Ottobre 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA FRANCIA È PERCEPITA DAL MERCATO COME UNA POTENZIALE SPINA NEL FIANCO PER TUTTA EUROPA: IL RISCHIO D’OLTRALPE POTREBBE ESPANDERSI A MACCHIA D’OLIO ANCHE VERSO ALTRE ECONOMIE DEL CONTINENTE, E LA PRIMA INDIZIATA È L’ITALIA, PAESE CON IL DEBITO PUBBLICO PIÙ ALTO D’EUROPA
La Francia sprofonda in una nuova spirale di caos politico ed economico, con lo spread
tra Oat decennale e Bund tedesco che solo ieri si è impennato di oltre 10 punti base, schizzando da poco più di 130 a 140 punti (per poi chiudere a 139). Il titolo di Stato transalpino è arrivato nell’intraday a rendere più del 4,9%.Il tutto è avvenuto, peraltro, dopo che martedì la leader del partito di Destra Rassemblement National, Marine Le Pen, aveva provvisoriamente tranquillizzato il mercato con un programma economico dall’obiettivo dichiarato di scendere al 2,2% di deficit-pil nel 2032 e di riportare l’indebitamento al 112% del prodotto interno lordo dal 116% del 2025. Attualmente nei sondaggi politici il Rn è dato al 35%: per questo il bilancio proposto da Le Pen è stato fin da subito salutato con favore.
Ma lo scetticismo dell’attuale esecutivo («un bilancio Potemkin di cartapesta», hanno detto i ministri dell’Economia e dei Conti Pubblici) unito alla tensione crescenti sui bond Usa e al nuovo rialzo dei prezzi del petrolio hanno esasperato la nuova ondata di vendite sugli Oat.
La Francia è oggi percepita dal mercato come una potenziale spina nel fianco per tutta Europa. Impossibile non chiedersi se il rischio d’Oltralpe possa espandersi a macchia d’olio anche verso altre economie del continente, e la prima indiziata è l’Italia, dove lo spread viaggia attualmente intorno ai 115 punti e la crisi energetica e inflazionistica già sta avendo le sue ripercussioni sul piano politico. Il mercato parrebbe però essere ancora fiducioso nei confronti della disciplina di bilancio dimostrata da Roma negli ultimi anni.
(da agenzie)
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Ottobre 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRIMO SI E’ SEMRE DICHIARATO PENTITO, IL SECONDO HA SEMPRE DETTO “LO RIFAREI”… IL PRIMO HA SCONTATO5 ANNI E 3 MESI, SI TRATTA DI UNA GRAZIA PARZIALE SUGLI ULTIMI 4 ANNI CHE AVREBBE DOVUTO SCONTARE IN CARCERE, IL SECONDO E’ APPENA ENTRATO IN CARCERE
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso la grazia a Guido Gianni. Il gioielliere ha ricevuto una condanna a 12 anni e 4 mesi di reclusione per duplice omicidio e tentato omicidio. I fatti risalgono al 2008, durante un tentativo di rapina nel suo esercizio di Nicolosi in provincia di Catania.
Oggi Gianni ha 66 anni, ha già espiato 5 anni e tre mesi e gli resta da scontare un residuo di pena di quattro anni. Potrà essere affidato in prova ai servizi sociali. Ma qual è la differenza tra Gianni e Mario Roggero, condannato per gli stessi reati e senza grazia?
La differenza tra Mario Roggero e Guido Gianni
Intanto, spiega oggi Repubblica, Gianni si è sempre dichiarato pentito. A differenza di Roggero che ha cominciato a farlo soltanto dopo le condanne. «Lo rifarei», ha ripetuto più volte. La richiesta di grazia è arrivata al Quirinale dopo l’istruttoria del tribunale di sorveglianza e del ministero della Giustizia. La presunta richiesta di grazia per Roggero non è mai arrivata al Colle nonostante le promesse del Guardasigilli Carlo Nordio.
Gianni colpì di spalle i due 21enni che lo stavano rapinando. Quindi nessuna legittima difesa. Era stato vittima nel 1999 anche di un’altra rapina. La grazia di Roggero è stata invece un’istruttoria di Nordio senza avvisare Mattarella. Che lo convocò il 16 luglio scorso per spiegargli che l’iniziativa spetta al presidente della Repubblica in assenza di una richiesta del diretto interessato.
La moglie
Il 18 febbraio 2008, giorno della rapina nella gioielleria di Gianni, i banditi presero in ostaggio la moglie Maria Angela Di Stefano. Uno aveva un’arma giocattolo senza tappo rosso. Il gioielliere sparò prima due colpi in aria. Dopo sparò alla schiena di Davide Laudani e Sebastiano Catania. Il terzo, Fabio Pappalardo, rimase ferito. «Sono ancora frastornata. Ringrazio il presidente Sergio Mattarella per questa grazia, anche se parziale. Fino a ieri piangevo lacrime di dolore, oggi di gioia. Anche se non sono sicura che Guido tornerà a breve un cittadino libero», dice oggi la moglie al quotidiano.
La condanna
In primo grado, il gioielliere di Nicolosi era stato condannato a 13 anni, con diverse attenuanti. I pubblici ministeri ne avevano chiesto 17. In Cassazione, diventarono 12 anni e quattro mesi. «In carcere, mio marito si è ammalato. E, adesso, anche io sto male: lo stress e tutto ciò che è accaduto hanno lasciato segni molto pesanti. Sono ferite che non verranno cancellate dalla grazia». Sono stati 83.643 i firmatari della petizione per Guido Gianni. «Il processo è andato come è andato. In un primo momento era stata valutata la legittima difesa, poi i giudici hanno fatto valutazioni diverse».
(da Open)
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Ottobre 8th, 2026 Riccardo Fucile
SUL TAVOLO LA SCELTA DEL CANDIDATO PREMIER E I TEMPI DEL GAZEBO… SCHLEIN SMENTISCE CONTE: NON HA MAI PROPOSTO DI FARE ENTRAMBI UN PASSO INDIETRO E NON HA FATTO IL NOME DI UNA FIGURA TERZA
Tavoli separati a Montecitorio. Quello sul programma latita, ancora non si sa se si farà e
quando, in compenso i leader del cosiddetto campo largo continuano a incontrarsi, ma a gruppi di due, mai tutti insieme appassionatamente come quel primo giorno in trattoria. Era il 16 giugno, a un tiro di schioppo da Campo de’ Fiori: sono trascorsi quattro mesi, e da allora le condizioni atmosferiche nell’alleanza anziché migliorare segnalano bufera. Complice un dibattito sulle primarie — sì, no, forse — che sta surriscaldando il clima.
La settimana scorsa è toccato a Elly Schlein e Giuseppe Conte ritrovarsi in un luogo segreto per decidere di affidare ai gazebo la scelta del candidato premier — anche se qui le versioni divergono — senza però indicare né le regole né la data, su cui restano parecchie discordanze. Ieri ad attovagliarsi al ristorante della Camera sono stati il medesimo Conte e i due leader di Avs: prima il capo cinquestelle si è intrattenuto a lungo su un divanetto con Angelo Bonelli, poi insieme sono andati a pranzo e hanno invitato Nicola Fratoianni a unirsi al loro desco. Non la segretaria del Pd che nel frattempo, scortata dalla capogruppo Chiara Braga, aveva quasi finito ed è subito scappata via, inseguita da un principio di influenza — spiega lo staff — che la tormenta da un po’.
Nel menù, oltre ai piatti stampati su cartoncino color latte, le difficoltà di una coalizione che non riesce a fare progressi, rimasta impantanata nella lotta per la leadership. A dispetto delle smentite di rito: «Non abbiamo parlato di politica», chiarisce l’ex premier. Si è trattato solo di «un proficuo scambio di vedute», confermano gli altri due commensali. «Nulla di programmato, ci siamo incrociati, siamo andati a mangiare e abbiamo discusso di legge elettorale», precisa Bonelli.
Per tanti, un’improbabile excusatio. È noto che proprio i rossoverdi siano i più ostili alle primarie: le considerano «divisive», rischiano di seminare «scorie difficili da smaltire», perciò da evitare a ogni costo. Conoscono il malumore strisciante in un pezzo di Pd: «Se Elly non le vincesse, per il nostro partito sarebbe un disastro», gli ha confessato più d’un collega. Hanno apprezzato l’offerta di Conte alla segretaria dem — «Facciamo entrambi un passo indietro e individuiamo una figura terza, di garanzia, che vada bene a tutta la coalizione» — respinta però con perdite. Ecco perché non intendono mollare. Convinti che l’intervento anti-gazebo dell’avvocato possa ancora fare breccia al Nazareno.
Sempre che sia vero quanto raccontato. A sentire Schlein non si direbbe. Ai suoi lo ha confidato, un po’ spazientita: «Non è andata come riferisce Giuseppe, lui mi ha solo chiesto se si andava dritti alle primarie e io ho risposto di sì, non ha mai ipotizzato un nostro passo indietro né un terzo nome». Due argomenti che non sarebbero stati neppure sfiorati. Per poi ritrovarseli spiattellati su Repubblica, lasciando un retrogusto davvero amaro.
Di certo c’è che tra le fila democratiche l’attivismo del capo del Movimento non è passato inosservato: «Si è messo in testa di fare il regista, vuol dare le carte», sibila un deputato di lungo corso, «non ha capito il messaggio “uno non vale uno” recapitato da Elly in direzione». I più maliziosi vedono nel pranzo a tre una saldatura 5S-Avs per spingere Conte alle primarie, se si faranno. Ma «non sarà il gioco delle sedie a dotarci di un programma convincente e di un profilo di governo», attacca il senatore Filippo Sensi: «Diamoci una mossa». Non al tavolo di un ristorante, ma a quello di coalizione, che ancora non c’è.
(da Repubblica)
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Ottobre 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA RISTRETTA CERCHIA CHE GOVERNA L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE HA LE CARATTERISTICHE DI UNA SETTA RELIGIOSA
Dice e scrive l’americana Jill Lepore, storica del presente, che la ristretta cerchia che possiede e governa l’intelligenza artificiale ha tutte le caratteristiche di una setta religiosa. Perfino nell’abbigliamento. E progetta, messianicamente, l’avvento di uno Stato Artificiale che si sostituirà alla democrazia e governerà il mondo. Con Ia nelle vesti di Dio. E noi tutti proni e devoti — tranne i ribelli, peccato non avere più vent’anni…
È una lettura non incredibile dello stato delle cose: di incredibile, del resto, è rimasto molto poco. Probabile che non esista un vero e proprio patto costitutivo di questa Tecno-chiesa. Ma almeno due caratteristiche evidenti (il fanatismo estatico con il quale i sacerdoti-tycoon predicano la loro fede, e il fatto che siano tutti inesorabilmente maschi) non lasciano presagire niente di buono, e soprattutto niente di nuovo.
Una ennesima religione patriarcale, con tutti maschi sotto i riflettori, e le femmine dietro le quinte che come massima ambizione puntano a spillare qualche miliardo per il divorzio? Che noia: già visto, già sentito. Una nuova Terra promessa, il digitale? Che noia, e che mancanza di rispetto per il mondo così com’è. Con tutti i suoi difetti ma anche la sua meravigliosa imperfezione.
Musk con i suoi quattordici figli, il suo superomismo spaccone, il suo fascismo politico, è il frontman indiscusso della compagnia. Ed è anche la certificazione di quanto di vecchio, anzi di decrepito, tutto questo “nuovo” porti in seno. Il solito vecchio potere, nel nome del quale ci si scanna da prima ancora che scoprissimo la ruota.
(da Repubblica)
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Ottobre 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL CONTO DEGLI ANNUNCI E’ GIA’ DI ALMENO 45 MILIARDI MA LE MISURE BANDIERA SONO IRREALIZZABLI
Taglio dell’Irpef per il ceto medio, conferma dello stop al bollo auto, un intervento per
favorire il pensionamento anticipato e il potenziamento della cedolare secca. Per realizzare gli annunci dei partiti della maggioranza, servirebbe una manovra da circa 45 miliardi di euro. E questo al netto dei 14 miliardi di euro all’anno per energia e armi che godono della flessibilità prevista dall’Ue (proprio nelle prossime ore è atteso il via libera della Commissione europea alla richiesta formale del governo italiano).
L’appello alla prudenza di Giancarlo Giorgetti non ha fatto breccia. Al contrario, calcolatrice alla mano, le stime delle prime misure “desiderate” richiedono una spesa alta. Quindi o Giorgia Meloni apre i cordoni della borsa e accetta di scontrarsi con l’Ue sul deficit oppure, come è più probabile, le anticipazioni sono semplicemente un “libro dei sogni”.
Promesse da lanciare nel dibattito politico in ottica elettorale. Meloni ha riferito di aver sentito la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, sul tema della maggiore flessibilità. «Si deve tenere in considerazione che nei nostri bilanci ci saranno miliardi e miliardi in più da spendere senza averlo deciso», ha detto la premier. E ha aggiunto: «Non stiamo chiedendo una spesa libera perché vogliamo essere allegri». Sullo sfondo resta il tema degli aumenti del carburante. «Siamo disponibili a intervenire con il meccanismo delle accise mobili», ha detto Meloni.
Il ministro dell’Economia Giorgetti arriva all’Ecofin con un pacchetto di richieste per avere un maggiore margine. Garantendo attenzione alla spesa.
Libro dei sogni
Ma sarà difficile tenere a bada gli appetiti dei partiti. In cima alla lista c’è il tema delle pensioni. L’adeguamento al costo della vita, legato alla crescita dell’inflazione, vale almeno 10 miliardi di euro. Un macigno come base della manovra. La Lega vuole andare pure oltre. Il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, ha rilanciato la riforma per andare in pensione a 64 anni. Operazione esosa: le prime valutazioni parlano di almeno 5 miliardi di euro. Solo di previdenza, in caso di via libera al progetto di Matteo Salvini, servono circa 15 miliardi.
C’è poi la voce delle spese annunciate ai quattro venti. Una delle misure date per certe nella prossima legge di Bilancio è il taglio dell’aliquota Irpef, dal 43 al 33 per cento, per i redditi tra 50mila e 60mila euro. Secondo una stima del Mef, il costo è di almeno 2,7 miliardi di euro per una platea di oltre 3 milioni di contribuenti. Bisogna prevedere almeno 3 miliardi di euro.
La manovra è un banco di prova per la madre di tutte le misure elettorali di questo fine legislatura: la cancellazione del bollo per auto e moto fino a 80 chilowattora, che per ora è valida solo per un anno, il 2027. Per finanziare l’intervento, il decreto ha messo a disposizione 2,3 miliardi di euro. Una buona fetta, 1,5 miliardi, è arrivata da somme del Pnrr. Si tratta di una copertura una tantum. Il governo, o meglio il Mef di Giorgetti, deve reperire almeno altri 3 miliardi di euro (calcolando i veicoli a cui scade l’esenzione attualmente prevista) per rendere strutturale l’eliminazione del bollo e rifondere le regioni sul mancato gettito. Sempre Salvini vuole 8 miliardi di euro per evitare il blocco dei cantieri, affrontando con queste risorse i rincari dei materiali.
E siamo solo all’inizio. A Meloni piace l’idea del leader di Forza Italia, Antonio Tajani, della detassazione delle tredicesime. L’intervento sarebbe un boost per le tredicesime di dicembre 2026, realizzando la seconda grande misura elettorale: un beneficio immediato nelle tasche dei lavoratori.
La detassazione totale avrebbe un costo compreso tra 3 e 5 miliardi di euro, secondo un’anticipazione di Milano Finanza. Lo sconto potrebbe essere “ridotto”, non al 100 per cento. In ogni caso servono 3 miliardi di euro. Il contatore è già sopra i 30 miliardi.
Affitti e sanità
Il capitolo della spesa sanitaria è un altro convitato di pietra. Secondo il Documento programmatico di finanza pubblica scenderà al 6,3 per cento rispetto al Pil nel 2027. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, non vuole chiudere così il mandato. Vuole mettere sul tavolo un ulteriore finanziamento per la sanità di 4-5 miliardi di euro. Noi Moderati di Maurizio Lupi ha proposto l’abbassamento dell’aliquota della cedolare secca al 5 per cento per gli affitti a lungo termine. Stime prudenziali, per una platea ridotta, indicano un costo di mezzo milione di euro.
Limiti agli affitti brevi, l’Ue presenta il conto e le lobby insorgono
Conti alla mano, un intervento più incisivo richiede il doppio, forza anche il triplo. E ancora: Giorgetti ha chiesto la flat tax al 5 per cento per l’aumento ai lavoratori under 35. Costo da stimare, ma sempre nell’ordine del mezzo milione di euro di mancati introiti. La voce sostegno alla demografia conta il probabile rinnovo del bonus bebè per il 2027, che nel 2026 ha richiesto uno stanziamento di 360 milioni di euro. Per questo settore si stima almeno un miliardo di spesa.
C’è infine tutto il capitolo delle richieste di Confindustria. Una parte delle risorse può arrivare dalla flessibilità sulle spese energetiche con il rafforzamento dell’ecobonus dall’attuale 50 al 65 per cento. Ma restano da finanziare il potenziamento delle Zes e degli investimenti: servono 4-5 miliardi. E per la manovra dei sogni della destra servirebbe un mezzo Pnrr.
(da agenzie)
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Ottobre 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA CON VINCENT LEPIERRE LO HA FATTO ESPLODERE SUI SOCIAL, POI L’INCONTRO CON MELENCHON E L’INVITO IN TELEVISIONE
“Non vogliamo questi governi che si susseguono senza servire assolutamente a nulla. È da un pezzo che Macron ha dimostrato di essere un incapace. Quindi oggi non vogliamo un governo di incapaci. Vogliamo qualcuno che cambi le cose. Una sinistra di rottura sarebbe la soluzione migliore per i giovani”. È probabilmente qui che si capisce davvero chi è Elwan. Non perché questa frase lo trasformi improvvisamente in un leader politico, non lo è, ma perché spiega perfettamente come mai, nel giro di pochissimo tempo, un liceale parigino sia passato dall’essere uno dei tanti ragazzi coinvolti nelle proteste a diventare uno dei volti più riconoscibili della mobilitazione.
Chi è Elwan, il liceale diventato il volto delle proteste francesi
Elwan è uno studente del liceo Jacques-Decour di Parigi. Quando parla davanti alla telecamera non sembra interessato soltanto alle condizioni della propria scuola: parla di aule invivibili, di riscaldamenti che non funzionano, di insegnanti che mancano, di studenti delle banlieue lasciati indietro. Poi allarga il discorso alla povertà, al razzismo, alla polizia e, inevitabilmente, alla politica. E alla fine mette nero su bianco quello che pensa: non vuole semplicemente più soldi per la scuola, vuole una rottura con il sistema politico francese.
A fargli le domande è Vincent Lapierre, reporter e fondatore di Le Média pour Tous, spesso collocato dalla stampa francese nell’area della destra radicale. È questa intervista, pubblicata il 4 ottobre, a far esplodere il nome di Elwan sui social e a trasformarlo da studente sconosciuto a personaggio pubblico.
Elwan non inizia a parlare di politica, ma parte proprio raccontando della sua scuola. Denunciando alcune aule, che durante l’estate arrivano a circa 35 gradi, proprio mentre lì vengono svolti alcuni degli esami più importanti. D’inverno, invece, i riscaldamenti non funzionano, e gli insegnati mancano di continuo.
Poi parla degli altri ragazzi, liceali come lui che vivono situazioni ancora più difficili, con scuole che non hanno abbastanza attrezzature e famiglie che fanno fatica a garantire ai propri figli le stesse possibilità degli altri, solo perché sono relegati in una periferia che lo Stato non vuole vedere. “Siamo noi la Francia, siamo noi il futuro. Se chi governa dice di amare il Paese e di essere patriota, allora dovrebbe preoccuparsi di come stanno crescendo i ragazzi che domani dovranno mandarlo avanti”, è da questa idea che Elwan allarga il discorso dalla sua scuola a quello che sta succedendo nel resto della Francia.
La rabbia che va oltre i cancelli delle scuole
Quando Lapierre gli chiede della violenza e di quello che sta succedendo nelle banlieue, Elwan torna ancora una volta alle condizioni sociali. Prima ancora di parlare dei ragazzi che partecipano agli scontri, invita a guardare la realtà da cui arrivano. “Cerca di capire anche la situazione di quelle persone nelle banlieue, che vivono immerse nella violenza. Vivono nella miseria. Come pretendi che ne escano fuori altrimenti?” Poi rincara: “Se vivessero in una bella famiglia, in una bella casa, andrebbero a scuola tutti i giorni, mangerebbero bene, non ci sarebbero problemi”. Per Elwan il punto è proprio questo: non si può parlare della violenza senza parlare anche di povertà, scuola e condizioni di vita. E lo stesso discorso vale per il razzismo e per il rapporto con la polizia.
Poi arriva la politica. Elwan dice di non volere “Questi governi che si susseguono senza servire assolutamente a nulla”. Di Macron dice che “Da un pezzo ha dimostrato di essere un incapace”. E alla domanda su quale sarebbe la soluzione per i giovani, parla di “Una sinistra di rottura”.
“I francesi non hanno motivo di scandalizzarsi. Ieri ho sentito di tutto e di più: Marine Le Pen ha fatto il suo show sostenendo che la LFI controlla tutto. Noi non siamo controllati da Mélenchon, né da chi lo segue. Siamo un movimento composto essenzialmente da studenti, quindi siamo consapevoli della nostra situazione”. E non si limita nemmeno a difendere l’autonomia della protesta, “Se ci sono deputati del Partito Socialista che vogliono darsi una mossa e venire, che vengano pure a darci il loro sostegno. D’altronde, non è normale che solo la France Insoumise sia legata a questa battaglia”.
Il sostegno di Mélenchon alla protesta di Elwan e dei liceali francesi
Due giorni dopo, avviene proprio ciò che Elwan chiedeva a gran voce durante l’intervista con Lapierre, si ritrova proprio accanto a uno dei principali esponenti della sinistra francese. È il 6 ottobre e a Parigi mentre è in corso una nuova giornata di mobilitazione dei liceali, nel corteo compare Jean-Luc Mélenchon e quando Elwan lo vede gli va incontro. “Sono davvero molto contento di vedervi qui, signor Mélenchon”, gli dice, prima di abbracciarlo e tornare poi nel corteo.
Poco dopo, parlando con i giornalisti, Elwan non nasconde la sua ammirazione: “È lui che salverà la Francia, ne sono convinto”. Mélenchon, a sua volta, pubblica sui social la foto dell’incontro e la accompagna con una frase altrettanto significativa: “Incontro di tribuni del popolo!”.
Jean-Luc Mélenchon, il leader di La France Insoumise e candidato della sinistra radicale alle presidenziali del 2027, è soprattutto un nome che tra i ragazzi continua a girare parecchio: nei sondaggi di settembre arrivava al 41-42% tra gli under 25, contro circa il 16-17% considerando l’intero elettorato. A sostegno degli studenti si è mosso anche Aymeric Caron, deputato dello stesso partito di Melechon, che il 1° ottobre si è presentato proprio davanti al liceo Jacques-Decour per incontrare i ragazzi e sostenere pubblicamente le loro rivendicazioni.
Il video continua a girare e, nel giro di pochi giorni, Elwan finisce anche in televisione. Questa sera, 7 ottobre, sarà essere ospite del programma di David Pujadas, dove parlerà delle proteste dei liceali. Fino a poco prima era uno studente davanti ai cancelli del suo liceo, ora si prepara a raccontare quella stessa protesta davanti a un pubblico nazionale.
Allo stesso tempo Elwan ha la consapevolezza di avere una posizione privilegiata.”Io sono bianco, ho un capitale culturale che è anche abbastanza importante, intervistate la gente delle banlieue”, come dice lui stesso in un’intervista a Quotidien. “Sono quelli che hanno più cose da dire”. E proprio per questo, secondo lui, i media dovrebbero evitare di concentrarsi sempre sulle stesse facce e dare invece spazio anche ai ragazzi delle banlieue, soprattutto alle minoranze, che hanno più cose da dire ma molte meno possibilità di essere ascoltati.
(da Fanpage)
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Ottobre 8th, 2026 Riccardo Fucile
È ANCHE “MERITO” DELLA DUCETTA, CHE NELLA SUA PRIMA LEGGE DI BILANCIO, NEL 2022, OFFRI’ AI TRASGRESSORI 12 DIVERSI CONDONI, FACENDO PASSARE IL MESSAGGIO CHE CHI LE PAGA LE IMPOSTE E’ UN COJONE… INOLTRE, LA PREMIER, CHE DEFINÌ LE TASSE “PIZZO DI STATO”, HA FATTO UN REGALO AGLI EVASORI INNALZANDO IL LIMITE PER I PAGAMENTI IN CONTANTI A 5 MILA (PRIMA ERA DI MILLE)
L’evasione fiscale in Italia è più alta di quanto stimato in precedenza e mostra una
tendenza al rialzo, secondo nuovi dati governativi, sollevando interrogativi sulla capacità di Roma di affrontare un problema cronico mentre cerca di tenere sotto controllo le proprie finanze pubbliche sotto pressione.
Secondo un rapporto di una commissione nominata dal Tesoro, le imposte e i contributi sociali non versati sono aumentati di oltre €7 miliardi ($7,87 miliardi) nel 2023 rispetto al 2022, portando il totale a una cifra compresa tra €107,9 miliardi e €112,8 miliardi. L’Italia pubblica le proprie stime sull’evasione fiscale con un ritardo di tre anni, in modo che, qualora l’evasione risulti in calo, i governi non possano spendere entrate che potrebbero rivelarsi temporanee.
Con un debito pubblico enorme e in aumento, che secondo le previsioni raggiungerà un picco del 138,5% del prodotto interno lordo il prossimo anno, Roma punta a perseguire una politica di bilancio prudente in un contesto di aumento dei costi di finanziamento.
La sua prima legge di bilancio ha offerto ai trasgressori 12 diverse sanatorie fiscali, riducendo o eliminando le sanzioni qualora saldassero i propri debiti con il fisco. Il rapporto ha mostrato che l’evasione fiscale è aumentata tra il 2021 e il 2023, pur aggiungendo che l’incremento in termini monetari assoluti potrebbe riflettere in parte l’aumento del reddito imponibile, trainato dalla ripresa economica post-COVID-19 e dall’aumento dell’inflazione negli ultimi anni.
Gli esperti nominati dal governo hanno pertanto raccomandato di utilizzare come indicatore più appropriato per l’analisi il rapporto tra l’ammontare delle imposte non versate e il totale delle imposte dovute. Utilizzando questo criterio, la propensione dell’Italia a evadere le tasse è diminuita su base annua di 0,2 punti percentuali nel 2023, attestandosi a una stima compresa tra il 17,3% e il 17,5%.
Tra il 2019 e il 2023, l’indicatore è migliorato in modo più deciso, di circa 2,5 punti percentuali. La propensione a evadere l’imposta sul valore aggiunto è salita al 20,4% nel 2023 dal 19,4% dell’anno precedente.
«Guardando a un arco temporale più lungo, si osserva una graduale diminuzione della quota dell’economia sommersa nell’economia nazionale», afferma il rapporto. Tuttavia, l’Italia ha rivisto al rialzo le proprie stime delle imposte e dei contributi previdenziali non versati per il periodo 2019-2022 rispetto ai dati pubblicati nel precedente rapporto diffuso un anno fa.
Tra le misure adottate per attenuare le precedenti strette sull’evasione, Meloni ha innalzato il limite per i pagamenti in contanti a €5.000 euro da €1.000. È stata costretta a fare marcia indietro su una proposta volta a ridurre le sanzioni contro gli esercenti che rifiutavano di accettare pagamenti digitali, in seguito alle critiche delle autorità dell’Unione europea.
(da www.reuters.com)
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Ottobre 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DEI TRASPORTI E SEGRETARIO DELLA LEGA SALVINI SPIEGA CHE IL GOVERNO STAREBBE VALUTANDO LA PROPOSTA
Il governo innalzerà a 70 anni il limite di età per guidare un tir con le merci, un autobus con le persone. Il prolungamento, che funzionerà su base volontaria, sarà esaminato già la prossima settimana in Consiglio dei ministri.
In videocollegamento all’assemblea di Federtrasporto, Matteo Salvini spiega che la possibilità di lavorare oltre gli attuali limiti riguarda un settore che ha esigenze particolari e necessita di persone al volante.
Il ministro dei Trasporti collega la proposta al più ampio intervento sulle pensioni, ricordando l’impegno del governo a rendere possibile, in alcuni casi, l’uscita dal lavoro a 64 anni rispetto ai 67 della legge Fornero. Per l’autotrasporto, invece, si viaggia verso l’opzione opposta, che porta a restare in attività più a lungo.
La permanenza alla guida fino a 70 anni sarebbe accompagnata da controlli sanitari più frequenti. Chi supera i 65 anni, precisa Salvini, dovrà affrontare visite ed esami ogni due anni invece che ogni cinque.
(da agenzie)
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Ottobre 8th, 2026 Riccardo Fucile
LE TRE DATE CHIAVE PER IL FUTURO DELL’UNDERDOG DI COLLE OPPIO SONO: LE ELEZIONI IN ISRAELE DEL 27 OTTOBRE, QUELLE DI MEDIO MANDATO NEGLI STATI UNITI DEL 3 NOVEMBRE E LE POLITICHE IN SPAGNA DEL 29 NOVEMBRE … I DESTINI DI NETANYAHU, TRUMP E SANCHEZ SONO IN QUALCHE MODO LEGATI A QUELLO DELLL’ARMATA BRANCA-MELONI. I PRIMI DUE PERCHÉ GRANDI ALLEATI… NEL CASO DI UNA SCONFITTA DI TRUMP, SIA ALLA CAMERA SIA AL SENATO, BISOGNA CAPIRE CHE POTRA’ SUCCEDERE
La confusione politica italiana ha raggiunto la quinta dimensione, oltre lo spazio-tempo:
quando si vota?
Quel che è certo è che tutti procedono a tentoni, giorno per giorno, sperando nelle disgrazie altrui.
Nei palazzi romani, quelli che la sanno lunga, scommettono un voto anticipato a giugno 2027.
Certo, se Meloni si barcamena tra dubbi e calcoli, ci sono Salvini e Tajani, isolati e senza più uno straccio di leadership, che vogliono andare a votare a ottobre 2027. Da un lato confidano in un ridimensionamento di Roberto Vannacci, dall’altro sperano di avere più tempo per rimpannucciare i rispettivi partiti.
La Statista della Garbatella dovrà probabilmente accantonare l’ideuzza di tenere le elezioni politiche prima di quelle amministrative, confidando che una vittoria alle politiche avrebbe avuto un effetto “traino” per le comunali, aiutando così il centrodestra (si vota a Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, dove il centrosinistra la fa da padrone).
La tempistica delle elezioni politiche, nonostante i “bookmaker” le fissino tra aprile e giugno, resta vaga: ci sono infatti moltissimi fattori in gioco, a partire dalla volontà del Quirinale di risparmiare qualche milioncino, con l’election day, cioè accorpando comunali e politiche.
Ma a pesare nella scelta finale ci sono anche altri fattori. Primo fra tutti, la decisione della Corte costituzionale sulla legittimità del “Melonellum”
La Suprema Corte, a differenza di quanto fece con il Porcellum, dovrebbe decidere con ”procedura d’urgenza”, e la sentenza sarebbe prevista entro febbraio, cancellando dalla fantasia di Meloni di precipitarsi alle urne prima delle decisioni della Consulta.
A quel punto, se i giudici cassassero l’impianto della legge elettorale, in particolar modo il passaggio sull’indicazione del candidato premier nel programma, cambierebbero molte cose, e una possibile accelerazione verso il voto sarebbe inevitabile.
Si produrrebbe insomma un effetto valanga: uno scenario che non dispiacerebbe a Elly Schlein. La segretaria del Partito democratico, infatti confida molto in un intervento censorio della Consulta, che le permetterebbe di sottrarsi dalla mannaia delle primarie.
A determinare la data delle prossime elezioni politiche poi ci sono i fattori di politica internazionale. Tra guerre, crisi energetiche e debiti sovrani in tilt, le decisioni domestiche non possono più trascendere da ciò che succede nel mondo.
In tutto questo bailamme, il 24 ottobre la Meloni volerà a Riad per partecipare alla conferenza tra Europa e Paesi del Golfo, e i primi di novembre sogna di convincere Mohammed Bin Salman a venire ospite in Italia.
Ma le tre date chiave per il futuro dell’Underdog di Colle Oppio sono: il 27 ottobre, con le elezioni in Israele, il 3 novembre con quelle di medio mandato negli Stati Uniti, e il 29 novembre, con le politiche in Spagna.
I destini di Netanyahu, Trump e Sanchez sono in qualche modo tutti legati a quelli del governo di Giorgia Meloni. I primi due perché grandi alleati, al netto di qualche “vaffa”, il terzo perché grande nemico e principale rappresentante del partito Socialista europeo in Ue.
Se il bonazzo iberico dovesse venire giubilato dagli spagnoli, allora per la Ducetta si creerebbe uno spazio di opportunità: si ritroverebbe a Madrid un governo del Partito Popolare di Feijoo, decisamente spostato a destra, magari in alleanza con l’amatissimo Santiago Abascal.
Di conseguenza, anche il baricentro del Consiglio europeo, e della Commissione guidata da Ursula von der Leyen, si sposterebbe, essendo venuto meno il pilastro progressista della coalizione (Sanchez è l’unico leader socialista di un grande Paese).
Nel caso di una sconfitta di Trump, invece, bisogna capire che potrà succedere a questo pazzo pazzo mondo. Innanzitutto se il “Deragliato mentale” della Casa Bianca, che già nel 2020 incitò l’assalto a Capitol Hill sostenendo (falsamente) che Biden avesse truccato il voto, accetterà un’eventuale “fuck you” degli elettori. Il rischio che gli parti l’embolo è altissimo.
Perché un conto è perdere solo la Camera, un altro è andare sotto anche in Senato (fu proprio in Senato che fu bocciata la risoluzione contro il conflitto iraniano, inizialmente approvata al Congresso).
Se perde entrambi, a quel punto Trump diventa un’anatra zoppissima, un bufalo in carrozzina, un relitto perfetto per l’internazionale sovranista “MAGA”, per lui sarà impossibile governare. Il mondo tirerà un sospiro di sollievo o il Trumpone porterà il dito sul grilletto della pazzia?.
Se invece perdesse Benjamin Netanyahu, Giorgia Meloni potrebbe pagare un “effetto Israele” alle urne: il governo italiano è stato uno dei pochissimi in Europa a sostenere “Bibi” sempre e comunque. Se il bombarolo di Tel Aviv venisse sconfitto, sarebbe facile per la sinistra strumentalizzare il tema pro-Palestina (al grido di “complici del genocidio”), molto sentito dall’elettorato italiano…
(da Dagoreport)
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