Ottobre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MA LA GOCCIA CHE HA FATTO TRABOCCARE I NEURONI DI SCHLEIN È STATA LA DICHIARAZIONE DELL’AZZECCAGARBUGLI STELLATO: “ERO A FAVORE DI UN FEDERATORE NEL CENTROSINISTRA, MA MI È STATO DETTO DI NO”. UNA FRASETTA CHE HA STIZZITO OVVIAMENTE ELLY, MA ANCHE GLI ESPONENTI DI SPICCO DEL VERTICE DEL M5S (IN PRIMIS, PATUANELLI), I QUALI DI UN EVENTUALE “TERZO UOMO” NON NE AVEVANO MAI SENTITO PARLARE
Daje e ridaje, con Conte in modalità Travaglio che detta il programma, con i sondaggi
che danno il Pd sotto il 20%, con il cosiddetto Campo Largo ormai ridotto a uno spettacolo sempre più umiliante e grottesco, Elly avrà pensato che era giunta l’ora di finirla…
E basta con ‘ste provocazioni quotidiane su Europa e Ucraina, sempre con quel tono da “piccola, torna a pettinare le bambole”, la misura è colma: Caro Giuseppe, hai rotto il cazzo, non mi faccio mettere sotto i tuoi piedini, ora vediamo chi ce l’ha più lungo: “Nel programma uno non vale uno, il Pd ha il doppio dei voti”. Se vedemo, come dicono a Roma…
La goccia che le ha fatto traboccare i neuroni fuori dalle sinapsi è stata la dichiarazione dell’azzeccagarbugli stellato che ha farfugliato: “Ero a favore di un federatore nel centrosinistra, ma mi è stato detto di no”. Una frasetta che ha stizzito ovviamente Elly (manco nominata), ma anche gli esponenti di spicco del vertice del M5s (in primis, Patuanelli), i quali di un eventuale terzo candidato premier “terzo uomo” non ne avevano mai sentito parlare.
A questo punto di non ritorno, tutti sono curiosi di vedere come Conte replicherà al vaffa sparato da Elly dalla direzione del Nazareno. Il leader pentastellato andrà ad un accordo con il Pd-Avs-Renzi-Ruffini oppure preferirà rompere ‘sta alleanza contronatura, come affabula da sempre il direttore del “Fatto Quotidiano”?
E come la prenderà una eventuale rottura il mondo grillino? Solo un terzo è dell’idea di abbassare il sipario col Pd, gli altri fremono dalla voglia di tornare al potere.
Non solo. Presentarsi divisi come nel 2022, con il M5s che corre da solo, non dando quindi agli elettori di centrosinistra un’alternativa di governo all’Armata Branca-Meloni, è una follia ai confini della realtà.
Pur affiancata da due alleati alla sfascio, con la spina nel fianco di Vannacci, senza l’unità dell’opposizione, Giorgia Meloni non solo ritornerebbe trionfale ad occupare il primo piano di Palazzo Chigi ma potrebbe anche aggiungere il voto di tanti delusi del vergognoso fallimento del Campo Largo.
Che farà Conte? Correrà il rischio di scommettere sul mancato raggiungimento de 42%, soglia minima per ottenere il premio di maggioranza, dopodiché si torna a un proporzionale puro – ognuno per sé, Dio per tutti – voilà, si riaprono i giochi? Ipotesi poco probabile: alla fine farfuglierà qualche supercazzola con scappellamento progressista e il giorno dopo ritornerà ad avvelenare i pozzi…
Per ora, l’ex avvocato del popolo ha replicato con la solita supercazzola con scappellamento a gazebo: “Schlein ha ufficialmente confermato che per lei ci sono due strade: o la candidata premier è lei oppure ci saranno le primarie. Io credo a questo punto che la strada sia ben chiara, non ci sono alternative, sarà la strada delle primarie, perché dobbiamo sempre preferire la direzione di una partecipazione Democratica”.
(da Dagoreport)
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Ottobre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SMENTITA L’EFFICACIA DELLA MISURA: I RIMPATRI DAI CPR SONO IN NETTO CALO, AUMENTANO SOLO I COSTI MATERIALI E UMANI
Durante un question time alla Camera, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato la volontà di spingere le espulsioni per raggiungere la cifra di 10mila rimpatri entro la fine del 2026. Per conseguire questo obiettivo, il Viminale ha avviato le procedure per realizzare 6 nuovi Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr), distribuiti tra Trentino-Alto Adige (due strutture), Calabria, Campania, Emilia-Romagna e Toscana, oltre al recupero immediato di 106 posti nelle strutture già attive in Sicilia, Sardegna e Lazio. Tra le localizzazioni ipotizzate figurano siti come Castel Volturno, Bologna, Aulla, Crotone, Trento e Bolzano. Questa accelerazione, tuttavia, non solo ha generato attriti con le amministrazioni locali e regionali, ma solleva un interrogativo di fondo: aumentare la capacità detentiva garantisce davvero un incremento delle espulsioni?
I dati di ActionAid: il crollo dell’efficacia dei Cpr
A smentire la premessa del Governo, secondo cui un aumento della capienza detentiva genererebbe automaticamente un incremento delle espulsioni, sono i dati ufficiali analizzati nel report Espulsioni. Un’analisi della politica di rimpatrio italiana, 2015-2025, pubblicato questa mattina da ActionAid Italia e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari all’interno del progetto Trattenuti. Nel 2025 i Cpr italiani hanno registrato il record storico di ingressi con 6.835 persone trattenute. Ciononostante, i rimpatri eseguiti direttamente a partire dai centri sono crollati a soli 1.732, segnando un calo del 45,1% rispetto al 2022. Nel 2025, soltanto il 25,3% di chi è stato rinchiuso in un Cpr è stato effettivamente rimpatriato.
L’alternativa “invisibile”: le espulsioni fuori dai Cpr
Ma allora, come avvengono i rimpatri? La lente d’ingrandimento sui dati mostra che il vero motore delle espulsioni si muove in gran parte lontano dalle sbarre dei Cpr. Nel 2025, su un totale di 4.784 rimpatri forzati, quasi due su tre (3.052 persone) hanno riguardato soggetti che non avevano mai messo piede in un centro di detenzione.
Non si tratta di un’anomalia recente: guardando al decennio 2015-2025, emerge chiaramente come oltre la metà degli allontanamenti coattivi sia stata eseguita senza un precedente trattenimento. Anzi, la forbice si sta allargando. Basti pensare che, tra il 2022 e il 2025, le espulsioni direttamente dai Cpr si sono quasi dimezzate (da 3.154 a 1.732), mentre quelle effettuate al di fuori del sistema detentivo sono quadruplicate, passando da 762 a ben 3.052.
Il peso delle conseguenze: costi umani ed economici
Scegliere poi di puntare in modo così massiccio sulla detenzione amministrativa porta con sé ripercussioni inevitabili, sia sul piano etico che su quello delle casse dello Stato. Da un lato c’è il costo umano, quantificabile nella privazione della libertà: nel 2025, il sistema ha “consumato” circa 148 giornate di trattenimento complessivo per riuscire a portare a termine un singolo rimpatrio dal Cpr. Un balzo in avanti impressionante se confrontato con la media di 62-84 giornate registrata nel periodo 2018-2024.
Dall’altro lato, c’è il bilancio economico. Mantenere in piedi questa complessa infrastruttura detentiva è costato, tra il 2018 e il 2025, oltre 217 milioni di euro. L’efficienza della spesa, inoltre, appare in forte calo: il costo vivo per ogni singolo rimpatrio effettuato dai centri è passato dai 6.455 euro del 2023 ai 16.560 euro del 2025, arrivando a toccare una stima complessiva (che include varie voci di spesa) vicina ai 20.200 euro per ogni persona allontanata.
Il fattore diplomatico e il nodo della trasparenza
Insomma, l’analisi del dossier sembra sottolineare un principio fondamentale: costruire un Cpr non crea automaticamente la “rimpatriabilità” di un individuo. Questa dipende intimamente dalle relazioni diplomatiche, dagli accordi bilaterali e dalla concreta volontà dei Paesi di origine di identificare i propri cittadini e fornire i documenti necessari. Quando questa rete di collaborazione si sfilaccia, come è accaduto nel 2025 con i voli charter verso la Tunisia, crollati da 1.705 a 360, l’intero sistema detentivo si paralizza, svuotando di senso la permanenza nei centri. A chiudere il cerchio su questa complessa politica pubblica è il tema della trasparenza. Valutare l’efficacia di misure così delicate richiede l’accesso a informazioni chiare; eppure, per il 2025, il Ministero dell’Interno ha negato i dati disaggregati sulle nazionalità dei rimpatriati, giustificando la scelta con la necessità di evitare che questi potessero subire sgradite “interpretazioni”. Una chiusura che, in un contesto democratico, rende ancora più difficile un dibattito sereno e basato sui fatti su un tema cruciale come quello dell’immigrazione.
(da Fanpage)
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Ottobre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
NONOSTANTE ABBIA MANCATO L’OBIETTIVO DELL’USCITA DALLA PROCEDURA DI INFRAZIONE,IL GOVERNO MELONI CHIEDE ALL’EUROPA DI POTER FARE SPESE EXTRA
C’è flessibilità e flessibilità. Il governo si appresta a mettere nero su bianco la richiesta
all’Europa di attivazione della clausola per le spese extra in energia e difesa, anche se questo secondo capitolo dovrebbe essere ridimensionato rispetto alle previsioni iniziali, dopo aver mancato l’obiettivo di uscita anticipata dalla procedura di deficit. Nelle stesse ore, Giorgia Meloni apre un altro fronte con l’Europa che non riguarda stavolta le cosiddette circostanze eccezionali, ma il cuore stesso del nuovo patto di stabilità europeo. In una lettera inviata a Bruxelles, la premier sottolinea come la nuova fiammata dell’inflazione metta a rischio il rispetto del percorso della spesa netta, parametro essenziale per valutare il rispetto dei vincoli comunitari. Per questo motivo, la premier chiede una discussione urgente nel Continente, per adattare le regole al nuovo scenario dei prezzi. In attesa di una risposta ufficiale, però, i primi segnali lanciati dai vertici dell’Unione non sembrano positivi.
I conti della manovra e le spese extra per energia e difesa
Nel Consiglio dei Ministri di venerdì 2 ottobre, il governo approverà il Documento Programmatico di Finanza Pubblica (ha un acronimo terribile, Dpfp, ma al momento non se ne è trovato uno migliore). È il testo nel quale vengono scritti i numeri dell’economia italiana per il 2026 e per gli anni a seguire, che fissano il perimetro dentro al quale si dovrà scrivere la prossima legge di bilancio. In allegato, ci sarà anche la relazione sullo scostamento, conseguente alla richiesta di attivazione delle clausole di salvaguardia straordinarie. Meloni ha già chiarito che l’Italia chiederà tutti i 14 miliardi disponibili per l’energia. Per utilizzarli, però, potrebbero servire diversi mesi. Prima dell’ok alla richiesta, infatti, ci vorranno vari passaggi parlamentari e soprattutto a livello europeo, che potrebbero non essere solo formali, ma richiedere discussioni e approfondimenti.
Non solo. Poiché l’Italia è rimasta in procedura d’infrazione, al momento i costi sostenuti con l’attivazione della clausola peserebbero sul deficit. Per questo motivo, a quanto apprende Fanpage.it, l’esecutivo potrebbe decidere di rimandare almeno una parte delle misure sull’energia alla primavera, quando una nuova valutazione della Commissione europea potrebbe far uscire l’Italia dalla lista degli osservati speciali. Con lo stesso obiettivo di contenere il deficit – ma con un occhio anche al consenso elettorale – dovrebbe essere ridimensionata la richiesta di spese extra per la difesa, rispetto allo 0,9 percento del pil preventivato prima dell’estate.
Sembra tramontata dunque l’ipotesi di usare una parte dello scostamento per coprire misure già finanziate a livello nazionale e in questo modo liberare risorse, da usare per tenere fede alle promesse come l’abolizione strutturale del bollo auto, la diminuzione dell’Irpef, l’abbassamento dell’età pensionabile. Una tesi accreditata negli scorsi mesi anche all’interno della maggioranza, ma che fonti del Mef giurano non sia mai realmente esistita. Anche se l’Italia fosse uscita dalla procedura di infrazione a settembre – si spiega – i tempi dell’attivazione delle clausole non sarebbero stati compatibili con quelli della legge di bilancio. L’ultima manovra della legislatura dunque dovrà reggersi sulle proprie gambe. Che saranno un po’ più solide del previsto, ma dovranno rimanere in piedi in mezzo a uno scenario internazionale sempre più burrascoso.
Da un lato la crescita potrebbe sfiorare l’uno percento nel 2026 e il deficit stavolta dovrebbe scendere davvero sotto la soglia del 3 percento. Ma nel frattempo i rendimenti sui titoli di Stato sono tornati a crescere – con lo spread di nuovo sopra i 100 punti – e questo significa un costo più alto in termini di interessi. Tenere i conti in ordine allora diventa essenziale, anche per tranquillizzare i mercati. Di conseguenza, il ministro dell’Economia Giorgetti dovrà resistere agli appetiti dei partiti (il suo, in primis) tentati dall’idea di forzare i parametri di bilancio, pur di portare a casa i propri scalpi pre-elettorali. A rompere questo equilibrio già fragilissimo però potrebbe essere la variabile impazzita dell’inflazione, arrivata a settembre al 4,2 percento, massimo dal 2023.
Le richieste di Meloni e la risposta dell’Europa
Per capire le implicazioni di un’inflazione così alta bisogna fare un veloce ripasso delle nuove regole del patto di stabilità. Il parametro essenziale del patto – entrato in vigore nel 2024 – è quello della spesa netta. La Commissione europea ha concordato con ogni Stato membro una percentuale in rapporto al pil che le amministrazioni pubbliche possono spendere ogni anno fino al 2029, al netto di alcune voci e con un piccolo margine di aggiustamento. L’Italia fino a oggi ha grossomodo rispettato questo impegno. Ma la traiettoria della spesa netta è stata stabilita quando i prezzi erano molto più bassi di quelli attuali. Ora molti costi sono destinati a esplodere, a partire da quelli per pensioni o assegno unico, per cui è previsto l’adeguamento all’inflazione.
ei corridoi del Mef si fa notare come una situazione del genere punirebbe più di tutti chi – come l’Italia – ha fatto i compiti a casa e ora rischia di sballare i conti, per condizioni esterne. Il 1 ottobre, Meloni ha inviato una lettera alla Commissione europea, in cui chiede di rivedere le regole sulla spesa netta, rendendole più flessibili, alla luce dell’esplosione dell’inflazione. La presidente del Consiglio chiede anche di poter usare il maggior gettito delle entrate fiscali, derivante dall’aumento dei prezzi, per misure compensative a favore di famiglie e imprese, cosa oggi impedita dalle norme comunitarie. “Non si può non tenere in considerazione questo cambio totale dei conti – ha detto la premier parlando all’assemblea della Cna a Roma – che non dipende dalle scelte che fa il governo, ma dalla situazione contingente. Chiediamo che anche questo venga considerato”. Una posizione ribadita poco dopo, nel corso di un vertice dei leader di maggioranza convocato a palazzo Chigi.
Fonti vicine a Giorgetti sottolineano come il ministro avesse già a marzo invocato misure straordinarie in Europa, mettendo in guardia i colleghi europei sui rischi di un effetto a cascata dell’aumento dei costi dell’energia, dopo la crisi dello Stretto di Hormuz. Ma la Commissione Ue sembra restia a riaprire il dibattito sul patto di stabilità, dopo che sono serviti anni per trovare un accordo (sottoscritto peraltro anche dal governo Meloni). Nella mattinata di giovedì 1 ottobre, un portavoce dell’esecutivo Von der Leyen ha risposto alle richieste italiane dicendo che l’Europa ha già concesso più flessibilità agli Stati membri, con la possibilità di fare extradeficit per difesa ed energia. La replica da palazzo Chigi è che si tratta di due questioni distinte. Quella del portavoce della Commissione comunque non è considerata una posizione definitiva, anche perché arrivata prima che la lettera di Meloni giungesse sulla scrivania di Von der Leyen. La scommessa del nostro governo è che presto molti altri Paesi si uniranno alle richieste italiane, perché lo scenario della super inflazione colpisce tutti, anche più dell’Italia. Intanto però il timer per il varo della manovra è già partito. Senza un aiuto dall’Europa, l’ultima legge di bilancio dell’era Meloni rischia di essere all’insegna dell’austerity.
(da Fanpage)
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Ottobre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
ARMAO E’ STATO PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE TECNICA REGIONALE PER LE AUTORIZZAZIONI AMBIENTALI
La Procura di Palermo ha chiesto l’arresto dell’ex vicepresidente ed ex assessore della Regione Sicilia, l’avvocato Gaetano Armao. Perquisiti gli studi di Palermo e Roma del legale e la sua abitazione, come rende noto l’ufficio inquirente.
I pm ipotizzano il reato di corruzione. Oltre che per Armao i magistrati, coordinati dal procuratore Maurizio de Lucia, hanno chiesto misure cautelari per otto persone tra le quali l’avvocato Pierluigi Matta e alcuni imprenditori.
Le perquisizioni
I pm siciliani hanno disposto nella mattinata di venerdì 2 ottobre le perquisizioni negli studi e nell’abitazione di Armao, marito dell’ex capo di Gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, che aveva rassegnato le dimissioni alla fine di marzo dopo il caso Almasri.
Fino ad agosto, Armao è stato presidente della Commissione tecnica specialistica per le autorizzazioni ambientali di competenza regionale.
(da agenzie)
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Ottobre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MARINE LE PEN CIANCIA DI “SOMMOSSE ORGANIZZATE” E ACCUSA MÉLENCHON DI ESSERSI ASSUNTO “UNA GRAVE RESPONSABILITÀ” MANDANDO DEPUTATI E MILITANTI DAVANTI AGLI ISTITUTI. ANCORA PIÙ DURO L’EX MINISTRO DELL’INTERNO BRUNO RETAILLEAU, CHE HA DEFINITO “LA FRANCE INSOUMISE” UN PARTITO CHE “CERCA PERSINO DI ORGANIZZARE L’INSURREZIONE”: “VA MESSO FUORILEGGE”… LA REPLICA DI MELENCHON: “È RIDICOLO, E PERCHÉ? NON SIAMO NOI ALL’ORIGINE DELLA PROTESTA. MA È VERO CHE SIAMO ACCOLTI BENISSIMO NEI LICEI: NOI SIAMO PER LA LOTTA NON VIOLENTA”
Oltre mille licei coinvolti nelle proteste, milleottocento fermati, più di trecento poliziotti
e gendarmi feriti. La mobilitazione degli studenti francesi, partita poco più di una settimana fa dalle periferie di Parigi per denunciare la mancanza di insegnanti e di mezzi nella scuola pubblica, si è trasformata in una crisi nazionale segnata da scontri, incendi e devastazioni.
Nel giorno dichiarato come “atto secondo” del movimento studentesco, il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha denunciato una «violenza senza freni», convocando una riunione di emergenza con prefetti, vertici della polizia, della gendarmeria e responsabili dei servizi di intelligence per fare il punto sulla situazione.
I numeri mostrano un salto di scala impressionante rispetto al giorno precedente, visto che nel movimento di protesta sono stati coinvolti 1.027 istituti, ormai più di un liceo su quattro.
Per il ministero dell’Interno si è verificata «un aggravamento della situazione che non ha più nulla a che vedere con l’espressione legittima delle rivendicazioni liceali» e presenta «tutte le caratteristiche delle violenze urbane». Il ministro cita lanci di mortai pirotecnici, incendi di edifici pubblici e saccheggi di negozi. Il Guardasigilli ha riunito i procuratori per chiedere “massima severità” con i quasi duemila fermati, tra cui molti minorenni.
Gli incidenti più gravi si sono verificati a Marsiglia. Davanti al liceo Victor-Hugo, il vice-preside, la segretaria generale e un altro responsabile dell’équipe scolastica si sono ritrovati «cosparsi di benzina» mentre era in corso un tentativo di incendio dell’istituto. Anche se la prefettura e il rettorato hanno poi precisato che i dirigenti non sarebbero stati presi direttamente di mira ma “raggiunti da schizzi” di benzina, è comunque un’aggressione che poteva avere conseguenze drammatiche.
Sempre a Marsiglia un mezzo di primo intervento dei marinai-pompieri è stato incendiato e un altro veicolo del battaglione attaccato. Il sindaco socialista Benoît Payan ha denunciato «violenze inaccettabili, incendi e aggressioni contro insegnanti, vigili del fuoco, giornalisti e marsigliesi».
La tensione è stata alta anche a Nantes, dove l’atrio del liceo Nelson-Mandela è stato distrutto da un incendio doloso
Le violenze e i danneggiamenti hanno interessato scuole in numerose altre città, da Nizza a Digione, da Besançon a Valence, Tolosa, Bordeaux, Montpellier, Rennes, Strasburgo. Il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray ha denunciato a sua volta la «gravità estrema» delle violenze. (…)
«Non si tratta più di proteste liceali» sostiene Marine Le Pen, che parla di «sommosse organizzate» e accusa Mélenchon di essersi assunto «una grave responsabilità» mandando deputati e militanti davanti agli istituti. La leader del Rassemblement National chiede il ripristino dell’ordine e propone anche una nuova legge contro i casseurs, per rendere più facilmente perseguibile la partecipazione ai disordini. Ancora più duro Bruno Retailleau.
Il candidato della destra alle presidenziali del 2027 ha definito la France Insoumise un partito «affascinato dalla violenza», che «chiama alla sedizione» e «cerca persino di organizzare l’insurrezione». Secondo Retailleau, quanto sta accadendo davanti ai licei sarebbe una sorta di «prova generale» di ciò che potrebbe avvenire dopo le prossime presidenziali.
Nel cortile del Senato alcuni parlamentari della France insoumise fanno capannello attorno al loro leader, Jean-Luc Mélenchon, che parlamentare non è perché da tempo ha altre mire: diventare presidente della Repubblica. A 75 anni, la primavera prossima, proverà per la quarta volta a conquistare l’Eliseo.
Gli «insoumis» difendono i ragazzi e evocano il razzismo quando i poliziotti passano alle maniere forti, soprattutto nelle banlieue abitate dai francesi racisés , come dice Mélenchon, cioè appartenenti alle minoranze visibili, di origine araba o africana. Per questo sostegno ieri l’ex ministro dell’Interno e candidato della destra gollista all’Eliseo, Bruno Retailleau, ha detto che «fanno le prove di quel che succederebbe nel 2027 se Marine Le Pen vincesse le elezioni: organizzerebbero una insurrezione nel Paese», aggiungendo che «una questione va posta: la messa fuori legge della France insoumise».
Al Senato, davanti al microfono della tv Public Sénat , Mélenchon si difende: «Metterci fuorilegge? È ridicolo, e perché ? Perché le nostre idee non piacciono a Retailleau?
Questa dev’essere la prima protesta organizzata per telepatia, perché non ne siamo noi all’origine. Ma è vero che siamo accolti benissimo nei licei. Comunque lo dico e lo ripeto: noi siamo per la lotta non violenta».
Dopo l’esaltazione dei primi giorni ora Mélenchon modera i toni, anche perché i giovani sono già con lui. Secondo un sondaggio Ipsos per Le Monde , il 40 per cento della fascia 18-24 anni voterà Mélenchon alla presidenziale, contro il 20% per Marine Le Pen e appena il 5% per Raphaël Glucksmann. Il leader dell’estrema sinistra spera di qualificarsi al ballottaggio.
Ma se ci riuscisse, al secondo turno incontrerebbe una Marine Le Pen che in questi giorni invece invoca la fine della protesta e il ritorno all’ordine.
La rivolta nei licei diventa quindi anche una tappa dello scontro tra Le Pen, candidata della Francia di provincia, e Mélenchon paladino delle banlieue.
(da agenzie)
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Ottobre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MICHELE SERRA: “IL CARNEFICE PUÒ SOSTENERE CHE È L’ALGORITMO A SELEZIONARE IL BERSAGLIO, A CALCOLARE QUANTE SONO LE VITTIME COLLATERALI TOLLERABILI – TUTTE LE STRAGI MILITARI HANNO SEMPRE AVUTO COME ALIBI INDIVIDUALE LA FRASE “HO SOLO OBBEDITO AGLI ORDINI”. MA SE GLI ORDINI NON LI DÀ UN GENERALE MA UN PROBLEM SOLVER DIGITALE, PUOI ANCHE FARTI L’IDEA CHE SEI LÌ SEMPLICEMENTE PER REALIZZARE UN PUNTEGGIO”
La notizia che il docufilm Naza mette a fuoco è che le pratiche di sterminio possono contare su un salto di qualità tecnologico e al tempo stesso psicologico. Il carnefice non solo uccide a distanza […] Ma può anche sostenere […] che non è lui, ma l’algoritmo a selezionare il bersaglio, a calcolare quante sono le vittime collaterali tollerabili (e l’algoritmo ne prevede tante), a liquidare la carneficina come atto necessario di un “progetto” che ha come fine la messa in sicurezza della propria tribù: e le altre tribù […] sono solo problemi da neutralizzare.
Tutte le stragi militari hanno sempre avuto come alibi individuale, per sgravare la coscienza di un peso insostenibile, la frase “ho solo obbedito agli ordini”. Ma se gli ordini non li dà un generale sanguinario, ma li dà un problem solver digitale, la cui programmazione umana perde visibilità mano a mano che il sistema guadagna autonomia, puoi anche farti l’idea, davanti al tuo video, che sei lì semplicemente per realizzare un punteggio.
Questo dicono, in buona sostanza, tutti o quasi gli intervistati di Naza: che […] è un’indagine dentro i pensieri e i sentimenti di chi, in Israele, ha allestito una macchina di sterminio, ucciso bambini, donne, persone innocenti, e lo ha fatto quasi in automatico, con la souplesse terribile che la tecnologia consente. La guerra è da sempre una macchina. I soldati ne sono solamente i pezzi di ricambio. La disumanizzazione del nemico, che diventa solo un bersaglio da incenerire, era bene espressa già a Dresda, già a Hiroshima, […] Ma è sulla disumanizzazione del carnefice che Naza aiuta a riflettere.
Michele Serra
per “la Repubblica”
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Ottobre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SOLO IL 44% DELLA “GENERAZIONE Z” PENSA CHE LO SMARTPHONE SIA UN ELEMENTO POSITIVO – SONO I DATI DEL DOSSIER DI SWG – IL 69% DEGLI INTERVISTATI VORREBBE CHE FOSSE IMPOSTO IL LIMITE DEI 16 ANNI PER L’ACCESSO AI SOCIAL
Per quasi un italiano su tre lo smartphone ha peggiorato la propria vita. C’è di più. Dal
2023 la quota degli insoddisfatti è passata dal 17 al 31 per cento. I giudizi positivi restano più numerosi, ma perdono terreno. E fra i millennial prevalgono quelli negativi. I più favorevoli sono i baby boomer : per il 55 per cento lo smartphone ha migliorato la vita, contro il 44 della Generazione Z.
È la foto scattata da «Minori e digitale, rischi e regole», il dossier Swg per la Fondazione Barbara Berlusconi, realizzato con un sondaggio online su un campione di 1.200 maggiorenni italiani.
Per il libero accesso ai social, invece, il 69 per cento aspetterebbe almeno i 16. Quasi altrettanti ritengono giusto attendere quella soglia anche per dialogare da soli con un chatbot di intelligenza artificiale. Fra i modelli proposti, il 55 per cento sceglie quello australiano: niente profili social prima dei 16 anni e piattaforme chiamate a far rispettare il limite. L’accesso graduale, con restrizioni e supervisione dei genitori prima dell’autonomia, convince circa un terzo degli intervistati.
Gli italiani vorrebbero intervenire anche su come funzionano le piattaforme: impedire agli sconosciuti di contattare direttamente il profilo di un minorenne, rendere privati i profili fin dall’apertura, limitare i meccanismi che favoriscono lo scorrimento infinito e l’uso eccessivo. La prima misura raccoglie il consenso dell’81 per cento.
Ma anche i divieti possono avere un costo: il 45 per cento teme almeno una conseguenza negativa. Tra le preoccupazioni indicate ci sono le difficoltà nel socializzare e le minori opportunità di apprendimento. E per quasi quattro su dieci, proteggere troppo i ragazzi può impedire di imparare a gestire i rischi del web.
Alla domanda su chi debba rendere più sicura l’esperienza digitale dei minori, gli intervistati indicano anzitutto i genitori, prima ancora delle piattaforme, delle istituzioni e della scuola. Per il 76 per cento, qualunque regola si scriva, la tutela dipenderà soprattutto dall’educazione digitale ricevuta.
(da “Corriere della Sera”)
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Ottobre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MIGLIAIA LE PERSONE ARRIVATE SIA DALL’ITALIA CHE DALL’ESTERO, CON FORTE RICADUTA SULL’INDOTTO (ALBERGHI, RISTORANTI ED ESERCIZI COMMERCIALI)
Il Porto Antico di Genova come l’arena di un festival internazionale di elettronica in occasione dell’esibizione di Novah, dj-set organizzato come evento collaterale al Salone Nautico. Il concerto, a ingresso gratuito, fortemente voluta dall’amministrazione comunale e realizzata con il sostegno economico di Iren, ha richiamato una folla numerosa e variegata. Alla fine della serata i partecipanti sono stati stimati in oltre 40mila persone
Un fiume di persone ha iniziato a riempire il Porto Antico già a partire dalle 16, cercando di accaparrarsi un posto il più vicino possibile al palco allestito in piazzale Mandraccio. C’è chi è arrivato da Torino con il pullman, chi da Treviso, chi da Napoli, chi dall’estero.
Gruppi di amici, coppie, famiglie: l’età media è variegata, si va dai giovanissimi ai quarantenni nostalgici del clubbing che hanno approfittato del l’occasione per ascoltare Novah dal vivo. Sventolano bandane, t-shirt e bandiere della pace, scattano selfie e abbracci in attesa che la serata entri nel vivo e arrivi la star belga.
Quando arriva, poco dopo le 19, è accolta da applausi e urla: lei saluta e sorride, quasi timida, camminando diretta verso il palco, ma quando sale in consolle si scatena: salta, scuote la testa, mette e toglie le cuffie e alza le braccia al cielo mentre il palco ruota a 360 gradi affacciandosi su ogni lato di piazzale Mandraccio.
Due i varchi da oltrepassare per raggiungere il palco, tutti presidiati da addetti alla sicurezza. Massiccio il dispiegamento di forze dell’ordine intorno all’area del porto antico, più ampia rispetto alla piazza Matteotti di Charlotte de Witte.
L’arrivo della sindaca Silvia Salis
Poco prima delle 19 a salutare la folla è arrivata anche la sindaca di Genova, Silvia Salis: abbracci, cori e selfie con i giovani in piazza. “Credo che questo evento, nell’ambito di quelli che abbiamo voluto per il Fuori Salone, arricchisca l’offerta del Salone Nautico stesso, aprendosi ad un pubblico diverso – ha detto la prima cittadina – ci sono tanti giovani ovviamente, ma la piazza è per tutto. Ho un sogno, che le persone nel mondo vedano Genova come un laboratorio creativo, dove si può fare cultura anche in maniera inedita”
Arrivano da tutta Italia i giovani e meno giovani che il potere della musica elettronica ha saputo, ancora una volta, unire in piazza. Ci sono Gloria e Pietro, 27 e 34 anni, che hanno dormito in van in autogrill viaggiando da Trento, approfittandone per visitare Genova. Fabiana arriva da Roma, con la maglia Musical Angel e per lei è la prima volta in città, ha scelto di trascorrere qui un weekend lungo. Ma poi i più giovani arrivano in gruppo anche da Treviso, da Milano, da Torino. In prima fila – alcuni persino già dall’una del pomeriggio – ci sono anche i genovesi, entusiasti già dopo l’evento di Charlotte De Witte, perché «la città sta cambiando, è bello finalmente vedere degli eventi per noi giovani mentre prima non c’era nulla». C’è anche Dj Oscar, 70 anni e non sentirli, assieme a Antonella, entrambi felici di vedere tanti ragazzi ballare in piazza. «Suono da 15 anni, prima facevo house, ora sto sperimentando altri generi. Apprezzo De Witte e Novah, che sono delle dj emergenti ed è bello vedere così la nostra città». Qualcosa è cambiato nella loro “Genova”, lo pensano Valentina e Fabio, mentre ballano a tempo di musica. Lo pensa Ilenia, 21 anni, nata qui ma trapiantata a Modena anche se constata con una punta di rammarico che molti coetanei arrivino da altre città italiane.
Dj donna, bandiera di emancipazione in una scena prettamente maschile, un live gratuito aperto a tutti, una piazza simbolo, un orario pomeridiano per far vivere a chiunque voglia l’esperienza, tutto come avviene nelle grandi capitali europee: gli ingredienti di de Witte e Novah sono gli stessi e possono diventare un marchio di fabbrica. «Vengo da Torino – dice Marta Sica, 32 anni – sono qui con il mio ragazzo, ci facciamo il weekend a Genova. Eravamo già stati all’evento con de Witte e siamo felici di essere tornati qui perché a Genova c’è la percezione che, da tempo, stia succedendo qualcosa sul fronte musicale».
Novah ha ringraziato la città via Instagram. “This was insane! Che community fantastica, la vostra energia era pazzesca. Grazie di cuore”.
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