TRUMP HA PERSO E L’UE TIRA UN SOSPIRONE DI SOLLIEVO MA ANCHE I DEMOCRATICI NON CONDIVIDONO LA POLITICA DEI DAZI E SONO FOCALIZZATI ALLA TUTELA DELL’ECONOMIA NAZIONALE (NON DI QUELLA EUROPEA)
ANCHE SULLA NATO, I DEMOCRATICI CONCORDANO CON TRUMP: L’EUROPA DEVE RISPETTARE I PATTI E PAGARE PER LA PROPRIA DIFESA. SENZA CONSIDERARE CHE L’ALA RADICAL DEI DEM, DICHIARATAMENTE PACIFISTA E PRO-PAL, POTREBBE NON AVERE INTERESSE A CONTRASTARE L’ASSE PUTIN-IRAN
Che cosa cambierà per il resto del mondo con un presidente dimezzato alla Casa Bianca? […] In
politica estera, la Costituzione americana non fissa confini netti tra le prerogative del capo dello Stato e quelle del Congresso.
Ma ciò che più conta è che in sei anni di mandato, i quattro del 2017-2021 e gli ultimi due (2025-2026), Donald Trump ha surclassato, svuotato o, semplicemente, ignorato i poteri della Camera e del Senato.
La previsione più facile è che continuerà a farlo. Non senza intralci, però. Il riscontro più immediato sarà nel confronto con l’Iran. Un po’ tutti, in Europa come nei Paesi del Golfo, si aspettano che Trump decida di riprendere gli attacchi senza sollecitare il Congresso a dichiarare formalmente lo stato di guerra. Secondo il «New York Times» il comando militare avrebbe già preparato un piano operativo.
L’unico strumento nelle mani dei democratici […] è bloccare il finanziamento delle operazioni condotte dal Pentagono. Qualche mese fa, il Dipartimento della Difesa ha chiesto al Congresso di approvare un pacchetto da 98 miliardi di dollari. La House of Representatives, controllata dai repubblicani, ha dato il via libera il 22 luglio scorso, mentre il Senato deve ancora pronunciarsi.
Altrimenti, Trump sarebbe costretto a concordare con la leadership democratica una fine rapida del conflitto. Ieri, peraltro, il leader Usa, intervistato dal Financial Times, si è tenuto sul vago: «non prevedo un’azione immediata, ma nel caso siamo pronti».
Un po’ più chiaro lo scenario sulla guerra in Ucraina. Qui Trump da sempre ignora le posizioni del Congresso. La prova più evidente? Il 16 settembre, le due Camere hanno approvato la legge che prevede sanzioni sul petrolio russo e penalità secondarie per quei Paesi che acquistano il greggio da Mosca, in particolare la Cina.
Il 18 settembre Trump ha firmato il documento. Subito dopo ha stretto con Vladimir Putin «il patto del diesel», sdoganando il flusso di gasolio sul mercato e ha continuato a delegittimare Volodymyr Zelensky «auspicandone» addirittura la sostituzione. Nei prossimi mesi, quindi, il Congresso resterà ai margini.
Anche il rapporto con Xi Jinping non dovrebbe subire variazioni di sostanza. La maggior parte dei repubblicani e dei democratici condivide una robusta diffidenza nei confronti del leader cinese.
Per i parlamentari di Capitol Hill, la Cina è più un avversario da contenere che un interlocutore con cui stabilire le rispettive zone di influenza. I progressisti pensano che sia essenziale continuare a fornire armi e assistenza a Taiwan. Entrambi i partiti osservano con allarme crescente le manovre militari cinesi, nonché i progressi nel campo dell’intelligenza artificiale.
Tuttavia, ancora una volta, sarà Trump a dettare tempi e modalità della relazione con Pechino. Probabilmente vedremo a breve con quali risultati. L’obiettivo dichiarato della Casa Bianca è arrivare a un accordo di coesistenza con Xi Jinping, a margine del G20 in programma il 14 e il 15 dicembre a Miami.
Il risultato negativo del midterm non cambierà la geometria strategica dello Studio Ovale. Il nuovo Congresso potrà sollecitare un maggior coinvolgimento politico degli alleati. Ma non avrà alcun mezzo concreto per costringere il presidente a cambiare direzione. Per esempio, i democratici non condividono la politica dei dazi, i cui effetti si scaricano sugli importatori e in parte sui consumatori americani.
Tuttavia, anche i progressisti sono concentrati sulla tutela dell’economia nazionale. Basti ricordare il provvedimento cardine adottato il 16 agosto 2022 da Joe Biden: l’«Inflation reduction act», che prevede, tra l’altro, corposi incentivi per le aziende straniere che investono negli Stati Uniti. Un modo certamente meno brutale dei dazi, ma che risponde alla stessa logica protezionistica.
Possiamo aspettarci più o meno lo stesso schema sulla Nato. Né i repubblicani né i democratici mettono in discussione l’impegno Usa nell’Alleanza atlantica. Il 16 dicembre 2023 il Congresso ha approvato una legge che impedisce al presidente di uscire dalla Nato senza il consenso del Senato. Uno dei promotori era l’attuale segretario di Stato, l’allora senatore Marco Rubio.
Tuttavia nessuno può costringere Trump a smettere di seminare ansia tra gli europei. Del resto, pure i progressisti pensano che i grandi Stati del Vecchio Continente debbano spendere di più per la loro difesa. Inoltre, tutti concordano sul fatto che le priorità degli Usa siano cambiate. Gli europei restano amici, ma gli Stati Uniti ora devono prestare più attenzione al continente americano e all’Indo-Pacifico.
(da agenzie)
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