasportatori potrebbero avere conseguenze a cascata anche nella filiera del farmaco, causando ritardi nelle consegne dei medicinali ai magazzini dei distributori.
Intanto si è mosso il garante per “individuare i responsabili”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
HA AMMESSO DI ESSERE STATA BOCCIATA ALL’ESAME DI ABILITAZIONE PER AVVOCATO… E IN CALIFORNIA E’ STATA DENUNCIATA ALL’ORDINE PROFESSIONALE
La carriera di Katie Zacharia come portavoce della Casa Bianca è durata meno di una
settimana. Lo stesso Donald Trump ha detto ai giornalisti di averle chiesto di riconsiderare l’incarico, ma secondo il New York Times ci sarebbe stato un licenziamento in piena regola.
Zacharia, 41 anni, ha ammesso di non aver mai superato l’esame di abilitazione alla professione di avvocato. La confessione è arrivata giovedì, nel corso di un’intervista al quotidiano Usa Today e Zacharia l’ha poi ribadita in diretta su Fox News. La nuova portavoce, subentrata a Karoline Leavitt, che si era dimessa lo scorso agosto, ha dichiarato di aver sostenuto l’esame nel 2011, ma di non averlo passato. Nei giorni scorsi la sua qualifica professionale era diventata oggetto di crescenti speculazioni, culminate nella denuncia presentata all’Ordine degli avvocati della California, dove la donna vive, dall’organizzazione di controllo Campaign for Accountability. La legge statale californiana prevede infatti che chi si presenta come avvocato senza possedere la licenza rischi fino a un anno di carcere.
I dubbi sulla qualifica professionale di Katie Zacharia
Zacharia si presentava come avvocata da anni. Lo stesso presidente l’aveva definita «attorney», cioè avvocata, quando sul suo social Truth ne aveva annunciato la nomina, descrivendola anche come una «sostenitrice leale e brillante fin dall’inizio» e una «devota fan del Maga». Martedì scorso, dopo il suo primo briefing con la stampa alla Casa Bianca, che è durato appena 14 minuti e ha sollevato numerose critiche – Zacharia è apparsa insicura e impreparata, tanto che il video della conferenza è stato ripreso e deriso sui social – il giornalista Judd Legum, nella sua newsletter politica Popular Information, aveva sollevato i primi dubbi, rivelando di aver cercato il nome della donna negli albi professionali di tutti i 50 Stati e del distretto di Washington senza però trovarlo.
La risposta di Katie Zacharia alle prime domande di giornalisti
Così, poche ore dopo, alcuni giornalisti presenti sul prato sud della Casa Bianca, dove il presidente stava per partire a bordo dell’elicottero Marine One, le avevano chiesto dove avesse passato l’esame di avvocato, ricevendo una risposta ambigua: «Quando mi sono trasferita in Cina».
La confessione di Katie Zacharia
Al New York Times Zacharia ha poi spiegato di aver frainteso la domanda a causa del rumore dell’elicottero presidenziale: «Pensavo mi avessero chiesto “Dove si trovava dopo la laurea in legge?”». Dopo l’università, infatti, Zacharia si era trasferita in Cina per seguire il marito, che lavorava a Pechino per un fondo di investimento americano. Lì Zacharia ha lavorato per Zhong Lun, uno dei maggiori studi legali del Paese. Un partner dello studio, sentito dal New York Times, ha però precisato che il suo ruolo era probabilmente simile a quello di un tirocinio retribuito. Infine, durante l’intervista rilasciata giovedì a Usa Today è arrivata la confessione. In quell’occasione Zacharia ha definito «irrilevante» il risultato dell’esame che le viene ora contestato, perché sapeva che in Cina l’abilitazione non le sarebbe servita. In altre interviste ha poi raccontato che all’epoca era «distratta e sopraffatta» dai preparativi per il matrimonio e per il trasferimento, e che non ha mai voluto ripeterlo perché avendo avuto quattro figli in sei anni non intendeva esercitare.
La risposta di Zacharia alle accuse che le vengono mosse
Quanto all’essersi definita avvocata per anni, Zacharia si difende adesso facendo leva su una distinzione linguistica. In inglese esistono due parole, “lawyer” e “attorney”, che in italiano si traducono entrambe con “avvocato”. Secondo lei la prima può essere utilizzata per indicare anche chi è soltanto laureato in legge mentre la seconda spetterebbe unicamente a chi è abilitato. Racconta inoltre di essersi consultata con il rettore della sua università, che le avrebbe sconsigliato di usare “attorney”, dando invece il via libera a “lawyer”. Come riporta Usa Today, molti esperti non sono però d’accordo: per Mark Jia, docente alla Georgetown University, negli Stati Uniti i due termini sarebbero equivalenti.
La difesa della Casa Bianca
Prima che Zacharia ammettesse di non aver mai superato l’esame, Trump aveva commentato il suo debutto dicendo: «Secondo me è stata molto brava». Mentre il direttore della comunicazione Steven Cheung l’aveva definita «qualificata come nessun altro», liquidando chi la accusava di non essere in realtà un’avvocata come un gruppo di estremisti di sinistra affetti da «sindrome da squilibrio anti-Trump».
(da agenzie)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
LO HA DISPOSTO IL GIUDICE DI PALERMO, ACCOGLIENDO IL RICORSO DI UN PROFUGO EGIZIANO SOTTOPOSTO ALLE NUOVE PROCEDURE
Per la prima volta il nuovo Patto Ue su migrazione e asilo finisce davanti alla Consulta e in discussione c’è uno dei pilastri su cui si regge. A spedirlo all’attenzione della Corte costituzionale, il giudice civile di Palermo Michele Guarnotta che, nell’accogliere in via urgente il ricorso di un giovane egiziano, assistito dall’avvocata Claudia Avenia, contro l’applicazione delle nuove procedure, mette in fila una serie di criticità.
Primo, che il ragazzo sia stato messo effettivamente in condizioni di comprendere cosa gli stesse succedendo e cosa comportino le nuove regole. Secondo punto, più centrale perché strutturale e per questo finito all’attenzione dei giudici costituzionali, la “finzione di non ingresso”.
Il trucco del “non ingresso”
Le nuove procedure prevedono che chi provenga da Paesi considerati sicuri, in attesa che la sua domanda venga processata, rimanga alla frontiera o in prossimità nelle cosiddette “zone di transito e frontiera”. È la cosiddetta “finzione del non ingresso”. Il governo ha rimediato con un decreto del 5 agosto che le individua in prossimità di tutti i porti di sbarco, ma anche nel centro della Sicilia, nelle grandi città, come in mezzo Friuli-Venezia Giulia. All’atto pratico, si è tramutato nell’ordine per il richiedente asilo di rimanere in un centro dal quale non può uscire.
Giuridicamente un testacoda, che il giudice sintetizza così: “il richiedente è fisicamente presente nel territorio della Repubblica, è destinatario delle misure di accoglienza previste dall’ordinamento nazionale, è sottoposto al potere delle autorità italiane cui ha presentato domanda di protezione internazionale, ma al tempo stesso non è considerato giuridicamente ammesso nel territorio nazionale e può soggiornare esclusivamente nei luoghi individuati dall’autorità amministrativa”.
La frontiera come condizione giuridica
In concreto, significa che “una persona fisicamente presente in luoghi situati profondamente all’interno del territorio nazionale continui ad essere giuridicamente trattata come se si trovasse alla frontiera”. E questo succede, ad esempio, in centro a Trieste, nel cuore della Sicilia, ad Ancona. “La “frontiera” – si spiega – cessa di essere un dato geografico e diventa una condizione giuridica attribuita alla persona che, pur presente nel territorio della Repubblica e in città che non presentano alcun collegamento con il confine dello Stato”. Il punto è già finito al centro di vari ricorsi, tutti accolti, ma fino ad oggi mai, quanto meno in sentenza, messo in relazione con quanto preveda la Costituzione, in almeno tre articoli.
Violazione del diritto d’asilo
Primo, all’articolo 10, che afferma il diritto a chiedere asilo “nel territorio della Repubblica”. Lo ha chiarito una sentenza della Corte Costituzionale che chiarisce come sia “il diritto dello straniero di accedere al territorio dello Stato per essere ammesso alla procedura di esame della domanda di riconoscimento dello status di rifugiato, senza che esso (diritto di asilo) presenti un contenuto legale diverso o più ampio rispetto al diritto di ottenere un permesso di soggiorno per la durata del relativo procedimento”. Significa che chiunque, incluso chi proviene dai cosiddetti Paesi sicuri, ha diritto a stare nel territorio nazionale, con tutti i diritti che ne conseguono, a partire da quello di non veder limitata la propria libertà di circolazione. Insomma, chiuso in un centro per ordine del questore o del prefetto, non può stare.
“La richiesta asilo è un diritto non un atto di benevolenza”
Il diritto di asilo costituisce non può essere «risolutivamente condizionato» all’esito della domanda di riconoscimento dello status di rifugiato politico. In questo senso, le nuove norme e soprattutto la creazione di una condizione di “presenza senza ingresso”, sottolinea il giudice, rischiano di essere in contrasto anche con l’articolo 2 della Costituzione, che garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. “Il diritto di asilo costituisce una manifestazione primaria del principio di solidarietà costituzionale. Esso non si fonda – si ricorda in sentenza – su un atto di benevolenza dello Stato, ma sul riconoscimento di una posizione soggettiva fondamentale della persona che, nel proprio Paese, non possa esercitare effettivamente le libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana”. Per questo, spiega, “l’accoglienza dello straniero dovrebbe costituire l’adempimento di un preciso dovere giuridico”. La nuova disciplina invece “rischia di ridurre il richiedente asilo a mero oggetto di gestione amministrativa della frontiera”.
Non possono esserci differenze davanti alla legge
Altro punto, sotto il profilo della ragionevolezza, le nuove norme si pongono in contrasto anche con l’articolo 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza di fronte alla legge, perché introduce persone sostanzialmente nella stessa condizione, finiscono per non avere gli stessi diritti. “Mentre il richiedente assoggettato alla procedura ordinaria, o accelerata, può esercitare nel territorio nazionale le libertà civili e sociali compatibili con la propria condizione di richiedente asilo, il richiedente sottoposto alla procedura di frontiera, pur essendo fisicamente presente in Italia, è mantenuto in una situazione di non ingresso che gli impedisce di attribuire un effettivo contenuto alle libertà che formalmente continua a possedere”.
Un nodo che adesso toccherà alla Consulta sciogliere, ma che rischia di far venir meno, quanto meno in Italia, uno dei pilastri del nuovo patto Ue o aprire a un altro rinvio alla Corte di giustizia europea, come in passato successo sulle procedure accelerate confezionate a misura dei centri albanesi e cassate dai giudici.
(da agenzie)
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Ottobre 17th, 2026 Riccardo Fucile
“ERA PARTITO DICENDO “FACCIAMO LA RIVOLUZIONE LIBERALE” E NON L’HA FATTA. TRUMP? A SILVIO NON PIACEVA GIÀ AL PRIMO MANDATO, OGGI L’AMERICA È IN MANO A UN ‘MEZZO MATTO’… UNA DISCESA IN POLITICA DI MARINA E PIER SILVIO? MELONI? MI PIACE, MA È TROPPO POLEMICA CON L’OPPOSIZIONE”
Eccolo Fedele Confalonieri. Il Presidente di MFE, l’uomo che ha custodito l’impero di
Silvio Berlusconi negli anni ruggenti e turbolenti della discesa in campo, dopo molti anni, torna davanti a una telecamera. […]
«Sono solo un povero vecchietto, un musicista mancato». Eppure, un attimo prima di cominciare l’intervista, conquista tutti improvvisando una sonata di Beethoven su un vecchio pianoforte a coda davanti al mio camerino. Come ai bei tempi in cui, ragazzo, strimpellava con il suo amico del cuore nelle balere milanesi.
Presidente, chi trova un amico, trova un tesoro. Tra lei e Berlusconi, amici per tutta la vita, chi ha trovato il tesoro?
«Io, ça va sans dire. Silvio, mi ha cambiato la vita. Lui senza di me sarebbe stato comunque Berlusconi e io chissà…».
L’entrata in politica del Cavaliere come ha cambiato il vostro rapporto? Gli ha detto anche dei no?
«Certo. Ad esempio, non ero d’accordo con la discesa in campo, perché non pensavo che avrebbe avuto successo.
Mi ricordo che, quando Bettino Craxi stava per andare in Tunisia, ormai rassegnato, mi disse che Silvio non sarebbe andato oltre l’8%, un risultato che ci avrebbe portato solo danni. Invece ha fatto una cosa napoleonica: in 3 mesi ha preso oltre il 21%».
Lei è una persona che va pochissimo in tv: ma la guarda?
«Guardo soprattutto Sky, dove c’è molta musica».
E non guarda Mediaset?
«Le news, un po’ di talk show. Poi la nostra televisione bisogna dire che Pier Silvio sa farla: su Rete4 c’è un’abbondanza di talk che ti rende edotto di quello che succede».
Ma le piacciono o li trova troppo rissosi?
«Non è più la televisione di una volta, quando c’era Granzotto che intervistava i pesi massimi, i Craxi o gli Andreotti, e così via. Oggi vanno in televisione solo a litigare».
La politica la appassiona? La modifica della legge elettorale le interessa?
«Quando si parla di legge elettorale spengo l’audio».
Parliamo di lei e Berlusconi: vi conoscete sin da bambini all’oratorio. Com’era il Cavaliere da ragazzino, a 11-12 anni?
«Era uno abbastanza sveglio. Mi ricordo che mia mamma in milanese diceva che era “fiol disincantà”. Vendeva un po’ di tutto, elettrodomestici, spazzole elettriche. Era Berlusconi già allora».
E lei che bambino era?
«A me piaceva suonare, ma ero abbastanza tranquillo come tutti i bambini di quei tempi, che dovevano stare tranquilli per forza, a casa e a scuola, sennò le prendevano. E non era necessariamente un male».
Quello che dice è politicamente scorretto…
«Sarà, ma che oggi ci siano ragazzi che per gioco rischiano di uccidere qualcuno, come nel caso della microcar a Roma, o che vanno a scuola con i coltelli, è terribile».
A proposito del suo legame con Berlusconi, l’hanno definita in tanti modi. Alterego, Fidel, Eminenza Grigia a Colori, Scalfari addirittura un giorno la descrisse come “la bocca dentata del Caimano”. Si ricorda?
«La verità è che Scalfari era venuto ad Arcore prima di “vendersi” a De Benedetti, perché lui e l’editore Carlo Caracciolo non erano affatto contenti di finire sotto il cappello dell’Ingegnere. Quindi Berlusconi ha rischiato di diventare l’editore di Scalfari, che poi si inventò un Cavaliere su misura: fascista, massone, mafioso».
Qualche difettuccio l’avrà pure avuto.
«Quel difettuccio lì, le donne, lo aveva molto accentuato. E poi era partito dicendo “facciamo la rivoluzione liberale” e non l’ha fatta, ci ha rinunciato delegando il governo del “giorno per giorno” ad altri. Ma è stato un grande Ministro degli Esteri, ha cambiato i rapporti di forza con la famosa “diplomazia della pacca sulle spalle”: e vagliela a dare una pacca sulle spalle a Putin…».
A proposito di Putin, che ne pensa della guerra in Ucraina e di come la sta affrontando la politica italiana?
«Quello che manca oggi è la diplomazia. Gente come Kissinger, veri e propri giganti. Noi non siamo in grado di continuare a finanziare l’Ucraina, semplicemente perché non possiamo permettercelo. Dovremmo fare di tutto per chiudere questa guerra ma non si vede chi potrebbe prendere l’iniziativa, specie ora che l’America è in mano a un “mezzo matto”».
Berlusconi cosa pensava di Trump?
«Era il Trump del primo mandato e di certo già non gli piaceva».
Con lei, al fianco di Berlusconi c’è sempre stato anche Gianni Letta. Però siete molto diversi, lei così milanese e lui così romano, così legato ai Palazzi della politica…
«Ho molta stima di Gianni Letta. È una persona straordinaria. C’è una cosa che molti non sanno: lui ha rifiutato di fare il Presidente della Repubblica. Alla rielezione di Mattarella, Meloni glielo aveva proposto. Avrebbe vinto in carrozza. Ma non l’ha fatto per non far dispiacere Berlusconi. E questo la dice lunga sulla sua fedeltà e lealtà».
Lei è mai stato leghista?
«Io ero per Bossi, credo che sarebbe stata meglio un’Italia federalista vera».
E oggi la Lega di Salvini le piace?
«Salvini non mi dispiace perché è milanista, ma la sua Lega non è più quella di Bossi».
In questa stagione, pensa mai alla caducità della vita?
«Ormai mi sono rimasti i piaceri della carne, ma solo quelli del mangiare e del bere…».
A proposito, lei è un uomo passionale? Si è innamorato perdutamente?
«Certo, di mia moglie!».
È stato un uomo fedele?
«La fedeltà molto spesso viene ridotta al fare o non fare le corna, ma è altro, è la lealtà. Bisogna partire con l’innamoramento da giovani, poi avere una donna che ti sta vicino anche nei momenti difficili… E comunque memento negare semper…».
Sta confessando qualche scappatella?
«Non affermo e non nego, ma mia moglie è stato il mio grande amore».
Veniamo a Mediaset. Per Pier Silvio e Marina lei è ancora zio Fedele?
«Certo che sì, d’altra parte, li conosco da quando sono nati! Pier Silvio sta facendo un ottimo lavoro con le acquisizioni europee».
E Marina? Prima o poi scenderà in politica?
«A Marina piace la politica, ma no, non credo che lo farà. Pier Silvio, poi, parla di politica alle presentazioni dei palinsesti, ma si ferma lì».
In fondo, l’erede di Berlusconi non si è mai trovato, ma nei fatti lo è diventata Giorgia Meloni. Non trova?
«Mi piace, è brava. Unica cosa è troppo polemica con l’opposizione. Si mette a discutere su tutto, ma chi se ne frega, dico io, sei la Presidente del Consiglio! E poi lei, a differenza di tanti altri politici soprattutto di una volta, conosce le lingue. È una grande atout».
Che penserebbe Berlusconi di Vannacci?
«Lui sapeva essere concavo e convesso. Discuteva e parlava con tutti, certo non avrebbe escluso Vannacci a prescindere».
Lei ha una passione per Milano, la sua città. Come è cambiata e chi vedrebbe bene come Sindaco?
«Milano è anche radical chic, il centro città vota a sinistra. Mario Calabresi potrebbe farcela, ma certo se ci fosse un candidato anche più a sinistra, penso a Pierfrancesco Majorino, avrebbe ancora più chance».
Cos’è oggi il futuro per Fedele Confalonieri?
«L’altro giorno ero a Mediaset a consegnare i diplomi dei master a dei ragazzi in gamba. Quando si è parlato di futuro, anche se è un po’ volgare, gli ho detto chiaramente: “Cazzi vostri!”».
(da La Stampa)
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