Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
I RISULTATI SONO IL RIPUDIO DI TRUMP E DEL TRUMPISMO
Così è più di una sconfit
ta: i risultati di ieri sono il ripudio di Trump e del trumpismo. Ora il vero problema è il futuro degli Stati Uniti, che hanno rigettato lui ma non hanno ancora tracciato la strada per ricomporre la propria unione.
Il presidente ha detto al New York Times che accetterà il risultato e governerà da anatra zoppa con i democratici. Resta da vedere come, nella pratica quotidiana. Poi si tratta di capire se i democratici troveranno il filo per unire le loro correnti, quella moderata e quella socialista, in modo da indicare una strada da seguire per rimettere insieme i pezzi del Paese.
Il primo segnale di quello che stava accadendo è venuto dall’affluenza, in grande aumento dappertutto. La Cnn segnalava che 58 milioni di elettori avevano votato in anticipo, e le file ai seggi erano lunghe negli Stati più contesi. Alla vigilia tutti concordavano sul fatto che entusiasmo e motivazione erano forti soprattutto nell’opposizione. Un funzionario della Casa Bianca ha commentato che c’era «un moderato ottimismo», ma poi sono arrivati i primi exit poll, quelli che sondano gli umori dell’elettorato.
Secondo l’88% dei votanti, il tema cruciale è il costo della vita, per il 75% l’economia non va bene e per il 65% la colpa è di Trump. Il 75% è insoddisfatto o arrabbiato. Secondo il 63% dei votanti il presidente non ha le giuste priorità per gli Usa; per il 61% dà la precedenza ai suoi interessi personali; il 43% è andato alle urne per opporsi a lui.
Quindi sono arrivati i primi scrutini da Indiana, Kentucky e Florida, che davano i democratici avanti in distretti repubblicani. E poi l’ondata, la valanga blu. Il senatore Ossoff ha vinto in fretta la conferma in Georgia, mentre Ray Cooper ha tolto la North Carolina al Gop e Chris Pappas ha tenuto il seggio dem in New Hampshire, primo gay dichiarato a vincere un seggio senatoriale. Subito dopo è arrivato il risultato clamoroso della South Carolina, seguito dal Texas, dove strappando il seggio senatoriale ai repubblicani James Talarico diventa automaticamente un potenziale candidato alla Casa Bianca. Discorso simile alla Camera, tornata democratica.
Le dimensioni della vittoria democratica potrebbero consentire non solo di dettare l’agenda legislativa, ma anche di tornare a considerare l’impeachment dello stesso Trump.
L’IRA DI TRUMP
«Sono assolutamente disposto ad accettare i risultati. Lavorerò con i democratici, probabilmente troveremo il modo». Così ha parlato Donald Trump al New York Times, dopo la netta sconfitta nelle midterm. Se manterrà la promessa, evitando di costringere gli Stati Uniti a vivere un altro trauma come l’assalto al Congresso del 6 gennaio, bisognerà vedere quali compromessi è disposto ad accettare. Incluso l’Iran, dove potrebbe ancora avere la forte tentazione di usare la forza militare per distrarre il paese e il mondo.
Ieri mattina il presidente aveva prospettato la fuga in Israele, se gli americani avessero dimostrato di essere stanchi di lui. In serata, mano a mano che i primi risultati negativi hanno iniziato ad arrivare, ha alzato ancora di più il tono, minacciando di usare «poteri enormi» per restare rilevante; denunciando la minaccia dei democratici di sottoporlo ancora all’impeachment; litigando con i giornalisti della Fox; annunciando «la settimana contro il comunismo».
L’incorreggibile Trump aveva continuato a fare notizia, anche mentre gli americani andavano alle urne per le midterm, parlando così ieri mattina in un’intervista alla Fox News. In questo modo però aveva confermato quello che tutti ormai già sapevano, ossia che le elezioni erano un referendum su di lui, prima ancora del rinnovo del Congresso. Così ha reso impossibile separare l’esito del voto dal suo destino politico.
Ora dirà che la colpa è dei candidati, perché lui non era sulla scheda («altrimenti avrei riportato una vittoria schiacciante»), anche se ha supplicato i suoi sostenitori di fare finta che lo fosse. Quindi cercherà di ignorare il Congresso, come peraltro ha già fatto nei primi due anni di mandato, governando per decreto. Le sue dichiarazioni però confermano che lui considerava il voto come un referendum su se stesso, al punto di scherzare persino sul possibile “esilio”.
Ieri mattina il presidente aveva parlato con la trasmissione “Fox & Friends”, dicendo che «se i repubblicani votano, vinceremo con un margine schiacciante». Ma non era sicuro che accadesse, scherzando sul suo futuro: «Potrei fare il premier in Israele, lì ho un indice di gradimento del 99%».
Quanto all’Iran, il suo ex alleato Tucker Carlson ha scritto che Netanyahu vuole spingerlo ad usare l’arma atomica, almeno per distruggere il sito nucleare della Pickaxe Mountain. Il presidente però non si è sbilanciato su future azioni, nonostante gli attacchi lanciati lunedì dal Pentagono contro l’isola di Qeshm, e ieri ha detto al Financial Times: «Siamo pronti a intervenire se necessario, ma potrebbe non esserci alcuna ragione per farlo».
Quando i primi risultati negativi hanno iniziato ad arrivare, il tono è cambiato. In una email ai sostenitori per la raccolta di fondi ha scritto che i democratici vogliono procedere con il suo terzo “impeachment”. Parlando con la Cbs ha avvertito di essere pronto ad usare «poteri enormi», utilizzando per bloccare tutte le leggi proposte dai democratici: «Ho il potere supremo, si chiama veto».
Nel frattempo ha proclamato la «settimana contro il comunismo» dal primo al 7 novembre, in memoria delle «milioni di persone che hanno sofferto povertà, sfruttamento, violenza e miseria». Quando la sconfitta è diventata innegabile, ha promesso al Times che l’accetterà. Resta da vedere come.
(da Repubblica)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
PIU’ CHE UNA ANATRA ZOPPA, TRUMP DIVENTA UN TACCHINO NEL GIORNO DEL RINGRAZIAMENTO. LE DIMENSIONI DELLA VITTORIA POTREBBERO CONSENTIRE AI DEM DI TORNARE A CONSIDERARE L’IMPEACHMENT NEI CONFRONTI DEL TYCOON CHE FARNETICA: “CON IL MIO NOME SULLA SCHEDA AVREMMO VINTO. NON LO CONSIDERO UN COLPO A ME. I DEM FARANNO PROPOSTE FOLLI E METTERÒ IL VETO MA POI LAVOREREMO INSIEME”. PER CELARE LA BATOSTA ORA “THE DONALD” PUÒ COLPIRE L’IRAN
La riscossa democratica passa per il Texas, la Carolina del Sud, l’Iowa e il Kansas, quattro Stati che Donald Trump aveva vinto con un margine a doppia cifra appena due anni fa.
I democratici conquistano sia la Camera sia il Senato, dove sono riusciti a strappare ai repubblicani sei seggi: ci sono anche l’Ohio e la Carolina del Nord tra quelli «ribaltati». Al New York Times il presidente Donald Trump si è detto «assolutamente disposto ad accettare i risultati»; più tardi, a Politico, ha aggiunto: «Non voglio stare seduto per due anni a mettere il veto su tutto».
E ancora: mentre a Politico spiega che «non intende passare due anni a mettere il veto su tutto», su Truth posta l’immagine di un cappellino rosso che, al posto della scritta «MAGA», ha la parola «VETO».
Trump: “Non lo considero un colpo a me”
La sconfitta subita dai repubblicani alle Midterm, “non la considero un colpo nei miei confronti”. Lo ha affermato il presidente Usa Donald Trump a FoxNews. “Abbiamo vissuto i due anni migliori nella storia della presidenza, per quanto riguarda l’economia e tutto ciò che abbiamo realizzato”, ha sostenuto il capo della Casa Bianca. I dem hanno conquistato il controllo sia della Camera che del Senato.
Trump: “I democratici hanno fatto un buon lavoro”
Il presidente Usa Donald Trump ha riconosciuto che i democratici hanno fatto un “buon lavoro” alle midterm, alla luce della sconfitta inflitta al Partito Repubblicano. “Penso che i Democratici abbiano fatto un buon lavoro. Davvero. Credo abbiano fatto un buon lavoro. Hanno combattuto duramente”, ha dichiarato Trump a Fox News, aggiungendo che si percepiva un certo “clima nell’aria”. “Non dovrei sentirmi in colpa”, ha concluso.
Trump: “I dem faranno proposte folli e metterò veto ma poi lavoreremo insieme”
“Il potere di veto è uno dei poteri più forti in mano a un presidente”. Lo ha dichiarato Donald Trump a Fox News, rispondendo a una domanda sulla prospettiva di lavorare con un Congresso controllato dai democratici dopo le elezioni di midterm. “Mi manderanno provvedimenti folli e io metterò il veto. Dopo un paio di mesi di veti chiameranno e diranno: ‘Come facciamo a portare a termine queste cose?’, e lavoreremo insieme”, ha aggiunto il presidente.
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL MEDICO DI ORIGINI EGIZIANE, VOLTO DELL’ALA PROGRESSISTA DEI DEM, È UNO DEI NEMICI PRINCIPALI DEL TRUMPONE, CHE L’HA RICOPERTO DI INSULTI PER IMPEDIRE, INVANO, LA SUA VITTORIA (“TERRORISTA”; “ODIA GLI EBREI, I NERI E ANCHE I BIANCHI”; “È UN JIHADISTA, CI VORRÀ IL METAL DETECTOR SE VERRÀ ELETTO”) … IL NEO-SENATORE DEL MICHIGAN HA APERTO IL SUO DISCORSO DI VITTORIA DICENDO “MI CHIAMO ABDULRAHMAN MOHAMED EL-SAYED”, SCANDENDO IL NOME CHE IL TYCOON AVEVA RIPETUTAMENTE DERISO
Abdul El-SAYED, candidato democratico al Senato in Michigan, parla di vittoria. “Michigan, ce
l’abbiamo fatta!”, ha affermato davanti ai sostenitori a Detroit. “Sono davvero orgoglioso, onorato di essere qui come senatore eletto per il grande stato del Michigan”, ha detto ancora El-SAYED.
Mi chiamo Abdulrahman Mohamed El-Sayed”. Cosi’ El-Sayed, senatore dem del Michigan, ha aperto il suo discorso della vittoria, scandendo il nome che Donald Trump aveva ripetutamente deriso.
Il democratico Abdul El-Sayed ha rivendicato la sua vittoria per il seggio del Senato in Michigan. Ha battuto il repubblicano Mike Rogers. Medico, esperto di sanità pubblica, musulmano di origini egiziane e volto dell’ala progressista del Partito democratico. Abdul El-Sayed, 41 anni, è uno dei protagonisti delle elezioni di midterm negli Stati Uniti.
In Michigan ha sfidato il repubblicano Mike Rogers per il seggio al Senato lasciato libero dal democratico Gary Peters. Una corsa che ha assunto una dimensione nazionale anche per gli attacchi personali rivolti al candidato da Donald Trump. “Mi chiamo Abdulrahman Mohamed El-Sayed”, così El-Sayed ha aperto il suo discorso della vittoria, scandendo il nome che Trump aveva ripetutamente deriso.
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
ELETTO AL CONGRESSO NEL 2019, HA IMPOSTATO LA SUA CAMPAGNA SULLA PROTEZIONE DEI DIRITTI LGBTQ+, MA NON NE HA MAI FATTO UN TEMA CENTRALE: “AL PRIMO POSTO CI SONO SEMPRE STATI GLI INTERESSI DEGLI ELETTORI…”
Il democratico Chris Pappas ha fatto la storia del Congresso americano: dopo aver vinto nella notte la corsa in New Hampshire, Pappas è diventato il primo uomo apertamente gay eletto al Senato degli Stati Uniti. Ma non ne ha mai fatto un tema centrale della sua campagna. «Al primo posto ci sono sempre stati gli interessi degli elettori», aveva commentato di recente.
Nato a Manchester, New Hampshire, nell’80, il nuovo senatore discende da una famiglia di immigrati greci. […] Laureato in Scienze politiche ad Harvard, prima di intraprendere la carriera politica ha lavorato nel ristorante di famiglia, il Puritan Backroom, uno storico locale aperto nel 1917, dove Pappas dall’età di 14 anni ha fatto il lavapiatti, il cameriere e il gelataio. […]
Il coming out del nuovo senatore risale al periodo in cui studiava ad Harvard. Sposato con un avvocato, Vann Bentley, e appassionato di giochi da tavolo, Pappas ha avuto una solida ascesa come politico: in ventitré anni è passato da membro della Camera statale a membro del Consiglio esecutivo del New Hampshire.
Nel 2019 è stato eletto al Congresso come deputato. A gennaio lascerà il suo seggio di deputato per entrare al Senato. La sua campagna si è incentrata sulla protezione dei diritti Lgbtq+, la difesa del matrimonio tra persone dello stesso sesso, la riduzione dei costi dei farmaci, il sostegno alle piccole imprese e la tutela dei veterani.
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE SULLA NATO, I DEMOCRATICI CONCORDANO CON TRUMP: L’EUROPA DEVE RISPETTARE I PATTI E PAGARE PER LA PROPRIA DIFESA. SENZA CONSIDERARE CHE L’ALA RADICAL DEI DEM, DICHIARATAMENTE PACIFISTA E PRO-PAL, POTREBBE NON AVERE INTERESSE A CONTRASTARE L’ASSE PUTIN-IRAN
Che cosa cambierà per il resto del mondo con un presidente dimezzato alla Casa Bianca? […] In
politica estera, la Costituzione americana non fissa confini netti tra le prerogative del capo dello Stato e quelle del Congresso.
Ma ciò che più conta è che in sei anni di mandato, i quattro del 2017-2021 e gli ultimi due (2025-2026), Donald Trump ha surclassato, svuotato o, semplicemente, ignorato i poteri della Camera e del Senato.
La previsione più facile è che continuerà a farlo. Non senza intralci, però. Il riscontro più immediato sarà nel confronto con l’Iran. Un po’ tutti, in Europa come nei Paesi del Golfo, si aspettano che Trump decida di riprendere gli attacchi senza sollecitare il Congresso a dichiarare formalmente lo stato di guerra. Secondo il «New York Times» il comando militare avrebbe già preparato un piano operativo.
L’unico strumento nelle mani dei democratici […] è bloccare il finanziamento delle operazioni condotte dal Pentagono. Qualche mese fa, il Dipartimento della Difesa ha chiesto al Congresso di approvare un pacchetto da 98 miliardi di dollari. La House of Representatives, controllata dai repubblicani, ha dato il via libera il 22 luglio scorso, mentre il Senato deve ancora pronunciarsi.
Altrimenti, Trump sarebbe costretto a concordare con la leadership democratica una fine rapida del conflitto. Ieri, peraltro, il leader Usa, intervistato dal Financial Times, si è tenuto sul vago: «non prevedo un’azione immediata, ma nel caso siamo pronti».
Un po’ più chiaro lo scenario sulla guerra in Ucraina. Qui Trump da sempre ignora le posizioni del Congresso. La prova più evidente? Il 16 settembre, le due Camere hanno approvato la legge che prevede sanzioni sul petrolio russo e penalità secondarie per quei Paesi che acquistano il greggio da Mosca, in particolare la Cina.
Il 18 settembre Trump ha firmato il documento. Subito dopo ha stretto con Vladimir Putin «il patto del diesel», sdoganando il flusso di gasolio sul mercato e ha continuato a delegittimare Volodymyr Zelensky «auspicandone» addirittura la sostituzione. Nei prossimi mesi, quindi, il Congresso resterà ai margini.
Anche il rapporto con Xi Jinping non dovrebbe subire variazioni di sostanza. La maggior parte dei repubblicani e dei democratici condivide una robusta diffidenza nei confronti del leader cinese.
Per i parlamentari di Capitol Hill, la Cina è più un avversario da contenere che un interlocutore con cui stabilire le rispettive zone di influenza. I progressisti pensano che sia essenziale continuare a fornire armi e assistenza a Taiwan. Entrambi i partiti osservano con allarme crescente le manovre militari cinesi, nonché i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale.
Tuttavia, ancora una volta, sarà Trump a dettare tempi e modalità della relazione con Pechino. Probabilmente vedremo a breve con quali risultati. L’obiettivo dichiarato della Casa Bianca è arrivare a un accordo di coesistenza con Xi Jinping, a margine del G20 in programma il 14 e il 15 dicembre a Miami.
Il risultato negativo del midterm non cambierà la geometria strategica dello Studio Ovale. Il nuovo Congresso potrà sollecitare un maggior coinvolgimento politico degli alleati. Ma non avrà alcun mezzo concreto per costringere il presidente a cambiare direzione. Per esempio, i democratici non condividono la politica dei dazi, i cui effetti si scaricano sugli importatori e in parte sui consumatori americani.
Tuttavia, anche i progressisti sono concentrati sulla tutela dell’economia nazionale. Basti ricordare il provvedimento cardine adottato il 16 agosto 2022 da Joe Biden: l’«Inflation reduction act», che prevede, tra l’altro, corposi incentivi per le aziende straniere che investono negli Stati Uniti. Un modo certamente meno brutale dei dazi, ma che risponde alla stessa logica protezionistica.
Possiamo aspettarci più o meno lo stesso schema sulla Nato. Né i repubblicani né i democratici mettono in discussione l’impegno Usa nell’Alleanza atlantica. Il 16 dicembre 2023 il Congresso ha approvato una legge che impedisce al presidente di uscire dalla Nato senza il consenso del Senato. Uno dei promotori era l’attuale segretario di Stato, l’allora senatore Marco Rubio.
Tuttavia nessuno può costringere Trump a smettere di seminare ansia tra gli europei. Del resto, pure i progressisti pensano che i grandi Stati del Vecchio Continente debbano spendere di più per la loro difesa. Inoltre, tutti concordano sul fatto che le priorità degli Usa siano cambiate. Gli europei restano amici, ma gli Stati Uniti ora devono prestare più attenzione al continente americano e all’Indo-Pacifico.
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
A “CBS NEWS”, TRUMP, CHE TEME L’IMPEACHMENT, SI DICE PRONTO A RICORRERE AI SUOI “POTERI ENORMI”, SU TRUTH DIVENTA “MISTER VETO” E, AL TERMINE DEL DELIRIO, AL “NEW YORK TIMES” CONCEDE: “ACCETTO IL RISULTATO…”
«Il mio nome non era sulla scheda elettorale. Se lo fosse stato, avremmo vinto CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE! Grazie per l’attenzione dedicata a questa questione. Presidente DONALD J. TRUMP».
Donald Trump lo scrive sul suo social, Truth, quando i risultati delle elezioni di midterm non sono ancora definitivi, ma sono già chiarissimi. E parlano di una sconfitta, netta. Una sconfitta che Trump, al New York Times, dice di voler accettare: «Sono assolutamente disposto ad accettare quei risultati. Lavoreremo con i Democratici e, sapete, non vediamo l’ora di collaborare con loro. Probabilmente troveremo un accordo», dice al quotidiano più odiato.
Ma la notte di Trump è stata piena di astio anche nei confronti della tv più seguita, quella Fox News che era stata scelta per il «watch party» con i suoi più fidati consiglieri. Mentre scorrevano i primi risultati, e chiudevano i primi seggi, Trump schiumava su Truth: «Gli ascolti di Fox News sono in netto calo (del 27%!) perché dedicano troppo tempo a occuparsi dei “Democratici ossessionati da Trump”! Tutte le persone che un tempo guardavano Fox e ora non lo fanno più».
Ma l’attacco a quella che finora è stata la sua emittente di riferimento non è l’unica esternazione del presidente Usa in queste ore decisive per la sua amministrazione. In precedenza, Trump ha anche lanciato un appello last minute ai suoi sostenitori, avvertendo che i democratici chiederanno il suo impeachment in caso di vittoria. Poche ore prima, inoltre, il presidente aveva anche attaccato Jessica Tarlov, commentatrice politica di orientamento democratico («è stupida come un sasso e la sua voce mi infastidisce») e proclamato, sul sito ufficiale della Casa Bianca, una «settimana anticomunista».
Tutte queste esternazioni tradiscono il nervosismo con cui i repubblicani – e Trump in primis – hanno affrontato le elezioni di metà mandato.
Intervistato da Cbs News, Trump si era detto pronto a ricorrere a «poteri enormi» – in particolare il veto presidenziale – se i democratici dovessero conquistare il controllo del Congresso: è certo di poter portare avanti il suo programma, nonostante tutto.
In un’email inviata ai propri sostenitori mentre negli Stati Uniti chiudevano i primi seggi, Trump ha definito i democratici «più fuori controllo, arrabbiati e pericolosi che mai» e ha lanciato un appello per la raccolta fondi tra i suoi sostenitori e ha avvertito che i democratici, in caso di vittoria, chiederanno «apertamente» il suo impeachment.
Il presidente ha ricordato che il suo secondo mandato è «praticamente a metà», aggiungendo che «c’è ancora molto da fare per portare a termine il lavoro e rendere di nuovo grande l’America».
«Prometto che continuerò a lottare ogni giorno per voi e le vostre famiglie», prosegue la mail.
L’attacco del presidente a Fox News avviene in un lungo post su Truth in cui Trump si sfoga a ruota libera. «Il problema», dice, «sono loro, non io: i miei numeri sono migliori che mai». A sostegno della sua tesi, il presidente cita dei «sondaggi» che a suo parere dimostrano alti tassi di gradimento per la sua presidenza.
Il presidente ha anche preso di mira Jessica Tarlov, commentatrice politica e co-conduttrice del programma The Five, criticandone la voce e le capacità. Tarlov, che in passato è stata anche consulente per i democratici, è una delle poche voci non conservatrici di Fox News.
«Sto seguendo i risultati pre-elettorali su Fox News, ma non sopporto la voce di Jessica Tarlov: stupida come un sasso, ma è la sua voce che mi infastidisce», ha scritto Trump su Truth.
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
ADESSO RADDOPPIA LE PUNTATE MASSIME DELLE SLOT, DISPONE SCONTI SUI DEBITI DEI CONCESSIONARI E PROROGHE SENZA NUOVE GARE… E ARRIVANO TRE NUOVI “GRATTINI”
Non solo la quinta estrazione del Lotto e del SuperEnalotto, inserita dal governo nella manovra.
Negli stessi giorni, l’Agenzia delle dogane e dei monopoli – ente pubblico sottoposto alla vigilanza del ministero dell’Economia – ha istituito tre nuovi gratta e vinci da 5, 10 e 20 euro, con premi massimi fino a 5 milioni di euro, lanciati in vista delle festività natalizie. Un bel regalo da grattare sotto l’albero, che sottolinea come, al di là dei proclami, la maggioranza punti forte sul gioco d’azzardo per provare a far cassa. Eppure, solo qualche anno fa, nel 2015, era la stessa premier Giorgia Meloni – all’epoca deputata e già leader di Fratelli d’Italia – ad attaccare l’allora ministra Beatrice Lorenzin: “Bisogna che qualcuno spieghi allo Stato italiano che continuare a fare cassa con il gioco d’azzardo significa guadagnare oggi dei soldi facili, ma pagare domani dei costi sociali altissimi“, aveva dichiarato Meloni in Aula, nel corso di un’interrogazione alla titolare della Salute del governo Renzi. Da allora le cose sembrano essere cambiate. Tanto che, dal suo insediamento nel 2022, l’esecutivo di centrodestra ha – tra le altre cose – portato da tre a cinque il numero di estrazioni del Lotto e ha ridimensionato i finanziamenti specificamente destinati al contrasto della ludopatia: dai 50 milioni annui del precedente fondo dedicato (istituito nel 2016), si è passati ai circa 32,2 milioni riservati al gioco d’azzardo patologico (Gap) nel nuovo Fondo unico per le dipendenze patologiche, introdotto con la Legge di bilancio 2025. Una riduzione di quasi il 36%.
L’ultima novità sono i nuovi gratta e vinci, lanciati in occasione delle festività. I “Giochi di Natale” sono composti da tre biglietti differenti per costo, struttura e vincite disponibili. I prezzi oscillano tra i 5 e i 20 euro, con premi massimi fino a 5 milioni. “Un’illusione confezionata per le feste, che rischia di alimentare dipendenze e aggravare la fragilità economica di tante persone e famiglie”, secondo il deputato Pd e segretario di presidenza della Camera, Stefano Vaccari. Secondo il dem, “lo Stato non può dichiarare di voler contrastare i danni dell’azzardo e, contemporaneamente, contare sempre di più su quelle entrate per finanziare la spesa pubblica. Servono prevenzione, cura e politiche che riducano i rischi. Non nuove occasioni per scommettere”. Ma il settore è in grande crescita: secondo la prima Relazione sul settore dei giochi pubblici, nel 2025 la raccolta del giocato complessivo ha toccato quota 165,3 miliardi di euro. Quasi otto miliardi in più rispetto al 2024, un +5%, e circa 30 miliardi in più, +21%, rispetto al 2022, anno di insediamento del governo.
Ma i gratta e vinci natalizi sono solo l’ultima delle novità. La manovra 2027, all’articolo 28, prevede anche la proroga fino al 31 dicembre 2029 della concessione delle lotterie istantanee, comprese quelle online, che sarebbe altrimenti scaduta il 30 settembre 2028. Un’estensione di quindici mesi senza una nuova gara, in cambio della quale il concessionario dovrà versare allo Stato 188 milioni di euro, in due rate da 94 milioni nel corso del 2027. E ancora: il disegno di legge di Bilancio – nell’articolo 23 – interviene anche sulle slot machine, prevedendo, per gli apparecchi adeguati alla nuova configurazione, il raddoppio della puntata massima, da uno a due euro, e della vincita massima per partita, da 100 a 200 euro. Ma anche nell’articolo 32 si parla di gioco d’azzardo. Qui si introduce una definizione agevolata dei vecchi debiti dei concessionari delle slot machine nei confronti dello Stato. Di fatto, un condono. La vicenda risale al 2015, quando alla filiera degli apparecchi da gioco venne imposto un contributo straordinario complessivo di 500 milioni di euro. Undici anni dopo, secondo la relazione tecnica, restano ancora da recuperare 89,47 milioni, anche a causa dei contenziosi giudiziari. Il governo propone ora di chiudere le pendenze consentendo ai concessionari di aderire a una procedura che prevede una riduzione complessiva dei debiti residui fino al 20% e la rinuncia dello Stato agli interessi maturati. In cambio, gli operatori dovranno rinunciare ai contenziosi e versare gli importi rideterminati in tre rate. L’obiettivo dell’esecutivo è recuperare 71,62 milioni di euro nel 2027, rinunciando dunque a circa 17,85 milioni di capitale, oltre agli interessi.
Una misura che Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, denuncia come un vero e proprio “condono per i concessionari delle slot machine”. “È una vergogna”, attacca, denunciando che “invece di riscuoterli, il governo concede uno sconto fino al 20% e rinuncia a tutti gli interessi maturati in undici anni. Lo Stato alza bandiera bianca davanti all’industria dell’azzardo“. Il parlamentare contesta anche il raddoppio delle puntate e delle vincite massime delle slot e le proroghe delle concessioni senza nuove gare. “È lo stesso governo che toglie 14,2 miliardi in dieci anni ai pensionati con il taglio della rivalutazione e riduce i fondi per gli anziani non autosufficienti da 250 a 136 milioni”, sostiene Bonelli, concludendo: “A un pensionato nessuno condona un euro di interessi. Ai padroni dell’azzardo sì. È questa la rapina sociale del governo Meloni: forte con i deboli, debole con i forti”. Frasi che riportano alla mente le dichiarazioni della stessa Meloni nel 2015, quando dai banchi dell’opposizione denunciava gli effetti sociali dell’azzardo: “Le slot machine e il gioco d’azzardo producono miseria, povertà, droga e suicidi”. Undici anni dopo, la quinta manovra del suo governo prevede il raddoppio delle puntate massime delle slot e un condono per i concessionari.
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
NELLA CERCHIA DEL CAPO LEGHISTA È RIPARTITO IL PRESSING PER SILURARE IL CAPOGRUPPO AL SENATO, MASSIMILIANO ROMEO, TRA I PROMOTORI DELLA CANDIDATURA DELLO SFIDANTE “NORDISTA” MASSIMO GARAVAGLIA – ROMEO HA DALLA SUA 4-5 SENATORI SU 29, DUNQUE LE SUE CHANCE DI RESISTERE SONO POCHE
La nuova segreteria della Lega è un tetris sempre più scombinato. Tanto che il Consiglio federale che dovrebbe designare la squadra che affiancherà Matteo Salvini verso le Politiche, dopo il congresso straordinario del 25 ottobre, slitta alla prossima settimana.
Nella cerchia del capo leghista è ripartito, forte, il pressing per silurare il capogruppo al Senato, Massimiliano Romeo, tra i promotori della candidatura dello sfidante “nordista” Massimo Garavaglia, insieme al governatore lombardo Attilio Fontana.
Romeo ha dalla sua una minoranza di 4-5 senatori su 29, dunque le sue chance di resistere sono poche. Ma questo passo indietro, più “spintaneo” che spontaneo, complica proprio il varo della nuova segreteria. Salvini ha offerto pubblicamente uno dei nove posti a Garavaglia. Il quale però non ha intenzione di vidimare la rimozione di Romeo. Tanto da far filtrare l’intenzione di rinunciare alla nomina, se il vicepremier tirerà dritto.
I ribelli ora provano a riattrezzarsi. Pare archiviata l’idea di far nascere “l’associazione del Nord”, cara più a Fontana che a Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. Ma il dissenso degli ultimi mesi non è destinato a evaporare, anzi è in arrivo una specie di secondo tempo del congresso.
Tra l’8 e il 22 novembre sono attesi tre congressi provinciali del partito, dove la maggioranza salviniana rischia di perdere 3 a 0, nei luoghi che più contano per la sua storia e il suo radicamento. A partire dal primo appuntamento, in un territorio simbolo come Varese, nella cui provincia tutto nacque con Umberto Bossi e Bobo Maroni.
In corsa ci sono l’uscente Andrea Cassani, tra coloro che hanno firmato per la candidatura di Garavaglia al congresso di Milano e in rappresentanza dei nordisti, e il sindaco di Casciago, Mirko Reto. La base è composta da quasi 600 militanti, numeri che pesano in tempi di partiti ridotti a scatole vuote, e ad Albizzate ci sarà anche Romeo.
Cassani ha il pieno appoggio anche di Fontana, va detto che neanche Reto è un salviniano doc, ma il suo nome coagulerà i fedelissimi del “Capitano”.
Salvini intanto segue da vicino altri dossier. Il primo è l’autonomia: questa settimana nell’aula della Camera, proprio su pressione del Carroccio, è in programma un voto-blitz per fissare il via libera alle intese con 4 regioni (Lombardia, Veneto, Liguria e Piemonte) entro il 27 gennaio, in modo che il Senato possa licenziarle definitivamente entro il probabile voto anticipato di maggio-giugno.
FdI è d’accordo, ma intanto manda segnali sia agli alleati che a Roberto Vannacci: sabato tutto lo stato maggiore del partito, da Arianna Meloni in giù, ha organizzato una manifestazione in Friuli, a Monfalcone, per un convegno sulle norme anti-burqa. Sbuffi di malumore dai salviniani, che la ritengono un’invasione di campo. Ma stavolta devono ingoiare il rospo.
(da agenzie)
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Novembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL PESO DELL’INFLAZIONE GALOPPANTE SOTTOVALUTATO DA MELONI E GIORGETTI NELLA LEGGE DI BILANCIO
Il tiro alla fune nella maggioranza intorno alle sorti del «ceto medio» ha accompagnato la bozza
della legge di bilancio fin sulla soglia di Palazzo Chigi, e ne ha modificato la struttura in extremis per far spazio al taglio Irpef che ha imposto di aumentare il conto a carico di banche e assicurazioni per coprirlo.
Tanta attenzione politica non ha però investito i pensionati delle stesse fasce di reddito. Che hanno giocato in manovra una partita parallela: e l’hanno persa, almeno per ora.
Il taglio all’indicizzazione, cioè alla rivalutazione automatica degli assegni previdenziali pensata per evitare che perdano (troppo) terreno rispetto all’inflazione, infittisce i propri effetti sulle stesse fasce di reddito interessate dalla riduzione dell’Irpef.
Ma i suoi impatti sono sempre molto più pesanti del beneficio fiscale determinato dall’allargamento del secondo scaglione Irpef, che taglia di 10 punti (dal 43% al 33%) l’aliquota sulle quote di reddito superiori ai 50mila euro l’anno.
E che, alla fine dei conti, per gli 1,71 milioni di pensionati interessati si traduce in una sorta di premio di consolazione: troppo leggero per pareggiare i conti. In questa platea, 1,15 milioni di persone rientrano nel raggio d’azione del taglio Irpef: con la conseguenza che il 35% degli interessati da questo «sconto per il ceto medio» vedrà più che azzerati gli effetti fiscali nella propria pensione. […]
I calcoli finali sulla quota reale di potere d’acquisto che sarà bruciata sul falò dei prezzi si potranno fare solo con i dati definitivi sull’inflazione di quest’anno. La manovra stima un risparmio da 2,6 miliardi nel triennio, sostanzialmente pari al fondo accantonato per la flessibilità in uscita che la Lega chiede di utilizzare per la nuova «quota 100», basandosi sul tasso d’inflazione al 2,8% indicato dall’ultimo programma di finanza pubblica.
Ma l’accelerata d’autunno ha già portato la media mensile al 3,14% e l’inflazione acquisita a ottobre al 3,4%, e un’occhiata alle dinamiche di fine 2025 suggerisce che il tasso annuale sarà anche più alto. La riduzione della spesa statale garantita dal taglio all’indicizzazione è proporzionale all’aumento dei prezzi, quindi potrà rivelarsi molto superiore a quella messa in preventivo. […]
L’imposta sui redditi, prima di tutto, si alleggerisce solo per i redditi superiori a 50mila euro lordi all’anno, mentre le forbici sulla rivalutazione partono da sotto i 33mila euro lordi, quando si superano le quattro volte il trattamento minimo aggiornato del prossimo anno.
L’Irpef, poi, agisce per scaglioni di reddito, mentre l’indicizzazione ripensata sul modello 2023-24 colpisce tutta la pensione, e non solo le somme che superano le varie soglie. La profondità del loro colpo è molto maggiore all’entità dei benefici Irpef: e l’effetto incrociato delle due misure si limita a far imbizzarrire la curva delle perdite reali subite dalle diverse pensioni.
Per esempio a 50mila euro all’anno, che corrispondono a 3.846 euro lordi e quindi a poco più di 2.700 euro netti al mese, la perdita netta sarebbe di 797,6 euro annui. A 53mila euro di reddito, il sacrificio scenderebbe a 526,1 euro per attestarsi a 345,2 euro quando la dichiarazione ne vale 55mila lordi.
Da quel livello in poi, lo sconto Irpef si ferma a 500 euro, quindi il rosso ricomincia a crescere per effetto della mancata rivalutazione. I quasi 800 euro di perdita complessiva registrati a 50mila euro si riaffacciano a quota 78mila euro lordi, e da lì aumentano in proporzione alla pensione. Nei casi più fortunati, fra 50 e 60mila euro, lo sconto Irpef arriva a più che dimezzare il taglio: da 82mila euro in su, si limita a ridurlo di meno di un terzo.
(da “il Sole24Ore”)
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