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ECCO L’ATTO NOTARILE CHE SVELA A SORPRESA I POTERI DEGLI ARABI SUL PIANO CASA DI MELONI

Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile

L’INCROCIO TRA AFFARI DI STATO E AFFARI PRIVATI DI MARIO ABBADESSA E UN ATTO NOTARILE CHE CONSEGNA AMPI POTERI A UN FONDO ARABO

Il Piano casa, diventato legge il 2 luglio, è un intervento pubblico che affronta in maniera strutturale il deficit residenziale soprattutto nelle grandi città: prevede la realizzazione di 100mila abitazioni nei prossimi 10 anni, dedicando fino a 10 miliardi di risorse pubbliche a cui si aggiungeranno gli investimenti privati.
Il Piano casa e l’incrocio
La logica è quella dei tre pilastri:
1 – Recupero di 60mila abitazioni popolari.
2 – Fondo Housing gestito da Invimit, destinato all’edilizia sociale per chi non ha diritto alla casa popolare ma non ce la fa ad affrontare i prezzi di mercato
3 – Edilizia convenzionata con agevolazioni e incentivi ai grandi capitali privati (almeno un miliardo), attraverso semplificazioni autorizzative a patto che almeno il 70% degli alloggi venga offerto a prezzi inferiori di un terzo rispetto a quelli di mercato.
Ed è qui che il Piano Casa si «fidanza» con Mario Abbadessa, rampante e assai quotato manager immobiliare con laurea in Bocconi, ottime relazioni, grandi capacità comunicative, più portato al fundraising che agli investimenti sociali, dicono alcuni importanti broker milanesi con una punta di cattiveria e due di invidia. Lui ha costruito la piattaforma, raccolto i capitali e presentato al governo il primo grande programma privato ammesso alla corsia accelerata. In tempi record, senza storia, senza gara.
Le tappe di un record
Il 10 gennaio Giorgia Meloni nella conferenza stampa d’inizio anno dichiara che il Piano casa, annunciato diversi mesi prima, è vicino. Due giorni dopo il Sole 24 Ore scrive che Abbadessa lascia Hines, si mette in proprio e punta a raccogliere capitali anche per il Piano Casa. Nessuno smentisce. Eppure il Piano sarà decreto legge solo a maggio e Abbadessa resterà alla guida di Hines per altri due mesi e in organico fino ad aprile.
Il 28 gennaio i primi dubbi sulla stampa sono al centro anche di un’interrogazione alla Camera (a risposta scritta, mai arrivata) dell’onorevole Federico Fornaro (Pd): chiede di Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) e del fondo sovrano di Abu Dhabi, Mubadala, che avrebbero affidato circa 1 miliardo a due fondi gestiti da una nuova società riconducibile a Mario Abbadessa, senza gara e con potenziali commissioni elevatissime. Il 23 febbraio nasce a Milano la ADD Capital srl, la piattaforma di Abbadessa. Lui però non compare, manda avanti Andrea Imperatore, uno del suo team in Hines, che si intesta il 100% del capitale. Il 3 marzo Abbadessa e altri del suo team si dimettono da Hines Italy. Tra il 27 marzo e i primi di aprile nascono in Lussemburgo, sempre con Imperatore inizialmente al 100%, ADD Italy Living dedicato al Piano casa e ADD Value per il mercato “libero” europeo. A questo punto l’infrastruttura societaria è pronta. Il 2 aprile nella società capofila milanese ADD Capital, Abbadessa sale al 92% con il residuo in mano a due manager ex Hines. ADD Capital è la cabina di regia di tutta l’operazione.
Il 30 aprile il Consiglio dei ministri dà il via libera al decreto legge Piano casa. Giorgia Meloni spiega che il terzo pilastro coinvolgerà «robusti investimenti privati, non fondi pubblici». E poi su X: «Investimenti privati nell’edilizia abitativa, con procedure più veloci e semplificate, ma a una condizione chiara: almeno il 70% degli alloggi realizzati dovrà essere destinato a chi è in difficoltà, con prezzi di vendita o di affitto ridotti di almeno il 30% rispetto ai valori di mercato».
Il 6 maggio nello studio del notaio Dario Colucci in via Larga a Milano viene redatto un atto apparentemente «innocuo»: la One Hundred and Forty Third Investment llc di Abu Dhabi, un veicolo societario del fondo sovrano Mubadala, con appena 1.500 euro entra al 15% nella ADD Capital. Ma, come vedremo, è un 15% pesantissimo.
Il giorno dopo, 7 maggio, viene varato il decreto legge. Il 2 luglio il Piano Casa è legge e conferma il terzo pilastro: programmi privati superiori al miliardo possono beneficiare di forti semplificazioni purché rispettino il vincolo del 70-30 a prezzi calmierati.
ADD è già in pista. Di quali semplificazioni si parla? Allo sviluppatore privato viene offerto qualcosa che nel real estate ha un enorme valore economico: più edificabilità, tempi autorizzativi più brevi, concentrazione dei permessi, possibilità di superare alcune previsioni urbanistiche, minori costi. È la contropartita per la sostenibilità economica del 70/30 (cioè 70% degli alloggi destinati, con sconto di almeno il 33%, a chi è in difficoltà), altrimenti non garantirebbe rendimenti sufficienti agli investitori. Prezzi calmierati ma processi accelerati: vuol dire certezza dei tempi e dei canoni.
Il 30 luglio escono i numeri di ADD: la raccolta complessiva dei due fondi è di 2,3 miliardi di cui 1,1 miliardi destinati all’ADD Italy Living cioè il veicolo dedicato al Piano Casa. Un record: da zero a 2,3 miliardi in quattro mesi.
Il 5 agosto l’incrocio è ufficiale: il Consiglio dei ministri dichiara il programma presentato da ADD Italy Living «di preminente interesse strategico nazionale» per interventi a Roma, Milano, Napoli e Genova. Il governo nomina Elisabetta Pellegrini, commissaria straordinaria, per realizzarlo.
Settembre: Abbadessa intervistato da Monitor Immobiliare respinge l’etichetta di «uomo del governo»: «Il nostro veicolo è al 100% privato, non ha sussidi, non ha finanziamenti e non ha nessun tipo di natura pubblica o di interrelazione con finanza pubblica o denaro pubblico…Non mi piacciono definizioni come l’uomo del Piano Casa».
Fatta questa carrellata di nove mesi, vediamo il retroscena.
Il «concerto»
Già a gennaio il copione era scritto. In campo, pronti con centinaia di milioni a sostenere la startup, non ancora nata, di Abbadessa, ancora dipendente di Hines, c’erano due giganti: uno (Cdp) organico al governo che ci mette 425 milioni; l’altro amico (Mubadala) che ne impegna 600. Come fosse un’unica cordata, un «concerto» nel linguaggio borsistico.
Il caso Poste
Oltre a Cdp e Mubadala anche il Credito Sportivo entra nell’operazione con 40 milioni, «vincolati alla missione istituzionale della Banca» cioè studentati, infrastrutture sportive, immobili di interesse storico-culturale, secondo quanto ci ha fatto sapere il portavoce. Altri nomi circolati come sottoscrittori dei fondi di Abbadessa sono quelli di Previndai, Kia il fondo sovrano del Kuwait e alcuni enti previdenziali come Enpam ed Enasarco.
Storia a sé per Poste Italiane. Attraverso Poste Vita, avrebbe deciso di investire ben 600 milioni. Lo hanno scritto Milano Finanza a inizio luglio e, a seguire, altre testate. Al Corriere risulta che ci sia una delibera e che 400 milioni siano destinati al fondo ADD Italy e 200 ad ADD Value. Ma a Poste – interpellata più volte – non risulta nulla da smentire né da confermare. Un insolito limbo. È vero o no? È allo studio? La cifra è rilevante, il Piano casa è rilevante, il gruppo è quotato in Borsa, decine di volte Poste è stata citata sui media e sui social come investitore. Possibile che un gruppo che sforna comunicati del tipo «Presentato il francobollo dedicato a Pasta di Gragnano IGP» non abbia nulla da dire o da smentire su un presunto investimento da 600 milioni? Perché questo imbarazzo?
Dove sono i privati
«Il nostro veicolo è al 100% privato …nessun tipo di interrelazione con finanza pubblica o denaro pubblico», dichiarava Abbadessa. E Meloni parlava di «robusti investimenti privati, non fondi pubblici». Arriveranno.
Intanto facciamo due conti.
È privata Cassa Depositi e Prestiti controllata all’83% dal Ministero dell’Economia-Mef? È privato il fondo sovrano Mubadala strumento finanziario al servizio del governo di Abu Dhabi? È privata Poste la cui maggioranza assoluta è in mano a Mef (23,7% diretto e 28,3% tramite Cdp)? È privato il Credito Sportivo che è controllato all’80% dal Mef?
L’unico privato è colui che ha creato l’infrastruttura societaria e manageriale. Ma i soldi ce li mettono gli altri. Se l’infrastruttura fosse stata «pubblica» (per esempio Cdp Real Asset che gestisce oltre 5 miliardi di fondi immobiliari) e gli investitori realmente privati forse il risultato sarebbe stato più coerente con le aspettative della premier.
Cdp e la controllata
Cdp, che ha risposto con chiarezza alle nostre domande, afferma che la sua controllata Cdp Real Asset non può essere soggetto finanziatore ma avrà un ruolo centrale nel gestire gli investimenti deliberati a livello di capogruppo. Deliberati quando? A dicembre 2025. I 425 milioni sono vincolati a investimenti esclusivamente in Italia e così suddivisi: 200 milioni ad ADD Italy-Piano casa, 225 ad ADD Value.
I poteri nascosti di Mubadala
Con un post sul profilo LinkedIn corporate il 3 agosto, gli emiratini hanno comunicato l’investimento da 600 milioni sottolineando che «le strategie dei due fondi saranno gestite da ADD Capital». E qui siamo a un punto cruciale, forse il più controverso dell’intera impalcatura. ADD Capital, sede a Milano, è il centro decisionale, la cabina di regia dei fondi. Oggi Abbadessa ha il 78,5%, i suoi due ex colleghi in Hines il 4 e il 2,5%. Il restante 15% fa capo a Mubadala, sottoscritto in aumento di capitale il 6 maggio, come abbiamo già visto, attraverso la controllata One Hundred.
Lo Statuto al 15%
Ma nel momento in cui entra nel capitale, il fondo di Abu Dhabi chiede garanzie ad Abbadessa e detta condizioni che si riflettono nel nuovo statuto della ADD Capital. È il «contratto» vincolante, depositato con un atto notarile, che disciplina i rapporti tra i soci e il funzionamento della società.
«Nessuna deliberazione – stabilisce lo statuto – può essere adottata dall’assemblea dei soci o, a seconda, dal consiglio di amministrazione in relazione alle materie elencate nell’ “Allegato A” senza l’approvazione dell’assemblea dei soci con il voto favorevole di almeno il 90% del capitale». Quindi Mubadala con il suo 15% è dirimente.
Il diritto di veto
Cosa dice l’Allegato A. Molto in sintesi: le materie soggette al quorum del 90% riguardano la modifica dello statuto, la variazioni del capitale ma anche quelle più legate alla gestione manageriale e strategica. Cioè acquisire attività di impresa o attività commerciali di qualsiasi società; «l’acquisizione o la cessione della proprietà di immobili o la loro assunzione in locazione»; l’assunzione o la concessione di prestiti e la costituzione di garanzie. Qualsiasi indagine o verifica di natura giudiziaria, regolatoria, amministrativa o governativa; «la vendita, il trasferimento o altra alienazione, diretta o indiretta, di qualsiasi partecipazione nel capitale di qualsivoglia società …». Ogni decisione in merito, quindi, deve avere il via libera del fondo Mubadala di proprietà del governo di Abu Dhabi.
L’osservatore in Cda
Ma non è tutto. Dall’assemblea andiamo al consiglio di amministrazione dove non c’è un rappresentante di Abu Dhabi perché forse si è ritenuto di evitare un’esposizione diretta. Però «il socio di minoranza che detenga almeno il 15%» ha diritto a nominare un «osservatore in seno» al cda. Un osservatore con licenza di analizzare, ispezionare, investigare visto che dovrà ricevere tutti i documenti, compresi quelli preparatori, al centro delle riunioni, sarà informato dettagliatamente dell’ora, data, luogo e punti all’ordine del giorno, «avrà diritto di partecipare, porre domande e formulare osservazioni». Nessun diritto di voto però le delibere del cda che riguardano alcune materie (Allegato B) devono essere comunicate in anticipo ai soci di minoranza. Quali materie? Apertura di nuovi uffici, nuove giurisdizioni, contenziosi oltre 200mila euro, business plan annuale e budget, ecc. E poi, fondamentale, «accordi relativi a qualsiasi nuovo fondo, gestioni patrimoniali separate, mandato o accordo di investimento simile, da parte della società o di qualsiasi entità affiliata».
Sopra Mubadala, sotto Cdp
Questo dà l’idea di quanto sia penetrante l’influenza e il potere di blocco di Mubadala nella società che imposta la «politica» e le strategie dei fondi lussemburghesi, cioè là dove ci sono anche i “robusti” capitali di Cdp e delle altre aziende controllate dallo Stato italiano.
Il Piano Casa è un intervento pubblico di grande portata sull’emergenza abitativa che, come primo risultato, sta facendo fare ottimi affari a un manager-imprenditore «commissariato» da un fondo arabo.

Milena Gabanelli e Mario Gerevini
(da corriere.it)

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AL GENERALE SI È AMMOSCIATO IL CONSENSO. VANNACCI CONTINUA A PERDERE TERRENO NEI SONDAGGI: L’ULTIMA SUPERMEDIA YOUTREND LO COLLOCA AL 7,2%, MEZZO PUNTO IN MENO IN DUE SETTIMANE. FORZA ITALIA, AL 7,4%, LO HA NUOVAMENTE SORPASSATO

Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile

PER IL SONDAGGISTA NOTO, FUTURO NAZIONALE È MONOTEMATICO SU SICUREZZA E REMIGRAZIONE: “NON PARLA DELLE COSE CHE INTERESSANO DI PIÙ ALLA POPOLAZIONE, LE TASSE, IL LAVORO, IL PROBLEMA DELLA CASA” … I FRATELLINI D’ITALIA HANNO CAMBIATO STRATEGIA: PRIMA RISPONDEVANO COLPO SU COLPO, ALIMENTANDO LA VISIBILITÀ DEL GENERALE, ORA EVITANO LO SCONTRO, MA PRESIDIANO GLI STESSI ARGOMENTI

Il generale ha smesso di correre. Per mesi Roberto Vannacci ha conosciuto soltanto il segno più nei sondaggi. Adesso Futuro Nazionale si è fermato, anzi arretra. La supermedia YouTrend/Agi del 15 ottobre lo colloca al 7,2%, mezzo punto in meno in due settimane. Forza Italia, al 7,4%, lo ha nuovamente sorpassato. Fratelli d’Italia sale al 27,2% e la Lega al 6%. Non è un tracollo, ma la musica è cambiata. Lo dicono anche i numeri di Swg: 8% a fine settembre, 7,8 il 5 ottobre, 7,6 il 12.
Antonio Noto, fondatore dell’omonimo istituto di sondaggi, registra una discesa ancora più netta. “Fino a fine luglio avevamo Vannacci al 9%. A settembre era sceso all’8%. Nell’ultima rilevazione siamo al 6,7%: ha perso 2,3 punti rispetto al massimo”, dice al Fatto (…)
“La sua è stata una fiammata più emotiva che razionale. Il consenso ideologico rappresenta lo zoccolo duro e rimane. Il consenso emotivo va via, se non si è capaci di proporre un paniere ampio di temi politici” (…)
C’è un problema di offerta politica. Per Noto, Futuro Nazionale resta monotematico: sicurezza e remigrazione. “Non parla delle cose che interessano di più alla popolazione: le tasse, il lavoro, la formazione, il problema della casa”
Poi c’è il limite intrinseco del mercato elettorale di Vannacci. Secondo Noto, il generale parla “solamente all’elettorato della destra estrema”, una fascia dal perimetro ristretto
Ma c’è anche un avversario che ha capito il suo gioco. Per Noto il centrodestra, soprattutto Fratelli d’Italia, ha cambiato strategia. Prima rispondeva colpo su colpo, alimentando la visibilità del generale. Ora evita lo scontro, ma presidia gli stessi argomenti

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CACCIARI; “GIOVANI SENZA SPERANZA, SI SENTONO TRADITI, UNA VERGOGNA LE POLITICHE DEI LORO PADRI”

Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile

IL FILOSOFO: “LE DEMOCRAZIE NON OFFRONO PIU’ BENESSERE NE’ OPPORTUNITA'”

C’è il fallimento della democrazia e l’assenza di risposte da parte dei governi dietro le proteste che da due giorni sono esplose in Italia, secondo Massimo Cacciari, filosofo, oltre trent’anni di politica, da sempre attento osservatore di questioni sociali ed economiche.
Ieri per il secondo giorno a Milano la protesta è diventata guerriglia. E lo stesso è avvenuto sabato a Torino, Bologna…«E a Parigi, in Spagna…».
Però iniziamo da quelle italiane. Pensa che ci siano differenze rispetto alle proteste scoppiate oltre confine?
«Sono la stessa cosa. Si tratta di una situazione europea che sta diventando assolutamente intollerabile».
Intollerabile perché?
«Perché una democrazia non può, per decenni, arretrare sul piano del reddito e dei servizi sociali. La democrazia non è un’idea astratta, si regge sulla base di politiche economiche e sociali, che difendano i più deboli, i redditi più bassi, che si fondano su politiche fiscali progressive».
«Quindi si tratta di una protesta legata al malcontento o c’è altro dietro la guerriglia nelle piazze?
«Nelle manifestazioni può accadere di tutto ma è evidente che la protesta nasce da un’insoddisfazione radicale, da una rottura generazionale, come c’è stata, a volte, anche nel passato. Le giovani generazioni si sentono totalmente escluse, senza prospettive, senza neanche speranze. Basta vivere nel mondo della scuola o a contatto con i giovani per capire la frustrazione profonda che provano per le vergognose politiche dei padri».
L’Italia è arrivata più tardi alle proteste rispetto alla Francia e alla Spagna. C’è stato un effetto emulazione, un malcontento meno sentito?
«Una settimana prima o una settimana dopo, che cosa cambia? Sono processi storici che vanno analizzati un po’ più dall’alto».
Si parla di una regia dietro le proteste . Che ne pensa?
«Ma no! Una regia europea, il grande vecchio, ma perché?».
Quindi nessuna regia, nessuna strumentalizzazione delle piazze e nessuna differenza tra l’Italia, la Spagna e la Francia?
«Le differenze ci sono e dipendono dalla situazione locale. Per esempio, in Spagna la protesta può essere più legata ai problemi relativi alla casa, mentre in Italia lo è di meno, perché l’80% degli italiani in un modo o nell’altro, magari in condizioni penose, ma ha la casa di proprietà, oppure ha affitti popolari bassissimi. Al di là di questi dettagli, ci troviamo di fronte a una crisi generale che sta diventando sempre più forte e le persone di buonsenso come il sottoscritto stanno ripetendo da anni che non si può andare avanti così, che la democrazia non può basarsi soltanto sull’idea che siamo democratici. La democrazia si regge sulla base di politiche concrete che difendono i giovani, che danno loro speranza, che proteggono i redditi più bassi, che combattono le disuguaglianze sociali. Senza questo tipo di interventi non possiamo stupirci che non si vada avanti. In Europa, poi, che è la terra del welfare?».
Se non è la casa, che cosa ha spinto gli italiani a scendere in piazza? L’assenza di politiche per i giovani? La difficoltà nel trovare un lavoro?
«C’è una situazione di frustrazione, un malessere generale. Basta avere gli occhi per vederlo. Basta girare per le strade, vivere con la gente. Se si resta rintanati in un palazzo forse è difficile rendersene conto».
Meloni ha chiesto all’opposizione di uscire dall’ambiguità e condannare le violenze. Non una parola sul malcontento di chi era in piazza.
«Ma cosa deve dire? Può essere lei a fare l’analisi della situazione aggiungendo che, appunto, non ha fatto un piffero di niente? Sia chiari, però, non è che la colpa sia solo sua, è di una classe dirigente europea che con modifiche non sostanziali procede da trent’anni. I governi europei si sono retti per decenni garantendo crescita di diritti, crescita dei servizi e anche crescita del benessere. Da trent’anni questa crescita è bloccata e in Italia più che altrove. Ci si può meravigliare che le persone decidano di scendere in piazza?».
La gravità della situazione economica e sociale può giustificare le violenze?
«Ma è ovvio che condanniamo le violenze. Per carità di Dio, su, questo è retorico. Però, se la situazione si esaspera durante una manifestazione ci possono essere anche i deficienti che appunto fanno dei gesti idioti e assolutamente controproducenti per la causa che dichiarano di voler sostenere. Ma questo c’è sempre stato, non è una novità di oggi».
Dopo questa ondata di proteste la classe dirigente politica troverà le risposte che la piazza attende?
«Speriamo che si sveglino. Certamente se si limitano soltanto a denunciare le violenze e non capire che appunto sono l’epifenomeno ultimo di una situazione drammatica che riguarda tutta la politica europea e che sta mettendo in crisi proprio gli assetti fondamentali, materiali delle nostre democrazie, non si va avanti. Se, invece, riescono a fare questo sforzo mentale può darsi che si sia anche un contraccolpo e comincino a livello europeo politiche adeguate per sostenere le sacrosante richieste delle nuove generazioni in particolare, ma anche di tutti i cittadini meno abbienti».
Pensa che sia possibile questa presa di coscienza?
«La crisi in atto è stata denunciata sul piano scientifico, sono stati assegnati premi Nobel o sono stati candidati al Nobel economisti chi hanno avvertito che non si può andare avanti così. Penso, per esempio, a economisti come Joseph Stiglitz o Thomas Piketty. E la classe dirigente crede di poter rispondere alle richieste con le armi?».
Da novembre partiranno una serie di elezioni in Europa che potrebbero portare a cambiamenti delle classi politiche. Sarà questa la risposta alle piazze?
«Il grande rischio è che a questo punto, vincano le destre di fronte alla pochezza totale dei cosiddetti democratici, che aprono la bocca soltanto per denunciare le violenze, non per rimuoverne le cause».
E in Italia? Da cinque anni governa la destra e potrebbe vincere ancora. Un’anomalia?
«Sì, un’anomalia: malgrado non abbia fatto nulla e siano fallite tutte le riforme che proposte in campagna elettorale, il governo Meloni è durato cinque anni, dimostrando la notevole abilità della leader e la pochezza delle opposizioni che discutono di primarie. Come fidarsi della provvidenza divina».

(da La Stampa)

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LO PSICOLOGO MATTEO LANCINI: “I NEET? NON SONO GIOVANI VIZIATI, MA DISILLUSI”

Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile

“E’ PROPRIO LA SCUOLA IL LUOGO DOVE NASCE IL DISAGIO”

«Serve una nuova cultura che dica più “sì” ai giovani e più “no” agli adulti e alle loro abitudini. Le nuove generazioni sono disilluse perché sono cresciute in una società che prometteva loro di essere più ascoltate, ma che ha finito per tradire questa promessa». L’acronimo Neet è diventato il contenitore freddo in cui la società contemporanea rinchiude una generazione in stallo. Ragazze e ragazzi che non studiano, non lavorano e non si formano, spesso liquidati dall’opinione pubblica come fannulloni o figli di un’infanzia troppo viziata. Ma dietro c’è una frattura ben più profonda e una crescente sfiducia nel mondo adulto, che fatica a interrogarsi sulle proprie responsabilità e tende invece a scaricare la colpa su internet e videogiochi. A parlarne con Open è Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Minotauro. Docente alle università Bicocca e Cattolica di Milano, affronta il tema anche nel suo ultimo libro, A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni (Einaudi).
Quando parliamo di Neet, tendiamo a raggruppare sotto la stessa etichetta giovani con storie molto diverse. Dal punto di vista psicologico, che cosa accomuna chi interrompe gli studi, chi non riesce a entrare nel mondo del lavoro e chi sembra aver perso qualsiasi prospettiva per il futuro?
«Quando affrontiamo il fenomeno dei Neet dobbiamo procedere con grande cautela. Se c’è un elemento che accomuna queste generazioni, che si tratti di un adolescente che non vuole più andare a scuola o di un giovane adulto che non vuole lavorare, riguarda gli aspetti affettivi, relazionali e i vissuti personali. Naturalmente il fenomeno ha anche una dimensione sociale, legata alla mancanza di lavoro e al contesto in cui si è inseriti. Spesso si pensa che siamo di fronte a generazioni che non vogliono impegnarsi perché hanno avuto troppo o sono cresciute in un’infanzia dorata e fanno fatica ad abbandonarla, ma non è così. Le ultime generazioni stanno affrontando l’adolescenza e la giovane età adulta sempre più disilluse, perché sono cresciute in una società che aveva promesso loro che sarebbero state più ascoltate, dai genitori e dalla scuola, ma che in realtà ha tradito questa promessa».
Non è vero che i ragazzi sono molto più ascoltati rispetto al passato?
«Ci siamo raccontati che, siccome ascoltiamo i figli più di quanto siano stati ascoltati i nostri genitori, stiamo facendo tutto nel modo giusto. Certo, io ascolto i miei figli molto più di quanto sia stato ascoltato io e mio nonno probabilmente non sapeva nemmeno quanti figli avesse in casa. Li ascoltiamo, sì, ma spesso soltanto quando esprimono emozioni che non ci disturbano. La tristezza, la paura e la rabbia sembrano essere diventate emozioni da eliminare. Pensiamo a un bambino che incontra un cane e dice alla madre di averne paura. Invece di accogliere quella paura, l’adulto risponde che il cane è buono. Ma che fine fa l’emozione del bambino? Non possiamo limitarci a dire che, siccome noi non eravamo ascoltati, loro dovrebbero essere grati. Anche perché sono cresciuti in una società che ha devastato il pianeta, plastificato i mari e compromesso le prospettive future».
Questa compromissione delle prospettive future che effetto ha sul modo in cui i giovani guardano al futuro?
«Il disincanto, la disillusione. Lo vediamo anche nelle scelte di ragazzi che avrebbero la possibilità di lavorare, ma non vogliono farlo. In alcuni casi non considerano il lavoro soltanto qualcosa che sottrae tempo alla vita personale, ma una proposta degli adulti che richiede di rinunciare a se stessi, di falsificare la propria identità».
Che responsabilità hanno gli adulti?
«Viviamo in una società in cui gli adulti fanno quello che vogliono, consumano risorse, compromettono l’ambiente e lasciano ai giovani prospettive sempre più incerte. Poi, quando i ragazzi stanno male, attribuiamo la colpa alla musica trap o ai videogiochi. È un ragionamento che non regge. Aver giocato a guardie e ladri non significa diventare criminali… Di fronte alla complessità, una parte degli adulti ha finito per colpevolizzare le nuove generazioni, sostenendo di farlo per il loro bene. Si continua a ripetere che i ragazzi hanno ricevuto troppo amore e che hanno bisogno di limiti. Dovremmo piuttosto domandarci perché, invece di entrare in conflitto con gli adulti, tanti giovani finiscano per rivolgere la rabbia contro se stessi, attraverso comportamenti autolesivi o altre forme di disagio».
Il conflitto con gli adulti, quindi, tende a non tradursi in ribellione?
«Nonostante gli episodi di violenza che leggiamo nelle cronache, a me colpisce il basso livello di conflitto generazionale. I ragazzi cercano semmai la relazione, qualcuno disposto ad ascoltarli davvero. Basta guardare a quello che sta accadendo in Francia o ricordare il Sessantotto in Italia. Le generazioni precedenti sono scese in piazza per rivendicare la libertà sessuale e i diritti. Oggi mi sembra che le nuove generazioni abbiano un rapporto diverso con il conflitto. Noi stiamo costruendo politiche che sembrano non tenere conto delle loro esigenze. Togliamo loro internet, il cellulare e l’intelligenza artificiale che saranno gli unici lavori del futuro e mentre tutti fuori vivono costantemente connessi. Li accompagniamo a scuola, li monitoriamo attraverso il registro elettronico e li geolocalizziamo. Chiamiamo tutto questo “cura”, ma poi quando sono i ragazzi a geolocalizzarsi tra amici o all’interno di una coppia parliamo di controllo e possesso».
Quale cambiamento servirebbe?
«Una nuova cultura che dica più “sì” ai giovani e più “no” agli adulti, alle loro abitudini e ai loro privilegi. Continuiamo invece a sostenere che ai ragazzi siano stati concessi troppi sì, senza domandarci a che cosa hanno dovuto rinunciare e quali opportunità gli sono state sottratte. Non ci rendiamo conto di quanto queste generazioni si siano adattate alle esigenze degli adulti e, in alcuni casi, si siano sacrificate. E ciononostante, vanno dagli psicologi, cercano un insegnante disposto a chiedere loro chi siano davvero e, quando trovano qualcuno che li ascolta, raccontano molte cose».
C’è, invece, una tendenza del mondo adulto a scaricare gran parte della responsabilità su internet.
«C’è una contraddizione nel modo in cui interpretiamo il rapporto dei giovani con internet. La dipendenza dalla rete, intesa semplicemente come quantità di tempo trascorso online, non esiste e non è una categoria sufficiente a descrivere il disagio. Il tempo, da solo, non permette di stabilire se una persona abbia un problema. Viviamo in una società ormai connessa e dobbiamo capire che cosa accade nelle relazioni e nel funzionamento della persona».
Quali interventi allora si possono mettere in campo per intercettare e rispondere al disagio delle nuove generazioni?
«Un punto di partenza fondamentale deve essere la scuola. Dovremmo costruire una scuola pensata per i ragazzi e smettere di confondere la cultura con la misurazione delle competenze. Dovremmo ripensare poi il rapporto tra infanzia, privacy e controllo degli adulti. I bambini vengono ripresi continuamente, fin da piccolissimi, durante recite e attività scolastiche, per soddisfare esigenze degli adulti. Questa esposizione contribuisce a modificare il rapporto con le emozioni e con la propria immagine. Poi ci lamentiamo perché i ragazzi riprendono e condividono qualsiasi cosa. Dovremmo domandarci quale modello abbiamo offerto loro. Ma penso anche al registro elettronico, che andrebbe ripensato. I ragazzi dovrebbero avere il diritto di conoscere i propri voti prima dei genitori. Bisognerebbe inoltre riaprire cortili e giardini, restituire spazi di socialità ai bambini e riconoscere i loro bisogni emotivi».
Quali segnali possono indicare che un adolescente sta perdendo fiducia nella scuola e nelle proprie possibilità? E quanto intervenire in questa fase può aiutare a prevenire il fenomeno dei Neet?
«Il problema dei Neet non coincide con il ritiro scolastico. In alcune fasce d’età, come quella dei trentenni, entrano in gioco anche questioni economiche e occupazionali che non hanno necessariamente a che fare con la scuola. E non tutti i ragazzi che perdono interesse per lo studio diventeranno Neet. Devo, però, dare una notizia scomoda. Spesso la scuola non riesce a intercettare il disinvestimento perché è proprio la scuola il luogo in cui nasce il disagio. Dovremmo chiederci che cosa accade quando i ragazzi entrano in classe e vengono immediatamente valutati attraverso voti numerici. La scuola spesso produce un malessere significativo e i genitori, anziché fare una rivoluzione per i propri figli, desiderano che resti uguale a quella che hanno frequentato loro. Nel frattempo, però, la società è cambiata profondamente».

(da agenzie)

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LO SCIOPERO DEL PANE CHE NON SI VEDE IN TV, I PANIFICATORI DELLA PROVINCIA DI COSENZA SONO SCESI IN STRADA AL FIANCO DEGLI AUTOTRASPORTATORI E IL 16 OTTOBRE SCORSO HANNO COMINCIATO UNA “RIVOLTA DEL PANE” CON LA SERRATA DEI LORO PANIFICI: “DAL PRIMO NOVEMBRE SAREMO COSTRETTI AD AUMENTARE IL PREZZO DEL PANE DA 3 EURO AL CHILO A 3,8″

Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile

IL COSTO DELLA CARTA E DELLA PLASTICA È AUMENTATO ANCHE DEL 50%. UN LITRO DI GAS OGGI COSTA 1,10 EURO, CIOÈ 70 CENTESIMI IN PIÙ. PER LA FARINA L’AUMENTO È STATO DI 10 EURO AL QUINTALE,. E POI LA CORRENTE ELETTRICA” – AL CENTRO DELLA PROTESTA ANCHE I METODI DELLA GRANDE DISTRIBUZIONE. MANCO A DIRLO, NEANCHE UNA TELECAMERA A DOCUMENTARE LA RIVOLTA

Non di solo gasolio, ma anche di pane vive la protesta che sta scuotendo il Mezzogiorno d’Italia. In Calabria, dove tutto è cominciato, i panificatori della provincia di Cosenza sono scesi in strada al fianco degli autotrasportatori e il 16 ottobre scorso hanno cominciato una «rivolta del pane» con la serrata dei loro panifici. La data non è stata scelta a caso. Il 16 ottobre è la «Giornata mondiale del pane fresco e artigianale» (non del pane industriale, che non c’entra nulla con la ricorrenza voluta nel 1981 dalla Fao, l’agenzia Onu per l’alimentazione e l’agricoltura).
Lo «sciopero del pane» doveva durare due giorni, ma proseguirà almeno fino a domani. Gli artigiani della nobile «arte bianca» sono così diventati i protagonisti al contrario del manzoniano assalto ai forni nella Milano del 1628. Oggi sono loro a protestare, schiacciati tra rincari delle materie prime e diktat della grande distribuzione. Gli 873 panificatori della provincia di Cosenza sono tutti piccoli artigiani titolari di aziende a prevalente conduzione familiare. Hanno tutti gli stessi problemi, ma per convincerli a chiudere i rispettivi panifici c’è voluta come al solito un’avanguardia: trentuno panificatori più decisi degli altri. Tutti dell’Alto Ionio cosentino, si sono accampati sulla statale 106, nella verdeggiante piana di Sibari, a due passi dal grande parco archeologico della Sibaritide e a 2.700 anni dalla grande storia di una delle città magnogreche più potenti del Mediterraneo
«Purtroppo, dal primo novembre saremo costretti ad aumentare il prezzo del pane da 3 euro al chilo a 3,80 — dice Giuseppe Monti, che ha due panifici, a Villapiana e a Cerchiara —. Il costo della carta e della plastica è aumentato anche del 50 per cento. Un litro di gas oggi costa 1,10 euro, cioè 70 centesimi in più. Per la farina da metà settembre l’aumento è stato di 10 euro al quintale: oggi quota 60 euro. E poi la corrente elettrica, e in generale il carovita, che porta, giustamente, i dipendenti a chiedere aumenti di stipendio».
I panificatori artigianali lavorano di notte, poiché per un vero pane artigianale bisogna rispettare il ciclo completo della lievitazione. Questo significa impiegare più tempo, cioè più forza lavoro, e quindi assumere due persone invece di una. Ma trovare chi voglia fare questo lavoro è sempre più difficile. «Occorrono agevolazioni contributive per le assunzioni, altrimenti questo mestiere, che richiede una passione particolare, scomparirà», dice Pino Cesarini, che nel suo panificio lavora con tre parenti e due dipendenti
La «rivolta del pane», come quella degli agricoltori, è anche contro la Grande distribuzione organizzata. «È un cancro, ci uccide — dicono Mario Tufaro, di Amendolara, e Pietro Perri, di Sibari —. Sa cosa ci hanno detto i supermercati? Se aumentate il pane di 80 centesimi, la metà dell’aumento va a noi. Altrimenti non ne prendiamo. Scandaloso». E il «reso», cioè il pane invenduto? Solo a sud di Roma viene restituito al produttore. Forse è anche questa una delle ragioni della mobilitazione dei panificatori soltanto nel Sud. «Se cediamo 10 chili di pane al rivenditore a 2,20 euro, dovremmo incassare 22 euro — spiega Leonardo Converti, di Cerchiara —. Ma se ne restano invenduti tre chili, in realtà avremo incassato 15,40 euro (…)
L’altro problema è la qualità della materia prima, il grano. Sotto la definizione di «grano italiano» si spaccia di tutto. I panificatori lo sanno bene, e i camionisti, che frequentano porti e mulini, lo sanno ancora meglio. Antonio Nicoletti, autotrasportatore da una vita, dice: «Questa protesta sta mettendo a nudo problemi profondi. Ecco perché in giro non c’è una sola telecamera di qualche tv pubblica o privata». In realtà, una radio Rai che se ne occupa c’è. È Radio Arbereshe International, della comunità italo-albanese, sede a Corigliano Calabro.

(da agenzie)

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“SE C’È LA SITUA IO VADO E SPACCO. ALLA FINE È ROBA GRATIS”: IL SENSO DELLA “PROTESTA” DEI RAGAZZI A MILANO STA TUTTO NELLE FRASI DEGLI ADOLESCENTI DURANTE I SACCHEGGI: LO “SCIAME NERO” DI TEPPISTI CHE HA TENUTO OSTAGGIO LA CITTÀ IERI HA AGITO PER IL GUSTO DI SPACCARE TUTTO E TRAFUGARE PIÙ PRODOTTI POSSIBILI (VESTITI, OGGETTI, CIBO, ALCOL)

Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile

“OGGI FACCIO GLI ANNI, NON HO MAI AVUTO UN COMPLEANNO COSÌ BELLO”, DICEVA EUFORICO UNO DI LORO MENTRE ASSALTAVA UN SUPERMERCATO “CARREFOUR”… IL BILANCIO DEI DUE GIORNI DI CASO: 270 PERSONE FERMATE. MA L’80% È MINORENNE, E MOLTI HANNO 12 ANNI E NON SONO IMPUTABILI

Ore 16.45. Lo «sciame nero» parte a razzo e invade via Torino. È l’orario di inizio del secondo pomeriggio di devastazioni e saccheggi in centro di Milano. Non sono spaventati dalla notte trascorsa da tanti loro coetanei negli uffici delle questure di mezza Italia e dagli arresti di 28 dei 197 «violenti» – come li ha definiti il dipartimento di pubblica sicurezza – coinvolti nei disordini di sabato pomeriggio a margine dei cortei contro il carovita. Anzi qualcuno dice di essere tornato in piazza per vendetta.
«C’ero già ieri (l’altro ieri, ndr) perché la mia scuola a Monza fa schifo – spiega uno studente di 17 anni -. Però le forze dell’ordine hanno picchiato le tipe davanti in via Broletto. Quelli non sono arresti, ma violenze gratuite».
Alle tre di pomeriggio di domenica piazza del Duomo è stracolma. Ci sono turisti e milanesi a passeggio, ma anche migliaia di ragazzini. Arrivano da tutta Milano e anche da fuori città e provincia.
Sanno dell’appuntamento bis da TikTok e Instagram. «18 ottobre – facciamoci sentire – andiamo tutti in Duomo», recitano i post con la convocazione geo-localizzata sul lato della piazza adiacente alla Galleria. I bersagli da colpire sono i negozi delle catene dei grandi marchi. In altri il riferimento è diretto alle forze dell’ordine.
Come il post con l’immagine di 24 ore prima della gazzella dei carabinieri sventrata nella guerriglia urbana.
Non è chiaro cosa ieri abbia innescato la miccia. Sta di fatto che dopo un’ora abbondante di «false partenze», l’apparente calma svanisce in un attimo. In via Torino ogni ostacolo viene divelto. Cestini, monopattini e bici in sharing e gli arredi dei bar sono gettati in mezzo alla strada. Il fiume di ragazzini, almeno 2 mila, corre e urla. «Oggi faccio gli anni, non ho mai avuto un compleanno così bello», dice euforico uno di loro. Sono prese d’assalto le vetrine di un supermercato Carrefour. Da uno zaino spunta un martelletto. Gli altri spaccano con quello che si trova in giro.
All’ingresso del punto vendita l’addetto alla sicurezza sventola un bastone, ma viene spazzato via. Entrano in massa e razziano liquori e bevande di ogni genere. La bottiglia di gin viene alzata in aria da uno dei più esagitati come un trofeo. È la volta dei negozi di abbigliamento. La scelta non è casuale. A essere colpiti sono quelli dei marchi sportivi delle tute e delle sneaker che i ragazzi indossano.
«Se c’è la situa io vado e spacco. Alla fine è roba gratis», ammette in una pausa dei saccheggi un adolescente. Un’istante dopo che l’amico al suo fianco ha appena condannato, a parole, le violenze. In via Torino la situazione è fuori controllo per 15 minuti. L’arrivo dei blindati e dei reparti antisommossa da entrambi i lati della via dello shopping chiude il primo atto di un lungo pomeriggio.
Il fronte si estende in altri punti sull’asse San Babila-Duomo-Cairoli. Le bottiglie rubate prima vengono lanciate contro le squadre sparse delle forze dell’ordine. Contro di loro anche potenti petardi. Polizia e carabinieri provano a contenere gli atti vandalici, ma lo sciame sguscia via. Scappano e si ricompattano per nuovi assalti.
Succede così in via Orefici, dove hanno la peggio i negozi della Levis e di Under Armour. E di nuovo in Cairoli da Decathlon. Il fumo tossico dei lacrimogeni, l’acqua fredda dell’idrante e le decine di fermi, che le forze ordine a fatica accumulano in una sorta di «acchiapparella», non sembrano essere un deterrente.
(da La Stampa)

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GUERRIGLIA A MILANO, DUE GIORNI DI RAZZIE E VIOLENZE: 270 FERMATI, 80% MINORI. OLTRE CENTO I FERIT

Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile

IL BILANCIO DEI DISORDINI

I numeri del giorno dopo. Fredde cifre che forse meglio di tutto raccontano la devastazione, ciò che è successo prima sabato e poi oggi in pieno centro a Milano, per un intero weekend sotto scacco di un manipolo di manifestanti ispirati ai casseur francesi nei modi e ai black bloc nei comportamenti.
In due giorni sono state più di duecentosettanta le persone accompagnate in Questura prima, durante e dopo le devastazioni, con un’incredibile percentuale di minorenni che ieri ha sfiorato l’80 per cento, a conferma che la gran cassa dei social ha fatto presa, e tanta, sui giovani, fino ad attirare ragazzini di dodici anni appena. Che non sono imputabili, a differenza dei loro colleghi di guerriglia.
Per i disordini di sabato undici minorenni, tra cui una donna, sono stati arrestati – fra loro tre che avevano assaltato la Foot Locker – e la stessa sorte è toccata a cinque maggiorenni. Ventidue i denunciati, divisi equamente tra under e over 18. Per tutti, a vario titolo, le accuse sono di devastazione e saccheggio, resistenza, lesioni.
Nessuno fra loro ha precedenti di piazza, ma ha alle spalle “solo” guai per reati contro il patrimonio: piccoli rapinatori, scippatori, prestati alla protesta. Per diciannove è stato avviato il procedimento per il Daspo urbano e per dodici arriverà anche il foglio di via dal comune di Milano, dove erano corsi per creare caos.

(da agenzie)

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LA TEMPESTA PERFETTA: DOPO I GIOVANI DI MILANO E TIR E TRATTORI AL SUD, ORA ARRIVANO GLI OPERAI DELL’EX ILVA- L’AREA PARTENZE DELL’AEROPORTO “COLOMBO” DI GENOVA È STATA OCCUPATA DAI LAVORATORI DELLO STABILIMENTO DI CORNIGLIANO, SULLE BARRICATE PER LA RICHIESTA DI CASSA INTEGRAZIONE DECISA DAI COMMISSARI DEL COLOSSO SIDERURGICO

Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile

I SINDACATI: “RESTEREMO QUI FINCHÉ IL GOVERNO NON FA ALZARE IL CULO AI COMMISSARI DA ROMA E CI DÀ UNA RISPOSTA CHIARA”

“Dichiariamo ufficialmente che l’aeroporto è occupato”. Così i lavoratori ex Ilva di Cornigliano appena entrati nella zona imbarchi del ‘Colombo’ di Genova. La nuova protesta dei lavoratori è dovuta alla richiesta di cassa integrazione da parte dei commissari ex Ilva.
La mobilitazione a oltranza punta a ottenere risposte immediate dal ministero dopo l’invio della pec di venerdì con cui i commissari hanno disposto un incremento della cassa integrazione a fronte della mancanza di approvvigionamenti di coils.
“Resteremo qui – ha urlato Armando Palombo (Fiom) tra gli applausi e i cori dei lavoratori – finché questo governo non ci dà una risposta. Finché il governo, che ha messo i commissari, non fa alzare il culo ai commissari da Roma e ci dà una risposta chiara, molto chiara”.
I lavoratori Ex Ilva hanno ‘chiuso’ anche il corridoio lasciato aperto in precedenza per consentire ai passeggeri dell’aeroporto Colombo di Genova di raggiungere i gate di imbarco.
Brevi momenti di tensione si sono verificati tra manifestanti e le persone in attesa di accedere ai banchi di check in. Intanto in aeroporto è arrivato anche lo striscione dei lavoratori di Ericsson (l’azienda ha annunciato 131 licenziamenti, ndr) in solidarietà con i metalmeccanici Ex Ilva.

(da agenzie)

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SVEGLIA: NEL SUD ITALIA STA ESPLODENDO UNA BOMBA. IL QUARTO GIORNO DI BLOCCO DEGLI AUTOTRASPORTATORI SICILIANI HA FATTO SCATTARE LA CORSA AI SUPERMERCATI E AI DISTRIBUTORI DI BENZINA NELL’ISOLA: IN MOLTI NEGOZI LA MERCE È ARRIVATA COL CONTAGOCCE E GLI SCAFFALI SI SONO SVUOTATI IN POCHE ORE

Ottobre 19th, 2026 Riccardo Fucile

NEGLI ULTIMI GIORNI HA VIAGGIATO SOLO IL 5% DEI TIR E I LAVORATORI ANNUNCIANO LA PARALISI DELLA SICILIA SE, NELL’INCONTRO DI DOMANI, SALVINI NON ACCETTERA’ LE LORO RICHIESTE … E OGGI, SULLE AUTOSTRADE ITALIANE, SI CONTANO PRESIDI E MANIFESTAZIONI IN CALABRIA, CAMPANIA, BASILICATA E MOLISE

È un lunedì di caccia ai carburanti e ai prodotti freschi, soprattutto ortofrutticoli e caseari. Piccole botteghe e grandi supermercati subiscono il quarto giorno di blocco degli autotrasportatori. Anche se gli organizzatori hanno allentato il blocco per chi trasporta l’ortofrutta, sugli scaffali dei supermercati la merce è arrivata con il contagocce per andare esaurita, secondo le previsioni, prima di mezzogiorno.
Anche perché ieri è stata una domenica critica per la grande distribuzione: l’incertezza sulla soluzione della vertenza ha portato alla corsa ai supermercati. I punti vendita di tutte le catene della grande distribuzione sono stati presi d’assalto e già a metà giornata gli scaffali erano vuoti. “Lo abbiamo ribadito – dice Salvatore Bella, coordinatore del Consorzio trasportatori siciliani (Cts) – Se domani il ministro Salvini non accoglierà le nostre richieste per la Sicilia sarà la paralisi. E non serviranno picchetti o blocchi imposti. Gli autotrasportatori non ripartiranno, è una loro scelta, siamo a un punto che rimettersi su strada con queste condizioni equivale a lavorare in perdita”.
Nessun blocco per l’ortofrutta, in transito attraverso lo stretto di Messina. “Il Cts non sta effettuando blocchi stradali né presidi sulle arterie di collegamento – spiega Bella – I mezzi delle aziende aderenti alla protesta sono attualmente fermi nei parcheggi, dove rimarranno fino a domani, martedì 20 ottobre, ripeto per una loro scelta di sopravvivenza”.
Si attende infatti l’esito dell’imminente incontro a Milano con il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Matteo Salvini. […] I tir che hanno viaggiato sono stati meno del 5 per cento secondo le stime dei passaggi sullo Stretto e gli sbarchi nei maggiori porti siciliani.Non va meglio sul fronte carburanti e trasporto pubblico: già in giornata potrebbe scattare il piano di protezione dei vettori del trasporto pubblico con il taglio delle corse per garantire le fasce orarie protette per i pendolari. I carburanti non sono stati consegnati e a Palermo i primi distributori sono senza benzina e gasolio. Da questa mattina ci sono code negli impianti di viale Regione siciliana, viale Michelangelo e via Leonardo da Vinci.
Proseguono i blocchi alla circolazione per la protesta degli autotrasportatori dovuta ai rincari del carburante. Negli interporti di Marcianise e Carinaro, anche ieri stop alle merci. Da questa mattina (lunedì 19) la circolazione è rallentata, o addirittura bloccata, lungo gli snodi autostradali, tra cui l’A1 e l’A30, tra Napoli Nord, Caserta Sud (dove la strada è occupata), Caserta Nord, ma anche a Palma Campania, Sarno, Nocera-Pagani. La protesta degli autotrasportatori è partita verso mezzanotte in zona Caianello e sta fortemente condizionando la viabilità in Campania. Possibili ripercussioni anche sulla tangenziale di Napoli.
Alle 3 circa, sulla A1 Milano-Napoli è stato temporaneamente chiuso il nodo con la A30 Caserta-Salerno per chi proviene da Napoli. Attualmente si registrano 2 chilometri di coda nel tratto compreso tra Villa Literno-Pomigliano e la barriera di Napoli Nord verso Roma e altri 2 chilometri di coda tra la barriera di Napoli Nord e Caserta Nord verso Roma. Inoltre, in A30 Caserta-Salerno nel tratto compreso tra Maddaloni e il Bivio con la A1 verso Caserta, si registrano 3 chilometri di coda.
Un camion per la distribuzione alimentare ha un serbatoio che varia dai 300 ai 500 litri e un pieno, con l’attuale costo del gasolio, può costare dai 700 ai 1.200 euro. Troppo per le tasche di chi lavora. Così, lo sciopero degli autotrasportatori sta diventando emergenza anche in Campania […]
Un nuovo presidio è stato attivato, nell’ambito della protesta degli autotrasportatori Fedralog Calabria contro il caro carburante, questa mattina lungo la Statale 18 nel Tirreno cosentino, nel Comune di Fuscaldo.
All’alba, decine di Tir hanno raggiunto il punto di ritrovo, nei pressi di un distributore di carburante e di alcune strutture ricettive. I camion hanno posteggiato sulla Statale, occupando la careggiata in direzione sud. Come negli altri presidi territoriali della protesta, gli autotrasportatori non praticano blocchi del traffico, ma si limitano a rallentare la circolazione per alcuni minuti per poi lasciar passare i veicoli in entrambe le direzioni. Viene inoltre garantito il passaggio immediato ai mezzi di soccorso.
Stamani, intanto, gli studenti del liceo Metastasio di Scalea, parte del polo liceale Scalea – Praia a Mare, hanno deciso di rimanere fuori dalla scuola manifestando solidarietà alla protesta dei Tir […]
Con loro si sono fermati anche alcuni insegnanti. Molti degli studenti hanno manifestato l’intenzione di raggiungere, accompagnati dai genitori, alcuni dei presidi degli autotrasportatori presenti lungo la Statale 18 Tirrena inferiore.
Prosegue anche in Basilicata la protesta degli autotrasportatori. Presidi di tir sono segnalati dalla mattinata agli ingressi di Potenza, in particolare nei pressi degli svincoli di Potenza Est e Potenza Ovest e nella zona industriale di Tito, lungo il raccordo autostradale Potenza-Sicignano degli Alburni.
Disagi alla circolazione, ma senza blocchi stradali, si registrano anche nel Metapontino, lungo il tratto lucano della strada statale 106 Jonica, al confine con Puglia e Calabria.
Intanto, dopo alcuni giorni di difficoltà legate alla protesta, è tornata quasi alla normalità la situazione nei distributori di carburante della regione.
Camion, tir e trattori hanno raggiunto il centro di Campobasso per la manifestazione degli autotrasportatori e degli agricoltori contro il caro carburanti e l’aumento del costo della vita. I mezzi pesanti sono arrivati in corso Bucci, provocando notevoli disagi alla circolazione. I manifestanti, molti dei quali indossano gilet gialli, espongono slogan come “Anche il Sud è Italia”, “Il lavoro che muove l’Italia” e “Agricoltura è vita”.
La protesta si svolge pacificamente, sotto il controllo delle forze dell’ordine presenti sul posto. Intanto cominciano a essere evidenti anche le conseguenze dei blocchi sulla distribuzione delle merci.
In diversi supermercati del Molise – in modo particolare a Termoli – si registrano seri problemi di approvvigionamento, con scaffali vuoti soprattutto nei reparti di frutta, verdura e prodotti da forno, ma le difficoltà riguardano anche altri generi alimentari.
Cresce la preoccupazione per il rifornimento dei punti vendita qualora i blocchi dovessero proseguire.

(da agenzie)
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