Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
LA PISTA ALTERNATIVA PIÙ BATTUTA RESTA UN NUOVO CONTRIBUTO DI BANCHE E SOCIETÀ ENERGETICHE (MA FORZA ITALIA DICE NO)… POI I CLASSICI: GIOCHI E TABACCHI, GIÀ UTILIZZATI IN PASSATO DA QUESTO GOVERNO – SULLO SFONDO SUGAR TAX E PLASTIC TAX, FINORA RINVIATE – SI CERCANO ANCHE RESIDUI UTILIZZABILI DEL PNRR, MA QUEI FONDI NON SONO UN SALVADANAIO SPENDIBILE AD MINCHIAM
Servono almeno altri 10 miliardi per l’ultima manovra del governo Meloni. La quinta,
quella elettorale. Meglio 15, per arrivare a una legge di bilancio da 25-30 miliardi, in linea con le precedenti. Ma dove prenderli? Il Documento programmatico di finanza pubblica, appena approvato, non lascia spazi. Restano tasse e tagli alla spesa. E il tempo stringe.
Nulla è escluso: anche tornare a prelevare dalle pensioni. […]
La prima è una tassa comune sugli extraprofitti delle società energetiche, per evitare una giungla di prelievi nazionali. Bruxelles però frena e invita i governi a muoversi da soli. La seconda è la flessibilità bis chiesta dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: usare le maggiori entrate prodotte dall’inflazione per finanziare misure, anziché destinarle al risanamento dei conti. Anche qui la Commissione prende tempo. Il commissario Valdis Dombrovskis avverte che non si possono moltiplicare le deroghe al Patto. […]
Martedì il Consiglio dei ministri dovrà definire la cornice della manovra, da trasmettere a Bruxelles entro il 15: il Dpb, documento programmatico di bilancio. Entro il 20 la finanziaria dovrà arrivare alle Camere. Sempre martedì il Parlamento voterà lo scostamento da 29 miliardi in due anni, grazie alla clausola nazionale di salvaguardia (Nec) per energia e difesa. Una dote da 14,4 miliardi l’anno, anche se per la difesa una parte copre spese già in bilancio. Non basta.
Tra le ipotesi di lavoro circola una nuova stretta sulla rivalutazione delle pensioni medio-alte. L’idea è tornare alle fasce, anziché agli scaglioni come nell’Irpef: recupero parziale dell’inflazione sull’intero assegno, salvando le pensioni fino a tre volte il minimo. La Consulta ha fin qui ammesso sacrifici proporzionati e temporanei, con tutela delle pensioni basse. E i precedenti fanno gola: secondo la relazione tecnica alla manovra 2023, richiamata dalla stessa Corte, la vecchia stretta sulla perequazione produrrà 54 miliardi di risparmi lordi cumulati fino al 2032. Fare cassa qui rende molto.
La pista alternativa più battuta resta un nuovo contributo di banche e società energetiche. […] Poi i classici: giochi e tabacchi, già utilizzati in passato da questo governo. Sullo sfondo sugar tax e plastic tax, finora rinviate. Si cercano anche residui utilizzabili del Pnrr, ma quei fondi non sono un salvadanaio liberamente spendibile.
(da Repubblica)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
“RITENGO SIA GIUNTO IL MOMENTO DI CEDERE SPAZIO A PERSONALITÀ PIÙ IN SINTONIA CON LE COALIZIONI CHE SI PRESENTERANNO AGLI ELETTORI. RINGRAZIO TUTTI PER LA FIDUCIA CHE M’È STATA FINORA ACCORDATA. MI FERMO QUI”… “BERLUSCONI? IL PIU’ CARISMATICO. IL SUO DESIDERIO DI PIACERE ERA COSÌ FORTE CHE FINIVA PER PIACERE PURE AI SUOI NEMICI. IL POLITICO PIÙ SOTTOVALUTATO? GIANFRANCO FINI. SENZA LA SVOLTA DI FIUGGI NON CI SAREBBE STATA GIORGIA MELONI. IL DEMOCRISTIANO PIÙ GRANDE? FANFANI! L’UOMO DEL “PIANO CASA” E DELLA PRESIDENZA DELL’ONU, L’AMICO DI GIORGIO LA PIRA E DI JOHN FITZGERALD KENNEDY”
«Ho deciso: alle prossime elezioni politiche, dopo 44 anni, non mi ricandiderò. Lascio il Parlamento. Ritengo sia giunto il momento di cedere spazio a personalità più in sintonia con i partiti e con le coalizioni che si presenteranno agli elettori. Ringrazio tutti per la fiducia che m’è stata finora accordata. Mi fermo qui».
Il senatore Pier Ferdinando Casini parla piano, scandisce ogni parola, ogni verbo, in questa prima frase c’è già tutto quello che aveva intenzione di comunicare e così ora si alza e […] va a preparare un tè
Ha 70 anni, in Parlamento dal 1983, più due passaggi a Strasburgo, quindi presidente della Camera, con partiti fondati e cambiati, nel centrodestra e nel centrosinistra, ma sempre restando con ostinazione un democristiano, quindi a conoscenza del peccato originale, capace di attraversare la Prima e la Seconda Repubblica — di cui sa tutto, in cui ha visto tutto — con riconosciuta abilità e senza stupore, ben sapendo che i difetti del mondo morale sono parte integrante della politica, e di chi la frequenta.
Siamo a casa sua, abita in piazza del Gesù, dalla finestra del salone si scorge il leggendario palazzo in stile barocco che fu sede della diccì. «Sa cosa penserà qualcuno?», […] Penserà che Casini ci ha messo un bel po’ prima di fermarsi. «[…] rispondo che probabilmente ha ragione. Fin da giovane, del resto, ho sempre creduto che la cosa più difficile, in politica, […] sarebbe stato individuare il momento giusto in cui fermarsi».
Nel 1973, a 18 anni, mentre i suoi coetanei pensavano di rovesciare l’Italia, Casini sente l’esigenza di andare a un comizio di Arnaldo Forlani. La militanza era cominciata qualche anno prima. Frequentava il liceo Galvani di Bologna, c’erano picchetti, «non ci facevano entrare. Allora organizzai un gruppo di giovani studenti, diciamo, democratici. Poi, però, un giorno non sapevamo dove stampare dei volantini. Allora chiesi consiglio a mio padre, che mi suggerì di andare a bussare alla sede della Dc e fu così che…». Una carriera fulminea tra i dorotei. Forlani mi ha insegnato a non forzare mai le situazioni. E ad avere un rapporto distaccato con il potere».
L’impressione, in effetti, è che Casini non si appresti a entrare in questa nuova fase della vita con ansie particolari. Un domani così profondamente diverso, distante da Montecitorio e da Palazzo Madama, non sembra spaventarlo.
«Il giorno più bello? Quando, da presidente della Camera, ricevetti Giovanni Paolo II.
Un uomo, un santo, che a un cristiano come me trasmetteva sensazioni irripetibili. Detto questo, sarei ipocrita se non ammettessi che ogni giorno è stato bello, entusiasmante, ogni giorno in cui mi sono alzato nell’emiciclo dell’Aula con la sensazione di essere ascoltato nel cuore della democrazia».
Com’era Berlusconi? «Il più carismatico. Il suo desiderio di piacere era così forte che finiva per piacere pure ai suoi nemici». Il politico più sottovalutato? «Gianfranco Fini. Senza la svolta di Fiuggi non ci sarebbe stata Giorgia Meloni». Qual è stato il democristiano più grande? «Fanfani! L’uomo del “piano casa” e della presidenza dell’Onu, l’amico di Giorgio La Pira e di John Fitzgerald Kennedy». Il comunista che ha ammirato di più? «Giorgio Napolitano. Capì, prima degli altri, dove sarebbe andata la storia». E la donna, la donna che non dimenticherà mai? «Nilde Iotti. Capace, con non poche difficoltà, di dire no anche al suo partito, il Pci».
Il giorno più triste? «Quando mi chiamarono a casa per dirmi che Marco Biagi era stato ucciso dalle Br. Era un mio caro amico. Lui, di qualche anno più grande, l’estate veniva a darmi ripetizioni di latino e greco a Lizzano in Belvedere, il paesino sotto il Corno alle Scale dove le nostre famiglie ci portavano in vacanza…». E il giorno più… «No, aspetti.
Purtroppo custodisco il ricordo di altri giorni tremendi…».
Adesso Casini torna con la memoria a quel pomeriggio dell’11 settembre 2001, mentre era nel suo ufficio, aveva ricevuto Massimo D’Alema, e stavano lì, a parlare, quando la porta si spalanca di botto, e la segretaria, con il volto di cera, gli urla: «Presidente! Accenda la tv!».
E poi, come un’ombra nel cuore, c’è la sera in cui va ad accogliere, all’aeroporto militare di Ciampino, le salme dei nostri militari uccisi a Nassiriya. La pioggia, le bare avvolte nei tricolori. Il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, piegato dal dolore insieme alla moglie Franca. E quindi il corteo che parte verso il Vittoriano, la gente sui marciapiedi, chi mandava baci, lanciava fiori, chi chinava la testa e faceva il segno della Croce. «Guarda, Pier Ferdinando — mi disse Ciampi — questa è l’Italia che, nei momenti importanti, sa essere unita».
Presidente, è possibile avere dei veri amici in politica? «È più facile averli fuori dal Parlamento». Ci stiamo per salutare: un consiglio ai giovani che sognano di entrare in Parlamento? «Serve la preparazione, ma è più importante il carattere. Occorre essere equilibrati e resistenti». Lo slogan politico più attuale? «L’Ucraina è il test per capire se vogliamo avere davvero un’Europa unita. Non bisogna svendere Kiev». […] Alla fine la metto giù: presidente, tra due anni si rivota per il Quirinale. Lei era, e resta, uno dei candidati più accreditati. Lui si gira lentamente. «Come dimostra la storia della Repubblica, al Quirinale non ci si candida, si viene eletti».
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
PER IL “FINANCIAL TIMES”, TRA GLI OBIETTIVI CI SAREBBERO I CEO E ALTRI DIPENDENTI DI ALTO LIVELLO DELLE IMPRESE DELLA DIFESA E DEGLI ARMAMENTI DEL VECCHIO CONTINENTE
Mosca sta intensificando gli sforzi per assassinare i responsabili della difesa europei. E’
l’allarme lanciato dalle agenzie di intelligence occidentali che ha spinto le aziende ad aumentare le misure di sicurezza attorno ai propri dirigenti di alto livello.
Gli assassinii di obiettivi civili europei – un tempo considerati un tabù persino dalle agenzie di spionaggio russe – stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante in questi piani. Secondo il Financial Times, che ha parlato con funzionari di 5 diverse agenzie di intelligence, i Ceo e altri dipendenti di alto livello sono diventati obiettivi degli agenti del Cremlino.
Secondo le fonti, anche i dirigenti delle aziende più piccole sono nel mirino, soprattutto quelli delle imprese impegnate nella produzione di droni o dei loro componenti. “Il livello di minaccia in Europa è aumentato. Nei confronti delle proprietà, ma anche delle persone”, ha dichiarato un alto funzionario. Il servizio di intelligence interna tedesco, il Bundesamt für Verfassungsschutz (BfV), ha intensificato notevolmente i contatti con il “personale e i dirigenti” delle aziende tedesche del settore della difesa, arrivando a raccomandare il ricorso a squadre private di protezione, ha detto un funzionario.
Diversi dirigenti del settore della difesa hanno dichiarato al Ft di aver rafforzato le proprie misure di protezione ravvicinata negli ultimi sei mesi, su specifica raccomandazione dei servizi governativi di sicurezza. Altri sostengono di adottare tali misure soltanto quando viaggiano all’estero.
La responsabilità di questo tipo di complotti, definiti nel gergo dell’intelligence russa ‘wet work’ – un’espressione che indica operazioni violente, in particolare omicidi su commissione – ricade in larga misura sul Gru, il servizio di intelligence militare russo. E, secondo gli 007, il Gru sta adattando i propri metodi. I suoi ufficiali collaborano sempre più strettamente con gruppi della criminalità organizzata, utilizzano reti di agenti che operano oltre i confini nazionali e suddividono le attività di ricognizione, logistica, pianificazione ed esecuzione tra cellule o individui diversi, invece di affidarsi a singoli agenti “sacrificabili”, reclutati online in cambio di denaro.
In alcuni casi, complotti già in fase operativa sono stati individuati e sventati. In altri, sono state rilevate attività sospette, tra cui forme di sorveglianza volte a ricostruire le abitudini quotidiane delle persone, sia presso le loro abitazioni sia nei luoghi di lavoro. I responsabili della sicurezza hanno sottolineato che un elemento centrale della strategia russa consiste nel fatto che i tentativi di assassinio non devono necessariamente essere portati a termine affinché la campagna produca gli effetti desiderati.
“Dal punto di vista russo, l’obiettivo principale resta psicologico”, ha dichiarato un funzionario dell’intelligence. “È sufficiente far credere alle persone che potrebbero diventare un bersaglio per ottenere l’effetto voluto. Vogliono che gli individui ci pensino due volte prima di fare affari con l’Ucraina”.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
FRATELLI D’ITALIA VUOLE PRENDERSI IL PIRELLONE CON IL PRESIDENTE DI COLDIRETTI, ETTORE PRANDINI, MA DEVE BATTAGLIARE CON LA LEGA… A ROMA, FABIO RAMPELLI SI E’ AUTO-LANCIATO A CANDIDATO SINDACO MA A VIA DELLA SCROFA PREFERISCONO ROBERTA ANGELILLI, VICEPRESIDENTE DEL LAZIO … IN CAMPANIA PER FDI È CAOS: LA PROMOZIONE DI SANGIULIANO A COORDINATORE REGIONALE HA FATTO INCAZZARE MOLTI E IL VICEMINISTRO CIRIELLI POTREBBE PASSARE CON VANNACCI
A Giorgia Meloni sono fischiate le orecchie, quando le hanno detto che Forza Italia ha minacciato di sfasciare il centrodestra sotto al Duomo. FdI, ha già rinunciato a schierare un proprio nome, pur essendo il primo partito in Lombardia.
E nessuno allora può mettere in discussione la tenuta della maggioranza di governo sui territori, anche perché proprio su questo filone narrativo la premier intende incentrare un pezzo della campagna per le Politiche. Raccontano allora che la presidente del consiglio abbia chiamato Antonio Tajani, ottenendo la rassicurazione che nelle prossime ore la posizione azzurra sarà rettificata. Per dire che «l’unità del centrodestra, fondato da Berlusconi» non verrà meno.
Il garbuglio meneghino non è l’unica nota stonata, nel sabato della premier. Non avrebbe preso bene nemmeno la sortita di Roberto Occhiuto, presidente della Calabria e sfidante interno di Tajani, che alla festa del Foglio ha magnificato Matteo Renzi, tratteggiandolo così: «Avrebbe potuto essere un ottimo leader del nostro schieramento». Nemmeno della sola FI, ma di tutto il centrodestra. E il nome di Renzi, si sa, è kryptonite per l’inquilina di Palazzo Chigi.
Pubblicamente la premier evita di esporsi. L’obiettivo è ricomporre i cocci alla svelta. Anche perché sia Tajani che Matteo Salvini sanno da tempo che il nodo Comunali non sarà sciolto prima di fine mese. Il “patto” offerto dalla presidente del consiglio agli alleati è di attendere il congresso della Lega, il 24 e 25 ottobre. Poi si chiuderà il tetris. Per questo, sì, si parlerà delle città anche nel vertice dei leader, tra domani e martedì, ma il grosso del summit sarà sulla manovra.
A Milano, i Fratelli preferiscono il forzista Matteo Perego. Pure Salvini se ne rende conto, ma insiste sulla fedelissima Silvia Sardone. Meloni lascia fare: prima dell’assise del Carroccio, è considerato naturale che il segretario uscente alzi un po’ i toni. Vale pure per le sortite filo-russe, come quella di ieri in cui Salvini ha chiesto all’Europa di mettersi in scia a Trump, per riaprire al gas russo […]
FdI ha rinunciato alla corsa di Milano non per generosità: l’obiettivo grosso è il Pirellone, dove nei desiderata dei meloniani il primo nome resta il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini. Sarebbe un tecnico d’area, non un “Fratello” doc, in modo da far digerire l’operazione alla Lega, che avrebbe un vice-governatore di peso.
Quanto alla corsa del dopo-Sala, sempre da ambienti di FdI trapela un’ultima suggestione, anche se molto poco quotata, per la mancanza d’interesse dell’interessata: qualcuno avrebbe proposto a Marina Berlusconi di scendere in campo. Ma appunto, è un’ipotesi che gli stessi big della fiamma ritengono di scarsa riuscita.
Pure a Roma il quadro è scombinato. Si è mostrato disponibile Fabio Rampelli, […] ma a via della Scrofa preferirebbero Roberta Angelilli, la vicepresidente del Lazio. Per Napoli, nella coalizione di governo si ragiona su un civico: il sogno è convincere Maurizio Marinella, il “re delle cravatte”. Difficile, anche perché la corsa partenopea è in salita.
A meno che non scenda in campo Luigi De Magistris, che sottrarrebbe voti a Gaetano Manfredi. In Campania per FdI è già un periodo complicato, dopo la promozione di Gennaro Sangiuliano. C’è addirittura chi teme un’uscita che sarebbe clamorosa: quella del viceministro Edmondo Cirielli verso Vannacci. Cirielli è stato l’unico big di FdI a ipotizzare Fn in coalizione.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL 46% DEI NOSTRI COMPATRIOTI SI RITIENE POCO O PER NULLA SICURO – A INTIMORIRE È SOPRATTUTTO LA CRIMINALITÀ COMUNE (48%), LE BABY GANG (28%) E IL DEGRADO URBANO (28%) … LA SICUREZZA È UNA PRIORITÀ ANCHE PER GLI ELETTORI DEL PD: IL 52% RITIENE CHE SARA’ CENTRALE NELLA PROSSIMA CAMPAGNA ELETTORALE
È evidente a tutti che il tema della sicurezza tende a essere sempre più rilevante nella
percezione dei cittadini. L’idea di essere insicuri, insufficientemente protetti, esposti a rischi, diventa sempre più una condizione esistenziale, in particolare in un contesto globale di pericolo, di incertezza, di preoccupazione.
Sembra altrettanto chiaro che questo tema, unitamente a quello dell’immigrazione e collegato strettamente all’insicurezza economica, oggi enfatizzata dalla crisi dei costi energetici, sarà centrale nella formazione delle opinioni e delle scelte di voto degli elettori. E i dati dei nostri sondaggi lo confermano.
La preoccupazione per la sicurezza mostra una crescita decisamente importante a partire dall’insediamento del governo Meloni: nell’ottobre 2022, data d’inizio dell’attuale legislatura, il tema era citato dal 10% dei nostri intervistati; oggi è più che triplicato, dato che le citazioni arrivano al 35%. E se a fine 2022 il problema della sicurezza era al decimo posto nella percezione dei nostri connazionali, oggi è al secondo posto.
Occorre anche separare percezione da realtà concreta. Se guardiamo alla sicurezza nella propria zona di residenza, la maggioranza assoluta (54%) si dichiara molto o abbastanza sicura. Ma una quota assai rilevante (46%) si ritiene poco o per nulla sicura. […]
Insomma, sembra che il problema sia non solo percepito, ma in parte anche sperimentato. […] Più coinvolti sono i residenti nel Nord e nei grandi centri.
Di fatto si tratta dei ceti periferici delle aree centrali. È una frattura che sembra sempre più dare conto di un cambiamento di sentimento che coinvolge progressivamente le nazioni più forti (basti pensare all’affermazione dell’AfD in Germania, proprio nelle aree periferiche di una grande nazione). Riguardo all’orientamento politico, si registra una maggiore senso di insicurezza tra gli elettori di centrodestra (41% si sentono poco o per nulla sicuri) rispetto a quelli di centrosinistra (37%).
Quando si parla di sicurezza si pensa soprattutto ai reati di prossimità: la criminalità comune (38%), le baby gang (28%), il degrado urbano (27%); cui si aggiungono i temi dell’immigrazione (27%), della violenza di genere (23%) e, ma in subordine, della criminalità organizzata (19%).
Con una differenza particolarmente significativa in relazione al tema migratorio: gli immigrati irregolari sono la prima preoccupazione degli elettori di centrodestra (lo cita il 44%) mentre scendono agli ultimissimi posti tra gli elettori di opposizione (12%).
Prevale la convinzione che il governo, pur avendo varato diversi provvedimenti in materia, abbia avuto risultati di scarsa efficacia: lo pensa il 64% degli intervistati (28% pensa che siano stati provvedimenti poco efficaci, 36% per nulla).
Con differenze nette per orientamento politico: tra gli elettori della maggioranza il 60% li valuta almeno in parte efficaci (ma solo 5% molto efficaci), mentre tra quelli di centrosinistra il 51% li considera per nulla efficaci (il 34% pensa lo siano stati poco). Le opinioni si dividono quasi equamente rispetto alle modalità di affrontare il problema: 43% opta per una politica repressiva, 44% invece per interventi di prevenzione.
Con evidenti differenze per orientamento politico pur se con sfumature: nel centrodestra, il 59% è per la repressione ma il 35% per la prevenzione; nel centrosinistra, il 63% per la prevenzione ma anche il 30% per la repressione.
Rimane il fatto che il tema sicurezza sarà rilevante per la prossima campagna elettorale: per il 48% sarà un tema centrale del confronto, il 35% invece ritiene che non sarà così importante. Più convinti della centralità del tema gli elettori delle forze di maggioranza (65%), posizione che rimane comunque maggioritaria anche tra gli elettori della coalizione progressista (52%). Si fatica però a individuare una forza politica che più delle altre sia capace di elaborare proposte convincenti: il 46% non sa indicarne nessuna, mentre i partiti principali si dividono citazioni comprese tra il 9% del M5S e il 17% di FdI.
Nando Pagnoncelli
per il “Corriere della Sera”
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
CON LA NUOVA LEGGE ELETTORALE, PERÒ, I 35 SEGGI DEL SENATO ASSEGNATI IN CASO DI PREMIO SCATTANO SU BASE NAZIONALE. LE OPPOSIZIONI PREPARANO UNA TRENTINA DI RICORSI ALLA CONSULTA. CECCANTI: “LA SENTENZA SARÀ AUTO-APPLICATIVA, NON RICHIEDERÀ UN INTERVENTO SUCCESSIVO DEL GOVERNO E DEL PARLAMENTO”
«Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale» recita l’articolo 57 della Costituzione. Quindi i suoi seggi devono essere ripartiti fra le Regioni in proporzione alla loro popolazione e al loro voto. Con la nuova legge elettorale, però, i 35 seggi del Senato assegnati in caso di premio scattano su base nazionale: dunque non necessariamente in base all’esito del voto nelle singole regioni. È questo uno dei punti sui quali le opposizioni contano di ottenere una pronuncia di incostituzionalità della legge elettorale da parte della Consulta
Le opposizioni si propongono di portare avanti la battaglia contro lo Stabilicum, persa in aula, con i ricorsi in una trentina di distretti di Corte d’appello in tutto il Paese, non appena la legge, promulgata ieri dal presidente della Repubblica, sarà pubblicata. Lunedì alla Camera esponenti di Pd, M5S, Avs, Iv e +Europa li illustreranno insieme ai responsabili della «Rete per un voto libero e uguale», messa su da costituzionalisti, avvocati e altri giuristi contro la riforma
Tutti in attesa della Consulta quindi. Come spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, la «sentenza sarà auto-applicativa, non richiederà un intervento successivo del governo e del Parlamento». Non sarebbe, quindi, indispensabile. Nulla vieta però che la politica scelga di riconsiderare alcuni aspetti, dopo eventuali correzioni della Corte. A patto che le Camere non siano state ancora sciolte, naturalmente.
(da “Corriere della Sera”)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
C’È UN TEMA DI PALETTI AZIENDALI CHE LIMITA LA RICERCA DI NUOVI VOLTI, ESASPERATO DALL’OSSESSIONE DI TELEMELONI PER LA FEDELTÀ, CHE SURCLASSA ANCHE IL TALENTO… POI, C’È IL FORMAT: IL TALK SOPRAVVIVE BENE SE TRATTA LA POLITICA IN PUREZZA, COME FANNO DIMARTEDÌ E PIAZZAPULITA… TERZO PUNTO, IL PUBBLICO. I TELESPETTATORI DEI PROGRAMMI CHE HANNO IN MENTE I DIRIGENTI RAI ESISTONO, MA GUARDANO RETE4. DI FRONTE ALLE RETI RAI SIEDE UN PUBBLICO PIÙ VARIEGATO E QUELLO DI RAI3 FAREBBE VOLENTIERI A MENO DI ‘FILOROSSO’”
«Il conduttore deve esse’ ‘na mignotta». La metafora del dirigente è d’altri tempi, per
dirla con un eufemismo, ma indica chiaramente una delle ragioni per cui i talk “di destra” che la Rai prova a rifilare al suo pubblico affondano, uno dopo l’altro, da tre anni a questa parte. L’ultimo arrivato è Patù, che su Rai2, mercoledì sera, non è andato oltre l’1,5 per cento.
Antonino Monteleone e Roberto Inciocchi non sanno conquistare il pubblico, il conduttore di Filorosso arriva sull’orlo dell’antipatia, motivo per cui la Rai gli ha gentilmente raccomandato di limitare il più possibile la propria presenza in video. I tonfi dei loro programmi (ma anche degli altri esperimenti di TeleMeloni) offerti a un Paese che pure in questo momento storico sembra spostato prevalentemente a destra, dipendono da una serie di fattori.
Ma chi la tv l’ha fatta indica come causa anche i profili deboli dei protagonisti. Per un format teatrale come il talk servono capitani carismatici, è il ragionamento, vero sicuramente per il passato, forse non per il futuro.
Per i dirigenti di destra, la colpa è di chi in passato non ha seminato, anche quando Forza Italia, Lega e An erano al potere. Non è del tutto vero, visto che certi nomi che oggi fanno la fortuna dei palinsesti Mediaset sono nati in Rai, vedi alla voce Mario Giordano e Nicola Porro. Poi l’hanno lasciata, un po’ per ragioni politiche, un po’ per motivi di share,
C’è ovviamente un tema di paletti e vincoli aziendali che limita la ricerca di nuovi volti, esasperato dall’ossessione di TeleMeloni per la fedeltà, che surclassa anche il talento. […]
Poi, c’è il format. Il talk sopravvive bene se tratta la politica in purezza, come fanno DiMartedì e PiazzaPulita, mentre l’offerta di cronaca nera è più che satura, ma continua a tirare (vedi i casi di Ore14 sera e Verità nascoste): le nuove prime serate dell’approfondimento fondono assieme i due generi, ottenendo un ibrido.
Perfino l’inventore del modello-ircocervo, Massimo Giletti – anche lui nella categoria dei cattivi, che però riesce a essere nazionalpopolare e si porta a casa il 7 per cento – ha adeguato il suo Stato delle cose: la politica compare quasi solo in maniera indiretta, commentata in genere da un altro padre del talk certamente non di destra come Michele Santoro. E poi, via di cronaca.
Terzo punto, il pubblico. I telespettatori dei programmi che hanno in mente i dirigenti Rai esistono, ma guardano Rete4: di fronte alle reti del servizio pubblico siede un pubblico più variegato, di fronte a Rai3 uno che di Filorosso farebbe volentieri a meno […] Un tipo di programmi che però la governance non può e non vuole mettere in palinsesto, almeno fintantoché non ci sia un talk di destra che spicchi il volo. Un progetto quasi impossibile da realizzare, per tutte queste ragioni e almeno altre due: da un lato ci vorrebbe qualcuno che attacchi il governo mentre dall’altro, fare una concorrenza vera ai programmi di Giordano, Porro e Del Debbio significherebbe mettere sotto seria pressione Mediaset.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
MANCANO ALL’APPELLO CIRCA 5.700 PROFESSIONISTI E OLTRE 10.600 POTREBBERO ANDARE IN PENSIONE ENTRO IL 2031 – QUALCHE SEGNALE POSITIVO ARRIVA DAI GIOVANI: NEL 2026 LE BORSE DI FORMAZIONE SONO AUMENTATE DEL 19% E GLI ISCRITTI AL CONCORSO DELL’8,8%, MA SARÀ DIFFICILE COLMARE IL VUOTO
Se negli ospedali per la prima volta i medici che si sono dimessi hanno superato quelli andati in pensione, sul territorio non va meglio. Qui a scarseggiare sono i medici di famiglia, tanto che 6,8 milioni di italiani sono rimasti senza camice bianco di fiducia o devono dividerlo con una folla di pazienti superiore ai 1.200 assistiti indicati come numero ideale dalla Convenzione. Erano poco più di 3 milioni appena tre anni fa.
A scattare la fotografia della desertificazione degli studi medici è la Fimmg, il principale sindacato dei medici di medicina generale, che all’85° Congresso nazionale di Villasimius mette in fila numeri poco rassicuranti.
Oggi il 51,7% dei medici di famiglia ha sfondato quota 1.500 assistiti (il massimo consentito in deroga) e non sono rari quelli arrivati a 1.800 o addirittura 2.000 pazienti. Con inevitabili conseguenze sul tempo che si può dedicare a visite, prevenzione e presa in carico dei malati cronici.
In Lombardia è in overbooking il 74% dei medici, in Veneto il 68%, a Bolzano il 65,1%, in Valle d’Aosta il 61,1%. Ma il problema attraversa la Penisola: in Sardegna è oltre il limite il 60,6% dei camici bianchi e in Campania il 58,8%. Complessivamente sono 12 le Regioni nelle quali più della metà dei medici supera i 1.500 assistiti. E nei territori più in difficoltà c’è anche chi resta formalmente senza medico, affidato a turno agli altri professionisti delle Aggregazioni funzionali territoriali.
A monte c’è un buco che la Fimmg quantifica in circa 5.700 medici rispetto a un fabbisogno di 42.500 professionisti. Una falla destinata a restare aperta. Le elaborazioni Fimmg sui dati Enpam dicono infatti che tra il 2026 e il 2031 oltre 10.600 medici raggiungeranno i 68 anni e potranno andare in pensione. Anche mantenendo circa 2.200 borse di formazione l’anno e calcolando un 20% di abbandoni, tra cinque anni all’appello continuerebbero a mancare più o meno gli stessi 5.700 medici di oggi.
Con un’aggravante: una parte di chi oggi frequenta il corso di formazione è già convenzionata e quindi, una volta conseguito il titolo, non rappresenterà un ingresso aggiuntivo. Qualche segnale di speranza arriva però proprio dai giovani. Nel 2026 le borse per diventare medici di famiglia sono salite da 2.228 a 2.651, 423 in più, con un incremento del 19%. E soprattutto sono tornati ad aumentare gli aspiranti: gli iscritti al concorso per il triennio 2026-2029 sono passati da 5.396 a 5.875, quasi 500 in più, pari all’8,8%.
(da agenzie)
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Ottobre 11th, 2026 Riccardo Fucile
BEPPE SEVERGNINI: “IL MOTIVO DELLA RELATIVA PACE SOCIALE? È IN ATTO UN SILENZIOSO, COLOSSALE PASSAGGIO DI RICCHEZZA. OGNI ANNO, DA CINQUE ANNI, IL NUMERO DELLE CASE PASSATE IN SUCCESSIONE EREDITARIA SUPERA LE 400MILA UNITÀ. E CHE SUI CONTI BANCARI DEGLI ITALIANI GIACCIONO 2.100 MILIARDI” … “CON 2MILA EURO MENSILI DI REDDITO, NON SI METTE SU FAMIGLIA. E L’AIUTO DA DOVE VIENE? DA UN TESTAMENTO, DA PARENTI GENEROSI, DA GENITORI ATTENTI. MA QUANTO PUÒ DURARE?”
Gli studenti francesi sono scesi violentemente in piazza, molte scuole sono chiuse. Le
nuove generazioni spagnole chiedono una casa, e si avviano a elezioni tumultuose. Tra gli elettori tedeschi orientali, nella fascia 16-25 anni, la percentuale che appoggia l’ultradestra di Alternative für Deutschland (AfD) è compresa tra 35% e il 40%. E in Italia? In confronto ai nostri partner europei […] la situazione è relativamente tranquilla.
Perché? Interventi governativi, un collaudato sistema previdenziale, resilienza economica? Queste leve esistono, non c’è dubbio.
Ma il motivo della relativa pace sociale è un altro. È in atto un silenzioso, colossale passaggio di ricchezza. Se ne parla a casa, tra amici, al lavoro, negli studi dei notai, ma non viene ancora indicato come un fenomeno epocale: qual è.
Pensate che ogni anno, da cinque anni, il numero delle case di abitazione passate in successione ereditaria supera le 400.000 unità. E che sui conti bancari degli italiani giacciono 2.100 miliardi, due terzi su conti correnti tradizionali.
La sensazione è che una generazione ne stia mantenendo un’altra. Certo, sarebbe meglio che i nuovi italiani non dipendessero da genitori e nonni. Sarebbe bello […] avessero affitti abbordabili e salari proporzionati al costo della vita. Ma poiché così non è, devono trovare un aiuto: con duemila euro mensili di reddito, non si mette su famiglia. E l’aiuto da dove viene? Da un testamento, da parenti generosi, da genitori attenti.
Ma quando può durare tutto questo? I primi boomer, classe 1946, compiono ottant’anni. Gli ultimi, nati un ventennio dopo, ne fanno sessanta. Avremo addosso l’ Argento Vivo , come recita il titolo del nuovo libro di Federico Rampini, ma non siamo eterni. I trasferimenti di ricchezza continueranno […] ma non possono diventare la strategia nazionale.
Eppure, le alternative non si vedono. Un Paese demograficamente affaticato — il numero degli ultraottantenni ha superato quello dei bambini sotto i dieci anni! — continua a ragionare con la testa voltata all’indietro.
Prendiamo la legge-simbolo degli anni Venti, il Superbonus: secondo il Ministero dell’Economia e delle Finanze è costato allo Stato 174 miliardi di euro. Considerando anche gli altri bonus edilizi (come il Bonus Facciate), il carico per le finanze pubbliche arriva a 220 miliardi, cinque volte le stime iniziali. Chi ne ha tratto vantaggio? Noi, che una casa l’abbiamo già. Non i nostri figli, per cui il costo delle ristrutturazioni edilizie è letteralmente raddoppiato. La beffa, oltre che il danno.
Un’altra prova di scarsa lungimiranza collettiva? A differenza di altri Paesi europei non abbiamo ancora deciso come organizzare l’immigrazione: quella che arriverà, ma soprattutto quella che già vive qui (siamo arrivati al 10 per cento della popolazione). Che direzione prendere?
Il governo Meloni sembra tentato dalla strada francese: integrazione spinta, puntellata di interventi simbolici. La sinistra — sempre che il nome collettivo sia oggi utilizzabile — pare ispirarsi alla via britannica: convivenza tollerante, incrociando le dita.
La maggior parte degli italiani ha scelto il fatalismo: lasciamo che le cose accadano, vediamo come va. Errore madornale che, di nuovo, pagheranno i nostri figli. Basta entrare in una scuola materna o elementare per capire che i nostri nipoti sono già oltre: quel mondo multietnico lo abitano con naturalezza.
Beppe Severgnini
per il “Corriere della Sera”
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