Ottobre 18th, 2026 Riccardo Fucile
I GIUDICI SOTTOLINEANO IL PASTICCIO DEL GUARDASIGILLI: “NORDIO NON HA COINVOLTO IN ALCUN MODO GLI ORGANI ISTITUZIONALMENTE PREPOSTI, IL DIPARTIMENTO PER LE INFORMAZIONI DI SICUREZZA INTERNA ED ESTERNA O L’AGENZIA PER LA CYBERSICUREZZA NAZIONALE. HA CONDOTTO L’ISTRUTTORIA IN MANIERA SOLITARIA”
«Va osservato come il ministro Nordio non abbia coinvolto in alcun modo gli organi
istituzionalmente preposti, per esempio il Dipartimento per le informazioni di sicurezza interna ed esterna o l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale: in altre parole ha condotto l’istruttoria in maniera solitaria… Era invece suo compito procedere alla verifica della bontà e dell’utilità della proposta di collaborazione (dell’arrestato, ndr)…».
Sono i motivi che hanno spinto il Tar del Lazio ad annullare il decreto di estradizione firmato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio nei confronti di Roman Yuryevich Khlynovskiy, il super haker kazako arrestato il 30 luglio dello scorso anno a Riccione su mandato degli Stati Uniti.
Khlynovskiy è accusato dalla giustizia americana di aver violato varie reti informatiche governative e di aver paralizzato alcuni ospedali americani attraverso attacchi pirata per poi chiedere riscatti da milioni di dollari con la minaccia di diffondere dati sensibili. Per l’Fbi apparterrebbe a «8-Digits team», un’organizzazione criminale internazionale che si fa chiamare così perché non accetta pagamenti inferiori a otto zeri.
Dopo l’arresto e il via libera all’estradizione della Corte d’appello di Bologna e della Cassazione (gennaio di quest’anno), Khlynovskiy ha scelto la via politico-istituzionale per tentare di fermarla. Ha così scritto due lettere, a Giorgia Meloni e Nordio, per offrire una collaborazione con l’Italia mettendo a disposizione le sue competenze.
Nordio in febbraio ha comunque firmato il decreto di estradizione, contro il quale il kazako ha fatto ricorso al Tar. Ottenendo la sospensione del provvedimento in attesa della sentenza.
Nel frattempo, in risposta a un’interrogazione parlamentare dei Cinquestelle, Nordio aveva spiegato le sue ragioni: «Non si è proceduto ad avviare consultazioni con organismi competenti perché la proposta era generica e la procedura vincolata agli obblighi internazionali derivanti dal trattato di estradizione».
I giudici dicono no: «Non può condividersi l’assunto secondo il quale l’offerta sarebbe stata generica: trattandosi di attività inerenti alla sicurezza nazionale è chiaro che l’eventuale collaboratore si presenti in maniera riservata… Pertanto proprio la genericità della proposta avrebbe dovuto costituire l’elemento giustificante il coinvolgimento dei servizi di sicurezza della Repubblica».
Nordio avrebbe cioè dovuto esplorare anche i vantaggi che potevano derivare all’Italia dall’abilità informatica del soggetto in questione: «Appare evidente che una collaborazione nell’ambito della prevenzione dei fenomeni di criminalità trasnazionale e sotto il profilo della sicurezza internazionale rientri soprattutto al giorno d’oggi (data la notoria moltiplicazione di attacchi informatici a infrastrutture digitali pubbliche) tra gli interessi essenziali dello Stato».
Conclusione: «L’assenza di un’adeguata verifica della proposta rende quindi illegittimo il provvedimento adottato». Annullato il decreto, Nordio è invitato a rifare l’istruttoria: «E, all’esito, decidere se concedere o meno l’estradizione». Cosa sarà nel frattempo di Khlynovskiy? «Presenterò subito richiesta di scarcerazione — preannuncia l’avvocato Alexandro Maria Tirelli che con Francesca Monticone difende l’hacker — Dovrà essere liberato»
(da corriere.it)
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Ottobre 18th, 2026 Riccardo Fucile
“NON CE L’HO CON IL QUESTORE, CON IL QUALE LAVORO OGNI GIORNO. MA HO L’IMPRESSIONE CHE SI STIA SOTTOVALUTANDO IL MOMENTO E CHE LE FORZE DISPONIBILI A MILANO ALLA QUESTURA NON FOSSERO ADEGUATE”
“Soprattutto in piazza Duomo c’era una quantità di protestanti violentissimi e uno sparuto gruppo di poliziotti. Io non ce l’ho con il questore, e ci mancherebbe altro, con il quale lavoro ogni santo giorno ma l’impressione che si stia sottovalutando il momento e che le forze disponibili a Milano alla questura non fossero adeguate io ce l’ho”: così dice il sindaco di Milano Giuseppe Sala a Rtl parlando degli scontri di ieri a Milano che hanno causato danni “molto ingenti”.
Sala ha parlato di una “preoccupazione altissima” per “spazi di protesta che non sono decifrabili” che si vedono in tante città del mondo.
“Sono anni che seguo le manifestazioni e ieri mi sembravano tanti contro pochi” ha aggiunto Sala chiedendo di non confondere i manifestanti pacifici con i violenti.
“Guardi a Tirana, in Francia bruciano i municipi: noi dobbiamo essere preparati. Se non si riesce a decifrarle prima, ed evidentemente non si riesce al momento, è chiaro che in futuro bisogna essere in condizione di riuscirci, perché questi sono molto pericolosi, e lo dico da sindaco: le forze dell’ordine in campo devono essere di più”.
“Non so se li avete visti, ma erano in pochi questi diavoli di poliziotti. Poi questi protestanti evidentemente ‘del mestiere’ lo sono un po’, e cosa hanno fatto? Si sono spaccati in vari gruppetti e non riesci a seguirli in centro città. E’ complessa la mobilità per chi controlla” ha osservato il sindaco.
“Quindi noi dovremo essere ancora più pronti. Io sono solo molto preoccupato che queste saranno le prime cose che vedremo ma ce ne saranno situazioni del genere ancora e ancora. Non ho la minima volontà di giustificarlo. Ho l’impressione che il nostro questore non sia stato dotato di un numero sufficiente di agenti”.
(da agenzie)
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Ottobre 18th, 2026 Riccardo Fucile
SCONTRI DURISSIMI NEL CENTRO CITTA’: L’EDIFICIO VIENE DISTRUTTO E DAL FUMO APPARE UN MANIFESTANTE IN COSTUME
In una scena dall’atmosfera quasi distopica, un manifestante travestito da Batman è
emerso con un gesto di vittoria dalle vetrate in frantumi dell’ufficio turistico di Lione, ormai devastato dalle fiamme. È quanto si vede in un video che sta circolando sui social e diffuso da LyonMag.com. La centralissima Place Bellecour è da ore asfissiata dal fumo dei lacrimogeni e dei roghi, mentre gruppi di giovani a volto coperto, molti dei quali usando le vecchie mascherine del periodo Covid per mimetizzarsi, portano avanti una dura guerriglia urbana, bersagliando le forze dell’ordine con una fitta pioggia di mortaretti.
Le proteste in Francia
Le immagini di Lione rappresentano l’apice visivo di una mobilitazione che da settimane infiamma l’intero Paese e che oggi ha portato nelle piazze francesi circa 800mila persone. Alla base dell’ondata di proteste, che ha costretto le autorità a innalzare al massimo l’allerta per l’ordine pubblico, c’è un fronte comune di profondo malessere sociale: la rabbia dei più giovani contro il carovita, la crisi abitativa e la crescente precarietà si è saldata alle storiche rivendicazioni dei gilet gialli. Un’alleanza trasversale che contesta duramente le politiche economiche del governo e la perdita del potere d’acquisto.
(da agenzie)
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Ottobre 18th, 2026 Riccardo Fucile
TAGLI ALL’ISTRUZIONE, CAROVITA E CORRUZIONE PORTANO MIGLIAIA DI PERSONE IN PIAZZA MENTRE CRESCE IL MALESSERE DI UNA GENERAZIONE CHE FATICA A VEDERE UN FUTURO: “SOLO UNITI POSSIAMO VINCERE”… INUTILE DIRE CHE I GOVERNI NON RIESCONO A CAPIRE, VIVONO IN UN ALTRO MONDO
Quando il futuro smette di essere una prospettiva e diventa un privilegio, la rabbia scende in piazza. Non solo in Italia. Anche in Francia, Spagna, Albania e Belgio, migliaia di persone protestano contro governi, disuguaglianze e condizioni di vita sempre più instabili. Le ragioni sono diverse, le tradizioni pure. Ma il malcontento attraversa le generazioni. La mobilitazione francese richiama le proteste del 2018, quando i gilet gialli avevano portato in strada i cittadini contro l’aumento dei prezzi e l’elevato costo della vita. Otto anni dopo, una parte di quel movimento torna a manifestare insieme ai tanti studenti – ma anche operai, insegnanti e medici – che rivendicano diritti e opportunità: dallo studio al lavoro, dal diritto all’abitare alla possibilità di partecipare alle decisioni che determineranno il proprio futuro. «L’unico modo per vincere è stare tutti insieme», dice un giovane. «Questa – sottolinea – è la convergenza delle rabbie». Da qui il nome gilets jeunes (gilet e giovani), l’incontro tra le proteste. Il messaggio è chiaro: «Toccare i nostri ragazzi significa toccare tutti noi».
Le proteste in Francia, la devastazione e il ritorno dei gilet gialli
Nella République sull’orlo della crisi di nervi a sei mesi dalle presidenziali in cui vola nei sondaggi Marine Le Pen, secondo il ministero dell’Interno citato da Le Monde, 550 mila persone sono scese in piazza in 110 manifestazioni, per lo più pacifiche. Gli organizzatori hanno stimato 800 mila partecipanti. A Parigi sono stati danneggiati negozi, appiccati incendi e utilizzati gas lacrimogeni e granate. Alla statua della Repubblica è stato appeso un enorme gilet giallo. Poi sono entrati in azione gli idranti. Il bilancio provvisorio è di circa 1.800 fermi. Le tensioni si sono estese anche a Lione, Marsiglia e Lille. A Limoges è stato incendiato il municipio, mentre a Saint-Étienne un diciassettenne ha perso una mano per l’esplosione di una granata lanciata dalla polizia.
Il governo ha condannato le violenze, attribuendone la responsabilità all’«ultrasinistra», così la definisce il premier Sébastien Lecornu, e chiedendo di «perseguire i responsabili». Resta però aperto il dibattito sull’uso della forza da parte della polizia, mentre si accentua la distanza tra i giovani e il presidente Emmanuel Macron, che parlerà alle 20 di stasera. I sindaci francesi hanno, intanto, chiesto un incontro con il primo ministro la prossima settimana per fare il punto sui danni e chiarire la dinamica degli scontri. Nella dichiarazione congiunta, diffusa ieri sera e ripresa da Le Parisien, chiedono «una valutazione precisa e trasparente» dei fatti: «Tali eventi non possono e non devono ripetersi», dicono.
Albania, gli studenti contro Rama e la corruzione
A Tirana la protesta ha assunto contorni apertamente politici. Il 17 ottobre, migliaia di giovani albanesi sono tornati in strada contro il governo di Edi Rama, al potere dal 2013. Al centro della protesta ci sono le accuse di corruzione, la mancanza di opportunità lavorative, le difficoltà economiche e le condizioni del sistema educativo. Gli scontri – scrive Reuters – si sono concentrati nei pressi della sede del governo e di altri edifici pubblici. Alcuni manifestanti hanno lanciato pietre, petardi e bottiglie incendiarie contro la polizia, che ha risposto con lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma. Secondo l’Associated Press gli agenti hanno arrestato oltre 160 persone, circa 130 sono i feriti.
Dal movimento dei fenicotteri alla protesta contro il governo
La mobilitazione albanese, tuttavia, non è nata soltanto dalla contestazione del governo. Nei mesi precedenti, il movimento dei fenicotteri, noto come Flamingo Revolution, aveva organizzato proteste contro un progetto turistico di lusso sulla costa meridionale del Paese, in un’area di particolare valore ambientale. Il progetto è collegato a una società fondata da Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump. Con il passare dei mesi, le rivendicazioni si sono allargate.
A dare un volto a questa protesta è anche Marjana Koceku, 25 anni, parlamentare diventata indipendente dopo essere stata scelta da Rama per candidarsi con il Partito socialista. La giovane politica si è unita ai manifestanti, criticando le scelte della classe dirigente e rivendicando il diritto dei cittadini di decidere il futuro del Paese. «I nostri genitori lo vedevano altrove, noi lo difendiamo qui», aveva dichiarato in un’intervista a Open. «Sono le persone a creare il futuro, non un singolo individuo e non un singolo governo». Rama ha escluso le dimissioni, sostenendo che i governi debbano cambiare attraverso le elezioni e non con la violenza. La protesta, però, rappresenta una delle sfide più significative per il suo esecutivo.
Belgio, scontri a Bruxelles e Liegi per il costo dell’istruzione
Anche in Belgio le manifestazioni contro il carovita sono sfociate in scontri. A Bruxelles, nel quartiere della Bourse, gruppi di giovani hanno lanciato bottiglie e altri oggetti contro la polizia, che ha risposto con lacrimogeni. A Liegi sono stati utilizzati idranti per disperdere gruppi di manifestanti. Secondo Euronews, gli studenti belgi protestano da settimane contro l’aumento dei costi dell’istruzione. Le loro rivendicazioni si collegano a quelle degli studenti francesi, che denunciano la «carenza di insegnanti», le «strutture scolastiche inadeguate» e le «classi sovraffollate». Il ministro dell’Interno Bernard Quintin ha condannato gli scontri, sostenendo che gli episodi «non possono essere considerati semplici manifestazioni di protesta».
Le motivazioni e i contesti cambiano, ma dall’Italia alla Francia, dalla Spagna che protesta per il caro affitti all’Albania, alcune preoccupazioni si somigliano, salari insufficienti, affitti insostenibili, scuole senza risorse, disuguaglianze e sfiducia nelle istituzioni. Le proteste non nascono tutte dalle stesse cause, ma condividono un malessere comune: la rabbia di una generazione che fatica a immaginare il proprio futuro.
(da agenzie)
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Ottobre 18th, 2026 Riccardo Fucile
SENZA BANDIERE E SENZA LEADER, COSI’ CENTINAIA DI GIOVANISSIMI HANNO EMULATO LE BANLIEU FRANCESI PER SFOGARE LA PROPRIA RABBIA
Nessun leader, nessuna bandiera di partito. Solo una rabbia cieca che esplode al grido di
«tout le monde déteste la Police». Le strade di Milano sono diventate il palcoscenico di una guerriglia urbana, sfociata sotto il cappello dell’iniziativa apartitica «Italia in piazza». Nata inizialmente sui social per protestare contro il caro vita e gli stipendi bassi, la mobilitazione ha portato in piazza un volto nuovo del dissenso giovanile. Ma chi sono i protagonisti di questa ondata di protesta e violenza?
Giovanissimi, minorenni
Basta uno sguardo per capire che l’anagrafe, qui, parla chiaro. La piazza è dominata dalla Generazione Z. Si tratta in gran parte di minorenni, dato confermato anche dai fermi della questura. Una fetta è composta da giovani italiani di seconda generazione, arrivati dall’hinterland milanese e dalle province limitrofe. Per molti di loro si tratta della primissima esperienza in una manifestazione. Sono scesi in strada portando con sé tricolori, spesso affiancati alle bandiere dei Paesi d’origine, come quella albanese, in un mosaico identitario del tutto nuovo.
Scollegati dalla politica tradizionale
È una piazza slegata, quasi per natura, dalle logiche dei tradizionali movimenti di destra o di sinistra. Che fosse una mobilitazione apartitica e senza guida era noto, tanto da aver sollevato più di una perplessità alla vigilia tra i militanti più esperti. E infatti, sull’asfalto, si sono incrociate anime profondamente diverse. I collettivi studenteschi politicizzati, inizialmente presenti, sono rimasti spiazzati dalla rapidità della deriva violenta, finendo ben presto per sfilarsi e prendere le distanze dalle frange più estreme.
Il ruolo di TikTok
Più che l’ideologia, il vero collante della protesta è stato TikTok. È questo social ad aver fatto da cassa di risonanza per le convocazioni. E tutto è stato gestito rigorosamente in tempo reale con i manifestanti stessi che si muovevano nel caos con i telefoni alzati, filmando se stessi e la devastazione per riversare in diretta le immagini in rete.
Il modello francese della guerriglia urbana
Il faro guida di questa mobilitazione guarda a Parigi. I giovani hanno adottato in toto il modello delle banlieue d’oltralpe. Nessuna regola e un’inclinazione a trasformarsi in casseurs. I manifestanti si sono presentati equipaggiati con decine di fumogeni, mazze e bombe carta. Transenne dei cantieri, sanpietrini, tavolini e sedie rovesciati sono serviti per attaccare le forze dell’ordine e sfondare vetrine, senza arretrare nemmeno di fronte ai gas lacrimogeni.
La rabbia repressa
A unire questa massa eterogenea, in fondo, è una profonda frustrazione per le condizioni di vita. Lo riassume una liceale milanese di 17 anni scesa a manifestare. «La rabbia repressa dei ragazzi, di seconda generazione e non solo, oggi è stata incanalata nelle piazze», afferma. Quello che è andato in scena a Milano, dunque, potrebbe essere solo il prologo. «Sicuramente questo sarà solo l’inizio di un autunno caldissimo, non solo in Italia ma a livello europeo», avverte la studentessa. Intanto, gli studenti si preparano al prossimo sciopero del 20 novembre.
(da Open)
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Ottobre 18th, 2026 Riccardo Fucile
“I POLITICI DEVONO PARLARE CHIARO AI CITTADINI. IN QUESTO MOMENTO LA PRIORITA’ VA DATA ALLA DIFESA E ALLA SICUREZZA”
Il Regno Unito deve essere pronto a compiere “sacrifici in vista di una eventuale guerra” imminente, ha avvertito il capo delle Forze armate britanniche, Roly Walker. Il generale ha dichiarato venerdì che i leader politici devono avere “un confronto franco” con l’opinione pubblica sul ruolo che ciascun cittadino sarà chiamato a svolgere nella difesa della nazione. “C’è stato un tempo in cui il nostro Paese non voleva nemmeno prendere in considerazione la possibilità di dover chiedere ai propri soldati di combattere in una guerra. Eppure, molto presto, i leader politici di questo Paese avvieranno un confronto franco con i cittadini per spiegare che cosa sta accadendo, i rischi e a che cosa la nazione deve prepararsi. Dovranno presto cercare di spiegare ai cittadini che sarà necessario accettare dei sacrifici per dare priorità alla difesa e alla sicurezza”, ha continuato Walker, “perché questo momento storico è particolarmente pericoloso”.
La posizione del governo Burnham sui soldi alla Difesa
Per Walker, che si è rivolto a circa 700 militari della base di Catterick Garrison, “il Regno Unito deve essere pronto a combattere”. Ma, come ricorda il Telegraph, il mese scorso il primo ministro Andy Burnham aveva affermato di essere contrario a tagliare la spesa sociale per finanziare un aumento delle risorse destinate alle Forze armate, aggiungendo che la sicurezza nazionale “non può essere garantita a scapito della sicurezza sociale”. Però allo stesso tempo Burnham ha assicurato che la Difesa riceverà tutto il sostegno possibile.
Ora, a fine ottobre, è previsto una delicatissima legge di bilancio a Westminster in cui si vedrà che cosa avrà deciso il governo Burnham. Secondo un sondaggio di Ipsos, la metà della popolazione britannica non sarebbe disposta ad andare in guerra per il proprio Paese in nessuna circostanza. In tutto questo, Burnham dovrebbe inoltre lanciare una nuova campagna per incoraggiare tutte le famiglie britanniche a prepararsi meglio ad affrontare qualsiasi tipo di emergenza, dalle alluvioni e dalla siccità fino ai conflitti armati. In realtà, è un impegno che il primo ministro ha ereditato dal precedessore Starmer, che però l’attuale leader non ha ancor messo in pratica.
Nel corso degli ultimi anni, i vertici militari britannici hanno ripetutamente avvertito che il governo dovrà iniziare a preparare la popolazione al ruolo che sarà chiamata a svolgere per rendere il Paese pronto ad affrontare una guerra. Nel 2024, come ricorda Sky News, il generale Sir Patrick Sanders, predecessore di Walker, aveva avvertito che, in caso di guerra, sarebbe stato necessario richiamare i cittadini alle armi, “poiché l’esercito regolare britannico è troppo piccolo”.
L’esercitazione dei Volenterosi
Ma Londra deve essere pronta a ogni scenario e dunque, come rivela il Times, “centinaia di militari britannici saranno inviati in Polonia il mese prossimo per partecipare a un’esercitazione volta a simulare il dispiegamento di truppe in Ucraina nell’eventualità di un cessate il fuoco”. Si tratterà della prima esercitazione di questo genere da parte dei cosiddetti Volenterosi, in un possibile scenario postbellico in Ucraina che preveda la presenza di truppe europee sul territorio con funzione di deterrenza. Militari provenienti da diversi Paesi, tra cui Francia e Germania, simuleranno il trasferimento di truppe e di rifornimenti logistici, come viveri e carburante, nell’ambito di una missione multinazionale di mantenimento della pace. Le esercitazioni coinvolgeranno almeno 1.500 militari britannici, francesi e tedeschi, insieme a quelli polacchi, ed erano state concordate durante il summit dei Volenterosi a Parigi lo scorso luglio.
(da repubblica.it)
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Ottobre 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL GIURISTA: “PER I TECNOCAPITALISTI LA LIBERTA’ E’ POTERE ASSOLUTO. SU EMARGINATI E POVERI C’E’ UNA CONDANNA MORALE”
«Dove l’ho messo? Ah, eccolo». Da una pila di libri, il presidente emerito della Corte
Costituzionale Gustavo Zagrebelsky estrae un quadernetto nero e lo apre a metà. «Da un lato, ci sono i miei appunti sul dibattito aperto da Gianrico Carofiglio sul tema “condividere la prosperità”. Dall’altro, un elenco che sto compilando da qualche tempo, con i titoli dei libri che escono in tutto il mondo sulla crisi della democrazia, il declino della democrazia, la fine della democrazia».
Qual è la relazione tra queste due pagine di appunti?
«Negli interventi pubblicati su La Stampa, così come nel dibattito internazionale, emerge che la sperequazione tra la vita della gran parte della popolazione e le ricchezze, soprattutto finanziarizzate, di un’esigua minoranza è diventata un problema di democrazia».
Nel senso, come recitano i titoli di quei libri, che la sta uccidendo?
«Di più. Non ricordo quale grande ricco americano, uno di quelli che operano nel campo dell’intelligenza artificiale, ha detto: libertà e democrazia sono in contraddizione».
Ma in Occidente siamo liberi e scegliamo i governanti. Dov’è la contraddizione?
«Dobbiamo intenderci sulle parole. Rousseau diceva: la democrazia non è compatibile con un eccesso di distanza tra chi può e chi non può. La democrazia è morta quando c’è qualcuno che può comperare chi non ha altra soluzione ai suoi problemi che vendersi».
Per evitarlo non basta lo stato sociale novecentesco?
«La democrazia è un regime di tendenziale uguaglianza. Da qui, l’idea della distribuzione equilibrata dei beni della vita. Poi si può discutere: in che misura? L’uguaglianza come omologazione uniforme porta al totalitarismo. Una misura ragionevole garantisce a tutti uno standard minimo di benessere per sentirsi liberi».
Dahrendorf la chiamava la quadratura del cerchio. Non funziona più per garantire la libertà di tutti?
«Dipende dal significato che diamo alle parole. Che cos’è la libertà oggi? Si può intendere come libertà dall’oppressione, dall’ignoranza, dal bisogno, quindi emancipazione. Ma per i tecnocapitalisti la libertà è proprio potere assoluto, quindi prevaricazione».
Come si può definire questa evoluzione-involuzione del liberalismo?
«Darwinismo sociale – generalmente implicito e talora ormai apertamente teorizzato – secondo cui la libertà come potere di svilupparsi e crescere indipendentemente da chi non ne ha rappresenta un valore evolutivo per tutta la società».
Ma ciò ripugna ai canoni dell’etica liberale.
«Sì, se si assolutizza l’idea di una libertà creativa come motore unico di sviluppo, per cui ciascuno è artefice della sua fortuna. E se non sei in grado di raggiungere le mete che ti sei dato, peggio per te, fatti da parte. È la colpevolizzazione degli emarginati, dei deboli, dei poveri che, per dirla con Spencer, sono solo zavorra che impedisce lo sviluppo. Dunque, perché la politica dovrebbe occuparsene garantendo loro quelli che chiamiamo diritti sociali?».
Il darwinismo sociale è irreversibile?
«Ho raccolto almeno una trentina di libri recenti sulla democrazia. In gran parte non sono analisi critiche di una realtà in tensione con l’ideale, ma constatazioni categoriche e rassegnate di obsolescenza dell’ideale stesso».
Da cosa nasce l’obsolescenza?
«La democrazia si fonda su due pilastri. Il demos è una società che supera la frammentazione individualistica, nonché la frattura insanabile tra chi ha tutto e chi non conta niente. E così esprime le sue energie nel kratos, cioè nell’autorità, nel governo senza l’arbitrio della forza bruta, dove nessuno è posto nell’alternativa tra vendersi o diventare uno scarto sociale. Entrambi i pilastri sono in crisi».
Quale pilastro si è rotto prima?
«Il popolo, se non scomparso, è depresso. Sulle decisioni fondamentali la sua voce è irrilevante anche quando riesce a esprimersi, sia pure in modo embrionale, come nei movimenti per i diritti, l’eguaglianza, la pace».
Dov’ è l’innesco della crisi?
«A monte, se leggiamo in controluce il vostro dibattito. La crisi della democrazia politica, la rottura del demos e del kratos, sono l’effetto e non la causa della sperequazione della ricchezza».
Che cosa pensa delle proposte di Carofiglio?
«La prima è una tassazione straordinaria a carico di chi detiene grandi patrimoni: sostanzialmente una patrimoniale, anche se c’è una pruderie a usare questa parola. La seconda è un fondo nazionale per chi si trova in situazioni eccezionali di bisogno. Ecco: quest’ultima mi convince, per far fronte agli imprevisti della vita. Sarebbe opportuno affidarne la gestione non allo Stato, ma agli enti locali, anche in rapporto con i soggetti del terzo settore, del privato sociale».
E la prima proposta?
«Obbedisce al principio: al di sopra di una determinata soglia di ricchezza, scatta una misura tributaria speciale. Al di là delle obiezioni tecniche come quelle condivisibili di Bernabè, non mi convince per il motivo fondamentale che divide ulteriormente il demos, creando un ceto di ultra ricchi distinto dal ceto delle persone normali. Vogliamo tornare a una società per ceti?».
Che cosa comporterebbe?
«Le società per ceti, pre rivoluzione francese, erano tenute insieme da lingue, ideologie, religioni, concezioni metafisiche della società e dello Stato che non esistono più. Oggi la divisione in ceti non può che alimentare invidia sociale, odio, risentimento in entrambe le direzioni: verso l’alto e verso il basso. Io sono contrario a combattere la colpevolizzazione sociale dei poveri con la simmetrica colpevolizzazione dei ricchi».
Ci sono alternative?
«La Costituzione dice una cosa saggissima: non devono esserci misure tributarie speciali, ma un unico regime in cui tutti i cittadini sono coinvolti secondo il criterio della progressività, contribuendo al benessere collettivo in misura delle proprie risorse».
C’è una differenza così rilevante?
«Certo. Bisogna evitare opzioni che alimentino la disgregazione sociale. Ne faccio una questione di psicologia, prima ancora che di economia o diritto. Stesso obiettivo, logica opposta: solidarietà chiedendo di più a chi ha di più, anziché fratture e invidie sociali colpendo i privilegiati additati come affamatori del popolo».
In realtà, il sistema fiscale è attualmente regressivo e discriminatorio.
«Cioè abbiamo fatto un passo indietro persino rispetto al criterio della proporzionalità fiscale, proprio dello Stato liberale. Oggi la rendita finanziaria è tassata meno del lavoro e delle pensioni. Ciò dovrebbe farci interrogare: non siamo una Repubblica democratica fondata sul lavoro?».
Torniamo sempre alla Costituzione?
«Non per feticismo, ma per una visione apprezzabile della società. In Assemblea Costituente, la sinistra avrebbe voluto scrivere “dei lavoratori”. Incontrarono opposizioni a causa dell’intonazione classista della formula. “Fondata sul lavoro” fu il compromesso. Il significato, però, è chiarissimo: Repubblica fondata sul lavoro, non sulla rendita. Il che non vuol dire espropriare i patrimoni, ma tutelare il reddito da lavoro rispetto al denaro che produce denaro».
Che sbocchi può avere questo dibattito?
«L’invidia sociale è un sentimento ambivalente. In tempi normali, il privilegio altrui suscita ammirazione e desiderio di emulazione: penso ai genitori che accompagnavano i figli fuori dal Billionaire a invidiare i ricchi. Ma in tempi difficili, e questi lo sono, può degenerare in odio distruttivo».
Fino a che punto?
«Alla scorciatoia dell’uomo forte, che si nutre di demagogia e sfocia nell’autoritarismo. Perché quando ti accorgi che resterai sempre fuori dal Billionaire e non diventerai mai come quelli che entrano davanti ai tuoi occhi, la democrazia non serve più».
(da La Stampa)
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Ottobre 18th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO NEW YORK TIMES E WALL STREET JOURNAL ANCHE QUESTA RIVISTA AMERICANA CELEBRA IL “MOMENTO D’ORO” DEL CAPOLUOGO LIGURE: ARTE, RIQUALIFICAZIONE URBANA, STAR-UP… SILVIA SALIS DEFINITA “CARISMATICA”
Genova conquista ancora una volta la ribalta della stampa internazionale. Questa volta è Forbes, una delle più autorevoli riviste economiche statunitensi, a incoronare il capoluogo ligure tra le destinazioni imperdibili per chi visita l’Italia, celebrandone il patrimonio storico e artistico, la vivacità culturale e gastronomica e il nuovo dinamismo economico.
«Arrivate prima che arrivi la folla»: è questo l’invito rivolto ai viaggiatori dalla rivista americana, che descrive Genova come una città capace di offrire un’esperienza autentica, lontana dal sovraffollamento delle destinazioni turistiche più conosciute, e che sta vivendo un vero e proprio momento d’oro.
«Sono particolarmente orgogliosa di vedere la nostra città raccontata con questa attenzione, anche fuori dall’Italia – dichiara la sindaca di Genova, Silvia Salis – è un nuovo e prestigioso riconoscimento internazionale che conferma quanto Genova stia crescendo in termini di attrattività e reputazione. È motivo di soddisfazione per chi ogni giorno vive e lavora in città, accoglie i visitatori e fa conoscere il nostro patrimonio. In questo interesse internazionale vedo un’opportunità che abbiamo la responsabilità di coltivare: far conoscere Genova significa anche aprire nuove possibilità per chi vuole studiare, lavorare e investire qui. Il nostro compito è fare in modo che questa attenzione porti benefici alla città e alle persone che la abitano. Vogliamo che il turismo crei lavoro di qualità e sostenga le attività del territorio, rispettando la vita dei quartieri. Chi sceglie Genova incontra una città fatta di persone, botteghe, luoghi di cultura e relazioni: prenderci cura di tutto questo è il modo migliore per renderla accogliente e permettere a chi arriva di apprezzarla davvero».
Nell’articolo Forbes ricorda il ruolo di Genova come tappa fondamentale del Grand Tour tra Settecento e Ottocento, sottolineando come oggi la città sia tornata ad attirare l’attenzione dei viaggiatori internazionali. Con circa 1,9 milioni di visitatori all’anno e una crescita turistica dell’11% rispetto al 2019, il capoluogo ligure viene descritto come una destinazione capace di coniugare arte, mare, cultura e gastronomia, senza le pressioni del turismo di massa che caratterizzano altre città italiane.
«Il riconoscimento di Forbes rappresenta un’ulteriore, importante conferma della crescente attrattività turistica di Genova e della sua capacità di conquistare l’attenzione dei mercati internazionali – dichiara l’assessora al Turismo Tiziana Beghin –. La nostra città offre un patrimonio straordinario di arte, storia, cultura, tradizioni ed eccellenze enogastronomiche, con il valore aggiunto di un’autenticità che la rende diversa dalle destinazioni più frequentate. Il nostro obiettivo è trasformare questa crescente visibilità in opportunità concrete per il territorio, promuovendo un turismo sostenibile, di qualità e distribuito lungo tutto l’arco dell’anno, capace di valorizzare anche i quartieri e le realtà meno conosciute. Vogliamo che chi arriva a Genova non si limiti a visitarla, ma abbia il tempo di scoprirla, viverla e desiderare di tornare. L’attenzione di una testata prestigiosa come Forbes è uno stimolo a proseguire in questa direzione, rafforzando la promozione internazionale della città e il lavoro condiviso con gli operatori del settore».
Ampio spazio viene dedicato ai Musei di Strada Nuova, recentemente insigniti delle Tre Stelle della Guida Michelin Voyage et Cultures, riconoscimento attribuito a grandi istituzioni culturali internazionali come il Louvre e gli Uffizi, e ai Palazzi dei Rolli, patrimonio mondiale UNESCO, che celebrano quest’anno il ventesimo anniversario del riconoscimento. Tra le esperienze consigliate figurano anche i Rolli Days, le botteghe storiche, il centro storico, il Porto Antico e il Mercato Orientale.
«Il riconoscimento di Forbes conferma che il patrimonio storico e artistico di Genova rappresenta una straordinaria risorsa culturale e un irripetibile elemento di unicità e attrattività della nostra città – dichiara l’assessore alla Cultura Giacomo Montanari –. I Musei di Strada Nuova e il sistema dei Palazzi dei Rolli raccontano una storia di investimenti artistici e architettonici – favoriti dal dominio della finanza mondiale e originati da importanti relazioni internazionali – che ha reso Genova protagonista della cultura europea per secoli. Pur non essendo “ufficialmente” una tappa canonica dei Grand Tour, tutti passavano obbligatoriamente da Genova, venendone folgorati per l’inattesa bellezza che sembrava stridere nel contrasto con la fama del più grande porto del Mediterraneo: Flaubert, Dickens, Mark Twain, Paul Valéry, solo per citarne alcuni, ricordano Genova come una visita da non perdere e non è un caso che oggi torni a essere indicata tra le destinazioni irrinunciabili in Italia. Il ventesimo anniversario del riconoscimento UNESCO dei Palazzi dei Rolli è un’occasione importante per rafforzare la conoscenza e la valorizzazione di questo patrimonio, rendendolo sempre più accessibile e capace di dialogare con il presente: un’opportunità che, come Comune, abbiamo accolto aprendo al pubblico nuovi palazzi, presentando ulteriori novità e soprattutto con uno strutturato coinvolgimento di giovani professionisti della cultura, provenienti da tutta Italia. La nostra sfida è fare della cultura non soltanto un motivo di visita temporanea, ma un’esperienza viva e diffusa, in grado di coinvolgere cittadini e visitatori in maniera permanente, di contribuire allo sviluppo sociale ed economico della città e di rafforzare percorsi di cittadinanza attiva e partecipativa. Una cultura che diventi il manifesto della città verso i suoi abitanti e per chiunque la visiti».
Ma Forbes non si limita a raccontare le bellezze artistiche e architettoniche della città. La rivista evidenzia anche il fermento economico e le grandi trasformazioni urbane in corso, a partire dal Waterfront di Levante, il progetto di rigenerazione firmato da Renzo Piano, fino allo sviluppo del polo tecnologico degli Erzelli e alle prospettive offerte dai nuovi collegamenti ferroviari, con l’obiettivo di ridurre a circa 50 minuti il viaggio tra Genova e Milano.
Un passaggio dell’articolo è dedicato anche alla sindaca Silvia Salis, definita “carismatica” dalla rivista americana, che ricorda la sua recente copertina su Vanity Fair e la missione istituzionale a New York dello scorso luglio, finalizzata a rafforzare i rapporti economici e culturali tra Genova e la metropoli statunitense. Tra le iniziative citate, anche la collaborazione con la Business School della Columbia University, che prevede l’avvio di attività formative a Genova nel prossimo anno.
Il riconoscimento di Forbes si aggiunge a quelli arrivati negli ultimi mesi da altre importanti testate internazionali: il New York Times ha inserito Genova tra le 52 destinazioni da visitare nel 2026, mentre il Wall Street Journal ha indicato il capoluogo ligure come una tappa da includere in un nuovo Grand Tour d’Italia.
(da Genova24)
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Ottobre 18th, 2026 Riccardo Fucile
PRONTE CAUSE CIVILI E QUERELE DOPO GLI ATTACCHI SULLE VACCINAZIONI: “INTERNET NON E’ UNA ZONA FRANCA, ORA BASTA ODIO GRATUITO”
«È finita la pacchia per gli haters. Da qualche settimana ho dato mandato a un’agenzia
specializzata che, insieme ai miei avvocati, sta passando al vaglio i social per individuare chi, negli ultimi tre anni, ha insultato e attaccato me e la mia famiglia». Matteo Bassetti lancia una controffensiva legale a tappeto contro chiunque lo abbia preso di mira sul web. Il direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale policlinico San Martino di Genova ha deciso di affidarsi a professionisti dell’analisi digitale per scandagliare a ritroso le piattaforme online, risalire all’identità degli autori dei messaggi d’odio e trascinarli in tribunale, procedendo con richieste di risarcimento danni in sede civile e con denunce penali.
Bassetti: «Internet non è una zona franca»
L’annuncio della stretta giudiziaria è stato affidato a un post su Instagram accompagnato dall’immagine di una monoposto di Formula 1: «Nelle prossime settimane potranno partire richieste di risarcimento e iniziative legali, civili e, ove ne ricorrano i presupposti, penali. Agli odiatori seriali e ai leoni da tastiera che si sono sentiti liberi di insultare sotto i miei post, soprattutto su medicina e vaccini, dico una cosa: Internet non è una zona franca. Le parole hanno conseguenze e ognuno deve assumersi le proprie responsabilità». Da qui la stoccata finale: «E chissà… con i risarcimenti che riusciremo a ottenere, magari un giorno una Ferrari me la metterò davvero in giardino! È ora di finirla con l’odio gratuito. Per difendere me e la mia famiglia, andrò fino in fondo nelle sedi opportune».
I commenti chiusi dopo il post sull’antinfluenzale
A innescare la reazione del primario è stata l’ondata di insulti ricevuta sotto il suo ultimo video promozionale a favore della campagna vaccinale: «Ieri ho pubblicato un video dopo essermi vaccinato contro l’influenza. E sapete cosa è successo? Ho dovuto chiudere i commenti per gli insulti ricevuti. Ma vi rendete conto di dove siamo arrivati?».
Di fronte all’ennesima aggressione verbale, Bassetti ha chiamato in causa le istituzioni: «Mi rivolgo ai politici italiani, americani e di tutto il mondo: avete una responsabilità enorme. Durante e dopo il Covid, avete trasformato troppo spesso i vaccini in uno scontro politico, alimentando divisioni per ragioni che sembravano legate più alla convenienza elettorale che alla salute pubblica. E oggi ne vediamo le conseguenze: sfiducia nella scienza, disinformazione e aggressività verso chi sceglie di vaccinarsi». Da qui l’appello a «riportare la scienza al centro», ricordando che la salute «non è né di destra né di sinistra. È di tutti».
I precedenti giudiziari
L’iniziativa arriva a ridosso dell’udienza predibattimentale che ha visto quattro persone accusate di diffamazione aggravata per ingiurie indirizzate al medico nell’aprile 2022 sul canale Telegram «Nicola Franzoni», all’epoca tra i volti delle proteste no vax. Tra offese come «criminale», «demente», «corrotto» e minacce («ti verremo a prendere, questione di tempo, ma non molto»), il giudice ha disposto il proscioglimento degli imputati per «particolare tenuità del fatto», mentre per uno di loro è scattata l’estinzione del reato per condotta riparatoria grazie al versamento di un risarcimento di mille euro. La sentenza penale non preclude comunque a Bassetti la possibilità di quantificare e richiedere i danni in sede civile, strada su cui l’infettivologo intende ora andare avanti fino in fondo.
(da agenzie)
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