IL GOVERNO TAGLIA LA SANITÀ. ECCO I SEGRETI DELLA MANOVRA
LA CERTEZZA È CHE LA PROSSIMA FINANZIARIA TAGLIERÀ I FONDI PER LA SANITA’ RISPETTO ALLO SCORSO ANNO… …INTANTO LA PRESSIONE FISCALE VOLA AL 43%, IN BARBA ALLE PROMESSE DELL’ESECUTIVO
La pressione fiscale al massimo, che continua a crescere – di poco ma aumenta – raggiungendo
la soglia del 43 per cento. La spesa sanitaria che diminuisce dopo il lieve aumento nell’anno in corso.
E i costi del sistema previdenziale che risentono della spinta inflazionistica, causando un peso maggiore sulle casse pubbliche. Tanto che, mentre la Lega chiede “quota 64”, ossia la possibilità di uscire dal lavoro a 64 anni, il ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti riporta le raccomandazioni dell’Unione europea sulla «sostenibilità pensionistica». Bruxelles invita a favorire «la permanenza al lavoro delle persone più anziane, soprattutto nel Mezzogiorno». Altro che pensioni anticipate.
Il Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) costringe il governo a un bagno di realtà e smonta le ambizioni dei leader della maggioranza. Specie sui capitoli più delicati. Un’eventuale finanziaria più espansiva potrebbe vedere la luce solo alla fine del 2027 con un margine di circa 7,5 miliardi di euro. Si tratta di un orizzonte già post elettorale. Il testo del Dpfp, trasmesso nelle ultime ore al Parlamento, conferma la difficoltà del momento.
Gli unici veri spiragli sono legati allo scostamento di bilancio sull’energia, che dovrebbe consentire – Commissione europea permettendo – il potenziamento del bonus edilizio per le ristrutturazioni. L’obiettivo sarebbe quello di portarlo al 65 per cento rispetto all’attuale 50 per cento.
Il convitato di pietra è la spesa militare, che crescerà di oltre 7 miliardi ogni anno per il prossimo biennio per un totale di 14,5 miliardi di euro. «Anche se sono un po’ meno di quanto si diceva, sono pur sempre tanti, troppi soldi. È una spada di Damocle sul resto», ha osservato il senatore del Pd, Antonio Misiani. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha dovuto mandare giù il calice di un’attivazione di spesa ridotta. Ma comunque sostanziosa.
Il vero cruccio del governo, Giorgetti in primis, resta la crescita ballerina. Nel 2026, il Pil dovrebbe raggiungere il +1 per cento entro la fine dell’anno. Una gioia momentanea. Nel 2027 è già calcolata una frenata allo 0,8 per cento, ma con un ulteriore punto interrogativo per le responsabilità dell’amico di Meloni, Donald Trump: l’impatto dei rincari dell’energia legati alle tensioni tra Stati Uniti e Iran.
Con «una dinamica meno favorevole per i prezzi dei beni energetici, si registrerebbe un tasso di incremento del Pil inferiore, rispetto al quadro di base, di -0,2 punti percentuali nel 2027 e -0,1 punti nel 2028», si legge nel Dpfp. Significa un quadro di crescita dello zero virgola: potrebbe essere esattamente allo 0,6 per cento il prossimo anno.
Nonostante gli inviti alla prudenza, formulati da Giorgetti, però, la Lega è già in assetto da propaganda elettorale. Subito dopo il voto in Consiglio dei ministri sul Dpfp ha prenotato parte dei soldi per l’energia, che Matteo Salvini vorrebbe per i “suoi” trasporti.
Intanto il senatore della Lega, Claudio Borghi, uno dei consiglieri più ascoltati dal leader leghista, suggerisce al governo di «fregarsene» dei parametri europei. «Dobbiamo uscire dalla sindrome di Calimero», ha aggiunto.
Il capitolo fisco è del resto tra quelli più complicati per il governo Meloni, erede delle promesse berlusconiane all’insegna del «meno tasse per tutti». I numeri del ministero dell’Economia raccontano un’altra realtà: «La pressione fiscale (43,0 per cento) aumenterà in misura molto lieve rispetto al 2025 (0,1 punti percentuali), con un contributo determinante fornito dagli sforzi volti a contrastare l’evasione fiscale, anche attraverso la promozione della tax compliance», si legge nel Dpfp. Il livello è destinato a restare uguale, al 43, per il 2027: solo nel 2028 è stimato un lieve calo, al 42,9 per cento.
Nel 2029, poi, è prevista una nuova impennata al 43,1 per cento. Resta una chimera l’impegno di Giorgia Meloni, ai tempi dell’opposizione, di una pressione fiscale al 40 per cento.
La sanità, allo stato attuale, resta il brutto anatroccolo delle politiche della destra. Il Dpfp certifica una riduzione degli investimenti rispetto al Pil. Nel 2026 il dato si è attestato al 6,4 per cento con un incremento dello 0,2 per cento in confronto all’anno precedente. Il trend è però destinato ad andare verso una battuta d’arresto: il rapporto della spesa sanitaria sul Prodotto interno lordo scenderà al 6,3 per cento nel 2027 restando stabile fino al 2029. Non è una priorità e l’Italia resterà lontana dal 7,1 per cento della media europea.
(da Domani)
Leave a Reply