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LE BARE CINESI LOW COST INVADONO L’EUROPA. I PRODUTTORI CHIEDONO ALL’UE UN’INDAGINE PER CONCORRENZA SLEALE,LE IMPORTAZIONI SONO QUASI RADDOPPIATE IN TRE ANNI, PRODURRE UNA BARA COSTA CIRCA 260 EURO IN ITALIA E 80 EURO IN CINA, GRAZIE A SUSSIDI STATALI DI PECHINO E BASSO COSTO DI LAVORO E MATERIA PRIMA

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

A BRUXELLES STA PER NASCERE UNA LOBBY DEI SARCOFAGHI, CHE SI AGGIUNGEREBBE ALLE CENTINAIA DI ORGANIZZAZIONI DI QUESTO TIPO GIÀ PRESENTI… POI MAGARI QUALCUNO, PRIMA DI LAMENTARSI DELLA CINA, CI SPIEGA PERCHE’ UNA BARA CHE IN ITALIA COSTA 260 EURO VIENE VENDUTA AI FAMILIARI DEL DEFUNTO A 1.500/2.000 EURO

Che i prodotti cinesi stiano ormai invadendo il mercato europeo, è un fatto acclarato. Dai veicoli elettrici ai pannelli solari, dagli elettrodomestici agli smartphone, dall’acciaio alle piattaforme digitali che inondano ogni giorno l’Europa con milioni di articoli a basso costo, il «made in China» mette a rischio di estinzione interi rami produttivi dell’Unione europea.
Un solo settore sembrava finora se non immortale, parzialmente immune: basato su un mercato piuttosto prevedibile, quello dei decessi, il comparto delle bare appariva fino a qualche anno fa al sicuro dalla concorrenza sleale del Dragone.
Non più. E per la prima volta una neonata coalizione di produttori europei di casse da morto ha deciso di muoversi per evitare il proprio funerale.
Secondo il sito Politico, una delegazione di fabbricanti di cofani mortuari ha incontrato nelle scorse settimane funzionari della Commissione europea, per chiedere un’indagine antidumping, volta ad accertare se i concorrenti cinesi vendano le loro bare in Europa a prezzi artatamente bassi possibili solo grazie a pratiche sleali. L’iniziativa prelude alla creazione di una vera e propria lobby dei sarcofaghi, che si aggiungerebbe alle centinaia di organizzazioni di questo tipo già presenti a Bruxelles.
Secondo gli esponenti del settore, il danno subito è già enorme. Secondo i dati citati da Politico, negli ultimi 5 anni, un quarto dei produttori di bare in Europa ha dovuto chiudere i battenti e il loro numero si è ridotto da 120 a 90.Contemporaneamente, il valore delle importazioni di casse da morto in legno dalla Cina nel mercato dell’Ue è passato dai 16 milioni di euro nel 2022 ai 28 milioni di euro nel 2025. Già un anno fa, alcuni parlamentari europei di Fratelli d’Italia aveva presentato un’interrogazione al Commissario al Commercio Maros Sefcovic, chiedendo di lanciare un’inchiesta ed eventualmente introdurre dei contro-dazi.
Alla base del problema ci sarebbe una questione di costi: «Secondo i dati disponibili – si leggeva nell’interrogazione – produrre una bara costa circa 260 euro in Italia e circa 80 euro in Cina, il che permette di vendere le bare cinesi sul mercato europeo a un prezzo compreso tra 100 e 110 euro».
La differenza è dovuta a un complesso di vantaggi, come sussidi statali, basso costo del lavoro e della materia prima, incentivi all’export. Inoltre, nella produzione cinese verrebbero utilizzate «vernici tossiche vietate nell’Ue» che «durante la cremazione rilasciano microparticelle cancerogene». Tutti questi prodotti entrerebbero nel mercato europeo «senza controlli doganali efficaci».
Perché la Commissione faccia scattare misure antidumping, occorre infatti che i produttori europei di bare dimostrino che i cinesi stanno vendendo i loro sarcofaghi a prezzi inferiori al loro valore reale, che l’industria europea stia subendo un danno materiale e che questo derivi proprio dalle pratiche sleali del Dragone.
I produttori europei denunciano tuttavia un’altra discrepanza nei dati dell’import di bare dalla Cina, soprattutto in relazione al mercato italiano dove ne sarebbero entrate per un valore ben più alto dei 50 milioni di euro annuali registrati.
L’ipotesi è quella della “scappatoia IKEA”, cioè che molte bare cinesi arrivino nel nostro Paese smontate, vengono dichiarate alle dogane con altri codici, per poi essere assemblate e vendute come cofani mortuari.

(da agenzie)

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“ALMASRI E’ UN PERICOLO PER GLI STATI UNITI”: PERSINO TRUMP METTE AL BANDO L’EX GENERALE LIBICO

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

SOLO IL GOVERNO CACASOTTO ITALIANO E’ RIUSCITO NELL’IMPRESA DI LIBERARE UN CRIMINALE VIOLENTATORE DI BAMBINI E PORTARLO PURE IN LIBIA CON UN AEREO DI STATO… DAL QUEL GIORNO NESSUNO OSI PIU’ PARLARE DI LEGALITA’ E SICUREZZA, QUANDO LO STATO SI INCHINA A UN TERRORISTA CRIMINALE NON E’ PIU’ LEGITTIMATO A FARLO

Gli Stati Uniti sanzionano Osama Najeem Almasri e la moglie per «gravi violazioni dei diritti umani». Il Dipartimento di Stato ha inserito entrambi nella lista delle persone soggette a restrizioni, vietando loro l’ingresso nel Paese. Alla base del provvedimento ci sono le accuse di «torture» e «trattamenti crudeli, inumani e degradanti» inflitti ai migranti nelle carceri di Mitiga e al Jadida.
La stretta del Dipartimento di Stato Usa
Secondo Washington, le condotte attribuite ad Almasri comprenderebbero anche «omicidi, lavori forzati e persecuzioni» contro cristiani e appartenenti ad altre minoranze religiose. Attività che, secondo l’amministrazione americana, rappresentano una «minaccia» per la popolazione libica e per gli Stati Uniti.
Lo scontro politico in Italia
La decisione riaccende lo scontro politico in Italia. Nicola Fratoianni, di Alleanza Verdi e Sinistra, attacca il governo Meloni e chiama in causa i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario Mantovano. «Ed ora perfino l’amministrazione Trump sanziona il miliziano libico Almasri, con il Dipartimento di Stato e con Rubio che denunciano il suo ruolo in torture, in violazioni dei diritti umani, in trattamenti disumani. In tutto il globo terracqueo rimangono al fianco del torturatore e trafficante Nordio, Piantedosi e Mantovano», ha dichiarato Fratoianni, allegando lo screenshot della comunicazione del segretario di Stato americano Marco Rubio.
Dall’arresto a Torino al rimpatrio del governo Meloni
Negli Stati Uniti, la vicenda Almasri ha avuto una risonanza decisamente inferiore rispetto all’Italia. Il 18 gennaio 2025 la Corte penale internazionale emise un mandato d’arresto internazionale nei suoi confronti. Il giorno successivo Almasri fu arrestato a Torino, ma scarcerato due giorni dopo dalla Corte d’appello di Roma per un vizio procedurale: mancava la richiesta formale del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Piantedosi ne dispose quindi l’espulsione per motivi di sicurezza nazionale. Almasri fu rimpatriato in Libia su un volo dei servizi segreti italiani.
La decisione provocò uno scontro istituzionale e accuse al governo di aver sottratto alla giustizia internazionale un uomo sospettato di torture, ostacolando la Cpi. L’Italia è stata chiamata a fornire chiarimenti anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Rientrato in Libia, Almasri fu arrestato a Tripoli nel novembre 2025, dopo aver perso la propria immunità. Nel giugno 2026 è stato condannato a sette anni e quattro mesi di carcere.ma risulta sempre a piede libero.

(da agenzie)

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È ESCALATION NELLO SCONTRO SUI POTERI DELLA CORTE COSTITUZIONALE POLACCA, DOPO CHE IL PREMIER FILO-EUROPEISTA TUSK HA DECISO DI NOMINARE UN NUOVO GRUPPO DI GIUDICI, PER ANDARE INCONTRO ALLA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA UE, SECONDO CUI IL TRIBUNALE SUPREMO DI VARSAVIA “NON È NÉ INDIPENDENTE NÉ IMPARZIALE”

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

TUSK PARLA ALLA NAZIONE: “LA CORTE SARÀ INDIPENDENTE DA ME. I CONSERVATORI TROVANO SOSTEGNO IN TUTTO IL MONDO TRA LE FORZE FILORUSSE E USANO UN ESERCITO DI BOT RUSSI”… IL PRESIDENTE SOVRANISTA, KAROL NAWROCKI, ATTACCA IL GOVERNO: “È STATO VIOLATO L’ORDINE REPUBBLICANO, SIAMO UNO STATO DI POLIZIA”: MAGARI LO FOSSE, LA FECCIA SOVRANISTA SAREBBE NEL POSTO DOVE DEVE STARE: IN GALERA

Assedio al palazzo: quello dell’Alta corte costituzionale di Varsavia. Al presidente polacco Karol Nawrocki, la notizia è giunta mentre era ancora in volo: immediatamente rinuncia a portare a termine la sua missione ufficiale in Senegal, ordina al suo aereo di invertire la rotta e tornare in Polonia. Appena atterrato, raggiunge l’edificio e lo trova trincerato da schieramenti di polizia antisommossa che impediscono l’accesso a migliaia di manifestanti. […]
«Sono certo che la Corte costituzionale inizierà a funzionare come dovrebbe», la crisi tra poteri dello Stato è tale che Tusk in serata decide di rivolgersi alla nazione. E promette: «La corte sarà indipendente da me».
Ma l’indice lo punta dritto contro il Pis che ha di nuovo «violato lo stato di diritto»: l’attacco al tribunale non è altro che un altro passo verso il «processo di distruzione dello Stato». Non è un caso che i conservatori, ha aggiunto, «trovino sostegno in tutto il mondo tra le forze filorusse e che oggi, in questo conflitto, stiano usando un esercito di bot russi su internet. Di fatto, hanno persino ricevuto elogi pubblici dal principale ideologo del Cremlino».
Nawrocki, da sempre vicino alle posizioni del Pis, decide di denunciare la «violazione dell’ordine costituzionale della Repubblica di Polonia» perché «un organo costituzionale dello Stato è stato preso con la forza»: c’è «una minaccia alla sicurezza interna», bisogna convocare subito le forze parlamentari.
L’escalation per il controllo dell’organo è iniziata quando il presidente della Corte, Bogdan Swieczkowski, anche lui vicino ai conservatori del Pis, ha impedito l’insediamento di cinque nuovi giudici nominati dalla maggioranza di Tusk; questi togati, a loro volta, lo hanno sospeso insieme al suo vice, Bartlomiej Sochanski. (le due fazioni di giudici, in sostanza, si tacciano a vicenda di irregolarità e contestano le rispettive nomine).
La reazione dell’opposizione non si è fatta attendere: il Pis ha gridato subito al golpe; per il leader Jaroslaw Kaczynski «la Polonia è diventata uno Stato di polizia, e da qui la strada verso l’autoritarismo e poi il totalitarismo è diretta».
La Corte polacca – saturata di togati vicini alle istanze del Pis – finora, si è pronunciata sempre e ripetutamente a favore del diritto nazionale a discapito di quello europeo, rimanendo sempre allineata ai nazionalisti che hanno perso però le elezioni nel 2023.
Per questo Tusk, ormai da settimane, provava a costringere alle dimissioni quei giudici da tempo contestati dall’Unione europea e dal Consiglio d’Europa. In realtà, la battaglia per il controllo della Corte è iniziata ancora molto prima di qualche notte fa: è da quando è diventato presidente, nel 2025, che Nawrocki si rifiuta di far prestare giuramento a tre dei sei giudici nominati dal Parlamento.
La Corte è l’ultima roccaforte del Pis a Varsavia. E se migliaia di sostenitori dei conservatori sono scesi in strada per radunarsi intorno al suo palazzo non è certo perché padroneggiano complessi meccanismi giuridici e cavilli che regolano le nomine: a mobilitarli è stata la guerra sempre più aperta tra Tusk e Kaczynski, al cui fianco è sempre schierato Nawrocki.
Se la sede della Corte costituzionale è diventata il punto più caldo di tutta la Polonia è proprio per questo: è solo l’ultimo campo di battaglia dei due blocchi contrapposti, l’ala europeista guidata dal premier e quella conservatrice dell’opposizione – che si contenderanno presto il potere alle parlamentari del 2027.
Lo scontro politico che si sta consumando ha però adesso messo a rischio la legittimità stessa del massimo organo di garanzia costituzionale e soprattutto per questo, adesso, dal Sejm, la Camera bassa, esortano le due teste del paese, il primo ministro e il presidente, a raggiungere urgentemente un’intesa, un accordo che consenta di ripristinare il funzionamento della Corte: il protrarsi di questo scontro istituzionale rischia di paralizzare non solo il massimo organo di garanzia, ma di trascinare in un’impasse l’intero apparato statale.
La crisi, intanto, si sta allargando a macchia d’olio ed è arrivata fino alle ambasciate: i massimi diplomatici di Pechino e Bucarest hanno annunciato le loro dimissioni in segno di protesta contro la scelta del governo, motivando la decisione con quello che hanno definito «il tentativo di assumere illegalmente il controllo della Corte costituzionale». E alzano le voce anche le destre europee: «Ciò che sta accadendo in Polonia è di una gravità inaudita».
Le destre europee sono tutte schierate a difesa del blocco conservatore in questa diatriba giuridica a cui Tusk aveva promesso di mettere fine per appianare i rapporti con la scontenta Bruxelles.
Non è la prima volta che il premier si trova al centro di uno scontro istituzionale: già nel dicembre 2023, a pochi giorni dall’insediamento, quando ha disposto la sostituzione dei vertici delle emittenti televisive pubbliche, è stato contestato dall’allora presidente Duda. Il risultato, questa volta, potrebbe essere diverso: l’esecutivo di Tusk traballa, è esposto a nuove instabilità e l’assedio politico intorno al palazzo della Corte rischia di trasferirsi direttamente a quello del suo governo.
Il tentativo di resettare la Corte sta già aprendo la strada al reset dell’esecutivo: l’ex premier Mateusz Morawiecki, di Sviluppo più, ha annunciato una mozione di sfiducia al governo proponendo un governo tecnico sotto la guida di Marek Jurek, l’ex presidente della Camera. Potrebbe guidare il paese fino alle elezioni che poi «determineranno una nuova maggioranza parlamentare».

(da “Domani”)

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ISRAELE, EISENKOT DAVANTI AL BIVIO: GOVERNARE CON I VOTI ARABI O SALVARE IL CRIMINALE

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

I NUMERI PER UN GOVERNO ALTERNATIVO CI SONO, SERVE UN ACCORDO EQUO CON I PARTITI ARABI

Per mandare a casa Netanyahu, i suoi avversari devono decidere se sono disposti a far contare i voti arabi. Finché la risposta resta no, il premier può continuare a governare senza aver più una maggioranza e aspettare che chi aveva promesso di sostituirlo accetti di condividere il potere con lui. È su questa scelta che si apre la trattativa per il prossimo governo israeliano: fra la possibilità di un esecutivo sostenuto dai partiti arabi e quella di un’unità nazionale che riconsegni a Netanyahu un posto al vertice.
La partita di Herzog e l’ipotesi di un governo con Netanyahu
Al blocco Netanyahu sono andati 53 seggi, alle opposizioni 48, alle liste arabe 19. Per formare un governo alternativo, Gadi Eisenkot deve accettare il sostegno che aveva escluso in campagna elettorale e convincere i propri alleati a fare altrettanto. Se quel rifiuto resterà fermo, crescerà la pressione per un accordo con Netanyahu. A spingere verso un’intesa potrebbe essere il presidente Isaac Herzog, al quale spetta scegliere chi incaricare di formare il governo. Il giorno dopo le elezioni ha chiesto ai partiti di arrivare alle consultazioni con la mente aperta, indicando come priorità quella di evitare un nuovo voto. In quel richiamo c’è lo spazio per un’iniziativa che superi le alleanze della campagna elettorale e avvicini il Likud e il partito di Eisenkot, eventualmente con Bennett e Lapid, anche attraverso una rotazione alla guida dell’esecutivo. La scelta del primo incarico diventa così parte di una trattativa più ampia, nella quale Herzog potrebbe cercare di trasformare la paura di nuove elezioni nella disponibilità a governare insieme. Per favorire quell’accordo, Herzog potrebbe usare anche la richiesta di grazia con cui Netanyahu ha cercato di ottenere la fine del processo per corruzione. Il presidente non ha ancora risposto e potrebbe legare quella decisione alle concessioni del premier sulla formazione del governo. La trattativa sull’unità nazionale arriverebbe così a comprendere quanto Netanyahu sia disposto a cedere del proprio potere in cambio della possibilità di uscire dal processo.
La prima mossa: togliere al Likud la guida della Knesset
Secondo Channel 13, Eisenkot potrebbe ricevere il primo incarico e trovarsi subito davanti alla scelta che ha escluso durante la campagna elettorale. I suoi 48 deputati non bastano per formare un governo. Per ottenere la fiducia con i voti arabi dovrebbe cambiare posizione e convincere Bennett e Lieberman a fare altrettanto. Dopo la consegna dei risultati ufficiali, prevista per il 4 novembre, Herzog consulterà i partiti e sceglierà chi incaricare. Se toccherà a Eisenkot, avrà 28 giorni, prorogabili di altri quattordici, per cercare una maggioranza. Se il rifiuto del sostegno arabo resterà fermo, quelle settimane potrebbero consumare il suo tentativo e avvicinare l’intesa con Netanyahu che Herzog potrebbe favorire per evitare nuove elezioni. Prima che quelle settimane diventino un altro vantaggio per Netanyahu, Eisenkot potrebbe cercare di togliergli il controllo del Parlamento. Secondo Ynet, i suoi uomini stanno discutendo con quelli di Bennett e Lieberman la sostituzione di Amir Ohana, esponente del Likud e presidente della Knesset, quando la nuova assemblea si insedierà il 10 novembre. La carica permette di influire sul calendario dei lavori e sul percorso delle leggi. Eleggere un successore consentirebbe alle opposizioni di far avanzare le proprie iniziative mentre Netanyahu continua a guidare il governo uscente. Il premier dovrebbe così negoziare davanti a un Parlamento nel quale i suoi avversari hanno già dimostrato di poter decidere insieme.
Il nodo dei voti arabi e la strada per un governo di minoranza
Anche per eleggere un nuovo presidente servono i voti arabi. Se almeno 61 deputati chiedono la votazione, Ohana non può impedirla aspettando che si formi un governo, come ha stabilito la Corte Suprema nel 2020. Per raggiungere quei numeri, le opposizioni hanno bisogno delle liste arabe. Eisenkot, Bennett e Lieberman cercano dunque un accordo che consenta di accettarne i voti per cambiare la guida della Knesset senza impegnarsi a usarli per formare il governo. Sarebbe una prima concessione alla realtà delle urne, con la quale sottrarre potere a Netanyahu e verificare quanto siano superabili i propri veti. Se l’opposizione non riuscisse a collaborare con le liste arabe neppure su questa scelta, diventerebbe ancora meno credibile la sua capacità di costruire un governo alternativo e più forte la pressione per un accordo con il premier.
La collaborazione che le opposizioni stanno valutando per sostituire Ohana potrebbe infatti consentire anche la nascita di un governo Eisenkot. Gli otto deputati di Ra’am porterebbero il suo campo a 56 voti, sufficienti a superare i 53 del blocco Netanyahu se la Lista Comune si astenesse e tutti gli alleati rimanessero compatti. Per renderla praticabile servirebbe un accordo con partiti dei quali una parte dell’opposizione ha escluso il sostegno. Anche l’apertura di esponenti ultraortodossi a un’astensione favorevole a Eisenkot impone una scelta difficile. I contatti sono ancora preliminari e cercano un compromesso sulla leva degli studenti religiosi, proprio mentre le opposizioni hanno fatto della fine delle esenzioni una promessa centrale. Ciascuna strada verso il governo chiede di rinunciare a qualcosa con cui si è chiesto il voto.
Con queste premesse, Israele si avvia verso settimane di negoziati nelle quali Netanyahu potrà aspettare che i tentativi di sostituirlo falliscano, rendendo più forte la pressione per un governo di unità nazionale. Eisenkot dovrà dimostrare di saper usare la maggioranza parlamentare prima che la paura di nuove elezioni convinca i suoi alleati a cercare un accordo con il premier. La questione palestinese, rimossa dalla campagna elettorale, torna a decidere il futuro del governo. Pur di escludere i voti dei rappresentanti palestinesi, le opposizioni potrebbero finire per governare con Netanyahu, rinunciando a mandare a casa l’uomo che avevano promesso di sostituire.

(da La Stampa)

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APRIAMO LE PORTE AI FUTURI CITTADINI

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

L’INTEGRAZIONE E’ LA SFIDA VERA

La differenza fra l’Italia e il mondo è che mentre dei problemi gli altri discutono noi ne chiacchieriamo. Specie se il problema è serio. Meglio girarci attorno, parlando di “ben altro”, cioè del nulla. La retorica al grado zero può anche divertire, ma quando il tema è esistenziale la fuga dalla realtà, partita in commedia, rischia di finire in tragedia. Ogni riferimento al movimento non solo giovanile di protesta che il nostro governo, un magistrato inventivo e buona parte dei media hanno intestato alla mente criminale di Youssef Siher è voluto.
Qui il benaltrismo dei complottisti si è superato, inzuppando nello stesso giro di frase vetrine sfasciate, ritorno del terrorismo e guerra ibrida. Tutto fuorché il punto: i ragazzi protestano perché temono che il loro futuro sia compromesso. E hanno ragione. Due volte: perché è vero e perché non è affatto incurabile se da oggi lo affrontiamo.
Il vero dramma del nostro Paese è che nascono sempre meno italiani e che questo processo è irreversibile causa costante riduzione del bacino di donne in età feconda. Nel 2025 sono nati appena 355mila nuovi italiani, la metà circa di quanti ne venivano al mondo durante le guerre mondiali. E ciò nel contesto di un drastico calo della popolazione — novità assoluta nell’Italia unita — avviato nel 2014 e in rapido avvitamento.
Eravamo 58,9 milioni lo scorso anno, saremo 54,7 nel 2050 — come se ci sparissero insieme Roma e Milano — dei quali solo 15,5 giovani fino a 34 anni e addirittura 3,9 più che 85enni (oggi sono 2,4 milioni). La nostra età mediana, valutata sui 49,2 anni, inferiore solo a quella di monegaschi (56,9) e giapponesi (50,2), è destinata a presto superare la soglia del mezzo secolo. Per uno Stato super-indebitato (oltre 3.200 miliardi) questa demografia promette secca riduzione dei servizi sociali.
Palermo, 30 ottobre
Questo quadro, illustrato e discusso alla Scuola di Limes dal direttore del Censis Massimiliano Valerii, insieme a Giuseppe De Ruvo, sarebbe l’alfa e l’omega di ogni dibattito pubblico in ogni Paese che avesse cura di sé. Speriamo che la pubblicazione del sessantesimo rapporto sulla nostra situazione sociale curato dal centro studi fondato da Giuseppe De Rita, il prossimo 4 dicembre, sia occasione per affrontare di petto questo tema esistenziale.
Ne dubitiamo. Se non discutiamo a fondo del tracollo demografico e del rovesciamento della piramide dell’età è perché l’unica cura efficace sarebbe importare i figli che non facciamo, anche per non costringere quelli che facciamo a cercar fortuna e stipendi decenti all’estero. Per motivi non perfettamente razionali, il tema è tabù, non solo in Italia. Sarà che per secoli siamo stati il centro del mondo, ma l’idea che ne stiamo diventando periferia, finora ma non per sempre privilegiata, non ci entra in testa.
Le proteste di queste settimane in Italia come nei principali Paesi europei sono un primo segnale della malattia strutturale determinata dalla crisi demografica. Sommata a quella debitoria significa addio alla pace sociale. Dunque alla ragione sociale dello Stato.
Una deriva anarchica e violenta può essere scongiurata, o almeno limitata, solo dall’apertura regolamentata delle frontiere, specie a giovani stranieri qualificati. Paradosso vuole che il governo almeno a parole più nazionalista del dopoguerra sia anche quello che, evitando di parlarne troppo, è stato il più liberale nel socchiudere le porte dell’Italia alle persone di cui abbiamo bisogno per far girare l’economia e tenere insieme la società.
Persone, non solo braccia. L’integrazione è la sfida vera. Non è con qualche decreto flussi in più che possiamo cavarcela. Solo affrontando questo tema in una cornice strategica che ne faccia il centro delle politiche pubbliche saremo all’altezza del nostro dovere.
Anche perché l’alternativa è palese: se non freniamo l’emigrazione giovanile, allarghiamo gli ingressi regolari e trattiamo chi ci raggiunge come futuro cittadino saranno i Paesi del Sud del mondo a penetrarci e trattarci come loro conviene. L’Italia non è un dato di natura. Dobbiamo volerla. Nel mondo com’è e sarà, non come vorremmo fosse.

(da Repubblica)

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QUANDO IL TG1 FA FUOCO E FIAMME

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

LO SCONCIO DI UNA INFORMAZIONE FALSATA: EVIDENZIARE POCHI ASPETTI DI TAFFERUGLI PER METTERE IN OMBRA LE PROTESTE POLITICHE

Mettiamo che una persona interessata alle manifestazioni di venerdì 30 ottobre avesse acceso, per saperne di più, il Tg1 delle 20, che è pur sempre il telegiornale generalista più seguito da almeno tre generazioni di italiani. La prima immagine, fino dalle anticipazioni che precedono di qualche minuto il notiziario: fiamme.
La seconda, la terza, la quarta: cassonetti rovesciati, tafferugli con la polizia, fumogeni, manciate di ragazzi vestiti di nero con il passamontagna calato sul volto.
Devono passare tre o quattro minuti (che in televisione sono un’eternità) prima che si odano, da uno degli inviati, le due parole «corteo pacifico». Fiuuu… sospiro di sollievo. Sembrava la guerra civile, erano solo manifestazioni.
In termini di scelta giornalistica, significa: privilegiare gli aspetti di disordine pubblico, mettere in ombra gli aspetti politici.
Il titolo di Rainews (stessa azienda) era, correttamente: «Sciopero generale, centinaia di migliaia nei cortei. Tensioni al Colosseo e a Torino». Rovesciando esattamente la logica del Tg1: la prima notizia è l’evento politico nazionale, rilevante e partecipato. E dopo, solo dopo, le tensioni ai margini. Le quali, almeno secondo i bilanci ufficiali, si sono risolte con danni modesti e zero feriti.
Poiché non risulta che il direttore del Tg1 Chiocci sia un attivista di Askatasuna, è lecito domandarsi perché mai il racconto della giornata desse maggiore rilievo al punto di vista di Askatasuna piuttosto che a quello dei manifestanti pacifici.
Il problema, si sa, è anche strutturale: per l’informazione così come è congegnata, vale di più uno che sbraita di cento che parlano. Le telecamere sono tutte per lui. Se poi (è il caso del Tg1) quello che sbraita toglie attenzione a quelli che scendono in piazza contro il governo, lo sbraito merita l’apertura del giornale.

(da Repubblica)

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SANITA’ DIMEZZATA, NIENTE FONDI PER GLI SCREENING E LE ASSUNZIONI DEI MEDICI

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

STANZIATI LA META’ DELLE RISORSE SOLLECITATE DA SCHILLACI, ALLE REGIONI NIENTE FONDI PER LA SALUTE MENTALE, SALTA L’ACQUISTO DI APPARECCHIATURE E L’ASSUNZIONE DI NUOVI MEDICI

Sconfitte su tutta la linea. Le Regioni non avranno soldi per potenziare, dove servono, gli screening oncologici, per dotare gli ospedali di nuove apparecchiature, per assumere medici o pagarli di più, per riempire di attività le Case di comunità, per la salute mentale. La sanità ha ricevuto dalla manovra molto meno di quanto richiesto da chi la amministra sul territorio. I presidenti dovranno rinunciare a tante delle richieste che hanno avanzato in un documento ufficiale nei giorni scorsi, potrebbero anche avere problemi a reggere gli aumenti delle spese fisse, come quelle per l’energia. Come le Regioni, non ha avuto alcuna voce in capitolo nella costruzione della manovra sanitaria il ministro alla Salute Orazio Schillaci, che aveva chiesto il doppio del denaro poi stanziato, cioè 6,5 contro 3,4 miliardi, per potenziare tra l’altro la prevenzione, l’assistenza all’autismo e ai problemi di salute mentale. A Schillaci non è stata neanche data la gestione degli 1,6 miliardi per il cosiddetto bonus dentiere, del quale si occuperà il Lavoro con l’Inps.
Le Regioni avevano approvato all’unanimità un documento con le norme da inserire in finanziaria. Chiedevano circa 18 miliardi in tre anni. Per il 2027, il totale faceva, compreso il miliardo stanziato dalla finanziaria dell’anno scorso, faceva circa 7,5 miliardi.
La prima misura che salta riguarda il personale. Le Regioni volevano aumentare gli stipendi di infermieri e medici, rispettivamente con 1,1 miliardi e 400 milioni. I soldi servivano anche per fare assunzioni. Pagare di più i lavoratori, avvicinando gli stipendi a quelli degli altri grandi Paesi europei, avrebbe reso più appetibile il lavoro in sanità (tra l’altro Schillaci per la stessa cosa aveva chiesto un miliardo). Ma nella manovra c’è giusto il miliardo necessario a pagare gli aumenti per i rinnovi contrattuali. Sono invece stanziati i 114 milioni di euro chiesti dalle Regioni per aumentare gli stipendi dei medici del pronto soccorso.
Le Regioni avevano chiesto anche 1,5 miliardi di euro per un fondo dedicato all’innovazione terapeutica. Niente. Nel testo della finanziaria, infine, ci sono appena 138 milioni per gli aumenti legati all’inflazione. È una cifra ridicola se confrontata con quanto chiesto: le amministrazioni locali volevano circa 3,5 miliardi per il cosiddetto fondo indistinto, cioè denaro non vincolato, che sarebbe servito a fronteggiare gli aumenti dei costi fissi, dall’energia a quelli per farmaci e dispositivi.
Ma i soldi sarebbero serviti a finanziare la cosa più importante, cioè l’attività sanitaria. Ovviamente, ogni realtà locale, proprio perché non sarebbero stati fondi vincolati, avrebbe agito sui settori in cui aveva più bisogno. Un esempio sono gli screening oncologici, che al centro-nord funzionano, ma al sud no. Senza soldi non si possono rinforzare. In alcuni casi i soldi potevano servire a ospedali e ambulatori, ad esempio per l’acquisto o la manutenzione dei macchinari diagnostici, utili per abbattere le liste di attesa, ma anche per investimenti sul territorio. Il Pnrr ha pagato solo la costruzione o ristrutturazione di Case e Ospedali di comunità. Vanno però riempiti di servizi e di personale, dai medici di famiglia agli specialisti, e servirebbero soldi. Praticamente in tutto il Paese, inoltre, c’è un drammatico problema di assistenza ai giovani con patologie psichiatriche, il cui numero è in aumento. I soldi del fondo indistinto sarebbero stati utilizzati anche per questo tipo di attività. Lo stesso Schillaci aveva chiesto soldi per questo tipo di problemi e per l’autismo, ma anche in questo caso non è stato preso in considerazione.

(da Repubblica)

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SCUOLA, MELONI TAGLIA 7.000 POSTI TRA DOCENTI E ATA MA REGALA BONUS ALLE PARITARIE: E’IL GOVERNO DELLA DESTRA ASOCIALE

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

BLOCCO ANCHE DEL TURN OVER NEGLI ATENEI… AI TEMPO DEL MSI I MILITANTI VI AVREBBERO INSEGUITO CON I FORCONI

Quasi 7mila dipendenti scolastici in meno nelle dotazioni organiche dal prossimo anno: la goccia del governo, che scava nel solco della denatalità e del dimensionamento scolastico, con questo Ddl di Bilancio raggiunge un nuovo strato di erosione. Il testo e la relativa relazione tecnica certificano per il 2027 e il 2028 una riduzione di 4.925 posti dell’organico dell’autonomia dei docenti e di 2.049 unità del personale Ata. Se si tiene conto che la manovra 2025 aveva già previsto la riduzione di 5.660 docenti quest’anno e di 2.174 posti Ata il successivo, si arriva a quota 14.808 posti in meno in due manovre: 10.585 docenti e 4.223 Ata.
La sforbiciata alla scuola – presente nell’articolo 66, che si occupa pure di tagliare la sostituzione dei pensionati (turn over) nel pubblico impiego – secondo la relazione tecnica garantirà un risparmio di 83,9 milioni nel 2027 e di 251,7 milioni annui dal 2028, a cui si aggiungono 33,3 milioni dalle università, 6,9 dagli enti pubblici di ricerca e 0,7 da accademie e conservatori. Altri 130,5 milioni arrivano invece dalla riduzione del turn over nei ministeri, a Palazzo Chigi e negli enti pubblici non economici. Là dove dovrebbe esserci il segno “più”, come per la Sanità, continuano a esserci risparmi. La scusa del governo è sempre quella del calo demografico che, però, non dovrebbe essere un alibi per tagliare bensì, come spiega la Flc Cgil, “l’occasione per migliorare la qualità, aumentare il tempo a scuola, ridurre gli alunni per classe e garantire una rete scolastica degna di un Paese europeo”. Invece viene anche prorogato per il 2027 il buono da 1.500 euro per le famiglie che iscrivono i figli nelle scuole paritarie, che costa 20 milioni.
Zero euro anche per il recupero del potere d’acquisto di chi lavora nel comparto. Giovedì il sindacato ha presentato un dossier sul tema: entro il 2027 ogni lavoratore della scuola avrà accumulato una perdita media stimata di 21.507 euro di potere d’acquisto rispetto al valore reale della retribuzione del 2021. Solo l’anno prossimo, spiega sempre Flc Cgil, mancheranno all’appello 4.129 euro lordi annui a lavoratore in un comparto con 302mila precari, personale senza buoni pasto e, per gli insegnanti fuori sede, un affitto che può assorbire fino al 65% dello stipendio netto.
A una prima lettura del testo della manovra, emerge anche una stretta per le università, che a differenza della scuola rientrano nel blocco del turn over al 75% assieme a buona parte della Pubblica amministrazione, dai ministeri a Palazzo Chigi, agenzie ed enti pubblici non economici, autorità indipendenti, camere di commercio e autorità portuali. Questo significa che nel 2027 gli atenei statali potranno assumere a tempo indeterminato spendendo non più del 75% della spesa del personale cessato l’anno precedente. Lo stesso taglio del 25% delle capacità di assunzioni interessa gli enti pubblici di ricerca ma non i ricercatori degli atenei. Per accademie e conservatori è previsto dal 2027/2028.
L’articolo 108 modifica invece le regole di finanziamento delle università senza prevedere risorse aggiuntive. Diversi stanziamenti già esistenti vengono riuniti nel Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) e cambiano le regole per calcolare le spese del personale: gli atenei potranno escludere dal conteggio alcune spese coperte da finanziamenti esterni, pubblici o privati, anche di durata inferiore a 15 anni. Se però questi finanziamenti termineranno, le università dovranno coprire i costi del personale assunto a tempo indeterminato utilizzando le proprie risorse disponibili per le assunzioni. Infine, la (nuova) riduzione della spesa corrente: per il ministero dell’Istruzione e del Merito ammonta a 6,46 milioni nel 2027 e 8,25 milioni nel 2028, per salire a 25,85 milioni annui dal 2029 (anno in cui 21,5 milioni sono imputati a reclutamento e aggiornamento del personale scolastico). Per il ministero dell’Università arriva a 15,89 milioni nel 2027, 16,62 nel 2028 e 16,83 milioni annui dal 2029. Tra le voci interessate, ricerca scientifica e diritto allo studio.

(da ilfattoquotidiano.it)

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TAGLI ALLA SCUOLA E ALLE PENSIONI: LA MANOVRA E’ UN GRANDE IMBROGLIO

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

IL TESTO SVELA LA RIDUZIONE DEGLI ORGANICI SCOLASTICI… RIDOTTI PER 10 ANNI GLI ASSEGNI PREVIDENZIALI, NUOVO REGALO ALLA SANOTA’ PRIVATA E IL “TAGLIETTO” DELLE TASSE SOPRA I 50.000 EURO DI REDDITO DURA SOLO UN ANNO

Tagli alla scuola, più sanità privata a danno di quella pubblica e finto taglio delle tasse, peraltro temporaneo, al ceto medio. La manovra firmata da Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti getta la maschera e mostra tutto il ghigno furbesco della destra. All’insegna dei bluff per provare a ottenere la riconferma a Palazzo Chigi della leader di Fratelli d’Italia.
Non ci sono solo bonus di piccolo cabotaggio (come i 100 euro all’anno per i nuovi nati fino a 18 anni per un plafond di 1.800 euro destinato a essere divorato dall’inflazione), ma un colpo alla spesa per i servizi pubblici. La versione di Giorgia Meloni in conferenza stampa è stata smentita dai fatti.
Bluff fiscale
Un caso clamoroso è la riduzione del secondo scaglione Irpef, ma a tempo determinato. Il testo sancisce che il taglio dell’aliquota dal 43 al 33 per cento per i redditi tra 50mila e 55mila euro sarà valido solo per il 2027. Giusto l’anno del voto. Una mancia elettorale che politicamente rappresenta un contentino last minute a Forza Italia, che fin dallo scorso anno chiedeva un taglio strutturale fino a 60mila euro. Il segretario di FI e vicepremier, Antonio Tajani, ha dovuto portare un risultato di facciata.
Ora «l’intervento coinvolge circa 3,2 milioni di contribuenti», si legge nella relazione tecnica. Un bacino da cui provare ad attingere voti in vista delle Politiche con un costo di 1,4 miliardi di euro e un beneficio economico che in media ammonta a 450 euro all’anno (circa 40 euro al mese). Ma, appunto, solo per il 2027. Una differenza sostanziale con i lavoratori autonomi con l’estensione, a regime, della flat tax per le partite Iva. «Guadagneranno in media 7.317 euro, ogni anno, dal 2027 in poi. Un diamante è per sempre», ha sottolineato la deputata del Pd, Maria Cecilia Guerra. Un impianto che conferma l’impostazione ideologica della destra.
Scuola tagliata
La scure si è abbattuta con violenza pure sulla scuola. A partire dall’anno scolastico 2027-2028, è stata prevista una riduzione di 4.925 posti dell’organico dell’autonomia e di 2.049 posti delle dotazioni organiche del personale amministrativo, tecnico e ausiliario: in totale 7mila lavoratori in meno. Messo nero su bianco nella relazione tecnica. L’iniziativa ha sollevato le proteste anche della Cisl, solitamente disponibile verso Meloni. «Servono investimenti e personale, a partire da docenti e Ata e non certamente tagli», ha detto la segretaria Daniela Fumarola.
Anche sulle pensioni, il governo ha giocato con l’effetto annuncio. In realtà non c’è alcun aumento su questo capitolo, anzi il governo fa cassa sulla previdenza per il prossimo decennio.
Prima di tutto il fondo di 850 milioni di euro, previsto in manovra per favorire l’uscita anticipata dal mondo del lavoro, è «destinato a finanziare interventi diretti a disciplinare misure di supporto in uscita dal mercato del lavoro, anche con riferimento a specifici soggetti in difficoltà e con eventuali misure in materia di ammortizzatori sociali», si legge nella relazione tecnica che accompagna la Legge di Bilancio. Dunque deve essere adottato «con successivo provvedimento legislativo».
Insomma, la quota-100 agognata dalla Lega è tutta da scrivere. Anche perché lo stanziamento potrebbe non essere sufficiente. La certezza decennale è invece scolpita nella finanziaria: viene inserita una stretta sugli assegni pensionistici che porta un risparmio strutturale di quasi un miliardo e mezzo in un anno. Il meccanismo è la revisione al ribasso delle rivalutazioni degli assegni «complessivamente superiori a quattro volte il trattamento minimo Inps».
La manovra di Meloni ha fatto un regalo al campo largo. Conte e Schlein lo sapranno sfruttare?
L’operazione tra il nuovo fondo per uscita dal lavoro e il freno alle rivalutazioni porta a un risparmio netto di oltre 600 milioni di euro nel 2027 spalle dei pensionati. Tuttavia sui dieci anni, il taglio è superiore ai 14 miliardi di euro. A conti fatti, il ministro dell’Economia Giorgetti frantuma le promesse del leader del suo partito, il vicepremier Matteo Salvini. Alla ricerca di ogni spicciolo, poi, l’esecutivo ha affondato il colpo verso le banche: ha addirittura ridotto la deducibilità delle spese di pubblicità per gli intermediari finanziari e le aziende energetiche per raggranellare appena 38,6 milioni di euro.
Uno sgarbo che colpisce l’organizzazione e il sostegno di eventi. Con un paradosso: in manovra è previsto l’ennesimo slittamento della sugar tax, la tassa sulle bevande zuccherate dannose per la salute. Un regalo ai colossi dell’industria alimentare, che costa 170 milioni di euro per soli sei mesi. Quattro volte l’attacco alle pubblicità di banche e assicurazioni.
L’unica novità sulla sanità, invece, riguarda i maggiori margini d’azioni concessi ai privati, che in Parlamento contano sulla presenza di Antonio Angelucci, deputato leghista e re delle cliniche nel Lazio.
La manovra prevede «l’incremento di 3 punti percentuali del limite di spesa per l’acquisto di prestazioni sanitarie da soggetti privati accreditati». Da qui l’attacco del co-leader di Alleanza verdi-sinistra, Angelo Bonelli: «Infermieri, operai, insegnanti e la gran parte dei pensionati non ricevono un euro. Questa legge di Bilancio è una rapina sociale». Di sicuro un manifesto della destra delle mance. Contro gli investimenti nel pubblico.

(da editorialedomani.it)

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