Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
“DA UN EX BANCHIERE, EX MINISTRO DELL’ECONOMIA, CON IL PROFILO DEL TECNOCRATE IPER-DIPLOMATO, CI SI SAREBBE POTUTO ASPETTARE DI PIÙ. IL DISSESTO FINANZIARIO CHE MACRON LASCIA IN EREDITÀ ALLA FRANCIA È UNA MACCHIA SULLA SUA PRESIDENZA”
Quartiere latino, un caffè dietro al Panthéon. Qualche metro più in là i ragazzi
gridano «Strangolati, non ascoltati!». Il cameriere si lamenta del freddo improvviso ma aggiunge «tanto, è la fine del mondo», buono spunto per cominciare la conversazione con Giuliano da Empoli: dopo il successo mondiale del Mago del Cremlino, il politologo italiano di casa a Parigi torna lo scrittore del momento in Francia grazie a Le fondateur (Gallimard), romanzo sulla fine del mondo per come l’abbiamo conosciuto, e sulla nuova realtà fatta di intelligenza artificiale e sorveglianza globale.
Il caos di Parigi ha un valore così epocale?
«Il sentimento apocalittico mi pare oggi straordinariamente presente nell’opinione pubblica occidentale, tutti hanno la sensazione di essere sulla soglia di qualcosa di inimmaginabile. C’è la convinzione vaga ma diffusa di essere arrivati a una svolta. Ogni Paese poi vive questa paura in modo diverso».
In Francia i ragazzi chiedono innanzitutto più aule e professori. Ma c’è anche l’ansia per il futuro, come si legge in tanti manifesti?
«Parlerei di tre livelli. Il primo è quello ormai tipico di una protesta studentesca in Europa, ovvero la richiesta di condizioni migliori. Il secondo livello riguarda tutta la società francese, che ha un grado ormai elevatissimo di scontento rabbioso, un malessere aggressivo che non ha mai trovato uno sbocco per via del sistema presidenziale, e che in queste ore viene sfruttato dalla sinistra radicale di Mélenchon. Infine, il terzo livello: la paura di un futuro sempre più ignoto».
Studiare non condiziona più l’avvenire?
«Purtroppo no. La correlazione tra il livello di competenza di uno studente e la possibilità di garantirsi un futuro nella società dell’AI è completamente saltata, e i ragazzi lo sanno. Non si capisce più quali studi fare, che cosa scegliere per non rimanere disoccupati.
E questo è traumatico per un Paese come la Francia che basava tutto sull’aristocrazia degli studenti, come iceva Pierre Bourdieu: attraverso gli studi, a seconda di quale scuola frequenti e con quali voti, costruisci la tua vita. Oggi più studi, più rischi di essere sostituito dall’AI».
La Francia sembra entrata in una tempesta perfetta: rivolte di piazza, crisi finanziaria, instabilità politica, agricoltori pronti a manifestare a loro volta. Come mai?
«Mi sembra che ci siano elementi di crisi comuni a tante democrazie occidentali: i beni essenziali, l’energia, la casa, come abbiamo visto in Spagna, la scuola, la sanità, costano sempre di più
Poi c’è il forte divario tra i territori; e la composizione demografica del Paese, che negli ultimi anni con l’immigrazione si è modificata creando tensioni.
Ma questi problemi, in gradi diversi, li ritroviamo anche altrove».
Che cosa rende unico il caso francese?
«Prima di tutto, il sistema politico. In questi anni la Francia non ha mai avuto una valvola di sfogo populista o sovranista, qualcosa di paragonabile alla Brexit o ai diversi governi italiani.
Tutto è rimasto soffocato, imperniato sul presidente e il sistema elettorale a doppio turno, che condiziona i politici ossessionati dall’Eliseo. Poi, la terribile crisi finanziaria».
Come spiega questi conti?
«Durante il Covid, Macron ha stanziato soldi per sostenere le aziende e gli artigiani “a tutti i costi”, come diceva.
Poi sono arrivate le elezioni del 2022, e nessun governo al mondo fa tagli alla spesa prima di un voto così importante. Così il debito ha continuato a correre, e poi sono arrivati il voto anticipato e il governo di minoranza. In Italia con quei numeri una maggioranza si sarebbe trovata, ma la politica qui è diversa».
In che cosa ha sbagliato, soprattutto, la Francia?
«Da francofilo, la sua crisi mi dispiace molto perché il Paese ha fatto tante scelte lungimiranti visto l’attuale scenario mondiale: ha coltivato una autonomia strategica militare e nucleare nei confronti degli Stati Uniti; ha sviluppato il nucleare civile e le energie rinnovabili, ha investito nelle start-up e nell’intelligenza artificiale, in modo unico in Europa. Tutti appuntamenti che la Germania ha mancato».
Quindi qual è il problema?
«Una gestione catastrofica delle finanze pubbliche, che non sono solo una questione economica ma anche di sovranità: quando i livelli di debito superano una certa soglia, la libertà di manovra è limitata, le scelte cominciano a essere obbligate da fattori esterni. Per fortuna i francesi sono protetti dall’euro, se avessero ancora il franco non so che sarebbe successo».
C’è un responsabile?
«Ci sono tante cause. Stimo Emmanuel Macron per quel che ha fatto a livello internazionale e per l’Europa, una figura come la sua mancherà all’Unione.
Ma per prima cosa un responsabile politico si giudica sui risultati interni.
E da un ex banchiere ex ministro dell’Economia con il profilo del tecnocrate iper-diplomato, ci si sarebbe potuto aspettare di più. Il dissesto finanziario che Macron lascia in eredità alla Francia è una macchia sulla sua presidenza».
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
IL BALCONE DAL QUALE BERLINGUER SI AFFACCIO’ A FESTEGGIARE CON LA FOLLA IL 33,5% ALLE ELEZIONI DEL 1975 E’ QUELLO DELLA CAMERA 207
Al numero quattro di via delle Botteghe Oscure, per quarantacinque anni casa del Partito comunista italiano, a Roma, sono tornati gli operai.
Melodie mediorientali gracchiano dai telefoni di un gruppetto di muratori arabi, mentre, nel monumentale ingresso, una ditta di pulizie sta lavando il pavimento di travertino bocciardato. “Aò, ma ‘ndo stavi”, urla un ragazzone all’assistente di cantiere. “So’ tre ore che te chiamo. Se sta allaga’ er garage”.
Il geometra si era distratto per raccontare al Foglio che da mesi qui si lavora incessantemente, anche il sabato e la domenica, per finire di trasformare il palazzo scelto da Palmiro Togliatti nel 1946 in un hotel di lusso Hyatt, del gruppo Thompson.
Operazione che solo il grande capitale poteva avere la fantasia di immaginare: la trasformazione del santuario del proletariato italiano in un business di miliardari americani. Bottegone Grand Hotel. Con la falce e il martello a far da sfondo ai calici di Dom Pérignon.
La notizia del progetto è di quattro anni fa. La novità è che il Foglio è riuscito fortunosamente a intrufolarsi nell’hotel ormai quasi finito per vedere cos’è rimasto della vecchia sede del Pci. Sei piani, ottomila metri quadri, un ristorante stellato, un cocktail bar, una terrazza incantevole sul centro di Roma: se la tabella di marcia sarà rispettata, a metà ottobre l’albergo aprirà per il collaudo (…)
Togliatti aveva scelto quell’edificio accanto al Campidoglio, all’altare della Patria, a piazza Venezia, per dare ad amici e nemici il senso della centralità e rispettabilità del partito dopo gli anni della clandestinità antifascista, nell’epoca in cui il mondo era spaccato in due, da una parte gli Stati Uniti, dall’altra l’Unione Sovietica.
Oggi il mondo è frantumato in vari pezzi, ma in massa si vola da una parte all’altra del pianeta, e si può immaginare facilmente il valore di mercato che avranno le “settanta camere” nel cuore di Roma, “tra guest, junior suite e suite panoramiche mozzafiato” (parole del progetto di presentazione).
Un tempo, invece, erano solo uffici della classe dirigente comunista. Nei momenti di massima espansione, lavoravano cinquecento persone. Dai funzionari semplici fino ai membri del Comitato centrale. I quali salivano ai loro piani con un ascensore diverso da quello di tutti gli altri, riservato.
“E’ stato scioccante entrare a Botteghe oscure qualche mese fa”, dice Walter Veltroni, l’uomo che da segretario dei Democratici di Sinistra, nel 2000, fu costretto a prendere la decisione di lasciare l’edificio ereditato dal Pci per i costi insostenibili.
Botteghe Oscure era organizzato scientificamente. “Era un cervello collettivo”, ricorda Veltroni, “ si pensava tanto e si pensava insieme” “Immaginavo che sarebbe stato doloroso vedere l’edificio trasformato. E’ stato di più, dolorosissimo”.
Raccontano che se non fosse stato per cinque diversi vincoli, la sovraintendenza capitolina, quella nazionale, quella archeologica, quella delle belle arti e l’Unesco, sarebbe andata diversamente. Invece, è stato custodito integralmente l’ingresso, con, a sinistra, la scultura di Giò Pomodoro, “Parete di misure”; poi una falce e martello e una bandiera rossa della Comune di Parigi, il primo governo proletario della storia, simbolo dell’“assalto al cielo” secondo Marx. Di fronte, anch’esso protetto, il busto di Antonio Gramsci, che, come si legge nell’iscrizione posta dai “compagni” nel 1952, “illuminò con l’implacato intelletto la storia d’Italia, la storia del mondo, il cammino della nostra vittoria” (…)
“Botteghe Oscure era un cervello collettivo”, ricorda Veltroni, “era un posto dove si pensava tanto e si pensava insieme”. Si decideva tutto qui. La linea politica e le alleanze, le parole d’ordine e i manifesti. L’edificio era organizzato scientificamente.
Al primo piano, gli esteri. Al terzo, la propaganda. Al quarto, l’organizzazione. Al quinto, il salone del comitato centrale. Al sesto, la cultura e la comunicazione.
Ma il piano più importante, anche per ragioni architettoniche – i soffitti più alti, come si usava nei palazzi nobiliari – era il secondo: qui c’era l’ufficio di Palmiro Togliatti, di Enrico Berlinguer e di tutti gli altri segretari che si sono succeduti. “Fino ad arrivare a me”, dice Veltroni.
Adesso, a destra e a sinistra di un lungo corridoio rivestito con una moquette zebrata bianca e rossa, ci sono camere concepite per una “clientela life-style”, con “letti king size, ampie docce, vasche idromassaggi”, arredate con “una sobria eleganza, vagamente razionalista” (…)
Al secondo piano è anche il balcone da cui a notte fonda si affacciò finalmente Berlinguer a festeggiare con la folla il 33,5 per cento alle elezioni del 1975, stringendo un foulard o uno straccetto rosso, dopo che in migliaia erano arrivati lì sotto da vari quartieri di Roma, i militanti, i simpatizzanti, gli elettori.“Io ero giù ad applaudire con la gente”, dice Veltroni. Ora, al famoso balcone, si accede entrando nella camera numero 207 che, di rosso, anche se opaco, ha solo il lavabo del bagno.
Se ci si affaccia dal balcone, a sinistra si vede Largo Argentina. A destra, Piazza Venezia. E di fronte, mi sussurra un tecnico del cantiere, c’era un ufficio della Cia. La leggenda circola. E’ vera? E’ falsa? “A me non risulta”, dice Veltroni.
Anche architettonicamente la storia di Botteghe Oscure è sorprendente. Il palazzo, mi racconta l’architetto Costa, che, con il figlio, Marco, sta scrivendo un libro sul Bottegone, era stato iniziato nel 1941, in piena epoca fascista, dall’architetto Ugo Vitellozzi, per conto dell’Unione italiana assicurazioni. A causa della guerra i lavori però si interrompono nel 1943, al primo piano. Riprendono alla fine della Seconda guerra mondiale.
“Vedi? Fino al primo piano il palazzo è un edificio neo-purista”, mi racconta l’architetto Costa. E ricorda in effetti l’impronta di Marcello Piacentini, la star dell’architettura d’epoca fascista. “Mentre dal secondo piano in poi lo stile cambia, è più austero, ancora più sobrio”. Insomma: in parte fascista, in altra parte comunista, il Bottegone potrebbe essere considerato un esemplare, per quanto involontario, di fasciocomunismo.
E a proposito di fascisti: è qui a Botteghe oscure che Giorgio Almirante, segretario del Movimento sociale, venne a rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer, mettendosi in fila tra la folla. Scese Giancarlo Pajetta, uno che aveva sparato ai fascisti, ad accompagnarlo alla camera ardente (…)
Dentro aveva l’infermeria, la banca, le poste, la libreria Rinascita, dove oggi c’è un supermercato Pam. Era attrezzato per accompagnarti dalla culla alla tomba. Anche se l’unico a morire lì dentro, per fortuna, fu il sindaco comunista di Roma, Luigi Petroselli. Aveva appena tenuto un discorso appassionatissimo nel salone del Comitato centrale. Finito l’intervento, stramazzò a terra (…)
Al secondo piano c’è il balcone da cui s’affacciò Berlinguer a festeggiare le elezioni del ’75. Ora la camera 207, che di rosso ha il lavabo del bagno Un tempo era il piano meno prestigioso.
Ma celebre perché Palmiro Togliatti, sposato con Rita Montagnana, aveva vissuto per un periodo con Nilde Iotti, giovane deputata dell’Emilia-Romagna, in un appartamentino che ora non c’è più. Alla fine, il Migliore aveva scelto Nilde Iotti e nel partito tutti si chiedevano: ci possiamo permettere veramente un segretario adultero? I bacchettoni sono stati sempre una corrente maggioritaria dei comunisti italiani.
Timorosi che le masse non avrebbero capito. Anche il più insospettabile Berlinguer, una volta, propose come modello femminile Santa Maria Goretti. Mentre Giancarlo Pajetta, quando a Botteghe oscure arrivò – era il 1985 – la prima delegazione omosessuale, e dopo che Chicco Testa aveva già posato in un fotoromanzo per i diritti delle prostitute, sbottò: “Prima le puttane, adesso i finocchi: ma che cazzo è diventato questo partito?”.
Tra non molto, è facile immaginarlo, qui sarà invece il trionfo degli aperitivi. Perché il rooftop del Bottegone ha una vista straordinaria sulla città. Si possono ammirare tutte le bellezze di Roma, ruotando semplicemente su sé stessi agli scavi della Roma antica all’Eur, dal Pantheon al Gianicolo, dalla cupola di San Pietro al Fontanone
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
RAPHAEL GLICKSMAN E’ ANTICOMUNISTA ED EUROPEISTA, FIGLIO DI UN FILOSOFO
Figlio di un filosofo, nipote di una spia sovietica, marito di una delle
giornalistepiù famose di Francia. Raphaël Glucksmann, 46 anni, ha una biografia poco convenzionale per un candidato all’Eliseo.
Nato in una famiglia di intellettuali e cresciuto nel cosmopolitismo parigino, è arrivato alla politica passando per i reportage internazionali, le rivoluzioni nell’ex blocco sovietico. Il padre André Glucksmann, scomparso nel 2015, è stato uno dei protagonisti dei nouveaux philosophes, ex maoista diventato critico feroce del totalitarismo comunista.
Il nonno Rubin, ebreo originario dell’attuale Ucraina, aveva lavorato come agente sovietico in Germania prima di rifugiarsi in Francia con l’avvento del nazismo. Una storia familiare che aiuta a capire l’anticomunismo, l’europeismo e soprattutto l’ostilità verso la Russia di Vladimir Putin.
Prima della politica ci sono stati i libri e i documentari. Glucksmann ha raccontato il genocidio dei tutsi in Ruanda, seguito la rivoluzione arancione in Ucraina nel 2004 e lavorato dal 2008 al 2012 come consigliere del presidente georgiano Mikheil Saakashvili.
Un’esperienza controversa, per la vicinanza a un leader accusato di derive autoritarie, ma che l’eurodeputato rivendica come parte della sua formazione.
A Tbilisi, Glucksmann ha conosciuto Eka Zgouladze, ex ministra georgiana e madre del suo primo figlio. Oggi condivide la vita con Léa Salamé, giornalista franco-libanese e uno dei volti più popolari della televisione francese, con la quale ha avuto un secondo figlio.
Fondatore del movimento Place Publique nove anni fa, Glucksmann ha conquistato il primo mandato europeo nel 2019, alla guida di una lista comune con i socialisti. «L’Europa è la battaglia della mia vita» ripete spesso.
L’altra sua battaglia è contro Jean-Luc Mélenchon, che ha paragonato a Jean-Marie Le Pen dopo alcune battute del leader Insoumis sui cognomi di origine ebraica. Glucksmann, che rivendica le proprie radici ebraiche ashkenazite, considera la rottura con la France Insoumise una condizione necessaria per rifondare la sinistra democratica.
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
GLUCKSMANN HA CONQUISTATO LA CANDIDATURA MA NON CONTROLLA LA MACCHINA DEL PARTITO SOCIALISTA, CON LA SUA RETE DI MILITANTI, AMMINISTRATORI LOCALI E RISORSE FINANZIARIE
«Sono il candidato della sinistra democratica che potrà battere l’estrema destra». Raphaël Glucksmann festeggia la vittoria alle primarie e lancia subito la sfida per l’Eliseo. L’eurodeputato ha conquistato la candidatura con oltre il 66 per cento dei voti, liquidando già al primo turno i quattro avversari, a cominciare dal segretario socialista Olivier Faure, fermo al 14 per cento.
Glucksmann promette una «rifondazione della sinistra» e soprattutto una doppia rottura: «Con il macronismo e con l’egemonia di Jean-Luc Mélenchon sulla gauche». La sfida è però soprattutto all’estrema destra, in testa ai sondaggi per le presidenziali di aprile 2027. «Non permetteremo a Marine Le Pen di vincere. Batteremo l’estrema destra, i putinisti e i trumpisti».
Per la prima volta il partito socialista non avrà un candidato proveniente dalle proprie file alle presidenziali. Nelle ultime due elezioni, i socialisti avevano toccato i minimi storici. Benoît Hamon si era fermato al 6 per cento nel 2017 e Anne Hidalgo era precipitata all’1,75 per cento nel 2022. Questa volta i militanti socialisti e i simpatizzanti iscritti alla consultazione hanno scelto il leader di una formazione alleata, Place publique, fondata appena otto anni fa.
Ségolène Royal, ex candidata socialista all’Eliseo nel 2007, si è fermata al 7,62 per cento, mentre Jérôme Guedj ed Emmanuel Maure, che incarnavano l’ala più a sinistra, hanno raccolto ciascuno poco meno del 6 per cento. Hanno partecipato oltre 120mila persone, con un’affluenza vicina al 90 per cento degli iscritti abilitati al voto elettronico.
Nella foto di gruppo con Glucksmann, gli altri candidati mostrano sorrisi tirati e una freddezza che contrasta con l’entusiasmo dei sostenitori dell’eurodeputato. Faure riconosce una «maggioranza molto chiara» a favore del vincitore ma insiste sulla necessità di costruire alleanze.
«Vinceremo queste presidenziali con la sinistra unita», avverte il segretario socialista. «Senza questa galassia che ho cercato di rappresentare, nessuna trasformazione sociale ed ecologica è immaginabile». Ancora più esplicita Royal, che durante la campagna aveva definito Glucksmann uno «stagista della politica». L’ex ministra si dice «molto delusa» dal risultato e chiede di costruire «un’unione delle forze di sinistra prima di rivolgersi al centro».
Glucksmann vuole invece chiudere la stagione del cosiddetto campo largo con Mélenchon, dopo le alleanze alle ultime legislative. «Non siamo qui per vincere una disputa interna alla sinistra. Siamo qui per vincere le elezioni presidenziali», ribatte. Il leader della France Insoumise, che ieri ha radunato circa 10mila persone in un comizio a Clermont-Ferrand, resta un concorrente ingombrante.
Gli ultimi sondaggi presidenziali continuano ad attribuirgli più intenzioni di voto rispetto a Glucksmann, accreditato tra il 11 e il 13 per cento prima della vittoria alle primarie. Il progetto di Glucksmann è rimanere autonomo tanto dalla France Insoumise quanto dall’eredità politica di Emmanuel Macron.
Ma questa linea rischia di allontanare altre componenti della gauche e le divisioni possono pesare anche sull’organizzazione della campagna del nuovo candidato all’Eliseo. Glucksmann ha conquistato la candidatura, ma non controlla la macchina del partito socialista, con la sua rete di federazioni, militanti, amministratori locali e risorse finanziarie.
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
I RICORSI PER AVERE UN PRONUNCIAMENTO DELLA CONSULTA SI BASERANNO SU ALCUNI ASPETTI DEL MELONELLUM RITENUTI PROBLEMATICI: L’INDICAZIONE PREVENTIVA DEL CANDIDATO PREMIER (FUMO NEGLI OCCHI PER IL CAMPO LARGO), IL PREMIO DI MAGGIORANZA, L’ASSENZA DI QUOTE ROSA OBBLIGATORIE, LA RACCOLTA FIRME E L’ESISTENZA DI UN’UNICA CIRCOSCRIZIONE ESTERO … I RICORSI SARANNO PRESENTATI A PARTIRE DAL 26 OTTOBRE, GIORNO IN CUI ENTRERÀ IN VIGORE LA LEGGE ELETTORALE
Persa la battaglia in Parlamento, il centrosinistra si riorganizza con l’aiuto
dellasocietà civile. Oggi alla Camera la “Rete per un voto libero e uguale” presenterà, insieme ai partiti di opposizione, la strategia per portare lo Stabilicum davanti alla Corte costituzionale e smontarlo pezzo per pezzo.
Le contestazioni si muoveranno seguendo 6 filoni principali. Il primo riguarda «l’indicazione preventiva e obbligatoria» del candidato presidente del Consiglio che, sostiene il comitato civico, viola l’articolo 49 della Costituzione – che protegge la libertà dei partiti di scegliere come presentarsi alle elezioni – e intacca la prerogativa del Capo dello Stato, all’articolo 92, di assegnare l’incarico di formare un governo. C’è poi «il premio di maggioranza abnorme», che sarebbe in contrasto con l’articolo 48 della Costituzione.
Questione delicata è poi quella delle candidature femminili, perché la legge elettorale non prevede quote obbligatorie e crea «una disparità di genere che regola le candidature e le preferenze, in violazione dell’articolo 51 della Costituzione».
Gli ultimi 3 filoni sono anche i più frequentemente contestati dai costituzionalisti. L’obbligo di raccogliere «un numero abnorme di firme» per presentarsi alle elezioni «viola chiaramente l’articolo 3 della Costituzione ed è irragionevole». È invece in contrasto con ben tre articoli della Costituzione (3, 48 e 51), secondo il comitato, il fatto che ci sia un’unica circoscrizione per tutti gli italiani all’Estero.
Infine il premio di maggioranza su base nazionale: non può valere per i senatori, che vanno eletti su base regionale (articolo 57). «Prenderemo il testimone dalla politica e partirà la macchina dei ricorsi», dice Roberto Zaccaria, esponente del comitato ed ex deputato Pd. «Verranno presentati da un team di 70 avvocati, a partire dal 26 ottobre, quando la legge entra in vigore».
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
“AL POPOLO PROGRESSISTA NON INTERESSA NULLA DELLE PRIMARIE” … “CREDO CHE SI VINCA DAPPERTUTTO. SI VINCE AL CENTRO, SI VINCE A SINISTRA MA SI VINCE CON UN CAMPO UNITAMENTE UNITO, LE LARGHE INTESE SONO NECESSARIE”
“Io federatrice? Nessuno me lo ha chiesto ma in questo momento non ci sono le condizioni”. Lo ha detto Silvia Salis stasera a Che tempo che fa con Fabio Fazio. “Questo dibattito che va avanti da quasi un anno – ha detto Salis – mi dice che si è perso il centro della discussione che e’ il programma da presentate al Paese ma soprattutto – ha aggiunto – ci siamo arrovellati su uma discussione che gia’ mesi fa sembrava ridondante. Fare una gara interna rispetto alle istanze che ci vengono poste… Il campo progessista che è enorme non è fatto solo dai nostri elettori ma anche da tanti sfiduciati che non votavano più. Dobbiamo riprendere il punto della situazione ma le condizioni sono lontane dal trovare una sintesi ed è un peccato perchè sfiduciano un elettorato che dopo il referendum era gasatissimo”.
“Le primarie sono evidentemente divisive. E credo che al popolo progressista non interessi nulla delle primarie e che sia abbastanza scorsggiato nel vedere questo continuo dibattito quando le famiglie italiane cominciano a rateizzare la spesa settimanale. Credo che questo sia un tema più centrale rispetto a una gara interna al centrosinistra”. Lo ha detto la sindaca di Genova Silvia Salis stasera a ‘Che tempo che fa’ rispondendo a una domanda di Fabio Fazio sulle primarie.
“Credo che si vinca dappertutto. Si vince al centro, si vince a sinistra ma si vince con un campo unitamente unito, le larghe intese sono necessarie”. Lo ha detto Silvia Salis stasera a ‘Che tempo che fa’ con Fabio Fazio. “Basta contare – ha detto – E’ vero che ci sono sempre stati più leader moderati ma si sta confondendo ‘moderato’ con ‘progressista’ che non e’ la stessa cosa”.”Quando mi vogliono mettere la maglietta della moderata – ha aggiunto – su alcuni temi posso esserlo, però sono progressista perchè non ho paura a sostenere temi di sinistra ma non ho paura nemmeno di dire che lo sviluppo economico è importante e che l’industria va tutelata”. Secondo Salis “è importante trovare un leader progressista che non abbia paura a dire e fare cose di sinistra ma che poi sappia dialogare con tutti i mondi del Paese”.
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
“LI CAPISCO PURE, POVERACCI. PENSANO SOLO A COME TROVARE IL MODO PER ESSERE RIPORTATI IN PARLAMENTO. MA VOGLIONO PARLARE DEL MIO PASSATO? ALLORA SI PARLI DEL PASSATO! APPENDINO È UNA CONDANNATA CON SENTENZA PASSATA IN GIUDICATO, IO NO. MAGI PUR DI SALVARSI VA AL ‘MANIFESTO’ A SVENDERE LA STORIA DI +EUROPA RIPARANDOSI SOTTO LA GONNA DI CONTE – SFIDO TUTTI I MAGI E GLI ONORATO A FARE QUELLO CHE FARÒ IO: RIMANERE FUORI DAL LISTINO BLOCCATO. SI CORRE SOLO SUL PROPORZIONALE…”
«Il mondo brucia e questi passano il tempo a parlare di me?». Una domenica
diordinario renzismo vissuto dentro la testa del diretto interessato, Matteo Renzi, accerchiato da un pezzo di centristi che lo accusa di fare «come il marchese del Grillo» (Riccardo Magi), da una porzione dei 5 Stelle che non lo vorrebbe perché «inaffidabile» (Chiara Appendino) e pure da una fetta di Forza Italia che lo definisce «uno dei più grandi sprechi di intelligenza della politica» (Roberto Occhiuto). L’ex presidente del Consiglio, sempre più a suo agio nel ruolo del barricadero bastonatore del governo Meloni, non vorrebbe parlare del campo proprio, «che potrebbe vincere le elezioni se solo ci fosse gente concentrata solo su questo obiettivo». Ma si vede che, come avrebbe detto Totò, «ogni limite ha una pazienza».
«Sopporto quello che non dovrei sopportare. Ma lo sopporto. Quelli come Magi e Chiara li capisco pure, poveracci. Pensano semplicemente a come trovare il modo per essere riportati in Parlamento.
E ovviamente sono convinti che attaccando me sia più semplice. A loro mica interessa se una sovranista o un sovranista arrivano alla presidenza della Repubblica. Gli interessa solo dove staranno loro», è il flusso di coscienza di Renzi. Che in cuor suo contesta (…)
Ma vogliono parlare del mio passato? Allora si parli del passato, sono pronto. Appendino è una condannata con sentenza passata in giudicato, io no. Il partito della Appendino ha portato Salvini al Viminale, io sono quello grazie al quale se n’è andato a casa mezzo secondo dopo aver chiesto pieni poteri al Papeete. Magi pur di salvarsi va al Manifesto a svendere la storia di +Europa riparandosi sotto la gonna di Conte. Vogliamo andare avanti? Parliamo di Kiev o Riad che è più serio dai».
Di questioni ne rimangono appese parecchie, compresa la circostanza che gli altri imputano a lui quello che lui imputa agli altri, e cioè la disperata ricerca di un altro giro al sole del Parlamento e quindi al caldo del Potere.
«Ah sì? Allora facciamo così», dice Renzi. «Sfido tutti i Magi e gli Onorato a fare quello che farò io: rimanere fuori dal listino bloccato della coalizione. Si corre solo sul proporzionale. Non ci sarà nessun soccorso rosso o peggio ancora soccorso grillino: se ci torniamo, sarà per i nostri voti. Che però sono decisivi per riportare loro al governo. Sfida accettata?».
Restano i complimenti di Roberto Occhiuto, che evidentemente gli fanno piacere. «Così come mi fa piacere», ripete lui all’alba della sua domenica di ordinario renzismo, «che la sua grande intelligenza politica non sia alla guida di Forza Italia, dove per nostra fortuna c’è il mitico Tajani».
Al fondo di tutto, un dilemma quasi filosofico: Renzi non crede che ci sia gente che non gli crede. «A detta di tutti, nessuno fa un’opposizione parlamentare più tenace ed efficace della mia. Non vorrei che per convincerli debba essere costretto a presentare anche una candidatura alle primarie del Campo largo».
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
DIECI ANNI FA UN GIOVANE SU QUATTRO NON LAVORAVA NE’ STUDIAVA, OGGI LA QUOTA E’ SCESA AL 13,3%
Neet è una di quelle sigle che sembrano spiegare tutto e invece raccontano soltanto ciò che manca. Not in Education, Employment or Training: niente scuola, niente formazione, niente impiego. E in quello spazio vuoto è facile infilare lo stereotipo del giovane sul divano, senza lavoro e con poca voglia di cercarselo. È una caricatura comoda, che nasconde però una realtà ben più affollata.
«I Neet sono una categoria eterogenea. Il problema è considerarli tutti come persone che hanno solo bisogno di aiuto per trovare un lavoro. Ma i disoccupati, cioè quelli che lo cercano effettivamente, sono circa un terzo del totale», spiega Tito Boeri, professore di economia del lavoro all’Università Bocconi ed ex presidente dell’Inps. Nella stessa casella convivono infatti storie molto diverse. Ci sono i curriculum spediti senza risposta, ma anche contratti che vanno e vengono, figli o genitori da accudire, italiani di seconda generazione con barriere linguistiche e culturali, e fragilità personali che rendono più difficile affacciarsi sul mercato del lavoro. E c’è chi, dopo una lunga trafila di porte chiuse, a un certo punto ha smesso persino di bussare.
La discesa non è uguale per tutti
Se tracciare l’identikit dei Neet è complicato, seguirne la traiettoria è molto più semplice. E negli ultimi dieci anni la direzione è stata netta: verso il basso. Secondo l’Istat, nel 2015 in Italia non studiava né lavorava il 25,7% dei giovani tra i 15 e i 29 anni, praticamente uno su quattro. Nel 2025 la quota si è fermata al 13,3%: quasi la metà.
Il passo avanti si vede ancora meglio allargando lo sguardo oltre i confini italiani. Dieci anni fa l’Italia aveva la quota di Neet più alta dell’intera Unione europea; oggi resta sopra la media dell’11%, ma nel frattempo è stata superata da Romania, Bulgaria e Grecia. Soprattutto, nessun altro Paese europeo ha registrato nello stesso periodo una flessione altrettanto marcata. Il terreno da recuperare, però, non è finito: l’obiettivo fissato dall’Unione europea per il 2030 è scendere sotto il 9%.
quota neet dimezzata in dieci anni
La media nazionale, poi, ha il difetto di tutte le medie: spiana le differenze. E in Italia, quando si guarda alla geografia dei Neet, emerge una frattura profonda. Al Nord è fuori da studio e lavoro l’8,7% dei giovani tra i 15 e i 29 anni, al Centro l’11,8%, mentre nel Mezzogiorno si supera il 20%. Tradotto: al Sud è Neet circa un giovane su cinque, al Nord meno di uno su dieci.
Quando contano età, genere e cittadinanza
Ma le distanze non si fermano alla geografia. Conta anche l’età: tra i 15 e i 19 anni coloro che non studiano e non lavorano sono appena il 4,5%; tra i 25 e i 29 la quota arriva al 20%. E proprio mentre cresce l’età, i numeri di uomini e donne cominciano a divergere. Nel complesso è Neet quasi il 15% delle giovani donne, contro poco meno del 12% degli uomini. Tra i 25 e i 29 anni, però, la forbice si apre: 24,9% contro 15,5%. Quasi una giovane donna su quattro. «È un divario su cui incidono probabilmente i carichi familiari e di cura dei figli, che continuano a frenare soprattutto la partecipazione femminile al mercato del lavoro», osserva Andrea Garnero, economista presso la Direzione per l’Occupazione, il Lavoro e gli Affari sociali dell’Ocse.
Genere e cittadinanza finiscono poi per incrociarsi. Tra i giovani italiani i Neet sono il 12,2%; tra gli stranieri quasi il doppio, il 24%. Ma è fra le donne che lo scarto si fa più netto: tra le italiane la quota è del 13%, tra le giovani straniere sfiora il 35%. Più di una su tre. A pesare, secondo Boeri, è anche la minore disponibilità di reti familiari: «Le persone straniere hanno spesso meno possibilità di ricorrere all’aiuto dei nonni o a forme di assistenza informale nella cura dei figli. A questo si aggiungono problemi più generali di integrazione».
La scuola non spiega tutto
Meno lineare è il rapporto con l’istruzione. A prima vista, anzi, i numeri sembrano andare nella direzionesbagliata: la quota più alta di Neet non si trova tra chi ha studiato meno, ma tra i diplomati. È il 15%, contro il 12% di chi ha al massimo la licenza media e l’11,1% dei laureati.
Il titolo di studio individuale, però, è solo una parte del quadro. Un’altra affiora guardando al contesto familiare. Tra i Neet che vivono ancora con i genitori, circa la metà viene da famiglie in cui il titolo di studio più alto non supera la licenza media; quasi tre su dieci, invece, vivono in nuclei in cui nessuno dei genitori lavora. Il peso delle origini, insomma, non si ferma sulla soglia della scuola: può accompagnare i giovani anche all’ingresso nella vita adulta e nel mercato del lavoro.
Il salto nel mondo del lavoro
E i problemi spesso cominciano proprio quando quella soglia bisogna attraversarla. Il passaggio dagli studi al lavoro in Italia resta più accidentato che altrove: nel 2025, tra i giovani dai 20 ai 34 anni che hanno concluso da uno a tre anni un percorso di istruzione secondaria superiore o terziaria, lavora il 71,8%. Nell’Unione europea si arriva all’83%. «In Italia c’è un salto troppo netto tra il mondo degli studi e quello del lavoro», osserva Garnero. Scuola, università e mercato del lavoro, spiega, restano ancora «sistemi quasi a tenuta stagna: si può arrivare alla fine degli studi e ritrovarsi di colpo davanti a un mondo completamente nuovo». E riuscire a entrare è una cosa, rimanervi è un’altra. Per alcuni giovani il percorso procede a strappi, tra esperienze brevi e contratti precari che faticano a trasformarsi in una traiettoria professionale stabile.
Il rischio di restare Neet
Anche uscire dalla condizione di Neet, del resto, richiede tempo. Più della metà dei giovani che nel 2024 non studiavano né lavoravano erano nella stessa situazione l’anno successivo. Non conta, allora, soltanto quanti siano i Neet, ma anche quanto a lungo rimangano tali. Una percentuale può scendere rapidamente; assai più lentamente possono cambiare le vite che quel numero lascia in ombra.
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
VALI NASR, EX CONSULENTE DELLA CASA BIANCA: COSA C’E’ DIETRO L’ACCORDO ENERGETICO TRA USA E RUSSIA, LA SMENTITA DEL CREMLINO E L’EUROPA NEL MEZZO
Lasciare l’Ucraina a Vladimir Putin per vincere contro l’Iran e gli Houthi
inMedio Oriente. Questo è il piano degli Usa di Donald Trump secondo Vali Nasr, ex consulente dell’amministrazione Obama, che parla oggi con Repubblica. «Trump ha chiarito che per gli Stati Uniti la questione Iran è molto più importante della guerra in Ucraina. C’è un’enorme pressione sui prezzi del diesel; probabilmente nemmeno l’immissione sul mercato delle riserve europee basterà a risolvere il problema. E Trump ha deciso che l’unico modo per gestire i prezzi è stipulare questo accordo. È persino disposto a “comprare” Putin con questa intesa sul diesel pur di mantenere la propria posizione nei confronti dell’Iran», spiega l’esperto a proposito della tregua energetica annunciata dalla Casa Bianca e smentita dal Cremlino.
Trump, Putin e l’Iran
Secondo questa strategia Trump «non si cura dell’Ucraina né dei problemi dell’Europa con la Russia. Ma il modo in cui agisce comporta implicazioni geopolitiche: sta mettendo gli interessi dell’America davanti a quelli dell’Europa, che si ritrova completamente sola nella sua politica verso la Russia. L’Europa ora deve decidere quale delle due rappresenti la minaccia maggiore: l’Iran o la Russia». A Trump «dell’alleanza transatlantica non importa nulla. Quella con l’Iran è una guerra che vede l’America direttamente coinvolta. L’Ucraina è una guerra che adesso vede l’Europa direttamente coinvolta. La sua eredità politica, la sua politica interna, tutto quanto dipende dall’esito del conflitto in Medioriente. Gli europei devono scegliere se avallare la continuazione della guerra con l’Iran, essendo disposti ad allentare la pressione su Putin affinché gli americani possano farlo, o assumere posizioni per limitare l’impatto dell’accordo tra Putin e Trump».
Tradimento tra alleati
Secondo Nasr il risultato finale potrebbe essere un tradimento tra alleati: «Non c’è nemmeno più la parvenza di una posizione comune sulla Russia, anche se credo che Trump non abbia affrontato la questione come un grande disegno strategico ma più con un: “Non mi interessano le conseguenze di un accordo sui carburanti con la Russia; ne ho bisogno per sostenere la mia posizione nei confronti dell’Iran”. La conseguenza però è una frattura con Bruxelles». Così Trump cerca di comprare un accordo con la Russia proprio sull’Ucraina:« È ovvio che immettere gasolio sul mercato gioverà all’economia russa, tuttavia i russi stanno giocando una partita a lungo termine. Putin non nutre piena fiducia negli Stati Uniti o nel prossimo presidente che salirà al potere. E i russi non hanno intenzione di scaricare completamente gli iraniani. Cercheranno di avere la botte piena e la moglie ubriaca».
La nuova guerra con l’Iran è imminente
Trump sta perdendo la guerra con l’Iran: «L’America è molto più debole di quanto i media non credano. Nonostante si dica che lo Stretto di Hormuz è aperto e l’Iran è alle corde, la realtà è diversa: se fosse davvero così, Trump non avrebbe bisogno di scendere a un simile compromesso con Putin. La pressione esercitata dai mercati energetici è tale da indurlo a compiere questo passo». Anche se Mosca non è in grado di influenzare il processo decisionale a Teheran: «No, perché gli iraniani stanno lottando per la propria sopravvivenza. L’accordo sul gasolio è un vantaggio soprattutto per la Russia, perché le procura denaro. E, sul piano simbolico, significa che gli Stati Uniti non sono più vincolati a una posizione comune con l’Europa contro la Russia. Se l’Europa resta sola, Putin potrebbe inasprire notevolmente lo scontro con l’Europa».
E quindi: «Credo che la guerra sia imminente ed è anche per questo che Trump ha agito in questo modo. Le posizioni sono troppo distanti e non c’è vera diplomazia in questa fase. La situazione attuale non è sostenibile. L’America non può raggiungere un accordo con l’Iran senza dare l’impressione di aver perso, perciò continua a cercare una vittoria. Se dovesse scatenare una guerra, sarebbe un conflitto ben più devastante dei precedenti».
Cambiare il Medio Oriente
Infine, secondo il politologo irano-americano che insegna alla Johns Hopkins di Washington e collabora con il Center for Strategic and International Studies la guerra «potrebbe cambiare il Medio Oriente. Gli iraniani hanno già dichiarato che reagirebbero in modo massiccio. Stiamo già assistendo a un’escalation tra Arabia Saudita e Yemen. Il livello di devastazione nell’intera regione potrebbe peggiorare».
(da Repubblica)
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