Ottobre 4th, 2026 Riccardo Fucile
A UN MESE ESATTO DAL VOTO, UN SONDAGGIO FOTOGRAFA UNA CORSA AL SENATO PIU’ APERTA DEL PREVISTO… DEM COMPETITIVI IN TEXAS, ALASKA, OHIO, IOWA E KANSAS, TUTTI STATI VINTI DA TRUMP NEL 2024
A un mese dalle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, per i Repubblicani arriva un
segnale d’allarme da alcuni Stati che fino a poco tempo fa sembravano difficilmente contendibili. Un nuovo sondaggio New York Times/Siena College mostra infatti i candidati democratici competitivi in Texas, Alaska, Ohio, Iowa e Kansas, tutti Stati conquistati da Donald Trump alle presidenziali del 2024.
Gli Stati che potrebbero cambiare colore
Il dato più sorprendente arriva dal Texas, dove il democratico James Talarico è accreditato del 51% contro il 45% del repubblicano Ken Paxton. Un margine significativo in uno Stato che da anni rappresenta una delle roccaforti più importanti del Partito repubblicano.
Ancora più netto il vantaggio democratico rilevato in Alaska, dove l’ex deputata Mary Peltola è al 50%, contro il 43% del senatore repubblicano uscente Dan Sullivan. Anche qui il dato assume un peso particolare perché obbliga il partito di Trump a investire tempo e risorse in una corsa che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto essere più semplice.
La situazione è più equilibrata in Ohio, dove l’ex senatore democratico Sherrod Brown è al 49%, tre punti davanti al repubblicano Jon Husted, fermo al 46%. In Iowa, invece, la repubblicana Ashley Hinson è al 48%, appena un punto sopra il democratico Josh Turek, al 47 per cento.
Il caso forse più inatteso è però quello del Kansas. Il sondaggio assegna il 45% sia al democratico Adam Hamilton sia al repubblicano Roger Marshall, mentre il candidato libertario David Graham è al 3%. Anche qui si tratta di uno Stato che Trump aveva vinto con un margine molto ampio nel 2024.
Cosa sono le elezioni di Midterm
La posta in gioco è il controllo del Senato, oggi in mano ai Repubblicani. Per conquistare la maggioranza, i Democratici devono ottenere un saldo positivo di almeno quattro seggi, mantenendo allo stesso tempo quelli già controllati. Il voto è fissato per il 3 novembre.
Le elezioni di midterm, che si tengono a metà del mandato presidenziale, rinnovano tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e circa un terzo dei 100 seggi del Senato. Non si vota invece per il presidente, che resta in carica fino alla fine del suo mandato. Proprio per questo le elezioni di metà mandato vengono considerate un test politico importante per la Casa Bianca: possono rafforzare o indebolire il presidente in carica e, soprattutto, cambiare gli equilibri al Congresso, rendendo più semplice o più difficile approvare leggi, bilanci e nomine.
(da agenzie)
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Ottobre 4th, 2026 Riccardo Fucile
NELLO SCENARIO DI UN BALLOTTAGGIO TRA LUI E MARINE, I MODERATI SCEGLIERANNO LA VALCHIRIA DEL SOVRANISMO, COME MALE MINORE
Un giorno invita i suoi a «interporsi di fronte alla brutalità della polizia», promettendo che «non ci sarà né oblio né perdono». Quello dopo precisa che la France Insoumise è per la «non violenza dei metodi di lotta».
A sette mesi dalle presidenziali, la rivolta nei licei è diventata una specie di laboratorio della strategia Mélenchon, 75 anni, partito per la sua quarta corsa all’Eliseo. Il leader Insoumis vuole continuare ad alimentare quella mobilitazione sociale che costituisce una parte della sua forza, ma ha capito che rischia di trasformarsi nel candidato del disordine, rendendo così ancora più difficile immaginare una vittoria alla presidenziale.
E nel luogo simbolico di Saint-Denis, una delle roccaforti della nuova geografia elettorale insoumise, che è nata la protesta dei liceali. Davanti al liceo Paul-Éluard, teatro di alcuni degli scontri più duri, è comparso per primo il sindaco Bally Bagayoko, astro nascente degli Insoumis, eletto la scorsa primavera e accolto dagli applausi degli studenti.
Prima ha spiegato che «la violenza può essere legittima», pur aggiungendo che sarebbe meglio evitarla. Meno di ventiquattr’ore dopo ha corretto il tiro. «La violenza non è il nostro metodo d’azione» ha precisato il sindaco di Saint-Denis, coerente nell’ambiguità che pratica anche Mélenchon.
Il leader aveva chiesto ai militanti di «interporsi» contro quella che ha definito la «sauvagerie policière», la brutalità della polizia. Ma anche lui, qualche ora dopo, ha dovuto abbassare i toni dopo una giornata in cui una scuola aveva rischiato di bruciare e un preside era stato raggiunto da schizzi di benzina.
«Gli Insoumis fanno appello alla non violenza» ha precisato allora in un lungo messaggio sui social. Le presidenziali sono vicine e, se i sondaggi gli lasciano intravedere la possibilità di arrivare al ballottaggio, il vero problema comincia proprio lì. Per vincere, Mélenchon dovrebbe uscire dal suo perimetro, allargare la base, mostrarsi non soltanto come il leader della protesta ma come un candidato capace di governare.
Prendere le distanze dal movimento studentesco, però, per lui è impossibile. I giovani rappresentano uno dei cuori del suo elettorato. Secondo l’ultima rilevazione Ipsos Bva, il candidato della sinistra radicale raccoglie oltre il 40 per cento delle preferenze tra gli elettori di età compresa tra 18 e 24 anni. Poi ci sono le periferie popolari e dell’immigrazione, la «Nouvelle France» che Mélenchon prova a trasformare in un blocco politico.
Mélenchon vorrebbe tenere insieme banlieue e intellighenzia, giovani e dipendenti pubblici, movimenti sociali e sinistra culturale. È questa base che oggi permette al leader della sinistra radicale di guardare da una posizione di forza al resto della gauche, senza partecipare alle primarie della sinistra socialdemocratica, che cominceranno il prossimo weekend.
Nel secondo dibattito televisivo tra i cinque candidati, mentre nelle strade infuriava la crisi dei licei, si è discusso ancora una volta soprattutto di eventuali alleanze con la France Insoumise. I candidati Raphaël Glucksmann e Jérôme Guedj chiedono una rottura netta con Lfi mentre Olivier Faure, attuale segretario del partito socialista, continua a non chiudere la porta a future convergenze.
Finora, nelle diverse configurazioni testate dai principali istituti di sondaggi, il candidato Insoumis sembra aver staccato gran parte dei suoi concorrenti a sinistra, e mantiene buone chances di qualificarsi al secondo turno.
È il paradosso del candidato «di lotta e di governo» che ha già allontanato molti elettori moderati, sicuri al momento di non voler votare per lui neanche in caso di un ballottaggio contro Marine Le Pen.
Finora di fronte al Rassemblement National una parte larga dell’elettorato francese aveva infatti accettato di schierarsi con il candidato “repubblicano” pur di fare argine all’estrema destra.
Con Mélenchon al ballottaggio quel riflesso potrebbe non funzionare più.
(da agenzie)
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Ottobre 4th, 2026 Riccardo Fucile
SE SI VOTASSE OGGI, I SOCIALDEMOCRATICI DELLA SPD OTTERREBBERO IL 14%, ALLA PARI DEI VERDI, E LA SINISTRA DELLA LINKE SI ATTESTEREBBE AL 10%
I conservatori del cancelliere Friedrich Merz scendono al minimo storico del 18%, mentre
l’estrema destra di Alternative fur Deutschland (Afd) raggiunge il record del 30%. E’ quanto emerge da un sondaggio dell’istituto Insa pubblicato dal quotidiano Bild, che colloca l’Unione formata da Cdu e Csu al secondo posto, a dodici punti da Afd.
“Unione ai minimi storici, Afd ai massimi storici!”, titola l’edizione digitale del giornale, sottolineando che il divario tra le due forze politiche non aveva mai raggiunto queste dimensioni a favore dell’estrema destra nelle rilevazioni Insa. Se si votasse questo fine settimana, anziche’ nel 2029 come previsto, il Partito socialdemocratico (Spd), alleato di governo dei conservatori, otterrebbe il 14%, alla pari con i Verdi. La Sinistra si attesterebbe al 10%. Alle ultime elezioni federali la Cdu-Csu era risultata la prima forza con il 28,5%, davanti ad Afd con il 20,8%. La Spd aveva raccolto il 16,4%, i Verdi l’11,6% e La Sinistra l’8,8%.
(da agenzie)
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Ottobre 4th, 2026 Riccardo Fucile
A SUPPORTO DELLE ACCUSE CI SAREBBERO DECINE DI PROVE, TRA INTERCETTAZIONI, FOTO E VIDEO. TRA GLI ALTRI INDAGATI, VARI IMPRENDITORI E IL DEPUTATO REGIONALE DELL’MPA GIUSEPPE GEREMIA LOMBARDO – LA PARABOLA DI GAETANO E GIUSI, I DUE INTOCCABILI CHE NON VENGONO MAI LASCIATI INDIETRO
Palermo-Roma, andata e ritorno. Il potere di Gaetano Armao, avvocato amministrativista, azzeccagarbugli raffinato, diviso tra debiti e incarichi, viaggia lungo l’asse che collega l’isola alla capitale del paese. E lui di quel sistema bipartisan, candidato presidente con il terzo polo, rispettato a sinistra e coccolato dalla destra di governo, è parte integrante.
Armao non si lascia mai indietro, stesso destino della sua consorte, Giuseppa, detta Giusi, Bartolozzi. In grado di occupare il posto di capo di gabinetto del guardasigilli, Carlo Nordio, durante le riforme che hanno scassato il sistema giustizia a partire dall’interrogatorio preventivo, un modo elegante per avvisare gli indagati di una richiesta cautelare. Nella girandola di colletti bianchi coinvolti nelle inchieste oggi l’istituto dell’avviso “di arresto” ha riguardato proprio il marito di Bartolozzi, indagato per corruzione.
Domani si era occupato della coppia tra le più potenti della politica italiana partendo proprio da Armao che da anni siede ai tavoli che contano. È stato numero due in regione Sicilia, assessore all’Economia […]
Ma è un altro tavolo a provocare i nuovi guai ad Armao. Quello del Cts, la commissione tecnica specialistica per le autorizzazioni ambientali di competenza regionale. Da lì sono passati progetti da decine di milioni di euro. Armao è stato presidente fino allo scorso agosto quando grazie ai meloniani non ha ottenuto la riconferma, fortemente voluta da Schifani […]
L’accusa di corruzione si muove proprio lungo questo crinale, con l’avvocato Pierluigi Matta che avrebbe fatto da intermediario incassando la presunta mazzetta, nascosta da consulenza. Soldi che in contanti sarebbero poi stati divisi con il professor Armao che avrebbe favorito l’azienda corruttrice. Tra le sedi perquisite, studi e case, c’è anche una dimora di pregio nel centro di Roma. Proprio Domani aveva raccontato l’acquisto avvenuto nel luglio 2024. Una compravendita che ha chiuso solo Bartolozzi senza l’inseparabile marito, il professor Armao.
SICILIA, L’ISOLA DELLE MAZZETTE
Mazzette, ottenute sotto forma di consulenze mai realizzate, in cambio di favori elargiti a una serie di imprenditori, impegnati nel settore delle energie rinnovabili.
L’inchiesta per corruzione, in cui è indagato l’ex vicepresidente della Regione Siciliana, al tempo di Nello Musumeci, Gaetano Armao insieme ad altre otto persone, racconta un vero e proprio sistema tentacolare […]
«Accordi corruttivi»
Quello che i pm della procura guidata da Maurizio De Lucia contestano al professionista è aver avvantaggiato diverse aziende (tra queste quelle del gruppo Cva, società della Valle d’Aosta) tramite «l’omissione di atti o il compimento di atti contrari all’ufficio», «ricevendo utilità per sé o comunque per altri». Ad Armao «veniva consegnato in più occasioni – si legge negli atti – denaro in contante quale prezzo dell’accordo corruttivo». E così l’ex politico «si prestava a farsi da intermediario al fine di introdurre ai dirigenti generali dei Dipartimenti dell’Ambiente e dell’Energia della Regione Siciliana i rappresentanti dell’impresa» favorita.
Poi «organizzava incontri» con gli imprenditori «concertando con loro le tempistiche e la trattazione da parte della Commissione delle pratiche di interesse, riguardanti per lo più il rilascio dei provvedimenti di Via (valutazione di impatto ambientale, ndr)» e, tra le altre cose, «assicurava la possibilità di individuare di volta in volta i responsabili dei procedimenti o comunque i funzionari amministrativi» più graditi.
Tangenti
Tra gli episodi contestati al marito dell’ex zarina di via Arenula c’è inoltre la richiesta di una tangente, poi ottenuta, di «6mila euro, corrisposta dal presidente della Samo onlus con bonifico bancario» per fare pressioni sull’ex dirigente dell’assessorato alla Salute, Salvatore Iacolino, poi indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, al fine di bloccare il decreto che ampliava il numero delle società attive nel campo delle cure palliative e concorrenti della stessa Samo onlus.
Ma non finisce qui: per l’accusa Armao avrebbe anche individuato i funzionari a cui assegnare l’istruttoria della commissione propedeutica al rilascio delle pratiche per la realizzazione di un impianto per la selezione dei rifiuti in un comune dell’Agrigentino. In tal caso l’impresa che sarebbe stata favorita è la Seap Bio Energy srl.
Le perquisizioni sono avvenute nelle abitazioni e negli studi di Armao, tra Palermo e a Roma, quindi anche nella casa, nel cuore del centro storico e a pochi passi da Chigi, dove risulta essere residente Bartolozzi. Da qui sarebbero stati prelevati plichi di documenti e diversi device da analizzare […]
In base a quanto si apprende ci sarebbero decine di prove, tra intercettazioni, foto e video, a supporto delle accuse. Prove che documenterebbero tutti i passaggi del denaro tra Armao e il consulente legale Pierluigi Matta, che si sarebbe fatto da intermediario tra l’ex politico e gli imprenditori. Anche per Matta è stato chiesto l’arresto.
Gli altri indagati
Oltre ad Armao e a Matta, sono indagati il deputato regionale dell’Mpa Giuseppe Geremia Lombardo, nipote dell’ex governatore Raffaele Lombardo, e gli imprenditori Giuseppe Argirò, Benedetta Veruska Pierpaola Costanzo, Mario Lupo, Marco Malacarne Gentile, Sergio Vella e Luigi Zancla
(da Domani)
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Ottobre 4th, 2026 Riccardo Fucile
ORA SANCHEZ DECIDERA’ SE DIMETTERSI E ANDARE A NUOVE ELEZIONI… CHI HA VOTATO CONTRO IL POPOLO SPAGNOLO: TUTTI I DETTAGLI
Una bocciatura clamorosa, ma non del tutto inattesa. E ora è fiato sospeso in Spagna.
Venerdì 2 ottobre il Parlamento spagnolo ha bocciato i due decreti contro la crisi abitativa con cui il governo del primo ministro socialista Pedro Sanchez voleva rafforzare le protezioni per chi vive in affitto e limitare la speculazione immobiliare. I due decreti in questione erano stati inizialmente presentati dal governo per placare le proteste e l’indignazione popolare in tutta la Spagna dopo lo sfratto dalla sua casa di Madrid di una donna di 87 anni, Maricarmen Abascal, ma dovevano ancora essere confermati dal Parlamento.
Sanchez non ha una maggioranza stabile
Ieri alle Cortes è stato decisivo il voto contrario di Junts, il partito indipendentista catalano di centrodestra, i cui sette deputati hanno votato insieme al Partito popolare, di centrodestra, a Vox, di estrema destra, e al partito regionalista della Navarra Upn (contro il secondo decreto hanno votato anche altri piccoli partiti). Il voto di Junts, in particolare, potrebbe avere conseguenze concrete sulla stabilità del governo di Sanchez, che fa affidamento anche sul partito catalano per far passare le misure proposte in Parlamento. In sostanza, Sanchez non ha una maggioranza stabile e deve ottenere di volta in volta l’appoggio di piccoli partiti regionali.
Adesso Pedro Sanchez è in bilico. Durante questo fine settimana il premier socialista dovrebbe decidere se indire le elezioni anticipate. La prima data possibile sarebbe il prossimo 29 novembre. Ma andiamo con ordine: cosa è successo ieri, nel dettaglio, e soprattutto cosa potrebbe succedere nelle prossime ore in Spagna?
“Subito sciopero generale!”
Il congresso spagnolo ha rigettato il decreto di misure contro l’emergenza abitativa con 172 voti a favore e 178 contrari della destra, Partito popolare e Vox, e i voti decisivi dei 7 deputati della forza catalanista Junts per Catalunya. Immediatamente dopo la votazione, fuori dal Parlamento, nella Carrera de San Geronimo, dove da ieri mattina manifestavano gli attivisti dei sindacati degli inquilini e migliaia di cittadini accampati da giorni in Puerta del Sol, si sono levate urla di protesta: “I vostri profitti, la nostra miseria!” e “subito sciopero generale!”.
Il provvedimento conteneva alcune delle principali misure varate dal governo contro la crisi abitativa, tra cui il blocco degli sfratti per le persone vulnerabili fino al 2030, limiti agli acquisti immobiliari da parte dei fondi speculativi, incentivi per l’acquisto della prima casa e alcuni interventi per aumentare l’offerta di alloggi a un canone accessibile.
Il governo spagnolo è stato battuto alle Camere anche sul secondo decreto casa. Il congresso ha abrogato il decreto varato dall’esecutivo Sanchez che introduceva il rinnovo automatico dei contratti di locazione in Spagna e che era in vigore da appena sedici ore. Il testo è stato affossato con 184 voti contrari e 166 favorevoli.
L’appello di Sanchez
Prima della votazione, il premier Pedro Sanchez aveva rivolto un appello alle opposizioni e ai sette deputati decisivi di Junts per Catalunya, chiedendo di sostenere i provvedimenti. “Vi chiedo di pensare alla gente, la gente comune che ha più bisogno di essere protetta dal pubblico”, invitandoli a “dimenticare i calcoli ideologici”. “Se oggi i decreti decadono, il danno al nostro Paese sarà immenso”, ha avvertito il leader socialista, “e questa volta non sarà colpa della troika né dello spread né delle banche: sarà di coloro che votano no”. Sanchez ha ripetuto il suo appello e la sua “preghiera” di votare a favore, perché “la storia vi giudicherà prima di quanto pensiate e con più durezza di quanto immaginiate”.
Le elezioni anticipate
Il voto contrario di Junts assume un peso politico particolare perché il governo aveva negoziato i decreti proprio con la formazione indipendentista catalana, recependo, secondo l’esecutivo, gran parte delle richieste avanzate dal partito. La doppia bocciatura dei provvedimenti ha inoltre riacceso il dibattito sulla tenuta della maggioranza di Sanchez e sull’eventuale ricorso a elezioni anticipate, ipotesi che da ore domina il confronto politico a Madrid. Sui tempi di una decisione, fonti del governo riferiscono al quotidiano El Diario che il voto anticipato potrebbe arrivare già nel fine settimana.
Anche El Pais evidenzia come il premier stia valutando il da farsi dopo aver trascorso la mattinata a consultarsi nelle sale del congresso. All’interno del gruppo dirigente del Psoe (Partito socialista operaio spagnolo) le posizioni restano divise: una parte spinge per chiamare il voto con effetto immediato, mentre un’altra è più propensa ad attendere l’esito delle manifestazioni sul diritto della casa previste per i prossimi giorni.
Se Sanchez optasse per l’annuncio lunedì 5 ottobre, prima della riunione del comitato esecutivo del partito, e con la pubblicazione in Gazzetta ufficiale martedì, le urne si aprirebbero domenica 29 novembre. Un eventuale slittamento alla settimana successiva porterebbe invece le consultazioni a domenica 6 dicembre, in concomitanza con la festa della Costituzione.
(da il Post)
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Ottobre 4th, 2026 Riccardo Fucile
“PEI PROPRI INTERESSI PERSONALI SI FANNO I DISPETTI, SI TRADISCONO, SI ACCUSANO, SI SPUTTANANO”
Quanto all’ammirevole capacità di unirsi, alla compattezza quasi marziale con cui gli americani rispondono alle disgrazie e al nemico, bè: devo ammettere che lì per lì ha stupito anche me.
Ah, se l’Italia imparasse questa lezione! È un Paese così diviso, l’Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all’interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme nemmeno quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo, perdio! Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali. Alla propria carrieruccia, alla propria gloriuccia, alla propria popolarità di periferia.
Pei propri interessi personali si fanno i dispetti, si tradiscono, si accusano, si sputtanano… Io sono assolutamente convinta che, se Usama Bin Laden facesse saltare in aria la Torre di Giotto o la Torre di Pisa, l’opposizione darebbe la colpa al governo. E il governo darebbe la colpa all’opposizione. I capoccia del governo e i capoccia dell’opposizione, ai propri compagni e ai propri camerati.
Oriana Fallaci
per il “Corriere della Sera” del 29 settembre 2001
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Ottobre 4th, 2026 Riccardo Fucile
TRUMP PARLA COME BLUTO, IL CATTIVO DI POPEYE
Magari li faccio saltare in aria, devo decidere”. Violente nel merito, ridicole nella forma, le
ultime parole di Trump sull’Iran si sommano a una catena di minacce e improperi lunga mesi, quasi tutte uguali, “li distruggo”, “li cancello”, “li anniento”, sempre con quella prima persona singolare che non concede dubbi all’idea che il tiranno ha del potere. Io qui, io là, io su, io giù.
Sembra un cartoon, il capo dello Stato più potente del mondo parla come Bluto, il cattivo di Popeye, o come il gatto sicuro di mangiarsi il canarino. E più il canarino lo fa fesso, più il gatto nasconde la sua frustrazione dietro il sussiego (comico) del bullo che alza la cresta. Il fatto che l’Iran non sia un canarino, ma un posto dove si spara sugli studenti e si lapidano le adultere, e che sia in gioco la vita di moltitudini di esseri umani, non leva una virgola alla interpretazione grottesca che Trump fa di se stesso.
I suoi predecessori alla Casa Bianca, senza eccezioni, ebbero lo scrupolo formale, e forse addirittura la convinzione, di battersi per qualcosa che assomigliava a un’idea, a un ordine, a una visione del mondo. Questo tizio qui invece no, il suo parametro manifesto è dichiarare quello che serve a lui, che vuole lui, che piace a lui. Vuole i soldi e il potere, il resto è niente. Il mondo si adegui, o lo faccio a pezzi.
Trump è la prepotenza in purezza, senza chiaroscuri, senza ambiguità, appunto come i personaggi dei cartoon. Non per caso fu un cartoon (anzi, il più geniale dei cartoon contemporanei, i Simpson) a immaginarlo come futuro presidente quando nemmeno un politologo impazzito, o una cartomante depressa, poteva azzardare una previsione così mortificante.
(da Repubblica)
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Ottobre 4th, 2026 Riccardo Fucile
“ANDATE E CERCATE LE PREFERENZE, NON TOLLERO CHI STA A ROMA A SBEVAZZARE MENTRE IO ALVORO E NON HO VOTA PRIVATA” (GLIELO HA ORDINATO IL MEDICO DI FARE LA PREMIER?)
Considerate la loro semenza, fatti non furono per vivere con la preferenza. Iniziate a dividere il Parlamento in due categorie: capolista e no. Da una parte il capitano che naviga verso l’elezione certa (capolista), e dall’altra il naufrago che deve cercare i voti, affrontare i Lotofagi (gli assessori regionali), dimostrare agli elettori che Roma non è l’isola di Calipso. Sono loro, i secondi, gli Ulisse della crocetta, quelli che Edoardo Ziello, il vice di Vannacci, definisce i “fantasmi di Montecitorio”, i deputati che votano contro le pregiudiziali dell’opposizione e “che appaiono quando la paura è alta”. E la paura è altissima.
Meloni sta facendo sapere che si candiderà capolista in cinque seggi per scatenare la competizione elettorale: la caccia alle preferenze. Chi può rispondere, come Lorenzo Guerini, con l’aforisma del comunista Mirello Crisafulli: “Io vinco con l’uninominale, con il proporzionale e con il sorteggio”? Lo spavento fa almeno undicimila.
Vale sempre il consiglio di Guareschi, ma emendato: nel segreto dell’urna, Meloni ti vede, Schlein no. Chiediamo a Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze della Camera, il Quintino Sella di FdI: come vota? “Con il dito”. Ma che dito, ops! E Osnato: “Un dito italiano”. E i leghisti? Ancora Osnato: “Immagino con un dito padano”. Non scherzate. Si fa sul serio. Scatta la febbre del dito. Non ci sono vedette, non ci sono guardiani di Meloni (al contrario dell’ultima volta, quando il governo è andato sotto sulle preferenze e FdI aveva spedito i secondini a sorvegliare in tribuna).
Per misurare la fedeltà sulla legge elettorale (e lo cattura l’occhio di Roberta Benvenuto, l’inviata di Piazza Pulita, che Meloni, e non solo, “Adoro”), ogni fratello d’Italia fotografa il dito sulla pulsantiera, ma quante dita ci vogliono per essere alla fine eletti? E qui il mare si fa mosso e aeronautico è il cielo. Una ricognizione veloce degli studi che circolano, e che angosciano gli Ulissidi, registrano che almeno il trenta per cento dei parlamentari di FdI è stato miracolato, l’ultima volta, dall’effetto Giorgia. Solo che Meloni, che si trova a Genova al Salone Nautico senza la sindaca Silvia Salis sul palco, e non malignate (l’organizzazione l’ha esclusa dal taglio del nastro, tanto che Meloni l’ha chiamata), questa volta si è stancata.
L’avviso di Meloni è: non tollero chi sta a Roma a sbevazzare, mentre io lavoro e non ho vita privata. La soluzione? Favorire al massimo le preferenze riducendo al minimo i capilista. Secondo voi, i deputati che dopo cinque anni nessuno conosce, cosa desiderano? Giorgia, “fammi capolista” e Lollo (l’uomo dalla bretella tesa), “portami con te”. Non vi diciamo in Lega a che punto sia lo spavento, tranne se vi chiamate Claudio Durigon (ha ventimila preferenze sull’unghia) o Luca Zaia (ne ha prese più di duecentomila), che Salvini vuole candidare capolista in cinque seggi. Le preferenze le hanno chi ha sudato le sette urne, e camicie. Edoardo Rixi, il viceministro del Mit, ricorda: “In regione ho preso undicimila preferenze e mi sono candidato anche al comune di Genova, per trascinare la lista. Circa duemila preferenze. Si viene eletti se si hanno i voti, è molto semplice”. Un’altra. Chiara Colosimo, presidente della Commissione Antimafia, di FdI. Cara Colosimo, lei preferisce: capolista o preferenze? “Io sono un soldato, deciderà Meloni. Alle regionali ho preso circa seimila preferenze”. In FdI, sulla carta, dopo Meloni, il mister preferenze è Lollobrigida, e poi c’è Fitto (gestisce un pacchetto di quasi centomila). Gli altri sono Rampelli, Gemmato, Edmondo Cirielli, e nomi che magari non vi dicono nulla, ma che in provincia sono sovrani. Cerchiamo nuovamente Osnato. In Sicilia? “Un campione di preferenze è Cannata”. Ci scusi, Osnato, ma lei? “Non mi vanto, ma ne ho un discreto numero”. Ci viene a salutare Carlo Maccari, coordinatore di FdI in Lombardia, pronto a oltrepassare Scilla e Cariddi (già sindaco di Guidizzolo, consigliere provinciale, regionale e deputato) che porta le cicatrici: “Grazie alle mie preferenze sono stato l’unico, sopra il Po, a battere Forza Italia, quando Forza Italia era il partito dominante”. Nel Pd si sa che le preferenze piacciono ai riformisti come Guerini, uno che ama il voto di carne (e ossa) anche alle primarie del Pd (“bisogna votare mettendoci la faccia”). I vannacciani hanno la fortuna dei sansepolcristi. Aspirano a correre da capilista: Pierro in Campania, Ziello in Toscana, Bof in Veneto e Furgiuele in Calabria, la regione dove, capolista o preferenza, poco importa perché, commenta Furgiuele: “Meloni ci vuole? Bene. Meloni non ci vuole? Niente. Mi dispiace fino all’osso, ma piangere non posso”. Verrà eletto perché la preferenza è il patrimonio di famiglia, l’orologio del padre che si tramanda. Per il momento finisce con 229 voti, sette in più di quanti Giovanni Donzelli aveva previsto. Di chi sono? Ziello, che è anche l’uomo tigre di Vannacci (indossa dei pantaloni attillati da Tigerman), suggerisce: “E se fossero di Azione?”. E se fossero dei vannacciani? Da 35 anni mancano le preferenze, questa “X” che fa selezione naturale di tutti i problemi. Sopravvive chi come Ulisse supera le prove, uomini alla Igor Taruffi, Taruffenko, costretto a combattere contro Giuseppe Conte-Poseidone (anche Taruffi si ferma da Calipso, da Nausicaa … con la scusa di fare analisi della situazione). Pochi lo sanno, ma Taruffi ha raccolto seimila preferenze alle regionali, in Emilia-Romagna, e avrebbe tutto il diritto di fare il terzo uomo, fra i litiganti Conte e Schlein. Eroe Taruffenko, tra Conte e Schlein, il Foglio propone te come terzo nome: pronto? E Taruffi: “Io sono pronto”. La nostra preferenza è stata espressa. E’ ora di chiudere l’urna perché Guerini deve prendere il treno. Sentite questo suo vecchio detto, preso dagli archivi del Pcus: “A una certa ora anche la Duma chiude, e si vota con i piedi”. Guerini, ma lei capolista o preferenze? “Ovvio, capolista”.
(da ilfoglio.it)
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Ottobre 4th, 2026 Riccardo Fucile
I RELIGIOSI SOSTENGONO CHE IL CALO DEI VISITATORI HA RIDOTTO GLI INCASSI E CHE, PER QUESTO, È NECESSARIO FARE DEI TAGLI (TRA I FRATI CHE SI OCCUPANO DELLA VICENDA C’E’ PADRE FEDELE, 92 ANNI, ZIO DI GIUSEPPE CONTE) – MA LE MINACCE DI LICENZIAMENTO ARRIVANO DOPO UNA VERTENZA DI UN DIPENDENTE CHE PRETENDE IL RISPETTO DEL CONTRATTO FIRMATO DAI DUEMILA SACRISTI ITALIANI, CHE PREVEDE 300 EURO IN PIÙ AL MESE PER CHI LAVORARE NEI SANTUARI
Che perfino in una sacrestia ci potessero essere degli esuberi, posti di lavoro da tagliare,
non lo aveva previsto nessuno. Non certo papa Paolo VI quando, nel 1970, riconobbe la figura dell’addetto al culto, da regolarizzare e contrattualizzare. A San Giovanni Rotondo i frati che gestiscono il santuario dedicato a San Pio sono arrivati all’incontro con i sacristi accompagnati da una sfilza di avvocati.
Portando il gelo: «Dobbiamo avviare le procedure di licenziamento per 38 di voi». Il motivo? «Chieda al direttore del personale», invita Rinaldo Totaro, padre guardiano del convento dei Frati minori mentre si cambia dopo la messa per i cent’anni di frate Ludovico.
Degli 89 dipendenti della fondazione che gestisce il santuario si occupa un commercialista, Matteo Pappalardo: «Quei lavoratori ci costano un milione di euro all’anno. E noi per pagarli possiamo attingere solo dalle offerte. C’è stato un calo dei visitatori. E si sono chiusi 24 negozi su 34 in viale padre Pio. Ma noi vogliamo mantenere l’occupazione. E faremo le nostre proposte nell’ambito della procedura».
Come in tutte le crisi storiche, come per la Fiat per la Whirlpool o l’ex Ilva, si aprirà un tavolo e ci sarà una contrattazione. Ma dall’altra parte non ci saranno manager in giacca e cravatta. I datori di lavoro sono religiosi, spesso anziani, che vivono di carità.
Come padre Fedele, 92 anni, zio del leader del Movimento 5Stelle Giuseppe Conte: «Qui i sacristi non lavorano più: ora ci sono le suore». Già da tre anni, infatti, le sorelle hanno preso il posto dei dipendenti retribuiti.
Per la Cgil, dunque, il calo è solo un pretesto e «potrebbe essere un pericoloso precedente», teme Pierluigi Di Stasio. La vertenza si trascina da anni: la controparte in saio non ha mai applicato il contratto. A giudicare dalle presenze di questi giorni sembra che i sindacalisti abbiano ragione: domenica per entrare c’era la fila di un’ora, i ristoranti ieri erano pieni.
Nella destinazione concorrente pugliese, invece, gli arrivi sono calati del 21,7 per cento nei primi sette mesi dell’anno, passando da 129.471 a 101.345. Certo, il 2025 era l’anno del Giubileo. Ma le presenze sono state 191mila: difficilmente, a fine anno, arriveranno a quota 448mila come nel 2018. E se nel 2016 era la seconda destinazione del turismo religioso dopo Roma, ora è al terzo posto, superata dalla città di San Francesco.
«I flussi non sono più quelli di vent’anni fa», riconosce Bruno Di Maggio, uno dei sacrestani che ora rischiano il posto. Ha cominciato come muratore e guadagna 1400 euro netti al mese. Si ritrova con due figli da mantenere ma non ce l’ha con i frati: «Non hanno le somme necessarie per il nuovo contratto. E non arriveranno al licenziamento».
Ma gli altri sono preoccupati. E hanno preparato una lettera indirizzata al Papa: «Le chiediamo di ricordare che dietro una procedura di licenziamento ci sono persone. Che dietro una voce di bilancio c’è una vita».
Il calo dei visitatori s’intreccia con le vicissitudini di Casa sollievo della sofferenza, l’ospedale fondato da padre Pio, oberato dai debiti, e con l’indotto sanitario: «Anche per l’altra fondazione religiosa che si occupa di riabilitazione abbiamo aperto una vertenza», spiega Giuseppe Mangiacotti della Cisl.
Ma le minacce di licenziamento arrivano dopo una vertenza con un dipendente sindacalizzato, Antonio Laporta, della Cgil, che pretende il rispetto del contratto firmato dai duemila sacristi italiani con la Faci, la federazione delle associazioni del clero.
L’oggetto del contendere è l’applicazione dell’appendice A, che prevede 300 euro in più al mese per chi lavorare nei santuari. Laporta ha avviato un contenzioso con la fondazione e a febbraio ha ottenuto la sua decima vittoria. La diatriba verteva sulla distinzione tra visitatori e pellegrini: per i frati, gli arrivi a San Giovanni sono limitati a pochi giorni — come il 23 settembre, ricorrenza della morte di padre Pio — mentre per il resto dell’anno gli arrivi sono turistico-culturali, dunque non si deve applicare l’appendice A.
E invece, ha stabilito la Corte d’appello di Bari, «il santuario è notoriamente meta di continui e continuativi pellegrinaggi da parte di fedeli devoti. Se così è (ed è così), non vi sono ragioni per negare l’applicabilità dell’Appendice A». Il responsabile provinciale dell’ordine, Francesco Dileo, ha dato l’ordine di tacere. Non si sottrae il vescovo della diocesi, Franco Moscone: «Auspico che non ci siano contenziosi tali da dover ricorrere a licenziamenti di massa. Se ci sono rivendicazioni di tipo salariale, cerchino di risolverli. Se c’è un esubero di personale, lo verifichino in base alle presenze di pellegrini intorno al santuario. Ma non sia un taglio immediato».
(da Repubblica)
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