Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
POI CI SI CHIEDE COME MA IN COTRAL IL TASSO DI ASSENSA TRA LUGLIO E SETTEMBRE È SALITO AL 23,8% TRA I CONTROLLORI (+2,5% RISPETTO AL 2025), AL 2,9% PER TRA OPERAI (+1,7%), E AL 10,8% TRA I CONDUCENTI (+0,7%)
“Ti serve la malattia perché devi imbiancare casa? Non c’è problema”. “Hai finito le
ferie” e ti dai malato un paio di giorni? “Sono assenze che posso giustificare”. Così parla Enrico Dolfi, il manager nominato in quota Fratelli d’Italia alla guida di Cotral, una delle più importanti partecipate della Regione Lazio governata dal meloniano Francesco Rocca.
Cotral è un colosso del trasporto pubblico, inghiotte ogni anno oltre 300 milioni di euro di contributi pubblici, conta più di 3mila dipendenti, di cui 2mila conducenti, tra autobus e treni dei pendolari.
L’ultimo rapporto trimestrale del 2026, che prende in considerazione il periodo tra luglio e settembre, segna l’ennesima avanzata dei forfait. Per i controllori il tasso di assenza è salito al 23,8% (+2,5% rispetto al trimestre precedente, +1,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso), per gli operai 12,9% (+1,7% sul terzo trimestre ’25 e +3,6% sul trimestre precedente), il 10,8% per gli operatori di esercizio, insomma i conducenti (+0,7% e +1,2%).
Ma non c’è da stupirsi, se chi dovrebbe vigilare sul fatto che i soldi dei contribuenti finanzino un servizio regolare finisce invece per sdoganare, in modo sfacciato, le finte malattie dei suoi sottoposti. Tanto tutto è pagato con soldi pubblici.
“Io la malattia la posso concepire, la posso anche giustificare. Nel senso: ho finito le ferie, mi servono due giorni di malattia perché devo rimbiancare la camera del bambino? Non c’è problema”, dice Enrico Dolfi, direttore generale di Cotral, durante una cena con i macchinisti della Roma Viterbo.
L’unica cosa che non tollera sono le “malattie improvvise”, chi si sente male e lo comunica “mezz’ora prima del turno”. Per il resto, sui certificati falsi per allungarsi le vacanze o ritinteggiare l’appartamento, “non c’è problema”.
I conducenti esultano: “Ma da quando l’azienda ha smesso di volere male ai lavoratori – gli dicono – cosa è successo? Era un’altra gestione”. Risposta di Dolfi: “Non siamo uguali, non perché gli altri fossero peggio, noi abbiamo un’altra visione industriale”.
Le parole di Dolfi, manager classe ’63, sono state filmate durante una serata aziendale, durante l’estate. E da qualche giorno il video, dalle chat dei conducenti, è tracimato in quelle del centrodestra. Prima locale, poi nazionale.
Aprendo un problema politico, perché si tratta di un dirigente di stretta osservanza meloniana, prima dirigente della Tua abruzzese sotto la giunta di Marco Marsilio, dal 1 febbraio ’25 nominato dirigente di Cotral sotto la giunta Rocca.
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
LA SENIOR ADVISOR DELL’UFFICIO DELLA FEDE DELLA CASA BIANCA HA SPIEGATO PUBBLICAMENTE CHE IL PRESIDENTE AMERICANO È STATO “TRADITO, ARRESTATO E FALSAMENTE ACCUSATO COME GESÙ. È UNO SCHEMA RICORRENTE CHE IL NOSTRO SIGNORE E SALVATORE CI HA MOSTRATO”. UNA PRESA DI POSIZIONE PER CUI È STATA ACCUSATA ANCHE DI BLASFEMIA. LA PREDICATRICE È NOTA PER AVER CHIAMATO IL MOVIMENTO BLACK LIVES MATTER “L’ANTICRISTO” E PER AVER PROVATO A VENDERE I “SEMI DELLA RESURREZIONE” PER OLTRE MILLE DOLLARI – LE IRONIE DEL PD: “INVITATE ANCHE IL MAGO GABRIEL CHE FATE PRIMA”
Un incontro sulla tutela delle minoranze religiose, la libertà di culto e il contrasto delle discriminazioni fondate sulla fede. Tutti «temi sui quali l’Ufficio della Fede ha operato negli Stati Uniti e a livello internazionale». Un riferimento non casuale quello nell’invito spedito dall’ufficio del presidente dei senatori di Fratelli d’Italia Lucio Malan ai rappresentanti delle minoranze religiose in Italia. L’appuntamento organizzato al Senato avrà un ospite speciale: Paula White, Senior Advisor del Faith Office della Casa Bianca.
Insomma, per promuovere il dialogo interreligioso Malan ha scelto di invitare in Parlamento la predicatrice che in passato ha pregato per Donald Trump imponendogli le mani assieme ad altri predicatori. E che a Pasqua ha spiegato pubblicamente che il presidente americano è stato «tradito, arrestato e falsamente accusato» come Gesù. «È uno schema ricorrente che il nostro signore e salvatore ci ha mostrato» ha continuato in quell’occasione, una presa di posizione per cui è stata accusata anche di blasfemia.
Insieme a White, all’incontro di martedì 27 sarà presente anche Jennifer Korn, direttrice dell’ufficio, «in visita ufficiale sotto l’egida del dipartimento di Stato degli Stati Uniti», come si legge nell’invito ufficiale spedito da Malan. «Sarà un’importante occasione di conoscenza reciproca e dialogo istituzionale, con l’opportunità di rafforzare le relazioni tra i leader religiosi italiani e il White House Faith Office – continua la lettera – favorendo nuove possibilità di confronto e collaborazione sui temi della libertà religiosa e della tutela delle minoranze».
Ironia della sorte, tra coloro che hanno declinato l’invito c’è anche il moderatore della Tavola Valdese, referente principale dei Valdesi in Italia, confessione a cui per altro appartiene lo stesso Malan, seppure in grave polemica con i vertici attuali. Anni fa, spiegò in un’intervista che «la recente deriva della mia Chiesa mi ha spinto a una maggiore consapevolezza della necessità di attenersi alle radici della fede valdese che affondano nella teologia riformata classica e, per questo, sono parte del movimento ecclesiale “Sentieri Antichi Valdesi”».
Resta il fatto che la presenza di White non è una banalità. Una delle esponenti più radicali dell’amministrazione Trump, la predicatrice è nota per aver chiamato il movimento Black Lives Matter l’Anticristo e per aver provato a vendere i “semi della resurrezione” per oltre mille dollari. Anche altri esponenti religiosi di destra come Jon Root, influencer di destra vicino a Turning Point Usa, l’organizzazione fondata da Charlie Kirk, la considerano «una falsa maestra».
A stretto giro, sono arrivate le polemiche delle opposizioni: «Quindi l’idea di dialogo interreligioso di Fratelli d’Italia è di invitare a parlare la nota figura spirituale Maga che paragonava Trump a Gesù. La prossima volta invitate anche il mago Gabriel che fate prima» scrive su social il senatore dem Filippo Sensi. Alla Camera, Andrea Casu è sulla stessa lunghezza d’onda: «L’unica libertà di culto in cui evidentemente crede Fratelli d’Italia è quella di inginocchiarsi agli interessi di Trump e dei suoi amici tecnocrati». E ancora, Marco Grimaldi di Avs: «Quando la tua Chiesa ti lascia solo al tuo convegno sulla fede, hai finito gli argomenti. Non è libertà religiosa. È televendita del sacro con il timbro del Senato».
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
ECCO COME FUNZIONAVA IL SISTEMA ATTRAVERSO CUI I VERTICI DELL’EX ILVA AVREBBERO MANIPOLATO DATI PRODUTTIVI E CERCATO SPONDE NELLE ISTITUZIONI. IL RISCHIO DI LEUCEMIA INFANTILE AUMENTATO DEL 250%, GLI IMPIANTI SENZA MANUTENZIONE E LA TRUFFA AI DANNI DELL’UE
I rischi di tumore per i bambini erano superiori anche del 250 per cento rispetto al
dovuto. Ma l’obiettivo dell’azienda, secondo la procura di Taranto, era andare avanti. Come? Truccando i dati , «influenzando funzionari pubblici di altissimo rilievo, sia nazionali che europei».
E cercando di condizionare le istituzioni, fino ai vertici del ministero dell’Ambiente. Suggerendo per esempio nomine alla viceministra leghista all’Ambiente, Vannia Gava. È una delle accuse più pesanti mosse a Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, per la quale la procura di Taranto ha chiesto l’arresto.
Secondo i magistrati, Morselli e Franco Bernabè, la prima «su specifica direttiva di Mittal Aditya», si sarebbero adoperati, «sfruttando relazioni esistenti, anche attraverso Di Marco Vito, a influenzare funzionari pubblici di altissimo rilievo, sia nazionali che europei», per ottenere la restituzione delle quote gratuite di CO2. E Morselli avrebbe dato mandato al direttore dello stabilimento Alessandro Labile di «creare e produrre atti e documenti contenenti dati non veritieri» per recuperare quelle quote.
È uno dei passaggi centrali del decreto, che Repubblica pubblica in esclusiva, con cui il gip Francesco Maccagnano ha fissato gli interrogatori preventivi nell’inchiesta sull’ex Ilva. Sedici pagine che ricostruiscono un sistema nel quale, secondo l’accusa, i vertici della fabbrica avrebbero manipolato dati produttivi, cercato sponde nelle istituzioni e sacrificato manutenzioni e sicurezza per aumentare i profitti. Al centro c’è Morselli. Per la procura era il «capo, organizzatore ed esecutore dei reati fine» di un’associazione per delinquere nata per «massimizzare i profitti e ridurre al minimo indispensabile i costi e le spese».
La manager, scrivono i magistrati, «ispirava, promuoveva, sovraintendeva e dirigeva ogni fase delle condotte criminose del sodalizio». In concreto significava impartire ordini per tagliare le spese, soprattutto quelle necessarie a tenere in sicurezza la fabbrica. Fino a bloccare, «pur a fronte di drammatiche richieste dei capi reparto», gli acquisti di macchinari, pezzi di ricambio e materie prime. Sopra di lei, nella ricostruzione accusatoria, Aditya Mittal, indicato come «promotore del sodalizio», che avrebbe dettato le direttive sul blocco delle manutenzioni e sul recupero delle quote di CO2.
Le conseguenze di questa gestione, secondo i magistrati, si sarebbero viste innanzitutto fuori dai cancelli. Nel quartiere Tamburi, dove le emissioni di gas coke contenente benzene avrebbero provocato «una compromissione ed un deterioramento significativi e misurabili dell’aria della città di Taranto». Tra il 2022 e il 2023 le centraline hanno registrato 387 superamenti delle soglie di riferimento per l’esposizione acuta al benzene. La procura parla della «vastità degli effetti lesivi e dell’elevato numero delle persone esposte a pericolo»: 16.346 abitanti, oltre ai lavoratori dello stabilimento. E richiama gli studi sul rischio sanitario, fino a quell’«eccesso di rischio di circa il 250% di comparsa di una leucemia mieloide acuta infantile» che rappresenta uno dei passaggi più drammatici del capo d’imputazione.
Dentro la fabbrica, intanto, si sarebbe risparmiato su tutto. Gli impianti venivano lasciati senza manutenzione, i pezzi di ricambio erano «inidonei, di scarsa qualità, recuperati da altri impianti o acquistati da rivenditori non specializzati». I nastri trasportatori, frequentemente interessati da incendi, venivano «rattoppati» con «pezzi di tappeto trovati qua e là».
Sui binari della rete ferroviaria interna si utilizzavano tiranti al posto delle traversine, una soluzione «totalmente inidonea». E gli incidenti si moltiplicavano
Francesco Astorri, responsabile delle ispezioni Ispra, è accusato di aver «asservito sistematicamente la pubblica funzione» agli interessi dell’azienda, «ridimensionando le violazioni emerse nel corso delle visite ispettive», respingendo le richieste di Arpa Puglia e ostacolando gli accertamenti sulle emissioni. In cambio, secondo i magistrati, avrebbe ottenuto da Morselli e Labile la promessa di un incarico dirigenziale.
I due avrebbero quindi segnalato il suo nome a Vannia Gava, allora viceministra dell’Ambiente, perché fosse preso in considerazione per la guida di un dipartimento Ispra. È su questa promessa che si fonda la contestazione di corruzione. Il decreto non attribuisce a Gava alcuna condotta illecita.
L’altro grande capitolo riguarda i soldi. Per la procura, attraverso una truffa ai danni dell’Unione europea, Acciaierie d’Italia avrebbe ottenuto indebitamente quote gratuite di emissione per 342.435.323,36 euro. Tutto nasce dalla riduzione della produzione del 2019, che aveva comportato la perdita di una parte delle quote di CO2 assegnate per il 2020. Mittal, secondo i magistrati, avrebbe dato mandato a Morselli di «adottare ogni mezzo» per recuperarle.
E da qui sarebbero partite le pressioni sulle istituzioni, le interlocuzioni con i funzionari e soprattutto la manipolazione dei dati. La produzione di ghisa del 2019 sarebbe stata ricalcolata, passando da 4.172.859 a 4.296.313 tonnellate, così da superare la soglia necessaria per ottenere nuovamente le quote. Un ricalcolo che gli inquirenti considerano falso, costruito attraverso campionamenti successivi e criteri tecnici non giustificati. Alla fine, attraverso «artifici e raggiri», gli indagati avrebbero indotto «in errore la Commissione dell’Unione Europea», ottenendo 4.936.172 quote gratuite e un «ingiusto profitto, con pari danno per l’Unione Europea».
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
A POCHI GIORNI DALLE ELEZIONI DI META’ MANDATO, UN NUOVO RAPPORTO DEI DEMOCRATICI RIVELA CHE “IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO”, TRA LA METÀ E LA FINE DEGLI ANNI NOVANTA, ERA “UN PARTECIPANTE ATTIVO AGLI ABUSI SESSUALI PERPETRATI DA EPSTEIN AI DANNI DI GIOVANI DONNE”
I dem della Commissione di Giustizia della Camera hanno reso noto una testimonianza shock in cui una donna accusa Donald Trump di averla violentata “in modo brutale” nel 1993. Lo riporta l’Huffinghton Post sottolineando che Beatrice Keul, questo il nome della donna, ha raccontato in Commissione che il presidente l’avrebbe violentata in una camera del Plaza Hotel di Atlantic City, di proprietà dello stesso Trump, nel 1993. L’episodio sarebbe avvenuto dopo che i due avevano trascorso del tempo con Jeffrey Epstein. La testimonianza fa parte di un rapporto nel quale i dem chiedono la nomina di un procuratore speciale sul caso.
Qualora dovessero riconquistare la maggioranza nelle elezioni di metà mandato, i democratici della Camera non hanno alcuna intenzione di abbandonare le indagini volte a stabilire se Donald Trump sia stato coinvolto nella rete di traffico sessuale di Jeffrey Epstein.
Un nuovo rapporto dei democratici della commissione Giustizia della Camera pubblicato oggi chiede, infatti, la nomina di un procuratore speciale che indaghi sui legami del presidente col finanziere pedofilo sostenendo che egli sia stato “un partecipante attivo agli abusi sessuali perpetrati da Epstein ai danni di giovani donne tra la metà e la fine degli anni Novanta”.
Sebbene il Congresso non abbia il potere di nominare un procuratore speciale, il rapporto sostiene la necessità di un maggiore sostegno federale per coadiuvare le indagini, a livello statale e internazionale, sui complici del mostro. “Le donne sopravvissute agli abusi di Epstein meritano di essere ascoltate, il Congresso deve poter accedere ai fascicoli completi, come previsto dalla legge, un procuratore speciale indipendente deve indagare sui complici e sull’ insabbiamento operato dal dipartimento di Giustizia, garantendo al contempo che i magistrati, sia negli Stati Uniti che all’estero, dispongano delle prove necessarie per perseguire la giustizia», ha dichiarato in un comunicato Jamie Raskin, esponente di spicco dei democratici nella commissione.
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
LA RABBIA DEGLI ABITANTI DEI KIBBUTZ VERSO I COLONI VIOLENTI DELLA CISGIORDANIA, L’OSTAGGIO 82ENNE GADI MOSES, TORNATO A RICOSTRUIRE LA SUA COMUNITÀ, LA DISTANZA TRA IL DESERTO NEGEV E TEL AVIV, LE SPERANZE IN EISENKOT E L’INNOMINABILE “BIBI”: TUTTE LE CONTRADDIZIONI E LA POSTA IN PALIO
Il leone ruggisce, è enorme e maestoso, si drizza dalla sabbia del deserto del Negev,
dove è ben piazzato con le sue zampe e guarda Khan Younis. E’ possente, non sembra che abbia intenzione di scattare in avanti, la sua tensione muscolare è quella di chi si aggrappa al terreno, alla sabbia, a Israele, difende.
La statua guarda dritta la Striscia di Gaza, si erge fra Nir Oz e Magen, due dei kibbutz colpiti il 7 ottobre e il leone rossiccio oggi è un messaggio: non può capitare di nuovo, questo è Israele.
Il pacifismo qui è armato, come in Ucraina, è un sacrificio e non una fede e il leone di Nir Oz e Magen oggi vuole essere più forte di quelle barriere che non tennero tre anni fa, quando Hamas arrivò alle 6.29 del mattino con razzi e terroristi per sorprendere le comunità del confine nei loro letti.
Oggi quelle comunità rinascono, ricostruiscono, cambiano abitanti. Restano dove sono sempre state e il leone è un simbolo di ripartenza, di forza. La rabbia non c’entra, non ha posto. E’ già stata consumata tutta e contro tutti.
Nemmeno la vendetta ha posto, i kibbutz colpiti non hanno tempo. Il leone avverte, non distoglie lo sguardo, dice con semplicità ferina che da quelle sabbie non se ne andrà, è abbastanza grande per essere visto da lontano, anche da Khan Younis, la città in cui è nato Yahya Sinwar.
Khan Younis è anche la città in cui alcuni abitanti di Nir Oz sono stati portati in ostaggio, scalzi, mani legate, senza sapere nulla di quello che avevano lasciato indietro. Fra i rapiti quel giorno c’era Gadi Moses, un leone in miniatura. Mani enormi, pelle cotta dal sole, occhi che sembrano vedere e rivedere tutto, in continuazione.
Gadi Moses è stato rapito il 7 ottobre e portato a Khan Younis, a nove chilometri da casa sua. Venne preso con la forza, messo su una motocicletta e rapito. Non vuole più raccontare quello che gli è accaduto non tanto per il dolore, il trauma, le perdite che poi in prigionia scoprì di aver subìto, ma perché quello è il passato, va ricordato ma anche superato e per questo lui è tornato a Nir Oz, a far rinascere il kibbutz.
Il piccolo leone trascorre le sere al pub del kibbutz fra amici, vecchie presenze e nuovi arrivati. “Sai chi è lui?”, tutti lo indicano, lo guardano, vanno a salutarlo, chiedono consigli. Impossibile non sapere chi sia. Lui parla, dedica a tutti un momento, offre whisky e battute.
Gadi Moses costruisce, ricostruisce, ha ottantadue anni e vive come se la vita l’avesse vissuta per meno della metà, è tutta davanti. “Non me la sento più di rilasciare interviste, mi mettono in bocca quello che non dico”, in tre anni anche sulle parole di un ostaggio si è speculato.
C’è chi ha voluto renderlo il volto antigoverno, chi la faccia del perdono, chi il motore della possibile nuova convivenza. Gadi Moses non vuole una categoria, non può starci dentro, ha fatto la sua scelta che già è un atto di rivolta contro il piano di Hamas: tornare al kibbutz che lui ha costruito e ricostruirlo.
Ha fatto la cosa più rivoluzionaria e ha osato dire “futuro”, dal giorno in cui è tornato. “Prima di liberarmi mi portarono davanti a una fossa già scavata”, Moses racconta quanto tentassero di sfasciargli l’anima, fino all’ultimo istante della prigionia, senza riuscirci. La lotta si fa ogni secondo, la resistenza è una tela che si tesse e lui ha resistito, cantava l’inno di Israele davanti ai suoi rapitori, è uscito a testa alta ed è tornato a casa sua.
Un pioniere due volte, da Nir Oz non si muove, il dibattito oggi nel kibbutz è cosa lasciare di rotto, bruciato e spezzato per ricordare e ripartire. Forse qualche casa distrutta, forse qualche muro, ma il kibbutz non ha bisogno di vedere macerie per rivivere quel giorno.
Si capisce che quando Moses dice di non odiare i suoi rapitori – è stato tenuto in ostaggio dal Jihad islamico che ha partecipato al pogrom di Hamas – non lo fa per ingenuità, per convinzione politica, per pacifismo disarmato, lo fa perché non ha tempo.
E’ tutto un progetto: il voto è un progetto, Nir Oz è un progetto, il Negev è un progetto, lo è sempre stato. E per i progetti ci vuole tempo, il resto rimane fuori. Nel kibbutz si parla delle elezioni e c’è un’assenza che mostra quanto qui si ragioni in modo diverso: il nome del primo ministro Benjamin Netanyahu non viene mai pronunciato.
Neppure per lui qui si ha tempo. Si parla invece della fiducia per l’esercito che si faticherà a ricostruire. Alcuni ragazzi, riservisti dopo il 7 ottobre, confermano che anche dall’interno questa fiducia è sfilacciata. Tema profondo, più della politica, non è semplice affrontarlo in Israele, il paese è un esercito intero, i soldati sono figli e figlie, ed è il grande non detto dietro alla domanda per la quale non c’è ancora risposta: dove era Tsahal il 7 ottobre? A Nir Oz, in realtà, una risposta c’è: non era qui.
Nei kibbutz dell’Otef Gaza, la zona attorno alla Striscia, il voto è un voto. Senza significato esistenziale. L’elezione affonda le sue radici anche in quello che le comunità hanno subìto in questi anni, ma non ha quel senso identitario che assume invece per Tel Aviv, la città delle manifestazioni continue, della lotta al governo, dello scontro vitale, che pure esiste, si sente, ha a che fare con il futuro del paese. Nel Negev sorgono qua e là accampamenti di persone determinate a entrare e andare a vivere nella Striscia, ma i kibbutz non ci badano, sono loro lo spirito del deserto e qui rimangono la grande maggioranza. Si somigliano un po’ tutti e stanno cambiando insieme.
“Siamo qui non perché lo dice la Bibbia, ma perché abbiamo curato ogni granello di sabbia”, dice Lital che è andata a vivere nel kibbutz Gevim, una comunità alle porte di Sderot, che i terroristi provarono ad assaltare, si fermarono ai cancelli gialli di ingresso pur uccidendo due abitanti.
“Ci svegliamo la mattina e pensiamo alle nostre responsabilità, non riusciamo ad abbassare il volume della premura”. Lital non è nata a Gevim, non è nata in un kibbutz, ha scelto di viverci come la maggior parte delle persone giovani in questo posto. Lo ha fatto perché “qui c’è cura, c’è educazione.
A volte mi chiedo se sia da buona madre restare dopo quello che è accaduto, ma rimango convinta che proprio perché viviamo tanto vicino al confine siamo sottoposti allo sforzo continuo di avere premura di tutto”. E Gevim sprizza cura, come accade spesso nei kibbutz. Il suo verde, le sue case fanno a botte con i palazzoni della vicina Sderot. Vicino a Lital c’è Tsila, una signora che sembra aver vissuto di tutto ma che pensi sia superfluo parlarne.
“Mio padre è stato ucciso durante la Guerra d’Indipendenza, sono cresciuta con l’idea che gli arabi fossero dei folli, oggi voto i Democratici perché ritengo siano il partito giusto per occuparsi di quella parte della popolazione”. Tsila è la storia di Gevim, dai tempi in cui si viveva nei kibbutz se sapevi fare lavori manuali, “ma io non ero portata”, dice sorridendo, guardando le sue mani, “poi ho trovato lavoro come insegnante”.
I kibbutz sono un progetto e in un paese che è nato proprio come un progetto di vita ne rappresentano la cellula originaria. Vanno studiati, bisogna viverci dentro. Sono luoghi in cui le generazioni vecchie e nuove si mescolano, tutti lasciano la porta di casa aperta, nonostante il 7 ottobre. La fiducia nel progetto è incrollabile, neppure lo scetticismo nei confronti del governo può romperla.
Gevim si trova nella parte dell’Otef Gaza chiamata Sha’ar Negev, il cancello-porta del Negev. C’è un detto che recita: “Lo Sha’ar Negev è 95 per cento paradiso e 5 per cento inferno”. Lital dice: “Il 7 ottobre, quel 5 per cento di inferno è stato molto profondo”. Era naturale che l’attacco di Hamas cambiasse la zona, ma quello che sorprende è che proprio dove i terroristi sono arrivati e dove il trauma batte ancora sotto la sabbia, sembra che tutti abbiano fatto un passo avanti.Ci sono molti cambiamenti rispetto a tre anni fa, si nota anche l’assenza dei palestinesi. I gazawi che varcavano il confine venivano a lavorare da queste parti, facevano i muratori, si occupavano degli animali, e alcuni hanno poi fornito a Hamas la mappa dei kibbutz o hanno partecipato all’assalto.
Anche a Gevim c’era un lavoratore di Gaza che era ormai parte della comunità. Su di lui è calato un velo di sospetto. “Gli avevamo dato un letto, partecipava ai nostri ritrovi, se la sua famiglia aveva bisogno di qualcosa, facevamo di tutto per aiutarlo”, racconta Sharon. “Quel giorno è scomparso. Non tornava mai a Gaza quando aveva un lavoro da finire”.
Sharon è sempre stata di sinistra, “sono cresciuta pensando che fossimo tutti uguali, che bisognasse fidarsi di tutti. Ora non posso più. Credo che voterò Eisenkot e per una persona che ha guardato per anni alla sinistra più estrema è un cambiamento radicale”.
Per lei il 7 ottobre è stato un tradimento. Non è cresciuta nel kibbutz, viverci per lei è stato una scelta, qui vuole rimanere. Le fa fatica ammettere il suo cambiamento, lo dice con sofferenza, quasi che la perdita di fiducia le provochi spossatezza e rimorso: “Una volta mi ha detto – dice, parlando del palestinese che lavorava a Gevim – ‘quando voi ci guardate negli occhi, si vede che avete paura. Questo è il nostro vantaggio’. Credo che avesse ragione e dobbiamo uscire da quella paura”. Le bombe su Gaza non l’hanno cancellata, ma il desiderio è di uscire, è di riprendersi il futuro, il Negev, e il voto vuol dire anche questo.
Avivit come Sharon è arrivata al kibbutz Gevim da fuori, per la famiglia, i figli, per costruire. La politica è un tema che non la appassiona, ma ha un’idea molto chiara su dove vuole andare: “La guerra non è una sala chirurgica. Prima credevo nella coesistenza, ci lavoravo, ora non dico sia impossibile, ma in questo momento non è realistico”. Prima bisogna curarsi dentro, poi si inizia a curare il rapporto con gli altri. “Dobbiamo tornare a essere la nazione delle startup, l’oasi che eravamo prima. Non dico che non lo siamo più, ma è diverso, sono cambiate molte cose, hanno iniziato a mutare da tempo”. Netanyahu non è un’ossessione qui, ma tutti su di lui hanno un’idea condivisa che Avivit riassume così: “Tutti gli uomini onesti, dopo il fallimento, si sono ritirati. Lui no”.
Israele è un’idea, tutti hanno in testa un progetto, come vorrebbero che fosse il paese. Tutti si sono spostati per il paese alla ricerca o rincorsa di quell’idea di Israele. Non soltanto per viverci dentro ma anche per costruirla. In Israele non si sceglie un posto per rimanerci, ci si sposta, si seguono linee di valori, si forma un futuro.
Per quell’idea di futuro il paese ha sempre litigato, tutto è stato esistenziale, identitario. Zohran e sua moglie vivevano a Be’er Sheva e sono scappati dopo l’omicidio del primo ministro Yitzak Rabin.
“All’improvviso sentivamo persone sostenere che fosse stato giusto, un bene. Allora siamo corsi via, abbiamo cercato un posto in cui stare, in cui costruire e siamo venuti a Gevim. Meglio avere Gaza vicino che sentire un pensiero simile”.
Zohran non dice per chi voterà, ma “se avessi coraggio voterei Ra’am”, il partito arabo guidato dal dentista Mansour Abbas in cui è entrato l’ex capo della polizia Yoav Segalovitz. “Ma il coraggio mi manca, mi manca la convinzione. Però è da lì che passa tutto”.
C’è uno strappo interno da curare. Ce ne sono molti a ben guardare. Questa parte di paese che non abbandona il confine con Gaza rigetta l’idea che una frangia della popolazione israeliana possa usare la violenza contro i palestinesi in Cisgiordania nel nome dello stesso Israele che viene difeso qui.
I coloni violenti sono stati chiamati dalla stampa “Giovani delle colline” e a molti israeliani questo titolo infastidisce, ha un rimando bucolico che i violenti non meritano, offre spazio a una mitizzazione che invece rivela una parte del paese senza stato. In ebraico si chiamano Noar HaGvaot e c’è chi suggerisce che invece sarebbe giusto dargli un nome diverso, basta cambiare la g con la z: Noar HaZvaot, Giovani della violenza, degli orrori, dell’atrocità.
Dopo tre anni di guerre contro Hamas, contro Hezbollah, contro gli Houthi, contro la Repubblica islamica dell’Iran, il paese esprime un voto che spinge a guardare se stesso, a fissarsi l’ombelico. Nessuno in campagna elettorale ha parlato dei rapporti con i palestinesi, alcuni hanno invece parlato del rapporto con gli arabi di Israele, il venti per cento della popolazione.
In città arabe come Lod, Ramla o a Giaffa, la parte vecchia di Tel Aviv, la campagna elettorale si svolge come nel resto del paese. Il voto arabo è prezioso e sebbene siano assenti i manifesti dei loro partiti, sono ben in vista quelli degli altri. Tutti puntano a questo venti per cento della popolazione che vota meno degli altri, si tiene in disparte, ma va tirata dentro.
A Giaffa si trovano i volantini di Yair Golan in arabo, i Democratici sono fra i pochi ad aprire a un governo con i partiti arabi basta che si dichiarino sionisti, il resto dell’opposizione è invece restio, o sa che dichiararlo non porta voti. Eppure, la cura per le ferite interne passa anche da qui.
Quello che è percepito come un voto sul 7 ottobre, come l’elezione del dramma, come il voto dal trauma, in realtà è la resa dei conti di uno scontro interno iniziato fra le manifestazioni per le strade di Tel Aviv contro il governo e la riforma della Corte suprema. Sono stati anni trascorsi a domandarsi dove andasse Israele, chi fosse Israele, cosa rimanesse del progetto, chi lo stesse scrivendo.
E Tel Aviv continua a gridare, a organizzare manifestazioni, mostrando una necessità di protesta che non riesce a esaurire e di cui spera di liberarsi il 27 ottobre. Una protesta di rabbia e di inerzia che ha cambiato colori, significato, richieste e riadatta i vecchi slogan, cerca il compimento in un voto al quale assegna un valore salvifico. “Abbiamo bisogno della missione giusta”, dice un manifestante nella protesta di sabato scorso, l’ultima prima delle elezioni, organizzata a Piazza degli Ostaggi di Tel Aviv, che ogni tanto rivive, si riempie di nuovo, quasi che i telaviviani non riuscissero a farla scivolare nel passato assieme alle veglie per il rilascio degli israeliani rapiti da Hamas. C’è chi in quella veglia c’è rimasto.
L’ultima protesta si svolge fra un fiume di bandiere israeliane, qualche nastro giallo degli ostaggi e simboli dei partiti dell’opposizione, per chiedere una commissione di inchiesta che dovrebbe stabilire le responsabilità del 7 ottobre. Tel Aviv ha vissuto di manifestazioni in questi anni, regolari, ordinate, ostinate. Ofir, il manifestante che chiede “una missione giusta” e tiene in mano un cartello con la scritta “non dimentichiamo il 7 ottobre”, spiega meglio cosa intende: “Abbiamo bisogno di qualcuno che guidi i nostri figli nelle cause che contano”. La causa, la missione, il progetto. Israele.
(da il Foglio)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
SULLA CRISI MIGRATORIA A CEUTA: “NÉ DELL’INTELLIGENCE NÉ DELLE FORZE DELL’ORDINE AVEVANO PREVISTO LA PORTATA DI QUELLO CHE POI È SUCCESSO IL 30 E 31 LUGLIO. PURTROPPO SONO MORTE 141 PERSONE. MA SE AVESSIMO RISPOSTO IN MANIERA PIÙ AGGRESSIVA, ORA PARLEREMMO DI UN NUMERO DI VITTIME MOLTO PIÙ ALTO” … SUGLI ATTACCHI ALLA MOGLIE SOTTO PROCESSO E AL FRATELLO (CONDANNATO): “SI SONO SUPERATE LE LINEE ROSSE DI UNA DEMOCRAZIA”
Il presidente torna a essere candidato. E si vede. Parla con scioltezza, schiva le frecciate, tiene il punto con un sorriso. Pedro Sánchez, che dopo la condanna del fratello e la crisi di Ceuta sembrava indebolito, dà l’impressione di essere rinato con il voto del 29 novembre, le sue seste elezioni politiche. «Queste elezioni si possono riassumere in un concetto molto semplice: o avanza il passato o avanza la Spagna», dice.
Il suo mandato termina e nelle strade è evidente il malessere sociale. Dopo otto anni al potere, quali sono le responsabilità del Governo?
«La Spagna è di nuovo prima in Europa per creazione di nuovi posti di lavoro. E per il quinto anno consecutivo guida la crescita delle principali economie dell’Ocse. Ma c’è un malessere evidente riguardo alla redistribuzione dei frutti della crescita economica e soprattutto riguardo all’accesso alla casa, che è un problema in tutta Europa. Di fronte a questa situazione, se il Parlamento non ha i mezzi per rispondere in modo efficace alla prima preoccupazione dei cittadini, bisogna andare alle urne per avere una maggioranza molto più ampia e progressista che permetta di ottenere risultati migliori sul tema della casa».
Oltre al problema della casa, in Spagna c’è un’inflazione molto alta, il 4,9%. Dovrà pagarne il conto?
«Gran parte di quell’inflazione, per non dire tutta, è dovuta alla guerra in Iran, a cui noi ci siamo opposti fin da subito. All’Europa è costata più di 100 miliardi di euro. In Spagna abbiamo stanziato 12 miliardi per lo scudo sociale fino a fine anno. Ma serve una maggioranza parlamentare per garantire che sia prorogato finché durerà la guerra».
Alzerete il salario minimo prima delle elezioni?
«Certamente, alzeremo il salario minimo, come ci siamo impegnati a fare.
Feijóo (leader dell’opposizione, ndr) ha proposto anche modifiche alla legge sull’eutanasia e alla disciplina dell’aborto per le ragazze di 16 e 17 anni. È preoccupato che possano esserci cambiamenti sostanziali?
«Vox ci mette le idee e il PP la brama di potere. Questa settimana non si sono fatti fotografare con il presidente argentino Javier Milei, si vergognavano troppo, ma tutti e due ne condividono il manuale di istruzioni: tagli, sforbiciate e motoseghe. In democrazia l’alternanza è positiva. Ma un governo di PP e Vox non rappresenta un’alternanza ma una vera involuzione. Significa arretrare di colpo di quaranta o cinquant’anni su argomenti come l’aborto o la dignità del fine vita».
Perché ha deciso di andare alle elezioni in un momento in cui i sondaggi non la favoriscono?
«Queste elezioni si possono riassumere in un concetto molto semplice: o avanza il passato o avanza la Spagna. E credo che otterremo una maggioranza sufficiente a consentire che la Spagna continui ad avanzare».
I sondaggi danno la destra in vantaggio anche di 15 punti. La divisione dei partiti della sinistra non le gioca contro?
«Dirigo il Psoe dal 2014. Molti di coloro che oggi prevedono che vincerà il PP assieme a Vox sono gli stessi che garantivano che Podemos avrebbe superato il Psoe. Sono quelli che dissero che avrei perso nel 2019 e nel 2023. Rispetto i sondaggi, ma le assicuro che il 29 novembre ci sarà una maggioranza parlamentare progressista molto più ampia. Non è straordinario che l’estrema destra avanzi, lo sta facendo in tutto il mondo. È straordinario che la Spagna abbia un governo progressista. Per questo non è un caso che Milei venga qui o che Trump critichi la Spagna. Sarebbe bene che, nel mezzo di tanta oscurità, la Spagna non smettesse di essere un faro di speranza e di progresso».
Ci sono mobilitazioni di giovani in tutta Europa. Non è che il sistema li ha delusi?
«Molti giovani si stanno mobilitando per cause di assoluta giustizia sociale. Qui a Madrid manifestano per difendere l’istruzione pubblica. E poi centinaia di migliaia di persone hanno protestato contro il genocidio a Gaza. E per la casa. Non ho quell’immagine dei giovani. Certamente i messaggi di ultradestra come odio, xenofobia, antifemminismo stanno penetrando una parte dell’elettorato, ma una minoranza. E se si espandono, sarà merito dell’algoritmo. Siamo stati ingenui, noi democrazie occidentali, quando abbiamo creduto a chi diceva che la tecnologia è neutrale? Nel corso della storia si è dimostrato il contrario, e questo gli oligarchi lo capiscono molto bene».
Lei è uno dei pochissimi leader mondiali che fanno discorsi a favore dell’immigrazione. Questo le porta voti o gliene sottrae?
«Non è questione di portare o sottrarre voti ma di fare opera di sensibilizzazione. I cittadini di questo Paese sono stati emigranti per molti anni. Mio nonno, per esempio, durante la dittatura franchista ha dovuto vivere quarant’anni in Germania per sfamare i suoi figli. Questa è la realtà del passato recente della Spagna. E oggi siamo nell’inverno demografico. Il dilemma è se vogliamo essere una società aperta e prospera o chiusa e decadente, senza capacità né manodopera per sostenere l’attuale Stato sociale.
Nella crisi di Ceuta c’erano state molte avvisaglie del fatto che poteva verificarsi qualcosa di grave. Siete stati lenti a reagire? Cosa avete sbagliato?
«Siamo stati avvisati ma non di un fenomeno di quelle proporzioni. Nessun servizio, né dell’intelligence né delle forze dell’ordine, aveva previsto la portata di quello che poi è successo il 30 e 31 luglio.
E questo ci porta anche a una riflessione: gli Stati devono anticipare i movimenti dei social, dove si propagano le fake news, come per esempio una lettura interessata di una sentenza della Corte suprema sulle espulsioni. Purtroppo sono morte 141 persone, molte delle quali erano bambine e bambini. Ma se alla frontiera avessimo risposto in maniera più aggressiva, ora parleremmo di un numero di vittime molto più alto».
Ha iniziato la fase di precampagna assieme a sua moglie e con un bacio. Dobbiamo aspettarci elezioni centrate su attacchi alla persona e alla famiglia?
«Non da parte nostra. So come fanno campagna Feijóo e Abascal. Loro vogliono far fuori Sánchez. Gli insulti che abbiamo ricevuto e le menzogne che abbiamo subito sono dovuti al fatto che stiamo realizzando un modello molto diverso da quello che propone l’internazionale di ultradestra. Stiamo dimostrando che si può crescere e aumentare il salario minimo, che si può scommettere sulle energie rinnovabili, l’integrazione dei migranti, la difesa di una vera uguaglianza fra uomini e donne. E che avere uno Stato sociale robusto rende più coesa la società e tutela i diritti, non li trasforma in merce».
Come la condiziona, da candidato, il fatto che suo fratello sia stato condannato e che sua moglie sia sotto processo?
«Hanno un nome: David Sánchez e Begoña Gómez. E vengono giudicati per essere il fratello e la moglie del presidente del Governo. In questi due casi si sono superate le linee rosse di una democrazia. Primo, perché sono innocenti. Secondo, perché sono persone rette. Terzo, perché in politica non si dovrebbero sferrare attacchi come quelli che stanno subendo Begoña e David da parte di associazioni e media di ultradestra».
Quanto le ha nuociuto avere due ex responsabili dell’organizzazione del PSOE in carcere? Che spiegazione darà agli elettori?
«Ho chiesto scusa, ho agito con determinazione e ho collaborato con la Giustizia».
Alle elezioni del 2023 Zapatero ha avuto un ruolo importante. Oggi è imputato. Ha ancora fiducia in lui? Avrà un ruolo nella campagna?
«Rispetto la sua presunzione di innocenza e difendo l’eredità di José Luis Rodríguez Zapatero, in particolare per tutto ciò che riguarda i diritti delle donne e le loro libertà. Ma dovremo parlare con José Luis e vedere se se la sente. Lui è senz’altro una risorsa per il Psoe».
Lei ha presieduto il Governo per otto anni. Qual è stato il suo più grande errore?
«La corruzione di Ábalos. Un doppio errore: che sia avvenuta e che non me ne sia accorto».
Jan Martínez Ahrens e Carlos Cué
per “El Pais”
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
“ABBIAMO UN PARADOSSO: IN UCRAINA VOGLIONO ESSERE EUROPEI, IN SERBIA VOGLIONO ESSERE EUROPEI, IN GEORGIA VOGLIONO ESSERE EUROPEI. GLI UNICI CHE NON VOGLIONO ESSERE EUROPEI SIAMO NOI”
“Intanto vorrei esprimere tutta la mia solidarietà e fare le condoglianze agli elettori
della Lega per questa notizia triste che giunge purtroppo non inaspettata”. Questo l’ironico commento del segretario di Azione, Carlo Calenda, alla rielezione di Matteo Salvini alla segreteria della Lega.
“Penso veramente che se oggi Meloni avesse il coraggio di mandare a casa Salvini per le cose folli che dice sull’Ucraina – dice Calenda in un punto stampa a Potenza a margine di un incontro con il presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Marcello Pittella, e i segretari confederali lucani di Cgil, Cisl e Uil – e invece facesse largo a quella parte seria della Lega, come Garavaglia o il ministro Giorgetti, credo che il centrodestra e anche la Lega, avrebbero tutto da guadagnare. Ormai Salvini è un problema enorme per il centrodestra e per l’Italia”.
“Abbiamo un paradosso: in Ucraina vogliono essere europei, in Serbia vogliono essere europei, in Georgia vogliono essere europei. Gli unici che non vogliono essere europei siamo noi, che siamo gia’ europei”.
Cosi’ ai giornalisti il leader di Azione, Carlo Calenda, a Potenza, rispondendo a una domanda sui segnali che arrivano dall’estero. “L’Europa e’ un’isola di liberta’, con un welfare che, pur traballante, esiste. Abbiamo molti problemi di distribuzione della ricchezza, ma una situazione imparagonabilmente migliore rispetto a quella degli Stati Uniti o della Cina”, ha sottolineato Calenda.
“L’Europa va migliorata, gli investimenti nell’istruzione e nel welfare vanno potenziati. Ma dobbiamo guardarci intorno – ha concluso – perche’ tutti vogliono essere europei e noi stiamo perdendo l’Europa, senza renderci conto di quello che abbiamo”.
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
L’ATTENTATO È STATO ALIMENTATO DALLA RETORICA ANTI-MIGRANTI DELLA DESTRA: “I RESPONSABILI, COLORO CHE HANNO ARMATO E ALIMENTATO QUESTO ODIO OMICIDA, SONO I POLITICI RAZZISTI”…QUELLI CHE SONO SEMPRE A PIEDE LIBERO, PER CAPIRCI
Il giorno dopo la marcia degli ottocentomila in tutta la Francia traccia un bilancio, con oltre mille fermi nei confronti dei manifestanti violenti. La tensione si è spostata a Orléans, dove ieri si è concluso il congresso del Rassemblement National, con il discorso di Marine Le Pen, grande favorita per le presidenziali di aprile.
Un centinaio di militanti che si sono dichiarati «antifascisti» si sono riuniti in città, nonostante la prefettura avesse vietato qualsiasi raduno in un ampio perimetro attorno a Orléans. I manifestanti sono riuniti al di fuori di tale perimetro, davanti al locale Cpr, sotto lo sguardo delle forze dell’ordine, a quattro chilometri circa dal Co’Met, l’arena da 10.000 posti dove Le Pen ha pronunciato il suo discorso. Il corteo ha scandito lo slogan “R come razzisti, N come nazisti”.
Marine Le Pen ha puntato ancora sui temi della destra, in particolare la critica dell’immigrazione incontrollata, e le accuse implicite ai giovani di seconda e terza generazione, anche se ha parlato poi della necessità di «unità nazionale».
Ma la retorica anti migranti è nel mirino delle sinistre, in particolare della France insoumise. Ancor più dopo che sono emersi dettagli sull’interrogatorio del killer razzista che venerdì ha ucciso un 26enne e ferito quattro persone, compresa una dodicenne, a Trappes, vicino a Parigi. L’uomo ha dichiarato di aver voluto «vendicare i commercianti saccheggiati il 17 ottobre» e preso di mira «neri e arabi».
Nella sua abitazione è stata rinvenuta una copia del Mein Kampf. Le indagini confermano che si è trattato di un attentato terroristico di estrema destra, a matrice razzista e islamofoba. «I responsabili, coloro che hanno armato e alimentato questo odio omicida – ha accusato Fi – sono i politici razzisti, che spaziano dall’area di Macron all’estrema destra, sostenuti da media complici»
(da agenzie)
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Ottobre 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL COORDINATORE DELLA “RETE PER UN VOTO LIBERO E UGUALE” ROBERTO ZACCARIA: “SONO RICORSI FATTI SU UNA TRACCIA COMUNE E PRESENTATI IN MANIERA SIMULTANEA. TRA I RICORRENTI C’È ANCHE ROMANO PRODI”… I PUNTI RITENUTI CRITICI DEL MELONELLUM: IL PREMIO DI MAGGIORANZA E LA SUA ASSEGNAZIONE SU BASE NAZIONALE AL SENATO, L’EQUILIBRIO DI GENERE CON I CAPILISTA BLOCCATI, L’INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER E IL NUMERO DI FIRME DA RACCOGLIERE
Depositati i ricorsi in 25 Tribunali italiani contro la legge elettorale promossi della Rete
per un voto libero e uguale. “Vengono presentati in maniera simultanea – ha spiegato in conferenza stampa Roberto Zaccaria coordinatore della Rete che raccoglie una trentina di associazioni della società civile – sono ricorsi fatti su una traccia comune. E’ una cosa senza precedenti. La società civile raccoglie il bastoncino della staffetta a chi ha fatto opposizione parlamentare. I ricorrenti saranno oltre 300, il più illustre è Romano Prodi”.
Sono stati depositati oggi, simultaneamente, i ricorsi contro la nuova legge Elettorale in 25 tribunali ordinari, dove sono presenti corti d’appello o distretti di corte d’appello. Questo quanto annunciato in conferenza stampa, al Senato, da professori costituzionalisti in rappresentanza delle reti di una trentina di associazioni della società civile che hanno dato vita ai ricorsi.
A parlare in conferenza stampa dell’iniziativa e dei contenuti dei ricorsi sono stati Pietro Adami, Maria Agostina Cabiddu, Anna Falcone, Enrico Grosso e Roberto Zaccaria. Tra i ricorrenti, e’ stato confermato, ci sono importanti nomi della politica e delle istituzioni, a partire dall’ex premier Romano Prodi, ma anche sindaci professori universitari, rettori, giornalisti e scrittori, ex magistrati, e realta’ come Anpi e Cgil.
(da agenzie)
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