Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
I PUNTI RITENUTI CRITICI: IL PREMIO DI MAGGIORANZA E LA SUA ASSEGNAZIONE SU BASE NAZIONALE AL SENATO, L’EQUILIBRIO DI GENERE CON I CAPILISTA BLOCCATI, L’INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER E IL NUMERO DI FIRME DA RACCOGLIERE – LE PRIME UDIENZE SUI RICORSI ARRIVERANNO A METÀ GENNAIO
La «straordinaria macchina dei ricorsi» è ai blocchi di partenza e scalda i motori. Lo
start scatterà il 26 ottobre, subito dopo l’entrata in vigore della legge. Simultaneamente verranno presentati nei tribunali di tutta Italia ricorsi davanti al giudice civile per lesione del diritto di voto, con la speranza che il magistrato si rivolga alla Corte costituzionale per chiarire se i punti più controversi della legge sono anche incostituzionali.
In contemporanea ai ricorsi partirà una staffetta tra parlamentari e società civile con in testa la Rete per un voto libero e uguale coordinata dal costituzionalista Roberto Zaccaria con l’obiettivo di ottenere un pronunciamento della Consulta prima del voto.
«Abbiamo già avuto leggi che dopo il voto sono state dichiarate incostituzionali. Stavolta stiamo cercando di accelerare», ha spiegato Enrico Grosso, costituzionalista ed ex portavoce della campagna per il No al referendum sulla riforma Nordio. Grosso sta mettendo a punto una bozza di ricorso che elenca i tanti dubbi di costituzionalità della legge e verrà messa a disposizione di una rete di 99 avvocati coordinati da Pietro Adami.
«Potranno integrarla o sopprimere alcune parti», spiega Grosso. Precisando però che ciascun ricorso sarà fatto in modo che la legge non verrà cassata, ma solo modificata: «Non si tornerà alla legge precedente».
Le prime udienze sui ricorsi arriveranno a 60 giorni dal 26 ottobre. Quindi, dopo la pausa natalizia, a metà gennaio. Poi i giudici potranno proporre l’azione accelerata di fronte alla Consulta. La speranza dei ricorrenti è di ottenere un parere «entro primavera».
Sei le linee su cui si muovono i ricorsi, spiega Grosso contro questa «legge sudoku che rimanda a singoli commi di singole leggi». Il premio di maggioranza «sotto l’aspetto della rappresentanza e del meccanismo di assegnazione dei seggi».
L’autonomia della base regionale per il Senato: «Camera e Senato sono eletti ciascuno in maniera indipendente», secondo la Costituzione, «questa legge invece lega l’elezione dell’uno a quella dell’altra».
La libertà di voto e selezione degli eletti. L’equilibrio di genere con i capilista bloccati. L’indicazione del premier che «lede le prerogative del capo dello Stato e la libertà di presentarsi anche per avere solo un ruolo di opposizione». E il «numero abnorme delle sottoscrizioni» richieste alle liste senza rappresentanza.
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
L’UNICA VERA NOVITA’ E’ CHE LA LEGA CAMBIA SIMBOLO… E’ L’ENNESIMA FIGURACCIA DEI “DISSIDENTI DEL NORD”, CIOE’ I SOLITI “CAGHETTA” ROMEO, ZAIA, FONTANA E FEDRIGA CHE CRITICANO DA ANNI SALVINI MA NON HANNO MAI AVUTO LE PALLE PER SFIDARLO APERTAMENTE
Matteo Salvini si dimette da segretario della Lega. Ma soltanto per ricandidarsi. Le dimissioni non aprono una crisi, semmai le mettono il lucchetto. Il “federale” del Carroccio, convocato ieri a via Bellerio, ha fissato le regole di un congresso blindatissimo, con delegati di provata fede, senza il voto segreto, come chiedevano i governatori del Nord, e col potere, per la commissione statuto controllata dai fedelissimi del vicepremier, di depennare le modifiche sgradite alla struttura della Lega, come la possibilità, caldeggiata da Luca Zaia e Attilio Fontana, di uno sdoppiamento del partito, uno per il Nord e uno per il Sud.
Insomma, si cambia tutto perché nulla cambi. Soprattutto il segretario.Salvini ora è talmente sicuro di restare in sella, che li provoca. Maramaldeggia: «Ho pure fatto abbassare il numero delle firme, per chi volesse candidarsi al posto mio». Sono minimo 80, da 4 regioni, per circa 700 delegati (400 eletti, il resto «di diritto»). I 700 in questione, però, sono gli stessi che l’hanno riconfermato un anno fa, al congresso di Firenze. Per acclamazione. Ecco perché il vicepremier fa mostra di non temere la conta.
Non del tutto, in realtà: il fronte settentrionale ha chiesto in queste settimane a Roberto Calderoli, che ha scritto le regole delle assise, di permettere il voto segreto. Ma difficilmente ci sarà. Salvini non lo vuole: «Il voto segreto lasciamolo al Parlamento e ai franchi tiratori, c’è sempre stato il voto palese. Poi, se ci sono più candidati a segretario, ovviamente si farà».
Ma ci saranno sfidanti? Dal Nord si è rialzato, in questi ultimi giorni, un pressing su Massimiliano Romeo, il segretario lombardo che già rischia il posto da capogruppo al Senato. Ma l’interessato al momento resiste: «Lo faccio per coerenza – dice – non ho mai chiesto di cambiare Salvini, ma di valorizzare i territori»
A presiedere il congresso poi sono Lorenzo Fontana, il presidente della Camera mai critico col segretario. E la fedelissima Silvia Sardone. Ecco perché i “ribelli” non hanno ancora deciso se presentare una propria mozione. Più facile che la facciano i salviniani, provando a scippare il tema del Nord. Salvini gongola: «Io sono nordista, non ci sono dissidenti». I governatori diserteranno? «Mi aspetto idee. Qualcuno non ci sarà? Spiace per lui».
A via Bellerio il federale dura un’oretta. Parla quasi solo Salvini.
Ripete che per la Lega l’orizzonte del voto è ottobre, «anche novembre» dell’anno prossimo, «anche se dai giornali avrete letto che Meloni forse vuole anticipare». Uscito da via Bellerio, davanti a telecamere e taccuini, il vicepremier conferma quanto anticipato da Repubblica: «Aggiorneremo il simbolo»
Rivincere il congresso sembra facile. Risalire nei consensi, molto meno. Ecco perché il ministro dei Trasporti promette anche «una nuova segreteria politica», che non rimpiazzerà il federale, ma aiuterà a «condividere oneri e onori». Potrebbe includere i dissidenti del Nord, se daranno una mano alle Politiche: Zaia e Fontana potrebbero fare i capilista, è l’offerta. Ma solo a un patto: basta bisticci.
(da Repubblica)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
AD ASCOLTARLO IN AULA SONO DAVVERO IN POCHI
Il sorriso con cui ha liquidato i cronisti non ha coperto del tutto il fastidio. Il ministro
dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha parlato di scostamento di bilancio davanti all’aula di Montecitorio quasi deserto e, uscito dall’aula, si è sfogato a lungo con i giornalisti.
«Per lo scostamento servono 201 sì, così non passa», ha detto a Repubblica. Si riferiva al voto sulla risoluzione che autorizza lo scostamento, atteso poche ore dopo e da approvare con la maggioranza assoluta. «Non c’era nessuno, è incredibile», ha aggiunto.
Il voto, spiega sempre Repubblica, era stato fissato di martedì perché i deputati si erano opposti a rientrare il lunedì dopo il fine settimana. Da qui la battuta: «Eh, questi non vogliono lavorare di lunedì, ma mi sembra che nemmeno il martedì abbiano tanta voglia».
Per Il Messaggero i banchi della maggioranza ospitavano sei deputati, il doppio di quelli del centrosinistra. Secondo il Corriere dela Sera, durante l’intervento del ministro il numero è salito a una ventina. Giorgetti ha aperto con un saluto ironico, «Buongiorno onorevoli colleghi presenti in Aula», accolto da un applauso. Poi ha aggiunto: «Molti di voi hanno partecipato alle riunioni delle commissioni». Ai cronisti che gli chiedevano delle assenze ha risposto, sorridendo, con un «Ma io c’ero…».
Dopo le 10, quando Giorgetti era già al Senato, Cecilia Guerra del Pd ha preso la parola per dire: «Indecente, solidarietà al ministro Giorgetti che ha parlato di fronte a un’aula vuota». Sulle cause, il Corriere riporta più letture. C’è chi attribuisce l’assenza alla nuova legge elettorale, che reintroduce una quota di preferenze, pur con capilista bloccati, e spinge una parte dei candidati a cercare voti sul territorio. Maria Elena Boschi, capogruppo di Italia Viva, ha un’altra spiegazione: ai deputati di maggioranza, dice, non interessa più nulla, «sono sfilacciati», e nemmeno la Lega era presente «con Giorgetti impegnato nel dibattito più importante sull’unico documento di programmazione di finanza pubblica». Un deputato di centrosinistra che ha preferito restare anonimo vede solo «un po’ di sciatteria», ma esclude che sia un messaggio politico: «Non credo sia un segnale politico».
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
CON UNA SPESA ECONOMICA A ZERO, UNA PER INTERESSI FUORI CONTROLLO E UN PATTO FISCALE EUROPEO STRINGENTE, BISOGNEREBBE AVERE IL CORAGGIO DI DIRE AGLI ITALIANI CHE LA FESTA E’ FINITA, AMMESSO CHE CI SIA MAI STATA
Con il Dpfp (Documento programmatico di finanza pubblica) prende avvio, anche formalmente, la sessione di bilancio che impegnerà, fino a Natale, il Parlamento. Il documento specifica il quadro generale delle risorse e degli impieghi che la legge di bilancio dovrà rispettare. Con il documento per il 2027 si torna all’antico, cioè a chiedere uno scostamento di bilancio, che altro non è che nuovo debito. Come in una sorta di gioco dell’oca si ritorna alla prima casella, quella da cui si era partiti a inizio legislatura.
In effetti, la prima finanziaria della premier Meloni per il 2023 aveva usufruito di uno scostamento di bilancio, cioè un extradeficit, gigantesco, del valore di 20 miliardi su un totale di 35 dell’intera manovra. Ma allora l’extradeficit non dava alcun problema, né formale e neppure sostanziale, perché era previsto dall’allineamento delle clausole europee dopo la pandemia. Il super debito del 2022 è stato dirottato, in maniera virtuosa, quasi tutto verso misure di contenimento della bolletta energetica per circa 18 miliardi, con contributi alle famiglie e imprese. Negli anni successivi il rubinetto del debito pubblico aggiuntivo si è gradulamente ridotto e poi chiuso, a causa delle nuove regole del Patto di stabilità negoziate anche da Giorgetti.
Ma evidentemente il vizio non è andato perduto e oggi il governo chiede di nuovo, come nel 2022, un extradeficit di circa 14 miliardi, autorizzato ancora dalla Commissione europea. Questi soldi verranno usati per comprare armi e servizi bellici (quasi sicuramente made in Usa) e per provvedimenti in campo energetico (ma non per calmierare le bollette come nel 2023). I nuovi soldi per le armi serviranno a poco nell’economia complessiva del bilancio, mentre i contributi energetici potranno liberare qualche miliardo già stanziato per altri provvedimenti fiscali all’orizzonte.
Giorgetti ha sottolineato il fatto che il Dpfp per il 2027 è improntato alla prudenza, virtù che oramai cita spesso come un amuleto provvidenziale. Ma di questa oculatezza contabile è difficile vederne traccia. Se guardiamo i dati proposti, il governo ha spinto il debito pubblico al valore più alto di sempre. In termini percentuali salirà nel 2027 al 138,5% del Pil, in termini assoluti sopra i 3.200 miliardi. Si tratta della quota più elevata mai raggiunta in tempi di pace dall’Unità d’Italia.
La conseguenza della montagna del debito accumulata alacremente anche dal duo Meloni-Giorgetti poi ha un effetto perverso, soprattutto in un periodo come l’attuale in cui il credito è scarso e costoso. In soli cinque anni la spesa per interessi è salita dagli 83 miliardi iniziali, collocandosi stabilmente sopra i 100 miliardi. Ecco un altro record sicuramente del governo Meloni.
I dati del deficit, il disavanzo annuale, ne escono abbondantemente, anche se legalmente, truccati. Il deficit è sotto il mitico valore del 3% senza la quota per le spese energetiche e militari, ma torna decisamente al di sopra se le consideriamo. Il disavanzo reale per il 2027 sarà del 3,4% e poi passerà al 3, 2% nell’anno successivo, anche se quello contabile per l’Europa sarà del 2,8% e del 2,6%. I conti saranno pure a posto formalmente per l’Europa, ma a pagare il nuovo debito saranno i contribuenti italiani.
In questo quadro abbastanza gramo per le finanze pubbliche, uno potrebbe pensare ad una pausa per le tentazioni demagogiche del ceto politico. In fondo, con un’inflazione che sta salendo verso il 5%, sarà già una bella grana adeguare le pensioni, la spesa per beni intermedi e i salari dei pubblici dipendenti per l’anno prossimo. Invece pare che i nostri leader si stiano baloccando con proposte del tutto fantasiose come un’ulteriore riduzione delle aliquote Irpef per l’ormai celebre ceto medio, o una mini flat tax per coloro che hanno meno di 35 anni, e chi più ne ha più ne metta. Qui però bisognerà trovare risorse vere, e quindi procedere con robusti tagli allo stato sociale sulla scia di quelli degli anni precedenti, senza contare l’effetto del drenaggio fiscale che aiuta, e non di poco, le entrate pubbliche.
Con una crescita economica che non c’è, con una spesa per interessi ormai fuori controllo, con un patto fiscale europeo che stringe, bisognerebbe avere il coraggio di dire agli italiani che la festa, se pur ci fosse stata, è finita e che la situazione è così seria da richiedere interventi correttivi urgenti. Invece si continua sulla scia dell’illusione fiscale del debito pubblico. Potremmo allora parlare di un governo di “scostati”, ma non con riferimento al deficit pubblico, ma con riferimento alla realtà dei fatti. Sono però un po’ pessimista perché a forza di scostamenti anche gli elettori si sono illusi che, comunque, prima o dopo qualcuno ci salverà dal disastro finanziario che si preannuncia, magari allentando i vincoli europei.
Per fortuna il ministro Giorgetti è sereno, tanto fra qualche mese toccherà a qualcun altro riparare ai guai che lui ha creato, anche se prudentemente.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
GIULI PREMIA BOLSENA TRA LE CAPITALI D’ARTE: IL CONSIGLIERE DEL MINISTERO E’ PROPRIETARIO DELL’HOTEL DI LUSSO
Bolsena e Civita di Bagnoregio saranno le capitali (o meglio la capitale, è un unico
titolo diviso in due) italiane dell’arte contemporanea 2028. Lo ha annunciato ieri il ministro Alessandro Giuli, durante la cerimonia di proclamazione al ministero della Cultura.
Dopo aver sconfitto Capri, Pozzuoli e addirittura Padova, le due cittadine della Tuscia (3.500 abitanti Bolsena, 3.200 Bagnoregio, di cui Civita è una frazione quasi disabitata) riceveranno 1 milione.
Il merito, secondo quanto ha deciso la giuria, deriva da un programma artistico di alto livello e dalla capacità di dialogare con il paesaggio e lasciare un’eredità. Bisognerà crederci dato che, fin da quando nel 2014 l’allora ministro Franceschini inventò la capitale italiana della cultura – poi sdoppiata da Gennaro Sangiuliano con la sua versione per l’arte contemporanea – questi bandi, che assegnano un milione attraverso la scelta insindacabile di commissioni autonome nominate dal ministero, non prevedono graduatorie, punteggi e criteri verificabili.
Certo è che stavolta nella scelta c’è una coincidenza curiosa, trattandosi di centri così piccoli.
Tra i consiglieri comunali di Bolsena (di opposizione) c’è Francesco Cozza Caposavi Vesmile, ultimo erede di un’antica famiglia nobiliare che nel suo palazzo del XVI secolo, storica residenza di famiglia, ha realizzato un hotel. “Un uomo del Rinascimento dei nostri giorni” lo definiva Forbes Italia nel 2023. Possibile, sta di fatto che Cozza Caposavi è attualmente consigliere del ministero della Cultura per l’integrazione dell’arte contemporanea con il patrimonio storico, incarico rinnovato al rialzo nel giugno scorso a 20mila euro l’anno, sostituendo il precedente, sempre firmato dal ministro Giuli nel dicembre 2024, che era invece a titolo gratuito.
Non ci sono incompatibilità, dato che Cozza Caposavi non è nell’amministrazione di Bolsena e formalmente la commissione scelta dal ministro – per quattro quinti uguale a quella dell’anno prima – è autonoma. Dal ministero sottolineano che il consigliere non ha partecipato né all’ideazione né alla progettazione o alla realizzazione del progetto vincente. Certo come tutti gli albergatori, e come il sindaco di Forza Italia, sarà felice della scelta. Anche Civita peraltro – che il sindaco ha definito ieri “un paesino con quattordici persone residenti” – ha una sua storia nel tracciato politico italiano. Primo centro abitato in Europa a introdurre un biglietto d’ingresso, diede il nome a Civita, l’associazione e poi società voluta da Gianni Letta che, oltre ad aver contribuito a recuperare e promuovere il borgo, è anche diventata negli anni uno dei grandi operatori nella gestione dei servizi museali, quando nel 1993 venne data la gestione ai privati.
Come sempre dopo queste assegnazioni, la politica, secondo i politici, non c’entra nulla. Sono state premiate “l’eccellenza e la spinta innovativa di questi territori” assicura, tra gli altri, il presidente della Commissione cultura della Camera, Federico Mollicone, di Fratelli d’Italia.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
LA PALLA PUTINIANA DELLA “GRANDE RUSSIA” MINACCIATA DALLE DEMOCRAZIE DELL’OCCIDENTE… UN PAESE DOVE GLI OPPOSITORI VOLANO DALLA FINESTRA, VENGONO AVVELENATI ALL’ESTERO O SUICIDATI IN CARCERE PUO’ ESSERE D’ESEMPIO SOLO A QUALCHE DITTATORE PSICOPATICO O A QUALCHE SERVO PREZZOLATO
L’ambasciatore russo in Italia, Paramonov, dice che nessuno dei suoi interlocutori italiani “mette in discussione il ruolo della Russia come partner naturale dei Paesi dell’Europa occidentale”.
Il problema, sul quale Paramonov sorvola con la disinvoltura del propagandista, è che a mettere in discussione quel ruolo è Putin, che ha sempre parlato della democrazia come di una infezione da debellare, e dell’Unione Europea come di un nemico ideologico. Non geografico: ideologico.
Il putinismo si è molto speso a proposito della missione spirituale della Grande Russia minacciata dalla corruttela occidentale.
Indipendentemente da chi siano gli “interlocutori italiani” di Paramonov, farebbero bene a ricordargli, ricordandolo a se stessi, che al netto della stupidità della Nato negli anni successivi alla caduta del Muro (anni perduti, come in un Risiko nel quale contava solo piazzare le proprie basi un poco più in là), il problema è che sono i popoli ex russificati, dal Baltico giù fino al Mar Nero, a considerare la Russia con malanimo e paura. E a puntare all’Europa come luogo delle garanzie. L’invasione dell’Ucraina ne è stata la conseguenza più drammatica.
Pur essendo la geopolitica materia complicata, questo conflitto è così basilare, così evidente, che non si può fare finta di non vederlo. La Russia, in questo momento, è un’autocrazia che considera la democrazia un nemico mortale. Un’Ucraina autonoma ed europea vale, per Putin, quanto il tradimento di una figlia degenere: meglio ucciderla che lasciarla andare. Spiccano analogie con la psicologia e i modi di Trump. Con la differenza, sostanziale, che tra poche settimane in America si vota sul serio. In Russia l’opposizione è in esilio, in galera o al cimitero.
(da Repubblica)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
IL CAMPO LARGO RAGGIUNGE IL 43,7% MENTRE VANNACCI CALA AL 7,6%
Il centrodestra torna sopra il 42% grazie all’accordo con Sud Chiama Nord di Cateno
De Luca, mentre il centrosinistra riesce a superare la coalizione di governo soltanto includendo Italia Viva di Matteo Renzi. Senza i renziani, infatti, il campo largo si fermerebbe al 41,4 per cento.
È uno dei dati più interessanti dell’ultimo sondaggio SWG per il TgLa7, diffuso lunedì 12 ottobre 2026. La rilevazione registra anche il secondo calo consecutivo di Futuro Nazionale, che perde altri due decimi di punto dopo quelli lasciati sul terreno la settimana precedente. Il partito di Roberto Vannacci scende così al 7,6%, contro l’8% del 28 settembre. In testa resta Fratelli d’Italia, stabile al 27,7%, mentre il Partito democratico arretra dal 20,7 al 20,4 per cento.
Come cambiano gli equilibri
L’ingresso di Sud Chiama Nord nella coalizione guidata da Giorgia Meloni cambia gli equilibri tra i due schieramenti. Sommando i consensi di Fratelli d’Italia (27,7%), Forza Italia (7,3%), Lega (5,4%), Noi Moderati (1%) e Sud Chiama Nord (1%), il centrodestra raggiunge il 42,4 per cento.
L’accordo tra Cateno De Luca e Giorgia Meloni, annunciato nei giorni scorsi e ufficializzato il 12 ottobre, riguarda le prossime elezioni politiche. Il leader di Sud Chiama Nord ha però precisato che l’intesa non si estende alla Sicilia, dove il movimento continuerà a muoversi autonomamente.
Sul fronte opposto, la somma dei consensi di Partito democratico (20,4%), Movimento 5 Stelle (12,7%), Alleanza Verdi e Sinistra (6,6%) e +Europa (1,7%) arriva al 41,4 per cento. Per superare il centrodestra servirebbe quindi anche Italia Viva, che con il suo 2,3% porterebbe il totale al 43,7 per cento.
Futuro Nazionale perde lo 0,4% in due settimane
Prosegue intanto la flessione di Futuro Nazionale. La formazione di Roberto Vannacci, che il 28 settembre era stimata all’8%, è scesa al 7,8% il 5 ottobre e ora perde altri due decimi, fermandosi al 7,6%. Un arretramento complessivo di 0,4 punti percentuali in due settimane. Nonostante il calo, Futuro Nazionale resta la quarta forza politica italiana, davanti a Forza Italia e Lega. Il partito di Antonio Tajani guadagna due decimi di punto, passando dal 7,1 al 7,3%, mentre quello di Matteo Salvini sale dal 5,2 al 5,4 per cento. Entrambi i partiti della maggioranza recuperano quindi terreno, mentre Fratelli d’Italia rimane stabile al 27,7 per cento.
Pd in calo, M5S in lieve crescita
Il Partito democratico registra la flessione più consistente della settimana tra le principali forze politiche: perde tre decimi di punto e scende al 20,4%. Il distacco da Fratelli d’Italia sale così a 7,3 punti percentuali.
In lieve crescita il Movimento 5 Stelle, che passa dal 12,6 al 12,7. Nessuna variazione per Alleanza Verdi e Sinistra, stabile al 6,6 per cento.
Tra le formazioni minori, Azione sale dal 3,1 al 3,2%, mentre Italia Viva resta al 2,3 per cento. Guadagna un decimo anche +Europa, che raggiunge l’1,7%. Noi Moderati è stabile all’1%, percentuale raggiunta anche da Sud Chiama Nord, in crescita rispetto allo 0,9% della precedente rilevazione.
Le altre liste, considerate complessivamente, scendono dal 3,4 al 3,1 per cento. Cala dal 29 al 28% la quota degli intervistati che non esprime una preferenza.
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
MILENA GABANELLI: “L’INFLAZIONE È SALITA DAL 2,7% AL 3,4%; IL DEBITO PUBBLICO È SALITO DA 35.900 A 40.200 MILIARDI DI DOLLARI. IL CONTO PIÙ SALATO,GLI AMERICANI LO PAGANO AL DISTRIBUTORE: NEL NOVEMBRE 2024 UN GALLONE DI BENZINA COSTAVA 3,04 DOLLARI, OGGI È SALITO A 4,41” – ECCO COSA C’È IN PALIO E DOVE SI DECIDE LA PARTITA
Tutto il mondo guarda al 3 novembre: Donald Trump a giudizio nelle elezioni di midterm. Finalmente, viene da aggiungere, dopo quasi due anni di scelte politiche spericolate, insulti, minacce. Dentro e fuori gli Stati Uniti.
Senza contare il conflitto di interesse permanente, le speculazioni personali in Borsa, gli affari mescolati alla politica internazionale. Il risultato di tutto ciò si legge nei sondaggi. Nel novembre 2024 Trump vinse con il 49,8% del voto popolare. Oggi solo il 37,8% degli elettori approva il suo operato (fonte: RealClearPolitics ).
Come funzionano le elezioni
Gli americani voteranno per l’elezione completa della Camera dei Rappresentanti, formata da 435 deputati, e per il rinnovo di 35 senatori sui 100 totali. Dalle urne uscirà come sempre un giudizio sui primi due anni di mandato presidenziale.
Oggi alla Camera il partito repubblicano dispone di una striminzita maggioranza: 218 seggi contro i 214 dei democratici. Al Senato la soglia minima per la maggioranza è 51 seggi su 100. Al momento, i repubblicani ne hanno 53, i democratici 47. In caso di parità interviene il vicepresidente, il repubblicano JD Vance, con il voto decisivo.
Dove si decide la partita
Ogni Stato può disegnare i distretti elettorali per la Camera, in modo da concentrare la presenza dei propri elettori e diluire quella degli avversari adottando la tecnica del cosiddetto «gerrymandering» per condizionare il risultato finale. Tra il 2025 e il 2026 questo «taglia e cuci» è stato usato in otto Stati repubblicani (Texas, Florida, North Carolina, Missouri, Ohio, Tennessee, Alabama e Louisiana), e due Stati democratici (California e Utah).
Il risultato è che i repubblicani potrebbero guadagnare fino a 16 seggi e i democratici 6. Basterà questo vantaggio per decidere l’esito delle elezioni alla Camera? Stando ai sondaggi, no. Considerando il voto di tutti i 50 Stati, i democratici sono in vantaggio di 8,3 punti percentuali (media calcolata dal sito RealClearPolitics).
Al Senato invece sono cinque i seggi in bilico finora occupati dai repubblicani in Alaska, Iowa, Maine, Ohio e Texas. I sondaggi danno per ora in testa i candidati democratici in Ohio e, a sorpresa, in Texas.
I numeri a confronto
Il presidente americano sostiene che il Paese non è mai stato così ricco, così forte, così rispettato. Il quadro reale si ottiene mettendo a confronto i dati di oggi con quelli di novembre 2024, quando Trump vinse le elezioni presidenziali.
L’inflazione è salita dal 2,7% al 3,4% di agosto (fonte: Bureau of labor statistics); il debito pubblico è passato da 35.900 a 40.200 miliardi di dollari (dati del Congresso); la crescita del Pil era del 2,8% e per quest’anno il Fondo Monetario stima il 2,3%. La disoccupazione è rimasta ferma al 4,2%.
Il conto più salato, però, gli americani lo pagano al distributore e al supermercato. Nel novembre 2024 un gallone di benzina (3,7 litri) costava 3,04 dollari, oggi è salito a 4,41 (fonte: Automobile club americano); una libbra di caffè (453 grammi) è balzata da 6,32 dollari a 9,30 dollari; una libbra di carne macinata è passata da 5,35 dollari a 6,92. Decisamente più care anche le bollette elettriche: a fine 2024 gli utenti pagavano 17,6 centesimi per chilowattora, oggi 19,6 (dati del Bureau of labor statistics ) […]
I dazi e le guerre
La bandiera della politica economica trumpiana sono stati i dazi. Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema ha stabilito che il presidente non poteva imporli usando la legge sulle emergenze economiche. Pertanto, devono essere restituiti i circa 166 miliardi versati dagli importatori. Finora sono stati rimborsati più o meno 100 miliardi; sul resto pendono ancora i ricorsi giudiziari.
Sull’immigrazione, invece, Trump può esibire risultati concreti: gli irregolari presenti nel Paese sarebbero scesi da 15,8 milioni nel gennaio 2025 a 13,5 milioni nel luglio scorso (fonte: Center for immigration studies).
Quanto alle otto guerre di cui il presidente si vanta di aver terminato: alcune erano dispute diplomatiche, come quella tra Egitto ed Etiopia per la costruzione di una diga. Altre inesistenti, come quella tra Serbia e Kosovo.
L’ottava guerra, «conclusa» secondo il conteggio di Trump, è quella tra Israele e Iran.
Come sappiamo gli Stati Uniti sono intervenuti per espanderla, con gravissimi effetti per l’economia mondiale e il ritorno del terrorismo. La guerra in Ucraina invece è in piena escalation, nonostante Trump, prima ancora del suo insediamento, il 20 gennaio 2025, avesse assicurato di poter convincere Zelensky e Putin a trovare un accordo in 24 ore.
I limiti di una maggioranza risicata
Per Donald Trump, dunque, si prospetta una sconfitta molto probabile alla Camera e possibile al Senato. Anche con una maggioranza risicata alla Camera, i democratici possono bloccare le spese o i tagli delle tasse proposti dalla Casa Bianca. Spetta al Parlamento, tra l’altro, dichiarare lo stato di guerra. Se conquistassero anche per un solo seggio il Senato, il partito democratico avrebbe in mano le conferme di giudici federali, ministri e ambasciatori.
Nello stesso tempo, però, va ricordato che il presidente ha il diritto di veto sulle leggi approvate dal Congresso. Per superare il veto presidenziale, occorre una delibera votata dai due terzi dei parlamentari sia alla Camera che al Senato. Però nessun sondaggio vede i democratici vicini a questa soglia nei due rami del Congresso. Infine, i democratici potranno mettere sotto accusa il presidente alla Camera ( impeachment), ma poi non avranno i voti necessari per condannarlo al Senato o per imporgli una svolta politica.
Che cosa può fare un’anatra zoppa
Trump ha già dimostrato nel primo mandato di poter aggirare il Congresso con un imponente ricorso agli ordini esecutivi. Sono provvedimenti che toccano le materie più varie e restano in vigore finché non vengono sostituiti da una legge, annullati dai tribunali federali oppure revocati dal presidente successivo.
Questo significa che, in caso di sconfitta nel midterm, Trump potrebbe usare in maniera ancora più massiccia gli ordini esecutivi, e il Congresso non avrebbe la possibilità di arginare la valanga. Certo, se i democratici controlleranno Camera e Senato potranno varare leggi per cancellarli, che però Trump potrà bloccare con il veto.
Il rischio, allora, è quello di uno scontro politico permanente tra il Congresso e la Casa Bianca. In ogni caso il presidente avrà mani meno libere, perché sarà costretto a negoziare con gli avversari i provvedimenti indispensabili per il funzionamento dello Stato, a cominciare dalla madre di tutte le leggi, quella sul bilancio. E senza accordi, gli Stati Uniti rischiano uno stallo politico che può durare fino all’elezione del prossimo presidente.
Giuseppe Sarcina e Milena Gabanelli
per il “Corriere della Sera”
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Ottobre 13th, 2026 Riccardo Fucile
PER RIEQUILIBRARE I VOTI PERDUTI DEI BOLLITI SALVINI E TAJANI, E SEMPRE AUSPICANDO CHE LUNGO LA STRADA IL FENOMENO VANNACCI SI SGONFI, “GIORGIA BERLUSCONI” HA COMINCIATO AD ALLARGARE IL PERIMETRO DEL CENTRODESTRA, PRONTA AD ACCOGLIERE IL DIAVOLO (SE NECESSARIO) PUR DI ARRIVARE AL PREMIO DI MAGGIORANZA DEL 42%
Giorgia e l’alternativa del diavolo: come avere la botte piena di voti e il Vannacci
ubriaco? L’inaspettato ciclone di Futuro Nazionale, se ha fatto saltare in aria tutti i piani della Meloni (a partire dalla nuova legge elettorale), ha anche prodotto il suo lato positivo: oggi, davanti alle dementi sparate dell’ex generale della Folgore, chi può liquidare l’Armata Branca-Meloni come un residuato del post-fascismo?
Essì: alla fin fine ritrovarsi un grottesco tipino che sembra fuoruscito da un film di Corrado Guzzanti (“Fascisti su Marte”), ha il suo vantaggio: di colpo, la Ducetta ha agguantato un profilo da leader moderata e ritorna la Thatcher del centrodestra.
E qui arrivano i dolori, vale a dire: come quadrare il cerchio della vittoria, raggiungendo il 42% del premio di maggioranza, se la Lega oggi si ritrova sprofondata al 4% e Forza Italia si barcamena tra il 6/7%, mentre Vannacci in pochi mesi ha strappato al centrodestra e al mare magnum dell’astensionismo quel pesantissimo 7/8% di consensi?
Non resta che una mossa: allargare il più possibile la coalizione di centrodestra per riuscire a raccattare i consensi perduti dei due partiti alleati. La campagna-acquisti della ‘’Giorgia dei Due Mondi’’ (Colle Oppio e Garbatella) si è subito messa in moto: e voilà, ha recuperato il fedelissimo Manlio Messina, fatto fuori dalla corrente siculo-larussiana, il quale ha agganciato il movimento guidato da Cateno De Luca, “Sud chiama Nord”, che ne frattempo era sotto corteggiamento del renziano Faraone.
Per potersi presentarsi senza tanti problemi al voto politico, l’ex sindaco di Messina ha subito ricevuto il soccorso della Ducetta, con il “prestito” di un deputato, Luca Sbardella, che andrà a far compagnia all’ex FdI Manlio Messina e a Francesco Gallo. Così, alla Camera è sbocciata la componente del gruppo misto di “Sud chiama Nord”.
Oltre a “Noi moderati” di Maurizio Lupi, ora il centrodestra porta sulla scena il bombastico Cateno De Luca che, dopo un minuto, si è subito incoronato l’anti Vannacci, annunciando che “Il generale si può mettere l’anima in pace’’.
L’obiettivo di Cateno (e Messina) è quello di raggiungere il 3% attraverso una campagna di arruolamento di altri sindaci un po’ il controcanto del Progetto Civico Italia messo su da Alessandro Onorato, non escludendo di portare nell’Armata Branca-Meloni gli amichetti Udc di Cesa e di Mastella.
Mentre a sinistra tafazzianiamente continuano a farsi del male, escludendo un giorno l’”inaffidabile” Renzi e il giorno dopo il “contiano” Onorato, dopodiché tocca delegittimare l’’’esattore” Ruffini” e il “poliziotto” Gabrielli, la Meloni dimostra ancora una volta di possedere intelligenza politica. Nel puro solco del berlusconismo d’antan: perché escludere quando si può aggiungere?
E così, per riequilibrare i voti perduti dei bolliti Salvini e Tajani, e sempre auspicando che lungo la strada che ci porterà alle urne (la data più gettonata è maggio o giugno 2027) il fenomeno Vannacci si sgonfi, “Giorgia Berlusconi” ha cominciato ad allargare il perimetro del centrodestra, pronta ad accogliere pure il diavolo (se necessario).
(da Dagoreport)
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