Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
IL RIPUDIO DI TRUMP DA PARTE DEI SOVRANISTI NOSTRANI CHE HANNO MANDATO AVANTI IL BULLO DEL GRUPPO, IL MARANZA DEI MILIARDARI E ORA CHE E’ TORNATO LACERO E PESTO SI RICHIAMANO ALLA DEMOCRAZIA LIBERALE
È piuttosto divertente il ripudio di Trump da parte di noti trumpisti, anche nostrani, che
d’improvviso, come per incanto, si richiamano ai valori della democrazia liberale.
È come se avessero mandato avanti quello manesco, il bullo del gruppo, il maranza dei miliardari (bianco e biondo, così sono i maranza ricchi). E vedendolo tornare a casa lacero e pesto, per darsi un contegno scuotono la testa: benedetto figliolo, non te l’avevamo detto che non è questa la maniera di fare politica?
No, non glielo avevate detto. Esattamente al contrario, vi eravate messi in testa il cappellino Maga, o indossato la tshirt “Dio Patria Famiglia”. E ci avevate spiegato, a noi mediocri benpensanti dem, che l’aggressività, le intimidazioni, gli insulti, la prevaricazione, sono solo una maniera schietta, non ipocrita, di fare politica. Che il popolo non è fatto per le smancerie e i minuetti, il popolo parla dritto e parla chiaro. Che non è razzismo, braccare gli immigrati come prede da snidare: è ordine pubblico. È autodifesa.
E quell’omone volgare che, appena insediato, disse «fanno tutti la fila per baciarmi il culo», lo avete applaudito e lo avete raccontato, sui vostri giornali diretti e schietti, come il campione della Nuova Politica, quella che non sa cosa farsene delle bellurie della democrazia e delle fisime dei radical chic.
Beh, ce ne fosse uno, dei trumpisti italiani, che rivendica di averlo applaudito, e aggiunge di essere dispiaciuto della sua sconfitta. E ce ne fosse uno, dei repubblicani americani che lo hanno blandito e subìto per puro codismo nei confronti del vincente, che adesso, da perdente, ha il buon gusto di difenderlo.
(da Repubblica)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
L’INDISCREZIONE DEL QUOTIDIANO BRITANNICO THE INDIPENDENT CHE CITA FONTI INTERNE AI REPUBBLICANI
La valanga delle midterm ha fatto emergere le crepe tra i repubblicani. L’apparente e formale compattezza prima del voto ha già lasciato spazio alle rese dei conti e alle strategie individuali, tenendo bene in vista la prossima scadenza elettorale. Mancano due anni al 2028, anno in cui Trump lascerà la Casa Bianca. La corsa per la successione è già iniziata. E, secondo quanto scrive il quotidiano, il primo a volere prendere le distanze dal presidente in vista della corsa è il segretario di Stato Marco Rubio. “Ha senso per lui lasciare l’amministrazione – scrive il quotidiano citando alcune fonti, e precisando che già prima dell’esito del voto Rubio non escludeva un passo indietro. – È uno dei papabili candidati alla Casa Bianca e non può correre se è segretario di stato e se è legato a un’amministrazione che potrebbe danneggiare le prospettive”.
Secondo The Independent, già prima dei risultati delle elezioni di midterm fonti di alto livello dei repubblicani negli Usa e figure di spicco del governo britannico avevano riferito al giornale che Rubio avrebbe potuto lasciare il suo incarico di alto livello nell’amministrazione del presidente Usa Donald Trump. Le fonti hanno rafforzato questa previsione dopo che le elezioni di medio termine hanno emesso un verdetto schiacciante sulla presidenza Trump, con i democratici che hanno conquistato roccaforti repubblicane come il Kansas e il Texas. Un insider di Washington citato dal giornale britannico ha dichiarato che Rubio deve “prendere le distanze dalla guerra contro l’Iran e attribuirne la responsabilità a Trump”. “È del tutto logico che si dimetta e lasci l’amministrazione”, ha detto l’alleato di Rubio.
Intanto a Washington, l’attenzione si concentra su chi potrebbe emergere all’interno dell’amministrazione Trump all’indomani della pesante sconfitta subita dai Repubblicani alle midterm. Un nome continua a ricorrere: quello di Sergio Gor, ambasciatore degli Stati Uniti in India. A scriverlo è il Washington Sun citando dieci persone a conoscenza delle dinamiche interne, secondo le quali Gor – già stretto collaboratore di Trump alla Casa Bianca e suo fedelissimo – sta preparando il terreno per un importante avanzamento di carriera in seguito al voto di metà mandato. Grazie ai suoi solidi contatti e all’accesso diretto a Trump, Gor ha assunto un ruolo sempre più rilevante in incontri di alto livello ed è considerato una figura chiave nei rapporti tra Washington e gran parte dell’Asia, nonché un confidente del Segretario di Stato Marco Rubio. Negli ambienti vicini a Trump, il nome di Gor circola ora come possibile candidato a posizioni di vertice per la seconda metà del mandato presidenziale.
Secondo alcune fonti, il nome di Gor è stato fatto in relazione a diversi incarichi di grande peso, tra cui quello di capo di gabinetto della Casa Bianca o di successore di Rubio alla guida del Dipartimento di Stato. Al momento, né Rubio né l’attuale capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, hanno manifestato pubblicamente l’intenzione di lasciare l’amministrazione. Ciononostante, negli ambienti del Dipartimento di Stato e in quelli politici repubblicani, c’è chi ipotizza che Rubio possa abbandonare l’esecutivo per prepararsi a una futura candidatura alla presidenza, nel 2028 o nel 2032. Anche la posizione di Susie Wiles è considerata, nell’orbita di Trump, come potenzialmente a rischio. Alcune fonti suggeriscono che Gor potrebbe essere interessato anche a un diverso tipo di promozione all’interno del Dipartimento di Stato, come ad esempio subentrare al vice segretario Chris Landau. Al momento, Gor ha tuttavia smentito di essere interessato a un altro incarico, affermando di non aver mai discusso con nessuno la possibilità di ricoprire un ruolo diverso: “Questa storia è una colossale sciocchezza”, ha dichiarato Gor a The Washington Sun, definendo Rubio “insostituibile” e sottolineando di “non avere alcun interesse per altri incarichi”.
(da Il fatto Quotidiano)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
TRA GLI OVER 55 LA PERCENTUALE SALE AL 45%
I giovani britannici sono ben poco disposti a imbracciare le armi per il proprio Paese in caso di
guerra, nonostante i tanti appelli da parte del governo e dei vertici delle forze armate per prepararsi a un eventuale conflitto.
Solo il 22% degli under 35 nel Regno Unito considera importante essere pronto “a servire nelle forze armate in caso di necessità”, contro il 43% degli over 55. È quanto emerge dall’ultima edizione del British Social Attitudes Survey (Bsa), una vasta indagine sugli orientamenti sociali e politici, condotta ogni anno dal 1983.
L’autrice del rapporto, Sophia Gaston, ha affermato che i risultati sono “preoccupanti” per l’esecutivo laburista di Andy Burnham, che anche di recente aveva invitato la popolazione alla prontezza davanti alla prospettiva di una guerra, di eventi naturali estremi o di attacchi informatici.
Gaston ha indicato tra le possibili cause un minore senso di appartenenza nazionale dei più giovani.
Il sondaggio contiene anche le indicazioni su tutta la popolazione britannica senza distinzione d’età rispetto ai Paesi che vengono percepiti come una minaccia per la stabilità a livello globale: l’89% ha indicato la Russia, il 78% Israele, seguito dall’Iran (75%) e dalla Cina (62%). Intanto la quota di chi considera gli Stati Uniti come una seria minaccia internazionale è più che raddoppiata, dal 36% del 2024, quando c’era Joe Biden alla Casa Bianca, fino al 74% della primavera di quest’anno con la presidenza di Donald Trump.
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
IL MEGAFONO DI PUTIN VLADIMIR SOLOVYOV, CHE CHIAMAVA AFFETTUOSAMENTE IL TYCOON “IL NOSTRO TRUMP” O “TRUMPUSHKA”, ERA DISPERATO PER LA VITTORIA DEI DEM: “TRUMP HA PERSO TUTTO. DOVREBBE PREGARE DI NON ESSERE SOTTOPOSTO A IMPEACHMENT”
La disfatta di Donald Trump alle elezioni di metà mandato getta nello sconforto i propagandisti del Cremlino, che fino all’ultimo avevano sperato in una vittoria dei repubblicani. L’ondata democratica che ha travolto gli Stati Uniti, consegnando all’opposizione il controllo di entrambe le Camere del Congresso, ha colto completamente di sorpresa i commentatori della televisione di Stato russa, abituati a chiamare affettuosamente il presidente americano «il nostro Trump» o «Trumpushka».
I propagandisti di Mosca erano convinti che i repubblicani avrebbero potuto perdere la Camera, ma non il Senato. Speravano soprattutto che una vittoria di Trump gli consentisse di imporre la capitolazione dell’Ucraina, favorire gli interessi russi e magari arrivare persino a ritirare gli Stati Uniti dalla Nato.
A esprimere tutta la delusione è stato Vladimir Solovyov, uno dei più influenti conduttori della propaganda televisiva russa. Durante la trasmissione radiofonica Full Contact, mercoledì, è apparso incredulo davanti ai risultati: «La notte di Trump è stata molto peggiore della mia. Trump ha ammesso la sconfitta, che non può essere definita altrimenti che clamorosa e devastante. È una disfatta totale». Poi ha rincarato la dose: «Per Trump è stata una notte terribile. Ha perso tutto. Ha perso ogni cosa».
A sconvolgerlo è stato soprattutto il risultato del Texas, dove il democratico James Talarico ha sconfitto Ken Paxton, il candidato sostenuto dal presidente. «È incredibilmente doloroso per Trump, oltre ogni immaginazione. L’onda blu lo ha travolto», ha commentato Solovyov, aggiungendo un avvertimento: «Trump dovrebbe pregare di non essere sottoposto a impeachment».
Il propagandista ha espresso anche il timore che il presidente americano possa fare marcia indietro sull’accordo per il diesel russo, sul quale Mosca aveva riposto grandi aspettative. «La mia speranza che il vecchietto riuscisse a rimettere insieme i pezzi non ha portato a nulla. Il vecchietto non ce l’ha fatta», ha ammesso, riferendosi a Trump.
Ma la preoccupazione maggiore riguarda la guerra in Ucraina. Con un Congresso controllato dai democratici, secondo Solovyov, Trump potrebbe essere costretto ad abbandonare la linea accomodante nei confronti di Putin, aprendo la strada a un’ulteriore escalation del conflitto. Il conduttore è arrivato a evocare uno scenario apocalittico: «Questa guerra durerà a lungo. Ci sono soltanto due possibili conclusioni: o vinciamo noi, oppure il mondo intero sarà ridotto in cenere».
Solovyov ha poi cercato di attribuire parte della responsabilità della sconfitta repubblicana a Volodymyr Zelensky, sostenendo che gli attacchi ucraini alle raffinerie russe avrebbero contribuito a far aumentare il prezzo dei carburanti negli Stati Uniti. Una ricostruzione avanzata dal propagandista, che ha accusato il presidente ucraino di essersi vendicato dell’umiliazione subita nello Studio Ovale.
«Riuscite a immaginare quanto stia festeggiando Zelensky? Si è vendicato di Trump e ha vinto. Zelensky ha sconfitto Trump, gli ha restituito il colpo. Quella falena verde sta festeggiando», ha dichiarato.
Secondo Solovyov, Trump avrebbe commesso un errore decisivo anche con la guerra contro l’Iran, sottovalutandone le conseguenze sui prezzi della benzina e, quindi, sul consenso elettorale. «I democratici si sono divorati Trump. Ha commesso un errore colossale con l’Iran, senza considerare quanto avrebbe fatto aumentare il prezzo alla pompa. Se fosse riuscito a ottenere successi in Iran e Venezuela e a costruire un’amicizia con noi, facendo crollare i prezzi dei carburanti, avrebbe vinto. È l’economia, stupido».
Il conduttore ha ironizzato anche sui risultati concreti delle operazioni americane: «Trump ha cercato di tirare fuori il coniglio dal cilindro e ha fallito per una ragione molto semplice: il coniglio non c’era. Con il Venezuela, dov’è il suo petrolio? Con l’Iran, che cosa è successo ai prezzi della benzina?».
Per Solovyov, il presidente americano avrebbe potuto evitare la disfatta soltanto ottenendo vittorie internazionali indiscutibili, compresa una riconciliazione con Mosca che passasse attraverso una punizione dell’Ucraina e dell’Europa. «Trump ha sopravvalutato se stesso. Non sa giocare di squadra», ha osservato, accusandolo anche di aver danneggiato i candidati repubblicani insistendo perché gli elettori considerassero le elezioni di metà mandato come un referendum sulla sua presidenza.
Infine, Solovyov si è interrogato sulle conseguenze della sconfitta per Elon Musk, del quale in passato aveva addirittura ipotizzato un trasferimento in Russia. La conclusione è stata impietosa: «È stata una campagna elettorale nella quale le spese più folli hanno prodotto i risultati più miseri».
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
LO SOSTIENE UNO STUDIO DELLA BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI (BEI) – L’ISTAT FOTOGRAFA IL CALO DEI CONSUMI IN ITALIA: A SETTEMBRE LE VENDITE DEI BENI ALIMENTARI SONO CALATE DELLO 0,3% RISPETTO AD AGOSTO…
Il caro energia sta lasciando un segno profondo nei bilanci delle famiglie italiane, su cui pesa in
alcuni casi più che nel resto d’Europa. Lo rileva l’ottava edizione dell’Indagine sul clima, lo studio con cui la Banca europea per gli investimenti (Bei) analizza le opinioni dei cittadini su clima e transizione energetica.
Il dossier è elaborato sulla base di un sondaggio commissionato dalla Bei e condotto da Ipsos Bva tra il 3 e il 25 agosto su 23mila persone nei 27 Stati membri, di cui mille in Italia. Secondo quest’analisi, il 70% degli italiani dichiara che l’aumento dei prezzi dell’energia ha ridotto in modo significativo il proprio potere d’acquisto negli ultimi 12 mesi, contro una media europea del 60%, e per il 24% degli interpellati la riduzione è stata drastica.
Per effetto dei continui rialzi dei costi energetici, il 40% degli italiani ha tagliato le spese per alimentazione o salute e il 34% ha abbassato il riscaldamento, in linea con il resto d’Europa.
Non per tutti però la crisi ha avuto gli stessi effetti, anzi, per le famiglie più fragili l’impatto è stato più severo. Il 22% ha dichiarato di essersi indebitato, di aver chiesto un aiuto economico o di aver rinviato il pagamento di una bolletta, contro il 16% della media europea.
Il caro energia ha inciso anche sulla mobilità. Il 63% ha modificato l’uso dell’auto, il 32% ha ridotto al minimo gli spostamenti, persino quelli per la spesa o le visite mediche, e una quota identica ha rinunciato a un viaggio o a raggiungere familiari e amici.
Il peso dei costi spiega allora forse anche perché secondo lo studio gli italiani guardino alla transizione energetica soprattutto (e finalmente) come a una leva economica. L’81% la considera urgente per il Paese, contro il 75% europeo.
L’88% si aspetta una minore dipendenza dalle importazioni di petrolio e gas, l’84% prezzi più stabili o più bassi e un’analoga percentuale benefici per il clima. Rispetto al 2022 è cambiata la gerarchia delle priorità. […]
Anche i timori legati a un rallentamento hanno una matrice economica. L’83% teme un aumento duraturo dei prezzi dell’energia e del costo della vita, l’82% una maggiore dipendenza dall’estero.
In un contesto di crisi geopolitiche, gli italiani sono inoltre i più fiduciosi dell’Unione, con il 64% convinto che la transizione porterà l’Europa all’indipendenza energetica, contro il 38% della media, e il 73% si sentirebbe più orgoglioso di essere europeo se l’obiettivo venisse raggiunto
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
LO “TSUNAMI BLU” IN TEXAS SI DEVE ALL’OPPOSIZIONE DEL POPOLO AI DATA CENTER PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, CHE PREVEDEVANO VARI SUSSIDI STATALI, TAGLI ALLE TASSE E MAGGIORI COSTI PER LE COMUNITÀ LOCALI
Sognavano di sostituire progressivamente la democrazia liberale e i sistemi parlamentari con una tecnocrazia basata sull’intelligenza artificiale (Ai) e speravano di fare di Vance il politico capace di dare sostanza al loro progetto. La cui realizzazione, davanti a un elettorato sempre più ostile all’Ai e che sta bocciando i progetti di decine di grandi data center, è quantomeno rinviata.
Illuminante che siano collassati o caduti i titoli dei grandi gruppi che costruiscono data center o hardware per essi. Scivola Nvidia (meno 2,3% per il titolo a più vasto valore di mercato del mondo, produttore di chip per l’intelligenza artificiale); cedono di schianto le quotazioni delle società che costruiscono data center per intero: meno 9,6% CoreWeave, il cui debito tratta a prezzi bassi come se l’azienda fosse a un passo dal default.
Malissimo poi anche la galassia nel mega-donatore alle campagne trumpiane e uomo più ricco del mondo Elon Musk. Le sue aziende, Tesla e SpaceX, hanno bruciato 134 miliardi di dollari in Borsa in poche ore.
La ragione, anche qui, è legata al voto e soprattutto alla vittoria dei democratici in Texas per un seggio al Senato e i posti di governatore e procuratore generale dello Stato.
Il punto non è tanto che tutta Big Tech (con l’eccezione parziale di Dario Amodei di Anthropic) si era prostrata a Trump in modi a tratti umilianti. Il riposizionamento di tutti gli ultra-miliardari di Silicon Valley è già partito.
Il punto per il mercato è che il 25% della potenza dei data center dell’intelligenza artificiale da costruire sarebbe destinata proprio al Texas. Quei progetti prevedevano vari sussidi statali, oltre al trasferimento sulla popolazione locale degli extra-costi della rete elettrica da rafforzare per poter alimentare i data center stessi. SpaceX e CoreWeave beneficiano poi di tagli alle tasse per l’uso dei terreni e di una notevole tolleranza per le violazioni ambientali dei loro impianti.
Con i democratici al potere in Texas, molto di questo potrebbe cambiare. I titani dell’AI potrebbero doversi pagare da sé i propri data center e i loro costi potrebbero esplodere: esattamente lo scenario per evitare il quale Musk aveva speso, invano, 445 milioni di dollari in queste midterm.
Vance era tornato a casa per fare campagna elettorale e si è ritrovato con due batoste da spiegare. In Ohio, lo Stato in cui è nato e ha costruito la propria carriera politica, il Partito Repubblicano ha perso sia la corsa per il governatore sia quella per il Senato. E stiamo parlando di uno Stato che alle presidenziali ha votato Donald Trump tre volte nelle ultime tre.
Amy Acton ha battuto il miliardario Vivek Ramaswamy nonostante oltre cento milioni di dollari spesi contro di lei, mentre il democratico Sherrod Brown ha riconquistato il seggio senatoriale che Vance aveva lasciato quando era diventato vicepresidente, sconfiggendo il repubblicano Jon Husted.
In questa doppia sconfitta ci sono diverse note da tenere a mente. Intanto, Ramaswamy non era un candidato qualsiasi, ma uno dei rappresentanti più riconoscibili della nuova destra imprenditoriale americana, già protagonista delle primarie repubblicane e del progetto del Department of Government Efficiency (Doge) insieme a Elon Musk. Husted, invece, era un esponente più istituzionale del Partito repubblicano, con una lunga esperienza politica alle spalle. Vance aveva sostenuto entrambi. Hanno perso entrambi. Ottimo lavoro, vicepresidente.
In Elon Musk c’è il riflesso della sconfitta politica di Vance e del partito. Musk ha speso circa 446 milioni di dollari, una cifra senza precedenti per un singolo finanziatore in un ciclo elettorale. Eppure ha collezionato sconfitte in serie.
Il vicepresidente è la testa di ponte tra l’universo Maga e i tecnoligarchi della Silicon Valley. La sua ascesa politica è stata sostenuta per primo da Peter Thiel, che nel 2022 aveva versato quindici milioni di dollari a sostegno della sua candidatura al Senato.
Intorno a Vance si è costruita un’alleanza tra imprenditori, investitori, intellettuali e organizzazioni conservatrici, convinti di poter saldare il populismo delle classi popolari con gli interessi della grande industria tecnologica. Una nuova destra nazionalista e conservatrice, critica del liberalismo, ma favorevole alla deregolamentazione e agli investimenti nell’intelligenza artificiale.
Il Texas dimostra quanto questa alleanza possa essere fragile. Musk ha trasferito lì alcune delle sue principali attività e ha investito oltre duecento milioni di dollari in iniziative elettorali per mantenere lo Stato repubblicano. Ma i candidati da lui sostenuti hanno perso: Ken Paxton nella corsa al Senato e il governatore uscente Greg Abbott, sconfitto dalla democratica Gina Hinojosa.
Quest’ultima ha fatto della contestazione all’espansione dei data center, molto energivori, uno dei temi della campagna, chiedendo una moratoria sui nuovi progetti fino all’introduzione di maggiori garanzie per le comunità locali. Poche ore dopo il voto, Musk ha commentato su X: «I data center nello spazio sembrano decisamente più interessanti, adesso». L’ha messa giù con una battuta, ma nasconde a malapena la paura per le possibili ripercussioni sulle sue imprese.
Fino a pochi giorni fa, Vance era il candidato con più chance di una nomination repubblicana alle presidenziali del 2028. La media di RealClearPolitics lo dava davanti a Marco Rubio, con il 38,6 per cento contro il 26,4. La sua candidatura non può essere evaporata in una notte. Da vicepresidente ha ancora una grande piattaforma politica e una rete di sostenitori, finanziatori e organizzazioni molto solida. Il problema è che le elezioni di midterm sono state un rifiuto netto inequivocabile degli elettori per Trump, per il trumpismo e per tutto ciò che rappresenta. E Vance dovrà faticare più del previsto per uscire dall’ombra del suo capo.
(da Corriiere della Sera)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
IL VERDE ANGELO BONELLI: “È UN FATTO DI UNA GRAVITÀ INAUDITA, CHE SUPERA OGNI LIMITE. LA LEGGE È CHIARISSIMA. I COMMISSARI CONSOB DEVONO ESSERE PERSONE DI ‘INDISCUSSA MORALITÀ E INDIPENDENZA’”… UN ALTRO LEGHISTA, TRIFONE ALTIERI, SARÀ IL NUOVO PRESIDENTE DELL’ANAC
Il leghista Trifone Altieri, detto Nuccio, sarà il nuovo presidente dell’Autorità nazionale
anticorruzione. Lo si apprende al termine del Consiglio dei ministri. Già responsabile del dipartimento Difesa del partito di Matteo Salvini, Altieri la scorsa primavera era stato nominato nel consiglio d’amministrazione di Leonardo. Altieri succede a Giuseppe Busia.
Il governo ha scelto Giulio Centemero, deputato e capogruppo della Lega in commissione Finanze alla Camera, come nuovo componente della Consob. L’avvio della nomina è stato ha deliberato, a quanto si apprende, dal Consiglio dei ministri.
“Il Consiglio dei Ministri ha appena nominato commissario della Consob Giulio Centemero. È l’ex tesoriere della Lega e oggi è capogruppo del Carroccio in commissione Finanze alla Camera. È un fatto di una gravità inaudita, che supera ogni limite. La legge è chiarissima. I commissari Consob devono essere persone di “indiscussa moralità e indipendenza”.
Il Codice etico dell’Autorità vieta qualsiasi rapporto che possa compromettere anche solo la percezione della loro neutralità. Come può essere percepito come neutrale chi ha gestito i conti di un partito di governo e fino a ieri ne ha guidato la linea in commissione Finanze? La Consob vigila sui mercati, tutela i risparmiatori e garantisce la trasparenza della Borsa. La sua credibilità, anche agli occhi degli investitori internazionali, si regge tutta sull’indipendenza dalla politica.
Con questa scelta la destra porta la lottizzazione dentro uno degli organismi più delicati dello Stato. Non è una nomina: è un’occupazione. Dopo la Rai e le partecipate, ora tocca alle autorità di garanzia. Il governo Meloni considera le istituzioni indipendenti un bottino da spartire. Del resto questo è un governo ormai indifendibile su tutto. Si va dal sottosegretario Delmastro, che apre un ristorante insieme a una persona accusata di mafia, fino all’occupazione delle autorità indipendenti. Giorgia Meloni si deve vergognare per quello che ha fatto. Chiediamo al governo di ritirare questa nomina. Porteremo la questione in Parlamento con tutti gli strumenti a nostra disposizione”. Così Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra e co-portavoce di Europa Verde.
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
IN AMERICA NESSUNO SI E’ SOGNATO DI METTERE VETI (CAPITO CONTE?) O DI DIRE, COME INVECE HA FATTO DI ELLY SCHLEIN, CHE NON SI VINCE AL CENTRO (FALSO, SI VINCE ECCOME)
Candidati radicali e moderati. Profili diversi, coerenti con il territorio da rappresentare. È nella capacità di far convivere – e far vincere – queste due anime che il centrosinistra italiano cerca il messaggio delle Midterm americane. Il trionfo dei democratici – una disfatta tutta a carico di Donald Trump – finisce subito sotto la lente di ingrandimento anche a Roma dove il campo progressista sta cercando la ricetta migliore per amalgamarsi. Certo, come tradizione vuole, ciascuno legge nei risultati una conferma delle proprie convinzioni: chi insiste sull’esigenza di conquistare lo “swing voter”, l’elettore oscillante, con proposte pragmatiche; chi vi vede un ammonimento contro le guerre e il riarmo. Tutti, però, distinguono lo stesso filo rosso: la necessità di stare uniti e prestare ascolto alla questione sociale.
A sintetizzare la doppia esigenza è Stefano Bonaccini, eurodeputato del Pd: «La lezione dei democratici è mettere insieme radicalità e moderazione» intorno a un unico obiettivo: serve «una svolta in favore di chi ha meno, facendo ripartire la crescita». Nel concreto? «Bisogna saper adeguare le figure che meglio rappresentano un certo territorio».
La religiosità di James Talarico in Texas. Il centrismo di Jon Ossoff in uno stato del Sud come la Georgia. «Mi auguro – aggiunge il presidente dem – che ne faremo tesoro come Pd nelle proposte» e nelle «candidature». Auspicio tra le righe: non marginalizzare, alle prossime Politiche, gli esponenti più moderati.
Giusto dosaggio cercasi. Ci ragiona anche Giuseppe Provenzano, responsabile Esteri del Pd: «È un risultato importante – dice – per la qualità delle candidature democratiche, che hanno tenuto insieme la radicalità del messaggio e la capacità di non trasformarla mai in settarismo. Un mix che ha dimostrato di poter vincere». Lo spunto per l’Italia? «Le campagne elettorali si vincono parlando della vita materiale delle persone».
Per il collega Sandro Ruotolo quest’identikit porta però alla nuova onda socialista Usa: «Da Mamdani a New York alla vittoria di Abdul El-Sayed, arriva una domanda di cambiamento che parla anche a noi: sanità pubblica, lavoro, lotta alle diseguaglianze». Il capogruppo Pd Francesco Boccia sintetizza in una speranza: «C’è una nuova generazione che si è affacciata negli Stati Uniti come in Italia. Non contano solo i profili».
(da Repubblica)
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Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile
L’IDENTIFICAZIONE E IL FERMO PREVENTIVO NON ESISTE PER QUESTA FECCIA DELL’UMANITA’ CHE HA COSTRETTO A CHIUDERE ANCHE UNA FERMATA DELLA METRO (REATO DI INTERRUZIONE DI PUBBLICO SERVIZIO)
A Milano, in piazza Duomo, sono arrivati centinaia di tifosi ungheresi. Il motivo? Ieri la squadra
di calcio Ferencváros di Budapest ha giocato allo stadio San Siro per la partita di Europa League contro il Milan. In strada, quindi, diversi ultras hanno sfilato “prendendo d’assalto” con fumogeni e bandiere il cuore della città e cioè piazza Duomo.
Le immagini registrate e diffuse mostrano però scene sconcertanti. C’è almeno un tifoso, infatti, con addosso una maglietta con ritratto Benito Mussolini. La scritta che si legge è ancora più preoccupante. La maglia infatti recita: “La nostra fede è Mussolini”.
Tutti poi, mentre urlano, alzano il braccio facendo chiaramente il saluto romano. E poi, a corredo, anche l’immagine di padre Giannicola Maria Simone, il sacerdote della chiesa di Sant’Alessandro di Zebedia finito al centro delle polemiche per le proteste del 17 ottobre per aver mostrato il dito medio ai manifestanti. E infatti nello striscione è ripresa quella immagine lì con la scritta: “Rispetto, padre”.
I tifosi farebbero parte dei “Green Monsters”, un gruppo noto per le sue posizioni di estrema destra. Uno degli striscioni – ovviamente di colore nero – recitava “We have to defend Europe” e cioè “Dobbiamo difendere l’Europa”. Il tutto corredato da urla, pugni alzati e fumogeni accesi. A
causa di questa “invasione” è stata chiusa la fermata della metro rossa “Duomo”. L’arrivo di questi tifosi e di questa sorta di corteo nulla a che vedere con il calcio. Anzi. È proprio una manifestazione politica considerato gli slogan, gli abiti indossati e gli striscioni. Non emerge alcuna notizia relativamente a una possibile identificazione di questi tifosi.
(da Fanpage)
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