Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
DOMANI SI VOTA PER RINNOVARE LA CAMERA, UN TERZO DEL SENATO E 36 GOVERNATORI… COSA PUI’ CAMBIARE DAVVERO PER L’AMERICA
Martedì 3 novembre i cittadini americani vanno al voto per le elezioni di Midterm. Si chiamano così perché cadono regolarmente a metà del mandato di 4 anni del presidente degli Stati Uniti. Sulla scheda però non compare Donald Trump. Gli elettori sono chiamati infatti a rinnovare i due rami del Congresso, ossia il Parlamento Usa. Si vota per eleggere tutti e 435 i membri della Camera, dato che il loro mandato dura solo due anni, e 35 dei 100 membri del Senato: il loro mandato dura infatti sei anni, ma se ne rinnova un terzo ogni due. Il ruolo chiave del Congresso è quello di introdurre, discutere e votare le leggi nazionali. Ma anche di controllare l’operato della Casa Bianca, votare il bilancio annuale e autorizzare le spese. Per questo le Midterm sono considerate importanti: se vince chi governa, rafforza il suo potere; se vince l’opposizione, può «imbrigliare» il presidente per i suoi ultimi due anni. A creare attesa politica è anche il fatto che martedì 3 novembre si vota pure per i governatori di 36 Stati (su 50).
Camera e Senato, i seggi in palio e la sfida a Trump
Quello americano è un sistema essenzialmente bipartitico: i Repubblicani interpretano il sentire conservatore, i Democratici (D) quello progressista. Tradizionalmente alle Midterm gli elettori Usa tendono a «punire» chi governa, indifferentemente dal partito. Negli ultimi 80 anni solo due volte i presidenti in carica hanno visto i propri partiti premiati alle elezioni di metà mandato: Bill Clinton nel 1998 e George W. Bush nel 2022. Nel primo caso l’economia andava a gonfie vele e il tentativo di impeachment del presidente per il caso Lewinsky fu giudicato eccessivo; nel secondo pesò lo slancio patriottico dopo la tragedia dell’11 settembre. Alla Camera per avere la maggioranza serve conquistare almeno 218 dei 435 seggi in palio: in quella uscente i Repubblicani avevano 220 seggi, i Democratici 215. Al Senato la maggioranza è di 51 seggi (su 100). Considerato che attualmente i Repubblicani ne hanno 53 e i Democratici 47, l’opposizione deve strappare almeno 4 seggi dei 35 che si rinnovano. Gli elettori registrati per questo voto sono circa 210 milioni.
I temi chiave del voto
«It’s the economy, stupid!», fissò nella testa di Bill Clinton il suo stratega elettorale nel 1992, portandolo a una vittoria schiacciante. La regola vale sempre: gli elettori Usa (e non solo) votano avendo in mente in primis le questioni economiche: i prezzi di energia, benzina, alimentari, casa e cure (oggi la parola chiave è affordability, cioè il potere d’acquisto); l’andamento del mercato del lavoro; le prospettive per i figli. Donald Trump promise col suo secondo mandato di riportare gli Stati Uniti all’«età dell’oro», innanzitutto proteggendo la manodopera Usa con dazi record agli altri Paesi. Per i Democratici quella strategia, implementata solo in parte, si è rivelata controproducente. La politica estera solitamente non è in cima ai pensieri della maggior parte degli elettori. Nell’ultimo anno però le scelte internazionali della Casa Bianca hanno avuto un impatto diretto sui mercati di energia e materie prime, e a cascata sui prezzi anche negli Usa. A ottobre l’economia Usa cresceva del 3,4%, ma l’inflazione del 3,7%. Per questo l’elezione di Midterm sarà anche un giudizio sulla guerra all’Iran lanciata a febbraio con Israele, e mai davvero finita. I Repubblicani provano a convincere gli elettori di aver avuto successo per lo meno sull’altra promessa primaria di Trump: fermare l’immigrazione clandestina – a costo di usare metodi da sceriffo ai confini e violenti nelle città con gli «squadroni» dell’Ice.
Cosa dicono i sondaggi e perché Trump rischiIl consenso per Donald Trump è andato calando costantemente dal suo ritorno alla Casa Bianca. Oggi il tasso di approvazione dell’operato del presidente è al 38%, quello di disapprovazione al 60% (dati medi misurati da Nbc). Secondo l’ultima rilevazione del New York Times, in particolare, appena il 33% degli americani approva la gestione della guerra in Iran, il 29% quella del costo della vita, e oltre il 40% degli elettori repubblicani disapprova la gestione dei prezzi del gas. Il malcontento verso il governo si riflette anche nei sondaggi sui partiti. Per i Democratici prevede di votare alle Midterm il 52% degli americani, per i Repubblicani il 43%. L’opposizione dovrebbe quindi strappare la Camera al partito di Trump: i Democratici sono considerati favoriti per 220 seggi, i Repubblicani per altri 196, mentre i restanti 19 sono contesi. Più incerta è la vittoria Dem al Senato: al momento i sondaggisti prevedono una loro crescita di almeno due seggi, da 47 a 49, ma per controllare anche la camera alta ne servono almeno 50. L’attenzione si concentra quindi sui cosiddetti battlegrounds, gli Stati in cui la corsa è più incerta.
Gli Stati in bilico e le sfide da seguire
Tra Democratici (D) e Repubblicani (R) si prevede un testa a testa in Iowa, dove si contendono il seggio l’ex giornalista (R) Ashley Hinson e l’ex campione paralimpico Josh Turek (D), così come in Alaska, dove il senatore uscente Dan Sullivan (R) è sfidato da Mary Peltola (D). In entrambi gli Stati Trump aveva stravinto nel 2024 staccando di 13 punti Kamala Harris, e ora i Repubblicani sono in affanno. I Democratici ci credono, e non lesinano colpi bassi: il New York Times ha documentato come in Alaska abbiano setacciato i registri per cercare (e trovare) altri “Dan Sullivan” da candidare per confondere gli elettori. Pure in Kansas un successo Dem avrebbe del clamoroso: l’ultima volta che vi elessero un senatore fu nel 1932. Ora sperano di farcela con il pastore Adam Hamilton, dato in vantaggio nei sondaggi (49 a 45%) sul Repubblicano uscente Roger Marshall. Annusato il clima, venerdì Trump ha deciso di cancellare i comizi previsti nell’ultimo weekend prima del voto in Iowa e Kansas, ripiegando su un più prudente collegamento. Occhi puntati per capire i conti finali del Senato pure sul Maine, dove il Democratico Troy Jackson se la gioca con l’«eterna» Susan Collins, in Senato dal 1997, e sull’Ohio, dove Sherrod Brown (D) prova a tornare in Senato sfilando il seggio a Jon Husted (R).
I volti nuovi Democratici e la corsa verso il 2028
Molto pesante simbolicamente per i Repubblicani sarebbe pure una sconfitta in Texas, dove i Democratici non eleggono un senatore dal 1988. Ora ha buone chance di diventarlo James Talarico, 37enne seminarista presbiteriano che ha osato sfidare il «cattivismo» di Trump parlando di Bibbia, amore e diritti, e secondo i sondaggi dovrebbe battere il procuratore generale Ken Paxton (49 a 42%). Anche in Michigan è dato vincente con cifre analoghe un uomo nuovo Democratico, di tutt’altra pasta. Abdul El-Sayed, 41 anni, medico ed epidemiologo, rappresenta l’ala sinistra del partito, quella dei Socialisti Democratici (corrente cui pure non ho iscritto) che ha tra i suoi leader Alexandra Ocasio-Cortez e che ha portato l’anno scorso Zohran Mamdani a sindaco di New York. Musulmano, di padre egiziano, El-Sayed attacca duro sull’appoggio Usa a Israele e punta sull’intervento pubblico per tutelare diritti e stipendi di chi ha meno. Profilo ancora diverso quello di Jon Ossoff, senatore in Georgia già dal 2001 fattosi notare nei comizi di questa campagna elettorale per gli attacchi ad effetto a Trump – tanto che alcuni già lo intravedono candidato presidente nel 2028, magari su una piattaforma più moderata.
Cosa può succedere dopo le Midterm
Se i Repubblicani dovessero tenere il controllo del Congresso, Trump avrebbe gioco facile a rivendicare una vittoria e a procedere a spron battuto per i due ultimi anni di presidenza. Se i Democratici, come prevedono i sondaggi, si riprenderanno la Camera, e magari pure il Senato, Trump come molti suoi predecessori resterà un’«anatra zoppa». Diventerebbe molto più difficile per lui far passare i suoi progetti di legge – per quanto già nei primi due anni The Donald abbia dimostrato tutta la sua insofferenza per i vincoli parlamentari, piegando fino all’estremo (e oltre) i poteri presidenziali e governando a colpi di ordini esecutivi. Conoscendo il suo spirito umorale e la sua scarsa considerazione dei protocolli democratici, c’è chi teme pure che un Trump «azzoppato» e arrabbiato possa reagire in modo incontrollato: denunciando brogli e non riconoscendo la legittimità del risultato (ha già gettato qualche seme in campagna elettorale) o prendendo nuove pericolose iniziative internazionali – in Iran, a Cuba o altrove. Quanto ai Democratici, in caso di vittoria si aprirà di fatto la corsa alle elezioni presidenziali 2028, quando Trump non sarà più candidabile. E qualcuno medita pure di provare a far fuori il presidente fin da subito, lanciando il terzo tentativo di impeachment contro di lui. Più facile che i Democratici alzino la pressione del controllo politico-finanziario su Trump tramite le commissioni d’inchiesta parlamentare: potrebbero dare battaglia per esempio sull’uso dell’Ice contro i migranti (e non solo), sulle accuse di corruzione a lui e al resto del suo “clan” – da Donald Trump jr. al genero Jared Kushner, o ancora sulle spese per i lavori di costruzione della nuova sala da ballo alla Casa Bianca.
(da Open)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
CGIL, CISL E UIL ACCUSANO IL GOVERNO DI INDEBOLIRE L’ISTRUZIONE PUBBLICA: “È UNA SCELTA GRAVISSIMA CHE FINIRÀ CON IL METTERE IN GINOCCHIO LA SCUOLA ITALIANA” – GLI STUDENTI ANNUNCIANO UNA MOBILITAZIONE PERMANENTE: “SAREMO DI NUOVO IN PIAZZA IL 20 NOVEMBRE”
È una rivolta che salda insieme studenti e sindacati, presidi e genitori, mentre le
opposizioni compatte parlano di «scempio» e di «schiaffo al futuro dei giovani».
I settemila tagli nel comparto scuola annunciati nella legge di Bilancio — circa cinquemila insegnanti e duemila tra amministrativi, tecnici e collaboratori scolastici del personale Ata — hanno provocato una vera e propria rivolta nelle scuole di tutta Italia, già impoverite dai tagli del 2025
Gli studenti medi annunciano mobilitazione permanente, «saremo di nuovo in piazza il 20 novembre», spiega la coordinatrice della Rete Angela Verrecchia.
Critiche dure e senza appello arrivano dai sindacati della scuola tutti compatti nel bocciare la manovra. Cgil, Cisl e Uil parlano di «scelta gravissima che finirà con il mettere in ginocchio la scuola italiana».
Sottolinea Ivana Barbacci della Cisl: «Chiediamo il ritiro immediato dei tagli per l’istruzione», mentre Gianna Fracassi, leader della Flc Cgil, denuncia: «La scuola statale viene smantella ma le private continuano a godere di provvidenze pubbliche».
Sulla stessa linea Gilda e Anief che ricordano quanto proprio oggi, nell’esplodere della violenza giovanile, la scuola — baluardo educativo — dovrebbe non essere impoverita ma sostenuta più che mai. Un pensiero che torna nelle parole di chi tutti i giorni è in prima linea, come Matteo Croce, preside del liceo linguistico e delle scienze umane “Danilo Dolci” di Palermo.
«Le parole sono superflue, già ora il nostro organico è ai minimi termini. Soprattutto quell’organico di “potenziamento” che aveva consentito a tanti nostri alunni di recuperare quelle lacune frutto di problematiche legate al contesto sociale e familiare, alunni che certamente non possono permettersi insegnanti a pagamento. Tagliare poi personale Ata, può causare seri problemi sulla vigilanza e sicurezza dei nostri ragazzi». […]
Non c’è “anima” della scuola italiana che non viva come un affronto al futuro dei propri figli la scure del governo Meloni sull’istruzione pubblica. Laura Trucchia del Coordinamento genitori democratici, racconta una lotta che affratella le generazioni. «Noi madri e padri siamo scesi in strada accanto agli studenti e siamo sgomente e indignate per le risposte che il governo ha dato ai nostri giovani.
Criminalizzazione, repressione, fino allo smantellamento sistematico della scuola pubblica, nell’assoluta indifferenza per l’edilizia scolastica fatiscente, mentre il calo demografico viene strumentalizzato per lasciare invariate le classi pollaio».
E uno schiaffo ulteriore «a chi crede nella scuola libera, laica, gratuita» dice Laura Trucchia, è rappresentato «dal supporto alle private paritarie mentre si disintegra la scuola pubblica». […] E dalle piazze di studenti e sindacati arriva un monito chiaro: «Saremo in mobilitazione permanente, ormai nelle strade siamo milioni».
(da agenzie)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“QUELLO CHE FA PIU’ MALE E’ PENSARE CHE CERTE PAROLE SONO STATE PRONUNCIATE MENTRE MIO ZIO STAVA MORENDO”
Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir, dice oggi al Corriere della Sera che lo zio era una persona vulnerabile. E che le frasi dei poliziotti per lei sono state uno shock. Mentre le scuse sono arrivate tardi. Lei ha sapute delle frasi «tramite il nostro avvocato, Fabio Anselmo. Per tutti noi è stato uno choc. Siamo profondamente provati, ma soprattutto arrabbiati e delusi. Quello che fa più male è pensare che certe parole siano state pronunciate mentre mio zio stava vivendo i suoi ultimi momenti. Ci ferisce sapere che siano state rivolte a una persona che meritava rispetto e umanità, come qualsiasi essere umano».
La bodycam
Yossra dice che «da chi indossa una divisa ci aspettiamo protezione, rispetto, non parole che feriscono ulteriormente la dignità di una persona in difficoltà. E c’è una domanda che non riesco a togliermi dalla testa: queste frasi le abbiamo conosciute perché c’era la bodycam. Ma se non ci fosse stata, cosa sarebbe emerso? È inaccettabile. Non vogliamo pietà né risposte di circostanza: vogliamo la verità e che ciascuno si assuma le proprie responsabilità. Abderrahim merita rispetto, non smetteremo di pretenderlo».
Le scuse
E le scuse dell’agente? «Delle sue scuse non so che farmene. Non le accetto io, non le accetta la mia famiglia e non possono cancellare quello che è successo. Ci doveva pensare prima, quando si trovava davanti a un uomo in difficoltà, che meritava rispetto e dignità. Oggi chiedere scusa è facile, ma il rispetto andava dimostrato in quel momento, non dopo che quelle parole sono diventate pubbliche». E dice che le cose sarebbero potute andare diversamente: «Sì, me lo sono chiesta tante volte. Io non sono un medico e non ho le competenze per stabilire quali procedure dovessero essere adottate, ma non posso ignorare quello che abbiamo visto nei video girati dai residenti del Pilastro».
L’episodio
Yossra rivela un episodio «che ci ha lasciati profondamente colpiti. Quando mia zia e mio padre sono arrivati, gli agenti avrebbero detto loro di aver trovato mio zio già morto. Ma alcuni residenti sono intervenuti subito, facendo presente che non era così e che c’erano i video a documentare quanto era realmente accaduto. È una circostanza che riteniamo fondamentale e che merita di essere chiarita. I video mostrano elementi che sollevano interrogativi importanti: l’utilizzo dello spray al peperoncino direttamente nella bocca di mio zio e il massaggio cardiaco praticato mentre aveva ancora i polsi e le caviglie ammanettati. Mio zio non era armato. Inoltre, non era presente un medico a bordo dell’ambulanza. Mio zio ha chiesto aiuto più volte. E allora mi chiedo: si sarebbe potuto intervenire prima?».
La sofferenza di Fakir
La donna dice che non sapeva nulla della sofferenza che lo zio stava attraversando: «Non ha mai fatto trasparire niente: era una persona solare, affettuosa, ironica, sempre pronta a scherzare e a farci ridere. Col senno di poi, penso che forse qualcosa dentro di lui ci fosse, ma che abbia scelto di non mostrarlo. È proprio questo che oggi mi fa riflettere: a volte le persone che amiamo possono nascondere una sofferenza importante, senza che chi gli sta accanto riesca ad accorgersene».
(da agenzie)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
L’ESPOSTO DELL’AVVOCATO DELLA FAMIGLIA
La procura di Roma ha avviato un nuovo fascicolo di indagine sull’omicidio di Pier Paolo
Pasolini, ucciso ad Ostia la notte tra il primo e due novembre del 1975. Il procedimento, affidato al sostituto Silvia Santucci, è stato aperto alla luce di un esposto depositato a piazzale Clodio le scorse settimane dall’avvocato Stefano Maccioni che in passato assistito uno dei cugini della vittima, Guido Mazzon, ed ora è avvocato dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, del regista David Grieco e dello scrittore Giovanni Giovannetti.
L’esposto
A differenza della denuncia, l’esposto è un atto con cui un cittadino richiede l’intervento o la mediazione dell’Autorità di Pubblica Sicurezza (come Carabinieri o Polizia) oppure informa la Procura della Repubblica su fatti o dissidi tra privati che non costituiscono necessariamente (o non ancora) un reato certo. La nuova istanza presentata nel mese di novembre 2025 e poi integrata nel mese di maggio 2026 «si basa su nuovi elementi raccolti da questa difesa», spiega l’avvocato Maccioni, che rappresenta la famiglia. «Confidiamo che la Procura della Repubblica di Roma riesca finalmente a fornire quelle risposte che da troppi anni stiamo cercando e nel contempo invitiamo tutte quelle persone che fino ad oggi hanno preferito tacere su ciò che sanno a farsi avanti e parlare», aggiunge.
Le istanze di riapertura indagini
Nel 2016 e nel 2023 sono state presente istanze di riapertura delle indagini, entrambe respinte dalla Procura. Nel 2025 era stata presentata un’ulteriore istanza basata su analisi dei dati, immagini d’archivio Rai e nuove letture degli elementi probatori. Secondo alcuni accertamenti scientifici c’erano profili del Dna non attribuibili al solo Giuseppe “Pino” Pelosi sui reperti degli abiti e del plantare di Pasolini. Questi indicherebbero, secondo le ipotesi alternative a quella che ha portato al carcere Pelosi, la presenza certa di più persone sulla scena del crimine. Morto nel 2017, Pelosi era stato condannato in primo grado a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni e a 30.000 lire di multa per atti osceni, furto aggravato e l’«omicidio volontario in concorso con ignoti» di Pasolini.
Pino Pelosi
La sentenza d’appello ritenne invece «estremamente improbabile che Pelosi possa avere avuto uno o più complici». La sentenza fu confermata dalla Cassazione nel 1979. Pelosi è tornato libero dopo l’estinzione della pena il 23 settembre 2009. Negli anni ha fornito nuove versioni della notte dell’omicidio, mai riscontrate dagli investigatori.
(da agenzie)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
SE SCHLEIN VINCESSE LE PRIMARIE IL M5S PERDEREBBE 2 PUNTI, LO STESSO CAPITEREBBE AL PD SE LA SPUNTASSE CONTE… L’INCAPACITA’ DI AGGREGARE NUOVI CONSENSI , COMPATTARE L’AREA E APRIRE A UNA TERZA CANDIDATURA RAPPRESENTATIVA DI TUTTI PORTERA’ ALLA SCONFITTA… NEI PROSSIMI MESI LA MAGGIORANZA RECUPERERA’ PARTE DEI VANNACCIANI E NON NE AVRA’ BISOGNO PER VINCERE… DALL’ALTRO LATO I DUE TAFAZZIANI CONTINUANO A DISCUTERE SULLE REGOLE, SULLA PACE E SU CHI E’ PIU’ TRASFORMISTA TRA CONTE E RENZI
Il centrosinistra è unito nei numeri, ma non ancora nelle convinzioni. Le simulazioni delle intenzioni di voto sulle leadership di Schlein e Conte fanno emergere il vero nodo politico dell’alternativa a Meloni. C’è un dato che, più di altri, merita attenzione nel sondaggio Only Numbers realizzato per Porta a Porta, perché mette in luce il tema della coesione. Alla domanda se la coalizione di centrosinistra progressista del Campo largo sia oggi unita e coesa, il 44,7% dei suoi elettori risponde negativamente, contro il 41,7% che invece esprime un giudizio positivo. Una distanza di tre punti che racconta una difficoltà politica tutt’altro che marginale.
Tuttavia, il dato diventa ancora più interessante quando si passa dalla percezione generale alle convinzioni degli elettori dei singoli partiti. Tra i sostenitori del Partito Democratico, il 45,5% non considera la coalizione unita e coesa, mentre il 39,3% lo pensa. Tra gli elettori del Movimento 5 Stelle, invece, prevale, seppure di misura, la valutazione positiva con il 45,3% che si espone sul “sì” e il 40,6% sul “no”. Questa è una fotografia che suggerisce una prima riflessione dove il Campo largo non deve soltanto convincere i cittadini della propria esistenza, ma deve prima di tutto rassicurare una parte dei suoi stessi elettori che si sentono oggi smarriti. Il tema non sembra essere soltanto quello dell’unità organizzativa, ma anche quello delle divergenze all’interno della coalizione.
Qui il quadro è ancora più significativo perché il 43,8% dell’elettorato di centro sinistra risponde che non bastano solo le ricche affermazioni che inneggiano alla velocità di preparazione del programma, inoltre, quasi un elettore su cinque (18,7%) non sa esprimere una valutazione. Tra gli elettori del Movimento 5 Stelle il dato è particolarmente rilevante, perché soltanto il 26,6% ritiene che siano state superate le divergenze tra le linee dei diversi partiti, mentre il 39% esprime un giudizio negativo e il 34,4% non prende posizione.
Tra gli elettori del Partito democratico emerge un quadro altrettanto significativo, con il 42% dei propri elettori convinto che le divergenze all’interno della coalizione siano state superate e una quota identica che ritiene invece il contrario. A colpire sono proprio i dubbi sulla coesione del Campo largo che attraversano anche il partito che ne rappresenta il principale perno. È difficile leggere questi numeri come la fotografia di una coalizione che abbia già risolto i propri nodi politici, sembrano piuttosto descrivere un’alleanza ancora in cerca di una sintesi riconoscibile.
Elly Schlein ha sostenuto che il programma del Campo largo potrà essere costruito rapidamente perché una parte importante del lavoro è già stata fatta in Parlamento e sui territori. Questo è un argomento che richiama esperienze concrete di collaborazione, tuttavia, il sondaggio fa emergere un dubbio importante, perché il lavoro comune su singoli temi non sembra essere sufficiente da solo a garantire una visione condivisa del Paese.
Una coalizione può trovare convergenze sul salario minimo, sulla sanità pubblica, sul lavoro e sulle politiche sociali, più complesso è trasformare queste convergenze in un progetto politico unitario, soprattutto quando restano differenze sulla politica estera, sulle alleanze internazionali, sulle politiche industriali e sul rapporto tra riformismo e opposizione al sistema.
Il punto, quindi, non è negare il lavoro comune che è stato fatto, ma è capire se quel lavoro abbia già prodotto una vera identità politica condivisa oppure se il Campo largo o progressista sia ancora soprattutto una formula elettorale alla ricerca del proprio equilibrio.
È a questo punto che assumono particolare rilievo le simulazioni sulle intenzioni di voto che confrontano Giorgia Meloni con un centrosinistra guidato da Elly Schlein e con uno guidato da Giuseppe Conte. Secondo i risultati del test il cambio di candidato alla guida della coalizione produce effetti differenti sui due principali partiti dell’alleanza: con Conte premier si registrerebbe una perdita di circa 2 punti percentuali per il Partito democratico, mentre con Schlein premier la stessa flessione riguarderebbe il Movimento 5 Stelle.
Questo è un passaggio interessante perché suggerisce che la scelta del leader non sia una semplice questione di nomi, ma possa modificare gli equilibri interni alla coalizione. A questo punto, il nodo centrale diventa quello della leadership del Campo largo, tra la capacità di mobilitare il proprio elettorato di riferimento e quella di costruire una sintesi più ampia tra culture politiche differenti. Le due dimensioni, infatti, non coincidono necessariamente. Un candidato può rafforzare il consenso attorno alla propria area politica e, allo stesso tempo, incontrare maggiori difficoltà nel tenere insieme gli altri alleati. Al contrario, una leadership può risultare più accettabile per le diverse componenti della coalizione senza riuscire, automaticamente, a trasferire il proprio consenso a tutti i partiti che la compongono.
È questa la contraddizione che il centrosinistra è chiamato ad affrontare: individuare una leadership riconoscibile, capace di rendere la coalizione un’alternativa credibile, senza compromettere l’equilibrio tra le diverse forze politiche che la compongono.
La sfida riguarda tanto Elly Schlein, chiamata a dimostrare che il Partito democratico può essere il perno di un progetto più ampio senza imporre la propria identità agli alleati, quanto Giuseppe Conte, che dovrebbe riuscire a superare i confini del consenso del Movimento 5 Stelle senza indebolire le altre componenti della coalizione. Non è una questione che si risolve con una semplice dichiarazione di unità o con l’annuncio delle primarie.
Queste ultime possono individuare un candidato, ma non sostituiscono il lavoro necessario a definire un programma, stabilire regole condivise e individuare un compromesso politico tra le diverse forze della coalizione. Né garantiscono che gli elettori dei partiti sconfitti nella competizione interna si riconoscano automaticamente nella candidatura vincente. La vera sfida del Campo largo, o «Campo progressista», come lo definisce Giuseppe Conte, resta dunque quella di trasformare una somma di forze politiche in un progetto di governo condiviso. Perché la coesione non si misura soltanto nella volontà di stare insieme, ma nella capacità di costruire una visione comune del futuro del Paese e di dimostrare agli elettori che quell’alleanza è in grado di governare l’Italia.
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
CALANO LE RISORSE PER LA SICUREZZA ANTISISMICA DI SCUOLE, OSPEDALI E MUNICIPI, CTRESCE LA RABBOA PER I TAGLI ALL’ISTRUZIONE… CONDONO DEI DEBITI PREGRESSI AGLI IMPRENDITORI DELLE SLOT MACHINES… E UNA NUOVA ESTRAZIONE SUPERENALOTTO PER TOGLIERE PURE GLI SPICCIOLI ALLE FAMIGLIE
La totale mancanza di sostegno ai redditi più bassi, la scure sulle pensioni del ceto
medio. Ma anche il dimezzamento dei fondi per le costruzioni antisismiche e la ricerca. La manovra dell’iniquità e dei tagli colpisce un po’ tutte le categorie del pubblico. Dopo gli squilli delle fanfare per la rivendicazione delle misure, da parte della destra, i conti non tornano. E in Parlamento si prevede battaglia.
La Camera avrà una dote di circa 120 milioni di euro per gli emendamenti parlamentari. Pochi spiccioli per invertire la direzione indicata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e dalla premier Giorgia Meloni. Ma almeno i deputati possono intervenire sulle misure più controverse. L’ultima sorpresa del governo Meloni è arrivata sulla Salute con un affronto al ministro Orazio Schillaci. L’attuazione della Carta sanitaria per gli anziani, prevista dal provvedimento con una dotazione di 1,6 miliardi di euro per il solo 2027, «è affidata a un decreto del ministro del Lavoro, di concerto con il ministro dell’Economia, senza prevedere il concerto del ministro della Salute», ha denunciato Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici. Uno sgarbo che riguarda tutto il mondo della medicina.
La manovra toglie risorse ai Comuni con meno asili nido per darle a chi ne ha già di più
Ma la sforbiciata sul pubblico non risparmia nessuno. «Nel 2027 università, enti di ricerca, ministeri e agenzie potranno sostituire solo tre dipendenti su quattro che vanno in pensione, con un risparmio di 431 milioni l’anno dal 2028», ha denunciato il co-leader di Alleanza verdi-sinistra, Angelo Bonelli. Inoltre vengono ridotte le risorse per mettere in sicurezza dal rischio sismico «scuole, ospedali, municipi», ha aggiunto il deputato di Avs. Lo stanziamento per il 2027 e il 2028 scende da 60 a 30 milioni l’anno e il resto viene rinviato al 2029 e al 2030.
Parlare d’altro
Meloni, intanto, ha preferito parlare di altro. La presidente del Consiglio ha guardato in avanti e confermato la volontà di portare al Colle un profilo di destra: «Il Quirinale non è nei miei piani. Detto questo, non si capisce perché debba fare scandalo l’idea che una personalità di cultura conservatrice possa un giorno ambire a quel ruolo». Con l’accusa al centrosinistra di «concezione proprietaria che hanno delle istituzioni».
Comunque Meloni ha cercato di tranquillizzare gli alleati sul voto anticipato: «Sono concentrata a chiudere bene questo mandato e a chiedere agli italiani di confermarmi la loro fiducia per altri cinque anni».
Fanno discutere le misure sull’istruzione. La riduzione di 7mila lavoratori negli organici scolastici è un assist agli attacchi delle opposizioni. Soprattutto di fronte alla richiesta dei giovani di un investimento sul futuro. La difesa d’ufficio è stata affidata al capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami: «Nessun taglio, nessuna riduzione. È uno degli impegni assunti con la Ue in sede di approvazione di Pnrr», scaricando la responsabilità sul centrosinistra. Sport preferito in tutta la legislatura. Anche perché la destra al governo ha modificato il Piano nazionale di ripresa e resilienza in varie occasioni.
Tagli alla scuola e alle pensioni: la manovra è un imbroglio
E, ha ricordato la senatrice dei 5 Stelle, Barbara Floridia: «Nel Pnrr non è presente alcun impegno espresso dell’Italia a tagliare i posti dei docenti». L’intervento sulla scuola ha comunque sollevato le critiche della Cisl. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha aperto a possibili cambiamenti del testo, pur attribuendo al ministro Giuseppe Valditara i meriti di aver compiuto miracoli: «Il Parlamento non è solo ad osservare quello che arriva dal governo», ha detto il vicepremier leghista.
In un quadro complicato, la propaganda sulle pensioni si è rivelata un boomerang. La revisione del meccanismo di rivalutazione degli assegni, a partire da 2.400 euro, è un macigno. Perché è un taglio strutturale previsto per i prossimi dieci anni. «Non parliamo certo di super ricchi. Con questo governo il ceto medio sta scivolando sempre di più verso la povertà. Le sparate della Lega sulle pensioni a 64 anni appaiono ancora più grottesche», ha detto la capogruppo di Italia viva al Senato, Raffaella Paita.
Ma il governo Meloni ha scelto con attenzione le lobby da tutelare o addirittura da aiutare. Alla faccia dura contro banche, assicurazioni e aziende energetiche, ha corrisposto una mano tesa a settori amici. Oltre al rinvio della sugar tax e della plastic tax, che comporta un costo di 300 milioni di euro per sei mesi (in proiezione annuale il costo sarà superiore al mezzo miliardo), la legge di Bilancio punta tutto sul gioco. Non c’è solo l’introduzione di un’ulteriore estrazione del SuperEnalotto, pensata per fare cassa. Ma fa capolino una misura ad hoc per gli imprenditori del settore con uno sconto di quanto dovuto allo Stato. «È un condono mascherato con la riduzione dei debiti pregressi fino a 18 milioni di euro dei concessionari delle slot machine, ai quali si aggiunge la rinuncia dello Stato agli interessi maturati», ha detto il senatore del Movimento 5 stelle, Mario Turco. Una manovra da lotteria.
(da editorialedomani.it)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
FINO A 5,4 MILIONI DI PATRIMONIO NON SI APPLICHEREBBE, TRA 5,4 E 8 MILIONI LA TASSAZIONE AGGIUNTIVA SAREBBE DI 26.000 EURO, DA 8 A 29 MILIONI DI 260.000 EURO… ALTRO CHE LA PROPAGANDA DEI SOVRANISTI CHE VORREBBERO FAR CREDERE AGLI ITALIANI CHE LO STATO VUOL TASSARE TUTTI
Nessuno fa i soldi da solo. Gli imperi economici si costruiscono grazie al lavoro di migliaia di dipendenti (spesso sottopagati), agevolazioni a carico degli Stati, infrastrutture costruite con risorse pubbliche, competenze e specializzazioni fornite dalle Università. Nel campo tecnologico il contributo della spesa pubblica è un motore fondamentale che finanzia la ricerca di base, sostiene l’innovazione industriale e accelera il processo di digitalizzazione.
Hanno attinto a questa fertile prateria anche i 56 mila super-ricchi a livello mondiale che, secondo l’ultimo rapporto del World Inequality Lab, possiedono oggi un patrimonio personale di almeno 254 milioni di euro ciascuno. Una ricchezza tre volte superiore a quella di metà degli abitanti del pianeta. Tra il 1995 e il 2025, i loro patrimoni sono cresciuti in media del 4,9% all’anno (qui pag.41 e qui grafico pag 3.). Quanto restituiscano alla società dipende dal sistema fiscale del Paese in cui risiedono. Nelle economie avanzate, i paperoni (lo 0,001% della popolazione globale) hanno un prelievo fiscale medio pari al 20-35% del loro reddito: una percentuale inferiore a quella sostenuta da qualsiasi altra fascia di popolazione, anche da chi guadagna men. Succede perché la parte più consistente del loro patrimonio deriva da redditi da capitale (azioni, obbligazioni e fondi comuni) sui quali viene applicata un’aliquota molto bassa, e in alcuni casi pari a zero.
Di fronte all’aumento di disuguaglianze innescate da crisi economiche e sociali, da salari troppo bassi rispetto al costo della vita, dalla difficoltà degli Stati a garantire un welfare dignitoso, a sostenere i costi provocati dal mutamento climatico e quelli per contrastarlo, cresce il consenso sull’idea che debbano essere proprio i super-ricchi a contribuire con un prelievo maggiore. Gli economisti hanno elaborato diverse proposte. Vediamo le tre più dibattute.
La tassa sui 246 miliardari californiani
Domani 3 novembre, insieme al voto di midterm, i cittadini della California saranno chiamati al referendum sulla Proposition 40, ribattezzata Billionaire Tax Act. La proposta prevede l’introduzione di una tassa una tantum del 5% sul patrimonio di 246 persone che detengono una ricchezza pari a 2.200 miliardi di dollari, quasi metà del Pil dello Stato. Secondo lo studio realizzato nel 2025 dal National Bureau of Economic Research (Nber) i miliardari americani pagano un’aliquota fiscale effettiva del 24%, contro il 30% dell’intera popolazione e il 45% dei benestanti. Il referendum, lanciato dal sindacato sanitario SEIU-West su una proposta di un gruppo di economisti capitanati dal professore di Berkeley Emmanuel Saez, ha raccolto oltre 1,5 milioni di firme. I promotori stimano un maggiore gettito di circa 100 miliardi di dollari, anche considerando una quota di evasione ed elusione fiscale. Il 90% delle risorse raccolte sarebbero destinate al sistema sanitario per compensare i tagli federali dell’amministrazione Trump, il resto a istruzione e welfare. Per scongiurare la fuga dei contribuenti verso altri Stati, è inclusa una clausola anti-espatrio: la tassa si applicherà a tutti coloro che risultavano residenti in California il 1° gennaio 2026. I diretti interessati sono ovviamente divisi, per esempio Jensen Huang, Ceo di Nvidia, si è detto pronto a pagare, mentre Sergey Brin, co-fondatore di Google, ha trasferito la residenza in Nevada e ha speso ben 102 milioni di dollari per finanziare il comitato per il no. Se la proposta dovesse ottenere la maggioranza dei voti favorevoli, potrebbe aprirsi la strada ad una misura analoga in altri Stati.
Francia, Zucman punta sui centimilionari
Il direttore dell’osservatorio fiscale europeo presso l’École d’économie di Parigi Gabriel Zucman propone in Francia una tassa minima del 2% su chi detiene patrimoni oltre i 100 milioni di euro. La misura coinvolgerebbe circa 1.800 famiglie e potrebbe generare fino a 20 miliardi di euro di gettito all’anno, necessari a rimpolpare le casse pubbliche e ad abbassare le tasse alla classe media. Nel suo libro I miliardari non pagano l’imposta sul reddito, il professor Zucman evidenzia come le classi popolari in Francia paghino un’aliquota effettiva complessiva di circa il 45%, i ceti medi del 50%, mentre i super ricchi versano appena il 25%. La concentrazione della ricchezza è cresciuta in modo vertiginoso negli ultimi 30 anni: dal 1996 al 2024, la quota detenuta dalle 500 famiglie più facoltose è passata dal 6% al 42% del Pil. L’imposizione si applicherebbe per cinque anni, anche dopo eventuali trasferimenti all’estero. Un disegno di legge ispirato alla tassa minima di Zucman è stato presentato l’anno scorso dalle forze di sinistra, ma è stato bocciato dall’Assemblée Nationale. Tuttavia la misura, appoggiata da 7 premi Nobel, sarà uno dei principali terreni di scontro nella prossima campagna elettorale.
Milionari in Italia
L’Italia è un Paese dove la distanza tra chi ha molto e chi ha poco si è allargata negli ultimi decenni: abbiamo stipendi più bassi della media della Ue. Lo studio congiunto fra la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca evidenzia che 25 milioni di adulti vivono con meno di 13 mila euro all’anno, mentre i 50 mila italiani più facoltosi, appena lo 0,1% della popolazione, guadagnano oltre un milione di euro all’anno e in media incrementano il proprio patrimonio del 5% (sempre su base ann.
L’Irpef è di fatto l’unico tributo che risponde al criterio della progressività: le aliquote aumentano in proporzione al reddito. Ma non nelle imposte indirette come l’Iva sui consumi, le accise sulla benzina, le addizionali o i contributi previdenziali, dove invece le aliquote sono fisse, come pure fissa al 26% è l’aliquota sui redditi finanziari e del 12,5% quella sui titoli di Stato. Inoltre se i milionari convogliano i dividendi delle loro aziende nelle holding, si può ridurre la base imponibile fino al 95%, con enorme abbattimento del carico fiscale. Siccome la maggior parte del patrimonio è formata proprio da redditi da capitale, la tassazione complessiva effettiva dei 50 mila italiani più ricchi si ferma al 32,6% . Per i lavoratori dipendenti del ceto medio invece la tassazione complessiva (Irpef, più Iva, accise, tassa sui rifiuti, addizionali) arriva in media al 45%, e quella delle classi popolari al 40%. Per riequilibrare il sistema, Oxfam Italia propone l’introduzione di una tassa extra dell’1% per chi ha un patrimonio compreso tra 5,4 e 8 milioni di euro, del 2% tra 8 e 20,9 milioni, e del 3% oltre i 21 milioni.
In sostanza fino a 5,4 milioni di euro di patrimonio netto non si applica alcuna tassazione aggiuntiva, e quindi quanto dovrebbe versare in più chi ha un patrimonio di 8 milioni? L’1% sulla differenza fra 5,4 e 8 milioni, vale a dire 26 mila euro. Mentre per chi possiede 20 milioni sarebbero 240 mila euro in più. Il gettito stimato è di circa 13 miliardi annui da destinare a sanità, scuola, supporto ai salari e interventi contro il cambiamento climatico. La quota più consistente dovrebbe essere pagata dai 3.100 italiani che secondo il recente rapporto Global Wealth pubblicato da Boston Consulting Group (BCG) possiedono un patrimonio superiore a 100 milioni di dollari e controllano il 18,6% della ricchezza finanziaria nazionale, destinata a salire al 22,2% entro il 2030 (qui).
Le obiezioni
Come già successo in passato con misure oggi ampiamente accettate tra cui l’imposta progressiva sul reddito, le riforme agrarie o l’introduzione dei sistemi di welfare, i critici ipotizzano conseguenze disastrose se questa misura venisse adottata. Il timore più diffuso è la fuga dei capitali all’estero. Tuttavia studi recenti condotti nella Ue e in particolare nel Regno Unito dopo la revisione del regime fiscale dei cosiddetti «non-dom» ridimensionano le previsioni: i contribuenti più facoltosi che hanno scelto l’esodo si piazzano fra lo 0,1 e lo 0,5% del totale, e il loro impatto su investimenti e occupazione risulta trascurabile. La seconda obiezione riguarda la doppia tassazione sulla stessa ricchezza: prima quando viene prodotta e poi come patrimonio accumulato. E questo sarebbe ingiusto. In realtà, come abbiamo detto, il patrimonio dei super-ricchi deriva principalmente da reddito da capitale, agevolato fiscalmente.
Coordinamento tra Stati
Un tassa sui super-ricchi potrebbe ridurre almeno parte delle disuguaglianze del nostro tempo. Ne sono convinti anche 120 milionari che a luglio hanno chiesto al governo di Londra di aumentare il prelievo fiscale sui grandi patrimoni . Il principale ostacolo resta però l’applicazione: la complessità dei patrimoni, spesso detenuti tramite trust e strutture societarie opache, riduce la base imponibile effettivamente tassabile. Sarebbe necessario un coordinamento tra Stati Ue o a livello internazionale con criteri fiscali uniformi.
Oggi il contesto è più favorevole rispetto al passato: l’abolizione del segreto bancario, l’approvazione della Global Minimum Tax, gli accordi di scambio automatico di informazioni e gli strumenti digitali rendono meno complicato scovare le grandi ricchezze. Volendo. Certo è che continuare ad ignorare questi livelli di disuguaglianze in crescita esponenziale, potrebbe diventare molto pericoloso.
Milena Gabanelli e Francesco Tortora
(da corriere.it)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LE SCELTE A SENSO UNICO
Quasi 15mila posti cancellati dagli organici della scuola statale. E il Fondo sanitario che
cresce in euro, ma perde peso sul Pil. Intanto, in parallelo, più risorse alle scuole paritarie e mancette elettorali ai privati sulla salute. Nella manovra 2027 del governo Meloni si preannuncia un filo che lega quelli che dovrebbero essere i due pilastri del servizio pubblico e del sostegno dello Stato ai cittadini: un filo che li indebolisce e che rinforza i servizi privati, continuando a percorrere il sentiero del definanziamento e dell’assenza di investimenti.
Stando a quanto trapelato a luglio, l’aspirazione del ministro della Salute Orazio Schillaci era quella di poter contare su 5,5 miliardi aggiuntivi. Il Ddl Bilancio, invece, ne aggiunge solo 2,365 al Fondo sanitario per il 2027 (con apparente soddisfazione del ministro), portandolo a 146,3 miliardi. Bene, si dirà. Non proprio: tralasciando che la stessa cifra è stata trovata per l’esenzione del bollo auto, il rapporto con il Pil si riduce, passando dal 6,14% nel 2026 al 6,11% nel 2027 e al 5,83% nel 2029. Si tratta di “risorse – spiega la Cgil – che, non coprendo i costi inflattivi e l’incremento di alcune voci di spesa, diventano automaticamente in tagli ai servizi”. Inoltre, 500 milioni aggiornano le tariffe ospedaliere andando anche a beneficio degli erogatori privati accreditati, 300 milioni finanziano prestazioni aggiuntive contro le liste d’attesa e 380 milioni aumentano le indennità di pronto soccorso, senza incrementare gli organici. Cento milioni sono invece, riservati all’assistenza per Alzheimer e demenze ma solo per un anno. Tradotto: nessun potenziamento strutturale degli ospedali pubblici. Solo 138 milioni sono invece quota esplicitamente lasciata alla libera disponibilità delle Regioni.
Fuori dal Fondo sanitario, vengono stanziati anche 1,645 miliardi nel 2027 per una Carta da 300 euro per gli over 75 con pensioni entro 28mila euro. Si potrà usare per beni e cure non coperte dal Ssn (e che definirà un apposito decreto). La misura appare come una mancia elettorale (voluta da Forza Italia) che finirà spesa in farmaci da banco, visite specialistiche e cure odontoiatriche nel privato. Infine, si aumenta anche di tre punti percentuali il tetto agli acquisti di prestazioni da privati accreditati. L’effetto stimato è di 365 milioni annui per aggiornare le tariffe che, per lo meno, sono per buona parte già stanziati. Intanto Gimbe ha calcolato in 18,8 miliardi i “tagli invisibili” nel 2023-26 e l’Istat spiega che nel 2025 oltre 5,6 milioni di persone hanno rinunciato a una visita o a un esame.
Non va meglio sulla scuola. Lo abbiamo anticipato ieri: il Ddl di Bilancio prevede dal prossimo anno la riduzione di 4.925 posti nell’organico dei docenti e 2.049 tra amministrativi, tecnici e ausiliari (Ata). Una “rimodulazione” voluta dal Pnrr e non un taglio, secondo l’ultima versione di Fdi, eppure la relazione tecnica calcola 83,9 milioni di risparmi nel 2027 e 251,7 milioni annui dal 2028. La legge di Bilancio 2025 ne aveva già cancellati 5.660 tra gli insegnanti e 2.174 fra gli Ata. Il totale delle due manovre sale così a 14.808 dipendenti. Ed è solo l’ultimo capitolo, dato che il dimensionamento avviato dalla manovra 2023 ha ridotto le istituzioni scolastiche autonome da 8.136 nel 2022/23 a 7.389 nel 2026/27, secondo Flc Cgil: 747 in meno. Meno dirigenti scolastici e direttori amministrativi e più plessi da coordinare. Non ci sono neanche soldi nuovi per i docenti, che negli ultimi decenni secondo la Cgil hanno perso oltre 20mila euro di potere d’acquisto. Ci sono però quelli per le scuole paritarie: per il programma “Istituzioni scolastiche non statali” i fondi sono saliti, ad esempio, da 754 milioni nel 2025 a 886,5 nel 2026: 132,5 milioni in più, secondo la Camera. Gli stanziamenti comprendono fondi per la disabilità e scuole dell’infanziat. Nel 2026 è inoltre confermato il bonus fino a 1.500 euro per l’iscrizione alle scuole paritarie: 20 milioni di euro.
(da agenzie)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“OGGI I TURISTI ARRIVANO DA TUTTO IL MONDO, MA SONO NATO FRA LE PANCHE DEI TEATRINI” … “L’EMOZIONE PIÙ GRANDE? IL RACCONTO SU PAOLO BORSELLINO, DAVANTI ALLA MOGLIE, LA SIGNORA AGNESE, CHE SI COMMOSSE”
Di questo puparo con cent’anni di storia familiare alle spalle ha mostrato i solchi del volto e la candida chioma Francis Ford Coppola, nel Padrino, parte III. C’era pure in Cento giorni a Palermo di Giuseppe Ferrara, come voce narrante. E poi ancora protagonista con Crialese in Terraferma, con Tornatore in Baarìa .
Perché il mondo di Mimmo Cuticchio, il gigante di 78 anni che si muove a Palermo fra i paladini del suo storico Teatro dei Pupi, va ben oltre gli eroi di Carlo Magno e la Chansons des gestes. Come prova l’Iliade messa in scena con un intreccio di pupi a forma di greci e troiani.
Come accadrà per il suo San Francesco da domani, sempre a Palermo, in quello scrigno di via Bara all’Olivella dove sempre echeggia uno sferragliare di spade…
«Sempre combattendo per fare capire quanto vana e inutile sia la guerra», corregge il Maestro, anzi il Professore, viste le due lauree honoris causa conferite dalle università di Roma Tre e Palermo.
Ma San Francesco non combatte.
«Va in Egitto, alla quinta crociata del 1219. Per bloccarla. Come chiede al comandante, il cardinale Glavan, che rifiuta. E lui predice la disfatta della battaglia, incontrando poi il sultano Al Kamil. È il canovaccio riscritto tanti anni fa da me e dal grande Salvo Licata».
Esaltando l’incontro fra San Francesco e il sultano?
«Un modo per dire ancora oggi a noi che bisogna ascoltare le motivazioni degli altri, che bisogna insistere su dialogo e tolleranza. Non a caso ad Assisi Giotto dipinse quell’incontro noto come La prova del fuoco».
Racconta l’orrore della guerra mentre agita le lame dei paladini?
«Nessuna contraddizione. Per le scuole spesso mettiamo in scena l’Iliade mostrando ai ragazzi dove cominciano le guerre. Dal ratto di Elena alla lite degli dei. Storie di guerre e sangue. Sulla terra come nell’Olimpo».
Un modo per innovare lo spettacolo dei Pupi?
«Negli ultimi trent’anni, oltre Orlando, Rinaldo e Angelica, abbiamo trasformato i pupi in protagonisti del Macbeth, della Tosca, della Manon. Con grandi nomi, da Emma Dante a Riccardo Muti…».
Ne è passato di tempo dai pupi di suo padre Giacomo…
«E di mia madre, Pina Patti».
Il ricordo di Cuticchio bambino?
«Sono il quinto di sette figli nati durante la guerra, sfollati nei paesini siciliani, da Gela ad Alia, da San Cipirello a Terrasini. Nati fra le panche dei teatrini che papà e mamma arrangiavano in stalle e magazzini di fortuna. Le panche come culle.
Il letto grande con i trespoli montato dietro i legni del palcoscenico. Girovaghi e poveri.
Ricordo le facce dei pupi che la notte ci scrutavano alla luce del lume a petrolio».
Dove sono i pupi con cui è cresciuto da bambino?
«Dopo la morte di mio padre, mia madre ce lo raccomandava: “Voi figli cercate di tenerli uniti. Se ne manca qualcuno, è stato per bisogno. Non smembrateli”. Per fortuna lo confidai a Gianni Puglisi, il professore allora presidente della Fondazione Sicilia.
Noi stavamo a Parigi, al Théâtre des Champs-Élysées, per il Don Giovanni con le musiche di Mozart. A fine spettacolo, spunta in camerino e gli parlo del rischio di dividere tutto tra fratelli, nipoti…».
Lei si confida. E lui?
«Promette di acquisire i cento e passa pupi di mio padre alla Fondazione. E li porta nella sede di Palazzo Branciforte, ristrutturata da Gae Aulenti. Una meravigliosa istallazione fra i legni del Monte dei pegni. Accanto a fondali, cento teste di ricambio, cavalli e orche di scena, angeli e diavoli, oltre due pianoforti d’epoca, quelli a cilindro. Un museo da vivere. Ed io ho potuto continuare a creare i nuovi pupi nel mio teatro».
Una storia che l’Unesco ha dichiarato patrimonio immateriale dell’umanità.
«Ma la politica spesso non lo capisce. Un bene materiale può essere dimenticato per mille anni. Poi arriva che lo riscopre, lo restaura e l’umanità se lo gode. Ma un bene orale e immateriale come la tradizione dei pupi è fatto di maestri pupari che scompaiono, se non troviamo il modo di trasmettere conoscenza alle nuove generazioni».
Siete rimasti in pochi?
«Capii tutto questo nel 1973 quando vedevo che i figli dei pupari cambiavano mestiere.
Uno, bidello a scuola. Un altro, il concorso in polizia. L’altro ancora brigava per l’assunzione al Comune. E io, cercando nuovi spettatori, mi inventavo un nuovo teatro, aperto quell’anno».
Lo stesso di oggi, in via Bara all’Olivella, a due passi dal Teatro Massimo.
«Lo stesso dove ormai arrivano visitatori da tutto il mondo, prenotati via Internet, perché con il riconoscimento Unesco siamo in tutte le guide. Per questo bisogna scrivere e innovare».
Come?
«Ho scritto 80 nuovi copioni e costruito 800 nuovi pupi per spettacoli che vanno da Cagliostro alla Fuga di Enea».
«Figli d’arte Cuticchio» significa che opera un’intera famiglia?
«Io penso alle armature. Tra i fratelli, Nino provvede a sculture e pitture, Guido è specialista nell’intaglio dei personaggi mitologici…».
E i figli?
«Un genio Giacomo, il mio primogenito. Puparo e cuntista, musicista e compositore, oggi direttore di una sua orchestra».
Un cuntista, quindi un narratore, nato fra i pupi?
«Nel 1982. L’esordio a 7 anni. Sul palco con l’Infanzia di Orlando. L’ho coccolato trasmettendo l’amore per i pupi».
Come faceva suo padre con lei?
«Mi ricordo i colpi di ‘zitto’. E i colpi in testa di mio padre. Educazione all’antica. Altri tempi».
Ha anche una figlia.
«Sara, nata nel 1986, la passione della psicologia. La sua vita a Padova dove però costruisce piccoli pupi per i bimbi che segue».
Campeggia nella storia del teatro il nome di sua moglie, Elisa Puleo.
«Studiava architettura a Palermo facendo la spola da Sciacca, la sua città dove con un gruppo amatoriale un giorno mi chiese una messa in scena. Galeotto fu lo spettacolo.
Sposi felici e presto genitori di Giacomo. Con me che facevo il mammo, mentre lei studiava. E poi, a due anni della nascita, io col pupo in braccio alla sua laurea. Con il miglior pupo della mia vita».
E la professione di architetto?
«Mollata da Elisa. Per sua scelta. “Sai che c’è? Farò l’architutto, qui in teatro, con la Compagnia”. E da allora fa davvero tutto. È il manager attorno a cui tutto ruota. Io, capitano a mare. Lei, ammiraglio a terra. Nulla potrei, se non ci fosse lei».
Oltre ai grandi registi, siete apprezzati anche da Jovanotti. A Palermo, al concerto di agosto, vi ha voluti sul palco.
«S’è innamorato dei ritmi mediterranei di Giacomo, riproposti sul palco dove Jovanotti ha abbracciato Astolfo, l’ultimo dei paladini, viaggiatore e sognatore».
Lei ha portato i pupi all’aula bunker del maxiprocesso…
«L’emozione più grande, il racconto su Paolo Borsellino. Un cunto sull’infanzia di Borsellino, davanti alla moglie, la signora Agnese. Commossa. Le sue parole riecheggiano in me: “Mio marito disse che questo Cuticchio fa capire le cose perché le sa raccontare”. Fu la mia vera laurea».
(da agenzie)
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